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Coca-Cola Hbc Italia ha scelto Miles Karemacher come nuovo general manager

miles karemacher Coca-Cola Hbc Italia
38 anni, australiano, il nuovo general manager ha iniziato il suo percorso nel Gruppo Coca-Cola Hbc proprio nell'azienda italiana. Dopo 4 anni in Irlanda, il ritorno con il compito di rafforzare il ruolo della società come total beverage partner

È Miles Karemacher il nuovo general manager di Coca-Coca Hbc Italia, principale produttore e imbottigliatore delle bevande a marchio The Coca-Cola Company nel nostro Paese.

38 anni, australiano, Karemacher subentra nell’icarico a Frank O’Donnell (leggi Frank O’Donnell nominato nuovo general manager di Coca-Cola Hbc Italia), a sua volta nominato direttore della regione commerciale che comprende Adria, Bulgaria, Grecia e Cipro, Macedonia del Nord, Romania, Serbia e Montenegro e Ucraina-Armenia-Moldavia.

Per il nuovo general manager la nomina rappresenta un ritorno nella Penisola, dove aveva preso il via la sua carriera nel gruppo Coca-Cola Hbc. Karemacher era infatti entrato in Coca-Cola Italia Hbc nel 2016 nel ruolo di commercial excellence director. Dal 2019 a oggi è stato general manager di Coca-Cola Hbc Irlanda e Irlanda del Nord. Mentre in precedenza ha lavorato in SABMiller, ricoprendo diversi ruoli senior in ambito commerciale e finanziario, tra i quali quello di global head of revenue growth management.

Rafforzare il ruolo di total beverage partner

Con il nuovo incarico al manager è stato affidato il compito di rafforzare la crescita sostenibile dell’azienda nel nostro mercato, contribuendo insieme agli obiettivi del Gruppo.  Karemacher si trova a capo di una realtà che conta quasi 2.000 persone, suddivise nei sei stabilimenti della società in Veneto, Piemonte, Abruzzo, Basilicata e Campania, nell’headquarter di Sesto San Giovanni, e una delle forze commerciali più grandi del Paese.

«Sono lieto di tornare in Italia, Paese nel quale ho cominciato la mia esperienza professionale all’interno di Coca-Cola HBC, in un momento caratterizzato da grande dinamismo nel settore e grandi opportunità, dopo anni di incertezze – ha commentato il nuovo general manager in una nota che annunciava la sua nomina -. Il mio impegno sarà rivolto non solo a rafforzare il nostro ruolo di total beverage partner 24/7, ma anche ad accelerare gli sforzi verso una reale economia circolare, massimizzando gli investimenti nel Paese in chiave di sostenibilità».

Drink Team 2023, vi presentiamo la nuova squadra

I profili dei 13 professionisti che ci accompagneranno per i prossimi mesi sulla nostra rivista, con le loro ricette ispirate ai trend della miscelazione

Facciamo le presentazioni, finalmente. Nella gallery che trovate qui sotto conosciamo insieme i volti e le storie dei 12 (anzi, 13) membri del Drink Team 2023-2024, i professionisti della mixology che si confronteranno con noi e con i lettori per i prossimi mesi, proponendo le loro ricette sulla nostra rivista.

Cocktail al passo con i tempi

Ricordiamo il tema scelto per l’edizione di quest’anno. Abbiamo scommesso su dieci tendenze macro nel mondo della miscelazione, i dieci trend più cari alle nuove generazioni e che meglio definiscono che cosa significhi proporre cocktail al passo con i tempi e con le esigenze di un mercato sempre più rapido nelle sue mutazioni e fluido nella sua consistenza.

Le 10 tendenze che abbiamo individuato a inizio anno sono diventate 10 hashtag con altrettanti drink, presi ed esempio ed elevati a rappresentanti di quelle tendenze. Ai membri del Drink Team chiediamo di interpretare quei dieci grandi “movimenti” nel mondo dei cocktail. Voi bartender potrete trovare la giusta ispirazione per replicare questo lavoro di creatività nella vostra realtà.

Le dieci tendenze della mixology

Facciamo un incoraggiamento ai 12 campioni (in realtà 13, abbiamo anche una coppia quest'anno) e riepiloghiamo, per chi se li fosse persi, i 10 hashtag legati ai 10 trend, nell’ordine in cui usciranno sui prossimi numeri di Bargiornale: #healthy, #quelfenomenodigin, #ifiglidelvino, #aprovadambiente, #lowabv, #gastrodrink, #doitbitter, #readytodrink, #foreveryoung, #revival’80-’90.

1. Emanuele Bruni

Classe 1987, è un barman con esperienza decennale, ha lavorato da Freni & Frizioni, La Punta Expendio de Agave, Mad Dog Social Club, Sanctuary Eco Retreat. Poi come brand ambassador per Molinari. Oggi opera come consulente.

2. Luca Bruni e Antonio Tittoni

Menti ad alto tasso di creatività nella provincia di Rieti. Tittoni è il proprietario e bar manager del Depero Club. Al suo fianco, Luca Bruni con la sua miscelazione concettuale in chiave “pop”.

3. Matteo Calcagno

Formazione tradizionale per Matteo: istituto alberghiero e poi tanta gavetta. Ha lavorato in diverse realtà, dal bar diurno alla discoteca, fino al cocktail bar. Da due anni è al bancone del the Balance di Savona.

4. Samuele Campanini

35 anni, lavora dietro un bancone da 15 anni ed è titolare e bar manager dei suoi locali, il Jigger spiriti & cucina e il Rookie di Reggio Emilia. È anche produttore di liquori e spirit con la sua società.

5. Alberto Corvi

30 anni, dopo esperienze nelle pubbliche relazioni decide di dedicarsi a tempo pieno al mondo dell’ospitalità. Prima esperienza significativa a Barcellona, poi l’incontro con il The Doping Bar a Milano, del quale è bar manager.

6. Edris Al Malat

Trentenne nato a Verona, trasferitosi a Milano quattro anni fa, è bar manager del Dry Milano. Si definisce un amante dei drink puliti e minimali e un “fissato” del ghiaccio come ingrediente chiave per la qualità dei drink.

7. Giuliana Giancano

Ha studiato fisica, ma ben presto la sua passione si è indirizzata verso la mixology. Co-proprietaria del Pout Pourri Vintage Cafè di Torino, il suo lavoro di ricerca la porta verso i temi della sostenibilità e della lotta allo spreco.

8. Umberto Oliva

Primo impiego al Vicolo 33 a Messina, poi al Lepanto, poi lo Sky Bar Martini sull’isola di Vulcano e il cocktail bar Aspro nel ristorante stellato di Nino Rossi, Qafiz. Oggi Umberto è bar manager del Bella Milano e racconta la Calabria nei suoi drink.

9. Iolanda Prisco

Oggi lavora in Audioteca, a San Giorgio Cremano (Na), locale di cucina fusion, tra drink e vinili. È nel settore da 10 anni, ha lavorato in tante realtà di Napoli ed è stata bar manager alle Cantine sociali.

