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Logan Plant porta Beavertown Brewery in Italia

Logan Plant titolare Beavertown Brewery

Figlio d’arte, ma non birraria, Logan Plant in meno di dieci anni ha messo in piedi un birrificio che, fin dall’inizio, ha saputo far parlare di sé. E oggi, dopo l’ingresso con una quota di minoranza da parte di Heineken, è sbarcato anche in Italia.

Lo ammetto: gli occhi, quando li ha leggermente strizzati in un sorriso cordiale, mi hanno fatto intravedere il viso di suo padre Robert, la leggendaria voce degli altrettanto leggendari, almeno per chi scrive, Led Zeppelin. Eggià, perché Logan Plant è figlio di Robert Plant, frontman e cantante del famoso gruppo rock britannico. Lo scriviamo subito perché non ci torneremo più sopra e per tre buoni motivi: il primo è che, per quanto mi possano piacere i Led Zeppelin, ne capisco più di birra che di musica, il secondo perché penso che parlare della celebrità di famiglia possa un po’ annoiarlo. Il terzo motivo è infine dato dall’essere rimasto per un po’ seduto da solo nella taproom della sua Beavertown Brewery a Londra, assaggiando tutto o quasi. Ricevendo conferme dall’ottima Gamma Ray, l’American Pale Ale che, per prima, ha portato il birrificio all’attenzione della comunità mondiale di appassionati, e dalla scorrevolissima Neck Oil. Restando inizialmente perplesso, per poi rimanerne invece ammaliato, da un’eccellente Brett Pils e innamorandomi perdutamente di una produzione 2015 di Battle of the Trees che non so se riuscirò mai ad assaggiare nuovamente.

Il birrificio è stato fondato da Plant nel 2012 e in pochissimo tempo l’ha portato alla ribalta della rinascita brassicola londinese prima, britannica e perfino internazionale poi. Una curiosità che vale la pena sottolineare: di Beavertown il mondo birrario italiano ne ha sempre parlato agli inizi senza mai fare riferimento all’ascendenza paterna di Logan. Forse lo sapevano in pochi, forse non interessava più di tanto. La realtà era che le sue birre, Gamma Ray in primis, piacevano e basta. A prescindere. Le birre Beavertown in lattina 33 cl e i fusti 30 cl sono importate e distribuite da Dibevit Import (Heineken Italia).

Ho saputo che, prima di fondare Beavertown Brewery, hai giocato a calcio a livello professionistico, fatto il modello e cantato in un paio di gruppi rock. Mi spieghi come sei approdato alla birra?
Beh vedi, io vengo dalle Midlands inglesi, un posto conosciuto anche come “The Black Country” per via della presenza un tempo di fabbriche alimentate a carbone i cui fumi neri alla fine si depositavano un po’ dappertutto. Tante fabbriche vogliono dire tanti operai e tanti operai significano tanti pub. Ecco, io fin da ragazzino accompagnavo mio padre in qualcuno di questi pub e credo che allora iniziò una specie di ossessione per la birra. A diciott’anni, con i miei amici, sapevamo esattamente in quale locale andare per degustare una determinata birra che volevamo bere quella sera. Attorno ai vent’anni, con quella che oggi è mia moglie, coltivavamo il sogno di aprire un nostro pub e infine, quando con la mia band ebbi occasione di fare un tour negli Stati Uniti, venni a conoscenza della birra artigianale americana e quello fu il colpo di fulmine finale.

Quindi il “turning point” è stata la birra artigianale americana…
Direi di sì, anche se non ho mai perso l’amore per le tradizionali cask ales britanniche. Tuttavia fu a New York che mi resi conto che stava succedendo qualcosa di nuovo in quel mondo che mi appassionava tanto. Nuovi sapori e aromi, nuovi luppoli, nuovi stili. Era un’atmosfera vibrante ed eccitante e decisi su due piedi che mi dovevo lanciare. Ho mollato la band dopo un paio di settimane, sono tornato a casa per studiare e fare pratica da homebrewer e buttare giù un business plan sul quale ho sudato 18 mesi. L’idea iniziale era quella di fare una sorta di American brewpub, ovvero barbecue e birre craft e così è nato, nel 2011, Duke’s Brew and Que, il nostro locale con l’impianto da 700 litri praticamente sistemato in cucina. Poi, nel 2012, il grande passo con la creazione della Beavertown Brewery nella zona industriale di Londra.

Nel 2012 l’Inghilterra della birra stava conoscendo una vera e propria trasformazione quindi complimenti per il vostro tempismo, oggi però lo scenario sembra essere diventato più complesso…
Sì certo però vedi il mio sogno è sempre stato quello di fare, e di bere, grandi birre. La moltiplicazione dell’offerta craft, il fatto che sempre più persone abbiano capito che la birra non è solo la classica lager e che ci siano sempre più possibilità di scelta è per me una buona cosa. Ora la sfida non è più fare solo grandi birre, ma portarle in ogni locale, letteralmente a ogni angolo di strada (nel 2018 Heineken ha acquisito una quota di minoranza del birrificio, ndr).

E per questa sfida siete pronti?
Ci stiamo attrezzando. Il nostro nuovo birrificio, che si chiamerà Beaverworld e al quale stiamo lavorando dagli inizi dell’anno scorso, sarà pronto quanto prima e avrà una capacità produttiva di circa 500mila ettolitri l’anno. Ampie possibilità di crescita dunque considerato che oggi la nostra produzione si aggira sui 130mila ettolitri.

