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I nuovi fondenti Valrhona per cioccolate originali

Un ricettario firmato da due professionisti di fama internazionale accompagna il lancio di Ground chocolate, due cioccolati fondenti di pura origine

Per conquistare i clienti più sofisticati, ma anche i curiosi e desiderosi di provare qualche buona novità, variare sul tema della cioccolata è una buona idea. Per questo Valrhona ha presentato una nuova referenza che permette di realizzare dalla classica cioccolata calda a quella base vegetale, da golose varianti al miele e lampone ai cocktail base rum.

Due fondenti, uno speziato e uno caratterizzata da note di frutta

Si chiama Ground chocolate: la gamma è composta da due cioccolati fondenti, entrambi di pura origine, con profili aromatici differenti tipici del loro terroir. Ghana 68% è un cioccolato speziato e dolce, Grenada 65% ha note di frutta matura. Entrambi sono ottenuti da fave di cacao tracciate al 100% dalla produzione. «Ground chocolate» specifica Valrhona in una nota, «può essere sciolto con latte vaccino, bevande vegetali o anche semplicemente acqua ed è facilmente lavorabile con i principali metodi di preparazione: vaporizzatore, cioccolatiera e bricco specifico per bevande calde».

Il ricettario firmato da un barista e da un pasticcere

Il lancio di Ground chocolate è accompagnato da uno speciale ricettario realizzato in collaborazione con Quentin Jacquemaire, barista formatore presso la torrefazione del caffè Coutume di Parigi, e Craig Alibone, maestro pasticcere inglese con sala da tè a Bodø in Norvegia.

Sacchetto da 3 kg per i professionisti

I cioccolati Ground chocolate Ghana 68% e Ground chocolate Grenada 65% sono disponibili in sacchetti da 3 kg.  

Vincenzo Tundo nuovo direttore commerciale e marketing di San Benedetto

Vincenzo Tundo_San Benedetto
Il manager, con 30 di esperienza in multinazionali di beni di consumo e in San Benedetto dal 2008, è stato scelto come nuovo direttore commerciale e marketing Italia del Gruppo.

Nuove nomine in San Benedetto. Il Gruppo ha scelto Vincenzo Tundo come direttore commerciale e marketing Italia.

Avvocato e master in Business administration alla Scuola di amministrazione aziendale (Saa) dell’Università degli Studi di Torino, il manager vanta un curriculum con oltre 30 anni di esperienza in società multinazionali di beni di consumo in Italia e all’estero. Il suo percorso professionale ha preso il via in Danone Birra Peroni per poi proseguire con un’esperienza internazionale in Lussemburgo nel Gruppo Ferrero, ricoprendo diverse posizioni fino a quella di responsabile per l’Innovazione sulla categoria Praline. Successivamente è entrato in Arena Alimentare come direttore marketing e trade marketing per tutte le divisioni del gruppo.

Dal 2008 è stato alla guida della direzione marketing e trade marketing Italia di San Benedetto supportando, tra i vari progetti, il posizionamento ambientale del Gruppo, che ha visto il riorientamento di tutta l’attività industriale di sviluppo prodotto e di processo verso l’ecosostenibilità.

Ora il nuovo incarico nel ruolo di direttore commerciale e marketing, per il quale è stato scelto con l’obiettivo di supportare la direzione aziendale nel consolidamento del suo percorso di crescita, che ha già portato il Gruppo a imporsi tra i principali operatori italiani del beverage analcolico. Acqua Minerale San Benedetto è infatti opera in questo comparto come azienda “totale”, grazie a un’offerta ampia e diversificata che va dalle acque minerali, con i marchi San Benedetto, Antica Fonte della Salute, Acqua di Nepi, Guizza, Pura di Roccia, Cutolo Rionero Fonte Atella e Fonte Corte Paradiso, quest’ultima acquisita lo scorso anno (leggi Una nuova fonte per San Benedetto: acquisita Acqua Paradiso) alle acque addizionate, dalle bibite gassate (San Benedetto e Schweppes) al tè, dagli sport drink (Energade), alle toniche (Schweppes) fino alle bibite a base di succo (San Benedetto Succoso e Tel Quel) e agli aperitivi.

Contestualmente alla nomina di Tundo è arrivata anche quella di Mirko Ferrari come nuovo direttore vendite Italia del canale modern trade.

Capacità di relazione e saper ricoprire più ruoli: cambia la ricerca di personale

ricerca di personale
Courtesy LuckyLife11/Pixabay
Le catene, con i loro accelerati piani di sviluppo, guidano la ricerca di nuove figure da inserire nei punti vendita in apertura. Offrendo formazione e opportunità di carriera. Stefano Pregel di ManpowerGroup traccia il profilo dei candidati più richiesti

Ha tutte le caratteristiche della caccia al tesoro: difficoltà, incertezza sull'esito, concorrenza agguerrita, premio finale ambito. Ma non si tratta di un gioco: la ricerca di personale, da parte dei titolari e gestori di bar, è una delle questioni cui si è dedicato più tempo nell'anno appena trascorso (e presumibilmente non sarà diverso nel 2022). Con esiti spesso insoddisfacenti. Meno candidati che candidature (l'osservatorio InfoJobs a fine 2021 parlava di 10mila ricerche attive tra turismo e ristorazione) e, per gli indipendenti, la concorrenza sempre più agguerrita delle catene, che per il nuovo anno hanno (ri)messo in pista ambiziosi programmi di sviluppo nel nostro Paese.

ricerca personale
Stefano Pregel, Senior Strategic Client Manager di ManpowerGroup

«La ricerca di personale - afferma Stefano Pregel, senior strategic client manager di ManpowerGroup - è destinata a crescere ulteriormente. Nei primi mesi dell'anno diversi grandi gruppi della ristorazione lanceranno campagne di reclutamento imponenti per far fronte alle nuove aperture previste. E andranno rimpiazzate molte delle persone che nel periodo del lockdown hanno scelto di ricollocarsi in altri settori, a partire dalla Gdo, e hanno deciso di non tornare indietro, attratte da salari migliori e turni di lavoro meno impegnativi».

A Pregel, attivo da oltre 20 anni sul fronte del reclutamento nel settore horeca, abbiamo chiesto di raccontarci come sta evolvendo la ricerca del personale. Cosa cercano (di diverso rispetto a prima) le aziende, come è cambiata l'attitudine di chi cerca lavoro. Ne emerge uno spaccato che racconta di (nuove) opportunità di carriera e costringe gli indipendenti a ripensare i criteri classici di selezione e a disegnare percorsi di carriera più definiti. Il rischio, altrimenti, è perdersi buona parte delle risorse migliori del settore.

