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Youth Academy, giovani professionisti per il mondo del caffè

Federico Pinna, Youth Academy 2022 e campione italiano Baristi 2024
Federico Pinna, Youth Academy 2022 e campione italiano Baristi 2024
Fino al 16 febbraio è possibile iscriversi alla nuova edizione del contest di Simonelli Group che offre 6 borse di studio per formare i giovani.

Entrare nell’industria del caffè da professionisti, è più che mai importante per i giovani che vogliono affrontare con successo questo settore che offre numerosi sbocchi interessanti. Per questo è bene cogliere l’opportunità di iscriversi alla nuova edizione di Youth Academy Italia, il contest di Simonelli Group che offre 6 borse di studio per seguire il percorso formativo certificato di Sca Coffee Skills Program tenuto da docenti con esperienza internazionale tra cui Dario Ciarlantini, Federica Parisi, Marco Cremonese e Lauro Fioretti.

Le iscrizioni sono aperte a persone tra i 18 e i 30 anni residenti in Italia e si possono effettuare al sito www.coffeeknowledgehub.com fino al 16 febbraio. Al termine del contest i primi selezionati, in base al curriculum e motivazione presentata, saranno contattati per una videocall di approfondimento per la scelta dei 6 vincitori della borsa di studio.

Ed ecco le esperienze di alcuni dei partecipanti delle passate edizioni che mostrano con i fatti le opportunità offerte da Youth Academy Italia.

Il campione italiano Baristi 2024, da poco eletto a Sigep, è Federico Pinna, che ha frequentato l’Academy nel 2022 quando già lavorava nel mondo del caffè e ha colto quella che definisce «un’occasione da non perdere per condividere con altri ragazzi una passione unica e per continuare a migliorare».

A fine 2020 Bargiornale ha conferito il premio Barawards quale migliore barista d’Italia dell’anno a Serena Falcitano che grazie alla Youth Academy ha compreso la strada da intraprendere e che percorre attualmente. Ricevuto il premio è diventata manager del locale di Ditta Artigianale in cui era barista e al termine del ciclo di studio è stata promossa responsabile dell’area amministrativa/logistica della Torrefazione.

A Ilenia Galli (Youth Academy 2019) si è aperto un mondo di opportunità: «I corsi hanno generato in me una vera fame di sapere, di conoscere ogni particolare, viaggiare nelle piantagioni, viverle…». Oggi lavora a Melbourne in un coffee shop.

Da poco più di un anno Costanzo Cafaro (2022) ha aperto un coffee shop e vineria a Torino e fa parte del team Coffee Beverage & Community di Simonelli Group. La Youth Academy gli ha dato «l’incredibile opportunità di incontrare e interagire con professionisti del settore del caffè. Questo non solo ha arricchito il mio bagaglio di conoscenze pratiche, ma ha aperto anche nuove prospettive sulla mia passione per il caffè». 

Osserviamo ora il programma del contest 2024.

18-21 marzo - @Simonelli Group Factory - Belforte del Chienti: Sensory foundation, Green foundation, Roasting foundation

7-9 maggio - Barista foundation, Brewing foundation

4-6 giugno - Barista intermediate

3-6 settembre @Simonelli Group Factory - Belforte del Chienti: Barista professional.

Torna l’appuntamento con i GrosMarket LiveLab

GrosMarket LiveLab area didattica (1)
Da febbraio, tutti i giovedì, riprendono le masterclass professionali gratuite dedicate dall'insegna di cash&carry agli operatori del fuoricasa. Si può partecipare in presenza, nell’area didattica dei punti di Genova e Rivoli oppure online, in diretta e on-demand

Tornano gli appuntamenti con i GrosMarket LiveLab, i laboratori didattici di formazione e aggiornamento organizzati da GrosMarket, il canale cash&carry del Gruppo Sogegross. Dedicati ai professionisti del fuoricasa e realizzati con la collaborazione di figure altamente qualificate nel settore, i laboratori sono nati per offrire agli operatori momenti di condivisione e di crescita professionale teorica e pratica a sostegno della loro attività.

Le masterclass professionali, aperte a tutti e gratuite, si svolgono ogni giovedì (dalle 15 alle 17) in presenza all’interno dell’Area Didattica nei GrosMarket di Genova Sampierdarena e di Rivoli (Torino), ma si possono seguire anche online in diretta o on-demand. In entrambi i casi è necessario iscriversi sul sito dedicato.

Chi partecipa in presenza puà anche fruire delle attrezzature messe a disposizone da GrosMarket. Nelle aule è infatti allestita una cucina professionale, con forno pizza e cocktail station, che permette di supportare al meglio l’attività didattica e formativa consentendo ai partecipanti di approfondire la conoscenza e l’utilizzo delle materie prime, sperimentare nuove tecniche di lavorazione e cottura e partecipare a show-cooking e degustazioni.

I primi appuntamenti in programma

Quattro gli appuntamenti in programma per febbraio. Si comincia l’8 con la cooking class, in partnership con Heinz, Salse, burger e usi insoliti per Paninoteca e Hamburgeria (GrosMarket di Genova Sampierdarena), dove la chef Clara Guenzi spiegherà gusti e utilizzi delle salse per innovare l’offerta di panini e hamburger e conquistare i clienti.

