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Punk on the rocks al Summit Club di Bari

Un locale che mescola cocktail di qualità e un'atmosfera presa in prestito dagli storici live club newyorches

Nelle strade di Bari, nei luoghi, nelle persone che la vivono, si avverte il respiro di due anime. La prima si esprime con l’amore verso la tradizione, in una convivialità che resiste agli anni e alle crisi economiche, nella semplicità dei modi, nelle pietanze di sempre, nella spontaneità della gente.

La seconda, si apre al mondo e guarda ai trend internazionali con una facilità raramente riscontrabile nelle altre parti del Mezzogiorno, investendo risorse con capacità e talento. Una riflessione che viene improvvisa, in una tiepida notte mentre osserviamo l’ingresso del Summit Club. Di fronte c’è una porta in ferro simile a quelle dei film americani anni Ottanta, quasi fosse un covo per easy riders, per teppisti di strada. Un concept frutto delle esperienze dei quattro soci: i bartender Davide Mitacchione e Nicolantonio Milella, lo chef Aspreno Lapo Pesce, il dj e art director Gianluca di Tullio. Competenze diverse unite per dare vita a un remix di successo.

In un mondo sospeso tra intrattenimento e miscelazione

Per accedere al bar, occorre bussare e pronunciare una parola in codice comunicata alla clientela tramite quiz pubblicati sulle pagine social del locale. Il concept è un’interessante rilettura che ricorda i mitici club newyorkesi punk rock come il CBGB dove debuttarono Ramones e Blondie.

All’interno manifesti musicali, copertine di vinili rock, pareti decorate ispirate alle opere di Keith Haring, grondaie in alluminio, scritte al neon di marchi famosi. Il concept del locale è un trait d’union fra intrattenimento e miscelazione: tante le serate a tema, i dj set, con temi che spaziano dal jazz al funky, fino alle serate house del weekend. Un formato declinato non abbandonando mai il proprio stile: «Summit coniuga il mood urban con le caratteristiche di un cocktail bar dallo stampo internazionale e le atmosfere di un live club. È la sintesi delle anime dei suoi fondatori e soci. La esprimiamo con un luogo che guarda alla nightlife dei dandy urbani, degli anticonformisti di ogni luogo, non trascurando mai l’esigenza di esclusività e riservatezza della nostra clientela. Vogliamo essere contemporanei, attenti, portatori di una fusione tra mixology ed entertainment». A parlare è uno dei soci, il bartender Davide Mitacchione. Tra gli elementi distintivi del Summit Club c’è il bancone dalle tonalità nere intervallate da inserti in acciaio, informale ed elegante al tempo stesso. Un richiamo ai banchi presenti nelle discoteche anni Settanta della Grande Mela come lo Studio 54 o il Paradise Garage.

Non solo cocktail bar: un servizio tailor made 

L’identità da club si sposa con un servizio da cocktail bar d’alto livello, ben declinato nell’offerta del drink al carrello: Martini preparati al tavolo secondo le indicazioni del cliente. Un servizio tailor-made ben supportato dalle oltre 300 referenze del bottigliere, in particolare whisky e mezcal. Sfogliandolo il menu si ha quasi l’impressione di spulciare The New Yorker, il famoso magazine americano: tante le illustrazioni, un’impaginazione essenziale e ricercata. Consultandolo si arriva alla sezione Improved: qui troviamo drink classici rivisitati secondo lo stile e la filosofia del locale, come Old Fashioned, dal gusto amabile, arricchito dalle note aromatiche della menta fresca, del cordial allo zenzero e del Peychaud’s Bitters. Si chiama Old Fashoned 2.19 ed è una proposta che unisce l’attitudine di classico del mondo anglosassone con i toni freschi di una mixology aperta al Mediterraneo.

Influenze surrealiste

Lo stesso stile di fare miscelazione che ritroviamo nei signature della sezione Surrealismo ispirata al movimento artistico d’avanguardia del Novecento. Una parte importante del menu che ha visto una genesi singolare, oltre a un’attenzione particolarmente minuziosa, come testimoniato da Mitacchione. «È il nostro tributo a una corrente della pittura che amiamo particolarmente. Durante il nostro brainstorming iniziale abbiamo notato un casco di banane in uno dei capolavori surrealisti di Giorgio De Chirico. Il titolo dell’opera è 2L’Incertezza del Poeta”. Le forme semplici di questo quadro e i suoi toni caldi, ci hanno spinto ad applicarle a un classico come il Daiquiri. Così è nato il nostro Daiquirico. Un tributo al grande pittore italiano, maestro della Metafisica, sotto forma di rum bianco di Barbados, fermentato homemade di banane, lime, angostura e chocolate bitters. Daiquirico è curato in ogni dettaglio a cominciare dalla presentazione: una mug alta e allungata e una cannuccia ispirata al busto umano che troneggia nel quadro. Un insieme che rimanda a un gioco sensoriale molto affascinante che alterna note dolci ad aromi sapidi, in un’alternanza che unisce profonda italianità e innovazione. Un lavoro eccellente di balance che rappresenta una carta vincente quando si tratta di fare cocktail. A completare il menu del Summit Club c’è una speciale sezione chiamata “Competition”. I bartender del locale sono stati infatti protagonisti di tante sfide di miscelazione. Tra i cocktail vincenti troviamo l’Amoreamaro, ricetta che ha trionfato nella tappa barese di Baritalia 2017, con rabarbaro, Fernet, sherbet al limone, angostura bitters e top di acqua tonica a delineare un aperitivo dalle note, al tempo stesso amare e dolci, tipiche dell’aperitivo all’italiana. Le stesse che ben si associano all’odore del mare, un dettaglio che rende ancora più tiepida la notte barese. Dalla baia, l’America appare lontanissima. Al banco del Summit invece pare scorgerla a davvero poche spanne di distanza. È uno dei tanti piccoli miracoli nel mondo del bere miscelato.

Il mondo specialty di… Jessica Lussana

Jessica Lussana è la regina di Coffea, caffetteria no frills che punta su monorigini e miscele specialty. E, come contorno, breakfast salati e brunch.

L'unica vetrina del locale ad Albano Sant’Alessandro (Bg), sormontata dall’insegna Coffea, quasi non si vede uscendo in auto dalla grande rotonda sulla direttrice Bergamo - Seriate. Ma questo non è stato mai un problema per la caffetteria bergamasca che nei suoi tre anni di vita ha saputo richiamare l’attenzione, distinguersi e conquistare una clientela affezionata. «Il locale è stato un’officina meccanica, poi è rimasto chiuso per 28 anni. L’ho trovato vuoto, senza impianto elettrico, senza bagno, letteralmente da “ricostruire” - racconta la titolare Jessica Lussana -: una sfida che mi ha subito entusiasmata. Mi sono affidata all’esperienza di Andrea Lattuada per il progetto del bancone e di una parte degli arredi. La creazione dei nuovi ambienti ha richiesto più tempo del previsto e il 21 dicembre 2015 ho finalmente aperto». La zona di lavoro è ampia: il banco parallelo alla vetrina ospita una macchina espresso BG5 de La Marzocco a due gruppi e, in evidenza, ci sono due cartelli con il nome della miscela della casa: Cignobianco di Gardelli Specialty Coffee. Accanto, gli strumenti per realizzare alcuni metodi alternativi di estrazione e un’ampia boule con ghiaccio in cui la mattina trovano posto diversi tipi di latte (sono disponibili intero biologico, senza lattosio e bevande a base di soia e di mandorla) insieme a una raccolta di piccole lattiere colorate.

