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Abbracciami, il dessert creato da Fabrizio Fiorani per “Pasticcere e bartender”

Un dessert firmato da uno dei più talentuosi pastry chef italiani, un cocktail originale ideato da un fuoriclasse della miscelazione: il primo appuntamento del 2021 di Pasticcere e bartender, l'iniziativa di Fabbri 1905 che coinvolge Maestri dell'arte dolce e del beverage, mette uno accanto all'altro Fabrizio Fiorani e Bruno Vanzan, con una proposta dolce e cocktail che strizza l'occhio alla ricorrenza di San Valentino. Il binomio pasticceria e mixology è ormai collaudato, ma quando intervengono due personaggi di questa levatura, entrambi pluripremiati a livello mondiale, cambia tutto. Fiorani e Vanzan hanno messo dolce e beverage a pari livello, senza gerarchia.

«Celebriamo l'abbraccio, gesto semplice e carico di emozioni»

Fabrizio Fiorani ha ideato Abbracciami, raffinato dessert composto da diverse consistenze – croccante, gelatina, Namelaka (mousse leggera e molto cremosa) – che restituisce l'evocativa immagine di un abbraccio, completato da gelato variegato all'Amarena Fabbri. «Abbracciarsi è la manifestazione d'affetto per eccellenza», sottolinea Fabrizio, «al di là dell'aspetto puramente romantico, è la stretta che si dà a un amico, un parente, una persona cara; riassume ciò che nei mesi scorsi ci è mancato di più. Per questo ho pensato di celebrare l'abbraccio, gesto apparentemente semplice che racchiude tanti piani emotivi diversi, in questo dessert».

Il cocktail glass si sdoppia nel Double pleasure di Vanzan

Bruno Vanzan ha dato vita a Double pleasure, originale combinazione caldo/fredda, in equilibrio tra sapidità e dolcezza, a base di tequila e con il tocco speciale di Amarena Fabbri in sciroppo e in frutto, come garnish. Originale anche il bicchiere: una doppia fiala, che rispecchia anche l'esperienza gustativa in cui i due contenuti, a temperature diverse, si miscelano direttamente in bocca.

Un palmarès invidiabile per il pasticcere e il bartender

«È stato facile lavorare con Bruno – spiega Fabrizio Fiorani – entrambi mettiamo filosofia ed estro nelle nostre preparazioni. Inoltre, lavoriamo con grandi ingredienti, come quelli di Fabbri 1905: anche questo ci accomuna. Personalmente, credo che utilizzare ottime materie prime agevoli il processo creativo». Fiorani attualmente è impegnato al Ristorante Duomo di Ragusa (2 stelle Michelin), è fresco di premiazione come Miglior Pastry Chef secondo Gambero Rosso, è Maestro Ampi e consulente a livello internazionale, già pastry chef del Ristorante Bulgari di Tokyo. Due volte campione a livello mondiale, Bruno Vanzan – Bartender of the year nel 2016, Campione del Mondo Bacardi e Martini nel 2008 – in quindici anni di carriera ha collezionato molti titoli, tra cui Miglior prodotto alcolico con IOVEM nel 2019 e quello di vice campione del mondo WFA (World Flair Association) nel 2015.  

City 300, il distributore di piccole dimensioni best in class

Ogni passaggio in vista con la porta Vision

Dalla tramoggia all’erogazione, ogni passaggio avviene sotto gli occhi del consumatore, “come al bar” nella macchina da caffè vending City 300 di Ducale, azienda del gruppo Evoca. Misura cm 68x63,5x107 (H) e pesa 95 kg, dunque in uno spazio ridotto questo distributore table top offre tutte le soluzioni finora disponibili solo per le macchine pensate per locazioni con grandi volumi di consumo.

Ducale City 300Il suo design originale fa del gioco di trasparenze un elemento di coinvolgimento del consumatore, a cominciare dalla tramoggia, totalmente a vista, che sovrasta la macchina e permette di percepire la freschezza dei grani di caffè. Si prosegue con la preparazione dell’espresso che si può seguire in ogni momento, dalla macinatura fino all’erogazione nel bicchiere grazie all’ampia porta Vision. Tutta la componentistica del gruppo è in acciaio; la camera d’infusione è mantenuta a temperatura controllata per garantire in maniera costante la migliore estrazione del caffè in qualsiasi condizioni di lavoro. Il macinadosatore regola automaticamente il grado di macinatura, permettendo di esaltare le qualità di ogni caffè, selezione dopo selezione.

