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Discoteche: la ripresa c’è, ma è ancora lenta

discoteche rapporto Siae
Secondo i dati del nuovo report Siae il settore dell'intrattenimento ha dato importanti segnali di ripresa nel 2022, con 470.000 appuntamenti, 75,6 milioni di partecipanti e un miliardo di euro spesi. In ritardo le discoteche, ancora lontane dai numeri del pre-pandemia

È un’Italia che nel 2022 è ripartita e che ha pienamente ripreso a organizzare eventi e a frequentare cinema, teatri, concerti, mostre, partite di calcio e tutti gli altri spettacoli d’intrattenimento. Lo si evince dalle pagine di Spettacolo, Intrattenimento e Sport, il rapporto Siae, alla sua 87esima edizione e che quest’anno si è avvalso della collaborazione dell’Associazione economia per la cultura e dell’Agis - Associazione generale italiana dello spettacolo.

«Il 2022 ha mostrato segnali incoraggianti soprattutto dopo la fine dello stato d’emergenza – afferma Matteo Fedeli, direttore generale della Siae, nell’introduzione del report –. Oltre 3 milioni di eventi con un incremento complessivo di circa l’80% rispetto all’offerta dell’anno precedente, ma con ancora un ritardo del 29% sul 2019. Sono stati registrati quasi 205 milioni di spettatori, con alcuni settori, come concerti di musica leggera, circo, spettacolo viaggiante e parchi da divertimento, con numeri anche superiori al periodo pre-pandemico, e oltre 3 miliardi di spesa».

Riparte l’intrattenimento

Per quanto riguarda l’intrattenimento (ballo e intrattenimento musicale, spettacolo viaggiante e fiere) si sono registrati 470.000 appuntamenti (+162% rispetto 2021 e -31% rispetto 2019), con 75,6 milioni di partecipanti (+155% rispetto al 2021 e -22% rispetto 2019) e 1 miliardo di euro spesi (+155% rispetto 2021 e -26% rispetto al 2019).

Scendendo ancor più nello specifico, alla voce ballo vanno ascritti 163.800 spettacoli, +635,19% in confronto al 2021, quando le discoteche di fatto rimasero chiuse per gran parte dell’anno e si ebbero in tutto poco più di 22.000 spettacoli. La ripresa di questo comparto è quindi più lenta, rispetto ad altri: nel 2019 si contavano 44% spettacoli in più. Gli spettatori risultano quasi 29,5 milioni, il 742% in più rispetto al 2021, comunque in forte contrazione rispetto al 2019 (-28%), anno per il quale si erano registrate oltre 40 milioni di presenze. La spesa complessiva per il ballo è di circa 410 milioni di euro nel 2022, in crescita sull’anno precedente (+808% vs. 2021), ma ancora decisamente inferiore alle cifre raccolte negli anni prima della pandemia (oltre 720 milioni nel 2018 e 715 milioni nel 2019).

Discoteche ancora lontane dai numeri pre-pandemia

In buona sostanza, alle discoteche manca un terzo di quello che si produceva prima dello stop forzato a causa dell’emergenza sanitaria. Sarà fondamentale capire se questo 30% sarà recuperato nel 2023 o se si tratta di un calo fisiologico se non addirittura irreversibile.

«Siamo in crescita rispetto al 2021 e aspettiamo i dati del 2023 – commenta Maurizio Pasca, il presidente del Silb, il Sindacato italiano dei locali da ballo -. Di sicuro continuiamo a soffrire gli effetti della pandemia, basti pensare ai ristori; il nostro settore ha ricevuto 80 milioni, cinema e teatro più di dieci volte tanto. Senza dimenticare la pressione fiscale alla quale siamo sottoposti: il 48% dei nostri fatturati finisce in tassazione, così come i costi gestionali incidono tantissimo, per tacere del mancato inquadramento giuridico di diverse categorie di nostri lavoratori. Qualcuno dovrebbe spiegarmi perché una ragazza che esce da una scuola di danza se lavora in teatro ha un suo inquadramento adeguato, se va a ballare in discoteca no».

Il problema dell’abusivismo

Un altro grave problema è l’abusivismo. «Il Silb è da sempre impegnato in prima linea contro l’abusivismo, contro quelle realtà dove si balla senza avere né i requisiti né tantomeno le licenze. Noi segnaliamo sempre ogni situazione non a norma, poi non spetta a noi prendere provvedimenti adeguati», commenta il residente del Sindacato.

Non mancano però idee e impegni per rilanciare il settore. «Come imprenditori dobbiamo a tornare a investire e a credere in quello che facciamo, perché il piacere e il divertimento che si prova in una discoteca è difficile riscontrarlo in un ristorante e in un pub: sono situazioni differenti – racconta Pasca -. Dobbiamo essere capaci di far tornare la voglia di andare in discoteca, sempre ricordando che anche il potere d’acquisto di gran parte degli italiani attualmente è messo a dura prova, quindi non è certo un momento storico nel quale ci si possa permettere di uscire tutte le sere. E non si deve mai cadere nell’errore di svendere il nostro prodotto: se si abbassano i prezzi, poi non si risale più: è una legge di mercato ineludibile».

La forte concorrenza di ristoranti, pub e casa

I numeri del rapporto Siae dicono molto ma non dicono tutto. Tante le ulteriori considerazioni che si possono fare in merito: di sicuro la discoteca – quantomeno in Italia – non è più la prima scelta in termini di intrattenimento come, invece, accadeva negli anni Novanta e a inizio millennio. Le alternative sono cresciute, sia dentro che fuori casa.

Per molti risulta più divertente e forse anche più economico una serata a casa di amici guardandosi le partite di calcio o le serie tv, così come in tanti preferiscono ristoranti e pub con le cene cantate o il djset di accompagnamento. I più irriducibili, ergo i veri appassionati di musica elettronica, tendono a frequentare una discoteca quasi esclusivamente se ci sia in console un dj superstar, per tacere di quelli che preferiscono destinare le loro finanze ai festival, agli eventi dove condividere un’esperienza, come a un concerto. Di fronte al palco, spesso e volentieri con il telefonino in mano a farsi selfie o a riprendere il set di turno.