10. Nico Sacco

Nel settore da un decennio, ha collaborato con chef stellati come Cristina Bowerman, Gianfranco Vissani, Iside De Cesare, curando le aperture dei rispettivi cocktail bar. Oggi è bar manager del Dem di Pavia.

11. Edoardo Sandri

Classe 1984, è Head bartender dell’Atrium Bar di Firenze, dove guida un team di 10 persone e coniuga tecnica moderna e servizio raffinato. Bartender dell’anno ai Barawards 2022, è stato fra i primi ad affinare in botte il Negroni.

12. Antonino Sciortino

Classe ‘89, originario di un piccolo paese dell’entroterra siciliano, nel 2019 approda nel team di Luca Manni presso il The Social Hub di Firenze. Poi passa al Locale e al Torre Aurora di Monterosso al mare (La Spezia). Attualmente è tornato a Firenze dove lavora come capo barman del Caffè Concerto Paszkowski.

Fare squadra: chi ha detto sia semplice?

Foto AdobeStock
Fiducia, condivisione, affiatamento, unità d'intenti: sono gli ingredienti selezionati da un gruppo di Senatori del Drink Team nella ricerca del cocktail perfetto che renda la relazione tra imprenditore o manager e dipendente (ben) funzionante

La ricetta perfetta, probabilmente, non esiste. Ma per ottenere un buon risultato, alcuni ingredienti sono imprescindibili: fiducia, affiatamento, condivisione, unità d’intenti, alchimia. Ma anche il sempreverde “patti chiari, amicizia lunga”, a sancire che ognuno deve fare la propria parte, imprenditore e/o bar manager da una parte e dipendente dall’altra, con responsabilità e onestà da entrambe le parti.

È il condensato delle riflessioni emerse dall’incontro andato in scena a Mixology Experience sul tema “Costruiamo insieme la ricetta perfetta: come creare una sintonia proficua tra imprenditore, bar manager e bartender”, che ha avuto come protagonisti un gruppo di Senatori del Drink Team.

Un momento dell'incontro andato in scena a Mixology Experience

In questo condensato trovate le loro testimonianze, nell'articolo completo (potete scaricarlo qui) anche quelle di un gruppo di esperti che abbiamo coinvolto successivamente per arricchire le considerazioni su un tema che sta a cuore a tutti e che, di questi tempi, toglie non pochi sonni a chi è all’affannosa ricerca di persone valide per integrare staff spesso lontani dall’ottimale sia in termini numerici che di qualità delle risorse.

Prima la persona, poi il professionista

Il primo elemento che è emerso è come sia cambiata la ricerca del collaboratore giusto: perché si cerca la persona, più che il professionista. Le parole chiave qui sono «Attitudine, predisposizione, passione e dedizione» come afferma Renato Pinfildi, contitolare e bar manager del Café du monde di Caserta.

«Cerco l’occhio che brilla» riassume efficacemente con un’immagine Terry Monroe, titolare di Opera 33 a Milano.

Dopodiché la professionalità la si costruisce, con tempo, pazienza, formazione, trasmissione di saperi. Tanto più se ci si trova in un team collaborativo, guidato da un vero leader desideroso e capace di trasmettere i propri saperi e la propria esperienza.

Ovviamente, le basi giuste per creare una relazione proficua le deve mettere l’imprenditore o il bar manager: «Bisogna prima di tutto trasmettere l’anima del locale - sostiene Mattia Corunto, che oggi si dedica alla consulenza -, far capire il progetto e il percorso che si vuole tracciare insieme. Le persone devono sentirsi parte di una famiglia e avere la tranquillità economica e psicologia sufficiente per fare i propri passi nella vita. Difficilmente una persona va via da un posto dove si trova bene».

Regole chiare, ruoli chiari

Gian Maria Ciardulli, bar manager del Donna di cuori di Cecina (Li), sottolinea l’importanza della correttezza: «Troppo spesso, a maggior ragione nelle attività stagionali, i ragazzi lamentano rapporti poco chiari o poco onesti: turni di lavoro che arrivano a essere fino al doppio delle ore pattuite, pagamenti in nero, inquadramenti a livelli più bassi del dovuto. Molti sono sottopagati: ed è la ragione principale per cui cambiano. Dopodiché, spetta all’imprenditore trasmettere stimoli umani e professionali adeguati alle persone che lavorano per e con lui».

«È fondamentale avere ruoli precisi e regole precise - afferma Federica Geirola, bar manager del Rooftop Jim’s Bar a Roma -, anche per evitare che si sfrutti il personale esistente quando è l’organico è sottostaffato».

Trasmissione di saperi, formazione, motivazione e guida sono i compiti che un imprenditore dovrebbe assumere nei confronti dei propri collaboratori. Insieme alla responsabilità di costruire «un ambiente di lavoro il più possibile sereno - afferma Vanessa Vialardi, titolare del D.One di Torino -, considerando che i colleghi di lavoro sono probabilmente le persone con cui passiamo il maggior numero di ore della nostra giornata». Al D.One questo si traduce in un ambiente «informale, dinamico, adulto, fondato sulla responsabilità e sulla condivisione, dove le persone conoscono il proprio ruolo e hanno l’intelligenza di comprenderne diritti e doveri connessi».

L'importanza della reciprocità

Cinzia Ferro, titolare dell’Estremadura Cafè di Verbania, pone l’accento sulla reciprocità su cui si deve fondare una sana relazione di lavoro: «Il mio compito, da imprenditore, è mettere a disposizione le mie competenze e dare a chi lavora con me gli strumenti, il tempo e le opportunità per costruirsi la propria professionalità. Do molto, ma pretendo anche che le occasioni fornite si traducano in contributi di valore: ognuno deve portare la propria visione e mettere la sua fantasia, la sua creatività le sue qualità al servizio della squadra». Della serie: io ti do gli strumenti che ti servono, ma spetta a te utilizzarli al meglio. E qui tornano i temi dell’“adultità” e della responsabilità già sottolineati prima.

Un messaggio che Andrea Simeoni, componente del Drink Team uscente e membro dello staff di Cinzia Ferro, ha dimostrato di aver fatto suo: «Per chi è all’inizio, avere qualcuno che ti fa vedere una strada, un percorso è fondamentale. Così come serve per crescere qualcuno che continui a sottolineare il perché delle cose. Dopodiché spetta al singolo metterci l’impegno e la dedizione per studiare, approfondire, imparare e far proprie le cose. Solo così si riesce a dare anche il proprio contributo. La capacità di curare i dettagli è quello che fa la differenza, ma occorre tempo per acquisirla».

L'imprenditore come guida

Pazienza e tempo, insieme all’ascolto, sono gli ingredienti chiave - per Samatha Migani, anima dell’Hawaiki di Bellaria Igea Marina (Rn) - per creare «l’alchimia e l’armonia che ci permettono di portare il cliente nel nostro viaggio nel mondo tiki». Lei si ritaglia il ruolo di «capitana della nave, coach, motivatrice, guida spirituale» della “ciurma”, per permetter loro di «dare il massimo, di andare oltre, di imparare a viaggiare con le loro gambe».