Attitudine alla relazione e lavoro in team

«Le figure più ricercate sono i cosiddetti addetti pluriservizio - spiega -, che sappiano occupare più ruoli a seconda delle esigenze: dalla sala, al bar, alla cassa. Ma sono tantissime le posizioni aperte anche per le figure più classiche: cameriere, barista, cuoco e personale di cucina. Rispetto al passato, la ricerca oggi si focalizza molto più di prima sulle soft skill: l'obiettivo è selezionare persone che abbiano attitudine alla relazione e sappiano lavorare in team. Un altro degli aspetti su cui le catene puntano per essere più attrattive è la formazione, finalizzata a creare un progetto di carriera per le persone interessate a crescere. Si stanno moltiplicando le Academy interne per insegnare ai neo assunti in tempi brevi come applicare gli standard operativi e di processo richiesti. Per chi inizia a lavorare oggi e punta a crescere, le opportunità sono molto maggiori che in passato: in meno di un anno un neoassunto senza esperienza può arrivare a ricoprire la posizione di store manager».

Più opportunità da un lato, meno "margini di errore" dall'altro: «La complessità nella gestione del personale fa sì che più le aziende sono strutturate, più crescono di dimensioni e più cercano un partner in grado di gestirgli gli aspetti di reclutamento e selezione. Il risultato è la creazione di grandi banche dati dove convergono i profili dei candidati che cercano lavoro, dove le carriere dei singoli vengono tracciate. Con la conseguenza che chi si rende protagonista di comportamenti scorretti farà sempre più fatica a ricollocarsi».

Verso nuovi equilibri

«Le aziende dell'horeca - spiega Pregel - si trovano a dover dare risposte nuove di fronte ai nuovi bisogni che chi cerca lavoro esprime: sicurezza economica, tutela, elasticità di orari. Le nuove generazioni guardano con più attenzione all'equilibrio tra vita lavorativa e vita personale. Chi saprà creare offerte di lavoro più in linea con questi requisiti potrà accaparrarsi i talenti migliori».

 

Roastelier al Base, il caffè che attrae e stupisce

Maria Teresa Orfeo e Roastelier al Base
Il mercato del fuoricasa mostra segnali e proiezioni positive per i prossimi anni. L’importanza di emergere e differenziarsi con una nuova offerta

Un pomeriggio al Base nel cuore di zona Tortona a Milano, offre il piacere di una sosta in un ambiente accogliente, giovane e tranquillo, fino a quando non si accendono luci e suoni degli eventi che qui si svolgono, soprattutto nel tardo pomeriggio e in ora serale, con buona frequenza. L’ampio bar con cucina occupa uno degli ambienti dello stabilimento ex-Ansaldo in cui negli anni ’60 si costruivano locomotive e carrozze (ferroviarie e tramviarie). Al suo interno, molti sono seduti ai tavoli di fronte al monitor del portatile per lavoro o svago, altri leggono o chiacchierano gustando un filtro, una bevanda a base di latte, una birra insieme a una preparazione dolce o salata. Di tanto in tanto l’aria si riempie della fragranza del caffè appena tostato con il sistema Roastelier by Nescafé, la soluzione compatta per la tostatura del caffè, che si trova accanto al banco bar, dove gli espressi sono realizzati con una macchina espresso Strada AV de La Marzocco. Ad occuparsene è Maria Teresa Orfeo, una dei tre baristi del locale che impostano e seguono la trasformazione che dà gusto e carattere a ogni caffè. «Quando sono arrivata tre anni fa, offrivamo una miscela classica; lavoravo come la maggior parte dei baristi, senza sapere nulla di origini, di tostatura, di estrazioni - ci dice -. Roastelier ha portato cultura del caffè, tre singole origini e una macchina che permette di impostare più gradi di tostatura. Dopo numerose prove abbiamo messo a punto la miscela del locale, composta da 50% Brasile, 30% Etiopia e 20% Colombia, in cui acidità, dolcezza e amarezza sono bene bilanciate. Il profumo del caffè porta molte persone vicino alla macchina a fare domande. Stupiscono la freschezza e la fragranza del prodotto, la possibilità di realizzare una propria miscela e più di uno acquista un sacchetto di caffè, che maciniamo al momento, da consumare a casa». Al Base, in media, si vendono 4 chili di caffè al giorno; la preparazione più richiesta è l’americano; «i giovani bevono più caffè filtro, che prepariamo con la nostra miscela, ma tostata più chiara, oppure cappuccini e bevande con il latte» - conclude Maria Teresa Orfeo.

Dopo la presentazione dell’ottobre 2020 al Base, sono stati numerosi i periodi di chiusura parziale o totale dei locali italiani. «Siamo stati pressoché fermi fino allo scorso marzo - afferma Zaira Luisi, brand manager beverages Nescafé - poi i responsabili di alcuni locali hanno manifestato il proprio interesse a Roastelier, che sta entrando in più locali. L’apertura recente che ha suscitato maggiore interesse è stato il progetto messo  punto da Lino Alberini: Olinda Bucato&Caffè lo scorso novembre a Città Fiera Udine. Rendere “premium” una lavanderia a gettoni è un’idea innovativa, molto interessante, che seguiamo con attenzione. Ciò che piace maggiormente di Roastelier è l’attrattività dell’offerta, che permette di dare al locale quel “qualcosa in più” che altri non hanno: la tostatura a vista nel locale, la freschezza e la bontà dei caffè, da trasformare in base ai diversi utilizzi (più chiari per un’estrazione a filtro, più scuri l’espresso) e da vendere in singola origine o miscelati tra loro a piacere». Una macchina soddisfa un fabbisogno giornaliero fino a 4 chili, per questo c’è chi mantiene la classica miscela del locale e a questa affianca i gusti di Brasile, Etiopia e Colombia, anche miscelati tra loro, tostati nel locale, come avviene nella pasticceria Morello Legnano: una mossa che aiuta il locale a emergere, differenziarsi, diventare un punto di ritrovo e un riferimento per chi cerca un prodotto di qualità.

Voglia di espresso. Frattanto i dati relativi alla stagione estiva e le proiezioni per i prossimi anni del mercato Away From Home elaborati da TradeLab sono positivi: l’espresso ha fatto registrare un +2% sull’anno precedente; la colazione e la mattina hanno il saldo più positivo (+32 mio; +10%), mentre subisce una flessione superiore alla media la pausa del pomeriggio. Crescono le consumazioni nel bar diurno (+14 mio) e nella ristorazione a catena, mentre sono in calo gli altri canali. Le proiezioni nel periodo 2021-24 si basano sull’ipotesi che non si effettueranno più politiche restrittive alla frequentazione dei pubblici esercizi. Alla luce del trend positivo registrato dalla riapertura, si prevedono per il 2022 consumi fuori casa pari a 83,2 miliardi (+26% rispetto al 2020, -2% rispetto al 2019). Fattori negativi per la domanda potranno essere il permanere dello smart working, che si stima possa sottrarre al fuoricasa 1 miliardo di consumi; la minore presenza di turisti stranieri (è atteso un minore flusso del 15% soprattutto dall’area asiatica); l’aumento dei prezzi al consumo. Dal 2023 al 2025 è prevista un costante crescita del Afh in linea con i trend pre-pandemia, favorita dalla domanda interna (+3-4%) e dal turismo, soprattutto straniero. Nuovamente, il fattore che in futuro potrà sottrarre domanda ai consumi è individuato nello smart working.