Storia di una lattiera e della passione di Jessica

«La lattiera verde è un mio “cimelio” - riprende Jessica - risale ai tempi in cui cominciai a lavorare nel locale precedente all’attuale. Allora mi trovai di fronte a una classica lattiera molto capiente e chiesi di utilizzarne una più piccola per non avere sprechi e offrire sempre un prodotto fresco. Insieme alla lattiera verde portai con me anche un pressino manuale e dei panni per la pulizia. In un primo tempo, incontrai un po’ di resistenza: c’era il problema dei tempi di lavorazione che potevano allungarsi troppo. Inizialmente fu faticoso, poi presi il ritmo, allineandomi ai colleghi. Riuscii anche a fare sostituire il macinadosatore con un macinacaffè on demand, che offriva un macinato sempre fresco e permetteva di intervenire sulla macinatura rapidamente». Da Coffea cattura l’attenzione anche una vecchia cucina economica bianca posizionata accanto al banco e, guardandosi attorno, si scoprono continuamente particolari che rendono l’insieme particolarmente gradevole. A cominciare dai tubi idraulici che contengono i fili elettrici ai quali sono collegate lampadine vintage a incandescenza. Perpendicolare al banco di servizio c’è il lungo banco di mescita, con le campane che mettono in mostra i prodotti dolci; il salato viene, invece, preparato al momento nella cucina a lato.

Coffea: un viaggio nel gusto del caffè

Un ambiente famigliare che invita l’avventore a fermarsi e a rilassarsi, gustando un dolce, un piatto della cucina (ogni giorno vengono offerti tre primi, altrettanti secondi e un buffet di verdure), un infuso della fiorentina La Via del Tè e ovviamente un caffè, che qui è solo specialty, dalla miscela alle singole origini che cambiano ogni 2-3 giorni. Al momento della nostra visita, dettano legge due monorigini specialty di Bugan Coffee Lab: un Etiopia lavato della regione di Oromia, farm Moata, e un Manco Kapak coltivato nella regione Caranavi, Los Yungas in Bolivia. Si tratta di gusti e aromi particolari che, si pensa, potrebbero incontrare qualche difficoltà in un piccolo borgo di 8mila abitanti, ma così non è. «Anzi, i miei clienti chiedono continue novità - prosegue Jessica -. In genere a chi si avvicina per la prima volta a questi caffè speciali offro la miscela, più rotonda rispetto a una singola origine. Parto dal nome, descrivendone le origini, e da nozioni generali come quella del bicchierino d’acqua da bere prima, per pulire la bocca, non dopo come molti fanno e invito all’assaggio senza zucchero». Il food gioca una parte importante nel bilancio di Coffea, tanto che la caffetteria ha attivato a pranzo anche un servizio delivery. Al sabato e alla domenica Jessica organizza un brunch molto apprezzato (frutta, cereali, uova strapazzate con bacon) accompagnato da bevanda a base di espresso e spremuta.

«Mi piace sempre osare - conclude Jessica - e soddisfare l’ospite con prodotti ricercati». Una filosofia che ad Albano Sant’Alessandro sembra funzionare.

Drink Kong a Roma, il regno di Patrick Pistolesi

Alberto Blasetti / www.albertoblasetti.com

Benvenuti nel regno di Patrick Pistolesi. Perché Drink Kong è questo: il locale che da tanti anni il barman italo-irlandese più famoso di Roma stava coltivando nella sua mente. Atmosfera da Blade Runner, il buio che viene illuminato dalle scritte al neon, chicche come i videogiochi anni Ottanta, la sala jungle più pop che contrasta con la bomboniera riservata dell’hidden bar in stile giapponese, una saletta per pochi intimi in cui si entra solo se c’è Patrick e dove si possono affittare spazi appositi per conservare la propria bottiglia più pregiata.

C’è tutto Patrick Pistolesi in Drink Kong: i banconi che ha calcato insieme a molti dei colleghi che ha formato, i suoi viaggi, senza dimenticare l’educazione sentimentale dell’adolescenza vissuta negli anni Ottanta, fra cartoni animati giapponesi e prime fughe coi cugini fra i pub irlandesi, fino ad arrivare agli ammiccamenti moderni del gioco di specchi in bagno che chiama i selfie da mettere su Instagram. Risultato: un grande locale ipermoderno, dall’atmosfera internazionale, incastonato in uno dei quartieri più eccentrici della Capitale, in una piazza che era il centro della vecchia Suburra, fra il quartiere Monti e l’etnico Esquilino.

Cento posti a sedere, che diventano al massimo centocinquanta persone da servire, contando bancone e posti in piedi, perché una delle cose a cui Pistolesi tiene di più è il servizio: «Abbiamo deciso di servirci di un doorman per regolare i flussi, perché vogliamo che dal primo all’ultimo drink, tutti siano serviti con la stessa qualità».

Un posto dove chi è alla ricerca di buon bere troverà, oltre a Pistolesi, un gruppo di teste di serie della miscelazione capitolina, come Livio Morena, Davide Diaferia, Biagio Gennaro, Riccardo Palleschi e Alessio Zaccardo. I ragazzi in sala sono invece capitanati da Gioia Di Cenzi, che con la qualifica di floor è per Pistolesi “fondamentale per l’accoglienza”.

Cocktail innovativi alla ricerca della perfezione: questo è Drink Kong

Quindici signature in carta, oltre settecento referenze in bottigliera, un focus su gin e whiskey, vera passione di Pistolesi, un laboratorio sottostante all’avanguardia in fatto di cocktail: qui tutto ruota attorno alla ricerca della perfezione, dal cubo di ghiaccio pieno con lo stemma del Drink Kong inciso, alla scelta degli ingredienti, come il succo di datterini gialli selezionato per un Bloody Mary che tanto sanguinoso non pare, a giudicare dal colore.

A proposito di colori, è questo uno dei temi chiave di Drink Kong. Il menu è suddiviso per colori: un invito a seguire il proprio istinto (nelle descrizioni dei drink non compaiono gli ingredienti ma solo l’indicazione del distillato di riferimento). Un po’ come il motto del locale, “drink kong, think kong, be kong”, uno scioglilingua che testimonia l’obiettivo: far sciogliere il cliente. Anche perché fra i giochi proposti al Drink Kong c’è anche il sovvertimento di alcune certezze, come il Negroni che da rosso diventa trasparente. «Poi c’è sempre chi ordina lo Spritz, ma io dico ai ragazzi che non bisogna mai guardare il cliente dall’alto in basso, perché non sappiamo mai chi abbiamo davanti. Sappiamo solo che il nostro compito è farlo rilassare, perché il cocktail bar è un approdo dopo una giornata di lavoro». Quando poi il cliente accetta le regole del gioco e si fida succedono anche miracoli come quello del Lotus, un sour a base gin che inaspettatamente è diventato il best seller del Drink Kong: «Contiene albume pastorizzato, che da molti è visto come pericoloso, ma chi si fida e assaggia questo cocktail finisce per passarci sopra e riordinarlo».

