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Vendita bar: come calcolare il prezzo giusto

Vendita bar
Il solo valore dell'avviamento non basta per valutare correttamente il prezzo del bar. Una guida pratica per tenere in considerazione tutti gli elementi necessari a stabilire un corrispettivo adeguato

Vendere o acquistare un bar è un’operazione delicata. Che ha la sua sintesi massima in un numero: il prezzo di vendita. Come calcolarlo correttamente? I tempi sono cambiati; nel valutare un’azienda di somministrazione, quelli che sono stati per decenni i parametri di calcolo dell’avviamento commerciale non sono più sufficienti.

Prima di cominciare, è opportuno dividere le ipotetiche aziende oggetto di compravendita in tre fasce, determinate dal valore commerciale attribuito alle stesse:
• azienda dal valore commerciale inferiore a 150mila euro;
• azienda dal valore compreso tra i 150mila e i 600mila euro;
• azienda dal valore commerciale superiore ai 600mila euro.

Aziende con valore commerciale fino a 150mila euro

Specie per chi si appresta ad acquistare o vendere un’azienda rientrante nella prima fascia, conoscere la normativa in essere è fondamentale. In molti casi, infatti, aprire “dal nuovo” invece che subentrare a un esercizio già operante può convenire enormemente. Occorre ricordare che la riforma del commercio, introdotta dal D.Lgs. n. 114/1998, ha man mano portato i Comuni d’Italia ad acquisirne i contenuti e a creare le proprie regole attuative sul territorio.
In pratica, ciò significa che, come regola generale - ma poi la situazione va verificata Comune per Comune -,  non è più obbligatorio dover comprare la licenza da un terzo per poter iniziare un’attività di somministrazione di alimenti e bevande.
Questo chiaramente non significa che non possa comunque convenire acquisire da un terzo, ma è importante sapere che non è l’unica strada possibile.

Nella maggior parte dei casi, il regolamento comunale prevede, per il rilascio delle autorizzazioni alla somministrazione, il pagamento di un “indennizzo parcheggi” proporzionato alla metratura del locale che si vorrebbe aprire e della zona in cui si trova.
Il primo passaggio che occorra fare, per un acquirente e per un venditore, è quindi quello di conoscere le regole comunali in essere.

Il motivo è presto detto; se, nella stessa zona in cui si trova il bar oggetto di ipotetica vendita, le licenze sono libere e per una metratura pari a quella del bar stesso, occorre corrispondere al Comune un indennizzo parcheggi pari, per esempio, a 50mila euro è evidente che l’avviamento del suddetto bar non può essere (o meglio, non deve essere) di un valore inferiore.
Allo stesso modo, se il Comune ha in quel momento “contingentato” le proprie licenze (cioè non permette il rilascio di nuove licenze nella zona), è chiaro che il valore commerciale di quella licenza sarà superiore all’ipotetico indennizzo parcheggi e potrà raggiungere cifre decisamente più alte.

Gli elementi da valutare

Quando si acquista un’azienda, con l’atto notarile di cessione in realtà in genere si acquistano, oltre alla licenza, anche l’avviamento, i beni strumentali presenti nel locale, lo stato degli impianti del locale oggetto dell’attività, il contratto di locazione, i debiti di natura tributaria e i rapporti di lavoro subordinato in essere. Analizziamo ogni singola voce nel dettaglio:

Avviamento: una volta analizzato il concetto/costo della licenza, diventa importante capire che attività è stata svolta dal venditore sinora e quale attività svolgerà l’acquirente; più c’è discordanza tra ciò che faceva uno e ciò che vorrebbe fare l’altro, più da parte dell’acquirente, la somma da riconoscere non potrà che essere vicina a quella che riconoscerebbe al Comune per una licenza nuova. Più l’acquirente è privo di idee proprie più è corretto riconoscere un avviamento superiore alla licenza nuova al venditore, soprattutto se il locale è già in grado di produrre una redditività.

Beni strumentali presenti nel locale: alla luce del tipo di attività che l’acquirente vorrà svolgere, occorre capire se i beni strumentali presenti sono sufficienti, idonei e in quale “stato di salute”.
È opportuno che l’acquirente faccia un inventario e poi compari il costo d’acquisto del bene strumentale necessario alla sua attività con il valore commerciale del bene oggetto della compravendita. Facciamo un esempio: se un forno nuovo costa 15mila euro e quello usato, con caratteristiche simili, di tre anni d’età, viene valorizzato una cifra vicina al 50% del prezzo al nuovo, al bene è stato attribuito un corretto valore.

Stato degli impianti: occorre valutare attentamente, anche rispetto alla normativa in essere, in quali condizioni si trova l’impiantistica del locale oggetto dell’attività. Infatti se da una parte è vero che, in caso di cessione di azienda, l’autorizzazione “passa” all’acquirente senza verifiche preventive da parte dell’Asl o degli enti preposti, ciò non significa che gli enti stessi non possano successivamente pretendere l’adeguamento del locale alle norme vigenti. Se si rileva un locale dove non veniva esercitata attività di somministrazione, bisognerà aggiungere i costi relativi all’adeguamento dell’impiantistica alla normativa vigente. A volte, soprattutto per i locali di piccole dimensioni, il semplice fatto che il locale abbia già le autorizzazioni in essere può diventare un motivo di convenienza in più nell’acquistare il locale già esistente piuttosto che aprirne uno nuovo da ristrutturare e mettere a norma.

Contratto di locazione: è sicuramente la parte più importante da prendere in considerazione nella compravendita di un’attività di somministrazione per aziende sotto i 150mila euro di fatturato; un “buon” contratto di locazione può sicuramente essere per il venditore l’arma in più da mettere sul piatto. Il codice civile prevede, salvo espressa diversa pattuizione, che in caso di cessione d’azienda il contratto passi alla parte acquirente, fatte salve le eccezioni di legge. I contratti commerciali di norma sono di sei anni più sei. Una zona commerciale, nell’arco di un biennio, può cambiare i propri valori di mercato; è chiaro che un locale con ancora 9/10 anni di contratto a un canone competitivo è più interessante rispetto a uno con contratto prossimo alla scadenza dei 12 anni.
In sede di trattativa, qualora il contratto di locazione in essere fosse nei secondi sei anni, è consigliabile parlare anche con la proprietà e prevedere, in sede di preliminare, la stipula di un nuovo contratto di locazione a un canone concordato; se ciò dovesse avvenire dopo l’impegno preliminare con il venditore, qualora la proprietà chiedesse per il nuovo canone di locazione dell’immobile una cifra superiore a quella precedente, l’acquirente avrebbe un potere negoziale decisamente ridotto.