Bella Milano, sapori di Calabria sotto la Madonnina

Bella Milano
Aperto in Porta Romana, il cocktail & design bar, con la sua proposta food e di miscelati di alta qualità, conduce l'ospite in un viaggio sensoriale alla scoperta dei sapori, delle eccellenze e delle tradizioni di una terra poco conosciuta

Portare uno scorcio di Calabria a Milano. È da questa idea, concepita da quattro amici sulla spiaggia di Scilla, mangiando un panino al pesce spada, specialità locale, che ha preso vita Bella Milano. Un’idea diventata realtà lo scorso aprile, quando i quattro, Giuseppe e Giovanni Surace, Francesco Crea e Giovanni Caminiti, hanno inaugurato il loro cocktail e design bar con cucina in zona Porta Romana. Una mission che il locale porta impresso già nel nome, che nasce dalla giocosa congiunzione tra una tipica espressione milanese, “bella”, e la protagonista della proposta food, la “Curuja” (corona), ovvero la ciambella di pane calabrese.

E un vero viaggio di alto livello alla scoperta dei sapori e delle tradizioni della Calabria è l’esperienza che Bella Milano vuole regalare ai suoi ospiti. Un viaggio che si declina su due piani, dove accanto alla proposta di specialità food regionali, un ruolo altrettanto centrale assume la miscelazione: in entrambi i casi il punto di partenza è la tradizione, reinterpretata in chiave contemporanea valorizzando al massimo le eccellenze territoriali. Il tutto in un ambiente accogliente e ricercato, risultato anche questo di una felice sintesi di tradizione e stile contemporaneo, dove le pareti con le nicchie e i mattoni a vista si sposano a meraviglia con i led e le grafiche pop che incorniciano il bancone e la bottigliera che mettono in grande risalto la regina del locale, appunto la “Bella”.

La Bella regina del food

Bella, intesa come ciambella, che arriva quotidianamente dal forno di famiglia dei Surace in Calabria, preparata con un impasto, classico o integrale a scelta, a base di farine italiane macinate a pietra e lievitato naturalmente utilizzando lievito madre, e proposta come da storica usanza della provincia di Reggio Calabria, area di provenienza dei titolari, con altri ingredienti territoriali, sempre nel rispetto della stagionalità. Così nel menu troviamo le Belle di mare, come quella con pesce spada grigliato (ma solo nel periodo da maggio a settembre), o con polpo grigliato, cipolla di Tropea in agrodolce, purè affumicato e maionese al prezzemolo, o, altro esempio, con baccalà mantecato, mollica “atturata” (olio, aglio, capperi e acciughe). Le Belle di terra, tra le quali spiccano quella con agnello, panna acida finocchi e arance, o con pancia di maiale, ricotta di pecora dell’Aspromonte, cime di rapa saltate, alici di Anoia e nocciola tonda calabrese. Una proposta attenta a chi segue una dieta vegetariana, come la Bella con zucca (o altra verdura a seconda della stagione), con caciocavallo silano dop e salvia fritta, e vegana, con melanzane grigliate, pomodori secchi, crema di melanzana alla menta e mandorle tostate.

Belle che vengono proposte anche in versione tapas per il momento dell’aperitivo. Così come in versione tapas è proposto anche un altro pezzo forte della casa, le gustose polpettine della nonna (con carne di maiale, vitello, pane raffermo, uova e prezzemolo) sia fritte sia al sugo.

Tradizioni e sapori di Calabria in forma liquida

La Calabria è grande protagonista anche nei cocktail, con una drink list di altissimo profilo, fresca di presentazione, creata da Umberto Oliva, bar manager di Bella Milano e altro calabrese doc, coadiuvato dietro il bancone dalla giovanissima Matilde Scimone. La lista è composta da 12 signature, frutto di un gran lavoro di ricerca e sperimentazione, attraverso i quali il bartender, facendo leva sui propri ricordi, utilizzando ingredienti territoriali e molto particolari e attraverso un fecondo gioco di contaminazioni con il mondo della cucina, anche internazionale, racconta i sapori più autentici e rievoca le tradizioni e le atmosfere di una Calabria poco conosciuta.

Un esempio è Lungro, che ha come ingrediente caratterizzante il mate. Il cocktail prende il nome da un piccolo comune arbëreshë del Pollino, in provincia di Cosenza, dove il consumo della bevanda ottenuta dalle foglie di mate, e originaria della Cordigliera delle Ande, si è diffuso in modo massiccio a seguito all’emigrazione di ritorno dall’Argentina, assumendo il carattere di un vero e proprio rito sociale. Per omaggiare questa tradizione, il bartender ha utilizzato Organics Viva Mate by Red Bull, miscelandolo con una base alcolica di Laphroaig 10 Years, le cui note torbate si sposano con quelle affumicate del mate, esaltando le note aromatiche mielose tipiche del profilo aromatico del whisky con miele salato calabrese (Lungro è anche famosa per il sale, in quanto nelle sue vicinanze si trovano le saline di Sibari), completando con fiori di sambuco, pianta molto presente in Calabria.

Un altro omaggio alla tradizione regionale, nello specifico alla tradizione dolciaria, è Piparella, che propone sotto forma di drink l’omonimo dolce a base di mandorle tipico del reggino. A rievocarne il sapore un cordiale homemade (cordial Piparella), con tutti gli aromi del dolce (zucchero bruciato, chiodi di garofano, cannella, scorze di arancia), intensificato con un amaro alle mandorle (Amarotto Casoni) e miscelato a una base di tequila Curado Espadin, a dare struttura al cocktail e rafforzare con le sue note leggermente affumicate la parte di caramello bruciato della piparella.

Racconta un ingrediente tipico, ovvero il porcino aspromontano, il drink Pistuni. Il cocktail è infatti preparato con una base di Johnnie Walker Black nel quae è infuzo il fungo disidratato, unita a Vermouth Garazzino e tosazu, una salsa giapponese a base di aceto di riso, katsuobushi e mirin, dall’intenso gusto umami, completandone il profilo aromatico con una cipollina di Tropea in agrodolce.

Non evoca tradizioni, ma ricordi di infanzia, invece, un drink come Pipi, pani e ojjiu, che rimanda al tipico rimedio delle nonne contro i malanni della stagione invernale: pane inzuppato nell’olio di oliva nel quale è stato fritto il peperoncino essiccato, rimedio dal potente effetto decongestionante. Costruito come rivisitazione del Dyrty Martini, il cocktail è preparato con una base di gin Tanquerat Ten sottoposto a fat wash su olio evo, con il quale è stato fritto il peperone, e vermouth Dolin Dry infuso al pane, ovviamente la ciambella, e servito con peperone crusco come side.