Offrire un servizio di qualità

Si tornerà a livelli d’eccellenza quando si tornerà ad assaporare il gusto di far serata nel proprio club preferito a prescindere dall’ospite speciale di turno. Si tornerà ad andare nella propria discoteca di riferimento perché si saprà che quasi certamente si vivrà la giusta atmosfera, si assaporeranno le giuste vibrazioni, si tornerà a ballare e a ritrovarsi in mezzo a tanti sconosciuti come se invece ci si conoscesse da sempre. Il tutto ovviamente accompagnato da un servizio di qualità sin dal parcheggio e dal guardaroba, con bar che servano bevande di qualità e soprattutto sia offerto il meglio in termini di audio e video. Troppo spesso molti titolari di locali hanno preferito investire in divani invece che negli impianti. Un errore colossale. Il modello Ibiza dimostra che un modello vincente in materia esiste: replicarlo su scala nazionale è impossibile, trarne ispirazione e spunti più che doveroso.

Il tutto senza cadere nell’effetto nostalgia: le serate revival o remember che ogni tanto in una programmazione di un locale ci possono anche stare, ma non possono essere una soluzione né tanto meno un’idea originale. Anzi! Diffidiamo sempre di chi sostiene che si stava meglio 10, 20 o 30 anni fa: chi lo afferma sta soltanto rimpiangendo di non avere 10, 20 o 30 anni di meno.

Il caffè specialty di Picapau va a braccetto con i croissant nella nuova sede di Le Levain a Roma

La nuova apertura di Le Levain a Via Piave unisce la bontà della linea di boulangerie/pâtisserie di Giuseppe Solfrizzi alla qualità dei caffè selezionati ed estratti dalla roastery Picapau

Se c’era qualcosa che mancava alla sede trasteverina di Le Levain, la boulangerie/pâtisserie di Giuseppe Solfrizzi, erano i posti a sedere e la possibilità di concedersi una sosta più lunga. Ecco che la nuova apertura a Roma, in via Piave 8, colma questa mancanza, con uno spazio aperto al consumo slow, grazie anche alla presenza degli specialty coffee di Picapau, torrefazione romana che dal 2019 si dedica alla ricerca, tostatura e fornitura di caffè di qualità e che è alla prima esperienza “su strada”.

La roastery in questo progetto non è solo ospite, ma fra i protagonisti. Quattro i soci di questa nuova avventura, infatti, oltre allo stesso Solfrizzi ci sono la storica dipendente Francesca Vittozzi e, in quota caffetteria, Emanuele Bernabei, fondatore di Picapau e John Di Gironimo. Guai a dire però “quelli di Le Levain o quelli di Picapau”: è un progetto con un obiettivo comune, ovvero portare un’ottima colazione a base di caffè e croissant (ma anche pranzi e merende, con apertura dalle 8 alle 19) in un quadrante già illuminato dalla presenza di Faro, che per chi ama gli specialty ha fatto un po’ da apripista in città.

Per chi non è pratico di Roma, stiamo parlando della zona a ridosso di Porta Pia, densa di uffici ministeriali (il mitologico Palazzo Koch, sede del Ministero dell’Economia, è a un passo) e non solo. Un quadrante che si sta aprendo a una ristorazione di qualità, anche dal lato dolci: sulla stessa via ha aperto pochi giorni fa anche la seconda sede della gelateria Fassi, non lontano c’è la pizzeria 50 Kalò di Ciro Salvo, spostandosi solo di poche centinaia di metri Orma, il nuovo stellato della Capitale, guidato dallo chef Roy Caceres.

Particolarmente interessante il layout di questo nuovo locale. Ne abbiamo parlato con Silvia Guzzini, architetta dello studio b15a, che ci ha descritto il progetto: «La richiesta della committenza era di riprendere lo stile della sede di Trastevere», modernizzandone il design e adattandolo tuttavia a questa nuova apertura, con volte alte sei metri e un edificio tutelato dalla Soprintendenza. L’obiettivo era rendere un punto di forza quello che è un limite di questo locale, ovvero l’impossibilità di avere tavolini all’esterno. Ecco che gli archi delle volte, interamente vetrati, diventano il posto giusto per collocare dei tavoli alti, con sgabelli con lo schienale, per un totale di ventisei posti a sedere. Le vetrine sono state realizzate da Ciam e hanno dato il giusto spazio a tutti i reparti della pasticceria, lasciando all’entrata il corner dedicato alla roastery di Picapau. «Abbiamo discusso a lungo sulla collocazione della macchina del caffè. All’inizio doveva dare le spalle alla sala, ma in questo modo avrebbe fatto da schermo fra gli operatori e i clienti. Quindi la decisione finale di collocarla sul lato a destra, aprendo la vista al mondo del caffè», spiega Guzzini.

L’obiettivo è dare il tempo e lo spazio per spiegare al cliente il caffè specialty, per far scegliere la proposta più adatta alle sue esigenze, fra espresso, estrazioni filtro e batch brew a rotazione. Ci saranno anche torrefazioni ospiti e con Solfrizzi stanno lavorando a proposte dolci in cui il caffè sia protagonista, magari anche al piatto.

Un Banksy Martini porta il titolo di Lady Amarena in Sardegna

Premiazione Lady Amarena Italia
Francesca Aste vince Lady Amarena Italia e diventa il nuovo volto di Fabbri 1905. A portarla sul podio, un cocktail ispirato al celebre murales con la bambina che insegue il suo palloncino rosso.

Un cocktail con un palloncino rosso a forma di cuore, attaccato a un’amarena Fabbri. «Mangiate l’amarena, godetevi il sapore, poi fate volare il palloncino ed esprimete un desiderio». È questo il piccolo coup de théâtre con cui Francesca Aste, trentenne di Carloforte, in Sardegna, ha conquistato i giudici della competition Lady Amarena Italia 2023, organizzata da Fabbri 1905. Il suo Bansky Martini è un cocktail dalla bassa gradazione alcolica, a base di Dry Gin Fabbri, Marendry Bitter Fabbri e liquore alla pesca, perfetto dall’aperitivo all’after dinner. Ispirato al celebre murales con la bambina che insegue il suo palloncino rosso, è stato il drink più apprezzato, in una gara appassionante, con 10 colorate barlady giunte da tutta Italia, per gareggiare per l’ambito titolo di Lady Amarena. La cornice è stata quella del Congresso e degli appuntamenti del mondiale Aibes (Associazione Italiana Barmen e Sostenitori) e Iba (International Bartender Association). Il palco è stato lo stesso che poi ha visto la premiazione di Aibes, presso l'hotel Marriott di Roma.

