Home Blog Pagina 403

L’Accademia del Gelato Artigianale guarda all’estero per rilanciare il gelato Made in Italy

Gelato Accademia 1

Si presenta come "una struttura che si faccia garante del sapere multidisciplinare per valorizzare il mestiere dell'artigiano gelatiere". È stata presentata a Roma l'Accademia del Gelato Artigianale "Alberto Pica", intitolata al "re" dei gelatieri di Roma, mancato nel 2015. Si tratta di un progetto dell’Associazione Italiana Gelatieri per lo sviluppo e il sostegno della cultura e i valori del vero gelato artigianale Italiano: l'Accademia ha al vertice il segretario generale Claudio Pica e il coordinatore Aldo Pasquarella.

«Aiutare le imprese che guardano a oltre confine e promuovere il gelato di qualità»

Pica ha sottolineato che «tra gli obiettivi dell'Accademia, oltre quello di fare formazione e di accompagnare le imprese italiane ad affacciarsi con consapevolezza sui mercati internazionali, c'è la promozione di un gelato di qualità. In attesa di un riconoscimento normativo di un gelato di qualità, infatti, il nostro obiettivo è favorire il made in Italy e gli accordi di filiera, come quello che abbiamo sottoscritto con Coldiretti.

Corsi di formazione e incontro di approfondimento

L'Accademia, che stando a quanto comunicato dall'associazione in una nota ad oggi conta 4.200 iscritti di cui 1.300 solo nel Lazio, offre corsi di formazione per i gelatieri e per tutti coloro che vorranno diventarlo, assistenza, demo dimostrative, incontri di approfondimento e stage. Si avvale di un team di docenti specializzati e oltre all'attività di formazione offre servizi di consulenza tecnica e business per imprenditori che vogliono trasformare o avviare un'attività di gelateria in Italia e/o all'estero.

Una guida sul gelato italiano

Tra le iniziative immediatamente rese possibili dall'Accademia è stata annunciata la realizzazione di una guida sul gelato, voluta dall'Arsial (Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l'Innovazione dell'Agricoltura del Lazio) in collaborazione con l'Agrocamera. Un progetto che dovrebbe diventare un potenziale volano per il settore del gelato, ma anche una vera guida per i consumatori finali.  

Il vaso dell’Amarena Fabbri è inimitabile. Anche in Cina

Vaso Amarena Fabbri
Una sentenza del tribunale di Shanghai, che ha opposto Fabbri a due aziende locali, ha sancito l'alta reputazione dell'iconico packaging, vientandone ogni forma di contraffazione

Recandosi presso la sede storica di Fabbri 1905, nel rione bolognese di Bordo Panigale, l’occhio del visitatore è immediatamente catturato da qualcosa. È la riproduzione in formato gigante, che campeggia sulla portineria dell’edificio, dell’iconico vaso realizzato nel 1915 dal ceramista faentino Riccardo Gatti per custodire la mitica Amarena Fabbri. Un contenitore che per la sua eleganza, con i decori blu su fondo bianco, è divenuto iconico al pari del suo contenuto, le amarene create Rachele Buriani, moglie di Gennaro Fabbri, il fondatore dell’azienda, tanto che i motivi che lo caratterizzano sono presenti su tutti i pack dei prodotti Fabbri, prodotti che vengono esportati in oltre cento Paesi. Insomma un packaging unico, famoso in tutto il mondo e in quanto tale soggetto a tentativi di imitazione o contraffazione, per sfruttare la notorietà del brand italiano per meglio posizionare i suoi prodotti. Un importante risultato a tutela dell’azienda bolognese è arrivato dalla Cina, dove un tentativo di imitazione è stato stoppato da una sentenza della Corte del Popolo del Distretto di Shanghai Yangpu che ha riconosciuto “l’alta reputazione” del packaging di Fabbri.

La sentenza, arrivata alla fine dello scorso luglio, ma resa nota solo nei giorni scorsi, ha posto fine a un contenzioso avviato alla fine del 2019 da Fabbri (Shanghai) Food Trading, la società con la quale Fabbri è presente opera dal 2009 nel mercato cinese, contro due aziende dolciarie locali. Si tratta della Yi Pai Chocolate e della Beijing Jin Mai Xing Long Food, chiamate in causa per violazione dell’art. 6.1 della Legge sulla concorrenza sleale in quanto per le confezioni dei loro prodotti, nello specifico preparati per gelato, usavano decorazioni blu su fondo bianco che imitavano il packaging di Fabbri.

Un pack di alta reputazione

Un risultato eccezionale perché sancisce ufficialmente il riconoscimento che i prodotti di Fabbri hanno “un packaging famoso e che gode di un’alta reputazione” in Cina. Un accreditamento che raramente viene riconosciuto alle aziende estere che operano nel Paese e che Fabbri 1905 condivide con pochissimi altri marchi italiani.

Una nota dello studio Hfg Law Firm, che ha coadiuvato Fabbri nell’azione legale, spiega infatti che per essere tutelato da imitazioni e contraffazioni, la legge sulla concorrenza cinese richiede che l’oggetto «goda di una certa (alta) reputazione». Per dimostrare tale alta reputazione è necessario fornire al tribunale una grande quantità di prove, che l‘azienda deve contribuire a raccogliere a partire dal momento nel quale è entrata nel mercato e con particolare attenzione agli ultimi 3-5 anni.

Nel caso specifico, la corte di Shanghai ha riconosciuto che tali prove fossero evidenti. Ciò per via della promozione a lungo termine e ampia di Fabbri Shanghai e dell’importante mole di attività di marketing e vendita che fanno sì che il packaging Fabbri goda di una certa influenza. Per cui, essendo la confezione del prodotto Yipa simile alla confezione del prodotto Fabbri Shanghai, il pubblico di riferimento potesse credere erroneamente che ci fossero collegamenti tra le due aziende cinesi e Fabbri.

«Questa sentenza è la riprova che il lavoro compiuto da imprenditori determinati, affiancati dalle diplomazie Italiana e Cinese può raggiungere risultati positivi e che oggi anche in Cina i marchi internazionali e il nostro made in Italy sono equamente tutelati», ha commentato Nicola Fabbri, amministratore delegato Fabbri 1905 e presidente di Fabbri Shanghai, che ha seguito personalmente tutta la vicenda.

