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Con Tennessee E-campus la formazione by Jack Daniel’s corre sul web

Jack Daniel's formazione Tennessee E-Campus
Ricchissimo di contenuti, tutti gratuiti, il nuovo strumento è dedicato ai bartender e bar manager che vogliono migliorare la propria professionalità e far crescere il proprio locale

La formazione professionale e l’aggiornamento del proprio bagaglio di conoscenze sono da sempre strumenti importanti e spesso decisivi per lo sviluppo delle attività e della carriera dei professionisti del mondo dei locali che vogliono costruire una strada di successo. Per questo motivo Jack Daniel’s, dopo le prime esperienze con gli appuntamenti digital sviluppati con esiti positivi la scorsa primavera, ha ideato il suo Tennessee E-campus.

Jack Daniel’s Tennessee E-campus è una piattaforma online pensata per essere il punto di incontro per tutti gli operatori del settore, dai bartender ai bar manager, grazie a una serie di strumenti creati per l’occasione. L’obiettivo è quello di consentire un aggiornamento costante e, ovviamente, creare un punto di contatto sempre più forte tra i professionisti, l’iconico Tennessee Whiskey e la più antica distilleria degli Usa.

Il tutto in modo facile, comodo e gratuito, grazie alle possibilità e alla libertà concessa dalla tecnologia digitale, che permette di fruire dello strumento da qualsiasi luogo, con qualsiasi dispositivo e in qualsiasi momento. Per accedere al Jack Daniel’s Tennessee E-Campus basta infatti registrarsi gratuitamente. Si avrà così accesso a una piattaforma davvero ricca, che si articola in 4 diverse sezioni: Brand Culture, Mixology, Formazione e Bar management.

REGISTRATI GRATUITAMENTE AL JACK DANIEL'S TENNESSEE E-CAMPUS

Quattro sezioni ricche di contenuti

La prima, Brand Culture, è pensata per conoscere storia, aneddoti e curiosità degli oltre 150 anni di vita di Jack Daniel’s, senza dimenticare la famiglia di prodotti e i processi di produzione del Tennessee whiskey.

Nell’area Mixology c’è una ricchissima selezione dei migliori signature cocktail Jack Daniel’s pensati dai master bartender del brand, Stefano Righetti e Francesco Spenuso, presentati e spiegati in ogni loro passaggio, dal primo all’ultimo dettaglio.

Lo spazio Formazione, invece, contiene un calendario articolato di webinar, video e pillole dedicati al brand e alla sua storia. Le live masterclass sono sempre aggiornate e dedicate alle tante tematiche riguardanti il mondo bar.

A completare l’offerta di Jack Daniel’s Tennessee E-Campus c’è Bar Management, sezione appositamente pensata per chi ha un locale e vuole migliorare il suo lavoro. Quest’area prevede infatti tanti approfondimenti utili per la gestione quotidiana dell’attività, dal problem solving fino alle ultime novità del settore.

Jack Daniel’s alimenta così ancora di più il suo ruolo consolidato di icona e di brand audace e indipendente, grazie a un progetto altamente formativo e completamente gratuito, che vuole offrire ai fruitori del Tennessee E-Campus tutti gli strumenti giusti per migliorarsi e crescere ancora.

Impastatrice a tuffanti IBT2 di Sottoriva, ideale per impasti delicati

La caffetteria-pasticceria Pavè di Milano a inizio anno ha inaugurato il suo nuovo laboratorio produttivo, 400 mq destinati a pasticceria, pane e gelati (ne abbiamo scritto diffusamente qui). Per l’impasto del pane, per quello dei croissant, e naturalmente per quello delle colombe e degli altri lievitati, tutto passa dalla impastatrice a bracci tuffanti, che «Lavora circa 220 chili di impasto al giorno, più di 6.000 chili al mese», spiega Giovanni Giberti, titolare del locale con Luca Scanni e Diego Bamberghi. La loro scelta è l’impastatrice a tuffanti a vasca fissa IBT2 di Sottoriva. La macchina è particolarmente indicata per impasti teneri, delicati e che necessitano di molta aerazione. Il particolare sistema a bracci tuffanti ossigena l’impasto senza però riscaldarlo, pur avendo un’alta velocità di lavoro. La vasca è in acciaio inox. Questa versione a 2 velocità ha un motore da 2 kW e gestisce 50 chili di impasto alla volta.

Stock Spirits è il nuovo distributore di Sipsmith Gin per l’Italia

Sipsmith Gin
L'azienda completa il portoflio di prodotti Beam Suntory in distribuzione in esclusiva per il nostro paese con la gamma di gin artigianali premium Sipsmith

È Stock Spirits Italia il nuovo distributore per la Penisola di Sipsmith Gin. L’ingresso del brand nel portfolio della storica azienda italiana rappresenta un ulteriore passaggio della collaborazione tra Stock Spirits e Beam Suntory (leggi Stock Spirits è il nuovo distributore per l’Italia dei brand Beam Suntory), proprietaria del marchio del pluripremiato gin artigianale. Una partnership nata lo scorso anno e in base alla quale Stock Spirits era diventata distributore esclusivo per l’Italia del portafoglio spirit di Beam Suntory. Accordo che però non includeva la gamma di gin Sipsmith, rimasta in distribuzione a OnestiGroup.