Quindi più Gamma Ray e Neck Oil in Italia prossimamente…
Spero di sì. Il nostro export oggi pesa appena il 4% dei volumi e onestamente mi piacerebbe arrivare al 10%. Senza esagerare per ora, perché ritengo che abbiamo ampi margini di crescita nel Regno Unito, ma l’Italia, come la Francia o la Svezia, sono mercati che pensiamo possano non solo apprezzare le nostre birre, ma anche il nostro modo di vivere la birra, il nostro stile creativo e informale. In pratica, come siamo noi. *

Le schede
Beavertown Gamma Ray Apa-American Pale Ale
grado alcolico: 5,4%
livello amaro: deciso (44 Ibu)
gusto: leggero, da bere a 6 °C
aromi: frutta matura
confezioni: lattina 33 cl e fusto 30 litri
Beavertown Neck Oil Session Ipa-India Pale Ale
grado alcolico: 4,3 %
livello amaro: contenuto (35 Ibu)
gusto: leggero, da bere a 6 °C
aromi: ananas, frutta tropicale
confezioni: lattina 33 cl e fusti 30 litri.

 

Da Lavazza l’advergame a sostegno dei progetti in Colombia

Lavazza Coffee Defenders game

Una piantina di caffè è il simbolo di rinascita che caratterizza il documentario Coffee Defenders, a Path from Coca do Coffee realizzato da Lavazza e disponibile presso il servizio streaming di Amazon Prime Video. Ed è il protagonista dell’omonimo advergame lanciato dalla Torrefazione torinese con l’obiettivo di raccogliere fondi a sostegno delle comunità di coltivatori di caffè nella regione del Meta in Colombia. Qui la Fondazione Lavazza da anni è attiva con un programma di sviluppo sostenibile che ha già risollevato le condizioni socioeconomiche di oltre cento di queste famiglie, aiutandole a far rifiorire le piantagioni di caffè. Questo grazie alla piantumazione di oltre 1 milione di piante e tramite una formazione dedicata alle buone pratiche agricole e alle tecniche per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici.

La locandina di Coffee Defenders, a Path from Coca to Coffee
La locandina di Coffee Defenders, a Path from Coca to Coffee

Il documentario racconta la vera storia di Johana, una ragazza colombiana che durante il conflitto armato causato dalla guerriglia delle Farc ha perso tutto, ma è riuscita a riprendere in mano la sua vita e quella dei suoi sei figli, restando nella sua comunità e facendo rifiorire la coltivazione del caffè. Con il videogioco l’utente guadagna gemme, ognuna delle quali corrisponde a un centesimo di euro, contribuendo a far crescere la somma che la Fondazione Lavazza invierà al partner nel Meta con cui da tempo collabora, Carcafé. Il gamer è poi chiamato a trasportare la piantina (come avviene nel documentario) lungo un percorso accidentato con numerosi ostacoli fino al Centro Agronomo di Cartago in Costarica, dove sarà custodita per sempre.

Lavazza Coffee Defenders game
Lavazza Coffee Defenders game

«La decisione di approcciare il mondo del gaming utilizzando questo nuovo strumento ci permette di sperimentare nuove modalità di coinvolgimento diretto degli utenti, e di far conoscere ad un’audience giovane l’attività svolta dalla Fondazione Lavazza per migliorare le condizioni socio-economiche delle comunità produttrici di caffè» ha osservato Lorenzo Giorda, global head of digital marketing di Lavazza.

Stereoscope Coffee, negli Usa la caffetteria 3D

Ingresso dello Stereoscope Coffee

La riproduzione in 3D di un affresco del Correggio all’interno di una caffetteria è l’idea vincente per rendere vitale uno spazio minimalista come lo Stereoscope Coffee. Succede a Newport Beach, California-Usa.

Barocco italiano, fotografia, design e architettura per creare un’esperienza unica all’interno di una caffetteria. Una miscela avvolgente, scenografica che catapulta i clienti dalla California all’Italia, fra Rinascimento (Michelangelo) e Barocco (Correggio). Tutto questo a Newport Beach (California, Usa) nel secondo negozio aperto da Stereoscope Coffee a Orange County, al piano terra di un complesso a uffici con cortile in comune.

Un locale di servizio che è diventato luogo di incontro ed esperienza artistica grazie al connubio progettuale di David Wick (Wick Architecture & Design), Andrew Lindley (Land Design Studio) e della fotografa subacquea Christy Lee Rogers. Uno spazio di circa 60 mq che si sviluppa a L per un’altezza di 4,5 metri e con gli ingressi alle due estremità della L, rispettivamente adiacenti alla hall dell’edificio e al cortile esterno, che necessitava di un colpo d’ala per diventare attrattivo.

La gestione della caffetteria Stereoscope Coffee a Newport Beach è curata da Leif An, imprenditore con una lunga esperienza (oltre 16 anni) nel settore del caffè. Ha iniziato come barista, per poi collaborare con Stereoscope Coffee per l’apertura di oltre 20 caffetterie in California. La prima caffetteria a marchio Stereoscope è stata aperta nel 2013 e da allora sono diventate 50 in California fra rivendite di caffè all’ingrosso, bar con ristoranti e negozi al dettaglio.