La sentenza del tribunale costituisce infatti un fondamentale precedente giuridico per tutelare le nostre realtà che operano nel mercato cinese.

Panettone artigianale: puntare su regionalità e nuovi formati per far lievitare le vendite

Il panettone artigianale a valore ha superato i panettoni industriali. Ma c'è ancora ulteriore spazio per aumentare i volumi di vendita

Un mercato stabile, ma che fa segnare un piccolo sorpasso simbolico: a valore, le vendite del panettone artigianale hanno superato a valore quelle del lievitato industriale: 52% contro 48%. È uno dei rilievi più significativi della nuova edizione dell’Osservatorio sul mercato del panettone in Italia, avviato lo scorso anno da Csm Bakery Solutions e Nielsen. La fotografia della campagna 2019 mostra questa inversione di posizioni rispetto al 2018, quando i valori erano 49% artigianale (inteso come prodotto in pasticceria e non disponibile nel canale Gdo) e 51% industriale. Il mercato vale circa 210 milioni di euro; l’industriale ha vissuto un calo del 2,2% mentre l’artigianale è cresciuto dell’1,6%. Tra ottobre e dicembre 2019 sono state vendute 26mila tonnellate di panettoni (20% artigianali, 80% industriali). Sei famiglie italiane su 10 hanno acquistato prodotti natalizi da ricorrenza. Di queste, il 55% ha comprato panettoni; le preferenze si concentrano su tradizionali (43%) e farciti (cioccolato, creme, frutta: 31%), seguiti a distanza dai panettoni senza uvetta e canditi (20%) e da quelli senza glutine (4%).

Cresce il target di clientela più giovane e nel Centro Italia

Sui 9 milioni e mezzo di famiglie di acquirenti di panettoni, 7,5 milioni acquistano solo panettone industriale, 2,2 milioni entrambi i tipi di prodotto e 190mila sono “esclusiviste” del panettone artigianale. La ricerca rileva un significativo spostamento dal segmento del “solo industriale” a quello definito “overlap”, ossia il gruppo di chi consuma entrambi i tipi di prodotto. In leggero aumento (+120mila famiglie) anche il parco acquirenti del panettone artigianale. Questi 120 mila “new adopters” del prodotto artigianale sono maggiormente concentrati nel target più giovane e nel Centro Italia; segno che il panettone artigianale può contare su una base di acquirenti nel prossimo futuro, visto che sta conquistando consumatori più giovani rispetto al suo target principale: gli over 55. Il panettone si conferma «un prodotto iconico, importantissimo per la pasticceria italiana», come ha sottolineato - intervenendo alla presentazione della ricerca - Cristiana Ballarini, Activation Director South West Europe & International di Csm Bakery Solutions. Matteo Sarzana, ceo di Deliveroo Italia, porta l’esperienza del mondo del delivery, sottolineando che «i prodotti della tradizione gastronomica italiana funzionano molto bene, e il panettone si presta alle consegna anche perché si conserva e si trasporta agilmente. Le buone performance del delivery viste nel 2020 resteranno strutturali anche con la fine delle misure di contenimento della pandemia. E anche gli artigiani devono tenerne conto».

La vocazione internazionale del panettone

Carlo Meo, ad di Marketing&Trade e docente di Food Experience al Politecnico di Milano, vede nel canale della panetteria e nella vocazione internazionale del prodotto panettone due possibili leve per un ulteriore sviluppo del panettone artigianale. Il panettone artigianale viene percepito dai consumatori italiani come un prodotto da regalo, da grande occasione. È sinonimo di qualità, e lo si sceglie (anche) per la fiducia nella fama del pasticcere. Nel prodotto-panettone interessano i valori dell’innovazione e del territorio. «Nielsen ha sviluppato una profilazione delle famiglie italiane - spiega Niccolò Beati, Nielsen Customized Intelligence Consultant, curatore della ricerca - individuando diversi cluster che si differenziano per il loro approccio alla spesa. Abbiamo così individuato cinque gruppi, corrispondenti a cinque stili di consumo: i low price, che privilegiano i discount e sono price oriented nelle loro scelte; un target più adulto come i traditional shopper, che frequentano negozi tradizionali di prossimità, ma non disdegnano la Gdo classica; i mainstream, che seguono brand famosi e comprano prodotti classici da mass market; i silver, che puntano su benessere e qualità, con meno sensibilità al prezzo, e i golden, ancor più attenti alla relazione wellness-alimentazione e ai valori nutrizionali, consumatori di free from e bio. I consumatori di panettone artigianale sono concentrati soprattutto tra i consumatori silver, ma anche i golden sono sovrarappresentati rispetto alla media. L’artigianale quindi si conferma un prodotto “alto”, da glorificazione dell’acquisto». Il consumatore riconosce i benefici e i valori del prodotto artigianale, e lo sfrutta per trasmettere tutti i tratti positivi che contiene.

Come allargare il mercato

In questo contesto, che cosa può contribuire efficacemente ad allargare il mercato artigianale? «Sicuramente uno sforzo sull’assortimento. Tipologie, farciture, variazioni di ripieno, crema, canditi, pezzatura - spiega Beati -. Ma è emersa con vigore la potenzialità del legame con il territorio, nello sviluppare ricette regionali. Il prodotto ha tutte le carte per manifestarsi come portatore dei valori gastronomici di un territorio. Quindi preparazioni e farciture che rimandano a ricette regionali sono vincenti». L’esempio più eclatante è quello di Sal De Riso con il suo panettone al limoncello, o quello al caffè napoletano presentato quest’anno (di tendenze del panettone e della sfida Panettone Day abbiamo parlato qui). «Un richiamo solido e preciso agli occhi del consumatore, che può attirare e incrementare la predisposizione all’acquisto». Infine, il panettone artigianale deve essere premium dentro e fuori. «Spesso è un regalo: il packaging deve richiamare questo senso di “alta gamma” che il prodotto fa percepire». Giocare sul prezzo, invece, è pericoloso: una produzione artigianale di qualità implica costi rilevanti, sia per le materie prime che per la forza lavoro.