Debiti di natura tributaria: il codice civile è chiaro: a prescindere dalle pattuizioni in atto, i debiti di natura tributaria dell’azienda passano in capo all’acquirente. Tale norma, in caso di “cessione di ramo d’azienda”, trova invece diverse possibili eccezioni. Nel caso di aziende sotto i 150mila euro, non essendoci una contabilità ordinaria che permetta all’acquirente di poter verificare i debiti iscritti nello stato patrimoniale passivo, è opportuno chiedere alla parte cedente il certificato delle pendenze tributarie rilasciato dall’Agenzia delle Entrate competente sul territorio ove ha sede l’attività. Viene rilasciato entro 60 giorni, viceversa vale il silenzio assenso. Ciò significa che, se viene fatta la richiesta e l’Ufficio non risponde, in sede di atto definitivo (trascorsi 60 giorni dalla richiesta) si riportano gli estremi della richiesta stessa e la mancata risposta dell’Ufficio. Così, se successivamente dovessero arrivare richieste dell’Ufficio stesso, la parte acquirente è manlevata dall’obbligo.
Si consiglia anche, se l’azienda cedente ha avuto dipendenti nell’ultimo periodo (e in ogni caso se è una società), di allegare all’atto definitivo anche il Documento unico di regolarità contributiva (Durc). Non c’è altro modo per tutelare il passaggio del debito per aziende piccole; tutte le pattuizioni scritte, pubbliche o private, sono palliativi.

Rapporti di lavoro dipendente in essere: è espressamente previsto che, in caso di cessione d’azienda (ma ci sono eccezioni per la “cessione di ramo d’azienda”), il personale dipendente in essere all’atto della cessione venga acquisito dalla parte acquirente. L’analisi deve essere attenta, perché il fatto che la parte venditrice dichiari che all’atto della vendita non avrà più personale dipendente in carica non toglie ai dipendenti stessi la facoltà di far valere i propri diritti nei confronti dell’acquirente, ad esempio con richiesta di reintegro. L’unica possibilità, nel caso in cui l’acquirente non intenda mantenere il rapporto di lavoro con il dipendente in essere, è che venditore e dipendente raggiungano un accordo di chiusura del rapporto di lavoro presso la Direzione Provinciale del Lavoro o un sindacato.

Aziende con valore commerciale da 150mila a 600mila euro

Per valutare l’acquisto di un’azienda che fattura fino a 600mila euro occorre partire da un business plan. Se si acquista un locale che fa un’attività simile, ha una storicità di fatturato dimostrata e un contratto di locazione sostenibile (non superiore all’8% del fatturato) ci sono le basi per valutare l’acquisizione. Viceversa, va valutato quanto andrà investito in comunicazione per raggiungere il break even.

Per questa fascia di aziende, il presupposto è che l’imprenditore lavori all’interno del locale.

Il dato più veritiero può essere quello calcolato dall’Ufficio del registro in sede di accertamento: prende in considerazione il fatturato medio possibilmente di un triennio. Meglio evitare di considerare anni superiori al quarto, specie se hanno un fatturato superiore; viceversa, gli anni oltre il terzo sono molto importanti se dimostrano costanza di crescita o stabilità di fatturato. L’altro valore da prendere in considerazione è l’utile lordo. Di solito le aziende di queste dimensioni sono gestite da società di persone o ditte individuali; quindi si parla di utile da tassare ai fini Irpef e di norma i soci lavoratori non compaiono come costo nel conto economico. Se si tratta di srl, bisogna sommare all’utile lordo gli eventuali compensi lordi percepiti dai soci lavoratori in corso d’anno. Il consiglio è di prendere in considerazione solo gli ultimi tre esercizi; anche in questo caso occorre fare la media e moltiplicarla per tre. Il valore dell’azienda è un numero compreso
tra la somma dei tre utili e il fatturato medio. La presenza di beni strumentali molto efficienti e nuovi, un ottimo contratto di locazione o accordi commerciali molto favorevoli possono far pendere il valore dell’azienda verso il più alto dei due valori.

Chiaramente, tutto ciò che risultasse incassato o speso extracontabilmente, non può essere oggetto di valorizzazione perché opinabile, salvo che ci sia un controllo gestionale in grado di dimostrarne la veridicità.

Aziende con valore commerciale oltre 600mila euro

Se l’azienda appartenente a questa terza fascia è un’azienda in cui l’imprenditore vi lavora all’interno, i criteri di quantificazione - rispetto alla fascia tra i 150mila e i 600mila - non cambiano di molto, se non per i volumi degli importi che, essendo decisamente superiori trovano una chiave di lettura più spostata sulla redditività che sul volume d’affari.

Se tali aziende sono gestite sotto forma di srl, all’atto della cessione potrebbero permettere scenari fiscali migliorativi, in base alla fiscalità del momento (cessioni quote, rivalutazioni aziendali ecc.).

Diventa importante capire, in corso d’opera e di crescita dell’azienda, quali possono essere le caratteristiche della stessa che possono interessare il futuro acquirente (Il fatturato? La redditività? L’innovazione nell’offerta? La possibilità di standardizzazione dell’offerta?).

Se l’azienda porta con sé procedure, standardizzazioni, metodologie che potrebbero permettere alla stessa di avere un significativo sviluppo di tipo industriale/imprenditoriale, in luogo dell’utile prodotto annualmente può essere più corretto utilizzare come riferimento l’Ebitda, indice che misura la differenza tra i ricavi e i costi, escludendo però gli oneri finanziari e gli ammortamenti.

Un’attività che ha più punti vendita ed è stata capace di creare una storicità agli stessi sia da un punto di vista di bilanci (rendicontazione annuale riclassificata dei conti economici, ecc.) che di procedure (organigrammi operativi, manuali operativi, ecc.) va considerata alla stregua di un’industria. Pertanto il valore sarà dato da un moltiplicatore dell’Ebitda tra il 6 e il 10. Tutto ciò va sicuramente preceduto da una “due diligence” e da un’eventuale “perizia di stima”, utilizzando criteri di valutazione rivolti alle potenzialità future del business più che ai dati correnti. Anche in questo caso, tutto ciò che l’imprenditore è riuscito a prevedere e programmare torna utile in sede di compravendita.

I consigli scacciaguai

Per il venditore: fate contratti di locazione lungimiranti, mantenete i beni strumentali in buono stato, facendo la giusta manutenzione e conservando libretti e assistenze sugli stessi; fate contratti di lavoro non esageratamente vincolanti. Farsi un “piano industriale” permette di valutare con prontezza quando potrebbe essere necessario vendere. Dare una forte identità al proprio locale è una scelta lungimirante: oggi il bar “anonimo” difficilmente si vende a cifre che permettano al venditore di rientrare del capitale investito.