Si prosegue il 15 febbraio con la masterclass I dessert in ristorazione: qualità e marginalità (Rivoli), dove Bruno Mancin, chef technical sales promoter Debic, spiegherà come costruire un menu dolce che permetta di differenziare la proposta del locale, senza trascurare la giusta attenzione al tema del food cost.

Il 22 febbraio è in programma l’incontro su Arte in farina, basi e sapori: masterclass in panificazione e farciture (Genova), in partnership con Di Marco, con lo chef Rosè Rolleri che accompagnerà i partecipanti in un percorso immersivo tra farine, impasti, basi e condimenti.

Gli appuntamenti di febbraio si chiudono il 29 con la masterclass ‘Nduja e dintorni: un viaggio culinario tra Calabria e Nord Italia (Rivoli), in partnership con San Vincenzo, nella quale chef Antonio Armentano proporà un’escursione nella cucina calabrese e svelerà segreti e inedite idee sull’uso della ‘nduja per innovare la proposta food.

Per quanto riguarda marzo, c’è l’anticipazione del tema del primo incontro, giovedì 7: Come ottimizzare la presenza online del locale con Google My Business (Rivoli), dove Silvia Lando di TWOW illustrerà i segreti e le best practice per eccellere online e spiegherà come l’impiego di Google My Business possa essere utile per ottimizzare la presenza digitale del locale.

Purity C iQ, il rivoluzionario sistema smart per la filtrazione dell’acqua

Intelligente e interconnessa, la soluzione con analisi dell’acqua e monitoraggio integrati messa a punto da Brita. Assicura una protezione ottimale delle macchine da caffè, qualità costante in tazza e un servizio più efficiente

Intelligente, connessa e altamente performante. Sono le virtù di Purity C iQ, l’innovativa soluzione con la quale Brita porta la filtrazione dell’acqua nell’era digitale. L’ultima nata della casa combina i vantaggi della filtrazione da calcare, cloro e composti organici che caratterizzano l’offerta dell’azienda, con le potenzialità delle nuove tecnologie. Un combinato che migliora ulteriormente le capacità di filtrazione, offrendo in più nuove funzionalità smart, così da garantire qualità costante in tazza, protezione ottimale della macchine da caffè e maggiore efficienza di servizio.

Composto dalla testata smart Purity C iQ, dalla cartuccia Purity C iQ e dal portale Brita Purity iQ, il sistema è, infatti, la prima soluzione di filtrazione dell’acqua con analisi dell’acqua e monitoraggio integrati. Grazie a dei sensori e a uno speciale algoritmo brevettato, la testata intelligente analizza in continuo la durezza temporanea dell’acqua in entrata e regola in modo automatico e affidabile le impostazioni di filtraggio e il bypass, tutto in modo autonomo. Attraverso l’analisi continua dell’acqua di rete e alla reazione automatica alle fluttuazioni della composizione minerale, il sistema fornisce acqua sempre di qualità costante, eliminando la necessità di analisi manuali, l’impostazione e la periodica verifica del bypass (riducendo così anche l’errore umano). Ma non è tutto, perché la testata intelligente supporta i tecnici nell’installazione corretta, con segnali sonori e led, e, comunicando con la cartuccia, ne rileva tutte le informazioni importanti (tipo, dimensione, stato), definendo la quantità di risciacquo necessaria e facilitandone l’installazione.

Macchina sempre in forma

Terzo, ma non ultimo, elemento del sistema è l’iQ Portal, dove giungono in tempo reale tutti i dati rilevati dalla testata o da più impianti installati. Qui si possono visualizzare facilmente in tempo reale tutti i parametri essenziali dei filtri installati, per esempio durezza carbonatica dell’acqua, litri di acqua consumati e informazioni precise sui parametri della cartuccia, potendo anche modificare e personalizzare da remoto le impostazioni di filtrazione. Un controllo completo sulle prestazioni che consente una manutenzione predittiva e più efficiente, proteggendo la macchina per espresso e tenendola in salute più a lungo.

Focus sul gin: storia, produzione, mixology

Courtesy Jo Mc Gann
Registrati e scarica lo "Speciale gin" di Bargiornale: 40 pagine dedicate al distillato del momento per conoscerne aneddoti, evoluzione, stili di miscelazione e nuovi cocktail da proporre ai clienti

Non c'è dubbio: il gin è il distillato del momento, con tassi di crescita - sia nei locali serali, sia in quelli diurni - che non hanno eguali nel mondo degli spirit.

Un successo che ha spinto molte aziende a produrre nuove etichette.

Lo "Speciale Gin" di Bargiornale mette un po' di ordine in questo mondo in grande evoluzione: raccontando le tre principali tipologie di gin e le loro caratteristiche, la storia del distillato (dalle origini... salernitane ai giorni nostri, i drink contemporanei di cinque grandi bartender e un'ampia rassegna di etichette con altrettante ricette, classiche e non, da cui trarre ispirazione.