L’accompagnamento food, a cura di Marco Morello, chiude il cerchio: tanti stuzzichini in stile tapas, a cui stanno per aggiungersi le selezioni di prodotti di qualità. La creatività di Morello si esprime in piatti che sono veri e propri viaggi per il mondo, come il bao, il panino al vapore cinese, servito con un pulled pork all’americana e una salsa chipotle messicana. «Cerchiamo una vera fusion, anche perché la stessa cucina italiana è frutto di influenze arrivate da lontano, piatti molto colorati, in contrasto sia con l’atmosfera del locale che di alcuni drink a cui è stato tolto il colore o che comunque sono al massimo monocromatici».

Elisir “sostenibili” nella nuova drink list di Latteria Garbatella

Giovanni Miola_Latteria Garbatella

Si richiama alla tradizione degli antichi elisir la nuova drink list di Latteria Garbatella, cocktail bar & bistrot che sorge nel cuore del quartiere popolare nella zona Sud-ovest di Roma.

Partoriti dalla mente del nuovo bar manager, Giovanni Miola (nella foto in apertura), i 7 signature del menu sono dei veri e propri elisir, nei quali il piacere del bere bene si coniuga con la volontà di regalare al cliente un’esperienza di benessere che coinvolga “anima e corpo”. Ogni drink è infatti stato studiato per garantire specifiche proprietà benefiche, attraverso l’unione a una base alcolica, che rallegra lo spirito, di un’accurata selezione degli ingredienti caratterizzati da tali benefici, che fanno da toccasana per il corpo. Il tutto sapientemente costruito e bilanciato dall’arte di Miola. Ingredienti, inoltre, lavorati con le tecniche della miscelazione contemporanea, in una perfetta sinergia tra bancone e cucina, quest’ultima guidata dallo chef Pasquale Aragona, anche lui entrato di recente nella squadra del locale.

Tra le nuove proposte troviamo, per esempio, l’Elisir Energetico, a base di tequila Josè Cuervo Tradicional infuso al timo, Latteria Mix (un mix di limone, miele e olio), Chartreuse Giallo, bitter allo zenzero e albume. O l’Elisir Drenante, fatto con vodka Ketel One infusa al mirto miscelata con una salsa home made preparata con melograno, tabasco, sale, pepe, salsa Worcester, cipolla rossa e succo di pomodoro. Altro esempio è l’Elisir Rilassante, dove la base questa volta è rum Matusalem infuso allo zafferano, miscelato con orzata di mandorle, decotto di camomilla, succo di lime e angostura, oppure l’Elisir Snellente, dedicato a chi vuole conservare la linea, preparato con Bulleit Bourbon, succo di limone, sciroppo allo zenzero e chiuso da un top di soda all'ananas.

Uno scorcio della grande terrazza, ricca di verde, del locale

Altra peculiarità del nuovo menu è che molte delle botaniche utilizzate nella preparazione dei cocktail, come mirto, alloro, lavanda, gelsomino, melograno, salvia, sono a km 0. Provengono infatti dal giardino collocato sulla stupenda e ampia terrazza, si estende per 100 mq, della Latteria Garbatella. Una scelta che rispecchia in pieno, e del quale la nuova drink list è in fondo un ulteriore sviluppo, il concept del locale, caratterizzato da una grande attenzione all’ambiente.

Aperto nel 2015 per iniziativa dei due soci Federico Falciani e Omar El Asry, rispettivamente, un esperto di comunicazione e un architetto, il locale nasce dalla ristrutturazione di un vecchio bar-latteria del quartiere, realizzata utilizzando esclusivamente materiali di recupero e naturali e con tecniche ecocompatibili. Una scelta di sostenibilità che si estende agli arredi e ai materiali di servizio, dai quali è del tutto bandita la plastica (anche le cannucce sono in pasta alimentare o bambù per chi ha problemi con il glutine).

Un locale dal carattere internazionale, che si riflette anche nella raffinata proposta drink e nella non meno originale proposta food. Quest’ultima ideata dallo chef Aragona e incentrata su preparazioni in stile tapas, e che va dai taglieri di salumi e formaggi ai tortini di alici con ripieno di pistacchi e mandorle su gazpacho di prezzemolo, dai tacos di sgombro caramellato con zucchine e marmellata di pomodorini piccanti a quelli con pulled pork, ai primi piatti che rivisitano in chiave contemporanea alcuni piatti della tradizione, come la lasagna scomposta con mozzarella, fonduta di parmigiano, carciofini e menta, o il raviolone con ripieno all’amatriciana con dressing di cacio e pepe. Insomma, un concept e una proposta che si differenzia nettamente dall’offerta della zona, incentrata sulla tradizione romanesca. Una sfida anche culturale che ha saputo stuzzicare la curiosità degli abitanti del quartiere, e ovviamente non solo, e che ne sta conquistando cuore e palato.

Il take away dei prodotti da forno, un’opportunità da sviluppare

I prodotti da forno, consumati in prevalenza a colazione e a pranzo, possono dare vendite aggiuntive a tutte le ore. Basta proporli bene

La febbre dell’asporto non accenna a diminuire. Il boom delle piattaforme on line dedicate alla consegna di pasti (che si sta allargando anche ai drink) ha reso sempre più popolare il take away. Così, l’esperienza di consumare a casa piatti o specialità tipiche da bar o da ristorante è diventata ormai un’abitudine consolidata. Per una volta, sono stati soprattutto i ristoranti a cavalcare questa nuova ondata. Almeno finora. Perché alcuni bar hanno cominciato a cogliere l’opportunità e a organizzarsi.

«I prodotti per la prima colazione possono rappresentare una base molto interessante su cui sviluppare una proposta di take away a costi molto contenuti» spiega Vincenzo Mascio, specialista nel settore panificazione e pasticceria. Due i motivi: il primo è che si tratta di prodotti che il bar ha già in casa e che vengono consumati abitualmente da una base importante di clienti, visto che per molti bar diurni la colazione è l’occasione di consumo maggiormente frequentata. Il secondo è che si tratta di un ambito nel quale il bar è senza dubbio il punto di riferimento per la maggior parte degli habitué della colazione fuori casa.

Come fare allora? «Se il cliente apprezza i prodotti che offriamo per la colazione, perché non proporre la possibilità dell’asporto? - suggerisce Mascio - Molti dei clienti del bar sono persone che lavorano in zona. Perché non proporre loro di passare dopo l’ufficio per prendersi qualcosa da portare a casa per dare un tocco finale alla cena o per la colazione del resto della famiglia? Brioche, torte, muffin, donut, tartellette. La proposta può essere ampia e articolata». Certo, occorre fare qualcosa in più che mettere accanto alla vetrina un mucchietto di sacchetti bianchi anonimi.