La soluzione più appropriata è stata far ricorso alla potenza espressiva dell’arte barocca (con riferimento all’affresco dell’Assunzione della Vergine di Correggio nella cupola della Cattedrale di Parma) interpretata in chiave moderna ovvero con un aspetto multidimensionale tale da catturare l’essenza della parola “Stereoscopio”, precursore della moderna tecnologia 3D, nonché nome del marchio della caffetteria. Per farlo al meglio è stata individuata la fotografia subacquea in stile rinascimentale e barocco di Christy Lee Rogers poi trasferita a colori in 3D sul soffitto, con la tecnica della carta da parati. In contrasto con l’effetto scenografico del soffitto, l’interior design è stato impostato su materiali in tonalità calde e dalle linee essenziali in sintonia con il pavimento in cemento naturale.

Arredi minimal come la panca in rovere bianco che avvolge lo spazio a L e, grazie all’apposita sporgenza, offre una base d’appoggio per gli oggetti personali. Sopra è posta la mensola per gli occhiali 3D che garantiscono la visione completa del soffitto in 3D.
Il bancone in marmo Blu Orca è l’elemento che cattura al primo sguardo da entrambi gli accessi sia per l’effetto ondulatorio della pietra, che imprime movimento all’intera composizione minimalista, sia per il contrasto con la trama statica e sfumata delle piastrelle opache bianco osso a sfondo del bancone. Un insieme di elementi che per struttura e collocazione offrono un’esperienza d’avanguardia dello spazio. *

Un soffitto scenografico

Il trasferimento dell’immagine fotografica sul soffitto ha richiesto un particolare processo riguardante la scelta del colore, del materiale e del tipo di applicazione.
L’immagine è stata prima sfumata verso il basso senza soluzione di continuità con le pareti bianche, quindi suddivisa in pezzi per essere stampata su rotoli di vinile da 1,5 m con sovrapposizioni di 2,5 cm.
Diverse le modifiche che sono state apportate a livello di proiezione per assicurare che anche gli utenti senza occhiali 3D potessero vedere l’opera nella sua interezza. I rotoli di vinile sono stati applicati al soffitto con lo stesso procedimento della carta da parati.
A 2,5 m d’altezza dal pavimento, dove l’immagine si uniforma al bianco delle pareti, è la luce delle lampade in sequenza Astro Globe a evidenziarla.

Brioche, sfoglie e cornetti, i cento volti della croissanterie

Croissant tipologie

In Italia si fa molta confusione sui termini del settore croissanterie. Le differenze si trovano negli ingredienti, nella forma e nella storia. Facciamo subito chiarezza con l’aiuto di un esperto come Mario Grazia, docente di Cast Alimenti.

Un'origine che pare più una leggenda che una storia provata (c'entrano coraggiosi panettieri e agguerriti invasori stranieri), una fortuna ineguagliata come lievitato da colazione, una evoluzione che ha portato a una moltitudine di varianti. Tutte caratteristiche del croissant, che la leggenda vorrebbe originario della Vienna del '600 assediata dai turchi e che si è fatto strada fino a oggi, fino al fiorente mercato dei prodotti pronti da cuocere che il bar può sfruttare per arricchire la propria offerta. Certo, serve una guida. Sia per recuperare l'excursus storico del croissant, sia per orientarsi nella scelta del prodotto migliore da proporre alla clientela. Ci facciamo aiutare da Mario Grazia, esperto, docente in Cast Alimenti e consulente per il settore horeca e per l'industria alimentare e dolciaria.

Pastry Chef Mario Grazia, Cast Alimenti

Sulle origini, parlavamo di leggenda perché se i dati storici sul croissant lo "datano" a metà ‘800, è spesso ricordato come invenzione viennese del '600. «Solo una storia, quella dei panettieri che, lavorando di notte, si accorsero che chi attaccava la città stava scavando delle gallerie, e diedero l'allarme. Ebbero così il privilegio di creare il dolce per celebrare la vittoria, e nacque un dolce a forma di mezzaluna che sarebbe poi diventato il croissant. Racconto a parte, la storia provata dice che nel 1838 un pasticcere austriaco, August Zhang, aprì una pasticceria a Parigi. La chiamò Boulangerie Viennoise, divenne molto famoso e iniziò a proporre i suoi dolci, i kipfel, appunto dei cornetti tipici della tradizione viennese e che troviamo ancora oggi in Austria. Divenne di moda, e il nome "croissant" (crescente) finì col definire questo dolce a forma di mezzaluna, appunto, che ricorda una luna crescente».

Croissant, cornetto, brioche

In Italia vige la confusione (complici anche tipicità linguistiche territoriali) sulla triade croissant-cornetto-brioche. Sgomberiamo il campo da equivoci: «La brioche è una pasta lievitata a forma di palla, molto ricca di uova e burro, farcita di crema o cioccolato. Il cornetto all'italiana è una pasta brioche sfogliata con il burro, che assume una forma arrotolata a mezzaluna come il croissant. Viceversa, il vero croissant ha poco zucchero, poco burro e pochissimo uovo, o nessuno. La tecnica di sfogliatura è diversa: è più leggero a livello di struttura e "più sfogliato". C'è più spazio tra i vari strati del prodotto, come è evidente quando lo si taglia in senso trasversale». L’assenza delle uova fa sì che l’aroma del burro prevalga, ottenendo così l’inconfondibile gusto del croissant e la sua consistenza sia più leggera in confronto al cornetto all’italiana. C'è poi anche la "sfoglia", un prodotto a base di pasta sfoglia, che quindi non è lievitata.
Nella nostra tradizione è il cornetto all'italiana il lievitato per eccellenza, ma sul mercato si è affermato alla grande il croissant.