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Maura Milia e l’addio al Connaught Bar: «In Messico per una nuova fase della mia vita»

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Maura Milia (credit foto: @lateef.photography
Dopo dieci anni al Connaught Bar, la bar manager azzurra volerà a Città del Messico per una nuova sfida imprenditoriale. Con lei il marito Alex Lawrence e il guru dell’ospitalità messicana Walter Meyenberg

Originaria di Arixi, una frazione del Campidano, nel circondario di Cagliari, Maura Milia era approdata al Connaught Bar nel gennaio del 2014, a ventun anni: ci arrivò insieme a Giorgio Bargiani, e sotto la guida di Agostino Perrone contribuì alla formazione del tridente italiano divenuto icona del bar, per due volte consecutive in vetta alla classifica dei World’s 50 Best Bars (2020 e 2021). A dieci anni esatti di distanza, Maura ha comunicato la sua decisione di separarsi dal Connaught Bar, per intraprendere un nuovo percorso imprenditoriale: si sposterà infatti a Città del Messico insieme al marito Alex Lawrence (co-proprietario del gruppo Mr Lyan), per avviare un nuovo progetto insieme al messicano Walter Meyenberg (Hanky Panky, Brujas tra gli altri). Bargiornale l’ha raggiunta nel pieno dei preparativi per la partenza.

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Maura Milia con Walter Meyenberg (a sinistra) e Alex Lawrence

Giovanissima, con un trascorso già di profilo mondiale e di conseguenza la garanzia di un futuro più che solido a Londra. Eppure “molli tutto” e vai dall’altra parte del mondo.

L’unica condizione che mi sono sempre posta, se avessi mai lasciato il Maybourne Group (di cui il Connaught Bar fa parte, ndr) è stata quella di iniziare qualcosa di personale con mio marito. Altrimenti non avrebbe mai avuto senso lasciare Ago e Giorgio, e con loro tutto quello che abbiamo costruito in questi dieci anni. Scelta sofferta e ponderata per la quale Agostino mi ha supportato molto. Per Alex nutro un profondo rispetto professionale, oltre che sentimentale, ed è stata una motivazione in più per decidere di avviare qualcosa insieme. La scelta del Messico deriva dall’amore profondo che ho per il Paese, mi ricorda della Sardegna e delle mie origini; dieci anni a Londra equivalgono al doppio, per i ritmi e lo stress, ho voluto privilegiare la mia serenità personale. Città del Messico non è più piccola, ma mantiene quasi un’energia da villaggio, in qualche modo. Ed è un cambio di prospettiva, mi metto in gioco come imprenditrice per la prima volta.

Nel comunicare la tua decisione hai posto l’accento sulle difficoltà gestionali ed economiche di un’attività a Londra. Credi sia una questione comune anche nel resto del mondo?

Ho avuto la fortuna di viaggiare tanto negli ultimi anni e confrontarmi con realtà variegate, dagli Usa al Sud Est Asiatico. Londra in questo momento fa forse più fatica rispetto alle altre capitali, perché i professionisti veterani hanno vissuto la transizione, dalla possibilità di assumere persone da tutto il mondo a sei/otto mesi di grande difficoltà, in primis. Questo comporta tensione e instabilità. Se si paragona con Barcellona, per dire, l’energia è completamente diversa. Londra è pessimista, perché siamo abituati a certi standard e non poterli mantenere crea un divario tra domanda e offerta. Per non parlare della sostenibilità economica di un’attività a Londra: Alex e io ci eravamo informati, avevamo contemplato la possibilità di aprire qui, ma è scoraggiante. Noi siamo giovani, ma l’accesso ai fondi è difficilissimo, i debiti che eventualmente contrai sono durissimi da sanare. Senza spalle (economicamente) larghe è quasi impossibile, per questo serve il sostegno di un gruppo che creda nella visione di chi lavora, che sia stimolante e che investa. A noi per fortuna è sempre capitato così.

Quale pensi sia il futuro del bar allora?

Quello che in passato era ben più forte, e che le nuove generazioni hanno perso di vista: spingere sull’ospitalità pura. È vero che all’ingresso al Connaught Bar si viene quasi investiti dalla quantità di premi e riconoscimenti che sono in mostra, ma si va via senza nemmeno ricordare cosa si è bevuto, tale è stata la perfezione dell’accoglienza e il lavoro svolto sulla cura dei dettagli. È una scuola di pensiero che ho fatto mia e che si sta diradando, perché le distrazioni per bartender e personale di sala sono sempre maggiori. Il futuro del bar è far bene le cose semplici, coinvolgendo la community e creando quella che in inglese si definisce “legacy”, costruire per portare avanti progetti. L’investimento principale deve essere quello sul personale, valorizzare il team: non è vero che tutti sono passeggeri, Agostino, Giorgio e io al Connaught Bar ne siamo stati la dimostrazione.

In cosa consisterà il tuo progetto in Messico?

Posso rivelare ancora poco. Il gruppo di chiamerà MWA (dalle iniziali di noi tre soci): sarà un multiproject, abbiamo intenzione di aprire più di un’insegna, ognuna con un po’ della personalità di ciascuno di noi, e abbracceremo sia ristoranti sia cocktail bar. Rappresenterà quello che siamo noi, ma mescolati con la cultura messicana. E una delle location sarà nell’Ovest del Messico.

Tre cose che prendi dalla tua esperienza al Connaught Bar, e che sei certa altrove non saranno mai allo stesso livello.

La disciplina. La costanza. L’eleganza.

L’Esercito Italiano al Pitti Taste con il brand Esercito 1659

Nella vetrina della Fortezza da Basso, uno stand con i prodotti alimentari icona del mondo militare

Tra le novità del Pitti Taste 17 c'è un brand che non ci saremmo aspettati ti vedere tra gli stand: Esercito 1659. Infatti, grazie a uno stand della società licenziataria Fonderia del Cacao, il brand legato all'Esercito Italiano farà rivivere alcune tradizioni alimentari che hanno segnato la storia del mondo militare. D'ora in poi saranno disponibili per tutti.