Ducale City 300Il display touch da 12 pollici permette di selezionare in pochi secondi la bevanda desiderata e guida passo passo il consumatore attraverso il processo di selezione, promuovendo opportunità di up-selling grazie alla tecnologia topping disponibile nella macchina, che permette di personalizzare la bevanda ad esempio con nocciola amaretto, cacao e biscotto. Il distributore ospita sei contenitori per prodotti solubili, due per i topping e i bicchieri in due formati, tra cui il bicchierino da espresso, per un totale complessivo di 300 pezzi: un braccio robotico li movimenta con un sistema innovativo di cambio del formato. Infine, la bevanda si preleva facilmente, senza alcun contatto con la macchina dall’apposito vano che si apre automaticamente. Topping Anche il caricamento dei prodotti da parte dell'operatore è rapido e semplice: grazie alla possibilità di inclinare il modulo contenitori basculante, la macchina permette un facile accesso frontale a tutti i componenti principali.

Stefano Roccamo e il coraggio della gelateria Stefino

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Stefano Roccamo, patron della gelateria Stefino di Bologna, apre a Roma il primo Lab e pensa anche ad espandersi

Un modello riproducibile ovunque e da chiunque. È questa l’idea innovativa di Stefano Roccamo, pluripremiato maestro gelatiere di origini romane, ma da tempo trapiantato sui colli bolognesi. Qui ha il suo laboratorio, dove produce il suo gelato da 3 coni Gambero Rosso, 100% biologico, con grande attenzione all’ambiente e alla sostenibilità, oltre che alle esigenze di vegani e celiaci. La prima gelateria Stefino nasce a Bologna nel 1998. Pochi mesi fa Roccamo ha deciso di partire con uno Stefino Lab su Roma e se non fosse intervenuta la pandemia il suo piano di espansione sarebbe stato più corposo. Lo stesso progetto romano ha avuto un contraccolpo, dal momento che la gelateria avrebbe dovuto essere aperta dal mese di aprile, ma il lockdown ne ha ritardato l’inaugurazione a fine luglio.

Da Bologna a Roma con Stefino Lab

Lo Stefino Lab di Roma è solo negozio, non c’è laboratorio, ma tutto si regge su due macchine per il gelato Frigomat GX8, ognuna da 8 pozzetti. La particolarità è che la macchina è la stessa per mantecare e per tenere refrigerato il gelato nei pozzetti, da cui viene direttamente prelevato per finire in coni e vaschette. Diversi i vantaggi di questo sistema. Il prodotto viene spedito nella capitale con invii settimanali e l’operatore deve solo finalizzarlo ed eventualmente aggiungere qualche ingrediente solido, come nel caso della stracciatella o delle nocciole nel gusto gianduia. Questo consente di avere un operatore non particolarmente specializzato: «C’è un responsabile della produzione - afferma Roccamo - che viene formato soprattutto a gestire la macchina, ma ricevendo il prodotto già pronto non deve essere un maestro gelatiere. Poi c’è un vantaggio qualitativo, perché la distribuzione avviene attraverso buste congelate da 3 chili di miscela pronta che, rispetto a quelle in polvere, permette di limitare i trattamenti termici e la lavorazione, così da mantenere intatte le proprietà nutritive e organolettiche delle materie prime».

Un format replicabile

Last but not least, questo di Stefino Lab è un modello facilmente replicabile, che in prospettiva, spiega il mastro gelatiere: «Consentirebbe di mettere su scala una piccola rete di gelaterie, con un prodotto di qualità sfruttando la possibilità di un laboratorio centralizzato in cui seguo personalmente la produzione». Non solo altre gelaterie a marchio Stefino Lab, ma anche semplici corner all’interno di altri locali. Qualcosa bolle in pentola, ma Roccamo non vuole sbilanciarsi, specialmente per scaramanzia. Anticipa solo che manterrà alcuni elementi di food design con cui ha “rinfrescato” il marchio in occasione dell’apertura romana, con la collaborazione di Francesco Subioli del collettivo “I Food designer” di cui fanno parte Paolo Barichella, Ilaria Legato, Mauro Olivieri, Marco Pietrosante e Francesco Subioli. Il logo con la firma, innanzitutto, che serve a sottolineare l’artigianalità del prodotto. Poi c’è la scelta dei colori sgargianti, in contrasto con la moda delle gelaterie tutte a tinte pastello: un elemento che torna sia nel logo che nell’arredamento del locale, dove spicca il bancone arancione. In questo caso il giudice supremo per Roccamo è stato il figlio, all’epoca undicenne: «La mia è stata una scelta istintiva, che ha dato peso al fatto che un bambino è privo di preconcetti, inoltre ci aiuta a dare un messaggio più pop, che ci fa uscire dalla seriosità e dall’integralismo con cui mi approccio al prodotto». Infine, un elemento pratico di food design da replicare: il menu basato su magneti graficizzabili intercambiabili. «È una soluzione pratica per risolvere il problema di cambiare i nomi dei gelati rapidamente, dal momento che abbiamo un’ampia varietà di gusti, che ruotiamo continuamente»