Valorizzare il prodotto anche nell'asporto

«Il primo passo potrebbe essere quello di studiare delle confezioni d’asporto che valorizzino il prodotto - continua l’esperto -. Potrebbero per esempio essere dei sacchettini trasparenti al cui interno possiamo mettere due o tre muffin o un tris di brioche con i quali allestire una mini esposizione, in modo che il cliente abbia davanti agli occhi la possibilità di prenderli e portarli a casa». L’idea è che più sensi si coinvolgono, meglio è. «Una volta predisposta la proposta - continua Mascio - è chiaro che il barista deve diventare parte attiva nel promuovere questa opportunità. Magari suggerendo di provare un nuovo gusto, o di portare a casa qualcosa per i figli, o ancora lanciando prezzi promozionali legati all’acquisto di determinate quantità». Ciò significa suggerire ai clienti l’asporto, invogliarli, cercare di ingolosirli.

Meglio ancora se si riesce a coinvolgere a supporto dell’udito (ti racconto la proposta) anche l’olfatto: «Perché ad esempio - è il consiglio dell’esperto - non fare una bella infornata di brioche, crostatine o di muffin nel tardo pomeriggio, in modo da farsi aiutare anche dal profumo del prodotto appena preparato?».

E se nessuno le compra? «È il tipico ragionamento dietro cui si nasconde chi non ha il coraggio di mettersi in gioco. Certo, se il gestore è il primo a non crederci la cosa non funzionerà - spiega il consulente -. Ma è un falso problema: un imprenditore deve prendere l’iniziativa, non aspettare che la prendano i clienti. Senza contare che spesso succede che per paura di buttare qualche brioche molti gestori lasciano la vetrina sguarnita già a metà mattina e finiscono per perdere nuove vendite, perché un’esposizione “abbandonata” trasmette un’idea di prodotto non fresco e finisce per disincentivare l’acquisto.

Si possono costruire buone opportunità di vendita anche con i prodotti di panificazione. «È un’opportunità interessante per i bar che lavorano tanto anche a pranzo e propongono pane surgelato di qualità. Soprattutto se non esiste un panificio nelle vicinanze - sottolinea Mascio -. Si può programmare di sfornare il pane caldo a un orario fisso, legato sempre al momento in cui le persone escono dall’ufficio. Anche qui valgono le regole dette prima: una piccola esposizione, un cesto con i sacchetti e una scritta tipo “Portami a casa con te”, il profumo del pane sfornato. Potendo, si potrebbe scrivere in vetrina: “Pane caldo tutti i giorni alle 18” e lanciare un servizio di prenotazione per chi vuole assicurarselo. Per creare l’abitudine, si potrebbe pensare a un piccolo omaggio a vantaggio di chi prenota o di chi acquista un certo quantitativo (un caffè omaggio per il giorno successivo?)».

Il prezzo è un elemento importante: «Sconsiglio di proporlo con un sovrapprezzo rispetto a quanto normalmente si paga in panetteria. In generale, un ricarico onesto garantisce molto più business - e più duraturo - rispetto a un prezzo difficilmente giustificabile».

 

Caffè Pascucci: il bio, la moka e l’impegno global

Caffè Pascucci
Sono molteplici i fronti che vedono Pascucci in prima linea nella salvaguardia dell'espresso italiano, dell'ambiente e dei produttori

È il 1883 quando Antonio Pascucci, figlio di tessitori, decide di dedicarsi al commercio alimentare. Nella bottega di famiglia si trovano anche i coloniali e i caffè crudi, che diventano presto la sua passione. L’attività prosegue a Monte Cerignone (Pu) grazie ai figli: Mario, nel 1935, apre la prima bottega di famiglia e Dino, nel dopoguerra, un bar. Negli anni Cinquanta sarà Alberto, figlio di Mario, a industrializzare la torrefazione che nel 1975 diventa un’unica attività con il progetto “solo caffè di qualità”. Nasce, così, la miscela Extra Bar Mild, che unisce a Arabica e Robusta naturali, Arabica lavati; a seguire la miscela Golden che innova il gusto dell’espresso, grazie ai caffè dolci e aromatici che la compongono.

La qualità in tazza richiede formazione: nel ‘96 viene aperta la Espresso School, mentre viene replicata l’esperienza di caffetteria secondo il modello storico con locali a marchio Pascucci, che si diffondono in Italia, ma soprattutto oltreoceano: da poco è stato aperto il locale numero 500, in Corea del Sud. La torrefazione è una fucina continua di ricerca, nuove idee, progetti innovativi e tanti controlli (ogni anno vengono effettuati oltre 5.000 test di assaggio): il laboratorio è il cuore dove tutto arriva e dal quale tutto ha inizio, ed è uno dei luoghi preferiti dal rappresentante della quarta generazione, Mario, che ha un grande obiettivo: «Trasformare Pascucci da produttore di caffè convenzionali a biologici. È una convinzione maturata grazie a diverse esperienze; quella che più mi piace raccontare è l’influenza derivata dall’amicizia con Gino Girolomoni, pioniere dell’agricoltura naturale. Con lui sono iniziati i nostri primi esperimenti agricoli bio e il nostro percorso di trasformazione e conversione. Ritengo che le fertilizzazioni naturali siano un valore da preservare: usare prodotti di sintesi significa “drogare” il caffè e ottenere un prodotto standardizzato, privo di personalità».

Trasformazioni e miglioramenti

Il primo passo nel biologico fu fatto ad Haiti, tra mille difficoltà di carattere ambientale, politico e intralci di ogni tipo: dei primi 300 sacchi acquistati ne arrivarono solo 70, ma si festeggiò comunque «Il miglior caffè di Haiti che avessimo mai acquistato - prosegue Mario Pascucci -. Oltre all’attenzione all’ambiente, al rispetto per le persone e il territorio da cui arriva il caffè e quello in cui viene lavorato, la nostra storia è una continua ricerca della qualità, per il rispetto di chi ci sceglie». Altri progetti agricoli sono stati condotti in India, Colombia, Guatemala e, di recente, in Burundi. La sensibilità ecologica ha spinto la torrefazione a puntare sulla moka, simbolo autentico di italianità, che è protagonista del secondo Caffè Pascucci Shop milanese aperto lo scorso anno. Per la stagione in corso viene proposta la Moka Nitro, un bag in box che contiene caffè freddo leggermente zuccherato da spillare con le apparecchiature da cold brew: nel bicchiere la bevanda fresca è sormontata da una crema che la rende simile a una birra. Frattanto, con un Colombia El Cairo da 90,85 punti e un Brasile Chacara Vista Alegre naturale da 91,35 punti (per essere denominati specialty, i caffè devono avere un punteggio superiore a 80) si è arricchita la gamma degli specialty che ora sono 18.