Come fa il barista a scegliere, quando deve costruire la sua offerta?
«L'approvvigionamento di prodotto fresco, che "esca" dal forno di un artigiano, non è sempre possibile. Non potendo programmare esattamente quale sarà il consumo di questi prodotti, e non avendo le forze interne per realizzare viennoiserie artigianale, sul mercato si sono affermati i prodotti surgelati sin dalla prima metà degli anni '80. Parliamo di aziende - moltissime italiane, molte a livello artigianale - che fanno produzione di surgelato, abbattuto all'origine e distribuito con il rispetto della catena del freddo».
In questo campo ci sono differenze che è bene evidenziare: non tutti i croissant sono uguali.

Prodotti da lievitare, pre-lievitati, già cotti

Una prima grande divisione è tra prodotti da lievitare e prodotti pre-lievitati. Ci guida sempre Mario Grazia: «Il primo comparso sul mercato è quello da lievitare. Un croissant preparato come lo farebbe l'artigiano e che viene surgelato appena prima dell'inizio della lievitazione. L'utilizzatore, poi, dovrà stoccarlo e prelevare la quantità che gli serve, disporla sulle teglie, farla lievitare e cuocerla».
Attenzione però a pro e contro. «Il grosso vantaggio è che si dimezzano i volumi di stoccaggio: il prodotto non lievitato occupa circa la metà del volume rispetto a quello lievitato. A livello di logistica può essere un plus non da poco. Viceversa ha, per l'utenza bar, svantaggi non di poco conto: i tempi lunghi (perché si sommano tempo di scongelamento e tempo di lievitazione, prima di poter mettere il croissant in cottura e servirlo) e inoltre la lievitazione è una fase durante la quale bisogna sorvegliare temperature e umidità. Serve, insomma, qualche competenza in più di pasticceria. Questa tipologia di prodotto oggi è acquistata principalmente dai panifici che vogliono allargare l'offerta e, per diversificare, sfruttano il prodotto congelato. Hanno attrezzature e competenze per fare tutto come si deve».

Altro mondo è, invece, quello dei pre-lievitati, un tipo di prodotto affermatosi all'incirca dalla metà degli anni '90, abbattuti a lievitazione avvenuta e poi distribuiti. «L'utente finale salta la fase di lievitazione», spiega Grazia. «Si scongela, si dispone sulle teglie, si cuoce seguendo indicazioni dell'azienda produttrice, perché ogni prodotto ha le sue peculiarità. In questo caso lo svantaggio è che il prodotto è sì già pronto, ma meno personalizzabile».
Ultima tipologia, comparsa sul mercato recentemente, è il prodotto già cotto, soltanto da passare in forno caldo per pochi minuti. «Tempi rapidissimi, certo, ma questi prodotti costano di più; per lo stoccaggio servono spazi e più attenzioni, proprio perché sono prodotti finiti e quindi delicati. Se vengono spostati senza attenzione o accatastati si può compromettere la loro integrità e quindi l'estetica». L'utilità di questo tipo di prodotti emerge in particolare quando c'è la necessità di tenere una piccola scorta da proporre "al volo". Dice Grazia: «Molte realtà funzionano bene con i pre-lievitati, e quando serve - magari perché c'è stato un boom di richieste improvvise - integrano in velocità i prodotti già cotti».

Affidarsi a un distributore di fiducia

A cosa stare attenti quando si acquista? «Il rispetto della catena del freddo è fondamentale. Se poi parliamo di prodotti che non sono pre-lievitati, c'è il rischio che un "buco" faccia partire la lievitazione, rovinando la fornitura. Questo si risolve affidandosi a un distributore di fiducia, a un partner affidabile. Non va giudicato solo il prezzo, nessuno fornisce un prodotto o un servizio straordinario e affidabile a prezzi stracciati. Altro aspetto è l'etichetta: oggi l'attenzione a una etichetta "pulita", senza additivi o abuso di conservanti, è molto maggiore. Ricordiamoci che stiamo parlando del dolce che accompagna l'offerta di caffetteria. Se il cliente trova un croissant scarso, anche se sorseggia un ottimo caffè, difficilmente si farà rivedere».

Come costruire l'offerta

Tecnicismi a parte, resta il tema di cosa proporre sul banco in termini di variabilità, di tipologie di croissant. Per l'esperto non si può guardare solo alle tendenze attuali dimenticando i classici: «Vuoto-marmellata-cioccolato non possono mancare. Accanto, qualche prodotto salutistico. Croissant integrali, bio e vegani - il vegan va, ha conquistato il proprio spazio e non è solo una moda passeggera. Con le farciture si può personalizzare l'offerta: anche chi cerca un lievitato "sano" difficilmente fa a meno di una farcitura sfiziosa. Le aziende stanno anche proponendo molti prodotti arricchiti "superfood" (salutistici). Particolare attenzione al gluten free: deve essere certificato in produzione, ma deve stare lontano dagli altri prodotti, in vetrina o sul banco, per evitare contaminazioni».
Le aziende hanno a catalogo decine di prodotti, l'importante è tarare la proposta sull’identità del locale. Grazie ai prodotti gelo si può impostare un'offerta ampia - difficile da realizzare al bar se si usasse solo prodotto artigianale - ma bisogna adottare regole coerenti. *

Un pack sostenibile per Derby Blue Freezer

Derby Blue Freezer

Si rinnova all’insegna della sostenibilità il pack di Derby Blue Freezer. La gamma di bevande alla frutta non gassate e servite fresche dello storico marchio di succhi di Conserve Italia si presenta in un nuovo formato amico dell’ambiente e più in linea con i nuovi trend del mercato.