L’intervista a Stefano Roccamo

Stefano Roccamo
Stefano Roccamo, titolare di Stefino
Quali sono i vantaggi della centralizzazione del laboratorio? Riesco a garantire il prodotto personalmente e che tutta la filiera sia 100% biologica e sostenibile. Non faccio ricorso neanche a quel 5% di ingredienti tollerati: per mia scelta non uso nessun ingrediente non certificato e per quanto possibile sostengo i produttori locali o il mercato solidale. Qualche esempio? Ad esempio il latte, che arriva da una stalla a 6 km dal laboratorio, che viene pastorizzato in laboratorio da me. Per i prodotti che arrivano da lontano, il caso simbolo è il baobab, che usiamo come addensante dei sorbetti e che prendiamo in Senegal, nel rispetto sociale e del territorio. Avete una linea per vegani e celiaci? A parte i sorbetti, adatti a tutti, abbiamo anche una linea di creme vegan, per le quali uso un riso integrale veneto che è fatto germogliare per estrarne il “latte” di riso. L’ho preferito al “latte” di soia, perché nostrano, con un valore alimentare migliore e non è Ogm. Fate attenzione anche all’ambiente? Dal 2008 usiamo coppette e cucchiaini biodegradabili. Da quest’anno anche vaschette per l’asporto in biopolistirolo, un prodotto di origine vegetale.

Shop on line in pasticceria, oggi un passo obbligato

Si registra una crescita a due cifre per le vendite online. Nella nostra inchiesta, gli errori da evitare e i consigli degli esperti per cavalcare il business

In Italia mancano cultura e competenze sul digitale per sfruttare le tecnologie a favore del business. Lo sappiamo, lo confermano i numeri: rispetto al resto d’Europa siamo indietro. L’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano ha calcolato un indice di maturità digitale delle PMI a livello nazionale: 0,289, più basso della media UE (0,397) e di quelli di Germania, Francia e Spagna. Per recuperare, tra gli investimenti che garantiscono i benefici maggiori, c’è la digitalizzazione delle relazioni con i clienti, con implementazione di canali di vendita, marketing e di comunicazione digitale (quali e-commerce, CRM, sito web e online adv). L’e-commerce è un passo obbligato nell’era del digitale, la quale - non dimentichiamolo - vede una quota sempre maggiore di tempo dei consumatori speso online. È lì che nascono opportunità, ed è un fenomeno partito prima della pandemia. Poi, complici le chiusure per il coronavirus, gli acquisti sulle piattaforme online sono esplosi. Sempre secondo l’Osservatorio del Politecnico, il numero di PMI che fanno e-commerce sono cresciute del 50% tra pre e post Covid. Secondo i dati di Netcomm Forum in collaborazione con Tuttofood, in Italia i volumi di transazioni online negli ultimi 12 mesi sono cresciuti del 15,4%, il 7% solo nel primo lockdown, con la richiesta di prodotto aumentata del 10%.

L'e-commerce è una strategia da maneggiare con cura

Nel 25% dei casi sono sorti problemi nella logistica, con carenza di prodotti disponibili e impossibilità a recapitare la merce. Come tutte le strategie di sviluppo di un’azienda, piccola o grande che sia, l’e-commerce va maneggiato con cura. Vale anche per gli imprenditori artigiani della pasticceria. Forse il suggerimento migliore viene dall’esperienza dei titolari di Infermentum, laboratorio artigianale in provincia di Verona fresco di implementazione di un portale di e-commerce: «Non basta spendere tanti soldi per un bel sito, deve essere connesso con l’attività del laboratorio». Spiega Giorgia Sali, direttrice dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano: «In Italia erano il 10% le PMI che avevano il proprio e-commerce, contro la media europea del 18%. Sotto la soglia delle PMI, quindi nella fascia delle microimprese, i numeri sono ancora più contenuti, con imprese molto poco strutturate e con sviluppo digitale a livello zero. La pandemia ha accelerato i tempi di crescita dell’e-commerce, ma tanti imprenditori non hanno avuto il tempo di implementare strutture e portali proprietari, quindi si sono per lo più avvalsi di piattaforme terze». Magari a dimensione locale, oppure portali di “e-commerce dolci” che servono il territorio nazionale.