Frutto di un progetto partorito nel 2007 da Jared Brown, storico del bere miscelato dal profilo internazionale, con gli amici Sam Galsworthy e Fairfax Hall, con l’ambizioso obiettivo di dare vita a uno dei migliori London dry gin del mondo, Sipsmith è stato uno dei protagonisti della renaissance del distillato.

Un progetto che si è concretizzato dopo la lunga battaglia che i tre fondatori del brand hanno condotto per ottenere una modifica alla legge del 1823 che impediva ai distillatori di ottenere una licenza per un alambicco inferiore ai 1.800 litri. Nel 2009 vedeva così la luce la prima referenza della gamma, Sipsmith London Dry Gin, prodotto artigianalmente con un alambicco da 300 l, nella prima distilleria aperta a Londra a quasi 200 anni dalla chiusura dell’ultima “Copper Distillery” in città.

Realizzato con 10 botaniche, Sipsmith London Dry Gin (alc 41,6% in vol) è l’espressione più classica e stringente dello stile London dry, fresco e floreale al naso, mentre al palato dominano le note decise del ginepro, che si prolungano in un finale secco e appena agrumato. La sua complessità e il suo animo tradizionale ne hanno fatto un prodotto apprezzato dai bartender di tutto il mondo, potendo spaziare nel suo impiego dal Gin Tonic a un più secco Martini Cocktail.

Altro prodotto della gamma è Sipsmith Vjop, un overproof (alc 57,7% in vol) pensato per soddisfare gli amanti del ginepro, la cui doppia quantità nella ricetta è esaltata tanto al palato, dove si accompagnano a sentori di legno di cedro e di arancia amara, quanto al naso, dove invece sono accompagnate da note speziate e di cioccolato fondente, per chiudere con un finale ben equilibrato, lungo e asciutto.

Infine, Sipsmith Sloe Gin (alc. 29% in vol), dove nella base del London dry vengono lasciate riposare per 3-4 mesi le bacche di prugnolo selvatico raccolte in autunno. Il risultato è un prodotto vellutato e di equilibrata dolcezza, con accenni di ribes nero e un morbido aroma fruttato di ciliegia.

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Il digitale come il fuori casa non l’ha ancora visto

fuori casa digitale
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Che nel futuro del fuori casa il mondo digitale assumerà un peso e un'importanza ancora maggiori, ormai, lo sanno anche i sandwich.

Ma proprio i sandwich, almeno quelli confezionati, potrebbero essere oggetto - insieme a tutto il foodservice - di una grande trasformazione, destinata a cambiare le logiche e le modalità prevalenti con cui aziende e distributori oggi approcciano il mercato. Il tema è la digitalizzazione della filiera del fuori casa, cui The Npd Group Italia ha dedicato un incontro di approfondimento a Sigep Exp 2021 (leggi anche: "Cinque trend che modificheranno il fuori casa").

«Fino a oggi - afferma Matteo Figura, responsabile della Business Unit Foodservice di The Npd Group Italia - ci si è focalizzati prevalentemente sulla digitalizzazione dal lato del consumatore: e quindi App per il delivery, Qr code per i menu, sistemi di pagamento cashless. Ma gli sviluppi più significativi sono quelli che riguardano l'intera filiera».

Quattro gli aspetti su cui l'esperto mette l'accento: la creazione di un linguaggio comune, la digitalizzazione degli ordini, le blockchain e l'uso dei big data.

Un linguaggio comune per tutti

Un primo elemento di grande trasformazione è l'estensione dei codici a barre ai prodotti del foodservice. Un progetto a cui sta lavorando Gs1 Italy: «Nel mondo della gdo - spiega Paolo Cibien, foodservice engagement manager di Gs1 Italy - il nostro sistema Immagino ha catalogato 150mila prodotti, pari a oltre l'80% di quelli venduti nel canale. Nel fuori casa siamo a circa il 10%. Avere un linguaggio comune permette di allineare i flussi fisici delle merci con quelli informativi, rendendo molto più efficiente la logistica e l'amministrazione, ma anche il marketing e la relazione con il cliente».

La digitalizzazione degli ordini

Digitalizzare gli ordini, avvalendosi anche di Intelligenza artificiale e modelli previsionali, renderebbe molto più efficiente la distribuzione: «Alcuni esempi ci sono già - spiega Figura -: i fusti di birra collegati con le piattaforme digitali permettono di segnalare la necessità di sostituirli e di creare modelli previsionali sulla base dello storico, utile anche al gestore per pianificare meglio la propria attività, oltre che i propri acquisti».