Il nuovo pack è una bottiglia in Pet da 360 ml che sostituisce la precedente da 500 ml, una riduzione della quantità che va incontro alle esigenze emergenti del consumo on the go. Ma che comporta anche una riduzione di quasi il 30% del peso della bottiglia stessa, con un importante risparmio nell’utilizzo di plastica e, al tempo stesso, favorendo un consumo più consapevole che evita eventuali sprechi.

Ma non solo, perché la nuova bottiglia è realizzata per il 50%, la quantità massima attualmente consentita dalla legge, con plastica riciclata. Una scelta che consente di sostenere la filiera dell’economia circolare e di ridurre l’impatto ambientale delle produzioni.

Rinnovata anche l’etichetta del nuovo pack, dalla quale scompaiono le immagini relative alla frutta per lasciare spazio a colori accesi, nei quali è incastonato il nome della referenza, accompagnato dal claim “Cristallizza la tua sete”.

Restano identici, invece, i gusti della gamma Derby Blue Freezer, ovvero quattro bevande di alta qualità preparate solo con ingredienti naturali. Limonata non gassata, una bevanda non gassata al limone che unisce la buona frutta a grande freschezza. Arancia Rossa, a base di arancia rossa, con estratto di ribes e carota per un gusto più intenso e rinfrescante adatto a una pausa piena di energia. Multifrutti, un mix di pera, arancia, mela e maracuja per un’esperienza dissetante e ricca di sapori. Ace, l’evergreen di arancia, carota e limone, un concentrato di vitamine gustoso e dissetante, perfetto per ogni momento della giornata.

Bianca di nome e di fatto la nuova campana di Costadoro

Un disegno della nuova campana Bianca

Prosegue il cammino green di Costadoro che, fedele al Corporate Social Responsibility Report annuale, nel corso del 2020 utilizzerà per i propri caffè imballi 100% compostabili certificati Ok Compost. Per permettere il loro utilizzo, è stata creata una nuova campana per il caffè in grani: Bianca (Beans In A New Coffee Adaptator), studiata per preservare il prodotto nel migliore di modi: costituisce una totale barriera alla luce e, grazie al suo colore bianco, permette di individuare ogni minima traccia di sporco. È realizzata in Kostate Edge, un materiale che unisce un’ottima funzionalità a una grande semplicità di utilizzo; inoltre e facilita la pulizia, garantendo alti standard di sicurezza certificati Tüv.

I suoi vantaggi in fase di realizzazione sono il risparmio energetico grazie a una minore temperatura di trasformazione dei cicli di stampaggio e un conseguente risparmio dei consumi energetici e dei costi fino al 30% rispetto ad altri materiali analoghi, e la mancanza di scarto: non necessita di essiccazione e permette il recupero dei pezzi difettosi che possono essere inseriti in un nuovo processo produttivo. Il prodotto finito assicura una brillantezza persistente, rigidità e resistenza all’urto e alle rotture, inoltre è antistatico. È omologato per il contatto con gli alimenti secondo Fda (Food and Drug Administration) e la Direttiva Europea EU/2011, nonché garantito da Nsf (National Sanitation Foundation) per il contatto con l’acqua. Non subisce l’appannamento della superficie dopo il contatto con grassi e oli e ha un’elevata capacità di assorbimento dei raggi UV che garantisce la protezione del contenuto; infine può essere lavato in lavastoviglie.

Un sacchetto di Costadoro RespecTo
Un sacchetto di Costadoro RespecTo

Per quanto riguarda le confezioni da chilo, Costadoro ha iniziato ad abbandonare gradualmente i sacchetti in accoppiato (plastica + alluminio) e in latta per sostituirli con i nuovi imballi certificati Ok Compost, che garantiscono un ridotto impatto ambientale grazie al minore impiego di energia per la loro produzione rispetto alle precedenti e alla possibilità di essere smaltiti nei rifiuti organici. Questo avverrà attraverso l’installazione di nuovi impianti per due linee di confezionamento; una scelta che ha richiesto un investimento importante in macchinari e che comporta un maggiore costo degli imballi.

David Rodriguez è il nuovo master distiller di Tequila Patrón

master distiller Patrón Tequila
Da sinistra, David Rodriguez e Francisco Alcaraz
Dopo 50 anni di attività nei quali ha contributo a innalzare gli standard della tequila, Francisco Alcaraz, da 30 master distiller di Patrón, va in pensione. Al suo posto il suo pupillo, David Rodriguez

Storico passaggio di testimone in casa Tequila Patrón. Dopo 30 anni di onorato servizio, il leggendario Francisco Alcaraz va in pensione lasciando il ruolo di master distiller a David Rodriguez.