Così come ricordi d infanzia rievoca Smoky Mary, presente già nella drink list precedente e impostosi come best seller del locale. Il cocktail è ispirato a un tipico momento di convivialità calabrese, la preparazione delle conserve di pomodoro, operazione nella quale era coinvolta l'intera famiglia con il supporto dei vicini di casa. Il cocktail è un Bloody Mary destrutturato e ha come ingrediente principe il pomodoro verde, ad accentuare il tratto acido del drink, affumicato con legno di faggio, a rievocare l'odore di fumo che si sprigionava dal pentolone nel quale si effettua la pastorizzazione dei barattoli delle conserve, unito a una base di vodka Ketel One infusa al rafano. A sostituire la salsa Worcestershire una specialità calabra presidio Slow Food, la colatura di alici di Anoia (Reggio Calabria) di Fish Different e a completare la ricetta la salsa giapponese ponzu, una brina di cucunci e pepe nero. Un drink sorprendente, sapido e saporito, dal marcato gusto umami che, grazie alla sua parte acida, accompagna perfettamente il cibo, in particolare tartare di pesce grasso, ma non solo.

Un gioco di interazione con il cliente

La drink list è stata appositamente studiata da Oliva anche per creare interazione con il cliente e regalargli un’esperienza ancora più coinvolgente e accattivante. Emblema e apice di questo gioco è il cocktail Non sapete chi sono!, del quale all’ospite che si appresta all’assaggio viene rivelato solo la base di vodka, stimolandolo a scoprire gli altri ingredienti. Ingredienti che poi gli saranno svelati solo a fine degustazione. Un gioco che vuole coinvolgere in un’esperienza multisensoriale il cliente per spingerlo, sulla base del gusto e delle percezioni provenienti dagli altri sensi, combinate da ricordi ed emozioni che queste suscitano, a ricreare la “propria ricetta” del drink che sta assaporando.

Non solo i drink, ma tutto il menù segue la linea dell’interazione. A questo scopo sono state inserite due tipologie di degustazioni al buio, con whisk(e)y e agave protagonisti. Concordato con il bartener 4 tipologie di distillato da assaggiare, al cliente viene consegnata una busta con all’interno l’ordine di servizio che potrà aprire solo al termine della degustazione, così che il palato e la percezione gustativa non venga influenzata, permettendo un godimento ancora più pieno del distillato da degustare.

Nella nuova drink list di Bella Milano non mancano poi i cocktail barrel aged. Si tratta dei due signature, Ciambelloni e Bella Manhattan, entrambi affinati per 20 giorni in botti di rovere ex Marsala Florio. Il primo è una rivisitazione del Negroni fatta con Bitter Fusetti, vermouth alle noci, Tanqueray Ten, Marsala Targa Florio, impreziosito da nocciola tonda calabrese, chicchi di caffè e fave di cacao. Il secondo del Manhattan, fatta con Bulleyt Rye, vermouth e liquirizia amara.

Infine, la sezione Daiquiri Machine, pensata per guidare il cliente alla riscoperta del rum bianco, con una bella selezione di distillati, differenti per provenienza, tipologia di canna da zucchero e alambicco, con i quali vengono creati su misura Daiquiri e Ti' Punch.

Ovviamente, non manca la proposta di drink analcolici, con un'offerta che spazia sui gusti più gettonati, amaro, speziato, secco e sour per accontentare ogni palato.

Il brewing apre i corsi Mumac al Faema Flagship di Milano

Corso Brewing - Mumac Academy
Si sta definendo il calendario degli appuntamenti organizzati dall’Accademia delle Macchine per Caffè di Gruppo Cimbali. I primi appuntamenti in programma

Riapre le porte Mumac, l’Accademia delle Macchine per Caffè di Gruppo Cimbali, che ha da poco presentato il suo nuovo libro Senso Espresso e che dà il via al proprio calendario formativo con un corso Brewing Foundation - Sca in programma il 4 febbraio dalle 10,00 alle 16,00 presso il Faema Flagship di Milano. Raimondo Morreale, roaster di I Druper Coffee e ambassador di Gruppo Cimbali, guida professionisti e appassionati alla conoscenza e all’acquisizione delle abilità di base per effettuare eccellenti estrazioni a filtro con V60, chemex, french press, syphon e aeropress. On line è disponibile un breve video trailer del corso e queste sono le coordinate per effettuare l’iscrizione: https://www.mumacacademy.com/corsi/it/caffe/brewing-foundation-sca-29.

Altri appuntamenti sono in calendario e numerosi sono in fase di definizione; le prossime date sono nuovamente presso il Faema Flagship di Milano, in via Forcella 7.

- 24 febbraio - Green Coffee Foundation - Sca; durata 1 giornata dalle 9,30 alle 16,30. Questo modulo propone un percorso che affronta i concetti base legati al caffè verde. Un viaggio che segue il chicco dalla pianta fino all’arrivo dal torrefattore: coltivazione, selezione, lavorazione, trasporto e stoccaggio. Lo scopo della formazione è comprendere e analizzare come la provenienza, le diverse lavorazioni e i difetti del caffè influiscano in modo determinante sulla resa in tazza. Il corso è dedicato a professionisti del settore, baristi, torrefattori, microroaster e appassionati del mondo caffè.

- 28 marzo - Sensory Skills Foundation - Sca; durata 1 giorno 9,30 alle 16,30. Protagonista di questo appuntamento è l’analisi sensoriale, strumento di misura fondamentale per la valutazione della qualità del caffè. Quest’ultimo è una soluzione complessa, composta da diversi gusti, aromi e sensazioni tattili. Lo scopo del primo livello del corso, pratico e interattivo, è indirizzare all’utilizzo dei sensi per percepire, distinguere e descrivere questi fattori nel caffè.

- 3 maggio - Barista Skills Foundation - Sca; durata 1 giorno 9,30 alle 16,30. Questo primo livello di formazione è consigliato a chi si avvicina al mondo della caffetteria e vuole apprendere le tecniche per migliorare le proprie abilità dietro il bancone. Gli argomenti si focalizzano sulla conoscenza del caffè, la corretta organizzazione della postazione di lavoro, la regolazione della macinatura, la preparazione di espressi e cappuccini perfetti, la manutenzione e la gestione del bar.