Trasparenza e tracciabilità

La diffusione delle blockchain potrebbe rendere il mondo del fuori casa più trasparente e soddisfare la voglia di garanzie e di autenticità del cliente. Un aspetto a cui sta lavorando Virgilio Maretto, ceo e cofondatore di pOsti: «La blockchain, in parole povere, è un grande database che si può applicare a qualunque filiera dove sono presenti più attori: non fa altro che raccogliere informazioni, catalogarle, renderle immodificabili - facendosi garante della loro autenticità - e metterle a disposizione di tutti. L'abilità e l'utilità sta nell'utilizzare queste informazioni - per esempio sull'origine di un prodotto, sull'etichetta, sul confezionamento - creando uno storytelling interessante per il consumatore».

Il delivery, suggerisce Maretto, può essere un ambito di applicazione: «Pensiamo a una blockchain che ci dica tutto su confezionamento, trasporto e consegna. Sarebbe un'ottima garanzia per il cliente».

L'utilizzo dei big data

Un ulteriore elemento di trasformazione del fuori casa sarà nella capacità - da parte di industria, distribuzione, ma anche dei singoli punti vendita - di utilizzare i big data: «La quantità di dati disponibili sui clienti e sui consumi è sempre maggiore - spiega Figura -. Sarà sempre più importante la capacità di raccoglierli e di utilizzarli per prendere decisioni consapevoli. Navigare a vista diventa sempre più complicato».

Dolci da viaggio, lievitati, viennoiserie: scopri perché val la pena puntarci

pasticceria

Scopri il talk di dolcegiornale sull’evoluzione del mondo della pasticceria realizzato in occasione di SigepExp 2021 con  le testimonianze di un poker di grandi professionisti:

 

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Fari puntati su tre tipologie di offerta su cui, per motivi diversi, vale la pena puntare: i dolci da viaggio, i grandi lievitati e la viennoiserie. I quattro protagonisti raccontano come hanno innovato l’offerta in questi campi e i risultati (lusinghieri) raggiunti nel 2020, grazie soprattutto allo sviluppo del canale digitale. Un canale cresciuto significativamente, grazie anche a un ampliamento dell’offerta con nuove linee di torte da forno e di lievitati e lo sviluppo di prodotti iconici. Con un’introduzione di Carlo Meo, ad di Marketing&Trade, che racconta come l’ultimo anno ha cambiato la relazione tra il cliente e la pasticceria e come la pasticceria deve evolvere per rispondere alle nuove esigenze dei clienti. Per concludere, i cinque protagonisti del talk ci indicano quali sono le loro parole chiave su cui fondare l’evoluzione della pasticceria. La durata è di circa 45 minuti.  

Mattia Pastori al Franco’s di Positano

Franco's
Per la splendida terrazza sulla Costiera Amalfitana, il pluripremiato bartender curerà la lista dei cocktail e promette “un mix di emozioni liquide”

Sognando Positano e la Costiera Amalfitana come meta delle vacanze, arriva dall’Hotel Sirenuse una notizia che farà felici gli appassionati di bartending. Al Franco’s, il bar con vista sul mare del raffinato hotel di Positano, è arrivato Mattia Pastori. Pastori ha scelto l’atmosfera da Dolce Vita in vacanza della Costiera Amalfitana per ripartire dopo il lockdown. Finalista italiano alla Diageo Reserve World Class nel 2016, nonché mente e anima di Nonsolococktails, società di consulenza e formazione nel settore del beverage, Pastori torna al suo primo amore, l’hotellerie di lusso. Nel suo portfolio spiccano le esperienze al Park Hyatt, all’Armani Cafè e al Mandarin Oriental solo per citarne alcune.

Per questa terrazza con vista mozzafiato sul mare, Mattia Pastori curerà l’intera proposta drink, a partire dalla lista dei cocktail, che, promette, sarà “un mix di emozioni liquide che ripercorrono i grandi classici dell’aperitivo in una chiave più moderna a livello di gusto e presentazione, con cocktail signature che rispecchiano i diversi animi che si possono trovare all’interno dell’hotel, attraverso servizi studiati nei dettagli”.

Inaugurato nel 2015, dopo la scomparsa di Franco Sersale, il Franco’s è il cocktail bar dedicato proprio al fondatore del Sirenuse e all’aperitivo d’autore, che adesso è stato affidato all’esperienza di Pastori. Il tutto in una location unica, che oltre alla splendida vista, vanta una monumentale fontana giallo oro, realizzata dall’artista Giuseppe Ducrot, e un arredamento in stile Costiera, in cui dominano il bianco e il blu, con colorate maioliche della storica Fornace De Martino. Un’atmosfera vivace che nella bella stagione porta questo bar a essere uno dei “place to be” di Positano e della Costiera.

Il Franco’s si aggiunge agli altri due bar della proprietà, l’Aldo’s, che si divide su due splendide terrazze dai tavolini maiolicati circondati da lussureggianti piante, e il bar-ristorante a bordo piscina, inoltre c’è il ristorante La Sponda, guidato dallo chef campano Gennaro Russo. L’hotel Sirenuse è stato aperto nel 1951, quando la famiglia Sersale decise di trasformare la loro dimora al mare in un Hotel sulla baia di Positano. Conta 58 camere e dopo la scomparsa di Franco, è diretto dal figlio Antonio Sersale.