Il Cioccolato Militare targato Esercito 1659

Tra i prodotti esposti ci sono il Cioccolato Militare dell'Esercito, un fondente al 70% avvolto nel suo storico packaging. Ora come allora è parte integrante della famosa "Razione K", utilizzata dai militari in attività operative. Il Cioccolato Militare fa parte della razione giornaliera fin dal 1937 in quanto gustoso, energetico e facilmente trasportabile. L'obiettivo di questo prodotto oggi è contribuire a rafforzare e sottolineare l'eccellenza italiana nel settore.

Inoltre, è forte la volontà di tutelare l'ambiente con il riutilizzo di materiali. Le vecchie cassette di primo soccorso dell'Esercito hanno ripreso vita diventando un originale contenitore per generi di "pronto conforto" con cioccolato biscotti e bevande. Le gavette, un tempo impiegate per la cottura di componenti della "Razione K", anche loro usate come contenitore dei prodotti a marchio Esercito. In linea con il tema prescelto per l'edizione di Taste del 2024 "Colors are served!", i prodotti della tradizione alimentare militare si tingono dei colori evocativi del tricolore e delle uniformi tipiche militari.

Attenzione all'alimentazione

Nel mondo militare c'è sempre stata attenzione alla cultura dell'alimentazione, legata indissolubilmente a quella della salute. In questo contesto, il cioccolato militare ha sempre accompagnato la vita dei soldati dell'Esercito non solo nelle attività operative e addestrative ma anche nello sport, pilastro della cultura fisica e dell'essere soldato.

Il progetto di Fonderia del Cacao con Esercito 1659 è quello di diffondere la conoscenza del cioccolato di grande qualità, grazie ad avanzate tecniche di produzione e all'uso di componenti naturali purissimi, biologici, e milk free. Fonderia seleziona il prodotto da lavorare maggiormente in Ecuador (paese di origine di uno dei più rinomati cacao al mondo), curando tutta la filiera, dalla raccolta, alla tostatura, alla raffinazione all'interno del proprio laboratorio.

I prodotti dello Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare

Al Pitti sono stati presentati anche i prodotti simbolo dello Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare a marchio Esercito 1659. Non mancano il "Cordiale" o "Elisir di China", memorie storiche e nicchie dell'eccellenza alimentare che hanno accompagnato generazioni di soldati italiani.

Ancora oggi, Esercito e Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare, fanno rivivere le tradizioni di prodotti che hanno segnato la storia del mondo militare rendendoli disponibili in commercio. Questa progettualità, che porta importanti sinergie, è resa possibile grazie a Difesa Servizi S.p.A., società in house del Ministero della Difesa con il compito di valorizzare gli asset di tutte le Forze Armate.

Borghi, Tradelab: «Nel 2023 bar diurni e colazioni sugli scudi, fiducia sul 2024»

Il fuori casa ha chiuso il 2023 con numeri positivi, spiega Angela Borghi, responsabile commerciale Away from Home TradeLab. La parola chiave del 2024? Sinergia
Lo scorso anno ha fatto segnare un risultato positivo: il fuori casa è tornato ai volumi del 2019 e ha superato l'ultimo anno pre Covid in termini di valore, raggiungendo quota 99 miliardi. Analizziamo lo scenario e le prospettive per il 2024 nella nostra intervista ad Angela Borghi, responsabile commerciale Away from Home TradeLab. La parola chiave dell'anno appena iniziato? Sinergia.

Ki Energy, la provocazione di Milo Occhipinti in un energy drink

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Mille pezzi e un evento lancio per il prodotto realizzato dal bartender proprietario di Unseen a Milano. Una dimostrazione di poter “unire creatività di più campi e lavorare ancora meglio dei brand”. Non sarà sul mercato, almeno per il momento…

«È un progetto nato per gioco e non sarà in commercio. Più o meno…». Milo Occhipinti non è certo nuovo a scelte e visioni controcorrente: il suo Unseen, aperto nel 2020 in Lambrate a Milano, ha fatto alzare più di un sopracciglio grazie a una narrativa che mescola brutalismo, nostalgia e avanguardia, sia nell’unico ambiente in cui si trova, che nella carta cocktail (leggi Unseen, il cocktail bar visionario e senza compromessi). L’ultima idea che porta (anche) la sua firma si chiama Ki Energy: un energy drink che è al tempo stesso un’espressione di più talenti e una provocazione. «Abbiamo messo insieme più menti creative e abbiamo realizzato un prodotto anche migliore di quelli che si trovano sugli scaffali, oggi».

Un pool di talenti

Sulla scia del moltiplicarsi di etichette di energy drink lanciate anche da personaggi dello spettacolo, Occhipinti ha coinvolto e coordinato un pool di artisti, nel ruolo di supervisore, direttore creativo e sviluppatore della ricetta. Al suo fianco il grafico varesino Centoyen, che si è occupato di logo, etichetta e identità del prodotto; Matteo Omen Pizzo per la grafica 3D e il media pack statico; e il regista Daniele Bagolin (in arte Bagolean, già collaboratore, tra gli altri, di Fedez) al comparto video, arricchito da uno stile satirico e impattante. L’inlattinamento è a cura di Bubble, azienda di Benna (BI) più che nota nel settore.