 

L'intervista a Mario Pascucci

Quale futuro intravedete per il caffè biologico?
I dati di mercato lo segnalano in crescita. Da parte nostra pensiamo che più che un desiderio sia una necessità: per l’ambiente, per chi lo coltiva e anche per mantenere il gusto vero del buon caffè. Attualmente la nostra produzione certificata si attesta al 15% circa, al quale si aggiunge un altro 50% che non ha la certificazione, ma nasce da nostri progetti nelle terre di produzione, in cui una nostra guida efficace è Gino Girolomoni, uno dei padri fondatori del biologico in Italia. L’esperienza dice che si può avere un buon prodotto anche senza l’utilizzo di fertilizzanti e di antiparassitari; certo, si è più dipendenti dall’andamento delle stagioni, ma il prodotto ne guadagna in qualità. È un discorso che chi considera prevalentemente la quantità, come avviene in Brasile e Vietnam, non vuole ascoltare, mentre è accolto da tanti piccoli produttori. Da parte nostra ci impegniamo a riconoscere questo sforzo, pagando il giusto.

L’impegno ambientale incide anche sulla lavorazione del caffè nei Paesi d’origine? Secondo noi la tendenza mondiale sarà sempre più verso i caffè naturali: il sistema lavato consuma (e spreca) molta acqua, non permette che le bucce delle ciliegie siano recuperate per farne concime o cascara, e la mucillagine che si disperde nei fiumi è un grosso problema per l’ambiente. Stiamo dando il via a sperimentazioni sui caffè naturali del Burundi, dalla spiccata acidità: con il metodo naturale questa si smorza e il gusto diventa più piacevole, rotondo.

L’Italia del caffè ha ancora molto da dire al mondo?
I più grandi colossi del settore hanno preso ispirazione dal nostro Paese, mentre ormai tutte le torrefazioni specialty, che un tempo puntavano sulle singole origini, fanno anche miscele. Penso che sia il momento di rafforzare l’informazione sull’italianità di prodotti e metodi di estrazione di cui dobbiamo andare fieri. La miscela italiana ha il gusto che piace alla gente (che predilige il cioccolatoso) ed è il sistema che permette negli anni di avere
lo stesso gusto in tazza: siamo stati pionieri e rimaniamo maestri nell’arte di creare le miscele. È una ricchezza da salvaguardare, insieme alla moka, che se ben realizzata offre il gusto del buon caffè, e a quel concentrato di aromi che è l’espresso.

Ricette al caffè da brivido per ogni ora della giornata

Preparazione caffè freddo

Mai come quest’anno il caffè freddo è protagonista al bar. Il caldo spinge a chiedere una bevanda buona al palato, freschissima e dissetante, che trova riscontro in numerose preparazioni a base caffè. In questo contesto al tradizionale espresso shakerato si preferiscono bevande più lunghe, realizzate con metodi a filtro o a infusione, che offrono anche la possibilità di spaziare tra diverse origini, dando la possibilità di scoprire le diverse personalità del caffè. Passiamo in rassegna alcune ricette in grado di rendere più invitante e fantasiosa l’offerta al banco bar.

Simone Zaccheddu realizza il drink CoffeealeDalla drink link estiva di Ditta Artigianale Oltrarno, ecco Coffeale, messo a punto da Simone Zaccheddu. Ingredienti: doppio espresso realizzato con la miscela Jump di Ditta Artigianale, sciroppo di lampone, ginger ale Cortese. Preparazione: si versano nello shaker con alcuni cubetti di ghiaccio il doppio espresso e lo sciroppo di lampone. Shakerare e filtrare con lo strainer in un filtro da moka che fa da “imbuto” e porta il liquido in una bottiglia da 200 ml. Completare con ginger ale. È un drink molto piacevole e beverino per ogni ora della giornata, al quale il ginger ale conferisce una nota speziata a rinfrescante. Si può bere direttamente dalla bottiglia, senza problemi di cannuccia.

Una ricetta all’insegna dell’eleganza e della semplicità è il Caffè freddo al basilico messo a punto da Marco Poidomani, campione italiano in carica di Coffee in Good Spirits e responsabile dell’accademia di formazione di Caffè Moak. Ingredienti (per 2 persone): 15 gr caffe Remera (linea monorigini Moak), 250 ml acqua, 150 gr ghiaccio, 40 gr di sciroppo di basilico, top di tonica Polara (sciroppo al basilico: 200 ml di acqua, 200 gr di zucchero Moscovado, 20 foglie di basilico: unire e portare a ebollizione; lasciare raffreddare e metter in frigo - consumare entro 10 giorni). Preparazione: estrarre il caffe con il syphon, lo aggiungere lo sciroppo al basilico e 150 gr di ghiaccio per abbassare la temperatura e diluire il caffè. Servire in un bicchiere con ghiaccio e top di tonica, decorare con buccia di limone e foglia di basilico. Il risultato è un drink fresco e dissetante, da consumare in qualsiasi momento della giornata. Una buona e gustosa alternativa al classico caffè freddo.

Ed ecco un aperitivo insolito proposto da Gianni Cocco, coffee trainer di Aicaf e consulente: Mojito sardo al caffè. Ingredienti: mezzo lime, 2 cucchiaini di zucchero canna, 6 foglie di mirto fresco e 8 foglie di mirto James disidratato, ghiaccio, 4,5 cl di caffè Milani Puro Guatemala estratto in cold brew, top di ginger beer. Preparazione: pestare il lime intagliato con lo zucchero di canna e inserirlo nel fondo del bicchiere, aggiungere le foglie di mirto sia fresche sia essiccate e il ghiaccio intero. Versare 4,5 cl di cold brew e mescolare. Completare con il ghiaccio pilé, ginger beer, foglie di mirto e lime. Si può realizzare anche in versione alcolica aggiungendo 2,5 cl di rum bianco o vodka.

Una ricetta fresca, gustosa con il prezioso apporto della frutta è Green Coffee, ideata da Davide Spinelli, trainer Sca esperto di mixology. Ingredienti: 60 gr filter coffee realizzato con un caffè del Kenya, 2 fette di ananas, mezza mela, 20 gr limone spremuto. Preparazione: nel blender frullare ananas, mela e limone; versare il composto in un bicchiere tumbler alto con alcuni cubetti di ghiaccio cristallino e completare con soda water. È una bevanda indicata a ogni della giornata; il caffè conferisce un gusto piacevole e con le sue note acidule si unisce al meglio ai frutti utilizzati per la preparazione.

Infine, ricordiamo di porre l’attenzione alla qualità del ghiaccio utilizzato per queste preparazioni. Molti, infatti, lo sottovalutano poiché considerano che il suo unico ruolo sia quello di raffreddare o allungare le bevande. In realtà, il ghiaccio è utile ai fini del loro bilanciamento e del gusto, purché realizzato con acqua filtrata analoga a quella utilizzata per l’estrazione, con macchine pulite.