Antonella Mascolo di Verve: cucina e pasticceria in hotel, un futuro da riscrivere

Le exit strategy della pasticceria Antonella Mascolo e del suo compagno, lo chef Adriano Magnoli al ristorante Verve, all'interno dell'Hotel Dom, a Roma

Roma. Una e trina. Da quando Antonella Mascolo ha preso insieme al suo compagno di vita e di lavoro Adriano Magnoli (nella foto in apertura) l’impegno della sezione food dell’hotel Dom, sapeva di doversi fare in tre, per gestire tutti i servizi di un hotel, piccolo ma molto esigente: colazioni, servizio in camera e ristorante Verve. E se Adriano Magnoli, che è lo chef, occupandosi del salato è più concentrato sul servizio del ristorante e su quello in camera, Antonella Mascolo, da brava pastry chef, si occupa dei dolci e della panificazione. Il suo ruolo è quindi fondamentale soprattutto per le colazioni e per il fine cena, quando compone i suoi meravigliosi dolci al piatto. «Nella normalità il grosso del lavoro ruota attorno al ristorante, ma specialmente negli ultimi mesi, a causa del Covid, buona parte dell’attenzione si è spostata sulle camere», racconta Antonella. L’abbiamo intervistata nei giorni a cavallo delle feste di Natale, appena finiti i pochi giorni di vacanza che si sono concessi quest’anno, dal momento che tutta l’Italia era zona rossa: «L’hotel ha eccezionalmente chiuso sotto Natale e ci tengo a sottolineare che siamo stati aperti praticamente sempre, salvo le settimane di lockdown da marzo a maggio», dice. Pronti e carichi per affrontare un Capodanno in modalità staycation, che significa rimanere in albergo anche se si è di Roma, per approfittare dei servizi dell’hotel, compresa la ristorazione che nel caso della notte di Capodanno è stata organizzata con servizio in camera, per decreto. «Questo ha stravolto le nostre abitudini, tanto che per far fronte a questo impegno abbiamo dovuto spesso rimanere in albergo per la notte anche noi».

La formazione e i maestri

Antonella non nasce come pasticcera, ma è folgorata sulla via della pasticceria solo dopo la laurea in Scienze della Comunicazione, a 24 anni. «Mi piaceva cucinare, ho fatto prima qualche corso da principiante e poi ho iniziato a fare sul serio, con stage in cucine importanti». Due le sue esperienze chiave: la prima è quella maturata nelle cucine di Oliver Glowig all’Aldrovandi (all’epoca 2 stelle Michelin) dove ha conosciuto quelli che considera i suoi maestri, Thierry Tostivint ed Elnava De Rosa. Dal primo la Mascolo afferma di aver appreso più gli aspetti pratici della composizione di un dolce e “come arrivare a un servizio perfetto”; grazie alla seconda ha perfezionato la parte scenica del piatto e quell’alternarsi di consistenze, profumi e sapori che regala appagamento agli occhi e al palato, una pasticceria moderna, soprattutto nell’impiattamento. Fondamentale anche il passaggio successivo alla corte di Riccardo Di Giacinto, per il quale ha lavorato nelle cucine di All’Oro, 1 stella Michelin. È lì che ha conosciuto Adriano Magnoli e insieme hanno curato anche le aperture delle sue insegne più pop, formandosi anche nella parte gestionale. Poi, il passo per mettersi in proprio, rilevando la parte food&beverage dell’hotel Dom. «Siamo comproprietari del ristorante e della parte f&b, insieme ai patron dell’hotel, che è rimasto interamente nelle mani di Renzo Valeriani e della moglie Eleonora», spiega. Quando i due giovani talenti hanno affrontato questa sfida il mondo girava diversamente, ma già tutto era concentrato soprattutto sulla deliziosa terrazza di Verve. Con la pandemia l’attenzione si è spostata ancora di più sull’area esterna, chiusa solo nei mesi invernali, quando il ristorante si sposta nel salotto al piano terra. A parte l’organizzazione del lavoro, sono molte le cose che sono cambiate. Quel che è venuto meno è anche un rapporto più stretto con il cliente. «Specialmente d’estate in terrazza avevo sistemato il pass dei dolci al bancone bar, in modo che i clienti potessero partecipare personalmente alla composizione del piatto. Era un modo per coinvolgerli e spesso c’era anche un ritorno d’immagine, dal momento che video e foto finivano puntualmente sui social». È forse questo aspetto “sociale” quello che alla Mascolo manca di più del suo lavoro, al netto del Covid.

L'intervista ad Antonella Mascolo

Come deve essere un dessert? Arriviamo a fine pasto, quando le persone sono già sazie, per cui dobbiamo colpire con dolci che siano belli, ma anche buoni. Non amo un uso sfrenato dello zucchero, credo nel giusto bilanciamento e nei miei dolci non manca mai una piccola parte sapida. L’obiettivo è far venire voglia di mangiarne ancora. E ci riesce? Capita. Nell’ultima carta abbiamo avuto un grande exploit con un dolce che non mi aspettavo di vendere così tanto. È un Bikini sandwich con nocciola, miele e scamorza affumicata. C’è un pan carrè fatto in casa, scamorza filante, miele e una spruzzatina di sale Maldon sopra. Di questo mi hanno chiesto perfino il bis nella stessa cena. Il cavallo di battaglia? Amo tutto quello che faccio, ma penso che il prossimo sarà migliore di quello che ho fatto. Nella carta attuale ho una Tarte Tatin che mi piace molto, un’unica sfoglia di mela arrotolata su se stessa, oppure una rivisitazione della crostata di frutta, il dolce che preparava la mamma tutte le domeniche a casa, che abbiamo scomposto in dischi di frolla glassati al cioccolato accompagnato da frutta in diverse consistenze. Mi piace giocare con tutti gli ingredienti, sotto forme e consistenze che non ti aspetti. La panificazione? Il mio secondo amore, il mio lievito madre viene con me anche in vacanza. Non c’è pane, grissino, crostino che non sia fatto da me, sia al ristorante che nella colazione dell’hotel. Oltre naturalmente alla viennoiserie, che compone il grosso della parte dolce della colazione. Come la servite? Abbiamo elaborato un form che chiediamo di compilare entro la sera precedente. In base alle risposte componiamo il carrello, che salvo richieste particolari va direttamente in camera. È un servizio apprezzato soprattutto dalle famiglie con bambini, che trovano molto comodo avere tutto in stanza.