Giuseppe Amato, docente a 3 stelle

Il pasticcere siciliano dello stellato Heinz Beck e direttore della scuola Mag fa il punto sul dessert da ristorazione. Dove si torna alla tradizione, ma con un nuovo look

PALERMO. Un generale con l’umiltà di un soldatino, è la prima impressione che mi ha fatto Giuseppe Amato, capo pasticcere del tristellato ristorante La Pergola a Roma. Impressione che poi l’intervista ha confermato. L’ho incontrato a Palermo, dove gli è stato affidato il prestigioso ruolo di direttore della Mag (Accademia di alta specializzazione in gelateria e pasticceria) e dove ho avuto la fortuna di assaggiare la sua cassata, fatta con le sue mani sotto i miei occhi. Non era la consueta fetta di torta, ma un dolce al piatto, diverso d’aspetto ma che al palato richiamava quel sapore così noto. Per trasformare la regina delle torte siciliane in un dolce al cucchiaio perfetto, Giuseppe ha posto al centro del piatto un bisquit al pistacchio contornato con spuntoni di chantilly di ricotta ovina. Su questi ha poggiato pezzetti di arancia candita e ha coperto il bisquit con spuma di mandorle. Sopra ha sistemato uno strato di marzapane spolverato di pistacchio, una tuille al cioccolato, zucchero a velo e pezzetti di polpa di arancia all’azoto. Da siciliano ho assaggiato innumerevoli cassate, ma stavolta ho gustato la sublimazione di questo dolce, proiettato nella dimensione della leggerezza, senza tradirne l’identità.

Pasticceria da ristorazione, lo stato dell'arte

Dopo quell’assaggio - il miglior biglietto da visita che potessi desiderare - Giuseppe ha cominciato a parlarmi di sé, e ne ho approfittato per fare con lui il punto sulla pasticceria da ristorazione. Per lui, nato e cresciuto a Taormina, dove i grandi alberghi erano ogni giorno a portata di sguardo, le cucine di quei luoghi mitici rimanevano un sogno proibito. Per questo ha deciso, come tanti suoi conterranei, di prendere la via del continente. Giovanissimo ha cominciato a lavorare come pasticcere nelle cucine del Grand Hotel del Parco di Pescasseroli, dove è rimasto per sei stagioni lavorative, alternandole con stage in Europa: a Londra da Ducasse, ad Alicante da Torreblanca, a Girona al ristorante El Celler De Can Roca, a Barcellona, all’Espaisucre. Poi è passato alla cucina de La Posta Vecchia di Palo Laziale e infine alla Pergola del Rome Cavalieri Waldorf Astoria, dove è tutt’ora. Sul finire dello scorso anno è stato insignito del prestigioso riconoscimento Meilleur Patissier 2021 dall'associazione francese Les Grandes Tables du Monde.

L’intervista a Giuseppe Amato

Com’è lavorare al fianco di Heinz Beck? Altamente formativo. Ora è anche facile, perché ho imparato a conoscere lui e la sua cucina. Heinz è un tedesco dal cuore italiano che fa una cucina mediterranea, non a caso ha sposato una siciliana. Dopo 16 anni di collaborazione posso dire di conoscere lui e la sua filosofia, so cosa fargli provare e di solito le mie proposte gli vanno bene. Come è il dolce da ristorazione perfetto? Deve essere buono da mangiare e bello da vedere, non troppo grasso né troppo dolce. Sembra facile, ma coniugare queste cose è difficile. In seconda battuta possiamo dire che dovrebbe essere il più possibile un’opera d’autore e quindi identificare chi l’ha fatto. Qual è un suo dolce identitario? Il Cannolo 2.0, una mia interpretazione del cannolo siciliano che ho trasformato in dolce al cucchiaio. Benché sia irriconoscibile alla vista, quando l’assaggiano tutti immancabilmente individuano il cannolo. La base è costituita da uno streusel al grué di cacao che cita la scorza croccante del cannolo e allo stesso tempo evoca le gocce di cioccolato inserite nella ricotta. La base è poi ricoperta da una chantilly di ricotta e su tutto metto una cornucopia di zucchero tirato, che riprende lo zucchero a velo immancabile su ogni cannolo, piena di spuma alle mandorle. Infine, spolvero con cannella, come si usa fare nel messinese. Quali le tendenze nel mondo dolce? I tempi del cambiamento a tutti i costi sono trascorsi. Ora si sta gradualmente tornando alla tradizione, anche se della forte ondata innovativa è rimasta una maggiore attenzione all’aspetto del dolce e l’introduzione di nuovi ingredienti come ortaggi e frutti esotici. L’innovazione ci vuole, ma il gusto per la tradizione torna sempre. E nel caso specifico del dolce da ristorante? Io coinvolgo il cliente nella realizzazione del dolce. Non è una cosa facilissima da fare perché chi è seduto al tavolo si aspetta il dolce pronto. Ma dopo il primo momento, in genere il cliente si lascia convincere. Un esempio? Invio al tavolo una scatola con tutti gli ingredienti già dosati per fare il tiramisù. Insieme c’è uno stampato con le istruzioni per la procedura. Ovviamente il cliente personalizza il suo dolce e il risultato è sempre diverso. Funziona!

Robur, la novità salutare di Gruppo Caffo a base di Ferro China Bisleri

Robur_Gruppo Caffo
Discendente diretto del primo amaro aperitivo salutare, è una bevanda analcolica, adatta a tutti, dalle proprietà corroboranti, toniche e rinforzanti, riconosciuta come integratore alimentare

Le stesse proprietà corroboranti, toniche e rinforzanti di Ferro China Bisleri, ma in versione analcolica. Si presenta con questo biglietto da visita Robur, la novità di Gruppo Caffo 1915. Novità che viene lanciata sotto le insegne dello storico brand, entrato a far parte del gruppo calabrese nel 2020, quando lo ha acquisito da Diageo (leggi Ferro China Bisleri ritorna in mani italiane).

E del mitico Ferro China Bisleri il nuovo prodotto è diretto discendente. La sua formula nasce infatti da quella dell’amaro inventato dal garibaldino Felice Bisleri nel 1881, che ebbe subito grande fama mondiale. Un liquore molto particolare, considerato il primo aperitivo salutare, precursore degli integratori e dei ricostituenti, grazie alla ricetta che contempla una miscela di citrato di ferro, un ottimo ricostituente, corteccia di china, nota a farmacisti ed erboristi per la sua azione antimalarica e febbrifuga, ed erbe benefiche, le cui funzioni aperitive stimolano gli inappetenti.

Eredità raccolta in pieno da Robur, creata con gli stessi ingredienti del suo nobile antenato, riproporzionati per attualizzare la formula in linea al gusto contemporaneo, ma senza alcol. Il risultato è una bevanda, con una leggera gassatura, dissetante, ricca di gusto e dalle proprietà salutari, corroboranti, toniche e rinforzanti. Adatta a tutti, anche i bambini, Robur è infatti un integratore alimentare registrato dal ministero della Salute, perfetto per ritrovare energia e vigore, soprattutto in caso di carenza di ferro. Una bevanda ideale anche per i vegani, per chi non mangia carne o altri alimenti che ne contengono: bastano due bottigliette al giorno per raggiungere il fabbisogno totale di un adulto.

Un’altra curiosità riguarda il nome della bevanda. “Robur” è la parola latina che significa "forza", scelta quindi per sottolineare la principale peculiarità del prodotto. Ma al tempo stesso è un omaggio a Franco Bordoni-Bisleri, nipote di Felice Bisleri e pilota della Regia Aeronautica decorato al valor militare, noto, appunto come il “Robur” dei cieli per la presenza di questa scritta posta sulla lingua di un leone rampante, il logo dell’azienda del nonno, dipinta su tutti gli aerei da lui pilotati. Logo che campeggia sull’etichetta della bottiglia, in formato 200 ml, del nuovo prodotto, del quale a breve gruppo Caffo avvierà la distribuzione nei bar, nelle farmacie ed erboristerie.