Sulla stessa lunghezza d’onda Joy Napolitano, titolare del The Barber Shop di Roma, che interpreta il suo ruolo come quello di un capitano (nel suo caso di una squadra di calcio: non per niente ha chiamato il suo cane Rudi Völler, indimenticato centravanti della Roma): «Cerco di trasmettere la mia esperienza ai ragazzi: non insegno a fare i drink, ma passo loro quello che imparato di questo lavoro in anni dietro al bancone».

L'attenzione al clima (l'altra faccia della sostenibilità)

Uno degli aspetti che è tornato fuori più volte nel corso della chiacchierata è l’impegno di tutti nel pensare, progettare o improvvisare esperienze condivise che coinvolgono tutti i componenti del team, sia lavorative che extra lavorative. L’obiettivo? Conoscersi («come persone, oltre che come colleghi» hanno detto in molti) e creare affiatamento.

Masterclass, visite a produttori, partecipazioni di gruppo a fiere sono le attività lavorative messe in pista un po’ da tutti, insieme alle serate in cui «si va tutti insieme a bere da qualche collega» che rappresentano un perfetto anello di congiunzione tra il dovere e il piacere.

E poi spazio alle attività che in gergo tecnico si chiamano team building ma che a sentirle raccontare è meglio tradurre con un «facciamo qualcosa di divertente e di piacevole tutti insieme». Qui ognuno si sbizzarrisce a suo modo, dando prova di saper applicare la creatività ben oltre il bicchiere: dai tornei di ping-pong alle grigliate, dalla giornata a Gardaland alla domenica allo stadio tutti insieme.

L'equilibrio vita privata-lavoro, il nuovo mantra

Sullo sfondo della discussione, ha aleggiato un fantasma che si aggira per i bar di tutta la Penisola: il cosiddetto Talent Shortage, un modo elegante per dire che non si trova personale, tanto meno capace.

Una questione che va ben oltre il nostro (piccolo) mondo: « Negli ultimi anni, in Italia così come nel resto del mondo, è cambiato in modo sostanziale ciò che le persone cercano dal lavoro, non solo nell’horeca ma in tutti i settori - spiega Ilaria D’Aquila, People & Culture Director di ManpowerGroup Italia, uno dei colossi mondiali nel campo delle risorse umane -. Dal nostro studio “The New Human Age”  emerge che il 30% delle persone desidera un maggiore equilibrio tra vita e lavoro, il 19% più sicurezza occupazionale e l’11% vuole un lavoro in linea con le proprie passioni. Le persone, dunque, sono alla ricerca di datori di lavoro che riconoscano l’importanza di un work/life balance più sano, e che li aiutino a raggiungerlo. Si tratta di una tendenza che va al di là dell’età e del genere, sicuramente accelerata dalla pandemia, ma che era già in atto da tempo. Anche i più giovani rientrano all’interno di questa tendenza, con una particolare attenzione all’impegno che le aziende profondono sui temi legati alla sostenibilità e all’inclusione, che risultano elementi decisivi nella scelta del posto in cui lavorare».

Una sfida non facile per un mondo, quello del bar, dove l’impegno e la dedizione sono parte integrante – insieme alla passione – del lavoro: «La questione in effetti è complessa – afferma D’Aquila - ma è importante ascoltare le esigenze di chi lavora. Una giusta distribuzione degli orari, un buon equilibrio tra lavoro e riposo, il riconoscimento dell’impegno e della crescita diventano elementi essenziali per attrarre e trattenere le persone. In particolare, per la Generazione Z, che entro il 2025 costituirà il 27% della forza lavoro globale, è importante essere in grado di risultare attraenti e interessanti. Si tratta di una generazione che ha aspettative sempre più alte, sia per quanto riguarda aspetti come flessibilità e attenzione alla crescita e al benessere del dipendente, sia su temi come Diversity, Equity, Inclusione Belonging (Deib) e Climate Change».

La ricetta perfetta, quindi, va costruita insieme: «Credo che stabilire un dialogo tra le imprese e le persone che le compongono – conclude l’esperta - sia il tema cruciale per cercare di andare incontro alle nuove esigenze: la formazione, l’attenzione al benessere e alla salute, la condivisione di valori, un clima sano saranno gli elementi chiave su cui costruire una relazione proficua».

L’aperitivo a Milano? Ci sta!

L’aperitivo a Milano: quando la tradizione si fa cocktail. Questo è stato il tema di un incontro che ha portato per la prima volta sul palco di Mixology Experience alcuni dei nomi più noti della scena milanese: Maurizio Stocchetto per il Bar Basso, Tommaso Cecca per il Camparino in Galleria, Francesco De Luca per il Gin Rosa di San Babila, Giuseppe Gattullo per la Pasticceria Gattullo, Marco Esposito per Matricola Milano 1929 e Angelo Corbetta, portabandiera dell’Harp Pub Guinness - since 1976

Una premessa. Oggi ci troviamo nella platinum age del cocktail. E, per molti versi, nel periodo migliore per l’aperitivo. Se il caro vecchio spot anni Ottanta osannava la Milano da Bere, oggi siamo nella città dove è più comune sentir dire “andiamo a far l’aperitivo” che “andiamo a cena”. Andare a fare l’aperitivo è diventato un mantra transgenerazionale, un sentire comune dai più giovani ai più maturi. Non è sempre stato così. Prima degli anni Novanta (la cosiddetta Dark Age) il cocktail era visto come uno stile di bere elitario, un fenomeno esogeno. In discoteca si bevevano long drink, tanti chupiti, “cervelli di scimmia”. Ma tutto questo succedeva la notte. In questo sali e scendi delle mode, da questa giostra, non sono mai scese (tranne qualche stop momentaneo) alcune culle storiche dell’aperitivo.

Bar Basso: le origini dell'aperitivo moderno

Siamo qui per raccontarli attraverso le loro testimonianze. Perché la storia dei bar è certamente più affascinante di quella dei singoli cocktail. Del Bar Basso di Milano tutti sanno che è il luogo di nascita del Negroni Sbagliato, ma al Bar Basso si va perché rappresenta un’idea, per la sua atmosfera, per le persone che lo animano ogni giorno: Maurizio Stocchetto, i suoi barman, i camerieri, gli ospiti. Perché il bar è quella cosa fatta per metà da chi lo vive e per l’altra da chi lo fa e lo gestisce. «La grande impresa che fece mio padre Mirko - spiega Maurizio Stocchetto - fu quella di rilevare il Bar Basso da Giuseppe Basso. Lui che aveva lavorato nelle grandi strutture di Venezia e poi Cortina, fu tra i primi barman a portare il concetto e lo stile di servizio tipici dell’hotellerie all’interno di un bar comune. Trasformò un bar di strada in un salotto da grand hotel. La sua tessera Aibes era la numero 52 e, per quello che so, fu tra i primi barman Aibes a lavorare in un contesto diverso dall’albergo. Il Bar Basso diventò luogo di suggestioni. Ci girarono alcune scene del sequel di “Emanuelle” con Erika Blanc e fu il set, negli anni Settanta, per uno spot della Toyota». Ma fu anche il luogo dove spuntò il famoso bicchierone. «I cocktail non erano così diffusi quando mio padre rilevò il Bar Basso. Il bicchierone era ed è uno dei nostri segni distintivi». E sono stati tra i primi a lavorare grandi pezzi di ghiaccio per usarli nei drink. «Negli anni Sessanta il ghiaccio non era diffuso. Nei cocktail si centellinava. Ai ristoranti venivano forniti grossi blocchi per tenere in fresco i cibi. Noi iniziammo a prendere queste lastre e a tagliarle con la motosega per fare cuboni, ma anche cubetti».