Pavé: un nuovo laboratorio per guardare avanti

Giovanni Giberti di Pavè
Pavè a Milano a inizio anno ha inaugurato il nuovo spazio produttivo. 400 mq dedicati a pasticceria, pane e gelati
A volte serve uno scossone per diventare grandi davvero. Lo hanno capito anche i ragazzi di Pavè, il salotto hipster di via Casati, a Milano, aperto nel 2012 e diventato un luogo di culto (di loro avevamo scritto anche qui). Ci è voluta la pandemia, con il primo, durissimo lockdown, per smuovere le acque e spingere i tre soci Giovanni Giberti, Luca Scanni e Diego Bamberghi a prendere una decisione: fermarsi, riflettere, immaginare il futuro e cambiare organizzazione per garantirsi spazi di crescita. Gli spazi in questione sono quelli del nuovo laboratorio centrale, in una traversa di viale Monza all’altezza della fermata della metro Turro. «Avevamo tutto chiuso, 35 persone in cassa integrazione - spiega Giberti a Dolcegiornale - e un’azienda artigiana con tre anime completamente ferma». Due pasticcerie con caffetteria, in via Casati e in via della Commenda, una gelateria in via Cesare Battisti e una birreria sempre in Casati ma aperta solo da poche settimane al momento dell’esplosione della pandemia: questo l’assetto di Pavè. «Ci siamo detti: o chiudiamo o rilanciamo. Abbiamo rilanciato. Era il momento di staccarsi dal laboratorio di via Casati, di soli 60 mq, perché crescere così sarebbe stato impossibile».

Un laboratorio centralizzato di 400 mq

La prima riapertura, in estate, ha portato con sè una nuova consapevolezza: «Già riuscivamo, con volumi ridotti, a produrre tutto in via Casati, quindi spostando il prodotto finito verso gli altri punti vendita. Questo ci ha dato il là: abbiamo individuato questo spazio, capito che potevamo accentrare tutto qui, inclusa la produzione di gelato, lo stoccaggio e gli uffici. A novembre abbiamo iniziato i lavori, a fine 2020 era tutto pronto, dopo le Feste siamo entrati, in un momento quasi favorevole perché non eravamo pressati da ritmi alti, viste le nuove chiusure imposte dall’emergenza sanitaria». Dei 400 mq totali, circa 50 sono dedicati alla produzione di gelato, 200 alla produzione di pasticceria e pane. Il resto è magazzino, celle di conservazione, lavaggio, spazi tecnici e uffici. «Abbiamo voluto uno spazio produttivo libero e agile. L’obiettivo è incrementare i volumi e produrre meglio e di più, per altri punti vendita nostri (in pista c’è una seconda birreria nel quartiere Giambellino e l’idea di una seconda gelateria) o per forniture esterne».

L'approccio organizzativo è cambiato

Dove si sente di più la differenza? «Il tema non era il rinnnovo delle attrezzature, perché erano già performanti; solo che erano dislocate in più punti e non avevamo spazio di stoccaggio per il gelato pronto, o per materie prime come il latte e la frutta. Lavoravamo di più nei singoli pdv, ma con molta più fatica». Ora nel laboratorio sono attivi 5 pasticceri, un panettiere, Giovanni stesso, una persona addetta alla produzione del gelato, un lavapiatti. Si comincia alle 4-4.30 del mattino e, grazie ai turni, si chiude verso le 19. L’approccio organizzativo è molto diverso: «Se prima la produzione era al servizio delle esigenze del singolo negozio, ora è tarata sulle due consegne mattutine che abbiamo impostato: non cuociamo più il pane fino alle 10, per esempio, ma alle 6.30 e alle 8.00 dobbiamo farci trovare pronti a caricare le due spedizioni che riforniranno i negozi per l’intera giornata. Vale per tutto, anche per le preparazioni dolci. La sfida vera sta nella particolarità di questo periodo: ogni weekend i flussi nei negozi sono diversi, a causa delle chiusure e riaperture, e i dati storici dei nostri otto anni di attività non valgono più. Ci tocca programmare la produzione in un contesto in cui proprio programmare è difficilissimo. Spesso viaggiamo alla cieca, ma impariamo tantissimo e ci sforziamo di trovare il punto di equilibrio». Si apre un tema: convincere il cliente della qualità di quello che trova nel banco, anche se non c’è più il laboratorio a vista con i pasticceri all’opera sotto gli occhi di tutti. Aggiunge Luca Scanni: «Spiegare che il prodotto è persino più buono, più curato, perché riusciamo a seguirlo meglio non è cosa immediata. Ai tempi dei nostri inizi far vedere il laboratorio era sinonimo di qualità eccelsa. Ora ci rendiamo conto che per dare vera soddisfazione alla domanda - tutta, inclusa quella dell’e-commerce, letteralmente esplosa nell’ultimo anno - ci serve questa struttura e questa organizzazione».