Sempre più ricca l’offerta dolce e salata di Vandemoortele

Vandemoortele cuore di melagrano con quinoa e miglio
Dalle focacce romane Lanterna ai pani "benessere" Agritech ai donuts decorati a mano My Originals: tante le novità firmate dalla multinazionale belga della frozen bakery

Continua a sfornare novità Vandemoortele. Dalle focacce romane ai pani realizzati all’insegna di salute e benessere fino ai donuts sono davvero tante le nuove referenze, dolci e salate, dedicate al mondo bar lanciate dai marchi Lanterna, Agritech e My Originals della multinazionale belga della frozen bakery.

Si comincia dalla linea di focacce romane di Lanterna disponibili in quattro formati: 55x25 da 620 grammi, 39x14 da 270 grammi, 39x14 pretagliata da 270 grammi e 40x30 da 420 grammi. Prodotti gastronomici di alta qualità, queste focacce bianche si distinguono per lo speciale impasto, stirato a mano e lasciato maturare a lungo, fatto con farina di tipo 0, biga di grano tenero e olio extra vergine di oliva, e per l’aggiunta di uno spolvero in superficie d semola rimacinata di grano duro d’Altamura. Ingredienti e lavorazione che donano loro una crosta croccante che racchiude una mollica soffice dalla marcata alveolatura che le rendono compatte per ogni tipo di condimento e farcitura, anche la più umida, lasciando la base della focaccia sempre fragrante ed asciutta anche dopo diverse ora dalla farcitura. Veloci da preparare, richiedono un passaggio in forno, senza scongelare, per 5-7 minuti a una temperatura di 200-220 °C.

Salute e benessere si sposano con un gusto ricercato in Cuore di melograno con quinoa rossa e miglio, la prima novità firmata Agritech. Un pane dal tocco gourmet, in formato da 100 g, il cui impasto è arricchito da benefici superfood: succo di melograno, che oltre a caratterizzarne il colore, è un potente antiossidante, semi di quinoa rossa, ricchi di proteine e fibre, e semi di miglio, completamenti privi di glutine e importante fonte di sali minerali. Dalla forma a cuore si presta a diverse possibilità di consumo, come pane da tavola o come base per realizzare fantasiosi panini, dopo averne terminato la cottura in forno, senza scongelamento, per 10-12 minuti a 180-200 °C.

In linea con il trend salutistico anche la baguette integrale con semi da 280 grammi e il baguettino con farina 100% integrale da 150 grammi che ampliano la Linea integrale con cereali e farine integrali di Agritech. Il baguettino è realizzato con farina 100% integrale e ad alto contenuto di fibre e si caratterizza per l’aspetto rustico contraddistinto dal classico taglio verticale. Ha una crosta croccante, una mollica densa e soffice e un sapore intenso e deciso e si prepara in forno, dopo lo scongelamento (10-15 minuti), lasciandolo per 15 minuti a una temperatura di 180-200 °C. La Baguette integrale con semi, invece, è realizzata con un impasto di farina integrale di grano tenero e farina di frumento di tipo 0, arricchito da un gustoso mix di semi a elevate proprietà nutritive (sesamo decorticato, semi di grano saraceno, semi di lino gialli, semi di girasole e grani di miglio). Ideale per creare appetizer, per il cestino del pane o per realizzare sandwich, va cotto in forno per circa 20 muniti a 180 °C.

Concludendo con il dolce, la novità è rappresentata dalle tre novità che vanno ad arricchire la gamma dei Donuts a marchio My Originals. Si tratta di donuts decorati a mano My Pink&White (56 g), rivestito da glassa al cioccolato bianco e decorato con scaglie di vero cioccolato bianco e fiocchi di lampone essiccato, My Kids Donut (56 g), pensato per i bimbi e con glassa di cioccolato al latte e un mix di confetti colorati ripieni di cioccolato, e My Caramel Donut (58 g), ricoperto da una golosa glassa al cioccolato fondente, mandorle caramellate e delicate strisce di caramello. A base di una pasta fritta e surgelata, adatti a ogni momento di consumo, dalla colazione alla pausa di metà mattina o pomeriggio, sono pronti da servire dopo un semplice scongelamento a temperatura ambiente per 30-60 minuti.

Sal De Riso insegna: il caffè di qualità ha scoperto la pasticceria

Se due indizi fanno una prova, ci siamo. Al mondo del caffè di alta qualità piace sempre di più il sodalizio con la pasticceria. Degli ultimi giorni è la notizia che il maestro Ampi Sal De Riso è diventato Brand Ambassador di Hausbrandt Trieste 1892. Solo poco prima, Julius Meinl ha comunicato di avere stretto una collaborazione analoga con Isabella Potì, diventata anche lei Brand Ambassador per la torrefazione austriaca (mente un altro pasticcere, Andreas Acherer, lo è da anni).

La pasticceria resiste e il binomio dolce-caffè di qualità premia

Insomma, sono sempre di più e sempre più "in alto" i pasticceri che diventano strategici per la comunicazione della qualità dei torrefattori. Probabilmente per due motivi: il primo è che la pasticceria sembra aver sofferto meno di altri settori del fuori casa - bar e ristorazione - della crisi generata dalla pandemia e dalle misure restrittive che hanno ingabbiato la socialità nell'ultimo anno. L'asporto come canale di vendita già strutturato e "tradizionale" per le pasticcerie artigianali, consumi al tavolo più contenuti e comunque più controllabili (rispetto, ad esempio, ai grandi assembramenti di persone tipici dei locali attivi in orario aperitivo e tarda sera). Insomma, un comparto, quello dolce, strutturalmente predisposto a resistere alle limitazioni. Secondo: una grande attenzione alla qualità da parte dei pasticceri, che cominciano a capire che fare un analogo salto di qualità dal lato della somministrazione/caffetteria porta vantaggi, attrae clienti, alza il percepito dell'offerta complessiva, pur senza costare uno sforzo economico enorme.