Camparino in Galleria, un monumento vivente 

Ci si ricorda delle città per le sue vie, piazze, monumenti, ma anche per le sue cattedrali del bere. Come il Camparino in Galleria. C’è un quadro dal titolo “Rissa in galleria”, dipinto da Boccioni nel 1910 e oggi esposto alla Pinacoteca di Brera che ha una forza sublime. In sé esprime tutta la tensione e il dinamismo tipici del Futurismo. Descrive, si dice, l’assalto alla buvette di Gaspare Campari. «La prospettiva è ingannevole - sottolinea Tommaso Cecca, portavoce del Camparino -. Da quello che sappiamo il dipinto raffigura l’assalto al Caffè Campari che si trovava dall’altro lato della Galleria. Non al Camparino. Già allora si diceva “ci vediamo al Camparino”. Il bar era parte della toponomastica. La Galleria era, tra fine Ottocento e primi del Novevento, il primo “mall” milanese ed era la passerella prediletta dai cittadini. Il nostro bar, dove si serviva solo e unicamente Campari o Campari e seltz, piaceva per i suoi soffitti alti, ariosi e con decori di pregio. Il restauro del Bar di Passo è durato solo 60 giorni. Tempo di pulire le tessere del mosaico e dare maggiore rigore all’ambiente. Con l’orologio che non ha mai smesso di funzionare, il legno del banco e lo stagno del top».

Lo stagno? «Sì - continua Cecca - lo stesso materiale che trovate anche al Bar Basso. Ci sono passati migliaia di clienti e lo stagno è sempre lì. Non si rovina come l’acciaio e con l’uso assume una tonalità patinata molto affascinante. Howard Schultz ha dichiarato in un paio di recenti interviste che l’illuminazione per aprire i suoi primi Starbucks la ebbe proprio passando dal Camparino. Era il 1983. Per lui il Bar di Passo rappresenta un modello di retail. Uno entra, non attende troppo, ha a disposizione una proposta molto ampia, consuma e se ne va».

Gattullo, sguardo dritto al futuro 

Il segreto dei locali storici ha due fattori chiave. Da un lato il legame con la tradizione, dall’altro l’arte del saper guardare avanti. Generazione dopo generazione, pur conservando saldo il Dna, la bottega storica è in grado di proiettare il suo sguardo verso il futuro. Se ne è parlato con Giuseppe Gattullo, terza generazione della Pasticceria Gattullo, uno di quei locali come Taveggia, Cova o la Pasticceria Cucchi, dove puoi fare un’esperienza a trazione integrale. Dall’alba al tramonto. Gattullo ci mostra una foto della pasticceria con l’attore Lino Toffolo in primo piano dietro al banco. «Da noi venivano tutti gli attori del Derby: Renato Pozzetto, Diego Abatantuono, Teo Teocoli. Tutto è iniziato nel 1961 con una pasticceria da quattro vetrine aperta da mio nonno Peppino. Nel 1965, con mio padre, il locale ha iniziato a proporre anche l’aperitivo. Che allora consisteva nel bianchino o nello spruzzato. I cocktail arrivarono solo tra gli anni ’70 e ’80. Negli anni Ottanta iniziammo ad allestire il banco per l’aperitivo. C’era un piccolo buffet con patatine, il bicchierone stile Bar Basso con le olive o i grissini e soprattutto la nostra pasticceria salata».

Gin Rosa, un pezzo di storia 

Tra le testimonianze c’è quella di Francesco De Luca, che alcuni fa ha rilevato uno di quei luoghi che dimostrano che i bar non sono solo spazi di consumo, ma luoghi di senso. Quando c’è un bar, c’è vita. Quando il bar non c’è più è più facile trovare la malavita. Con il suo Gin Rosa di San Babila, De Luca è stato capace di far risorgere una galleria moribonda nel cuore della Milano della moda. «Da operatore del settore, da sempre e con grande soddisfazione nel business, ho sentito il dovere di riportare alla luce sia l’aperitivo storico Ginrosa sia questo locale fondato nel 1820. Per me è stato soprattutto un atto d’amore: non volevo far morire un pezzo importante della storia di Milano. Il nome originale era la Bottiglieria del Leone. Così abbiamo avviato un lavoro di ricerca, coadiuvato dal supporto di storici, sulle tracce del passato di questo locale. Scoprendo che l’insegna Gin Rosa esiste dal 1931. Quanto all’origine dell’aperitivo Ginrosa tutto parte da un’imprenditrice e benefattrice originaria di Oleggio. Parlo di Annunciata Bourné. Fu lei, vissuta tra il 1844 e il 1913, ad avviare la produzione del nostro aperitivo in rosa pensato per il pubblico femminile. Se Campari lo fa rosso, noi lo faremo rosa e più leggero, disse la signora Bourné. Fece un grande successo tanto che, alla sua morte, non avendo figli, lasciò tutto in beneficenza alla comunità di Oleggio».

Harp Pub Guinness e Matricola, case (non solo) degli studenti 

Non solo cocktail bar, pasticcerie, ma anche i pub sono luoghi per consumare l’aperitivo. Dal Bar Magenta al Matricola, all’Harp Pub Guinness, il pub è stato uno dei luoghi dove generazioni di universitari si sono trovati per brindare. C’è un universitario che frequenta l’ambiente del Politecnico dal 1976, ma non si è mai laureato. Parliamo di Angelo Corbetta, patron dell’Harp Pub Guinness, in piazza Leonardo da Vinci, proprio davanti all’ateneo. «L’aperitivo a Milano - ricorda Corbetta - è iniziato col Bar Basso. Ricordo Mirko Stocchetto che accompagnava i suoi drink con una rosa. Altri tempi, ma allora faceva davvero effetto. E poi, il suo Mangiaebevi, una delle specialità più amate di Casa Stocchetto. Poi sono arrivati gli anni Settanta e le modalità di bere divennero due. O si sceglievano drink leggeri come il Bellini o Rossini rigorosamente preparati con Champagne e non con Prosecco. Oppure si andava sui classici da aperitivo. Certo, il Negroni per esempio, era un’altra cosa. Veniva preparato per metà con gin, per tre terzi con bitter e per due terzi con vermouth. Gli anni Novanta, per me, rappresentarono il tracollo. Con il trionfo dell’apericena, gli shottini, il cervello di scimmia e chi, per farsi notare, faceva fuoco e fiamme, in senso letterale, dietro al bancone». E oggi? «Si sta meglio di ieri. C’è una parte della nuova generazione di bartender che ha saltato a piedi pari la nostra.  Sia a livello tecnico sia in materia di conoscenze merceologiche. Negli anni Settanta, anche in Aibes, c’era chi non sapeva riconoscere la differenza tra un rye e un Canadian whisky.»