A premiare la vincitrice, Nicola Fabbri, Ceo di Fabbri 1905, al comando con il fratello Umberto e il cugino Paolo: «Fin dalle origini questo concorso parla di inclusione – ha detto – prima ancora che questo tema diventasse un hipe contemporaneo: in fondo la nostra azienda nasce dall’intuizione di una donna, la mia bisnonna Rachele, alla cui ricetta casalinga si deve l’invenzione della nostra Amarena». Per il rappresentante della quarta generazione della famiglia della celebre amarena, «la componente femminile nel mondo del bartending merita di essere considerata e valorizzata al pari dei colleghi uomini, che ne sono tuttora protagonisti: per il quid in più di sensibilità e attenzione alle sfumature, oltre che di freschezza e nuova creatività».

Federica Geirola premia Lady AmarenaA passare il testimone a questa giovane trentenne che ha scelto di vivere e lavorare nella sua Sardegna, Federica Geirola, Lady Amarena Italia 2021, oggi una vera influencer nel mondo del bartending, bravissima a portare sui social tutta l’esperienza e la passione dei cocktail che prepara ai clienti del Singer Palace Hotel di Roma. Sul podio anche la seconda classificata Carlotta Verago e la terza Valentina Scuotto con i rispettivi cocktail Lady Bear e Magic Drop. Il titolo di miglior cocktail a base di Dry Gin Fabbri è andato invece a Linda Gentilini con Albachiara, mentre quello per il miglior cocktail a base di Marendry a Jennifer Okkez con il suo Mexican Lady.

Una nuova sfida attende la vincitrice Francesca Aste, che nel corso del 2024 parteciperà alla competizione internazionale, misurandosi con le altre Lady che hanno conquistato il titolo negli altri paesi del mondo in cui Fabbri è presente.

Arriva Farmer’s Gin, il distillato 100% naturale made in Usa

Farmers' Gin
Fine Spirits porta in Italia Farmer's Reserve Strength, gin secco e profumato prodotto in Idaho dalla famiglia Magliocco, la stessa che produce il whiskey americano Michter’s. Un distillato artigianale dal forte legame con il suo territorio

Alle mucche nella stalla probabilmente poco importa del gin. E anche del gruppetto di giornalisti e bartender che invece le osservano, allungando carezze sul muso dei vitelli. E che, con mani più abituate a shaker e penne, fanno tentativi più o meno maldestri di mungere. Per presentare Farmer's Gin, appena sbarcato sul mercato italiano e prodotto, a partire dal grano, da un'azienda agricola statunitense biologica e ogm free, è stato scelto uno scenario decisamente bucolico. Quello dell'agriturismo Ferdy Wild, un angolo di paradiso sulle Alpi Orobie, in provincia di Bergamo. Una realtà curata e confortevole, con spa e ristorante, che negli ultimi anni è diventata nota grazie a visite di personaggi come i Ferragnez. Ma che ha mantenuto la sua anima agricola e montanara più vera, incarnata nel Cicerone della giornata: il signor Ferdy in persona.

Raccontare la montagna

Cappellaccio sempre calcato in testa (serve per appoggiarsi alla mucca mentre si munge ma, confida, anche per celare un po' di timidezza) e modi apparentemente bruschi di chi è abituato a vivere sei mesi all'anno in alpeggio, Ferdy parla della montagna con amore e rabbia. «Abbiamo perso 40-50 anni di tradizione e cultura», dice. Anche lui ha lasciato le Alpi in cerca d'altro, per sfuggire a un futuro di difficoltà. Ma poi ha scelto di tornare, di riprendere i metodi tradizionali e insieme di guardare al futuro. Perché se si vuole ripopolare la montagna bisogna comunicarla, anche se non è nella propria indole. Così la sua azienda da decenni è una fattoria didattica e ora, anche grazie ai figli, una meta amata da famiglie, influencer e appassionati di food. Nonostante la fatica, il cambiamento climatico, le politiche avverse, per Ferdy sta arrivando il momento della rivincita: i giovani tornano in montagna, alla terra.

In una giornata di cielo blu Ferdy è una calamita, da seguire nel tepore della stalla satura di odori ai quali la gente di città non è abituata. Racconta le sue vacche, che sono di una razza (la mucca bruna alpina) che stava per estinguersi perché rende poco. Con testardaggine l'ha recuperata e ora ha quaranta esemplari, che munge rigorosamente a mano due volte al giorno. Chi vuole può fare un tentativo, basta sedersi sullo sgabello di legno e cercare di riempire il secchio, ereditato da qualche vecchio dei monti. Il clima è quello della gita, si capisce perché la fattoria didattica funzioni così bene.

Il gin che arriva dall’Idaho

L'idea di presentare il gin in montagna è di Fine Spirits, società di importazione e distribuzione che cura l'arrivo di Farmer's Reserve Strength Gin in Italia. Dietro al distillato, infatti, c'è un rapporto stretto con la terra simile a quello che si può respirare da Ferdy. Lo produce in Idaho la famiglia Magliocco, quella del whisky Michter's (leggi La Storia di Michter’s, The World’s Most Admired Whisk(e)y). Il grano cresce a 1000 Springs Mill, azienda biologica e che non fa uso di ogm (non scontato negli States), pioniera di questo tipo di agricoltura in America.

Il processo è «dal chicco al bicchiere» e si svolge in giro di una settimana. I cereali, di tipo hard red wheat, vengono raccolti e poi distillati poco distante da Distilled Resources, la prima distilleria certificata bio degli Stati Uniti. L'acqua arriva dal fiume Snake, che attraversa la zona. Tutti i passaggi della filiera sono in mano alla famiglia Magliocco, a partire dall'autoproduzione dell'alcol. Fatto davvero raro per i brand di spirit.

Un distillato secco e profumato

Ecco perché il lancio del gin avviene in posti come Ferdy. «Beni culturali da scoprire e proteggere», secondo Paolo Gargano, amministratore delegato di Fine Spirits. Dopo l'esperienza nell'agriturismo della Valle Brembana ce ne saranno altre in giro per l'Italia, ospitate da casari, agricoltori, allevatori. Da chi produce, insomma, materia prima. Quella dietro a Farmer's Gin è biologica, anche se per il mercato europeo è stato deciso di non richiedere la certificazione per motivi burocratici. Insieme alle otto botaniche (ginepro, fiori di sambuco, citronella, coriandolo, radice di angelica, bocciolo di rosa, arancia e lime), restituisce un gin da 47,8% vol, secco ma profumato in purezza, in cui le note più dolci si accendono con la diluizione. Succede per esempio nel Martini Cocktail.