Le diverse anime di un fenomeno

Ecco che la miscela personalizzata, creata su misura per quella specifica pasticceria, magari venduta proprio con il brand del locale e non del torrefattore, diventa interessante. La diversificazione e l'offerta di caffè di qualità diventa un binomio vincente in associazione con il consumo di dolci. Infine, alcune pasticcerie si attrezzano per diventare loro stesse piccoli torrefattori e commercializzare una linea di caffè prodotta in proprio.

Una miscela speciale e due nuove ricette per i lievitati da ricorrenza

Un fenomeno, insomma, che vale un approfondimento. Intanto, ecco come fa fruttare il binomio il maestro Sal De Riso: la sua pasticceria sul lungomare di Minori utilizzerà una speciale miscela di caffè 100% Arabica appositamente creata, in esclusiva, per lui. La nuova miscela di caffè Hausbrandt è presente sia nella caffetteria del bistrot che in laboratorio, dove viene impiegata come ingrediente premium per la produzione dei dolci. In più, De Riso sta elaborando due ricette di lievitati da ricorrenza, che verranno commercializzati con il marchio Hausbrandt e la firma del Maestro nel corso del 2021. Il lancio della prima avverrà per la Pasqua.  

Al via a marzo il corso da Mastro Tostatore di Andrej Godina

Mastro Tostatore Andrej Godina
Il 16 marzo prende il via il corso di formazione di 6 mesi messo a punto dal caffesperto per apprendere tutte le conoscenze sull'arte della tostatura, dalle miscele commerciali di alta gamma agli specialty coffee

Prenderà il via il prossimo 16 marzo il nuovo corso per Mastro Tostatore, creato, curato e tenuto da Andrej Godina, PhD in Scienza, tecnologia ed economia nell’industria del caffè e trainer autorizzato Sca (Specialty Coffee Association), tra l’altro tra i pochi caffesperti al mondo autorizzato a certificare tutti i moduli e tutti i livelli delle certificazioni del Coffee Skills Program.

Un percorso di formazione unico nella sua completezza, che si prefigge di far apprendere ai partecipanti non solo tutti i segreti e le conoscenze sull’arte della tostatura del caffè, partendo da quella delle miscele commerciali di alta gamma per arrivare a quella degli specialty coffee, ma anche tutte le conoscenze manageriali necessarie per la gestione di una micro roastery start-up o per la creazione di un nuovo ramo d’azienda.  Il corso si rivolge infatti sia al neofita, ovvero il barista che vuole evolvere il proprio percorso professionale, sia a chi opera già nel campo della torrefazione, con l’obiettivo di aiutarli ad ampliare la propria attività.

Ciò attraverso 6 mesi di training specializzato, con lezioni teoriche che si svolgono tramite webinar (tre ore per ogni lezione) e pratiche in presenza (che si tengono presso il laboratorio di Godina a Roma, oppure presso altre città, a seconda delle aree geografiche di provenienza dei partecipanti).

I partecipanti avranno la possibilità di approfondire temi quali la selezione, il controllo qualità e l’acquisto del caffè verde Arabica specialty con un approfondimento sul protocollo di degustazione cupping della Sca. Il tema viene affrontato a 360°, con nozioni e pratica sulla tostatura dell’Arabica e della Robusta, dei monorigine e delle miscele, delle curve di tostatura per filtro ed espresso. La piattaforma online Cropster assicura a ciascun partecipante il controllo delle tostate, la gestione del controllo qualità del caffè verde e di quello tostato. Infine, un approfondimento sull’analisi sensoriale del caffè permetterà loro di acquisire le nozioni base del cupping, dell’assaggio del filtro e dell’assaggio dell’espresso con il protocollo di preparazione e di degustazione definito da Andrej Godina.

Al termine del percorso formativo i partecipanti, in base alle competenze acquisite e ai risultati degli esami teorico e pratici  potranno ottenere le certificazioni SCA, ovvero la certificazione Sca Coffee roasting professional, Green coffee foundation, Sensory Skills foundation e il modulo di assaggio dell’espresso e tutte le certificazioni del Coffee Roasting utili all’ottenimento dell’attestato di partecipazione al corso di specializzazione firmato dal docente, dunque alla qualifica di Mastro Tostatore.

A tutto ciò si aggiungono poi i moduli finalizzati a disegnare il modello di business per una start-up o un nuovo ramo d’azienda, con l’utilizzo del business model canvas. In questo modo il partecipante avrà la possibilità di mettere a punto il business plan per la sua torrefazione, analizzando il segmento d mercato nel quale collocarsi, posizionamento del suo prodotto, canali di vendita e investimenti e tempistiche per aprire la sua attività.

Dopo il corso in partenza a marzo, altri tre avvii sono in programma ad aprile (con inizio il giorno 5), maggio e giugno.

Come partecipare

Per partecipare al corso di Mastro Tostatore occorre inviare la candidatura, corredata dal proprio curriculum professionale e da una breve presentazione, all'email aj.godina@gmail.com

Allo stesso indirizzo si può scrivere per avere ulteriori informazioni o consultare la pagina https://bfarm.it/prodotto/la-formazione-per-il-tostatore-di-caffe/

 

 

Perché celebriamo il World Bartender Day (un messaggio ai gentili ospiti)

Ago Perrone e Giorgio Bargiani del Connaught Bar di Londra, migliore bar del mondo dell'anno
Ago Perrone e Giorgio Bargiani del Connaught Bar di Londra, migliore bar del mondo. Simpsonisation credit Mattia Montigiani @matiya_

Settant’anni fa nasce l’International Bartenders Association (IBA). Succede il 24 febbraio 1951 nel Salone del Grand Hotel di Torquay, un resort in riva al mare nel sud del Regno Unito. Di quel battesimo ne fecero parte sette associazioni nazionali di bartender con l’obiettivo comune di dare vita alla prima organizzazione mondiale: Dbl (Danimarca), Abf (Francia), Nbc (Paesi Bassi), Sbg (Svezia), Sbu (Svizzera), Ukbg (Regno Unito) e l’italiana Aibes rappresentata dal grande Angelo Zola. Oggi di IBA fanno parte 56 Paesi e migliaia di bartender di tutto il mondo. A loro è dedicato il World Bartender Day, una festa per tutti coloro che fanno questa professione.