Poco distante, sempre in zona Città Studi a Milano, troviamo il Matricola. Oggi diretto dalle mani esperte di Marco Esposito. Il Matricola è un pub storico che ha iniziato la sua storia nel 1929 come un semplice bar. Passato attraverso diverse proprietà nel corso degli anni, in ordine Mazzoni, Perotta ed Egi, è diventato un luogo frequentato e popolare, attirando giornalisti, scrittori, studenti universitari e personaggi noti. Giornalisti e scrittori della vicina Rizzoli spesso facevano visita. Personaggi noti come lo scrittore Guareschi, la Fallaci che ballava al jukebox e il pilota Ferrari Lorenzo Bandini dal garage di via Plinio erano tra i frequentatori. Ovviamente, c’erano anche molti professori dell’università. Negli anni ‘60 sono stati introdotti gli aperitivi, con birra alla spina, pizza, gelato e specialità siciliane. Il Matricola era rinomato per la sua selezione di birre. Negli anni ‘70 il pub ha affrontato periodi difficili, compresi attentati terroristici, che hanno portato alla sua chiusura. Tuttavia, nel 1992, è stato acquistato da Carmelo, che lo ha trasformato nel primo Irish pub di Milano.

Il locale è rimasto molto frequentato e ha sviluppato una solida reputazione. Nel 2010, il Matricola è diventato di proprietà di una società e ha mantenuto la sua tradizione di offrire una vasta selezione di birre, con una crescente attenzione alla birra artigianale. La qualità delle birre e dei prodotti offerti è diventata una priorità, e sono state organizzate degustazioni per educare il pubblico. Oltre alle birre, il Matricola si è concentrato sulla cucina, offrendo piatti di qualità per l’aperitivo. Il pub mira a creare uno spazio di socializzazione sano e stimolante, contrastando l’approccio superficiale al bere e ai cocktail scontati. «L’obiettivo - conclude Marco Esposito - è far apprezzare le cose belle e promuovere la moderazione. Il Matricola si impegna a rimanere fedele alla sua storia e alle storie delle persone che lo hanno attraversato nel corso degli anni. Il pub è un luogo dove si può trovare autenticità e un senso di comunità. Si cerca di offrire un’esperienza che nutra la mente, il corpo e l’anima, guidando le persone verso una vita consapevole, lontano dalle distrazioni dei social media».

Progettare locali di successo: torna il corso HoReCa Workshop

HoReCa Workshop
A Milano, dal 23 al 25 giugno, la nuova edizione del corso dedicato a progettisti e imprenditori del fuoricasa. Ancora disponibili posti (anche con riduzioni del 50%)

Fornire nuove idee e competenze per disegnare, progettare e realizzare locali che sappiano interpretare i nuovi consumi. È quanto offre la nuova edizione di HoReCa Workshop – Ideare, progettare e ristrutturare ristoranti, bar e locali di successo, il corso di alta formazione di Milano Business School, in programma da venerdì 23 a domenica 25 giugno a Milano.

Dedicato ad architetti, progettisti e imprenditori del fuori casa, il corso punta ad approfondire i nuovi linguaggi della progettazione di bar, ristoranti e hotel e le nuove tendenze internazionali nel campo dei locali pubblici e del retail, ma con un forte orientamento pratico operativo.

HoReCa Workshop è infatti concepito per avvicinare il mondo dell’architettura d’interni e il mondo del marketing, facendo interagire i protagonisti della progettazione e gli imprenditori, ampliando il bagaglio di competenze dei professionisti con nuove conoscenze che questi possano subito mettere subito in pratica nell’ideazione, ristrutturazione e nell’arredamento degli spazi del fuoricasa. Ai progettisti il corso fornisce nuove idee di business, soluzioni concrete e stimoli per l’evoluzione della loro professionalità. Agli imprenditori gli elementi strategici per comprendere meglio la complessità e l’importanza del progetto, dagli interni all’organizzazione degli spazi.

Il piano didattico

Il piano didattico di Horeca Workshop prevede un ciclo di lezioni in aula, della durata complessiva di 24 ore divise nelle tre giornate (8 ore per giornata), nelle quali verranno illustrati i più attuali risultati di ricerca internazionale sui temi dell’architettura d’interni e del marketing.

Più nello specifico, al centro delle lezioni saranno in particolare gli aspetti della progettazione, dell’arredamento, dell’illuminazione, dei materiali, con approfondimenti sulla percezione visiva, l’utilizzo del colore, in sintonia con il posizionamento del locale, e la sostenibilità, tema ormai imprescindibile nella progettazione di un locale, senza trascurare il rapporto con il committente e il mercato.

Le lezioni sono curate e tenute da docenti esperti del settore, quali architetti, imprenditori e professionisti di esperienza internazionale e diretta nel mondo del fuoricasa. A loro si aggiungono rappresentanti di aziende partner del corso, che terranno brevi interventi incentrati sul rapporto tra prodotti, innovazione, mercato, e illustreranno alcune soluzioni concrete e funzionali per la progettazione.

Inoltre, i partecipanti potranno arricchire il loro percorso con una visita con i docenti in alcuni bar, ristoranti e hotel di Milano per un’analisi diretta e critica delle trasformazioni in atto, delle esigenze del pubblico e delle potenzialità di un approccio diretto al rapporto strategico tra architettura e marketing (la visita si terrà il venerdì o il sabato dalle ore 18.30 alle ore 21.30, e il suo costo, 200 euro più Iva, non è compreso in quello del corso).

Come partecipare a HoReCa Workshop

HoReCa Workshop si svolge presso la Sala Duomo al 2° piano dell’Hotel de la Ville in via Hoepli 6 (a due passi da piazza Duomo) a Milano, da venerdì 23 a domenica 25 giugno, tutti i giorni con orario 9.15-13.30 e 14.15-18.30. La partecipazione è limitata a massimo 30 persone. La quota di iscrizione è di 1600 euro più Iva, ma grazie al contributo delle aziende partner sono disponibili riduzioni che permettono di partecipare al costo di 800 euro (più Iva).

Per iscriversi e ulteriori informazioni consultare il sito: www.horecaworkshop.it oppure inviare una mail a segreteria@horecaworkshop.it o telefonare al numero 3471435380.

Una stagione memorabile per tutti

Rossella De Stefano, direttrice di Bargiornale
L'editoriale del numero di giugno 2023 di Bargiornale a firma della direttrice Rossella De Stefano. Dedicato alle previsioni rosee del fuori casa e al "cambio della guardia" nel Drink Team

Non sentite anche voi che c’è qualcosa di diverso nell’aria? Un’euforia generalizzata, e piuttosto contagiosa, quando si parla di fuori casa. Chi di voi è stato a Milano o a Roma, in occasione dei grandi eventi del settore, non può non esserne stato contagiato. E ora arrivano anche le previsioni degli esperti a tenere alto il morale.

La copertina del numero di giugno 2023 di Bargiornale

Numeri alla mano, FIPE-Confcommercio stima una crescita del settore tra il 5 e il 10% per l’anno in corso, confermata anche dal sentiment degli addetti ai lavori: un imprenditore su quattro è pronto a scommettere di superare gli obiettivi raggiunti nel 2022. Di più: le previsioni di TradeLab per il 2023 si spingono a stimare un ulteriore balzo in avanti, con un mercato del fuori casa che potrebbe raggiungere i 99 miliardi di euro (AFH Consumer Tracking per Italgrob). Conferme importanti per affrontare adeguatamente la nuova stagione, nonostante una primavera capricciosa.