Birra Peroni carica on line l’Archivio Storico

Partenza dei carri dallo stabilimento di Birra Peroni a Roma
Un patrimonio di 1.400 pellicole, 250 video di comunicazione istituzionale e pubblicitaria e oltre 12mila tra scatti fotografici e fotoriproduzioni di oggetti, macchinari e attrezzi

A pochi mesi dall'inaugurazione del Museo Virtuale, è stata lanciata la versione digitale dell'Archivio Storico Birra Peroni

Il sito dell’Archivio Storico consente la fruizione online di oltre 12.000 schede, “oggetti” che descrivono il nucleo documentale dell’Archivio, composto da 500 metri lineari di documentazione cartacea prodotta dall’azienda tra fine Ottocento e i nostri giorni. L'operazione è stata realizzata da Promemoria, società specializzata nella valorizzazione digitale degli archivi aziendali.

175 anni di documentazione disponibile a tutti

Oltre al materiale cartaceo, la digitalizzazione ha riguardato 1.400 pellicole (già depositate presso l’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa di Ivrea) oltre a 250 video di comunicazione istituzionale e pubblicitaria e a oltre 12.000 tra scatti fotografici e fotoriproduzioni di oggetti, macchinari e attrezzi.

Allocato nello storico stabilimento di via Renato Birolli, l’Archivio Storico di Birra Peroni è uno dei primi archivi d’impresa ad essere stato valorizzato in Italia. Tutelato dal Ministero della Cultura sin dal 1996, è stato aperto al pubblico alla fine degli anni Novanta solo per ragioni di studio e di divulgazione culturale, mentre il suo inventario è stato pubblicato nelle Collane delle pubblicazioni degli Archivi di Stato. Ora è disposizione di qualsiasi cittadino, studioso o semplice curioso.

Il lancio dell’Archivio Storico Digitale è avvenuto in occasione della XX Settimana della Cultura d’Impresa. Birra Peroni, socio fondatore di Museimpresa, l’associazione che riunisce 100 musei e archivi di grandi, medie e piccole imprese italiane, ha presentato il progetto nell’ambito dell’incontro “Tra analogico e digitale. Comunicazione e cultura d’impresa oltre la crisi” che si è tenuto all’Università Sapienza di Roma il 7 dicembre scorso, organizzato insieme al BiblHuB Sapienza – Biblioteca di Ricerca Sociale, Informatica, Comunicazione.

Un'iniziativa fortemente voluta dai vertici aziendali, dall'amministratore delegato Enrico Galasso al direttore delle relazioni esterne Federico Sannella.

Viaggio interattivo nel Museo Virtuale

Nel Museo Virtuale sono rappresentate la storia e l’attualità dell’azienda e dei suoi marchi, attraverso oggetti, immagini, documenti originali e filmati d’epoca, che ne illustrano il legame con la storia del costume e della società.

Suddiviso in tre sezioni, è un viaggio interattivo che ripercorre le tappe più significative della storia del birrificio italiano, consentendo agli utenti, guidati dalla voce narrante della curatrice del Museo, Daniela Brignone, di scoprire le molte meraviglie custodite nel Museo tra bottiglie uniche, pezzi storici, caroselli, locandine promozionali e testimonianze orali di quanti hanno animato la lunga storia dello storico produttore di birra italiano.

Le tre sezioni di cui si compone il Museo corrispondono ai tre punti chiave del successo dell'azienda nel tempo:
- storia industriale nella sua dimensione interna e nei rapporti con le comunità locali;
- storia del prodotto e del suo consumo nel mercato italiano;
- comunicazione pubblicitaria d'effetto, dai primi del ‘900 all’invenzione del personaggio della Bionda Peroni che ha visto nel tempo alternarsi alcune delle più affascinanti top model e attrici, un personaggio diventato negli anni una vera e propria icona della birra italiana nel mondo.

Chiamami Peroni, sarò la Tua Birra

In spot tv e cinematografici, come su riviste e cartelloni pubblicitari, hannno fatto la storia della sensualità femminile pubblica in Italia una serie di biondissime: la tedesca Solvi Stübing (1965), l'americana Jo Whine (1973), l'inglese Michelle Gastar (1974), la sudafricana Annaline Kiel (1977), l'americana Lee Richard (1981), l'italiana Milly Carlucci (1984), la svedese Philippa Lagerback (1993), la slovacca Adriana Sklenarikova (1996), l'americana Jennifer Driver (1997) e la danese Camilla Vest (2000), con l'ammiccante e sussurrato slogan ricorrente "Chiamami Peroni, sarò la Tua Birra". Nel tempo sono stato coinvolti anche altri personaggi come gli attori, comici e non, Ugo Tognazzi, Francesco Mulé, Enzo Cerusico, Claudio Lippi e i cantanti Mina e Fred Buscaglione.

Il debutto avviene nel 1965 nel Carosello di Rai Uno con la belga Claudie Lange (regia Luciano Salce); nel 1967 è la volta della tedesca Solvi Stübing in una serie di inseguimenti firmati dall'agenzia Armando Testa; dal 1968 al 1976 segue una serie di spot, sempre firmati da Armando Testa. Mitico quello con Francesco Mulè e Ignazio Leone, vestiti da soldati della Legione Straniera, assetati e persi nel caldo deserto africano, che incontrano come un miraggio la Bionda Peroni Solvi Stübing che li invita con lo slogan "Chiamami Peroni, sarò la tua birra!".

Birra Peroni, azienda simbolo del Made in Italy

Fondata a Vigevano (Pavia) nel 1846 da Francesco Peroni, la Fabbrica di Birra e Ghiaccio ha inaugurato un secondo impianto nel centro di Roma nel 1864, sotto la guida del figlio Giovanni, impianto che in seguito è diventato quello principale. Simbolo del Made in Italy in tutto il mondo, l'azienda dal 2016 fa parte del gruppo Asahi Europe con 750 dipendenti, tre birrifici (Roma, Bari, Padova) e una malteria (Sapio a Pomezia, Roma), con una produzione di oltre 6 milioni di ettolitri (2 milioni esportati) e una ventina di marchi, da quelli italiani come Nastro Azzurro, Peroni Gran Riserva, Whürer a quelli di origine estera come le ceke Pilsner Urquell e Kozel e la giapponese Asahi Super Dry.

Di recente, oltre alla nuova grafica per le etichette, è stato presentato il nuovo logo che, mantenendo gli storici colori aziendali rosso e oro, sottolinea l'anno di fondazione: 1846.