Numeri da capogiro. E’ stimato in oltre 6000 milioni di litri nel mondo il consumo di caffè pronto da bere, che nel 2017 ha raggiunto 5500 milioni, con un aumento del 19% dal 2012: sono i dati di un rapporto condotto da Zenith Global e diffusi da Inei - Istituto Nazionale Espresso Italiano. Si prevede un’ulteriore crescita, con vendite che dovrebbero superare i 6.600 milioni di litri nel 2022. Il Giappone è di gran lunga il più grande mercato, con il 55% del volume globale, importanti anche i consumi del Nord America, con una crescita annuale del 13% e l’introduzione di nuovi trend quali infusione a freddo o all’ azoto, carbonatazione e caffè nero. Anche i caffè ghiacciati stanno guadagnando terreno in tutto il mondo grazie al loro gusto, freschezza, convenienza e qualità. In termini di quote regionali, l’Asia-Pacifica è leader con l’83% del volume totale, seguita dal Nord America e dall’Europa con rispettivamente il 10% e il 3%.

Quattro nuove tazze ampliano la collezione Thermic Glass di Bormioli

nuove Thermic Glass

Si arricchisce di nuovi pezzi Thermic Glass Drink & Design, la collezione di tazze e bicchieri di alta gamma in vetro borosilicato per il servizio di bevande calde e fredde firmata Luigi Bormioli. Due nuove tazze, Sakura e Asagao dedicate al servizio del tè e altrettante, Caffè-on-the go e Unico Espresso&Water, per il servizio del caffè sono le novità appena lanciate dalla vetreria di Parma.

Le prime, entrambe con capacità di 23,5 cl, si caratterizzano per il particolare design, che reinterpreta in chiave contemporanea l’antico design giapponese di questo oggetto, molto importante nella tradizione del Paese del Sol Levante. Tutte e due, inoltre, sono impreziosite da una spirale di vetro colorato applicata a mano: di colore bianco per il modello Sakura e blu per il modello Asagao.

Caffè-on-the go, invece, è una tazza dedicata ai locali che hanno a cuore il tema della sostenibilità ambientale e che vogliono assicurare un servizio di asporto del caffè eco-friendly, evitando l’utilizzo di plastica di contenitori in plastica. A questo scopo, la tazza, disponibile nelle due taglie large, con capacità da 46 cl, e small, da 34 cl, è corredata da coperchio in silicone nero.

In Unico Espresso&Water, capacità 6,5 cl, troviamo invece fusi in un unico prodotto un bicchiere per l’acqua e una tazza per l’espresso. Fusione realizzata attraverso la scelta della particolare forma della tazza, che ricalca quella del jigger, il misurino per cocktail utilizzato dai barman, dando vita a uno strumento originale pensato anche per catturare l’attenzione e stupire il cliente.

Come tutti gli articoli della collezione Thermic Glass, anche le nuove tazze sono state progettate per coniugare estetica e funzionalità e hanno nella materiale con il quale sono state realizzate un ulteriore punto di forza: il vetro borosilicato a doppia parete. Un materiale altamente resistente agli sbalzi termici e dalla composizione chimica che non altera il livello di acidità di ciò con cui viene a contatto. La lavorazione a doppia parete permette poi di mantenere a bevande calde e fredde alla temperatura ottimale, prevenendo la formazione di condensa. Il vuoto creato nell’intercapedine fra le due pareti, infatti, consente l’isolamento termico del contenuto, sia questo caldo o freddo, assicurando un maggior contenimento di temperatura rispetto ai contenitori di vetro comune, porcellana o ceramica. Da un punto di vista estetico, infine, la trasparenza del vetro e le forme sobrie, ma sempre originali, consentono di utilizzare i vari articoli anche per il servizio di dolci, pietanze salate, creme e dessert direttamente all’interno dei contenitori, esaltandone l’impatto visivo.

Tautonic Premium Tonic Water, bottiglie raffinate e ricette originali

gamma Premium Tonic Water Tautonic
gamma Premium Tonic Water Tautonic

Il Gruppo Biscaldi non cessa mai di stupire presentando prodotti innovativi e di design come Tautonic Premium Tonic Water.

Acquisita nel 1992 l'azienda Ty Nant Spring Water Ltd, produttrice delle acque di sorgente gallese Ty Nant e Tau in raffinate bottiglie, il Gruppo Biscaldi ha recentemente presentato la gamma di cinque Premium Tonic Water Tautonic, dalla livrea minimalista e dalle ricette originali, in bottiglie vetro chiaro da 25 cl con sottili etichette verticali autoadesive, con tappo corona.
Tautonic 95 è un'acqua tonica con 95 parti per milione di chinino, particolarità che offre al palato un piacevole sapore amaro;
Tautonic 95 Zero è l'alternativa sugar free per i clienti che chiedono una bevanda rinfrescante, piacevolmente amaragnola, da bere sia liscia sia mixata, ma senza zucchero;
Tautonic 82 si distingue per 82 pareti su un milione di chinino, per chi preferisce un gusto meno amaro;
Tautonic Pink nasce da un mix di aromi naturali, come fiori di sambuco, melagrana e arancia che le conferiscono un intenso colore rosa, perfetto per realizzare un audace Pink Gin Tonic.
Tautonic Azul è la versione mediterranea con una piacevole nota erbacea di rosmarino e altre piante aromatiche della macchia spontanea.

Un progetto international style
Presentata nel 1989, l'acqua pura di sorgente Ty Nant Spring Water fece subito grande scalpore per la scelta di essere imbottigliata in panciute bottiglie in vetro da 75 cl (poi anche da 33 cl) con tappo vite, in un intenso colore blu cobalto per la versione Still (naturale) alla quale, dieci anni, dopo è stata accostata la versione Sparkling (gassata) in una bottiglia in vetro rosso cremisi.
La sorgente si trova a Bethania, in una incontaminata area boscosa del Galles centrale, nei Monti Cambrici, e risulta pareticolarmente leggera per i pochi sali minerali disciolti. Oggi le bottiglie colorate sono utilizzate per entrambe le versioni. Per situazioni più informali, nel 2001 è stata introdotta la versione Premium Pet da 50 e 100 cl, solo per la versione still (naturale), la cui forma "morbida", asimmetrica, a increspatura d'onda, pluripremiata, è opera del designer gallese Ross Lovegrove che ha, di recente firmato anche il bicchiere Sorgente Glass da 42 cl, realizzato da Bormioli Rocco.
Nel 2008, in collaborazione con la Pink Ribbon Foundation, esce la versione speciale Pink (con tappo rosa) con parte del ricavato raccolto a favore delle donne colpite da tumore al seno.
Con la linea Tau (in lingua gaelico "silenzioso"), il Gruppo Biscaldi lancia nel 2003 la versione minimalista, in vetro da 33 e 75 cl, con etichetta bianca (still, naturale) e nera (sparkling, gassata), ricavata da una sorgente vicina ma a una profondità diversa da quella di Ty Nant.
In occasione del trentesimo anniversario della fondazione dell'azienda Ty Nant Spring Water, viene presentata la versione Heritage dall'etichetta e tappo verde, con il tradizionale drago rosso del Galles in trasparenza.
Oggi le acque Ty Nant e Tau sono presenti in 40 Paesi del mondo, in particolare sulle tavole dei locali più eleganti, essendo diventate delle vere e proprie icone dell'international style del mondo della moda, sport e spettacolo. Non mancano sponsorizzazioni di alto livello (Louis Vuitton Sailing Cup, Biennale di Venezia eccetera) e presenze in film (James Bond Die Another Day) e telefilm (Sex in the City).