Per quanto ci riguarda siamo pronti a salpare alla volta di Messina, per la terza tappa di Baritalia, in programma il prossimo 12 giugno.

Sul numero di bargioranle di luglio invece daremo il benvenuto alla nuova squadra del Drink Team, cui abbiamo affidato il compito di interpretare le tendenze più calde del momento.

Intanto godetevi sul numero di giugno l’omaggio al Kentucky Derby del Drink Team ancora in carica. E un grande grazie a: Lorenzo Aiosa, Tea Alberizzi, Luca Ardito, Francesco Cuccuru, Christian Di Giulio, Elisa Favaron, Federica Geirola, Carmelo Licata, Michele Picone, Andrea Simeoni, Corey Squarzoni, Valeria Tummolo.

Il D.one si fa più grande e più bello per i suoi sei anni

Simone Nervo e Vanessa Vialardi (credit foto: www.davidedusnasco.com)
Simone Nervo e Vanessa Vialardi hanno ampliato e ristrutturato il loro locale, punto di riferimento per il bere bene a Torino. Intatto il formato basato su alta miscelazione affiancata da una proposta food ricercata. E a breve sarà presentata la nuova drink list

Per i primi sei anni di vita - il D.ONE ha aperto il 27 aprile 2017 - Simone Nervo e Vanessa Vialardi si sono fatti un regalo: un locale più grande e più bello. «E più maturo, perché questo è il D.ONE che ha fatto tesoro dell'esperienza, consapevoli di ciò che potevamo migliorare, con la certezza che alzare l'asticella verso l'alto sia il modo migliore per affrontare il futuro», spiegano in coro i due titolari di questo locale a San Salvario, diventato uno dei punti di riferimento a Torino per il buon bere.

Nessuna paura: il D.ONE è sempre nello stesso posto, all'incrocio di via Baretti. In pratica, si è ampliato, occupando gli spazi di un ristorante adiacente. Tuttavia, gli effetti sulla capienza sono significativi. Se prima il locale poteva ospitare una quarantina di posti all'interno e una trentina nel dehors, oggi questi numeri si sono raddoppiati. «Avremmo potuto aumentare ulteriormente la capienza, ma non volevamo stressare il format né creare un susseguirsi di tavoli. Già così il nostro impegno si è più che raddoppiato: all'inizio dell'avventura eravamo in 4 o 5 tra bar e cucina, oggi siamo una dozzina».

Una commistione di antico e moderno

Alla base del progetto, curato dall'architetta torinese Nicoletta Carbotti, c'è la volontà di conservare il più possibile, cercando la commistione tra moderno e antico. «Ci troviamo in un palazzo del 1870, abbiamo mantenuto e valorizzato il bellissimo parquet e poi c'è tanto mattone e un mix di oggetti nuovi e vecchi». Come un divano ultracentenario che Nervo e Vialardi hanno rocambolescamente recuperato a Saluzzo, e che dal 28 aprile si trova tra le due aperture che, di fatto, collegano il "vecchio" D.ONE al nuovo. «Un divano déco che, gioco del destino, si è incastrato perfettamente tra le due nicchie e che fin dal primo schizzo dell'architetto è stato presente nello studio del locale».

Miscelazione e food

Ma le modifiche non sono solo estetiche. «Con l'ampliamento stiamo razionalizzando gli spazi tecnici. La nostra vecchia cucina diventerà il laboratorio del locale, mentre utilizzeremo come cucina quella del ristorante acquisito, ovviamente più ampia». Perché il format del locale rimane invariato: alla miscelazione si affianca una proposta food piuttosto ricercata, un mix di piatti pop e tapas, che rendono il D.ONE un luogo adatto a chi desidera cenare fuori senza finire in un ristorante.

In arrivo la nuova drink list

A breve, inoltre, verrà presentata la nuova lista dei drink, illustrata da Michela Marcelli, che sarà dedicata al capolavoro di Verne, Il giro del mondo in 80 giorni. «Declineremo le 8 tappe del libro in altrettanti drink, ma aggiungeremo anche 4 cocktail analcolici, per noi un'assoluta novità». A fianco, almeno ancora per qualche mese, la carta dedicata all'Americano, con 8 varianti più una del celebre aperitivo. «Più una perché, in una sorta di gioco, solo a chi gioca fino in fondo è concesso il pass per assaggiare il nono drink, segreto fino a quel momento».

Women Do it better. Or Not?, il collettivo di barlady di Pallini

Pallini Women do it better
Presentato al Roma Bar Show il colletivo di barlady che per tutto il 2023 saranno protagoniste delle iniziative della distilleria romana e promotrici della mixology al femminile

Forse ci voleva una donna per promuovere un progetto sulla mixology al femminile. Lo ha fatto Pallini, la distilleria laziale guidata da Micaela Pallini, quinta generazione della famiglia tradizionalmente associata a Mistrà e Limoncello, che al Roma Bar Show ha lanciato il suo collettivo di barlady che per tutto il 2023 saranno protagoniste delle iniziative del marchio, che è anche distributore di diversi spirit, fra i quali il No.3 Gin e il Procera Gin (leggi Pallini porta in Italia Procera Gin, il distillato premium made in Africa).

Il primo assaggio di questo progetto, dal titolo Women Do it better. Or Not? Shake it up with Pallini to find the answer è stato in occasione dell’anteprima della kermesse romana, la sera del 28 maggio, quando si sono avvicendate al bancone del Drink Kong Martina Proietti, brand ambassador di No.3 Gin, quindi Giulia Cuccurullo e Kyriaki Dachtyloudi, rispettivamente, bar manager e bartender dell’Artesian Bar di Londra. E ancora nei giorni del festival, quando lo stand di Pallini è stato travolto dall’entusiasmo delle bartender di ShakHer, collettivo di donne che lavorano dietro al bancone, nato nel 2019 da un’idea di Roberta Martino.

Comunicare il valore della parità di genere

«Ci piaceva raccontare come ci siano sempre più ragazze dietro al bancone e come il loro numero sia in crescita costante», spiega Micaela Pallini, che descrive come questa iniziativa al femminile sia nata del tutto spontaneamente. «Negli ultimi anni si è creato un network di ragazze che lavorano con noi e che ci hanno portati a pensare che, a partire dal Bar Show di Roma, fosse il momento giusto di comunicare il valore della parità di genere», continua.

Emblematico che il payoff sia una domanda: “Women Do it better. Or Not?”, le donne lo fanno meglio?”. Per l’esperienza di Micaela Pallini le donne hanno un occhio al dettaglio maggiore e si sono dimostrate più affidabili. «Da parte loro vedo sempre maggiore impegno, alla ricerca del prodotto, della ricetta, del bilanciamento perfetto. Sarà che c’è ancora il bisogno di non apparire da meno degli uomini», dice Pallini.