L'intervista a Giovanni Giberti

Come mai si lavora meglio rispetto alla tanto celebrata formula del laboratorio a vista? Perché con gli spazi giusti, le postazioni agevoli e le aree di stoccaggio adeguate si può davvero curare il prodotto molto di più. Aggiungo un elemento: il cliente che sta in negozio e ti guarda è una fonte di pressione in più. In questa fase così turbolenta, quale occasione di consumo ha sofferto di più? È sparita la pausa pranzo, il che ci ha portato a rivoluzionare l’offerta. Prima proponevamo anche piatti caldi, ora ci stiamo spostando su proposte salate varie e più gestibili come la pizza romana in teglia. Sempre preparando tutto nel nuovo laboratorio. Avete voluto più capacità produttiva: su cosa puntate per crescere? Vogliamo spingere sul pane: oltre a venderlo nei nostri negozi stiamo cercando una rete di ristoratori selezionati per fornire loro il nostro pane. Una strada già sperimentata con buoni risultati da altri, come Forno Brisa a Bologna. Altra linea da sviluppare è quella del gelato, anche qui proponendo gusti salati o particolari alla ristorazione o al catering di livello.
Cosa vi aspettate per Pasqua? Lo scorso anno abbiamo deciso di chiudere. Quest’anno, invece, avremo per la prima volta due proposte speciali, oltre alla colomba classica. Storicamente vendevamo 400 pezzi, vorremmo arrivare a un migliaio di colombe. Questo spazio vi dà la possibilità di potenziare l’e-commerce? Sì, era necessario dotarsi di una produzione strutturata anche per questo. Il cliente pretende qualità da bottega artigianale, ma quando si tratta di ordini online e consegne si aspetta efficienza e capacità di adattamento da multinazionale. I risultati già ci sono: a Natale l’e-commerce ha funzionato bene. Prima del lockdown eravamo pronti con un servizio di delivery “b2b” verso aziende o realtà di certe dimensioni. Con la pandemia abbiamo virato alle consegne consumer: un vero boom, non ce lo aspettavamo. Da settembre abbiamo aperto alle consegne nell’hinterland, intercettando una clientela che già prima veniva a trovarci nei fine settimana.

Simonelli Group lancia la coffee education globale

CKH - Coffee learnng platform

L’Accademia di Simonelli Group negli ultimi due decenni è stata un importante riferimento per la formazione: ha offerto il Q program del Coffee Quality Institute - CQI, i Coffee Skills Program di Sca e il Coffee Chemistry insieme a corsi di formazione tecnica su misura, come la Youth Academy. Tutto questo e molto più oggi si trovano nel Coffee Knowledge Hub (CKH), una piattaforma di coffee education aperta ai professionisti del caffè che qui possono apprendere, connettersi e scoprire le ultime novità in materia di formazione, ricerca e tendenze nel settore del caffè.

Fabio Ceccarani, amministratore delegato Simonelli Group
Fabio Ceccarani, amministratore delegato Simonelli Group

«Riunisce corsi leader del settore in un nuovo formato digitale, offrendo così alla comunità globale del caffè l'opportunità di cambiare, crescere ed evolvere le proprie competenze, abbracciando nuove tendenze e tecnologie - afferma Fabio Ceccarani, amministratore delegato -. L’Hub si fonda infatti sull’approccio growth mindset, sul valore della connessione, della condivisione di intuizioni, esperienza e pratica. In più  abbiamo portato la nostra esperienza ventennale per supportare i professionisti del caffè».

Uno dei corsi proposti
Uno dei corsi proposti

La piattaforma nasce grazie alla collaborazione con trainer a livello globale; al suo interno ha più di 30 corsi tenuti da esperti del settore, docenti e scuole del caffè; entro la fine dell'anno l’Hub cercherà di offrire fino a 60 corsi digitali per formare oltre mille studenti.  Il CKH è anche una piattaforma aperta per chi fornisce corsi e risorse di alta qualità e un punto di incontro per la coffee community che qui può connettersi per scoprire le ultime tendenze; sul sito si trovano anche corsi del Coffee Sensorium, un percorso nella scienza della percezione multisensoriale degli aromi applicata al settore del caffè; nonché corsi di Sca, di Caffeina consulting e del CKH.

La formazione dei giovani con Simonelli Group
La formazione dei giovani con Simonelli Group

Visitando il sito ci si trova in un fitto susseguirsi di incontri e tematiche su diversi aspetti del settore, molti dei quali ancora in fase di definizione e di programmazione. Nelle prossime settimane, infatti, verranno resi noti ulteriori nuovi partner formativi: è un’opportunità per le scuole di formazione per ampliare l’esposizione dei propri corsi e affrontare nuove conversazioni sul futuro del caffè con una platea decisamente vasta e internazionale, come conferma Andrew Tolley, esperto del settore e co-creatore della nuova piattaforma: «Stiamo lavorando con una rete di leader del settore tra cui ricercatori, scuole di formazione e formatori per offrire ai professionisti del caffè nuove opportunità per sviluppare la propria carriera e per raggiungere una maggiore qualità. Ci sarà inoltre un focus specifico sulla sostenibilità dell’intera catena del valore del caffè, che ora è più importante che mai».  A breve sarà anche lanciata la sezione podcast con una serie che esplora il coffee menu, affrontando temi che vanno dal suo carbon footprint allo sviluppo di nuovi prodotti fino ai prezzi; a ciò si uniranno articoli, ricerche e altri media.