Per l’acquirente: chiedetevi cosa state cercando e perché volete comprare; non fatevi abbagliare dal “cuore” e dal “sentimento”; i locali si acquistano dopo aver fatto un attento business plan. Viceversa, se la vostra idea è vincente, non correte rischi in una compravendita e partite da zero.

* Gianni Vitale è titolare dello studio Vitale Commercialisti di Rivoli (To); è un consulente specializzato nel controllo di gestione per i pubblici esercizi e nella creazione e gestione di catene di ristorazione

Da Rabbit Hole il locale a tema diventa un Paese delle meraviglie

foto da profilo instagram @rabbit_hole_cafe
Tè, torte e birre artigianali nell'offerta di Rabbit Hole Cafe, pasticceria milanese ispirata al mondo immaginario di Alice nel Paese delle meraviglie. Che non punta solo ai bambini e alla merenda e sta preparando l'offerta per l'aperitivo

Alice ha affrontato un viaggio da Palermo a Milano, restando sempre virtualmente nel suo amato Paese delle meraviglie. È approdato in via Mazzini il locale a tema Rabbit Hole Cafe, sala da tè, cioccolateria e caffetteria in stile Alice in Wonderland.

«Un locale a tema richiede un investimento ingente»

L'iniziativa (coraggiosa, come ogni nuova apertura merita di essere definita in tempi di incertezze come questi) è di Silvia Scattareggia e Roberto Saccomando. Lei si è appassionata alla pasticceria e ha seguito dei corsi dopo la laurea in psicologia, lui, grafico di formazione, si occupa della gestione. «Avevamo aperto a Palermo, nel 2017, ma oggi quel primo locale è chiuso perché abbiamo deciso di rischiare qualcosa in più, scommettendo sulla location milanese. Allestire un locale come questo richiede un investimento ingente e servono ingenti entrate per sostenere lo sforzo. Ecco perché abbiamo scelto una location centrale in una città come Milano».

«Ispirati dai nostri viaggi in Asia»

L'idea è nata dopo anni di viaggi in Giappone, a Singapore e in altri paesi asiatici. «Siamo rimasti colpiti da quantità e varietà di locali a tema, abbiamo notato come fosse di grande impatto offrire ai clienti un corpo unico e coordinato di location e menu. Ci è rimasta a lungo in testa questa ispirazione, volevamo già aprire una attività in Italia e questa è la conseguenza», spiega a Dolcegiornale Silvia Scattareggia.

Torte all'americana con biscotti e panna, da gustare su divanetti recuperati e dentro scenografie fatte a mano

Tè e pasticceria sono i due capisaldi dell'offerta di Rabbit Hole. Dolci golosi e pure un filo sfacciati nell'estetica, che sembrano presi davvero dalla tavola del Cappellaio Matto, imbandita a festa di non-compleanno. «Abbiamo allestito il locale per sale tematiche: la Sala di Alice, la Sala del Cappellaio, quella dello Stregatto, poi la Sala al contrario e la Sala della Regina di cuori. Tutte le scenografie sono fatte a mano, come le sedute e gli arredi. Riutilizzo è la nostra parola chiava: abbiamo restaurato divanetti e recuperato tavoli e sedie». Circa 60 i coperti, disponibilità ad organizzare eventi privati e un evento tematico al mese. «A regime introdurremo anche l'aperitivo, per ora puntiamo su cioccolate e tè, torte americane, dolcetti monoporzione, biscotti e dolci senza glutine e per vegani. Particolare attenzione sulla selezione di tè: oltre a classici, neri, verdi e aromatizzati abbiamo il molto apprezzato tè Brucaliffo, dal colore cangiante». Una pasticceria per far fare merenda ai bambini in modo giocoso? «Non ci consideriamo un locale per bambini, ma per tornare bambini. Non vogliamo focalizzarci su un target solo, ma sappiamo che c'è molto da fare per organizzare un'offerta davvero completa».

Rch mette il punto cassa al centro della rivoluzione digitale

Rch
I nuovi sistemi di cassa smart di Rch permettono una gestione evoluta e ottimizzata e diventano delle porte d'accesso a servizi a valore aggiunto

È una vera rivoluzione digitale quella che Rch SpA porta nel fuori casa con i suoi nuovi sistemi di cassa smart. Strumenti tecnologici avanzati, dal design compatto ed elegante e connessi alla rete, i nuovi sistemi a marchio Rch e Mct, brand della system house trevigiana specializzata nello sviluppo di soluzioni innovative per il punto vendita, costituiscono dei digital business assistant, pensati per ottimizzare e semplificare tutte le attività quotidiane e moltiplicare i servizi da offrire ai clienti e quindi le opportunità di crescita del locale.

Da questi sistemi di cassa intelligenti si possono infatti gestire i processi commerciali e i servizi di pagamento (invio telematico dei corrispettivi, fatturazione elettronica, pagamenti digitali), ma anche utilizzare app per la raccolta di ordini, organizzare i tavoli, le risorse interne, pianificare attività, erogare servizi di terzi per i clienti, come la richiesta di taxi o il pagamento di bollette, fino a governare la domotica e la sanificazione degli ambienti.

Il tutto in modo facile e veloce, grazie agli schermi touch, ingegnerizzati seguendo la logica di smartphone e tablet. Potenzialità disponibili grazie a Rch XMarket, il marketplace digitale, arricchito costantemente di nuove soluzioni anche con realtà partner, al quale i sistemi si collegano con un semplice tap accedendo all’eco-sistema di app e servizi.

Tanti servizi integrati

Tra le soluzioni disponibili c’è, per esempio, Rch Smart Menù, il modulo per la gestione del menu digitale, che il barista può aggiornare quando vuole inserendo anche promozioni e piatti del giorno, e che permette ai clienti di scegliere in autonomia dai device presenti nel locale. Il personale di sala conferma l’ordine che viene trasmesso, in tempo reale, sia ai centri di produzione (bancone e cucina) sia al punto cassa, garantendo così il processo snello delle comande e velocizzando le operazioni di pagamento.

O l’app Rch Smart Order, che riceve, organizza e aggrega tutte le ordinazioni pervenute sul sistema di cassa smart, effettuate al tavolo o da remoto, per l’asporto e il delivery, dai dispositivi del consumatore, che può indicare modifiche ai piatti o alle bevande e scegliere il tipo di pagamento (cash o carte). Anche in questo caso il software in automatico processa l’ordine e gestisce modalità di ritiro e consegna.