Agust tra fine robusta e tre nuove arabica specialty

Elkhill, fine robusta
La Torrefazione bresciana ha presentato i suoi nuovi caffè, selezionati e tostati con grande cura. Note sensoriali insolite nel 100% robusta indiano.

Prosegue la ricerca da parte di numerose torrefazioni di caffè di varietà robusta di pregio, un mondo ancora tutto da scoprire. La torrefazione bresciana Agust ha offerto un’anteprima del fine robusta da poco presentato al mercato, Elkhill, nel corso di una degustazione e pairing tra caffè e dolci presso la pasticceria La Baloss a Milano, della pastry blogger Alice Balossi. A questo caffè che in tazza presenta una crema densa ed elastica, con note speziate all’olfatto e al gusto una lieve acidità cui segue la frutta secca e una nota dolce di vaniglia in chiusura, è stato abbinato un frollino alla noce con crema alla vaniglia e caramello salato.

Quello proposto da Agust è il frutto di una lunga ricerca con cui, sottolinea Giovanni Corsini, codirettore della torrefazione con il padre Marco, «vogliamo demolire alcuni preconcetti sulla robusta. Grazie a un’attenta selezione della materia prima, ovviamente tracciata in ogni passaggio, e alla tostatura calibrata, siamo riusciti a portare in tazza, oltre alla caratteristica crema e struttura di questa varietà, anche alcune note sensoriali solitamente proprie dell’arabica, persino un po’ di acidità, andando a eliminare i difetti generalmente additati alla robusta». 

Elkhill è un monorigine indiano, coltivato a oltre 1000 metri nella regione di South Kodagu e processato con metodo lavato. Prende il nome dall’omonima tenuta in cui due terzi di coltivazione sono destinati ai caffè fine robusta (ovvero di qualità superiore), la cui intensità aromatica è influenzata dalle vicine coltivazioni di agrumi e pepe. Un caffè che stupisce e soddisfa.

Al primo si è unito il lancio di tre caffè arabica della linea Evo, dedicata agli specialty coffee con cui l’azienda identifica caffè profondamente identitari e in grado di esprimere le proprie pecuiarità in modo equilibrato.

Umukara è coltivato dalla cooperativa Nova coffee nella Northen Province in Rwanda a un’altitudine di 1800-2000 metri. Di varietà Red Bourbon, è un caffè naturale. All’olfatto si colgono note di prugna disidratata e al gusto si sviluppano sentori di cioccolato al latte e ciliegia.

Doña Lucero, è il frutto di una collaborazione in Guatemala tra l’associazione Caffè Speciali Certificati, di cui Agust è socio fondatore, e la onlus Amka. La formazione tecnica e il materiale per la coltivazione distribuito alle 80 coltivatrici indigene ha permesso di ottenere un caffè di qualità eccellente. Questa sinergia vuole prima di tutto promuovere lo sviluppo di attività produttive e commerciali di piccole realtà agricole, contribuendo così a migliorare le condizioni di vita delle donne del posto. Forte anche della certificazione CSC, che garantisce il livello superiore della singole origine, il Doña Lucero regala all'olfatto note di amaretto e cioccolato bianco, e al gusto frutti rossi e biscotteria. 

È invece una limited edition Limoncillo, coltivato in Nicaragua a 850-1100 e processato con metodo naturale con fermentazione anaerobica a temperatura controllata. Disponibile dal 6 giugno in sole 80 confezioni numerate da 250gr, offre in  tazza, una cremosità fine ed elastica, all’olfatto un piacevole sentore di frutta - mela in particolare - e al gusto un’ncredibile dolcezza, con note distinte di zucchero di canna e sciroppo d’acero. 

Iiac ha compiuto 30 anni, eletto il nuovo consiglio

Il nuovo cda Iiac
Il nuovo cda Iiac
L’obiettivo è valorizzare e accrescere il patrimonio tecnico-scientifico per servire la filiera con un metodo di valutazione sempre più affidabile.

A inizio gennaio l’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè - Iiac, nato nel 1993 con l’obiettivo di mettere a punto e diffondere un metodo scientifico per l’assaggio del caffè ha compiuto trent'anni; sin dall’inizio la sua attenzione si è rivolta a quel simbolo del made in Italy che è l’espresso. Dalla sua fondazione hanno partecipato ai suoi  corsi più di 12mila allievi di oltre 40 Paesi nel  mondo. Di recente ha rinnovato il proprio consiglio di amministrazione, identificando un gruppo di consiglieri con diverse competenze, al fine di rappresentare al meglio la filiera del caffè.

I membri del consiglio in carica sono Luigi Odello, presidente onorario, Carlo Odello, presidente e Ceo, Fausto Devoto, vicepresidente, Gian Paolo Braceschi, Manuela Violoni,  Antonio Biscotti, Stefano Abbo, Gaia Brunetti, Alessandro Cocco, Enrico Metti, Carles Gonzalez, Luigi Morello, Enrico Bendinelli. I probiviri sono Carlo Barbi, Laura Formichella e Paolo Nadalet. Il comitato scientifico è presieduto dal prof. Roberto Zironi. Il controllo contabile è affidato ad Assunta Percuoco.

L’obiettivo dell’Associazione è valorizzare il patrimonio tecnico-scientifico sviluppato in 30 anni e accrescerlo per servire la filiera con un metodo di valutazione sempre più affidabile. Inoltre, afferma Carlo Odello, «vogliamo valorizzare la nostra rete di migliaia di assaggiatori a livello globale, puntando a rafforzare il loro senso di appartenenza all’unica associazione che si dedica all’analisi sensoriale del caffè in via esclusiva».

L’attività di formazione Iiac prosegue in Italia, attraverso i docenti senior e grazie ai nuovi formati e nominati nelle sessioni di novembre e marzo scorsi che permettono una trasmissione più capillare della conoscenza a livello aziendale. La formazione ha segnato una netta ripresa anche in Cina, dopo la fine delle restrizioni per la pandemia a inizio marzo scorso: Iiac è stata la prima organizzazione italiana a tornare a operare direttamente nel Paese. Non si è mai fermato l’International Coffee Tasting (che ogni anno valuta centinaia di prodotti di tutto il mondo), che rappresenta non soltanto un banco di prova per i diversi caffè in gara, ma anche un momento di incontro della comunità Iiac. Sono infatti già pressoché esauriti i posti da giudice per la sessione estiva che inizia a metà giugno e a breve si aprirà il bando per candidarsi a quella autunnale con avvio a metà settembre.

L'Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè ha sedi anche in Giappone, Corea, Taiwan e Cina.

Nel corso della sua attività di ricerca, supportata da un comitato scientifico di alto livello, ha messo a punto la tazzina dell’assaggiatore che ottimizza la valutazione dell’espresso e ha svolto importanti studi sulle correlazioni esistenti tra marker della qualità rilevati con l’analisi chimica e le caratteristiche sensoriali del caffè.