Questo 24 febbraio 2021 assume un significato ancora più rilevante vista la scure che si è abbattuta sul nostro settore. Oggi più che mai in tempi chiusure anticipate, serrande abbassate e personale in difficoltà, è tempo di sostenere e attribuire il giusto riconoscimento a chi fa questa professione. W quindi il World Bartender Day. Ma cosa può fare concretamente un cliente per sostenere il proprio bartender? Insieme a Giovanni Continanza e Julian Biondi, i nostri bargiornalisti, abbiamo provato a stilare un elenco.

“Cosa da non fare…e da non dire a un bartender” di Giovanni Continanza

  • “Poker di Vodka e Fragola”, ok che sei cliente, ma no. Non si chiede.
  • Le braccia fino alla griglia, no. Non si mettono mai.
  • Quando tocchi la mia attrezzatura senza permesso, rimpiango il sistema punitivo iraniano.
  • Quando ti dico "aspetta", ti dico "aspetta". E no, non ho mai amici speciali davanti al banco.
  • Lo so che vuoi meno ghiaccio, ma non è una buona ragione per buttarmelo sul lavandino, quasi in faccia. Lo devo fare io. E poi hai 50 anni, diamine.
  • No, le cannucce no. Le cannucce le metto io.
  • "Uè grande" è ammesso solo dopo le 2 di notte. E se hai consumato.
  • Lo so che sei stato a Londra ed hai assaggiato cose buonissime, ma io le bottiglie le conosco per lavoro.

“Cose che un cliente dovrebbe fare” di Julian Biondi

  • Salutare ed essere contraccambiato nel saluto
  • Capire in che bar si trova, e non fare richieste fuori contesto (tipo una pizza quattro formaggi in un cocktail bar, o “Quale birra alla spina c’è?” Quando è evidente che non c’è una spina. Tutte cose che mi son successe molto spesso).
  • Farsi accogliere e farsi indicare il tavolo, non sedersi sul primo tavolo che trova (che nel 90% è quello sporco dal quale si sono appena alzati altri clienti)
  • Leggere il menu, per capire la tipologia di offerta del posto, in modo da non rimanere deluso facendo richieste fuori contesto (tipo la pizza di cui sopra)
  • Se si fa una richiesta particolare, premurarsi di essere informato sul costo in anticipo (“Ah ma questo rum costava 15 euro?!”)
  • Pensare giustamente di essere trattato come unico, ma non “l’unico”
  • Se in gruppi numerosi, prenotare in anticipo
  • Non vergognarsi di dare la propria opinione o critica, riservandola al momento opportuno, e non necessariamente alle piattaforme online
1931 - Illustration by Georges Léonnec - Son Dernier Cocktail
1931 - Illustration di Georges Léonnec - "Son Dernier Cocktail"

Abbiamo fatto un elenco, senza la pretesa di compilare una lista esaustiva. Sentitevi liberi di aggiungere ulteriori suggerimenti nei commenti. Per quanto mi riguarda posso solo aggiungere: sostenete, in qualsiasi modo crediate opportuno, i vostri bar, pub, wine bar. Passate a trovarli (entro le 18 se in zona gialla), oppure se non potete è sufficiente anche un omaggio sui social. La prossima volta che incontrate il vostro bartender salutatelo con caloroso e un “grazie” che non fa mai male. E non dimenticate la mancia. Non è un’americanata, ma un gesto di cortesia verso quei professionisti che lavorano quotidianamente per la felicità dei propri ospiti.

A Bologna una nuova idea di speakeasy chiamata Donkey

Donkey Bologna
Donkey Bologna
Un nuovo speakeasy che mette al bando i drink sovradimensionati e sposa la filosofia dell’essenzialità. Perché non c’è niente di meglio di una “bevuta pulita”

 

 

Nel crocevia storico che unisce la Bologna dei bolognesi con quella degli studenti ha aperto Donkey un cocktail bar ispirato al mondo degli speakeasy. La nascita del locale, inaugurato lo scorso settembre, è iniziativa di Michele Collina, Simone Donà e Marco de Bellis, che hanno voluto dare un quartier generale a Kong, l’evento itinerante che organizza serate in location inusuali in tutta Italia e che è nato proprio a Bologna. Il cocktail bar è in Vicolo Broglio 1, angolo del mondo bolognese che in passato ha ospitato luoghi celebri della notte cittadina, dallo spazio Indue a Nero. Donkey quindi si innesta in un solco profondo, pronto a raccogliere la sfida degli spazi in cui nasce, ma con idee e filosofie completamente diverse rispetto ai suoi predecessori. Unico elemento di continuità è l’enorme portone medievale affacciato sulla strada, che protegge gli interni agli occhi indiscreti dei passanti e che rispecchia e rafforza l’identità speakeasy. Attualmente il locale è in stand-by causa pandemia, ma quando riaprirà i suoi portoni tornerà a splendere in tutta la sua bellezza: «un salotto, un ambiente riservato, intimo, esclusivo», come lo descrive Michele Collina. Sessantacinque posti a sedere, senza consumazione al banco, con ingresso su prenotazione. Si accede solo tramite parola d’ordine e previa iscrizione al Donkey Club, che avviene tramite la sottoscrizione della tessera. Ai soci, poi, mensilmente viene inviata la parola d’ordine, richiesta all’ingresso e fondamentale per accedere. Formalismi che possono suonare pesanti e pedanti, ma che aiutano a entrare sin dall’ingresso nell’ambiente Donkey. Perché una volta varcato l’arco tutto diventa immersivo, con il locale focalizzato a creare un’esperienza totale, dai mobili alle luci ai colori. Gli arredamenti riflettono l’ideale di speakeasy 2.0, che si stacca dall’immaginario classico del locale proibizionista anni ’20 ma che, mantenendone i principi di riservatezza, si trasla nel tempo. Stampe alle pareti, colori dei soffitti ma anche lampadari e sedute sono un mix tra colonialismo liberty - immagini di animali esotici, lampadari ricavati da cesti da pesca balinesi, sagome di matrone africane - e modernismo minimalista anni ’50.