Quattro mesi di sviluppo hanno dato come frutto un prodotto che Occhipinti descrive come «fatto per divertirci, in un campo che nel complesso non è di nessuno di noi, ma diventa di tutti. Non è a scopo di lucro, è un case history per dimostrare dove si può arrivare unendo le creatività di più settori». E pur non avendo finalità di mercato, la bevanda dà di che pensare: glitterata, più simile a un cocktail che a un energy drink vero e proprio, con note tropicali e di sicura attrattiva per il pubblico contemporaneo.

Le attività per il lancio del prodotto

Per metà febbraio è previsto il varo di un profilo Instagram dedicato al prodotto e un contenuto pubblicitario promozionale, cui farà seguito un evento speciale presso Unseen. Sarà prodotto in mille pezzi, in lattine da 33 cl mandate in seeding a destinatari selezionati; non avendo obiettivi di vendita, l’etichetta di Ki Energy recherà soltanto i claim legali relativi alla presenza di taurina (il cui contenuto, come per quello di caffeina, è pari a quello espresso dai principali player di mercato come Red Bull) e al suggerimento di non consumo per le donne in allattamento. Il resto delle diciture rispecchierà invece lo stile di Occhipinti e del gruppo: irriverente, controcorrente, orientato al passaparola.

Ki Energy non è una prima volta per Unseen: quello delle collab è uno dei modus operandi più ricercati da Occhipinti, che già in passato aveva rilasciato un ready to drink per Gió Marconi Gallery e svariate altre partnership con altre realtà artistiche, oltre ad aver proposto in menu una tonica, una cola, e una birra salty ale. Lancio fine a se stesso o occasione di mercato? Intanto, sono in corso delle trattative per l’ingresso in Gdo in Cina: che per un progetto nato per gioco, proprio malissimo non sembra…

Sanapo: «Il bar come lo conoscevamo non esiste più, ripartiamo dagli Specialty»

Il futuro delle caffetteria e del bar italiano secondo Francesco Sanapo, titolare di Ditta Artigianale, ai microfoni di Bargiornale
Studiare, formarsi e imparare a proporre il caffè come un prodotto evoluto e di qualità: è questo il futuro delle caffetteria secondo Francesco Sanapo, titolare di Ditta Artigianale, ai microfoni di Bargiornale. Abbiamo parlato con Sanapo durante l'ultima edizione di Sigep e con lui abbiamo affrontato il tema dell'offerta del caffè nel bar italiano. Un prodotto, il caffè, che è forse il pezzetto di offerta f&b rimasto più "indietro", in Italia, sul percorso verso un incremento di qualità e di ricchezza. Ma che ora - ci racconta l'esperto - deve trovare il suo spazio in un format di bar evoluto.

Restare seri servendo il gin alla cannabis di Joe Bastianich

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Una proposta ad hoc per valorizzare il gin di Flower Good, firmato Joe Bastianich e distribuito da Compagnia dei Caraibi, che vede tra le botaniche la cannabis coltivata in Puglia

Il gin alla cannabis coltivata in Puglia è un progetto dell’americano con cuore e Dna italianissimi Joe Bastianich. Proprio lui, l’ex giudice di MasterChef, personaggio televisivo e imprenditore della ristorazione. Il distillato in questione si chiama Flower Good Gin ed è prodotto nell’entroterra pugliese grazie alla collaborazione tra Bastianich e Flower Farm, che fa appunto prodotti a base di cannabis light con alto contenuto di CBD derivati da coltivazioni biologiche.

Visto il carico di racconto sul territorio natio del gin, appena approdato in distribuzione ad opera di Compagnia dei Caraibi, abbiamo pensato meritasse una presentazione tagliata su misura. Così abbiamo chiesto a Emanuele Russo, Spirits specialist dell’azienda di Vidracco (To), di metterci del suo e proporre una ricetta in esclusiva per Bargiornale che valorizzasse le caratteristiche del prodotto. Eccola qui.

La ricetta: Green Good

Ingredienti

  • 40 ml Gin Flower Good
  • 20 ml Lemon Cordial (fatto con Limone Femminiello del Gargano IGP)
  • 35 ml Green Goddess Dressing
  • 15 ml zucchero

Per la Green Goddess Dressing: preparazione fresca e balsamica a base di yogurt ed erbe aromatiche.

Preparazione

Shake and Strain. Bicchiere: coppetta Nick e Nora. Guarnizione: fogliolina di menta.

Sentori complessi, dalla Puglia agli Stati Uniti

Il gin fonde le caratteristiche della cannabis (varietà Holy Grail) con il cardamomo, il coriandolo, la liquirizia e il ginepro. «Quella specifica varietà di cannabis - spiega Russo - rende il distillato estremamente balsamico e agrumato, con note di terra rossa che dominano e richiamano il territorio dell'entroterra pugliese. Nell'ideare la ricetta di Green Good ho voluto richiamare e fondere tre elementi. La cannabis, innanzitutto, valorizzando proprio quel carattere balsamico e la nota citrica marcata con un limone tipico della Puglia. Poi Joe Bastianich, con un omaggio alla "sua" America utilizzando la Green Goddess Dressing. Infine ci ho messo la mia idea di mixology, che parte sempre da un legame tra bancone e... padella, con proposte mutuate dalla cucina».

flower_web_2Il cordiale al limone è fatto con il Femminiello del Gargano IGP. «Si tratta di una varietà estremamente acida, proprio per andare a "parlare" con il distillato», spiega Russo. «Per intercettare una larga scala di sentori ho aggiunto la Green Goodess Dressing, una salsa che dà una importante nota speziata al drink (viene preparata con aneto, menta, basilico, coriandolo e prezzemolo insieme a yogurt greco, con una punta di erba cipollina e limone) e che è molto utilizzata nella tradizione culinaria Usa - da qui il richiamo a Joe Bastianich -, unendo così mixology e tecniche di cucina. Quest'ultimo aspetto rende il drink molto personale, visto che la mia impronta è proprio quella: partire da una padella per arrivare a una proposta di miscelazione».