Da Metro il burger gourmet 100% vegetale Beyond Burger

Beyond Burger

Guarda ai nuovi stili alimentari e alla “cucina dei senza” la novità che amplia il ricco assortimento di prodotti food di Metro. Si tratta di Beyond Burger, il burger vegetale, vegano, senza glutine e ogm prodotto dalla società californiana Beyond Meat, fondata a Los Angeles nel 2009, da Ethan Brown, insieme a Evan Williams e Biz Stone, cofondatore di Twitter.

Un prodotto che Metro ha inserto nel suo catalogo per consentire ai gestori dei locali di accontentare la crescente domanda di prodotti vegetali di qualità, che rispondano a differenti esigenze alimentari, senza rinunciare al gusto.

Beyond Burger è realizzato interamente con materie prime vegetali. Tra i suoi ingredienti vi troviamo proteine da piselli, lievito, succo di barbabietola, olio di cocco, amido di patate. Il risultato però è un burger che nel gusto e nell’aspetto è molto simile a quello della carne. Gli ingredienti sono infatti combinati in modo da ottenere la giusta consistenza e garantire il sapore tipico della carne: l’olio di cocco, per esempio, gli conferisce una parte grassa, mentre il succo di barbabietola il tipico colore sanguigno, anche per le cotture meno prolungate.

In questo modo è possibile accontentare non solo consumatori che hanno fatto scelte vegetariane o vegane, ma anche tutti quelli che, per scelta o bisogno, seguono diete a basso contenuto di carne, ma non vogliono rinunciare al suo sapore. Inoltre, l’assenza di glutine ne permette il consumo anche da parte di persone che hanno intolleranza alla proteina.

Disponibile in confezioni da 1 kg, ognuna delle quali contiene 10 burger (da circa 113,5 g l’uno) surgelati (shelf life 12 mesi a -18 °C), Beyond Burger può essere cucinato in griglia, in padella o in forno e, per meglio preservarne la texture, facendo scongelare il prodotto in frigo per 8 ore prima dell’utilizzo.

Tanti italiani tra i top 100 della bar industry mondiale

bar industry Drinks International

Regala un bel po’ di soddisfazione sfogliare la classifica, fresca fresca di pubblicazione, dei 100 personaggi più influenti della bar industry internazionale stilata da Drinks International. Perché, accanto alla tante personalità provenienti dal Regno Unito e dagli Stati uniti, tra i Top 100, che riportiamo integralmente in calce, vi troviamo anche tanti italiani.

Segno, e ulteriore conferma, della crescita culturale del settore nella Penisola, e, soprattutto, del rilievo sempre maggiore che i suoi protagonisti stanno conquistando oltre i confini nazionali, fino ad affermarsi tra le figure più influenti del bar culture a livello mondiale.

Riconoscimento ancora più significativo considerando il prestigio della classifica, redatta da un panel globale di 100 giudici, composto da esperti a vari livelli del settore, che include giornalisti, formatori, organizzatori di eventi, rappresentanti di brand, consulenti.

Detto questo, è ora il caso di scoprire gli italiani inclusi in classifica. Il primo a comparire è Simone Caporale (13° posto), da tempo affermata e riconosciuta star internazionale della miscelazione, per proseguire con Ago Perrone (54° posto), da oltre 10 anni director of mixology di The Connaught di Londra. L’elenco continua con Diego Ferrari (72° posto), noto a livello internazionale per aver dato vita alla community on line Cocktail Art e per il suo lavoro al Rotonda Bistrot di Milano, dove si è specializzato nella creazione di drink a bassa gradazione alcolica, tema sul quale ha anche pubblicato un libro (Cocktail low alcohol. Nuove frontiere della miscelazione). Altro italiano in classifica è Mario Farulla (80° posto), bar manager del Baccano di Roma, dove coniuga alti volumi con un servizio a 5 stelle e una proposta di cocktail ad alto tasso di creatività. La presenza italiana si conclude con Leonardo Leuci (89° posto), cofondatore del Jerry Thomas Project di Roma e vero cultore della tradizione della miscelazione italiana e della sua storia, che contribuisce a diffondere partecipando come speaker ai bar show in tutta Europa e oltre.

Ultima nota, tra i top ten, precisamente al 43° posto, troviamo Thanos Prunarus, che italiano non è, ma greco, anzi una delle maggiori figure della moderna cocktail scene greca. Proprietario del Baba au Rum di Atene, da anni stabilmente inserito nella classifica dei World’s 50 Best Bars, fondatore dell’Athens Rum & Whisky Festival ed editore della rivista Fine Drinking, Prunarus sarà ospite speciale della tappa di Baritalia a Bari il prossimo 23 settembre. Evento (ingresso libero, previa registrazione) al quale vi diamo appuntamento.