Piattaforme di terzi o e-commerce di proprietà: pro e contro

Qui spunta il primo dilemma: meglio così, o meglio aprire l’e-commerce di proprietà? Sono due mondi separati. «Con l’approdo su piattaforme terze si incontrano consumatori nuovi, il che consente all’imprenditore di allargare la base di clientela. E non sono richiesti investimenti per creare l’infrastruttura propria». Per contro, le piattaforme terze danno visibilità al prodotto, ma quel prodotto diventa uno fra i tanti disponibili. Attenzione poi alla fee richiesta e alla proprietà dei dati: spiega Sali che «chi ha comprato, dove, quando e con quale ricorsività sono dati utilissimi, che servono a fare poi politiche di up-selling e cross-selling, ma in questo caso i dati sono del “terzo”, non del pasticcere». Diversa la strada dell’e-commerce di proprietà. Parla al cliente che ci conosce, che frequenta il locale o che conosce il brand e la qualità dei nostri prodotti. «Prima di tutto consideriamo l’investimento in infrastrutture tecnologiche: non solo sito e server, ma anche informazioni organizzate in database. Anagrafica clienti e listino prezzi digitalizzate, magazzino sincronizzato con l’interfaccia utente. Questa deve essere da un lato semplice e lineare, per non creare disaffezione complicando la vita al consumatore; dall’altro molto accattivante, perché il cliente non sente i profumi e non assaggia. Grafiche, design, user experience devono essere impostati con questo in mente, e oggi la tecnologia permette soluzioni efficaci».

Serve un e-commerce fruibile via smartphone

Il cliente oggi è spessissimo collegato dal cellulare: non immaginiamo un consumatore inchiodato alla scrivania mentre sceglie il panettone artigianale per questo Natale sul pc. In valore assoluto, l’e-commerce consumer operato da smartphone sfiora i 15,7 miliardi di euro di giro d’affari, con un incremento del 22% rispetto al 2019. Il 51% degli acquisti e-commerce B2C è ormai realizzato attraverso questo dispositivo (fonte: Osservatorio eCommerce B2c). Un sito non adatto alla fruizione via smartphone commette un errore potenzialmente enorme. Attenzione poi a intuitività e scelte estetiche. Qualche esempio: se il cliente clicca su una piccola foto di prodotto si aspetta di vederla meglio, ingrandita. Non di collocare il prodotto nel carrello. Anche i colori contano: se la pasticceria ha fatto una scelta di ecosostenibilità per packaging e ingredienti, un portale rosso fuoco mal si sposa con quella immagine. Il prezzo deve sempre essere chiaro, ma non sarà ostentato se il focus è su prodotti di nicchia di altissima qualità. Diversamente, se si punta a quantità e prezzi concorrenziali, l’e-commerce deve trasmetterlo. Un errore da evitare è pensare di sostituire l’esperienza fisica con l’esperienza online. Può essere una soluzione temporanea, è di certo un canale di vendita irrinunciabile, ma «non bisogna immaginare di diventare “e-commerce only” per forza. La strategia va disegnata per far convivere il canale digitale con quello fisico».

Un aspetto chiave: la selezione dell'offerta

«Un altro aspetto chiave - spiega ancora Giorgia Sali dell’Osservatorio - è la selezione dell’offerta. Rendo disponibile sull’e-commerce solo quello che posso spedire senza intaccare la qualità, o comunque tenendo prendete i costi e la complessità nella preparazione degli ordini, in caso si organizzino consegne di prodotti freschi. Quando il prodotto arriva a casa del cliente, è buona cosa che nelle confezioni si trovi la stessa voce che si sentirebbe alla cassa, lo stesso consiglio su come conservare o con quale abbinamento consumare il prodotto. Informazioni aggiuntive che coccolano il cliente, anche con un semplice ed elegante volantino nella confezione». L’artigiano più bravo non ha per forza tutte le competenze per aprire il suo negozio online. Realtà medie e strutturate spesso hanno al loro interno figure professionali dedicate al mondo IT e al marketing, e quindi questa figura può dialogare con l’esterno che fornisce il servizio e realizza il portale di e-commerce. Nelle realtà più piccole invece è importante che a farlo sia chi ha la visione complessiva dell’azienda. «Quanto alla scelta del consulente esterno, meglio scegliere un’agenzia capace di gestire in modo univoco tutti i processi gestionali, di strategia, di logistica e di infrastruttura - consiglia l’esperta -. Può essere complessa, questa ricerca. Non dimentichiamo che esistono una serie di servizi messi a disposizione dalle Camere di commercio oppure dalle associazioni di categoria. Fare riferimento a questi enti territoriali è sempre utile per avere un primo suggerimento» Illustrazione: Mattia Distaso        