Svelati i dieci finalisti della Diageo World Class

finalisti italiani Diageo World Class
Ecco i nomi dei 10 concorrenti che si contenderanno il titolo di Miglior Bartender della Penisola nella finale nazionale della World Class. Il vincitore accederà alla finale mondiale del contest

Sono stati proclamati i 10 bartender che si affronteranno nella filale italiana della Diageo World Class, tra le più prestigiose competizioni internazionali dedicate all’arte della mixology. Ecco i nomi dei top ten, con quello del team nel quale i concorrenti erano stati suddivisi, ognuno guidato da un alto esponente della miscelazione italiana (Patrick Pistolesi, Tommy Colonna, Matteo di Ienno, Edoardo Nono e Giovanni Bologna, leggi qui per conoscere tutto il percorso della competition):

Team Bologna: Simone Molè e Vincenzo Pagliara

Team Colonna: Haneul Lee

Team Di Ienno: Federico Ercolino e Riccardo Cerboneschi

Team Nono: Alessandro Zampieri, Gabriele Tammaro e Marco Dongi

Team Pistolesi: Luca Granero e Matteo Ciampicali.

Per loro il cammino verso la gloria passa per una nuova serie di prove, al momento segretissime, che decreterà il campione italiano della competition. Campione che insieme al titolo di Miglior Bartender della Penisola, si aggiudicherà un posto nella finale mondiale della World Class, che incoronerà il Bartender of the Year.

Le tre sfide della semifinale

Per arrivare a giocarsi la vittoria i 10 bartender hanno dovuto superare le tre prove della semifinale, alla quale hanno preso parte in 25.

La prima è stata la Rtd Challenge, che ha chiesto ai concorrenti di creare e spedire alla giuria un ready to drink, imbottigliato in vetro o in lattina (massimo 500 ml), con tanto di etichetta sviluppata ad hoc. Base di partenza era la ricetta del cocktail presentato nella fase precedente, ovvero un drink ispirato al tema  dell’apicultura e della sostenibilità e che contenesse due ingredienti locali, rispetto al luogo che ognuno ha scelto come propria base operativa, dei quali uno doveva essere miele o un altro prodotto delle api. Ma non solo, perché altro aspetto della prova è consistito nella presentazione del progetto alla giuria, in 5 minuti di tempo, illustrando le caratteristiche organolettiche del ready to drink e la strategia go to market del progetto.

La seconda prova, Storytelling, ha posto i finalisti davanti alla sfida di ideare e presentare una nuova storia per uno dei 60 grandi classici della mixology, assegnato loro a caso, dando al cocktail un nuovo nome e immaginando uno storytelling del tutto diverso rispetto a quello originale legato al drink. Inoltre, hanno dovuto inventare una storia originale riguardo l’ispirazione della ricetta e che avesse anche effetti di upselling sul consumatore finale.

Infine, la Chromo Cask, che ne ha testato le conoscenze sull’invecchiamento in legno dei distillati e, più nello specifico, sull’influenza che i vari tipi di legno utilizzati per la maturazione hanno sul colore e le espressioni organolettiche finali del prodotto. Il tutto in 5 minuti di tempo, rispondendo a una domanda, sotto forma di quiz a risposta multipla, dove hanno dovuto individuare la corrispondenza tra colore e caratteristiche finali e il legno e il distillato impiegato.

Alberto Marchetti, il gelato a modo mio

Alberto Marchetti

Il gelato deve essere fresco, buono, goloso. Questo il credo di Alberto Marchetti, maestro gelatiere piemontese con 7 pdv all'attivo, che siamo andati a visitare nel concept store torinese di piazza CLN. Una gelateria raffinata nel look e legata ad alti standard qualitativi nella produzione. «Però non amo puntare sulla parola "artigianale" per definire la mia attività - dice Marchetti -. Preferisco dire che la mia è una attività a gestione familiare e che oggi siamo in 30 artigiani a produrre il gelato che porta il mio nome. Gelato che deve essere fresco, ovvero mantecato in giornata. Il che significa che, in tempi normali, si comincia a produrre la mattina per l'apertura delle 12 e si finisce di mantecare verso le 22. Chi è in laboratorio mette in produzione un gusto solo quando l'addetto al banco segnala di averlo terminato, per non avere surplus di produzione alla chiusura».

Tiramisù, fra le new entry

Fra i gusti più di successo si è fatto strada di recente il Tiramisù di cui trovate la ricetta qui. «Ci pensavo da tempo - dice il gelatiere - ma dopo varie prove non ero ancora convinto. Ora ci siamo. il tiramisù che ho messo in lista nasce anche grazie alla collaborazione con il produttore sardo di savoiardi artigianali Giovanni Moro, preparati solo con tre ingredienti: fanno la differenza. Ho deciso di presentarlo per vari motivi: è un dolce al cucchiaio, che è il genere di dessert che preferisco. E poi è un gusto "ricco", universalmente apprezzato. Un altro gusto che ci rappresenta è quello alla Farina Bona, che almeno da 12 anni tiene banco e ha portato alla nascita della mia collaborazione con Slow Food. Cosa sia la Farina Bona è presto detto: si tratta di una farina di granturco prodotta in Svizzera nella piccola Valle Onsernone, che viene tostato e subisce una macinatura molto fine. Tradizionalmente era usato per fare minestre o biscotti, io ho deciso di utilizzarlo per un gelato con un pizzico di sale, che può essere descritto come gusto "pop corn"».