Giù la maschera Nite Kong

A due passi da Drink Kong, punta di diamante della mixology romana ed internazionale, nasce Nite Kong, il secondo locale del gruppo, dedicato a quelli della notte

Il Nite Kong era lì. Dietro a un portone uguale all'altro, ma quando ci ha visti arrivare, ha tolto la maschera e si è lasciato ammirare. Fino a quel momento, come uno scaltro giocatore di poker, aveva tenuto coperte le carte e la sua identità. All’inizio di maggio, una soffiata, ci aveva rivelato che con il fratello maggiore, sua maestà Drink Kong, avrebbe condiviso solo il cognome. E nient’altro. In realtà, nei giorni di apertura a fine maggio, ci è bastato fare due passi oltre quella porta, per capire che entrambi sono fatti della stessa pasta. Ritroviamo gli stessi modi eleganti, le attenzioni, la piacevole sensazione che tutto sia sotto controllo. Le luci che illuminano l’altare degli spiriti, le station che brillano di luce riflessa e i divani color lilla elettrico dove ti aspetti che da un momento all’altro arrivi il Rat Pack e inizi a cantare. Drink Kong e Nite Kong. Di là Blade Runner, di qua Ocean's 11. Dì la Tokyo, di qua Las Vegas. Cambia la desinenza, ma la radice è comune. 

Ci fa da anfitrione l’head bartender Mattia Capezzuoli, nel suo elegante completo azzurro carta da zucchero. Capezzuoli, ex prima punta de The Botanical Club e poi consacrato al Camparino in Galleria di Milano, ci apre le pagine di un menu al profumo di classici. Sono dieci in totale: Negroni, Clover Club, Canaletas Cocktail, Manhattan, Adonis, Affinity, Stinger, Picador, Prince of Wales, Knickerbocker. Due i mocktail: Bagliore e Flou. Gli altri sono inni ai nottambuli: Notte, Buio, Insonnia, Eclissi, Alba, Shade. Mezcal, whisky, Campari sono tra gli ingredienti più presenti all’interno delle formule. «Il menu ruota intorno ai classic cocktail e tra i signature ho scelto di inserire solo cose semplici e di effetto. Senza troppi homemade. I bicchieri giapponesi e le station fanno il resto». La fa semplice Capezzuoli, ma qui niente è stato costruito per caso. Anzi, siamo di fronte a un Sudoku dell’immaginario. Ci sono gli spirits, gli Champagne, i piatti di Francesco Coltella, già chef di Drink Kong, che ha condotto uno studio capace di sorpassare l’esperienza cocktail abbinato al piatto.

Nella sera in cui abbiamo visitato il Drink Kong, 29 maggio, c’era un caleidoscopico intreccio di belle situazioni. I drink di The Maestro Salvatore Calabrese e di tutto il team Donovan Bar; il debutto italiano del liquore Cadello 88, che si è presentato con la sua caratteristica bottiglia impreziosita da una mascherina veneziana, e da un susseguirsi di colpi di scena. Sul palco si esibisce Vicky Butterfly, vedette londinese del Burlesque, col suo esercito di piume e lustrini. Al fianco abbiamo Dean Martin e Frank Sinatra che, per l’occasione, indossano la maschera di un altro dynamic duo del mondo bar. Quelli di Peter Dorelli e di Salvatore Calabrese. L’aria è elettrizzata, complice anche la prima vorticosa giornata al Roma Bar Show.

«Nite Kong è un omaggio all’eleganza e alle cose belle delle della vita. Di notte la città riprende vita, si colora di sfumature di entusiasmo e vivacità, e, è proprio lì, in quel momento, che si inizia a sognare. Abbiamo voluto celebrare la notte, il momento della giornata che preferiamo, e vogliamo che ognuno dei nostri ospiti possa farlo qui al Nite Kong». Ne parla così Patrick Pistolesi, co-fondatore del night club insieme a Richard Ercolani, Claudia Gianvenuti, Massimo Palmieri, Ilaria Valeri, imprenditori e già founder di Drink Kong.

Il Nite Kong mantiene viva un’altra costante del suo fratello maggiore. Ed è l’attitudine a proiettarsi al futuro pur mantenendo saldo il suo legame con stili, simboli e icone del passato. Ambienti da night anni Settanta si mescolano a un moderno sistema di videoproiezioni su schermi neri fissati alle pareti. Proiettano scenografie, opere d'arte in movimento, con texture che, in maniera quasi impercettibile, cambiano con lo scorrere del tempo, rendendo l'ambiente sospeso e l'atmosfera onirica. Il tutto è un super concentrato di simbolismo, espressività, coinvolgimento sensoriale ed emozionale. In linea di continuità di pensiero creativo con Drink Kong, l’art direction grafica porta la firma di Studio LordZ

Come per il Drink Kong uno dei pezzi forti è l’antibagno. Ed è qui che tornano i neon. Rossi in questo caso. Una fortuna inaspettata per l’esercito del selfie. O, se vogliamo guardarla dalla prospettiva degli amanti di fantascienza, ed è il nostro caso, una porta virtuale che conduce a un’altra dimensione. Drink Kong, più e più volte sul podio dei Barawards di Bargiornale, è attualmente è al 16° posto de The World’s 50 Best Bars. Nite Kong punta a ottenere successi simili. 

Aperitivo Party con Malfy Gin sul battello del Naviglio Grande

brindisi con Malfy & Tonic
Originale e insolito Aperitivo Party organizzato per Malfy Gin da Pernod-Ricard Italia su un battello che ha solcato le acque del Naviglio Grande milanese.

Per celebrare il World Aperitivo Day a Milano, Malfy Gin ha scelto di organizzare un Aperitivo Party su un battello in navigazione sul Naviglio Grande.

Punto di partenza per i fortunati partecipanti professionali è stato il grande stand multisensoriale organizzato da Pernod-Ricard alla seconda edizione di Aperitivo Festival (Nhow Hotel di via Tortona).

Attraccato alla Darsena, il battello con i colori Malfy Gin ha accolto i partecipanti con una drink list comprendente cocktail come Negroni, Aperitivo Martini, Malfy & Tonic, con abbinamenti tagliati al coltello proposti dal Consorzio Prosciutto di Parma Dop.

La navigazione in direzione Abbiategrasso ha permesso ai partecipanti di avere un punto di vista insolito degli edifici e dei locali lungo l'Alzaia Naviglio Grande, passando a fianco di edifici storici come la storica Chiesetta di San Cristoforo (quindicesimo secolo), incrociando  le barche a remi della Canottieri Olona 1894 e della Canottieri Milano. Inevitabilmente i partecipanti al tour hanno costantemente brindato insieme ai tanti clienti dei locali, tra lo stupito e il divertito, assiepati lungo l'Alzaia.

Dove nascono i gin della Costiera Amalfitana

Prodotta dalla Torino Distillati di Moncalieri (Torino), dal 2019 la gamma Malfy Gin è distribuita da Pernod-Ricard Italia. Si compone di Original (con ginepro di Toscana), con Limone (della Costiera Amalfitana, da cui riprende il nome), con Arancia (di Sicilia) e Rosa (con pompelmi rosa di Sicilia). Grazie al particolare sistema di produzione utilizzato (distillazione sottovuoto e a bassa temperatura), i profumi agrumati e i colori naturali vengono valorizzati al massimo (41% alc, bottiglia 70 cl), tanto che, oltre che nei cocktail, i distillati possono essere proposti anche in purezza.

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