Una tonica neutra per il perfect serve

Insomma, la lezione è presto spiegata: si può valorizzare un prodotto in un cocktail partendo dagli elementi forti che lo caratterizzano, senza lasciare indietro l'impronta personale. «Il perfect serve di un gin, inteso come il cocktail giusto per massimizzarne le doti in termini di accessibilità della bevuta e risultato alla cassa, resta naturalmente il Gin Tonic», conclude Emanuele Russo. «Viste le caratteristiche di Flower Good Gin, consiglio una tonica assolutamente neutra, che non vada a forzare sfumature in sovrapposizione a quelle già marcate del distillato».

Si parte con la quinta edizione della Sabatini Cocktail Competition

Sabatini Cocktail Competition 2024
Aperte fino al 4 marzo le iscrizioni per il concorso targato Sabatini che quest'anno ha come tema i cinque sensi, che i concorrenti devono intrepretare creando due originali drink, uno alcolico e uno analcolico

Si parte con una nuova edizione della Sabatini Cocktail Competition, la gara di bartending organizzata da Sabatini Gin che, come ormai da tradizione, decreterà l’International tour ambassador del brand per questo anno. Un’edizione speciale quella che ha preso il via, perché si tratta della quinta e anticipa di un anno i festeggiamenti per il decennale dell’arrivo sul mercato del London dry a base di botaniche toscane, per l’esattezza provenienti dai colli aretini, nato nel 2015.

Ed è proprio il numero 5 a caratterizzare questa edizione del concorso. Il tema scelto è infatti I cinque sensi, dei quali i concorrenti dovranno interpretare attraverso le loro creazioni una alcolica a base di Sabatini Gin (leggiGhilardi Selezioni è il nuovo distributore di Sabatini Gin), e una analcolica con Sabatini 0.0 (leggiSabatini Gino°, lo spirit no alcol dal carattere toscano).

Ma non solo, perché il motto che lo accompagna è Get me somewhere new, ancora legato al numero 5, numero che nel mondo della numerologia porta con sé il significato di cambiamento, trasformazione, novità. Per cui, in definitiva, la sfida è dare vita attraverso i due drink a un’esperienza che coinvolga vista, olfatto, gusto, tatto e udito in un viaggio di esplorazione e scoperta di luoghi nuovi, sconosciuti e inattesi.

Come partecipare

Chi vuole cimentarsi nella prova ha tempo per iscriversi fino al prossimo 4 marzo, compilando l’apposito form sul sito del concorso, inserendo i propri dati personali e le due ricette dei drink (complete di ingredienti, loro quantità, tecnica preparazione), una alcolica e una analcolica, corredate di foto ognuna con la bottiglia del distillato Sabatini utilizzato. Entrambe le ricette possono essere composte da massimo 5 ingredienti, tra i quali obbligatoriamente almeno 40 ml di Sabatini Gin per quella alcolica e 30 ml di Sabatini 0.0 per quella analcolica. Sono ammesse le preparazioni homemade (ma descrivendo in ricetta ingredienti e modalità di preparazione), ma attenzioni all’utilizzo di eventuali crusta o altri elementi che entrino a contatto con il cocktail, in quanto saranno considerati ingredienti. Infine, le foto dei cocktail, sempre con la bottiglia del distillato, vanno caricate sui social del bartender con i tag #SabatiniGin e #SabatiniCocktailCompetition.

Le fasi della Sabatini Cocktail Competiton

Una giuria di selezione vaglierà le proposte dei concorrenti e gli autori delle 24 migliori accederanno alle semifinali che si svolgeranno in due tappe: l’8 aprile a Milano per i bartender dell’area Nord e il 15 aprile a Roma per quelli del Centro Sud. Qui i concorrenti presenteranno i loro due drink alla giuria che per ogni tappa decreterà quattro finalisti.

Gli 8 finalisti si contenderanno la vittoria finale in una due giorni di sfide, in programma il 20 e il 21 maggio nella suggestiva Villa Ugo di Cortona (Arezzo), culla del brand e della dinastia dei suoi creatori. Sfide delle quali conosceranno il tema sono una volta varcata la soglia della Villa dove dovranno dimostrare le proprie competenze professionali e creative e che potranno comprendere anche prove di conoscenza del brand, dei prodotti e della capacità di elaborare gli ingredienti, oltre che di verifica della conoscenza della lingua inglese.

Il vincitore della Sabatini Cocktail Competition si aggiudicherà il titolo di International tour ambassador del marchio per il 2024, un viaggio di 5 giorni in uno dei mercati strategici per l’azienda che verrà svelato anch’esso durante la finale e guest shift nei migliori cocktail bar della scena mondiale.