Il mood di Donkey

«Vogliamo che il cliente stacchi la spina, che viva un’esperienza unica», affermano Maria Cecilia Canè e Daniele Pipia, responsabili di sala di Donkey. «Il nostro servizio è solo al tavolo, con ogni attenzione per i consumatori: dall’accoglienza al modo in cui illustriamo la nostra proposta vige il principio del servizio d’eccellenza». Mood che si esprime perfettamente nella cigar room, offerta di Donkey unica nel panorama bolognese. Una sala dedicata dove poter fumare sigari provenienti da ogni regione del mondo, abbinando la bevuta che meglio si adatta al tabacco scelto. «Proponiamo una selezione che va dai corposi sigari toscani, fino ai cubani come il Cohiba o i Montecristo o i Romeo y Julieta. Ogni sigaro proposto può essere abbinato in degustazione con distillati o cocktail. Come il Montecristo con il drink Goodfellas, composto da un bourbon cotto sottovuoto a 60° gradi con noci pecan miscelato con il liquore Muyu Chinotto Nero e che si sposa con la morbidezza del celebre sigaro.

Stile minimal anche nei drink

Al bancone, protagonista anche visuale di Donkey, ci sono Edoardo Orlando e Nicolò Barchetti. «Vogliamo offrire una proposta drink pulita, con pochi ingredienti. Cerchiamo di portare lo stile minimalista negli arredamenti così come nella bevuta. Gli stessi bicchieri sono privi di intarsiature o decorazioni. Nella miscelazione poi ci ispiriamo a quello che è il trend internazionale. Una miscelazione con pochi ingredienti, per rispecchiare il gusto ed il valore di ognuno. Dopo tanti anni di cocktail super dimensionati, con anche otto ingredienti al loro interno, noi vogliamo proporre una bevuta più “pulita”, esaltando anche la stagionalità dei sapori usati. Proprio per questo il menu cambia ogni 3 mesi, con il cambio di stagione appunto» afferma Edoardo. Ad affiancare la proposta drink infine vi è anche l’offerta culinaria, curata da Simone Donà. Donkey ha un menu snello, con proposte per la maggior parte in stile tapas. La cucina, in tempi normali è aperta infatti negli stessi orari del locale, dalle 18 alle 3 di notte ed è pensata per accompagnare la bevuta, appoggiare e supportare il drink. La proposta è sia di crudi sia di cotti e spazia dal pesce alla carne. Si possono degustare dalle ostriche, disponibili in tre varietà, al gambero rosso di Mazara del Vallo “cotto” nel lime. Ciò però non impedisce di poter anche pasteggiare a cena, per esempio con un risotto al prosciutto Pata Negra o una tartare di fassona.

Cripto Lab

Ma la vera sorpresa di Donkey è Cripto Lab. Come in una matrioska, una porta nella porta da accesso a questa innovativa proposta dello staff. Cripto Lab infatti è uno spazio dove i barman possono creare e studiare durante il giorno, per poi trasformarsi in un sala “privè” la sera. Sei posti a sedere, da prenotare, in cui il cliente ha la possibilità non solo di godersi un drink, ma di fare una esperienza immersiva nel mondo della miscelazione e di ciò che c’è dietro le quinte. Dietro l’enorme portone nero di Vicolo Broglio insomma, si dipana il mondo di Donkey, con le sue sfumature esotiche e l’estro di Cripto Lab. Una proposta unica nel panorama bolognese, che va scovata e scavata e che non può essere compresa appieno al primo sguardo. Ma che merita un occhio più attento.

Capuccino, la cremosa novità di Bottega

liquore Cappuccino Bottega
Ispirato alla bevanda principe della colazione italiana, la nuova creazione della distilleria veneta è un liquore moderatamente alcolico dalle caratteristiche note di latte e caffè

Continua a ispirarsi alle specialità della tradizione italiana Bottega nell’ampliare la sua gamma di creme e liquori (guarda qui per la novità precedente). L’ultimo nato della cantina e distilleria veneta è Cappuccino, un liquore cremoso ispirato appunto alla nota bevanda a base di caffè e latte montato a vapore. Una gloria della colazione italiana che l’azienda ha trasformato in uno spirit moderatamente alcolico per altri momenti di consumo, pur mantenendone gli ingredienti originari.

Cappuccino Bottega viene infatti preparato con latte delle Alpi, che viene fatto cuocere a lungo insieme a una selezione di caffè. Questi sono di tutti di pregiate varietà Arabica provenienti dall’Etiopia, Paese rinomato per la qualità dei suoi chicchi. A questa miscela viene poi aggiunto l’alcol e, infine, lo zucchero, che conferisce al prodotto finale un tocco di dolcezza equilibrata, conferendogli in più una gradevole cremosità. Il liquore si caratterizza al naso per un armonioso equilibrio tra caffè e latte, con sentori tostati di cereali, caramello, cacao, vaniglia e note finali di fiori e di frutta secca. Al palato, invece, spiccano le note di panna, accompagnate dal sapore moderatamente amaro e dalla bilanciata acidità del caffè.

Disponibile nella bottiglia dalla caratteristica forma ovale, che custodisce tutti i prodotti della linea di creme e liquori di Bottega, Cappuccino è da servire come classico dopopasto, ben freddo, a una temperatura ideale di 3 °C, ma può essere utilizzato anche per correggere il caffè o completare gelati a base di crema. Si presta anche alla miscelazione per la preparazione di cocktail con caffè. Un esempio è il drink suggerito dall’azienda, Ice Cappuccino, dove si unisce a latte fresco ed espresso, da proporre dopo aver ben shakerato con ghiaccio tritato, in una flûte.