Un passaggio che però non ha il carattere di una rivoluzione, ma di una successione. Rodriguez è infatti parte del brand di tequila ultra premium del gruppo Bacardi Martini da quasi 18 anni, con il ruolo di direttore generale delle operazioni manifatturiere di Patrón Spirits in Messico. Quasi due decenni nei quali ha lavorato spalla a spalla con Alcazar, che ne è il mentore, nella produzione e approvazione di ogni singolo lotto di distillato creato nella distilleria negli altipiani di Jalisco.

Alcazar, da parte sua, chiude una lunga e straordinaria carriera. Ben 50 anni di attività nel corso dei quali ha dato un notevole contributo a innalzare gli standard della categoria tequila, diventando una vera icona del settore. Ha lavorato con Patrón fin dalla nascita del brand, facendone con la sua arte distillatoria un brand apprezzato in tutto il mondo, con una produzione di 2,8 milioni di casse da 9 litri. I suoi successi vanno dalla creazione e definizione del caratteristico profilo gustativo di Patrón allo sviluppo delle linee base e delle edizioni limitate, senza mai paura di innovare e sperimentare pur nel rispetto della tradizione del distillato. Competenze tecniche e gusto raffinato alle quali si aggiunge la capacità di comunicare: tra gli atri suoi meriti, non va infatti dimenticato l’opera di brand ambassador, che ha favorito l’espansione globale del brand.

«Sono privilegiato ad aver avuto una carriera così gratificante - ha commentato lo storico master distiller -. È giunto il momento di lasciare il comando e non esiste personalità migliore di David Rodriguez per ricoprire il mio ruolo. Sono lieto di lasciare il lavoro di una vita nelle mani di un professionista così appassionato e capace». A Rodriguez, che continuerà a capeggiare anche la sua area, dunque, il compito di raccoglierne e portare avanti l’eredità.

 

 

 

Caffè Goppion dà voce ai baristi e presenta la miscela Hermanos

Arabica e robusta
La famiglia Kraja della Caffetteria Goppion a Rialto

Storie di riaperture, sorrisi, arrivederci, incoraggiamenti: crescono le testimonianze dei baristi che offrono i caffè di Goppion e approfittano degli spazi dati loro su Facebook e Instagram dalla Torrefazione veneta per raccontare come stanno vivendo il post lockdown. «Il progetto social è nato durante il periodo di chiusura degli esercizi - spiega Paola Goppion, responsabile marketing e comunicazione -. In un primo tempo il suo tema è stato “A presto”, che si è trasformato in “Il solito?” quando hanno riaperto i locali. Abbiamo voluto coinvolgere i nostri clienti e fare sentire loro la vicinanza dell’azienda in un momento veramente difficile per tutti. Vuole anche essere uno spazio comune di diffusione e condivisione della propria gioia di lavorare nel mondo della caffetteria, con convinzione e passione, anche in un momento denso di difficoltà». È stato realizzato un format grafico che accompagna l’iniziativa e la rende riconoscibile. «Per noi è un piccolo gesto di speranza che i nostri clienti hanno apprezzato come pure chi ci segue sui social», conclude. Mentre scriviamo i più recenti visi sorridenti che hanno dato il loro saluto sono i componenti della famiglia Kraja, della Caffetteria Goppion a Rialto, una delle più rinomate della città.

La miscela Hermanos
La miscela Hermanos

Frattanto la Torrefazione di Preganziol (TV) ha da poco presentato al mercato la nuova miscela Hermanos composta in parti uguali di Arabica brasiliana Cerrado e di Robusta indiana proveniente dalla regione di Karnataka. Il primo caffè contribuisce con il suo aroma delicato e vellutato, il secondo rende la tazza forte e aromatica, con una leggera speziatura di fondo. «Abbiamo ideato Hermanos – dice Paola Goppion -, per rendere giustizia al caffè Robusta, spesso percepito come meno buono rispetto all’Arabica. Se quest’ultima è indubbiamente la migliore varietà, la Robusta delle volte riesce a sorprenderci, come in questo caso. I nostri tostatori ne hanno scelta una eccellente di provenienza indiana, che dà origine a una miscela corposa e persistente».

La nuova miscela è anche un omaggio alla Hermanos Goppion, la torrefazione fondata nel secondo dopoguerra in Venezuela, nella capitale Caracas, dai fratelli Ottorino e Olivo Goppion.

Affini rilancia il brand Distillerie Subalpine: si riparte dal Fernet

Fernet bottiglia_Distillerie subalpine Affini

Un altro storico marchio italiano della liquoristica torna a nuova vita. Si tratta di Distillerie Subalpine, fondate nel 1920 da un gruppo di imprenditori torinesi, tra i quali alcuni parenti del premio Nobel Rita Levi Montalcini. A rilanciare il brand a un secolo esatto dalla sua fondazione è Affini, il gruppo dei cocktail e tapas bar torinesi, Affini Rivendita 1 e Rivendita 2, nati da un’idea di Davide Pinto.

Un progetto che nasce nel segno della sperimentazione e dell’innovazione. Sotto le insegne del brand viene infatti lanciata una nuova linea di liquori e distillati di alta qualità, che comprende storici liquori della tradizione, rivisitati in chiave contemporanea, e spirit nuovi e originali. Prodotti pensati con un occhio particolare per l’utilizzo in miscelazione, realizzati con ingredienti selezionati e particolari, con una produzione artigianale limitata a piccoli lotti, e messi a punto dai ragazzi di Affini in collaborazione con diverse realtà del territorio piemontese. Un progetto che si sviluppa anche in un’ottica di economia circolare “interna”, grazie alla rilavorazione di materie prime utilizzate nei locali del gruppo, in modo da valorizzarne ogni loro parte, dalle bucce della frutta e delle verdure ai fondi di caffè.