Da Rch XMarket si possono anche attivare funzionalità per offrire nuovi servizi. Come, attraverso il circuito Enel X Pay, il pagamento di bollettini postali, Mav/Rav, bollo auto/moto, avvisi PagoPA, ricariche telefoniche, carte prepagate pay tv, ricarica di auto elettriche, oppure la richiesta taxi. Ma non solo, perché grazie alla partnership con Iooota, giovane realtà bolognese attiva nell’Internet of Things, dai sistemi di cassa smart Rch e Mct si gestiscono direttamente anche gli ambienti, attivando cicli di sanificazione automatica e governando la domotica, per aumentare il livello di sicurezza, salubrità e comfort del locale e ottimizzare i consumi di energia.

 

 

Rational e la sfida della carenza globale di componenti

Rational
L'azienda tedesca ha ulteriormente rafforzato le misure messe in campo per fare fronte al problema di approvvigionamento di componenti, che ha ormai assunto un carattere globale

Dallo scorso anno, il mercato soffre di continui problemi di approvvigionamento di materie prime e componenti. Un fenomeno che inizialemente ha interessato soprattutto componenti e materiali provenienti dall’Asia, ma che negli ultmi mesi si è esteso a tutto il globo, con rallentamenti e interruzioni delle forniture che ormai affliggono tutte le regioni del mondo. Da questo problema non sono esenti i fornitori di Rational, con conseguenze che possono riflettersi anche su quello che rappresenta da sempre uno dei punti di forza dell’azienda tedesca: la tempestività delle consegne.

Per fare fronte a questa complessa situazione, ed evitare o ridurre al minimo eventuli ritardi nella fornitura dei suoi sistemi di cotttura intelligenti ad alte prestazioni, iCombi e iVario, Rational ha messo in campo una serie di importanti misure, supportate da altrettanti importanti investimenti.

Nel corso dello scorso anno, l’azienda ha potenziato la capacità produttiva sia per la gamma di forni combinati iCombi, sia per la gamma di macchine multifunzione a calore per contatto iVario, inaugurando un nuovo stabilimento logistico a Landsberg-am-Lech e avviando un nuovo sito produttivo a Wittenheim, dove viene prodotto iVario. Investimenti che hanno permesso un incremento del 20% del numero di sistemi di cottura prodotti, rispetto al 2020, superando quota 80.000.

Gli sforzi per garantire che il maggior numero possibile di sistemi di cottura intelligente venga spedito con puntualità sono proseguiti quest’anno, con ulteriori impegno di risorse. La produzione dei sistemi non viene mai interrotta, proseguendo anche nei fine settimana. Mentre l’ufficio acquisti è alla ricerca continua di soluzioni alternative per assicurarsi la fornitura dei componenti, ma senza rinunciare a un altro dei valori alla base di ogni prodotto rational: la massima qualità. Inoltre, i sistemi vengono assemblati e immagazzinati con tutti i componenti disponibili, in modo da poter consegnare più velocemente i prodotti appena giungono eventuali componenti mancanti.

Tuttavia, a fronte di una congiuntura così insolita e comlessa, Rational con grande trasparenza nei confronti dei tanti operatori del fuoricasa che scelgono le sue soluzioni innovative, ha spiegato in un comunicato che non sempre più soddisfare in modo tempestivo la domanda dei clienti. ritardi nelle consegne possono verificarsi. «Le date di consegna che vengono comunicate al momento dell’ordine arrivano da una schedulazione del sistema di produzione condizionata dagli approvvigionamenti della componentistica – si legge nella nota -. Questo significa che se i fornitori rispettano le date di consegna, anche Rational potrà rispettare la data fornita. Altrimenti andrà adeguata alle tempistiche imposte dalla situazione».

Sono tre i coffee shop firmati Trucillo a Dubai

Coffe shop Trucillo al Dubai World Trade Center
Coffe shop Trucillo al Dubai World Trade Center
La Torrefazione salentina è alla manifestazione fieristica dedicata all’horeca Gulfood 2022. Nell'imponente struttura un locale che già offre i suoi caffè

È in pieno svolgimento a Dubai la fiera Gulfood 2022 - il buono e il bello del food&beverage globale - che si chiuderà il 17 febbraio. Caffè Trucillo è presente a testimoniare un percorso di internazionalizzazione che negli ultimi anni ha fatto crescere le quote dell’export, fino al 60% attuale. Proprio all’interno del grattacielo simbolo dell’espansione finanziaria e commerciale della città e dell'Emirato, il Dubai World Trade Center, che al 26° piano ospita la manifestazione, si trova uno dei coffee shop firmati dalla Torrefazione salentina. È parte di un piano avviato nel 2019 con Arabian Horeca di Mhao Group, che ha scelto il caffè di Trucillo per promuovere negli Emirati il concept di caffetteria all’italiana.

In queste settimane, inoltre, ha aperto il terzo coffee shop italiano a Dubai, all’interno della Sheikh Marwan Tower su Sheikh Zayed Road, vicino alla stazione Financial Center sulla linea rossa della metropolitana. Classici tavoli e ambienti come soggiorno con poltrone e divani favoriscono la socializzazione tra gli ospiti, come l'area salotto all'aperto dove le persone possono godersi il bel tempo. A una stazione di distanza dal World Trade Center e dal Dubai Mall, la nuova caffetteria Trucillo si caratterizza per un ambiente adatto a una pausa rilassante dalla frenetica vita cittadina tra amici o colleghi, ma anche per un meeting tra uomini d’affari che si incontrano in questa zona, fulcro degli affari internazionali di Dubai.

La campagna internazionale di Trucillo ha proseguito la sua azione anche durante stop e rallentamenti imposti dalla pandemia soprattutto ai consumi fuoricasa, principale canale di distribuzione per la Torrefazione, che ha concluso accodi per potenziare la propria distribuzione nel Nord America. I suoi caffè si trovano in locali come il Don Alfonso 1890 a Toronto (Canada), eletto in queste ultime settimane migliore rappresentante della cucina italiana al di fuori dei confini nazionali dalla guida online 50 Top Italy.

Dario Comini crea il cocktail in omaggio ai quarantanni di Blade Runner

Dario Comini con il cocktail Lavoro in Pelle dedicato a Blade Runner - foto Matiba
L'anniversario di uscita del mitico film di fantascienza Blade Runner ha ispirato il fan e mixologist Dario Comini per la composizione del cocktail Lavoro in Pelle.

Quest'anno ricorre il 40.o anniversario dell'uscita del mitico e visionario film di fantascienza Blade Runner, diretto nel 1982 dal regista Ridley Scott. Nell'occasione, il mixologist milanese Dario Comini ha voluto celebrarlo preparando un cocktail dedicato come "Lavoro in Pelle".