Ma prima di assaggiare Farmer's Gin e i raffinati piatti dell'agriturismo, c'è ancora da faticare. Salutata la stalla delle mucche è il momento di provare a fare il formaggio a partire dal latte e dal caglio, lasciando che Ferdy spieghi i trucchi del mestiere mentre con attrezzi di legno dall'aspetto antico si tenta di ottenere qualcosa (spoiler: non è così difficile, basta seguire le indicazioni). Quelli firmati Ferdy sono custoditi in una cantina, dove le forme del formai de mut, il formaggio d'alpeggio, e di altri tipi sono allineate con cura. Dentro a ognuna ci sono le sfumature date dall'alimentazione delle vacche, dalle stagioni, dall'altitudine degli alpeggi (vanno da 1400 a 2000 metri). Alle mucche brune alpine forse non interessa il gin, ma il loro lavoro lo sanno fare. Eccome.

Un weekend con Gin Mare in Puglia: il racconto dell’esperienza Villa Mare

Dieci bartender e una masseria a due passi da Ostuni, una rigenerante esperienza per conoscere i segreti di Gin Mare e vivere a pieno la Med Attitude

Metti un weekend d’autunno, quando il tempo è ancora estivo, e chiudi 10 bartender in una masseria in Puglia. Una due giorni di detox dalla frenesia del bar, ma senza perdere di vista la voglia di shakerare. Possibilmente Gin Mare o Gin Mare Capri, perché il gin distribuito da Compagnia dei Caraibi era il padrone di casa e protagonista dell’experience chiamata Villa Mare. In qualità di testimone, un solo giornalista alla volta, coinvolto pienamente nelle attività, a eccezione solo della sfida a colpi di cocktail, da abbinare in pairing alla cena stellata, che è stato l’acme dell’evento.

Il testimone è naturalmente chi scrive, ma non si può non partire dall’arrivo in questa masseria a due passi da Ostuni, La Corte dei Messapi, che per l’occasione era stata ribattezzata Villa Mare, con tanto di luminarie da festa di paese pugliese a mettere tutto in chiaro. Ad accogliere il gruppo, la splendida ospitalità di Palma D’Onofrio e della sua squadra tutta al femminile, chiamate a coccolare gli invitati, come farebbero tutte le mamme pugliesi: a tutte le ore taralli a disposizione, i prodotti freschissimi della masseria di fronte, la sua cucina un po’ di casa, un po’ di territorio. Verace e gustosa: focacce e orecchiette, burrate e crostate. Quei sapori di casa, capaci di rinfrancare gli animi a colazione, pranzo e cena (e far tornare dalla Puglia rigorosamente con qualche chilo in più). E poi ovviamente l’open bar, Gin Tonic libero e non solo: i bartender a cui chiedere un drink non mancavano certo.

Ma l’esperienza non è stata solo godereccia, perché Gin Mare qualche asso nella manica ce l’aveva. Momento serio con Francesco Serra, il brand ambassador di Compagnia dei Caraibi che ci ha accompagnato, che ha dato un po’ di numeri sul fenomeno Gin Mare. «È il gin ultrapremium numero uno al mondo, in Italia è secondo solo dopo Hendrick’s sul numero di bottiglie vendute, con una media di 150mila casse (da sei bottiglie) e un +47% sull’anno precedente», fa due conti il barman. Fondamentale per alimentare questa crescita, quella che Serra definisce la «Med attitude», ovvero un portato di Dolce Vita e rilassatezza che accompagna il gin partito dalla Spagna, per conquistare tutto il Mediterraneo. Secondo una ricerca commissionata da Compagnia dei Caraibi, Gin Mare è il primo gin top of mind: «in altre parole se ti chiedo dimmi il nome di un gin, il primo che ti viene in mente è Gin Mare», spiega Serra. Particolarmente riconoscibile la bottiglia, meno il logo, ammettono, ma se guardando una bottigliera, il primo gin che salta all’occhio è Gin Mare vuol dire che l’obiettivo del brand è già raggiunto.

Particolarmente interessante l’educational con l’esperta di neuromarketing, Mara Bellati del BrainLab dello Iulm, che ha messo tutti in gioco in una degustazione alla cieca. «Nel bicchiere avete liquido blu e uno giallo, assaggiate, cosa distinguete?». E ancora, liquido bianco, due bicchieri diversi assaggiati in atmosfere diverse, il primo con musica classica e sottobicchiere di velluto, il secondo con musica pesante e sottobicchiere abrasivo. In conclusione era sempre un assaggio di Gin Mare, ma possiamo testimoniare che le note aromatiche cambiavano di volta in volta, influenzate sia dal colore (con il giallo emergeva l’olio extravergine d’oliva, per esempio), sia dall’ambiente (con la musica più metallica la nota alcolica era più invadente).

Ultimo atto del weekend con Gin Mare, la gara a squadre fra bartender, per abbinare i loro drink al menu degustazione proposto dallo chef stellato, Pietro Penna del Casamatta di Manduria (Ta), con piatti sia di mare che di terra e ingredienti molto sfidanti nell’abbinamento di un cocktail, come lo zafferano o l’agnello. Alla fine, un Martini a base di Gin Mare, con un “occhio” dato da una goccia d’olio extravergine d’oliva (idea geniale del caposquadra Paolo Sanna), ha conquistato tutti i commensali, confermando che i classici sono sempre intramontabili.

Wcc Iba: è Leo Ko di Hong Kong il miglior bartender del mondo

Si è conclusa a Roma la World Cocktail Championship di Iba: sul podio della categoria Classic, argento per Jose Valentin (Porto Rico) e bronzo per Atilla Bus (Ungheria). Nel flair trionfa l’argentino Roman Zapata

Con il Gala e la serata finale, fra spettacoli di flair e ultimi cocktail versati, si è conclusa la tre giorni Iba, che dopo ben 36 anni è tornata a Roma con la World Cocktail Championship. Ottanta concorrenti da 68 Paesi diversi che si sono visti avvicendarsi e gareggiare nelle varie categorie del mondiale, ospitato nelle sale del Marriott Park Hotel dal 29 novembre al primo dicembre. Direttori d’orchestra e padroni di casa, i nostri Giorgio Fadda, presidente Iba dal 2020, e Angelo Donnaloia, che nei due giorni precedenti era stato protagonista con le finali Aibes, di cui è presidente.