Vis lancia i Secchielli e ingaggia i professionisti

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La nuova referenza di confetture dell'azienda valtellinese ha il 70% di frutta ed è disponibile in cinque gusti. I pasticcieri che aderiscono alla Vis Pastry Challenge dovranno postare le loro migliori creazioni utilizzando il prodotto. In palio 750 chili di fornitura

Esordio nel canale professionale per Vis, azienda valtellinese specializzata in confetture con alta percentuale di frutta. I Secchielli sono rivolti alle pasticcerie e al canale ho.re.ca., in particolare a bar e caffè. Con il lancio della nuova referenza, l'azienda vuole coinvolgere i professionisti lanciando la Vis Pastry Challenge. secchielli-mirtilli-vis

Creare, postare e... vincere una fornitura di confettura

Rivolta alle pasticcerie aderenti al circuito Vis, l'iniziativa consiste in un invito a provare il prodotto inviando a ciascuna un Secchiello di confettura al mirtillo. «Chiediamo ai professionisti di usarla a loro piacimento, testandone le caratteristiche, dal sapore alla spalmabilità fino alla tenuta in cottura. Il feedback del settore per noi prezioso ci permetterà di renderlo un ingrediente speciale per tutte le preparazioni», spiega Giorgio Visini, amministratore delegato di Vis. Tra tutti i professionisti che parteciperanno all’iniziativa verranno estratte tre forniture di Secchielli, rispettivamente di 150, 100 e 50 Secchielli (da 2,5 kg), un totale di 750 chili di confettura, ai gusti di fragola, lampone, mirtillo, frutti di bosco e albicocca. I partecipanti potranno postare sulla pagina Instagram della loro pasticceria la foto di uno o più dolci realizzati con la confettura al mirtillo del Secchiello Vis. Entro il 30 aprile una giuria selezionata sceglierà la creazione più bella e originale che riceverà un ulteriore premio, un buono Amazon del valore di 1.500 euro.

Cinque gusti, 70% frutta, alte performance in cottura

Queste le caratteristiche dei Secchielli: sono proposti in confezioni da 2,75 kg, le confetture hanno il 70% di frutta in cinque gusti diversi - albicocca, fragola, frutti di bosco, lampone, mirtillo - e sono pensati per la farcitura di torte, crostate, brioche, croissant. La nuova ricetta consente di mantenere alte performance in termini di gusto, colore e stabilità in cottura e in conservazione. «Abbiamo lavorato a lungo per mettere a punto un prodotto che fosse perfetto per il mondo dei professionisti e delle loro creazioni», spiega ancoraVisini, «i Secchielli sono una linea di confetture che garantisce alti standard di produzione e che risponde all’esigenza di avere un prodotto di qualità, capace di mantenere colore e stabilità in cottura e preservare il vero sapore della frutta»  

PanattonIn, dove il panettone diventa panino. Nel nome dello street food

Da PanattonIn il classico bun è una storica variante del panettone. E sposa cotechino, cotoletta, ossobuco

MILANO. In pasticceria, come in panificazione, inventare idee innovative è esercizio complesso. In pochissimi ormai sono in grado di rompere gli schemi e di dare una svolta a un mercato complesso. Abbinare il dolce al salato è una realtà consolidata, che parte dalle brioche farcite e arriva ai dolci con cioccolato al sale, che ormai non stupiscono più ma sono entrati nelle abitudini dei consumatori. Ma usare il panettone - o una sua variazione - per creare un format interamente dedicato al panino non era ancora stato fatto. Ci è voluto Panattonin, in via Morgantini a Milano, a esplorare questa nuova strada.

L'impasto del panettone si fa panino

Intanto, il concept: il panino con l’impasto del panettone, in questo caso arricchito con zucca e miele, non è una novità, ma gli ideatori l’hanno cercato nelle cronache milanesi e l’hanno scovato negli annali dell’800. Era in voga già allora, e questa tradizione storica è servita per costruire un modello milanese. Una piccola gastronomia di quartiere, dunque, un luogo informale e semplice con una cucina tradizionale milanese per uno street food 100% meneghino. E una partenza con grande attenzione alle dimensioni e alla forma: non c’è un vero e proprio laboratorio, ma uno spazio con un forno adibito alla produzione, dove tutto è realizzato in maniera artigianale. L’attenzione agli spazi è frutto di un business plan accurato, che ha misurato i metri quadri necessari per evitare di sprecare superficie. Perché il focus rimane il prodotto: «La passione per Milano e il panettone mi ha portato ad ascoltare la tradizione, a ripercorrerla attraverso alcuni piatti e a riscoprire il Panattonin, lievitato degli inizi dell’800 prodotto in formato piccolo; ne è nato un impasto unico e leggero, che presentiamo come cibo di strada», dichiara Roberto Cattaneo, l’ideatore di Panattonin. Un format nato in pandemia, grazie al tempo libero che il nostro ha potuto usare per studiare e informarsi: «Durante il lockdown mi sono appassionato ai lievitati, al punto da focalizzare la mia attenzione sui panettoni. Leggendo diverse ricette, la storia e le origini di questo tradizionale dolce, ho scoperto che anticamente il panettone era sfornato tutto l’anno e in formato più piccolo. Ho così iniziato a impastare e a fare prove, fino ad arrivare al risultato che volevo: un impasto soffice e gustoso che poteva essere abbinato sia a farciture salate che dolci. Da lì, l’idea di farne un panino gourmet e un vero e proprio street food milanese».

Farciture in stile milanese

Milanese in tutto, anche nelle farciture, che sono state attentamente bilanciate e le cui ricette pescano a piene mani dalla più autentica tradizione cittadina, ma con estro, verve e cotture evolute, con materie prime di grande qualità, attenzione alle marinature, alle cotture lente e a bassa temperatura oppure al vapore e al forno, in un percorso in continua evoluzione di ciò che la storia ha codificato nel tempo. Cosa troviamo nei panini? La cotoletta alla milanese, la busècca (trippa), ma anche i più classici mondeghili (polpettine di carne), la lingua con la salsa verde, il cotechino e il mitico ossbus (ossobuco). Completano l’offerta i tanti piatti da gastronomia di un tempo come i nervetti, il riso al salto, il cotechino, le lenticchie, il risotto alla milanese, l’ossobuco, lo stinco di maiale, il vitello tonnato, e persino la polenta. La produzione e la distribuzione seguono un modello virtuoso: tutti i piatti sono preparati al momento dell’ordinazione, per garantire la freschezza e la qualità delle proposte. Possono essere ordinati e poi ritirati direttamente in negozio o arrivare a casa con il servizio di consegna tramite le app di delivery o tramite il sito. Per il cliente che preferisce gustare tutto sul posto, c’è anche un piccolo e curato dehors a disposizione.