Panna, burro e cioccolato si incontrano nel nuovo ricettario di Debic e Chocolate Academy

La crostata di Silvia Federica Boldetti

Un ricettario realizzato dagli esperti di Debic e Chocolate Academy di Milano. Ci sono sei preziose ricette nell'ebook Il bianco e il nero del cioccolato, ideato "a quattro mani" dalle due aziende (scaricabile gratuitamente qui). Le preparazioni dolci sono firmate da Silvia Federica Boldetti e Alberto Simionato (docenti dei corsi di Chocolate Academy) e dal Culinary advisor di Debic Antonio Cuomo, e sono realizzate con panna o burro Debic e cioccolato Barry Callebaut. Da qui il concetto di bianco e nero che riprende il colore delle due materie prime alla base degli ingredienti, il latte e il cacao.

Spunti per stupire o per attrarre nuovi clienti

Debic, storico brand del settore lattiero-caseario, ha appena chiuso il suo 100esimo anniversario e propone un’ampia gamma di panne, burri e dessert dedicati ai professionisti della pasticceria e della ristorazione. Chocolate Academy Milano è un centro di formazione e insegnamento d’eccellenza per gli artigiani e i professionisti che desiderano migliorare le loro competenze nel campo del cioccolato. Debic aveva già diffuso un ebook particolare, alcuni mesi fa, frutto del progetto #ispirazionecontinua nato durante la pandemia e dedicato, però, alla riapertura: ispirazioni, suggerimenti su come ripartire dopo il blocco delle attività, consigli tecnici per come utilizzare i prodotti lattiero-caseari per chef, pasticceri, imprese di ristorazione, e ricette.

«Un matrimonio che viene dato per scontato»

Spiega a Dolcegiornale Antonio Cuomo, culinary advisor dell'azienda di prodotti lattiero-caseari, che «il progetto è nato per valorizzare la partnership con Barry Callebaut, assieme ad Alberto Simionato abbiamo capito che cioccolato e panna possono camminare a braccetto anche in proposte insolite e innovative. Sembra un matrimonio scontato, ma forse non ci si ferma abbastanza a pensare a quante applicazioni si possono realizzare con panna e cioccolato. Così è nata l'idea di proporre un ricettario molto vario, con cioccolatini, monoporzioni e torte». Particolare la monoporzione Yuzu, arachidi salati e caramello firmata proprio da Cuomo: «Ho cercato di proporrequalcosa di innovativo e personale. Questo può essere sia una monoporzione che un piccolo dessert da banco».  

Cinque trend che modificheranno il fuori casa

Nuovi luoghi, nuovi spazi, fidelizzazione, packaging, sostenibilità, big data: sono le parole chiave individuate da The Npd Group Italia per raccontare l'evoluzione prossima del fuori casa. Parole che individuano altrettanti trend (vedi anche: "21 trend per il 2021"), alcuni già visibili, altri più sottotraccia, spesso già manifesti prima dello scoppio della pandemia, a cui questo ultimo anno ha dato un'accelerazione.

  1. Nuovi luoghi. La rivoluzione dello smart working, sebbene destinata a ridursi rispetto
    Matteo Figura
    Matteo Figura, responsabile Business unit Foodservice di The Npd Group Italia

    alle proporzioni attuali, si è innescata. «Gli ultimi dieci anni sono stati caratterizzati da una forte urbanizzazione - spiega Matteo Figura, direttore della Businesss Unit Foodservice di The Npd Group Italia -; nel prossimo futuro probabilmente si assisterà a un fenomeno contrario, di allontamento dalle città. Probabilmente molti centri cittadini dovranno reinventarsi, da luoghi deputati al lavoro a mete per il tempo libero, da frequentare maggiormente la sera e nel weekend. E con loro l'offerta ristorativa, che potrà complessivamente spostarsi dal pranzo verso la cena e dai giorni della settimana ai weekend».
    Meno lavoro in ufficio significa anche meno occasioni di consumo funzionali (pausa pranzo) e più occasioni legate alla gratificazione personale, alla socialità: «Le food count dei centri commerciali potranno rafforzare la loro funzione di polo di attrazione del pubblico. Si potrebbe pensare anche a veri e propri "parchi" legati al food».
    Ma l'evoluzione dello smart working potrà avere anche effetti positivi su parte del mondo fuori casa: «Una volta terminato l'obbligo di stare in casa, lo smart working si potrà fare anche in luoghi diversi dalla propria abitazione. Magari per alcuni momenti della giornata». E il bar, allora, se adeguatamente attrezzato, potrebbe diventare il nuovo ufficio.