Il primo nato: il Fernet

Primo frutto del progetto è un Fernet, che verrà presentato domenica 9 agosto presso i due locali Affini, in una serata dove verrà proposto in purezza e come ingrediente di interessanti cocktail. «Abbiamo voluto debuttare con un Fernet perché è un amaro dalla grande storia e uno degli emblemi della tradizione liquoristica italiana – spiega a bargiornale.it Davide Pinto -. Insomma, un grande classico, perfetto anche per rievocare i primi decenni del Novecento quando il marchio Distillerie Subalpine prendeva vita».

Il nuovo Fernet (alcol in vol 45%), la cui produzione è stata affidata a un liquorificio alpino della Val di Susa e disponibile in bottiglia da 700 ml o 1 l, è realizzato con una ricetta segreta dove, insieme alle erbe e spezie tipiche di questo amaro, troviamo l’aloe, ingrediente scelto per accentuare e armonizzarne il sapore e per dare un tocco di contemporaneità al gusto dello storico prodotto. Un prodotto che, oltre al classico servizio come dopo pasto, si presta bene anche per l’impiego in miscelazione, tra gli autori della sua formula c’è anche Michele Marzella, bar manager di Affini, a partire da un altro grande classico come l’Hanky Panky per proseguire con originali creazioni di stile contemporaneo. Non a caso sarà protagonista della drink list che Affini lancerà a settembre e che traduce in forma liquida il tema dei millennials.

Ogni due mesi un nuovo prodotto

Ma il Fernet sarà solo la prima referenza Distillerie Subalpine. Il progetto prevede che ogni due mesi, nel rispetto della stagionalità dei prodotti e delle materie prime venga lanciata una nuova creazione. Così in autunno sarà la volta di un’acquavite di canapa, alla quale seguirà un vino ippocratico, preparato utilizzando vino invenduto dello scorso anno e acquistato dal gruppo direttamente dalle cantine della provincia di Torino: una scelta anche questa che risponde alla volontà, che sta alla base di tutto il progetto, di fare rete tra le realtà del territorio e valorizzarne le produzioni.

Altra peculiarità del progetto è la decisione di non affidare i prodotti a una rete di distribuzione, ma di proporre le piccole produzioni artigianali solo nei locali Affini e attraverso il servizio e-commerce sul rinnovato sito del gruppo, nella parte dedicata ai professionisti.

Angelo Poretti 4 Luppoli Lager viaggia sul web

Angelo Poretti 4 Luppoli Lager

Una birra chiara, perfetta per l'estate, come Angelo Poretti 4 Luppoli Lager non poteva che diventare la regina di una serie di masterclass e webinar rivolti a distributori e operatori del settore, organizzata da Carlsberg Italia

A condurre i seminari non poteva che essere un Maestro come il mastro birraio Flavio Boero che, partendo dalle caratteristiche tecniche, ha esaminato le possibilità di servizio della specialità Angelo Poretti, presentata solo un anno fa, ma che ha conquistato velocemente il palato di gestori e clienti.

Evidentemente la mossa vincente è stata il ricorso, come quarto aromatizzante, al luppolo Cascade di origine americana ma coltivato in Italia dalla IHC - Italian Hops Company di Modena. Nella versione americana Cascade è un luppolo dall'aroma floreale, leggermente speziato e dalle note agrumate che ricordano quello del pompelmo. Il particolare terreno e microclima padano conferisce invece al luppolo Cascade una connotazione di note floreali più accentuate e piacevoli.

La scheda di birra Angelo Poretti 4 Luppoli Lager
Stile: lager
Colore: chiaro, paglierino
Aspetto: limpida
Frizzantezza: moderata
Corpo: medio
Amaro: moderato (22 Ibu)
Gradazione alcolica: 5%
Confezioni: bottiglia (33 e 66 cl), lattina (33 cl), fusto (Pet 10 e 20 litri).

I luppoli, la ricchezza di Carlsberg Italia
Con una produzione di circa 1,4 milioni di ettolitri, la filiale italiana di Carlsberg Group (presente in 50 nazioni) oltre a marchi internazionali come Carlsberg, Tuborg, Grimbergen, Kronenbourg 1664, Brooklyn Brewery, ha fatto della famiglia di birre Angelo Poretti (il fondatore del birrificio di Induno Olona, alle porte di Varese, nel 1887, passato alla casa danese nel 2002) un vero protagonista di settore.
Come ci conferma la marketing manager Serena Savoca, utilizzando abilmente le diverse varietà di luppoli internazionali (ora anche italiani), i valenti mastri birrai del Birrificio Angelo Poretti hanno fatto crescere in modo esponenziale la famiglia di birre italiane a marchio Angelo Poretti che oggi è composta da:
Le Originali (3 Luppoli, 3 Luppoli Non Filtrata, 4 Luppoli Lager, 5 Luppoli Bock Chiara, 6 Luppoli Bock Rossa);
Le Stagionali (7 Luppoli La Fiorita, 7 Luppoli La Mielizia);
Le Oltreconfine (9 Luppoli: American Ipa, Belgian Blanche, Bohemian Pils);
Le Bollicine (10 Luppoli Dorata).
Alla crescita della produzione ha contribuito in modo importante anche l'introduzione del sistema di spillatura Draught Master Modular, basato su fusti in Pet riciclabile da 10 o 20 litri, la cui ultima versione digitale permette al gestore un controllo in tempo reale sui consumi e sul magazzino merci (per fascie orarie, quantità erogate, tiolipologia della clientela eccetera).