Il vermouth è una cosa seria. Parola di Francesco Lafranconi

Francesco Lafranconi
Alla scoperta della mixology americana con il celebre italiano, ma americano d’adozione, guru del mondo vermouth. Lo abbiamo incontrato a New York, nella Rosevale Cocktail Room del Civilian Hotel, locale della sua compagnia di hospitality e con la collezione di vermouth più vasta degli Stati Uniti

È nato a Lecco, ma è cresciuto in Friuli nell’attività di bar della famiglia, e dopo importanti esperienze presso gli hotel Gleaneagles in Scozia, Cipriani di Venezia e Gstaadt in Svizzera, nel 2000 è sbarcato negli Stati Uniti, a Las Vegas, per iniziare quella che sarebbe diventata una carriera stellare nel mondo della mixology internazionale. Negli anni, Francesco Lafranconi si è distinto per un crescendo di esperienze e vittorie, iniziando a lavorare per la compagnia di distribuzione di bevande alcoliche più grande in America, la Southern Glazer's Wine & Spirits, passando per la creazione di Mr. Coco, cocktail lounge nella Fantasy Tower del Palms Casino Resort, che vanta diversi riconoscimenti, come l’Eater Award per il miglior bar di Las Vegas nel 2019 e finalista a Tales of the Cocktail come miglior bar d’albergo.

Sono numerosi gli incarichi direzionali che gli sono stati affidati in diversi american bar di prestigiose strutture alberghiere, così come i ruoli apicali ricoperti. Tra essi la nomina di direttore esecutivo ed educatore nel comparto degli spiriti e bevande miscelate presso la Southern Glazer's Wine & Spirits, di vicepresidente beverage and hospitality culture di Carver Road Hospitality, società proprietaria attualmente di 8 locali negli Stati Uniti, tra i quali la sala del buon bere che si trova al secondo piano del Civilian, tappa obbligata almeno una volta nella vita per gli appassionati di vermouth: qui ce ne sono oltre 200 etichette.

Sei arrivato negli Stati Uniti nel 2000. In ambito mixology come era la situazione?

Ai tempi non esisteva ancora una vera e propria cultura in tal senso. Si iniziava forse a percepire il vantaggio di utilizzare ingredienti freschi come succhi di frutta tipo lime e limone al posto di quelli pre-confezionati. Del resto, la più tradizionale cultura culinaria americana predilige cibo in scatola o pronto per il microonde, ricco di additivi. A Las Vegas ho creato una scuola per mixology: la Academy di Spirit and Fine Service, grande opportunità di cambiare le sorti della mixology statunitense divenne realtà.

In cosa consiste l’impronta di Lafranconi nella mixology americana?

Ho innovato concretamente quando ho iniziato a lavorare con catene di alberghi e ristoranti a livello internazionale, tra i quali il Four Seasons e l’Intercontinental, tra le più importanti all’epoca. La svolta è stata utilizzare tecniche e ingredienti culinari di pasticceria nei cocktail, come coulis, gelatine, spezie particolari e olii essenziali. Inoltre, ha inciso notevolmente l’aver collaborato con grandi chef stellati come Daniel Boulud, Thomas Keller, e Roy Yamaguchi che lavorano con prodotti etnici e che quindi aprono a più possibilità e abbinamenti. Ho cercato di migliorare “l’aestethic value” sia del drink attraverso una scelta più elevata del bicchiere e delle guarnizioni, ma anche del barware/bartools.

Un respiro internazionale fin da subito…

Diciamo che ho attirato la curiosità, prima di supplier locali, influenzando il mercato del Nevada e poi quello statunitense, per poi evolvere con un’esposizione internazionale grazie a diversi agreement con marchio di spirit, che mi hanno portato a girare letteralmente il mondo e a conoscerne le tendenze in fatto di mixology.

Sono passati più di 20 anni dal tuo arrivo in America. Oggi, grazie anche al tuo ruolo di ambassador, la situazione è cambiata?

Sebbene manchi ancora sostanzialmente una vera e propria cultura del “bere bene”, riferendomi alla qualità verso la quantità, cocktail bar e speakeasy oggi prendono molto più seriamente la propria offerta anche nelle zone più rurali, come ad esempio il Missouri o il South Carolina e il Middle West. Nei primi tempi di insegnamento nell’Academy, parlavo di una dozzina di distillerie di whisky americano in Kentucky, oggi in America si contano attualmente 2100 distillerie. C’è un fervore incredibile, ma persiste tuttavia una grande differenza tra la realtà americana e quella europea, anche per due fattori determinanti. Sto parlando del costo del lavoro e dei volumi di clientela, che in America sono decisamente maggiori per entrambi i casi.

Come incide nell’esperienza nel locale?

Cambia il discorso inerente all’etica del lavoro, con un approccio professionale differente. In America c’è molto meno “pride of ownership” e molti dipendenti si sentono tali, senza ambizione o troppa devozione. In Italia, invece, nei locali si lavora per crearsi una carriera, con la conseguenza di lavorare più ore e con più passione, anche senza essere retribuiti appropriatamente e in assenza del 20% di percentuale mance sullo scontrino. E questo emerge nel clima, nella proposta e nell’esperienza all’interno di un locale.

Invece quali differenze a livello di consumo?