2. Nuovi spazi. Lo stesso luogo di somministrazione è destinato a cambiare. «Delivery e asporto avranno un peso inferiore all'attuale, ma decisamente superiore e tendenzialmente in crescita rispetto al periodo pre pandemia. Di conseguenza, bisognerà ragionare su come strutturare i locali per rendere i due flussi di lavoro - quello della sala e quello dell'asporto - compatibili e sinergici».

3. Fidelizzazione. I due elementi che forse hanno caratterizzato più di altri il periodo in cui hanno riaperto i locali sono stati la voglia di tornare a consumare fuori casa e il desiderio di farlo in luoghi conosciuti, familiari, perché questi trasmettevano un senso di sicurezza, di protezione maggiori. Da qui la grande crescita dei locali di quartiere, dei "posti vicino a casa a cui siamo legati". «Tutti i momenti di incertezza - spiega Figura - sono accompagnati da un grande desiderio di identità. Da qui la necessità di trasmettere sicurezza e familiarità ai propri clienti».
È il momento di rafforzare la connessione emotiva con i clienti: «Occorre mettere in atto tutte le iniziative utili a fidelizzare - spiega Figura -: promozioni, carte fedeltà, offerta di nuovi servizi ecc.».

4. Sostenibilità&packaging. Il tema della sostenibilità, che si era affacciato di prepotenza tra i trend del fuori casa (e non solo), è destinato a riprendersi il centro della scena: «Nel nuovo corso - spiega Figura - la sostenibilità sarà meno "integralista, sempre accompagnata da una valutazione anche economica. Il risultato si può riassumere nella formula "sostenibile laddove ha senso"».
Il delivery, ancora una volta, sarà un terreno di sperimentazione e di evoluzione: «Il packaging dovrà essere igienicamente sicuro, funzionale allo scopo e sostenibile. Andranno fatte riflessioni sull'adozione di confezioni e di packaging alternativi, sfruttando la possibilità di brandizzarli in modo che diventino veri e propri strumenti di marketing».

5. Digitalizzazione. "Data is the new oil", i dati sono il nuovo petrolio, è uno dei mantra che si sentono spesso ripetere a proposito della new economy. Al di là della frase a effetto, è certo che il fuori casa del futuro andrà verso una semper maggiore digitalizzazione: «Gli ordini e i pagamenti digitali si diffonderanno - spiega Figura -, ma limitarsi a questo è riduttivo. Il vero cambiamento è che questi sistemi portano con sé la possibilità di avere accesso a una mole incredibile di informazioni sui propri clienti. Ciò significa che sarà sempre più alla portata la capacità di prendere informazioni sulla base di dati certi. Chi si attrezzerà per raccogliere, valutare e utilizzare questi dati avrà un vantaggio competitivo importante nei confronti di chi non lo farà».

Classic cocktails, il top seller è sempre l’Old Fashioned

È l'Old Fashioned il re dei classic cocktails, secondo Drinks International
I cocktail a base whiskey sono tra i classici più gettonati a livello internazionale. Lo rivela Drinks International che ha stilato la classifica dei mix più venduti tra i classic cocktails raccogliendo le opinioni di 100 tra i migliori bar al mondo. Al primo posto, da sette anni, l'intramontabile e "duro" Old Fashioned

Tra i mega trend del 2021 pubblicati su Bargiornale dello scorso dicembre ("21 trend per l’anno 2021", pagine 38 -41), il whisky figura tra i prodotti che saranno i protagonisti della nuova stagione post pandemica. È il distillato, in base a studi di mercato e opinioni degli addetti ai lavori, che sta recuperando a tutta velocità il tempo perduto, proponendosi come prodotto finalmente “giovane”, congeniale alla mixability e, soprattutto, in grado di attrarre nuove fasce di consumatori. Si pensi solo all’ondata di whisky provenienti dall’Asia, un laboratorio dove si producono malti che nulla hanno da invidiare ai "genitori" scozzesi o americani, all’ultima frontiera del blending con la nascita di “miscele” che mettono insieme distillati di diversa provenienza. Una vivacità produttiva che ha il suo fulcro nella miscelazione dove i whisky - ma sarebbe più preciso dire i whiskey nordamericani, Bourbon e Rye Whiskey in testa - sono entrati in diretta concorrenza con i loro antagonisti principali, gin e rum in primis. In alcuni casi, addirittura rimpiazzandoli: non è raro, ad esempio, trovarsi di fronte a Negroni dove il gin lascia il posto a dolci e mielosi Bourbon.