 

Pernod Ricard lancia il progetto solidale #liftthebar

kit asporto Happy Hour LiftTheBar Pernod Ricard

Per sostenere la ripartenza dei bar, Pernod-Ricard ha lanciato il progetto solidale #liftthebar (Lift The Bar) che si articola in varie iniziative in tema. I locali infatti sono una risorsa per tutti, non solo commerciale ma anche sociale e culturale, e come tali vanno valorizzati e sostenuti dall'ente pubblico come dalle aziende.

My Social Bar è il nome di tre masterclass dedicate ai gestori di locali per meglio utilizzare i canali social, tramite la piattaforma Zoom.

Safeorder.net è la piattaforma che permette di avere 6 mesi di abbonamento gratuito per i migliori clienti Pernod-Ricard. Il bar crea il proprio menu digitale e segnala l'offerta dei propri servizi a cui i clienti accedono dallo smartphone. Con pochi click si ordina e si paga comodamente dal proprio device. Un servizio che permette di ridurre assembramenti, contatti diretti con il personale, code alla cassa. La piattaforma permette anche l'attivazione del take away con notifiche sms.

Sempre a proposito di take away, Pernod-Ricard ha creato il funzionale kit d'asporto Happy Hour monouso, un vassoio con portabicchiere e vaschetta per finger food e tutto ciò che può servire per un apertivo o tramezzino. Non manca anche un kit di bicchieri brandizzati con le più note marche di alcolici della multinazionale francese, come Beafeater London Dry Gin, Absolut Vodka, Rhum Havana Club, Jameson Irish Whiskey.

Infine, per tutta l'estate girerà l'Italia l'Ape Car Malfy Gin, parcheggiando in alcuni dei locali delle più rinomate località estive, opermettendo ai locali interessati di "allargare" la superficie del proprio bar e di avere un ulteriore punto cocktail. Per ogni tappa (sei giorni) Pernod-Ricard mette a dispopsizione un barman per sollecitare la curiosità dei clienti con una propria drink list estiva firmata Malfy, il gin italiano superpremium, in collaborazione con Acqua Brillante Recoaro.

Per rimanere aggiornati sul progetto #Liftthebar, sulle masterclass My Social Bar e sulle tappe dell'Ape Car Malfy Gin basta seguire la pagina Instagram @pr_bartenderexperience o sul nuovo sito prexperience.it

Bonfissuto, la pasticceria che raccoglie fondi per piantare pistacchi

I panettoni al pistacchio dei fratelli Bonfissuto

Iniziativa insolita e particolare, quella della pasticceria Bonfissuto gestita dai fratelli Vincenzo e Giuliano Bonfissuto, a Canicattì (Ag). A poca distanza dal loro laboratorio hanno scovato delle piante di pistacchio di una specie autoctona e in stato di semi abbandono. Bene: vogliono riportarle in vita e creare il primo pistacchieto della zona, di 800 mq in aperta campagna, tra vigneti e mandorleti. Le piante di pistacchio

Piante e assaggi di Sicilia

Per farlo - e per diventare autosufficienti nella produzione del loro panettone al pistacchio - hanno avviato un progetto di crowdfunding su kickstarter.com. L'occasione è buona per fare anche... buona comunicazione dell'offerta della pasticceria. Ci sono più di 10 modalità per sostenere il progetto: chi è interessato può fare una semplice donazione libera, da un minimo di 30 euro per ricevere a casa (e in tutto il mondo) il lievitato al pistacchio fino a 1.000 euro per adottare un massimo di 70 piante di pistacchio. Ci sarà una targhetta con il nome del donatore per ogni albero, un omaggio di 12 panettoni e un'esclusiva giornata di esperienza nell'azienda dolciaria comprensiva di pernottamento e degustazioni. I "coltivatori virtuali" dei 70 pistacchi potranno assistere a distanza all'impianto del loro albero, con la possibilità di attribuirgli un nome. Potranno anche monitorare la crescita, la fioritura, il raccolto di ogni singolo pistacchio e infine della sua trasformazione ed utilizzo.

I panettoni al pistacchio dei fratelli Bonfissuto

«Rischiamo di perdere un patrimonio unico»

Spiegano i due fratelli titolari della pasticceria in una nota: «Il laboratorio dove ci siamo recentemente spostati per ragioni di spazio è un terreno collinoso e calcareo che intorno agli anni Venti del Novecento chiamavano "la fastuchera di contrada giuliano". Zona vocata per la coltivazione di pistacchio, ma oggi quasi persa. Probabilmente una coltivazione che è stata abbandonata nel tempo perché meno produttiva e con più difficile manutenzione dell'uva da tavola coltivata in queste zone. Stiamo rischiando di perdere un patrimonio culturale e agroalimentare unico». Da lì l'idea di salvare le piante grazie ai clienti che vorranno partecipare.

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