Tanti i premi che sono stati assegnati nella serata finale, ma i più importanti sono certamente quelli della categoria Classic, vinta dal concorrente di Hong Kong, Leo Ko, che ha convinto la giuria con il suo cocktail shakerato Came to connect, a base di Gin Fabbri, Campari, un homemade al caffè, sciroppo di vaniglia Monin e on top una schiuma a base di passionfruit. Secondo classificato il portoricano Jose Valentin e terzo l’ungherese Atilla Bus. Per la verità, quest’ultimo era stato dato per vincitore, per via di un misunderstanding. Lacrime e ringraziamenti, salvo poi vedersi soffiare il premio dal collega di Hong Kong, che in seguito a un riconteggio è risultato il campione. Per il povero ungherese saranno state di nuovo lacrime, stavolta di delusione. Si è tuttavia consolato con la sua squadra, quella dell’Ungheria, che per il 2023 ha portato a casa la storica insalatiera, che di anno in anno viene assegnata al miglior team.

Particolarmente spettacolare l’esibizione dei sei finalisti della gara flair, che si sono battuti a colpi di shaker e bottiglie volanti. Vincitore assoluto, l’argentino Roman Zapata, che ha colpito tutti con la sua esibizione ispirata a Wolfgang Amadeus Mozart (era anche vestito a tema). Argento per il lettone Deniss Trifanovs, Bronzo al polacco Kacper Smarz.

La ricetta

Came to connect di Leo Ko

Ingredienti:
45 ml Gin Fabbri
55 ml Homemade (preparato con 1 Lt Campari; 10g Earl Grey Tea; 8g caffè)
0,5 ml Monin Vanilla Syrup
Top up con Passionfruit foam

Preparazione: drink shakerato, chiusura con foam on top

Il napoletano Emmanuele Marano vince la The Sidecar Competition di Rémy Martin

Il bartender del La Mela di Napoli si aggiudica la finalissima romana con la sua versione del Sidecar intitolata Inseparable e stacca un biglietto per andare a visitare le cantine in Cognac e scoprire l'ultracentenaria tradizione di Rémy Martin

Quando si dice “gli ultimi saranno i primi”. Si chiama Emmanuele Marano il vincitore della The Sidecar Competition, organizzata da Rémy Martin: ha gareggiato per ultimo e ha sbaragliato i tre validissimi concorrenti, già vincitori delle tappe intermedie di Roma, Milano e Catania (oltre a quella napoletana in cui aveva prevalso lo stesso Marano).

Tenutasi alla Terrazza Molinari di Roma il 27 novembre, la finalissima ha visto cinque giudici d’eccezione: oltre al brand ambassador Molinari (che distribuisce Rémy Martin), Marco Fedele, c’erano infatti quattro big della miscelazione capitolina, ovvero Patrick Pistolesi, Massimo D’addezio, Paolo Sanna e Riccardo Marinelli.

Una giuria tutta tecnica, quindi, chiamata a valutare il drink in base all’esecuzione, allo speech, alla presentazione, al gusto e all’aderenza al tema, che era appunto reinterpretare il glorioso Sidecar. Il premio per Marano: un viaggio nella regione del Cognac, per visitare le cantine Rémy Martin e scoprirne dal vivo la tradizione ultracentenaria.

Napoletano, vent’anni e tanto cuore, Emmanuele Marano è bartender del La Mela Experience Cocktail Club di Napoli, recentissima apertura in quel di via Chiaia, che ha ridato vita a una storica discoteca della Dolce Vita partenopea e che vede fra i protagonisti l’imprenditore Francesco Cappuccio (che ha nel suo portfolio anche l’Antiquario). A convincerlo a partecipare con il suo drink Inseparable, racconta, «l’istruttore della scuola di bartending Professional Bartender School, dove si è svolta la finale di Napoli della Sidecar». La sua presentazione è stata ricca di dettagli e di storia, ma anche con un tocco personale, caratterizzato da una cartolina che ha fatto realizzare per l’occasione da un artista napoletano e ha donato ai giudici: un Sidecar in viaggio fra Napoli e Roma, con un angioletto a vegliare. «Ho fatto aggiungere questo dettaglio perché proprio il giorno prima della finale napoletana è venuto a mancare mio nonno e per me era importante che ci fosse», afferma il vincitore. A caratterizzare il cocktail preferito dai giudici, un Cointreau infuso al pimento e l’utilizzo di un sea honeymix (miele e acqua di mare edibile) per rinfrescare e contrastare.

Sul podio con Marano, i tre vincitori delle tappe intermedie: Alessio Baneschi di Cecina (LI) che a Milano aveva convinto con il suo Late Night Sidecar infuso al caffè; Sara De Pascalis del Triplo di Roma, che nella tappa della capitale aveva proposto il suo Oxymère; Michele Serrafino del Retrò di Caltanissetta con il suo cocktail Exubérant di nome e di fatto.

La Ricetta
Inseparable – Emmanuele Marano

Ingredienti:

45 ml Rémy Martin V.s.o.p.
15 ml Cointreau al pimento
30 ml Cordiale alla pera
10 ml Sea Honey Mix

Garnish: cubetti di pera candita
Tecnica: stir and strain
Bicchiere: Nick&Nora

La musica entra nello shaker con Oscar Quagliarini

Il pianista e compositore Alessandro Sgobbio che con la sua musica ha accompagnato i cocktail di Oscar Quagliarini nella serata organizzata da Organics by Red Bull a Milano (foto di Chiara Broccoli)
Il mixologist e "naso" protagonista della serata milanese firmata da The Organics by Red Bull, con i suoi drink e le sue fragranze proposte "in pairing" con la musica modale del pianista Alessandro Sgobbio. Un incontro tra cocktail, profumeria e musica per un'esperienza multisensoriale totale

Il primo impatto che un cocktail ha sul consumatore arriva molto prima del sorso. Già piuttosto rodato il lavoro svolto negli ultimi anni sull’aspetto visivo di una ricetta, con garnish e presentazioni tornate al minimalismo (bicchieri inclusi), il potere olfattivo di un cocktail è stato il terreno di sperimentazione per eccellenza di Oscar Quagliarini: il pioniere per eccellenza nell’avvicinamento di profumeria e miscelazione, che anche da un punto di vista tecnico scava in profondità. L’utilizzo di un profumo come elemento integrante di un drink, con una vaporizzazione appena prima del servizio, è per Quagliarini «un modo per amplificare i sentori della ricetta, che si valorizza ed è anche divertente. Una fragranza può introdurre nuove sensazioni per il consumatore, o creare un continuum o un contrasto con gli altri ingredienti».