D'altronde, i mix a base whiskey sono diventati una presenza costante nelle drink list dei cocktail bar di tendenza. Lo conferma anche l’ultima classifica di Drinks International sui cocktail classici più venduti al mondo basata sulle risposte di 100 tra i migliori bar al mondo (The World’s Best Selling Classic Cocktails 2021) dove al primo posto si riconferma l'intramontabile Old Fashioned davanti a due evergreen come Negroni e Daiquiri (la leadearship dell'Old Fashioned dura da ben 7 anni). Ma l'evidenza forse più interessante è che scorrendo la classifica dei primi 10 troviamo altri due "top seller" a base whiskey: il Whisky Sour al settimo posto e il Manhattan all'ottavo. In sintesi, ai primi 10 posti, si piazzano tre classici a base whiskey (Old Fashioned, Whisky Sour, Manhattan), due a base rum (Daiquiri, Mojito), uno a base gin (Dry Martini), uno a base Tequila (Margarita), uno a base vodka (Espresso Martini) e due di matrice tricolore (Negroni, Aperol Spritz). Una vera e propria supremazia maltata che si ritrova anche nelle posizioni a ridosso delle prime dieci con i piazzamenti di Penicillin (14° posto), Boulevardier (18° posto) e Sazerac (20° posto). Un'ultima nota riguarda l'Old Fashioned: un drink forte, "rude", deciso, creato a New York alla fine dell'Ottocento, che è quanto di più distante dai cocktail beverini, facili e tendenzialmente light che vanno oggi per la maggiore in molti locali. Rappresenta, in sostanza, uno stile di miscelazione da adulti paradossalmente in controtendenza con il mood contemporaneo. E che sia anche un top seller fa riflettere.

Rancilio Steady Brew, controllo termico e stabilità per le macchine a caldaia singola

Rancilio Steady Brew

Il mercato richiede affidabilità, ripetitività, stabilità e flessibilità, la migliore estrazione di qualsiasi tipo di caffè, indipendentemente dal livello di tostatura, origine o composizione della miscela. Sono prestazioni che numerosi modelli di Ranciio Group sono in grado di offrire grazie al nuovo sistema di controllo termico Steady Brew che, oltre alla nuova Classe 20 SB, è ora di serie su tutte le macchine espresso a caldaia singola, da Classe 5 fino a Classe 11.

Steady Brew di Rancilio
Steady Brew di Rancilio

La tecnologia Rancilio Steady Brew è l'evoluzione del tradizionale circuito termosifonico e introduce una serie di soluzioni innovative studiate per migliorare le prestazioni di tutte le macchine da caffè espresso mono caldaia. Mantenendo stabile la temperatura dell'acqua durante l'estrazione, Steady Brew garantisce un'eccellente stabilità termica, un’elevata affidabilità e la massima ripetibilità, sia durante i picchi di lavoro sia in condizioni di bassa intensità di produzione.

Il team della Coffee Competence dell’Extraction LAB ha svolto oltre 3000 ore di lavoro sull’intera gamma Rancilio, registrando risultati notevoli in termini di stabilità termica (±1,9°C) con qualsiasi temperatura impostata dal cliente (da 88° a 98°).

Steady Brew è di serie su tutte le macchine Rancilio a caldaia singola
Steady Brew è di serie su tutte le macchine Rancilio a caldaia singola

Oggi Steady Brew è di serie su tutte le macchine per caffè espresso Rancilio a caldaia singola, senza variazioni di prezzo.

Steady Brew è disponibile con:

Classe 20 SB (2-3 gr.)
Classe 11 USB (2-3-4 gr.)
Classe 9 USB (2-3-4 gr.)
Classe 9 S (2-3-4 gr.)      
Classe 7 USB (2-3 gr.)
Classe 7 S (2-3 gr.)
Classe 5 USB (2-3 gr.- Compact)
Classe 5 S (2-3 gr. - Compact) 

Nell’espresso il barista e il consumatore finale ricercano profili sensoriali che sottolineano acidità, dolcezza e corpo. In questo scenario la macchina da caffè è uno strumento prezioso solo se riesce ad adattarsi all'estrazione voluta dal barista. Basti pensare quanto la percezione dell'acidità e del corpo del caffè cambia dal Nord al Sud Italia. Steady Brew è una soluzione semplice che può essere configurata per garantire ottime prestazioni e il profilo desiderato in modo stabile, preciso e affidabile.

Bepi Tosolini lancia l’Acquavite di Birra artigianale friulana

Bepi Tosolini Acquavite di Birra

L'utilizzo esplicito di prodotti del proprio territorio suscita sempre interesse e condivisione psicologica. La storica distilleria Bepi Tosolini ha messo a punto una originale Acquavite di Birra artigianale friulana distillata a vapore.