L’americano cena con il cocktail e non c’è da meravigliarsi se ordina un Martini o addirittura un Espresso Martini in accompagnamento alla bistecca. In generale, a livello nazionale questo è il momento dell’agave, della tequila e del mezcal, soprattutto grazie alla spinta lifestyle data dal brand Patrón tra il 2010 e il 2020. Oggi molte celebrità, infatti, stanno investendo in tequila per capitalizzare su questo distillato che, a livello di consumi, è decimo posto per consumo mondiale di bevande alcoliche.

Altri trend in atto?

Dal punto di vista della presentazione, in America si sta tornando al minimalismo, a un approccio giapponese essenziale con un bel bicchiere, un bel ghiaccio e nessuna guarnizione. Ancora oggi siamo un po' indietro con la conoscenza merceologica e c’è molta segmentazione, con accentuata verticalità a seconda dei gusti e delle mode. Solo attualmente, per esempio, si sta iniziando a imparare come usare i vermout e come preservarli correttamente in un ambiente refrigerato.

Ecco, di che mondo stiamo parlando?

Il vermouth è un’esperienza sensoriale unica, trascendente, con un pout Pot-pour-ri di spezie che trasporta in territori lontani, dove trionfano botaniche esotiche particolari. Confronto agli amari, inoltre, il vermouth richiede molta disciplina nell’enotecnica e l’utilizzo di vino di alta qualità. Il vermouth, del resto, rappresenta la storia della nazione. Pensiamo al commercio delle spezie che ha alimentato imperi fin dal 1600, definendo la geopolitica internazionale, ma anche all’aristocrazia torinese che durante la fusione delle due Italie con il Piemonte nel periodo dell’illuminismo in poi, lo consumavano come bevanda dopo teatro. Si tratta di vera e propria impronta culturale.

Dove trova le sue origini?

L’Italia è stata la prima nazione a commercializzare il vermouth nel 1786 con il vermouth di Antonio Benedetto Carpano. Poi seguirono i francesi con una ricetta commerciale del vermouth dry, e poi ancora gli spagnoli. Se Italia, Francia e Spagna hanno una più lunga storia e tradizione in tal senso, pian piano altre nazioni del mondo stanno capendo che ci sono interessanti opportunità di espandere l’utilizzo dei loro vini in ricette come il vermouth.

Come per esempio l’America?

Ad oggi, è in effetti più innovativa nell’utilizzo di assenzio, ma non tutti i produttori di vermouth lo includono nelle loro formule. Tornando alla storia, fino al Proibizionismo il vermouth era abbastanza popolare in America, tanto che anche a New York fino agli inizi degli anni Venti del Novecento veniva gustato piacevolmente e la sua spinta di gloria risale agli inizi anni 70 dell‘Ottocento, quando venne inventato il cocktail Manhattan, di cui è un ingrediente molto importante. Oggi di vermouth ce n’è per tutti i gusti e per tutti gli abbinamenti, dal dry o extra dry che può essere degustato con molluschi o al chinato ideale per i dessert. Io vivo ogni giorno il vermouth, provandolo in ogni luogo che visito, così da impararlo sempre di più. Da circa il 2010 il Negroni ha preso piede e di conseguenza molti brand di vermouth trovano una loro vetrina per proporre nuove formule al di là dei marchi tradizionali in questo fantastico cocktail tutto italiano.

Da grande ambasciatore del vermouth, qual è la sua attualità?

Secondo la mia opinione manca un prodotto di altissimo livello e c’è ancora molto da esplorare nel mondo del vermouth. Il vermouth è una cosa seria, ma è molto simpatica da bere e si basa su un complicato processo di preparazione che necessita di una certa materia prima, di erbe officinali, di una specifica percentuale di umidità delle erbe botaniche, di metodi per preservare il vino e molta cura dal punto manifatturiero.

La Rosevale Cocktail Room

Con lo scopo di creare cultura sul mondo del vermouth attraverso esperienze guidate, Francesco Lafranconi ha studiato un preciso piano per la Rosevale Cocktail Room dell’Hotel Civilian di New York. Qui sono presenti quasi 200 etichette di vermouth in cinque stili diversi da esplorare in base al livello di dolcezza, alla complessità aromatica e al paese di origine.

«La mia intenzione è far decollare il concetto di vermouth che trova nel bar Rosevale il suo epicentro e meta di pellegrinaggio, dove chiunque può assaporare un esempio di civiltà che si manifesta attraverso alta cultura enologica e le giuste spezie - spiega Lafranconi -. Proprio per far comprendere questo rito, ho ideato dei percorsi di degustazione di vermouth. Tra essi c’è il Giro d’Italia, tributo al vermouth prodotto nello Stivale che viene degustato nella quantità di una oncia (30 ml) per ciascuno dei quattro campioni, a cui sono abbinati cibi dolci e salati».

Un locale da Guinness

È al vaglio Guinness World Record la documentazione inviata per insignire la Cocktail Room del primato come più vasta collezione di vermouth al mondo come offerta al bicchiere. «Il vermouth business è iniziato verso il 2015 e adesso è tempo di raccoglierne i frutti. Noi siamo felici di essere pionieri di questo movimento, e se ci saranno altre realtà a superarci come quantità di etichette disponibili, ne saremo contenti perché vorrà dire che abbiamo ispirato e fatto cultura. Important is not follow the trend, but to set the trend. After all, we are not drinking, we are learning».

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