La ricetta

Ice Cappuccino

Ingredienti:

50 ml latte fresco, 50 ml Cappuccino Bottega, 20 ml caffè espresso

Preparazione:

shake

Bicchiere:

flûte.

Marco Failla, il cake stylist che firma gli storytelling

Prima cerimonie ed eventi, oggi sempre più consulenze nel portfolio del dessert designer Marco Failla

Palermo. Scalpelli di precisione, pennelli, coloranti naturali e due macchine fotografiche sono gli strumenti in dotazione al dessert designer. Naturalmente sensibilità estetica e creatività sono anch’essi nella borsa degli attrezzi, ma tocca averli dentro. Marco Failla a 35 anni è un noto professionista che, invece della pasticceria classica “laboratorio e punto vendita” ha investito in questa idea: disegnare dolci di alta gamma, curare lo styling dei dessert, fare storytelling (ne abbiamo parlato diffusamente qui) attraverso torte e barrette di cioccolato. Gli abbiamo chiesto: cosa fa un dessert designer? «Fa il freelance - spiega Failla - io mi muovo dove c’è richiesta, principalmente di due tipi di lavoro: i destination wedding e le grandi cerimonie. Ho lavorato sul Lago di Como, in Puglia, a Roma, a Matera, in Toscana, con clienti al 90% stranieri. Poi ci sono le consulenze sulla presentazione dei dolci, con produzione di materiali di comunicazione e shooting fotografici; in questo caso l’interlocutore o cliente è un pasticcere o un ristoratore, o un struttura ricettiva che vuole comunicare una storia attorno a un dolce».

In divenire, il progetto di una pasticceria

Alcuni clienti trovano Marco su Instagram, e lo cercano direttamente. «Altri sono mediati da agenzie e organizzatori di eventi, con cui ho lavorato in modo più strutturato». In condizioni normali il lavoro sui grandi eventi rappresenta la maggioranza dei ricavi dell’attività. «Per scelta privilegio il lavoro sul campo - spiega - ma quest’anno si sono invertiti i pesi». Per creare servono rigore tecnico e scientifico, oltre alla capacità di studiare e replicare l’anatomia di un dolce. Pezzi unici o quasi: non si lavora sulle quantità. «Le mani in pasta sono sempre le mie, servono collaboratori solo per eventi complessi». Failla si è appoggiato, sin qui, a due laboratori, a Palermo e a Bergamo. L’idea di un suo punto vendita pareva concreta a inizio anno, poi la pandemia ha bloccato i piani. «C’è il progetto di una pasticceria mia, ma questa professione non nasce così. Forse ci si arriva dopo. Anche perché un pasticcere, a un certo punto, deve legarsi a un luogo. In futuro potrebbe nascere, magari un appoggio in Sicilia ma con base principale sul Lago di Como, per esempio».

L'intervista a Marco Failla

Quali sono i lavori più particolari che hai realizzato? Una linea di torte decorate con maioliche siciliane dipinte a mano su cioccolato, ideate per un matrimonio in Sicilia. Sulla tavola mancava un elemento che mantenesse una perfetta simmetria, così ho ideato delle tavolette dipinte a mano. A inizio anno ho anche presentato tre essenze ottenute con miscelazione di ingredienti di origine naturale, associate a tre dolci che ne rappresentano il carattere. Come ti sei avvicinato alla pasticceria? Non ho frequentato la scuola alberghiera, ma il liceo classico. Ora sto laureandomi in Medicina. La confidenza con la pasticceria arriva grazie alle mie nonne. Un mix familiare particolare, anche grazie alla sorella di una nonna che ha viaggiato molto negli Stati Uniti. Quali sono i dolci della tua infanzia? Sono cresciuto tra il gelo di melone e la torta di mele della nonna. Da bambino, il mio quaderno delle Tartarughe Ninja è diventato un mio primo ricettario, con le ricette prese dalle bustine di lievito». Poi ti sei innamorato del cake design... Volevo tenermi un po’ lontano dall’idea diffusa e consolidata del cake design, perché richiama decorazioni grossolane, pupazzetti sulle torte di compleanno. In realtà può essere molto di più. Io volevo trattare una torta con la stessa dignità di un piatto raffinato. La chiave è stata mixare animo umanistico e basi scientifiche - perché la pasticceria è quello - e curiosità. Curiosità? Ho viaggiato spesso, da solo, per assaggiare e fotografare, sperimentare bussando alla porta dei maestri e seguendo workshop sulla pasticceria. Roma, Stati Uniti - New York e Texas, dove vive mio fratello - e poi Parigi. Alla fine, il mio lavoro in cucina per parenti e amici, per compleanni e feste, è diventato professione.

Un lingotto alla mousse di limone: è Lemon Lady, creazione di Alessandro Borghese

lemon lady1

Un lingotto con base di biscotto ricostruito, mousse al limone, biscotto di marzapane e mousse al cioccolato bianco, ricoperto di spray giallo al burro di cacao e guarnito con coulis di lampone e calamansi, sorbetto al lampone e cialda al mango e sesamo. Elaborato ed elegantissimo il dessert ideato dallo chef Alessandro Borghese per la prossima Festa della donna.

Tre anime per il ristorante di Alessandro Borghese

Si chiama Lemon Lady e - come per una ricorrenza speciale che si rispetti - sarà un dolce in "tiratura limitata". Il nuovo dessert sarà infatti disponibile dal 5 all’8 marzo al ristorante AB – Il lusso della semplicità, elegante regno di chef Borghese in zona CityLife a Milano, come deliziosa conclusione di un pranzo. Protagoniste le materie prime italiane di qualità, scelte e lavorate con cura dalla brigata dello chef. Borghese ormai è sinonimo di una impresa allargata nel settore food, con il ristorante di viale Belisario 3 che è anche uno spazio polifunzionale, una base operativa per il reparto di banqueting e catering, il laboratorio "Pasta Fresca – il lusso della semplicità" e gli uffici di Food Consulting e Progettazione. In tutto ciò, non poteva mancare l'ideazione di un fine pasto dolce e particolare per gratificare i clienti in una occasione speciale.

css.php