Sperimentare con la profumeria

L’approccio di Quagliarini rimane ancora un unicum nel panorama italiano: mentre all’estero non è nel complesso rarissimo trovare sperimentazioni con la profumeria, in casa nostra si fatica decisamente. «Penso sia anche per una forma di rispetto velato, sono stato il primo e quindi nessun altro si propone. Più in generale però, vedo il mondo del bar ottuso, che rischia di rimanere senza futuro finché non arriveranno nuovi innovatori che potranno aiutare il sistema a guardare oltre: mi viene in mente Tony Conigliaro». In profumeria invece lo spazio c’è eccome. Quagliarini è già al lavoro su due nuove essenze: Eteriamen-Te, a base di cocco, tabacco, incenso, cannabis e cocaina. E Money never sleeps, con richiami alle varie essenze della carta come materia prima.

Una frontiera inesplorata: l’impatto della musica

Un’ulteriore frontiera inesplorata è quella dell’impatto che la musica può avere sulla degustazione, ed è su questo che si è incentrata una serata organizzata da Organics by Red Bull, presso l’Organics SkyGarden @Cielo di Milano. Alle fragranze e ai drink di Quagliarini, realizzati con i prodotti Organics, faceva da contorno la musica modulare di Alessandro Sgobbio, compositore, pianista e produttore tra i più interessanti e apprezzati nomi del panorama jazz internazionale. Note di degustazioni e di suoni, dunque: la musica, a detta di Sgobbio, «permette di aggiungere un tassello in più all’esperienza multisensoriale del cocktail, arrivando quindi ad abbracciare simultaneamente tutti i sensi».

Lo stile di Sgobbio si è fatto estensione delle ricette di Quagliarini, che sottolinea come la musica aiuti «a coordinare la respirazione, che è un aspetto fondamentale. Quando i ritmi accelerano si fa più fatica a godere davvero di un buon cocktail, mentre un clima più disteso permette di gustarlo al meglio». Sgobbio ha quindi optato per microvariazioni pianistiche ed elettroniche, che hanno a loro volta ricalcato gesti e abitudini dei bartender: «Essendo il cocktail l’arte elegante della manualità, del dosaggio e della sapienza, ciascuno ogni volta unico e irripetibile, questo tipo di sonorità si sposa alla perfezione, proprio per via di questa loro specifica (e intrigante) combinazione di precisa gestualità».

Eclettico e visionario: Oscar Quagliarini

Classe ’78, Oscar Quagliarini è uno dei volti più noti del bartending europeo. Eclettico e visionario, ha legato il proprio nome a progetti di varia natura, in Italia e nel mondo (soprattutto Parigi, ma anche Russia, Messico, Singapore). Dopo esperienze di sperimentazione in Africa Orientale, dove si è concentrato sulle macerazioni, Quagliarini ha virato sulle fragranze, con le quali ha iniziato a lavorare per la realizzazione di liquori; è il pioniere dell’utilizzo della profumeria in miscelazione, e continua a lavorare come consulente per le principali realtà nazionali e internazionali.

Riparte La Mela a Napoli: un night storico, rivisitato dai big della mixology partenopea

La Mela Iencarelli
Vincenzo Iencharelli, direttore de La Mela
Simbolo della Dolce Vita napoletana, il locale è oggi un raffinato cocktail bar, che propone una miscelazione contemporanea firmata da Vincenzo Iencharelli, e un moderno ristorante fusion, con la cucina curata da chef Edoardo Estatico

Dai concerti di Peppino di Capri, alle feste con i dj contemporanei. Parlare de La Mela nel capoluogo partenopeo è parlare di notte, di serate leggendarie. La festa dello Scudetto di Maradona, festeggiata nel suo privè, le leggendarie serate anni Ottanta, ma anche i tanti ospiti speciali: da Patty Pravo a Giorgio Armani, passando per Naomi Campbell e Ornella Vanoni.

La storia di questo night è cominciata nel 1967: quando i fratelli Campanino, di professione musicisti, scoprirono le infinite potenzialità di quei scantinati di Via dei Mille, quartiere Chiaia, trasformandoli in un night famoso, meta obbligata per tantissimi artisti di passaggio, per quattro decenni. Da qualche anno, e dopo diverse gestioni, La Mela aveva chiuso i battenti, fino alla sua rinascita di pochi mesi fa. Ne è autore Francesco Cappuccio, imprenditore partenopeo che ha segnato profondamente la storia recente della miscelazione partenopea e ispirato il modo stesso di intendere la notte in tutta la Campania. Da capo del progetto, assieme alla proprietà storica del locale, ha affrontato la sfida apportando un profondo restyling, che ha coinvolto spazi, bancone e sale. Il nuovo La Mela è al tempo stesso un moderno ristorante fusion e un raffinato cocktail bar, con uno sguardo alla città e l’altro proiettato sul mondo.

Le tre sale

Un aspetto che colpisce sin da quando si scendono le scale dal piano della strada, per accedere la sala iniziale. Le sale sono tre, dalle diverse sfumature. Entrando in quella iniziale, veniamo accolti dalle tinte oro del bancone, alternate all’ambra della sala: sono esaltate dalla luce soffusa finemente studiata, proveniente da punti luce in alto. Passando alla seconda sala, veniamo accolti dalla sensualità del rosso: è presente sui divanetti e sui pouf, contrastato solo dalla colonna centrale a forma di palma, che con il suo oro dona un aspetto di lussuria all’intero ambiente. È pur sempre un locale notturno. Rossa è anche la tenda che separa la red room al privè: qui a colpire è il tavolo scuro, in nero minimale con inserti in oro: assieme al piccolo bancone sulla destra e alle pareti vintage colorate con tinte celestiali, caratterizzano lo stile dello spazio dedicato all’area privè.

Cucina fusion e miscelazione contemporanea

Nel nuovo corso del night napoletano sono due le parole d’ordine: cucina fusion di qualità e miscelazione contemporanea. La prima è offerta dallo chef Edoardo Estatico: nel suo approcciarsi all’avventura, ha ragionato seguendo la logica degli assaggi per due o quattro persone.  Nel suo menu celebra Napoli, abbracciando diverse culture, dalla peruviana, alla napoletana. Ne è ottimo esempio il Viaggio in Grecia, nel quale troviamo una pita greca con tzatziki è completata da moussakà con braciola al ragù napoletano, oppure il Tacos Naples, con peperone del Piquillo ripieno, provola di Agerola e chorizo Joselito.

La proposta mixology di Vincenzo Iencharelli

La miscelazione è curata dal direttore Vincenzo Iencharelli (ex storico bartender de L’Antiquario). Nel farlo, ha scelto una via giocosa che parte dal nome, mutuandone l’essenza. La mela è il frutto proibito, una provocazione che ritroviamo nei nomi dei signature presenti, come Touch Me oppure Il Triangolo.