Ispirato al romanzo Il cacciatore di Androidi di Philip K. Dick (1968), Blade Runner (corridore sulla lama, nome in codice di un agente di polizia a caccia di androidi/replicanti fuggitivi) è ambientato in una cupa, piovosa e disastrata Los Angeles nero-futurista del 2019 (allora, nel 1982, un anno che appariva lontanissimo). Utilizzati per i lavori più pesanti con capacità intelletuali e forza fisica superiori agli uominini, un certo numero di macchine/androidi/replicanti in via di esaurimento (limite di vita operativa di quattro anni) devono essere eliminate, ma si ribellano al loro triste destino fuggendo.
Del film iniziale Blade Runner International Cut del 1982, sono state distribuite ben sette versioni, in base alle diverse scelte di regista e produttori, tra cui The Director's Cut del 1992 e The Final Cut del 2007, cui si è aggiunto il sequel più recente nel 2017 di Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve con un cast diverso con protagonista l'Agente K (Ryan Gosling), la ragazza-ologramma Joi (Ana De Armas) e un redivivo Rick Deckard (Harrison Ford), scampato alla morte nel primo film del 1982.

"Ho visto cose che voi umani non potreste neppure immaginare... E' tempo di morire". Questa frase messa in bocca all'androide ricercato Roy Batty (interpretato da Rutger Hauer) prima di morire, dopo aver generosamente salvato la vita al suo cacciatore e poliziotto/blade runnner Rick Deckard (Harrison Ford). Una frase slang entrata da tempo nell'arsenale degli aforismi più usati.

A quarantanni di distanza dalla presentazione del primo film della serie Blade Runner, Dario Comini, pluripremiato mixologist internazionale e grande appassionato di film noir e di fantascienza, ha voluto rendere omaggio con un cocktail originale, con varie citazioni e rimandi al film, al regista Ridley Scott e agli intriganti e tragici personaggi come il poliziotto/blade runner Rick Deckard (Harrison Ford), all'androide fuggitivo Roy Batty (Rutger Hauer), alla segretaria di Rick Deckard, Pris (la biondissima Daryl Hannah), alla sensuale replicante Rachel (Sean Young) e al malmostoso poliziotto Gaff (Edward James Olmos).

«L'operazione è partita dalla scelta del bicchiere - precisa Dario Comini - e non poteva che cadere su Blade Runner Glass, double old fashion da 37 cl disegnato nel 1973 dalla designer Cini Boeri e realizzato dalla cristalleria d'arte artigianale Arnolfo di Cambio di Colle Val d'Elsa (Siena) per la collezione Cibi. Scelto personalmente da Ridley Scott per le insolite e avvenieristiche forme angolate, il Double Old Fashion Glass Cibi è stato impiegato nel film Blade Runner per una rara scena di relax del protagonista Harrison Ford che si versa una porzione di Johnnie Walker Scotch Whisky Black Label 12 yo».

Il nome del cocktail Lavoro in Pelle riprende quello gergale (Skin-Jobs) con cui nel film si indicano gli androidi e consiste in un twist del Boulevardier (3 cl Campari, 3 cl Martini Rosso, 3 cl Bourbon Whiskey).

Cocktail Lavoro in Pelle by Dario Comini - foto Matiba

Lavoro in Pelle
di Dario Comini, Nottingham Forest Milano Cocktail Bar
Ingredienti
4 cl Campari
4 cl rye whiskey
4 cl sakè
Preparazione
Miscelare con ghiaccio cristallino e servire nell'iconico bicchiere Double Old Fashion Blade Runner Glass collezione Cibi; aromatizzare un nastro di seta vaporizzato con profumo al cuoio da legare all'esterno del bicchiere; chiudere il bicchiere sotto una campana di cristallo con vapore d'acqua neutro; porre il bicchiere sopra un vassoio insieme con un origami di carta a forma di unicorno; aggiungere un segnaposto il cui morsetto stringe un foglietto ripiegato di alluminio con cui il cliente è invitato a riproporre l'unicorno; in caso realizzazione il drink viene offerto.

Simbolo di verginità e purezza, l'unicorno in carta riprende quello che nel film viene ripiegato dal poliziotto Gaff e che indicava in codice la sensuale replicante Rachel (Sean Young) a rischio di eliminazione.

 

Fabio Verona presenta il primo campionato di macinatura

Logo Master Coffee Grinder Championship
Sabato 19 febbraio e presso la sede di Grindie la presentazione del Master Coffee Grinder Championship. Per voi, qual è il principale compito di un barista?

«Quando tengo un corso e chiedo “qual è il principale compito di un barista?”, per lo più mi viene risposto “fare una buona estrazione, un buon espresso”, oppure “accogliere le persone”. Io rispondo “deve macinare il caffè”: il suo ruolo principale è  individuare la corretta granulometria e saperla controllare durante la giornata”; in caso contrario non si può ottenere un buon prodotto in tazza. Poi, certo, ci devono essere un buon caffè, una macchina performante, tanti elementi concatenati tra loro, ma tutto comincia dalla trasformazione dei chicchi in polvere di caffè». Così Fabio Verona, docente Iiac, formatore per Costadoro e autore del libro Professione Barista - Manuale pratico per l’espresso perfetto,  spiega come è nata l’idea di creare il Master Coffee Grinder Championship, il primo campionato di macinatura.

La sua presentazione ufficiale, con le date delle prime competizioni di Carrara e Padova si svolgerà sabato 19 febbraio tra le 16,00 e le 19,00 presso la sede di Grindie - via Dorno 83, Garlasco (PV).

Quando acquista un caffè, soprattutto uno specialty coffee, il barista riceve informazioni riguardo l’origine, la varietà botanica e il metodo di lavorazione in piantagione; per lo più la presentazione si completa con le caratteristiche organolettiche del prodotto in tazza, che un bravo professionista deve essere in grado di replicare: un compito non sempre semplice.

L’idea della competizione stata subito accolta dai responsabili di Grindie, produttrice del macinacaffè on demand Solo con sistema gravimetrico (la giusta dose è ottenuta valutandone il peso), controllo della temperatura, sistema di abbattimento della temperatura e un doppio sistema di macine che assicurano un macinato dalla granulometria costante, alta velocità di erogazione e ritenzione pressoché nulla.

Come ogni campionato, anche il Master Coffee Grinder Championship avrà più tappe di selezione, ogni volta con un diverso sponsor torrefattore di caffè specialty, al quale spetta per primo la preparazione dell’espresso ai giudici, che valutano insieme e definiscono il profilo organolettico della bevanda, registrando tutti i dati relativi alla ricetta. Ai concorrenti l’abilità e la maestria di raggiungere un profilo aromatico il più vicino possibile all’originale attraverso la regolazione della macinatura.

«Mi piace definire la gara che ho messo a punto come una competizione “popolare”, alla quale può partecipare chiunque pensi di essere in grado di gestire il macinino al fine di ottenere le note previste in tazza - riprende Fabio Verona -. Soprattutto in questo momento in cui le occasioni per incontrarsi tra professionisti si sono diradate e con esse buona parte delle competizioni, partecipare o semplicemente assistere a una tappa del Master Coffee Grinder Championship significa cogliere l’occasione per una crescita professionale e per parlare e confrontarsi con altri operatori: un esercizio che è sempre molto utile.