«Zabà, Cremà, Gatò, mettiamo l'accento sulla bontà»

Accanto al gelato, Alberto Marchetti ha messo in campo una serie di prodotti che arricchiscono l'offerta, tutti con l'accento finale "sulla bontà", come dice lui stesso. «Sono cresciuto con l'idea del gelato "accompagnato" da qualcosa, che fosse la panna piuttosto che le fragole o lo zabaione. Così da subito ho proposto gli affogati da passeggio all'amarena, al caffè al cioccolato , allo zabaione. Da qui l'idea di rendere ancora più goloso il gelato da asporto con creme da portare a casa. Così sono nate le mie due creme: Cremà (crema spalmabile alla nocciola) e Zabà (zabaione), un prodotto che non richiede la catena del freddo ed è prodotto con 3 ingredienti: tuorli, zucchero e Marsala. Un prodotto che mi caratterizza molto e che stiamo pensando di produrre con varie tipologie di Marsala o vino Passito. Infine abbiamo messo in produzione Gatò, un bune (tipico dolce al cucchiaio piemontese, ndr) preparato in vasocottura. In cantiere, intanto, ci sono nuove idee. Stiamo organizzando il delivery su altre città. Inoltre con Roberto Speranza, pasticcere entrato a far parte del nostro staff da poco più di un anno, stiamo mettendo a punto un progetto legato al "tiramisù da passeggio". Sarà una linea di monoporzioni incentrate sul tiramisù classico e su alcune sue varianti, che nostro avviso sarà un prodotto su cui far leva nelle stagioni intermedie o in inverno. Siamo quasi pronti».

Da Casa Marchetti a Marchetti a casa

Fatte salve le novità, bisogna dire che entrare a Casa Marchetti, il Flagship store torinese di Alberto Marchetti, può sorprendere. Perché in questa gelateria non sono state fatte concessioni alle tinte pastello tipiche di molti pdv. Qui dominano grandi vetrate, ottone, tappezzerie pregiate, uno schermo gigante che manda in onda video dedicati alla produzione e la boiserie in noce che riveste il bancone, aperto sul laboratorio a vista. Il motivo c'è: «In questa piazza nel '75 è stato ricreato il Blue Bar ispirato al quadro di Edward Hopper - spiega Marchetti -, scenografia usata per il film Profondo Rosso. A quel Blue Bar ci siamo ispirati per realizzare il locale».

Vendite on line assistite tramite videochiamata

Casa Marchetti è la punta di diamante delle 7 gelaterie Marchetti. Il pdv si sviluppa su 2 piani: a livello strada il punto vendita; nel seminterrato le aree di servizio, un'aula didattica e uno spazio attrezzato con un mantecatole Carpigiani degli anni '60 restaurato, dedicato a sperimentazioni e a volte alla produzione di gelato live (pre pandemia). Nel bancone del negozio trovano posto 28 carabine delle quali, nel periodo estivo, 20 sono dedicate ai gelati e 8 alle granite. «In un fine settimana - dice Alberto - qui produciamo circa 200/250 kg di gelato al giorno (25 euro/kg, cono piccolo 2,50 euro). Nella stagione fredda le cose cambiano, il gelato subisce una forte stagionalità e non si è ancora trovato il modo per destagionalizzarlo. C'è chi va verso la pasticceria, chi verso la caffetteria o il cioccolato, ma se sei identificato per il gelato non devi snaturare la tua immagine. Quindi bisogna lavorare bene in estate e fare le formichine in inverno». Fedele alla sua linea di gelato mantecato tutti i giorni, ogni pdv Marchetti ha il proprio laboratorio e gli addetti sono autonomi nella produzione. «Organizziamo incontri periodici - prosegue Marchetti - per affrontare le problematiche e condividere nuove idee, in un training costante, nella nostra aula didattica». Anche il periodo del primo lockdown è stato messo a frutto: «La pandemia mi ha convinto a cambiare idea sul delivery, a cui ero contrario. A oggi abbiamo riorganizzato il nostro sito, attrezzandoci per la vendita on line; inoltre, appoggiandoci alla piattaforma ShopCall, abbiamo dato il via a una forma di e-commerce innovativa: la vendita assistita tramite videochiamata, per semplificare l'esperienza del cliente e renderla più simile possibile alla visita in negozio». In attesa di tempi migliori.