Il primo ben rappresenta lo spirito della miscelazione presente: parte da una base tequila, che viene affinata nei sensi da un cordiale di passion fruit e pepe di Sichuan, per poi ricevere carattere e armonia da bitter, lime e soda al pompelmo. Il risultato è un miscelato semplice e sofisticato, un drink gradevole e non difficoltoso alla bevuta, tuttavia non privo di quel respiro internazionale e della complessità che merita una proposta metropolitana. Piccante ma sensuale, come i ritmi che si respirano in questo posto, riportato alla vita da chi ha reso Napoli una tappa internazionale del cocktail Made in Italy.

Simone Broglia è il campione italiano della Patron Perfectionists

Patron Perfectionists _Simone Broglia
L'head bartender di The Soda Jerk Verona trionfa nella finale italiana della competition di Tequila Patrón e stacca il biglietto per il Messico, dove il prossimo marzo gareggerà per il titolo mondiale

Sarà il giovanissimo bartender Simone Broglia, originario della Valpolicella, a rappresentare l'Italia alla finale internazionale di Patron Perfectionists 2024, firmata dal Gruppo Bacardi e giunta alla sua settima edizione.

Broglia, classe '97, head bartender di The Soda Jerk Verona, volerà a marzo in Messico per partecipare alla finale che vedrà la partecipazione di bartender provenienti da 14 Paesi dei cinque continenti.

L'incoronazione di Simone si è tenuta lunedì 27 novembre a Firenze a Il Locale, affascinante ed esclusivo cocktail bar con le migliori proposte secondo The World's 50 Best Bars, dove si è svolta la finale italiana in cui hanno gareggiato 10 bartender da tutto il Bel Paese.

Le sfide

I partecipanti hanno dovuto duellare come sempre a colpi di tequila. Le sfide alle quali hanno preso parte sono state due. La prima a tema Margarita de Mexico, ovvero partendo dal classico Patrón Margarita hanno dovuto celebrare il Messico, utilizzando un suo ingrediente per creare una nuova versione di uno tra i cocktail più amati al mondo. Protagonista del drink il Tequila Patron Silver, con una dose minima di 45ml/1.5oz più un massimo di altri 5 ingredienti.

La seconda, invece, è stata a tema Paloma e condivisione. Paloma Shared Dna è stata la sfida che ha messo più alla prova i concorrenti per ciò che riguarda il racconto di una storia che si cela dietro una ricetta, la creatività e l'ingegno. Partendo dal Patrón Paloma che avevano creato nella sfida d'ingresso sono stati chiamati a creare un rituale di servizio, per quattro persone, capace di celebrare l'essenza del Paloma e la convivialità. Tequila Patrón, in questo caso Reposado, doveva essere presente per un minimo di 120 ml/4oz più altri 5 ingredienti.

La giuria

I bartender sono stati valutati da una giuria formata da 4 esperti strettamente legati alla Tequila Patrón: Cristian Bugiada, re nella miscelazione a base agave e co-founder de La Punta Expendio de Agave di Roma, Giulia Cuccurullo, Patron Perfectionists 2020 Global Winner (leggi Patrón Perfectionists Cocktail Competition: vince l’italiana Giulia Cuccurullo) e head bartender dell'Artesian Bar London, Andrea Benvenga, vincitore della finale italiana 2022 (leggi Arriba Mexico! per Andrea Benvegna, vincitore tricolore della Patrón Perfectionist), e la giornalista food&beverage Annalisa Testa.

Una gara di alto livello

Gusto, aspetto, ispirazione e coinvolgimento e originalità sono stati i parametri con i quali i giurati hanno esaminato i concorrenti, in una competizione dove il livello generale, come ci racconta Cristian Bugiada, è stato elevatissimo. «Ho partecipato più volte alla Patron Perfectionists come giurato e devo dire che questa finale italiana è stata diversa rispetto alle altre, con una qualità dei concorrenti davvero alta, tanto che decretare il vincitore non è stato così semplice. Ci siamo confrontati per quasi due ore, e alla fine, cercando di avere una prospettiva più internazionale, abbiamo deciso di far volare in Messico Simone Broglia che ha dimostrato grande completezza, composta da un'ottima tecnica, competenze e una spiccata personalità. Abbiamo visto in lui anche la capacità, spesso rara, di sapersi districare dagli imprevisti, riuscendo a risolverli senza perdere la calma e, in più, un'affascinante spensieratezza e un'allegria trainante capace di coinvolgere chiunque gli sia difronte».

Tanta creatività in campo

Anche per Giulia Cuccurullo è stata una bellissima gara. «I concorrenti sono stati bravi a leggere i briefs in maniera estremamente creativa. Abbiamo assaggiato cocktail davvero eccellenti, con sfumature legate alle loro personalità. C'è chi ci ha fatto vivere il Messico e le sue atmosfere attraverso i racconti e chi lo affatto attraverso i gusti. Abbiamo scelto Simone per la sua tecnica e per la sua professionalità ma anche per la sua capacità di saper coinvolgere tutti, dai giudici al pubblico, in maniera naturale e senza perdere di vista la gara e la perfetta esecuzione dei drink».

La Valpolicella vola in Messico

Broglia ha vinto con due cocktail che sicuramente nella sua vita non dimenticherà: Karime Margarita, con Tequila Patrón Silver, Liquore al Tomatillo e Aceto di Patrón Silver accompagnato da un garnish di Churros salato con polvere di banana e gel di Tomatillo, e con Mi Mesa con Tequila Patrón Reposado congelata, Cerveza Cordial (Cordiale del Paloma), Acqua di Porcini e Smetana al vino Ripasso con garnish a base di muschio e pompelmo e pasta cotta nell’acqua di funghi.

«Karime Margarita è dedicato alla chef Karime Lopez di Gucci Osteria a Firenze. È stato proprio leggendo di lei e di una sua ricetta, il Churros alla Banana Split, che ho tratto ispirazione per questo cocktail. Mi Mesa, invece, l'ho dedicato alla mia terra, la Valpolicella. Non conosco il Messico, mentre i luoghi in cui sono nato sono parte di me ed è per questo che ho voluto portare, e porterò, la Valpolicella in uno dei Paesi che mi hanno sempre attratto e insieme a essa volerò per la finale con uno dei riti che più mi divertono: lo “shot time”, come tra amici amiamo chiamarlo, che trovo sia uno tra i rituali più conviviali che si possono vivere tra le mura di un bar».