La presentazione

Come anticipato, per chi vuole conoscere più da vicino le macchine, la competizione e assistere a una dimostrazione, l’appuntamento è per sabato 19 febbraio alle 16,00 presso Grindie a Garlasco (PV). Alla spiegazione del regolamento da perte dell’head judge Luca Ventiglia, seguirà una simulazione di gara con Paolo Scimone e i suoi caffè His Majesty the Coffee estratti con la macchina espresso You di Sanremo Coffee Machines. In chiusura un aperitivo a cura delle barlady Carmen Clemente e Manuela Fensore titolari del World Latte Art & Coffee Center di Milano, uno dei centri di formazione presso il quale i baristi troveranno un grinder Solo per le prove e gli allenamenti.

Bargiornale è media partner del campionato di macinatura, che ha raccolto numerosi sostenitori. A quelli già citati si uniscono Diemme Academy, pulyCAFF, Caffè Costadoro, Metallurgica Motta, Bloom Specialty Coffee, Brita, Turin Coffee, La Sosta Specialty Coffee, Tirreno CT, Ipa., Ims Filtri.

Rinasce a New York il Temple Bar, il tempio dei Cocktail Martini

I rifondatori di Temple Bar, Maneesh K. Goyal, David Rabin,Michael McIlroy e Sam Ross
Nuova vita nella Grande Mela per lo storico locale dei Cocktail Martini, grazie ai trend setter Maneesh K. Goyal e David Rabin, ai mixologist Michael McIlroy e Sam Ross e alla barlady Samantha Casuga.

L’oncologo George Schwarz, nato a Francoforte nel 1931, aprì il Temple Bar a Manhattan nel 1989. Il locale chiuse poi 28 anni dopo, il 31 dicembre 2017, dopo la morte del suo fondatore e proprietario, avvenuta nel 2016.

Il Temple Bar rifletteva la gran moda dei Cocktail Martini in quegli anni; e nei tanti momenti di gran successo diventò celebre per il costo dei suoi cocktail (dieci dollari per un Martini a fine Anni Novanta!) e per la clientela notturna che attirava.

Lo storico, elegante bar, tra i più famosi e longevi di New York, ha riaperto i battenti il 14 ottobre 2021, con un nuovo management. Il suo logo è stato ideato dall’artista pop austriaca Kiki Kogelnik (scomparsa nel ’97): la sagoma di uno scheletro bianco di camaleonte su sfondo verde scuro, sulla facciata esterna, al 332 Lafayette Street.

Dallo spazio completamente rinnovato, il nuovo Temple Bar è arredato con sedie originali reimbottite, pavimenti e tappeti rimpiazzati, e con tanto di vecchio telefono pubblico, è aperto da lunedì a mercoledì dalle 17 alle 2; da giovedì a sabato dalle 17 alle 3; domenica dalle 17 all’una.

Il grande bancone di Temple Bar

A far da buttafuori in alcune serate, nei weekend, c’è Disco, con una carriera nei bar e night newyorchesi da oltre un quarto di secolo.

Maneesh K. Goyal e David Rabin, grandi esperti della vita notturna della Grande Mela, si sono uniti a Michael McIlroy e Sam Ross, due veterani della mixology.  McIlroy e Ross si occupano dei drink, preparati dall’head bartender canadese Samantha Casuga, che viene da un altro tempio della mixology della metropoli, il Dead Rabbit.

Carta cocktail creativa

Ross è il bartender ha creato Modern classics come Penicillin (servito anche al Temple Bar) e Paper Plane.

Goyal e Rabin sottolineano che si tratta di «una rinascita, non una riapertura».

«Questo è stato il bar che ha dato il via a tutto: per molti newyorchesi - spiega Rabin - ha rappresentato la prima esperienza con un cocktail bar».

Nella lista dei cocktail (venduti a 19 dollari), spiccano: Gibson Martini con gin, manzanilla sherry, un tocco d’aceto di sherry, salamoia di cipolla, cipollina; Como Spritz, con Cynar, frutto della passione, limone e Champagne; Sick As Espresso Martini con vodka, banana, vaniglia e cold brew coffee; Great Bambino con Bourbon, Fernet Branca, succo di pera fresca, limone e orzata; Blue Negroni fatto in casa, dall'insolito colore blu.

Casuga osserva: «I drink sono costruiti sui classici, su ricette sicure e provate che funzionano. Partendo da una base solida, possiamo aggiungere diversi, piccoli fronzoli che rendono i nostri i drink un tantino stravaganti. Il Blue Negroni, per esempio, è uno dei miei preferiti. Al Campari, con un procedimento che definiscono ‘segreto e complicato’, si toglie il rosso e lo si ricolora, ribattezzandolo Blue Kampari, cui si aggiunge gin e vermut bianco.

Microbirrerie, mercato in fermento

Causa Covid, alcune microbirrerie sono state recentemente ridimensionate o rivendute ai precedenti proprietari da grandi gruppi industriali. Una scelta di breve respiro visto che complessivamente le specialità non pastorizzate hanno ripreso a macinare vendite e consensi.

L’acquisizione di quattro birrifici artigianali italiani da parte di quattro grandi aziende del settore tra il 2016 e il 2017 aveva scatenato valutazioni contrastanti. Da una parte era un riconoscimento della capacità dei mastri birrai che lavorano anche per piccole realtà e dell’interesse dei grandi gruppi ad allargare il proprio portafoglio specialità con birre crude non pastorizzate, offrendo a piccole realtà la possibilità di investire in impianti e ricerca senza affrontare problemi finanziari. Dall’altra era stata vista come un tentativo di grandi gruppi di contenere e inglobare al proprio interno il crescente fenomeno di successo delle birre artigianali italiane.

Così sembrava che fossero state baciate dalla fortuna Birra del Borgo (acquisita dalla multinazionale americana AB-InBev, leader del mercato mondiale), Birrificio del Ducato (acquisita dalla belga Duvel), Hibu Brewery (acquisita dalla multinazionale olandese Heineken), tutte e tre associate AssoBirra, oltre a Birradamare (acquisita dalla multinazionale nordamericana Molson-Coors).

Di recente, invece, due protagonisti del settore come AB-InBev e Heineken hanno deciso di ritirarsi, totalmente o parzialmente, rispettivamente dalla proprietà di Birra Del Borgo e di Hibu Brewery, nelle quali erano rimasti a vario titolo alcuni fondatori come il “romano” Leonardo Di Vincenzo e i “brianzoli” Raimondo Cetani e Tommaso Norsa. Contestualmente Birradamare, alla quale era stata affidata la distribuzione dei marchi Molson-Coors, viene ridimensionata, con il recente passaggio della distribuzione a Royal Unibrew Italia.