Fipe paga le licenze per i diritti musicali dei locali

diritti musicali Fipe Soundreef
Grazie a un accordo con la società, Fipe si fa carico del pagamento dei diritti musicali per i primi 5000 locali che sottoscrivono la licenza con Soundreef

Fipe alleggerisce, al meno un po’, i costi fissi dei locali. I costi fissi che in questo caso sono quelli legati ai diritti per la musica diffusa nei locali. La Federazione italiana pubblici esercizi ha infatti sottoscritto un accordo con Lea, mandataria italiana di Soundreef, gestore indipendente di diritti d'autore, in base al quale sarà la stessa Federazione a farsi carico del pagamento dei diritti per gli anni 2020 e 2021.

L’intesa prevede infatti che i locali associati a Fipe possano richiedere e ottenere gratuitamente per gli anni 2020 e 2021 una licenza straordinaria, chiamata Fenice I, per la diffusione dei brani musicali gestiti da Soundreef in occasione di eventi musicali dal vivo nei pubblici esercizi.

Attenzione però, perché l’accordo riguarda solo gli eventi dal vivo, in quanto la licenza, spiega la Federazione, si aggiunge, ma non sostituisce il Permesso Siae e il pagamento dei diritti d’autore a questa società, «che resta l’indispensabile interlocutore per accedere ai repertori musicali nazionali e internazionali, e non pregiudica le rispettive posizioni di Fipe e Lea per quanto riguarda le future negoziazioni su criteri e misura delle tariffe».

Altro punto al quale fare attenzione è che la possibilità è limitata ai primi 5000 esercenti che sottoscriveranno il contratto entro il prossimo 30 aprile.

Per sottoscrivere le condizioni di licenza occorre compilare i moduli predisposti da Lea e messi a disposizione esclusivamente al seguente link http://www.leamusica.com/fipe

Eat Darling Eat, dessert futuristici per la pasticceria in stile postmoderno

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A Hong Kong, il nuovo laboratorio dello chef Jason Luk uno spazio immerso con colori e texture che stimolano i sensi
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Un salto nel postmoderno per assaggiare dessert futuristici, magari seduti su sgabelli iper-tecnologici dietro a quinte fluorescenti. Entrare all’ Eat Darling Eat è come varcare una soglia spazio-temporale per ritrovarsi in uno luogo di sperimentazione estetica e gastronomica: è un laboratorio di dolci che mira a una nuova e audace interpretazione dei dessert tradizionali cinesi ma con ingredienti e sapori da tutto il mondo. Il nuovo spazio a firma dello chef  Jason Luk si inserisce nel griffatissimo Fashion Walk, tra le insegne luminose, il saliscendi delle scale mobili e lo scintillio delle vetrine così sfacciatamente eleganti.  «Volevamo creare un ambiente provocatorio che rispecchiasse i nostri dessert fantasiosi e creativi» - spiega Nelson Chow fondatore dello studio NC Design & Architecture Un laboratorio di dolci postmoderno offre lo sfondo perfetto. «Sono moltissimi, infatti, i richiami a questo movimento della metà degli anni ’70 a partire dalle forme, dai materiali e, soprattutto, dai colori».

Tutto il locale a vista

Il locale di quasi 400 mq è disposto su due livelli con un piccolo gap risolto con una scala di pochi gradini. Tutto, quindi, è praticamente a vista e, varcando l’ingresso, lo sguardo  può abbracciare quasi tutto il locale. A fare da separazione solo una lunga quinta semitrasparente gialla, che accende di riverberi le pareti. Ma partiamo dall’entrata, dove una pavimentazione in cemento e un soffitto con luci spot e impianti a vista dà quasi l’idea di un ambiente dal look industriale. Ma è l’impressione solo di un attimo, perché flash di colori e riflessi fluo fanno subito capolino da ogni arredo e da ogni parete. Da qui in poi lo spazio è un susseguirsi di sorprese.«Celebriamo l'arte della preparazione dei dolci, utilizzando colori provocanti e texture che stimolano i sensi visivi degli ospiti. Il design trae ispirazione dalla natura sperimentale e creativa dell'era postmoderna incorporando elementi che sono giocosi, decorativi e stravaganti e utilizzando forme che sfidano gli stili più convenzionali».

Bancone monolitico, intarsi coloratissimi

Il bancone per le ordinazioni e l’asporto, posto proprio davanti all’ingresso, è un monolitico pezzo unico, reso però visivamente movimentato dagli intarsi colorati. Accanto, per le consumazioni veloci, si allunga un top con una serie di sgabelli ben allineati. In questo modo si risponde alle esigenze dei clienti più frettolosi che si concedono un dolce tra uno shopping e l’altro. Alle spalle del bancone c’è un’apertura vetrata con il laboratorio di cucina, a vista ma “filtrata” dalla tinta gialla del vetro, la stessa soluzione ripresa per creare una divisione tra le due sale di altezza diversa. Le pareti e i soffitti alternano il grigio con il rosa confetto e, nelle sale al piano superiore, due angoli sono smussati e avvolgenti, con maxi-disegni colorati impressi sulle superfici per giocare con l’idea delle illusioni ottiche. Il risultato è un'estetica di design che risulta completamente e straordinariamente immersiva.

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