Maniva con Mineral Seltz e Smile–Box sempre più sostenibile anche nell’horeca

Maniva
Qualità, sostenibilità e tecnologia. Uniscono tutto ciò le innovazioni firmate Maniva: l'acqua selz minerale in fusti d'acciaio, che dopo il consumo vengono recuperati e riutilizzati, e il pack green che custodisce l'acqua minerale

Un binomio di prodotti che riescono a unire qualità e sostenibilità, insieme a ricerca e tecnologia, a tutto vantaggio del settore dell’horeca. Sono Mineral Seltz e Smile-Box, le due innovazioni proposte con successo per i segmenti della ristorazione, dell’ospitalità e del fuori casa da Maniva, l’azienda bresciana ubicata fra le Alpi Retiche e attiva nella produzione di acqua minerale dal 1998.

L’Acqua Mineral Seltz Maniva è un'acqua seltz concepita specificatamente per il mondo della miscelazione, vista la capacità di mantenere invariata la gassatura fino all’ultima goccia, e che utilizza le alte qualità organolettiche proprie della fonte alpina Maniva.

Una soluzione unica che viene fornita in fusti d’acciaio da 20 litri di ultima generazione, realizzati per una durata superiore ai 30 anni, che non hanno bisogno di manutenzione e che garantiscono la purezza, non permettendo variazioni di gusto al prodotto miscelato.

Pratico e green

Il processo virtuoso e sostenibile introdotto da Maniva fa sì che, una volta consumati tutti i 20 litri di Mineral Seltz Maniva contenuti nei fusti, l’azienda recuperi i vuoti e, una volta sanificati, vengano poi riutilizzati per lo stesso uso. Sanificazione che viene peraltro gestita con energia 100% green, unicamente da fonte rinnovabile.

Inoltre, con l’impiego dei fusti, l’impianto di spillatura di Mineral Seltz Maniva non ha più bisogno di essere corredato dal carbonatatore per la gassatura e da filtri di protezione e trattamento, sempre grazie all’alta qualità e alle proprietà dell’acqua minerale naturale Maniva.

Smile-Box, il pack sostenibile di acqua minerale Maniva

Lo sviluppo commerciale e i dati di vendita 2023 sono stati più che soddisfacenti anche per il posizionamento dello Smile-Box Maniva, che si è dimostrato un prodotto attrattivo e versatile, particolarmente richiesto nei segmenti bar, vending, ospitalità e on the go.

Smile-Box è un nuovo packaging sostenibile e multistrato, che custodisce, preserva e mantiene inalterate le caratteristiche organolettiche e i benefici alcalini delle naturali proprietà di acqua minerale Maniva.

Lo Smile-Box Maniva pH8, questo il nome esteso del prodotto, è stato concepito per offrire un’alternativa ulteriore alle classiche modalità di confezionamento di Maniva e testato a lungo per individuare il più valido contenitore ispirato ai criteri del totale riciclo e recupero, in grado di coniugare ricerca, benessere e sostenibilità ambientale.

Si consolida così progressivamente il ruolo di Maniva come innovatore di prodotti e di packaging a misura dell’horeca, intercettando e soddisfacendo le richieste sempre più specifiche dei professionisti del fuori casa, grazie all’ideazione e alla promozione di prodotti distintivi e pienamente sostenibili.

Pagamenti cashless, le soluzioni migliori per il tuo locale

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Iscriviti al webinar gratuito del 10 gennaio 2024 alle 15:00, organizzato da Bargiornale e TeamSystem, e scopri le soluzioni che ti permettono di controllare meglio il business del tuo locale

I servizi digitali sono ormai una parte irrinunciabile dell’offerta di un locale, e tutto ruota attorno alla possibilità di pagare il conto senza usare contanti. Su questo fronte i comportamenti del cliente si sono evoluti moltissimo negli ultimi anni, in concomitanza con le nuove norme relative all'obbligo di accettare pagamenti cashless.

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"PAGAMENTI CASHLESS: LE SOLUZIONI MIGLIORI PER IL TUO LOCALE"

Verso il pareggio con il contante

Secondo i dati raccolti dall'Osservatorio Innovative Payments della School of Management del Politecnico di Milano, nel primo semestre del 2023 il transato dei pagamenti digitali in Italia ha raggiunto quota 206 miliardi di euro, in crescita del +13% sullo stesso periodo del 2022. Nonostante il forte impulso derivante dalla pandemia si stia lentamente esaurendo, i pagamenti digitali a fine anno potrebbero raggiungere un valore tra i 425 e i 440 miliardi, un valore di poco inferiore al totale del transato in contanti.

Normativa e nuove abitudini di acquisto: le opportunità

Non c'è solo il tema delle nuove abitudini di acquisto del consumatore: ormai la normativa impone a tutti i contribuenti con partita IVA l'obbligo di accettare pagamenti in moneta elettronica. Dunque, anche i titolari di bar e ristoranti devono accettare pagamenti cashless, pena la doppia sanzione prevista dalla legge.

«Certamente i consumatori ormai chiedono di poter pagare cashless - spiega il direttore dell'Osservatorio Innovative Payments Ivano Asaro - ma gli esercenti non pensino di dover solo “subire” questo cambiamento, perché ci sono opportunità da cogliere per migliorare la gestione, eliminare costi nascosti e far funzionare meglio il business». Sul mercato esistono soluzioni che permettono ai gestori di migliorare l'efficienza e il controllo sul proprio business, introducendo sistemi di pagamento digitale integrati con il gestionale.

Appuntamento con il webinar gratuito il 10 gennaio alle 15:00

A questi temi è dedicato il webinar Pagamenti cashless: le soluzioni migliori per il tuo locale, organizzato da Bargiornale assieme a TeamSystem, in programma il prossimo 10 gennaio dalle 15.00 alle 16:30. Il webinar è gratuito, ma per partecipare occorre registrarsi compilando il modulo di iscrizione.

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"PAGAMENTI CASHLESS: LE SOLUZIONI MIGLIORI PER IL TUO LOCALE"

Durante il webinar esploreremo lo scenario di mercato e le proposte della tech company TeamSystem. «Le nostre soluzioni permettono ai gestori di essere più efficienti in sala e in cucina, integrando i servizi di incasso e pagamento digitali direttamente nel software di cassa», spiega Giulia Filippi, Product Marketing Manager di TeamSystem. Il focus sarà sul sistema Cassa in Cloud di TeamSystem, che permette la gestione del menu digitale, del self ordering, il controllo finanziario in tempo reale del locale, fino al pagamento cashless senza Pos fisico.

CONTI SOTTO CONTROLLO E CLIENTI SODDISFATTI:
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