Non esistendo comunicati ufficiali in tema, non rimane che analizzare i singoli fatti così come vengono pubblicati sulla stampa nazionale. I dati di produzione delle aziende e le quote mercato citate sono ricavati dalll’Annuario Beverfood Italia 2021 (beverfood.com) elaborati dal Barth Haas Report Hops 2019/2020.

Annuario BirrItalia Beverfood 2021-2022

Birra del Borgo, Collerosso e i locali romani

Le strutture di Birra del Borgo, storico (2005) marchio di Borgorose (Rieti), al confine con la Riserva Naturale dei Monti della Duchessa, vengono parzialmente smantellate, a cominciare dalle attività commerciali romane (in vendita) come L’Osteria di via Silla e Il Bancone di piazza Bologna e lo storico (2009) impianto di Collerosso (Rieti). Previsto il discutibile e improvviso licenziamento di molti dipendenti (42 su 74), visto che l’impianto principale di Piana di Spedino (Rieti) rimane in attività ridotta con la produzione di prodotti di successo come ReAle, DucAle, Duchessa e Lisa, realizzati con ben l’80% di malti locali, mantenendo l’immagine di “specialità italiana” all’interno della grande multinazionale americana.
Il pericolo è che, soprattutto per motivi fiscali, AB-InBev sia tentata di delocalizzare all’estero, anche in mancanza di altri impianti produttivi del gruppo in Italia sui quali accentrare la produzione e ridurre così i costi. Lo storico impianto di Collerosso, dedicato alle fermentazioni non convenzionali, è stato invece “girato” a Matteo Corazza, storico mastro birraio di Birra del Borgo, completo di impianto e marchio che dovrebbe essere oggetto di restyling.
AB-InBev è il principale produttore di birra al mondo con oltre 467,4 milioni di ettolitri (quota mercato 25,7) e un poderoso portafoglio di oltre 500 prodotti internazionali a cominciare dalla nordamericana Budweiser, la messicana Corona Extra, le belghe Stella Artois e Leffe, la tedesca Beck’s. Di recente Ab-InBev ha modificato il logo aziendale eliminando l’inconfondibile e storica immagine dell’Aquila di Mare Testabianca americana (The Bald Eagle).

Hibu Brewery torna in mano ai fondatori

Diversa la strategia Heineken applicata al birrificio brianzolo Hibu (H come Home Brewer, Ibu come l’unità di misura dell’amaro) Brewery fondato nel 2007. Trasferito nel 2015 nel nuovo impianto di Burago di Molgora (Monza-Brianza), il birrificio Hibu Brewery si è fatto apprezzare per l’originalità delle ricette (5 Immancabili, 2 Stagionali, 4 Ricercate) e per le divertenti etichette disegnate con personaggi di fantasia. Hibu era entrato in orbita Heineken Italia nel 2017 attraverso il suo distributore nazionale Dibevit Import.
A fine dicembre 2021, Dibevit Import è stato però incorporato ("rimodulazione strategica") in Heineken Italia attraverso la società controllata Partesa, dopo una gloriosa attività ventennale di promozione di oltre 200 specialità birrarie di piccoli e medi produttori di tutto il mondo, un segno che porrebbe le specialità birrarie non più al centro del business della multinazionale olandese.
Il birrificio Hibu Brewery è stato offerto in “riacquisto” ai soci fondatori Raimondo Cetani e Tommaso Norsa (rimasti a curare la parte produttiva), completo degli impianti nel frattempo rinnovati e aggiornati dalla multinazionale olandese con importanti investimenti. Garantita la parte occupazionale, la partnership continua con un accordo con Partesa, società del gruppo Heineken. Con 221,6 milioni di ettolitri, Heineken è il secondo produttore di birra nel mondo (quota mercato 12,2%) che, oltre al marchio olandese Heineken, ha in portafoglio oltre 300 birre come le italiane Birra Moretti e Dreher, l’olandese Amstell, l’irlandese Murphy’s.

Birradamare distribuita da Royal Unibrew Italia

Con un recente accordo di vendita e distribuzione, le specialità della multinazionale nordamericana Molson-Coors Beverage Company passano alla filiale italiana della danese Royal Unibrew (marchio principale Ceres, 4 milioni di ettolitri prodotti, quota mercato 0,2%), rilevando anche l’organizzazione commerciale in Italia di Molson-Coors, rappresentata finora dalla microbirreria Birradamare. Oltre alle specialità Birradamare, Royal Unibrew Italia distribuirà i marchi americani Coors, Blue Moon, Miller Genuine Draft e la ceka Staropramen. Con una produzione di 84,5 milioni di ettolitri, Molson-Coors è il quinto player mondiale della birra (quota mercato 4,6%).

Sicuramente i produttori di birre artigianali (non filtrate e non pastorizzate in fusti e bottiglie, con scadenza di pochi mesi), hanno sofferto in periodo Covid molto più di quelli industriali (birre pastorizzate in fusti, lattine e bottiglie, a lunga scadenza) per la chiusura a singhiozzo, totale o parziale dei locali, essendo solo episodicamente presenti sugli scaffali della grande distribuzione e poco organizzati nel canale e-commerce.
La vendita, totale o parziale, di due medi produttori italiani di specialità artigianali, appartenenti a grandi società birrarie, non dovrebbe comunque incidere sul recupero economico e sull’incremento del gradimento di gusto (e conseguente successo di vendite, ormai decennale) delle specialità artigianali non pastorizzate. Come si deve allora vedere il calice delle birre artigianali: mezzo pieno o mezzo vuoto?

Per gli ultimi sviluppi sul tema, appuntamento a Beer & Food Attraction a RiminiFiera (27-30 marzo).

Irap addio (per molti). Cala l’Irpef

closeup of a computer laptop with a tax form on screen, concept of online tax filing (3d render)
Abolita da quest’anno per le ditte individuali l’imposta regionale sulle attività produttive. Risparmi in vista per tutti i redditi medio-bassi con le nuove aliquote Irpef

Con la legge di bilancio 2022, è arrivata una novità gradita per molti titolari di bar: per le ditte individuali esercenti attività commerciali (compresi bar, ristoranti e affini) o arti o professioni dal 2022 l’“odiata” imposta regionale sulle attività produttive (Irap)è stata eliminata completamente, indipendentemente dall’esistenza dell’organizzazione.
L’ultimo adempimento per questi contribuenti sarà il pagamento del saldo per il 2021.