Bar World 100 list 2019

  1. Ryan Chetiyawardana “Mr Lyan” – Londra, Uk
  2. Alex Kratena – Tayer + Elementary, Londra, Uk
  3. David Wondrich – Storico, autore - New York, Usa
  4. Ivy Mix – Leyenda, New York Usa
  5. Monica Berg - Tayer + Elementary, Londra, Uk
  6. Iain Griffiths – Trash Collective, Toronto, Canada
  7. Angus Winchester – consulente/Bcb – New York, Usa
  8. Carina Soto Velasquez – Quixotic Projects, Parigi, Francia
  9. Jeffrey Morgenthaler – Clyde Common, Portland, Usa
  10. Tim Etherington-Judge – Healphy Hospo, Uk
  11. Hidetsugu Ueno – High Five, Tokyo, Giappone
  12. Remy Savage – Artesia, Londra, Uk
  13. Simone Caporale – consulente/P(oor), londra, uk
  14. Shingo Gocan – Speak Low/odd Couple, Shanghai, Cina
  15. Philip Duff – consulente/old Duff genever, New York, Usa
  16. Renato Giovannoni – Floreria Atlantico, Buenos Aires, Argentina
  17. Eric Lorincz – Kwant, Londra, Uk
  18. Jack, McGarry – Dead Rabbit/Blacktail, New York, Usa
  19. Ashtin Berry – Radical Xchange, New Orleans, Usa
  20. Jared Brown – scrittore/Sipsmith, Uk
  21. Philip Bischoff – Four Season, Bangkok, Tailandia
  22. Nico de Soto – Mace/Danico, New York, Usa
  23. Ian Burrel – rum ambassador, Londra, Uk
  24. Jim Meehan – autore/Pdt, Portland, Usa
  25. Simon Ford – Fords, New York, Usa
  26. Joerg Meyer – Le Lyon, Amburgo, Germania
  27. Lynnette Marrero – Speed Rack, new york, Usa
  28. Dave Broom – scrittore – Brighton, Uk
  29. Kelsey Ramage – Trash Collective, Toronto, Canada
  30. Vijay Mudaliar – Native, Singapore
  31. Alexandre Gabriel – Maison Ferrand, Parigi, Francia
  32. Colin Asare-Appiah – Bacardi, New York, Usa
  33. Bobby Heugel – Anvil Bar & Refuge, Huston, Usa
  34. Marian Beke, The Gibson Bar, Londra, Uk
  35. Jeff Berry – scrittore/Latitute 29New Orleans, Usa
  36. Marcio Silva – Guilhotina, San Paolo, Brasile
  37. Ara Carvallo – Barra Mexico/Distill Ventures, Città del Messico, Messico
  38. Charles Schumann, Schumann’s, Monaco di Baviera, Germania
  39. Camper English – Alcademics, San Francisco, Usa
  40. Jackie Summers – scrittore, New York, Usa
  41. Dale de Goff – educatore, New York, Usa
  42. Ben Branson – Seedlip, Uk
  43. Thanos Prunarus – Baba au Rum, Atena, Grecia
  44. Zdenek Kastanek – Proof & Company, singapore
  45. Scotty Schder – Dirty Dick, parigi, Francia
  46. Jacob Briars – Bacardi, new York, Usa
  47. Julio Cabrera – La Trova/Red Shaker, Miami, Usa
  48. Audrey Saunders – Pegu Club, New York, Usa
  49. Sam Ross – Attaboy, New York, Usa
  50. Alex Day – Death & Co/The Walker Inn, Los Angeles, Usa
  51. Matt Whiley – Scout, Sidney, Australia
  52. Alexis Brown – Causing a Stir, Chicago, Usa
  53. Nick Strangeway – Strange Hill, Londra, Uk
  54. Ago Perrone, The Connaught, Londra, Uk
  55. Dave Arnold – Existing Conditions, New York, Usa
  56. Hannah Sharmann Cox – London Cocktail Week, Londra
  57. Vasilis Kyritsis – The Clumsies, Atene, Grecia
  58. Iain McPherson - Panda & Sons, Edinburgo, Uk
  59. Aaron Diaz - Carnaval Bar, Lima, Perù
  60. Diego Cabrera - Salmon Guru, Madrid, Spagna
  61. Luke Whearty - Byrdi, Melbourne, Australia
  62. Joe Schofield - consulente/ Schofield’s, Manchester, Uk
  63. Tomas Estes - Ocho Tequila, Portland, Usa
  64. Arina Nikolskaya - Moscow Bar Show, Mosca, Russia
  65. Maggie Campbell - Privateer Rum, Ipswich, Usa
  66. Thad Vogler - Bar Agricole/Trou Normand, San Francisco, Usa
  67. Lars Williams - Empirical Spirits, Copenhagen, Danimarca
  68. Georgie Bell - Bacardi, Londra, Uk
  69. Vivian Pei - The Kitchen Society, Singapore
  70. Julio Bermejo - Tommy’s, San Francisco, Usa
  71. Neal Bodenheimer,- Cure/Tales of the Cocktail, New Orleans, Usa
  72. Diego Ferrari - autore/Matusalem, Milano, Italia
  73. Claire Sprouse - Hot Tin Roof/Hunky Dory, New York, Usa
  74. Claire Warner - Æcorn Aperitifs, Londra, Uk
  75. Federico Cuco - Verne Club, Buenos Aires, Argentina
  76. Moe Aljaff - Two Schmucks, Barcellona, Spagna
  77. Aki Wang - Indulge, Taipei, Taiwan
  78. Beckaly Franks - The Pontiac, Hong Kong, Cina
  79. François Monti - scrittore, Madrid, Spagna
  80. Mario Farulla - Baccano, Roma, Italia
  81. Martin Cate - Smuggler’s Cove, San Francisco, Usa
  82. Kurt Schlechter - Cause Effect Cocktail Kitchen, Cape Town, Sud Africa
  83. Hiroyasu Kayama - Bar Benfiddich, Tokyo, Giappone
  84. Camille Ralph-Vidal - La Maison Wellness, Londra, Uk
  85. Caroline Rosen - Tales of the Cocktail, New Orleans, Usa
  86. Sean Muldoon - Dead Rabbit/Blacktail, New York, Usa
  87. Hamish Smith - Class/Drinks International, Londra, Uk
  88. Helmut Adam - Mixology Magazine, Berlino, Germania
  89. Leonardo Leuci - The Jerry Thomas Project, Rome, Italia
  90. Leo Robitschek - The Nomad Hotel, New York, Usa
  91. Lauren Mote - Diageo Reserve cocktailian, Vancouver, Canada
  92. Marcis Dzelzainis - Sager + Wilde/Fare, Londra, Uk
  93. Danil Nevsky - Cocktails For You, Londra, Uk
  94. Julie Reiner - Clover Club/Leyenda New York, Usa
  95. Arnd Henning Heissen - RitzCarlton, Berlino, Germania
  96. Micah Melton - The Alinea Group, Chicago, Usa
  97. Jillian Vose - Dead Rabbit, New York, Usa
  98. John Gakuru - Sweet & Chilli, Los Angeles, Usa
  99. Kate Gerwin - Front & Cooper, Santa Cruz, Usa
  100. Tim Phillips - Bulletin Place, Sydney, Australia

I locali di Padova abbandonano la plastica usa e getta

Padova plastica usa e getta

Stop alla plastica usa e getta. È la scelta all’insegna della sostenibilità ambientale fatta da tutti e 13 i locali, tra bar, pizzerie e fast food, presenti in Piazza dei Signori a Padova, tra le maggiori e più belle della città, dominata dalla celebre torre dell’Orogologio, che, dal prossimo primo agosto, hanno deciso di abbandonare definitivamente l’utilizzo di prodotti in plastica non riciclabile per lo svolgimento del loro servizio.

Prodotti che saranno sostituiti con loro omologhi riutilizzabili, come piatti in ceramica, bicchieri e calici in vetro, posate in acciaio, oppure da prodotti usa e getta interamente riciclabili e compostabili, realizzati in PLA (acido polilattico), una bioplastica ottenuta a partire da amido, a sua volta estratto da materie prime come mais, frumento, barbabietola e altri cereali.

Protagonisti dell’iniziativa, che farà di Piazza dei Signori la prima piazza italiana eco sostenibile, sono, meritano la citazione, il Bar Code, il Bar Cento x Cento, il Bar Hendrix, il Bar Marlè, il Bar pasticceria Antico Forno, il Bar Piazza dei Signori 9, il Bar El Pilar, la Pizzeria Cubo, la Pizzeria La Lanterna, il Ristorante Uva, il Ristorante Kofler, il Ristorante sushi Galleria n. 5, il Ristorante Ham Holy Burger. Un’idea nata durante una delle periodiche riunioni dei titolari dei 13 locali, nell’ambito dell’Associazione provinciale pubblici esercizi (Appe) che la supporta, e che ne mostra l’attenzione verso l’ambiente e, soprattutto, la volontà e l’impegno nel tradurla in buone patiche, anche quando queste possono comportare costi aziendali superiori.

Un’iniziativa volontaria, dunque, che si inscrive nel percorso virtuoso intrapreso dall’Unione europea con la direttiva 2019/904, che mette al bando la plastica usa e getta dal 2021, anticipandone i tempi, e che si spera possa essere replicata a breve anche in altre città della Penisola.

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