Panini e gastronomia urbana a prezzi pop

I prezzi dei Panattonin sono decisamente competitivi, e vanno dai 5 ai 12 euro, a seconda della farcitura. I must del locale sono le proposte più classiche, con i piatti più conosciuti della cucina meneghina: i panini più richiesti sono infatti quelli con l’ossbus e con la cotoletta oreggia d’elefant. Il progetto, ben studiato sia dal punto di vista del marketing che da quello della comunicazione social, con il concept 100% Milano stressato non solo nella parte della ricettazione ma anche per il naming dei prodotti, è in realtà un lavoro di squadra in famiglia: l’idea è di Roberto Cattaneo, affiancato in cucina dal cugino Andrea. Anche l’orario di apertura è molto metropolitano: si inizia tardi la mattina, ma Panattonin rimane aperto fino alle 22, per garantire anche la consegna e l’asporto serali, vero momento clou per la città che cucina pochissimo, ma ama mangiare a casa.

L’intervista a Roberto Cattaneo

Come funziona Panattonin dietro le quinte? Oggi posso finalmente rispondere “bene”, ma all’inizio è stata difficile perché eravamo solo in due, io e mio cugino Andrea. Da poco abbiamo un piccolo aiuto in cucina. Approfittiamo del giorno di riposo per lavorare sulle preparazioni o reperire ingredienti e spesso rimaniamo anche oltre l’orario di chiusura. Quanto incide il dover lavorare con un prodotto “sensibile” come un lievitato e di durata giornaliera? Prepariamo ogni giorno il Panattonin, che è “pronto” tra le 48 e le 72 ore successive; lo curiamo in ogni fase, pesando tutto con attenzione e lavorando con grande precisione, ma anche tanta passione. Dall’apertura come si è consolidato il format? Che modifiche sono state apportate? Abbiamo sicuramente investito molto nella comunicazione a 360°, per far sì che ci fosse coerenza e che fosse sempre tutto coordinato: dagli interni del locale alle sedie di design, dal menu al logo, dal packaging per il delivery alle fotografie, dallo sviluppo di un profilo social a un nuovo sito molto più fruibile, che spiega in modo semplice chi siamo e cosa facciamo e dove è possibile procedere con gli acquisti. Ci dà qualche indicazione sull’impasto? Non posso svelare nulla del nostro Panattonin, posso solo dire che utilizziamo gli ingredienti del panettone classico con un’aggiunta di miele e zucca. Quanto ha contato sul format la comunicazione? Moltissimo: comunicazione e qualità del prodotto sono stati un mix vincente, siamo felici di vedere le persone che vengono anche da Torino o da Cernusco sul Naviglio per provare il Panattonin. Poi, c’è il quartiere, che vive di passaparola, ci sono persone che oramai sono diventate nostri clienti affezionati perché passano tutti i giorni e ordinano un piatto della gastronomia, questa è la cosa che ci rende più felici. Quali sono le prospettive di crescita? Panattonin è un progetto in cui crediamo molto, per noi l’importante, ad oggi, è continuare a fare bene, impegnarci a fare del nostro meglio, a dare un prodotto di qualità sempre fresco alla nostra clientela e, perché no, iniziare a organizzarci con un nostro servizio di consegna a domicilio.

Oltre le previsioni il 2021 di Surgital

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Lo stabilimento produttivo di Surgital a Lavezzola (Ravenna)
Dopo lo stop del 2020, lo scorso anno vendite e fatturato sono tornati a volare. Nei prossimi mesi sarà operativo il nuovo ampliamento dello stabilimento di Lavezzola che aumenta la capacità produttiva

Il 2021 si è concluso oltre le migliori previsioni per Surgital. A dirlo i primi dati sull’andamento commerciale dell’azienda romagnola, tra le maggiori realtà italiane attive nella produzione di pasta fresca surgelata, piatti pronti surgelati e sughi in pepite surgelati per il fuoricasa, che hanno registrato una forte crescita delle vendite e del fatturato.

Una netta inversione di tendenza rispetto al 2020, quando l’azienda ha dovuto fare i conti con la dura crisi che ha interessato il comparto food service, riuscendo comunque a chiudere l’anno con segno positivo, in termini di utili, grazie alla propria solidità organizzativa e finanziaria.

Dopo un prevedibile inizio incerto, nel 2021 l’azienda è tornata a correre, e tanto: dalle prime stime si delinea un incremento del fatturato del 35% rispetto al 2020, quando si era attestato a 61,4 milioni di euro, con dati molto vicini ai valori assoluti realizzati nel 2019.

A incidere positivamente sull’andamento, la ripartenza dei consumi in generale da aprile in poi, ma soprattutto la ripresa del canale horeca, canale dove Surgital sviluppa oltre il 70% del proprio giro d’affari, e dove ha come proposta principe per il comparto bar la linea Fiordiprimi, la gamma di piatti pronti che conta oltre 40 referenze, tra primi, secondi e piatti unici surgelati, che viene costantemente ampliata (leggi Nuove ricette di lasagne e cannelloni bio per Fiordiprimi Surgital).

Previsioni positive anche per il nuovo anno

Dati che rappresentano un’ottima premessa per l’anno appena iniziato, per il quale ci si aspetta una conferma della crescita a doppia cifra. Sull’anno in corso, però, le stime sono prudenti, alla luce delle incertezze che ancora caratterizzano il contesto. Contesto che vede, oltre al prolungarsi dello stato emergenza Covid, anche il progressivo aumento, a partire dalla scorsa estate, dei prezzi delle materie prime, dei beni energetici e dei trasporti, che possono condizionare i consumi dei prossimi mesi.

Investimenti per aumentare la produzione

Nonostante le incognite, l’azienda di Lavezzola (Ravenna) ha riconfermato il piano di investimenti in atto, piano che per il triennio 2020-2023 ha messo a disposizione risorse per oltre 10 milioni di euro, dedicate in gran parte al potenziamento della capacità produttiva.

Proprio nei prossimi mesi sarà infatti operativo il nuovo ampliamento dello stabilimento di 4.000 mq di Lavezzola, che porterà la superficie produttiva a 35.000 mq, su un’area totale di 200.000 mq. Nella nuova area saranno installate cinque nuove linee produttive, che si aggiungono alle 28 già presenti, che permetteranno l’ulteriore sviluppo di tutte le categorie merceologiche, ovvero pasta ripiena fresca surgelata, pasta lunga e corta fresca surgelata e piatti pronti surgelati.

Qualità e sostenibilità per continuare a crescere

L’azienda continua insomma a guardare con ottimismo al futuro, puntando, come da sempre, per la sua crescita su innovazione, alta qualità e sostenibilità. Valori che caratterizzano l’intera attività di Surgital, dall’accurata selezione delle materie prime per le sue oltre 600 referenze in catalogo, preparate con ingredienti della tradizione italiana e materie prime acquistate integre e lavorate nelle cucine interne, molte delle quali certificate dop, al processo di conservazione, che non prevede l’uso di alcun additivo ma la sola applicazione della tecnologia del freddo. E, ancora nella scelta dell’autonomia energetica, grazie ai sistemi fotovoltaici e alle centrali di cogenerazione a metano, che evitano ogni mese l’immissione di 370 tonnellate di CO2.

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