Fino al 2021, l’Irap veniva applicata alle imprese o professionisti che svolgevano l’attività con organizzazione di persone e/o beni. Per i pubblici esercizi, l’organizzazione era quasi sempre presente, anche perché vi è impiego di capitali per le giacenze di magazzino e i beni strumentali necessari.
Poteva ravvisarsi l’assenza di organizzazione solo nei casi di impresa individuale con il solo titolare e beni strumentali e rimanenze ridotte al minimo indispensabile, quali ad esempio un bar con il solo titolare e senza investimenti in beni particolarmente costosi o in rimanenze e senza impiego di personale. Non si considerava autonoma organizzazione la presenza di un unico collaboratore che gestiva solo attività di segreteria, generiche o meramente esecutive.
L’esistenza di più collaboratori o di un collaboratore che effettuava direttamente l’attività (ad esempio il coniuge e/o figli o altri collaboratori familiari che lavoravano insieme), invece, avrebbe configurato l’autonoma organizzazione e quindi l’assoggettamento all’Irap del titolare.
Resta invece confermato l’assoggettamento all’Irap per le società commerciali di persone e di capitali, perché nel loro caso l’organizzazione è considerata insita nella struttura societaria.

Importanti novità anche sul fronte Irpef

Per diminuire la pressione fiscale sui redditi delle persone fisiche, le aliquote degli scaglioni intermedi sono state ridotte di numero ed è stata limata la percentuale di prelievo (vedi tabella nella pagina accanto). Lo sconto medio è di circa 300 euro l’anno, con punte fino ai 900 euro.
Sembrerebbe che non sia cambiato niente per i redditi più bassi (fino a 15mila euro); in realtà ciò non è vero perché, a loro favore, sono state elevate le detrazioni e rivisto il trattamento integrativo del “bonus 100 euro”.
Sul secondo scaglione l’aliquota è stata ridotta dal 28 al 25%.
Il quarto scaglione si ferma a 50 mila (anziché a 55mila euro) con taglio dell’aliquota dal 38 al 35%.
Inoltre, è stato eliminato lo scaglione 55-75mila (attualmente al 41%). Per questi contribuenti l’imposta sembra aumentata; in realtà non è vero, perché l’aumento è compensato dalle minori aliquote dei due scaglioni precedenti.

In virtù delle detrazioni, i redditi entro i quali non sono dovute l’Irpef e le addizionali sono i seguenti:
• 5.500 euro per il lavoro autonomo (detrazione 1.265 euro).
• 8.174 euro per il lavoro dipendente e assimilati (detrazione 1.880 euro); per questi bisogna inoltre tener presente l’effetto del “bonus 100 euro” che può compensare l’Irpef dovuta o addirittura, portare a un credito.
• 8.500 euro per le pensioni (detrazione 1.955 euro).

Gli enti locali devono adeguare le addizionali loro spettanti al nuovo sistema entro il 31 marzo 2022 o, se la scadenza fosse successiva, entro il termine di approvazione del bilancio di previsione.

Il mondo dessert è in fermento con le monoporzioni Attilio Servi

dessert ATTILIO SERVI
Conta 20 diverse proposte la gamma di dessert creata per i locali dal maestro pasticciere Attilio Servi. Dolci al cucchiaio nati per conquistare ogni palato e pronti da servire in pochi secondi

I ristoranti stellati sono stati i primi a valorizzare il mondo del dessert, ma questa oggi è una tendenza condivisa tra i diversi operatori della ristorazione e del “dopocena”. Quello che una volta era il dolce al carrello oggi è il dolce al piatto.

Il cliente è alla ricerca di proposte nuove e diverse e il dolce è visto come “portata” ed esperienza sensoriale irrinunciabile, quindi è parte integrante del menu.

La monoporzione è senza dubbio il dessert della ristorazione moderna e incontra alla perfezione le esigenze del gestore, sempre più attento alla marginalità, alla facilità e alla velocità di servizio.

Attilio Servi Pasticceria, realtà artigianale di alta gamma creata dal pastry chef Attilio Servi, propone una gamma di Dessert abbattuti “pronti da servire” in 30 secondi: un’offerta ricca e varia che conta 20 deliziose creazioni.

Attilio Servi ha attentamente lavorato su ogni dettaglio di questi prodotti, curandone aromi, profumi, consistenze e design, utilizzando per la loro preparazione solo ingredienti di alta qualità, accuratamente selezionati, per dar vita a una gamma di dessert in grado di regalare un’esperienza sensoriale di alto livello che coinvolge tutti e cinque i sensi. Dessert che riflettono in pieno la filosofia del maestro: tutte le sue realizzazioni sono infatti pensate per stupire e conquistare all’assaggio e lasciare un ricordo indelebile in chi le degusta.

Se il focus su qualità e standard produttivo è il valore imprescindibile del maestro Servi, altrettanta attenzione è posta sull’economia aziendale, trasferita ai gestori che scelgono questi prodotti, grazie al formato monoporzione che evita sprechi e permette di avere sempre il food cost sotto controllo.

Per saperne di più:
Attilio Servi Pasticceria
Via Campobello, 1/C Pomezia (Roma)
Tel. +39 069124150
www.attilioservipasticceria.com

Nuove imprese prendono forma

Rossella De Stefano, direttrice di Bargiornale
L'editoriale del numero di febbraio 2022 di Bargiornale a firma del direttore Rossella De Stefano. Dedicato a chi osa fare nuove imprese

Non se ne vede la fine! Prima, seconda, terza, quarta ondata. Primo, secondo, terzo vaccino. Green pass, green pass rafforzato, super green pass. Apri, chiudi, riapri (forse). E nel frattempo sono passati due anni (terribili!). Il peggio è alle spalle?

nuove imprese
La copertina del numero di febbraio 2022 di Bargiornale

Ahinoi, abbiamo imparato a diffidare di virologi, politici e numeri, puntualmente smentiti da una realtà in continua evoluzione. E, non bastasse, ci sono le mille questioni ancora irrisolte: mancanza di personale qualificato, fine della cassa integrazione, aumento del costo delle materie prime ecc. Nulla che non abbiamo già indagato. Servono soluzioni!

Ci siamo affidati perciò alla nostra esperienza sul campo per scovare nuovi format, nuovi modi fare impresa e di interfacciarsi con fornitori e clienti. Nelle pagine che seguono abbiamo raccolto le storie sorprendenti di Fabio Ditto, fondatore di Kbirr e i suoi spin off sul tema birra, di Domenico Carella con il suo Carico e la Martini Room, di Riccardo Spada e Alessandro Miliazza, alias i sarti del panino, e del coffee roaster Gian Andrea Sala.

Di più: abbiamo risalito la filiera, prestando i nostri microfoni a grossisti e associazioni di categoria. Nessuno escluso. Per ripartire tutti insieme, una volta per tutte!

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