Decanter Acquavite di Birra Bepi Tosolini

Non poteva che essere la storica (1943) distilleria Bepi Tosolini, ben conosciuta per grappe, acquaviti (Most) e liquori friulani, insieme con le bagne per pasticceria Camel, a mettere a punto un originale prodotto ottenuto dalla distillazione in alambicchi discontinui a vapore nella sede di Marsure di Povoletto (Udine). La materia base è un mix di tre birre artigianali (ambrata, affumicata, chiara) brassate nei vicini monti della Carnia. Per valorizzare il bouquet dagli aromi intensi di malto, orzo e luppolo, e dalle note floreali, dolci e fruttate, il distillato ottenuto è messo a "riposare" in barrique di rovere solo pochi mesi che aggiungono alcune leggere note vanigliate. Ne risulta un prodotto da 40° alcolici dal corpo morbido e di colore ambrato, da far degustare in grandi calici a tulipano a una temperatura di 12-14 °C. Ottima da proporre come bevanda da finepasto o da convervazione, in abbinamento a frutta candita o disidratata, frutta secca o schegge di cioccolato fondente.
L'Acquavite di Birra artigianale friulana Bepi Tosolini è disponibile ora anche in bottiglia di vetro chiaro da 50 cl, dopo la presentazione a Natale in una elegante bottiglia decanter da 70 cl in astuccio in tiratura limitata (solo 400 esemplari).

Da Allure a Fiumicino: oggi pasticceria e bistrot, domani fine dining

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Aperto da giugno, Allure Restaurant & Pâtisserie a Fiumicino è pronto per fare il salto gourmet

“Devi aprire il 28 giugno, è un numero fortunato, altrimenti dovrai aspettare il 2021”. La mamma di Giampaolo Zhan ha decretato che il giorno giusto era quello ed è stata una corsa contro il tempo per inaugurare Allure. È questo forse l’unico elemento della tradizione cinese che Giampaolo Zhan ed Elisa Jin, coppia nella vita e nel lavoro, si sono concessi. Meno di trent’anni, nati rispettivamente a Roma e in Puglia, hanno messo su famiglia e lavoro a Fiumicino, con Allure, la loro prima impresa da “solisti” La mamma di Giampaolo è stata ascoltata sulla data di apertura, nonostante le difficoltà con la società elettrica, che ha installato una cabina di trasformazione da 180kW giusto in tempo per l’inaugurazione. Una richiesta di potenza così alta perché nel progetto di Allure c’è sia un laboratorio di pasticceria che una cucina professionale per le preparazioni del bistrot e dove è previsto che ci sarà la linea del fine dining e in futuro anche del catering. Giampaolo è ambizioso, ma poiché il progetto Allure è partito in un momento difficile come quello della pandemia, ha scelto di predisporre tutto, ma di privilegiare per ora gli aspetti più pop del progetto: il bar/ pasticceria e il bistrot.

La consulenza del pastry chef Giuseppe Amato

La scelta di Fiumicino è stata voluta: costi più contenuti, un bacino di 80mila abitanti, un pubblico abituato bene, visto che la cittadina conta due stellati e diverse altre mete gastronomiche; in più la vicinanza alla capitale porta tanti romani. Benché outsider, Giampaolo ed Elisa non sono novellini. Lui ha iniziato con un corso presso A tavola con lo chef, dove ha conosciuto quello che è diventato il suo mentore, il pastry chef Giuseppe Amato (di alcune sue creazioni avevamo parlato anche qui), che l’ha portato alla corte del tristellato Heinz Beck, prima alla Pergola e poi nell’avviamento di Attimi, nell’aeroporto di Fiumicino. Elisa nel suo palmarès ha studi ad Alma come responsabile di sala ed esperienze importanti a Le Calandre degli Alajmo. La presenza di Giuseppe Amato è tangibile, sia nelle parole di Zhan, sia nel banco della pasticceria, per il quale con Amato c’è un rapporto di consulenza. Non può mancare il cannolo siciliano, ma anche la “finta sfogliatella”, la monoporzione che inganna l’occhio facendo pensare alla croccantezza, ma alla fine è un dolce morbidissimo. Estetica in parte francese nei dolci, ma cuore totalmente italiano, con una dolcezza non esasperata e la costante ricerca di quella punta di speziato, di agrumato, di acidità, che contraddistingue le creazioni made in Italy.

L'intervista a Giampaolo Zhan

Cosa c’è in comune fra le due anime di Allure, la pasticceria e il ristorante? Ben poco in comune, se non l’alta qualità delle materie prime, che in molti casi sono state scelte fra i fornitori della Pergola, con un occhio particolare al territorio. È il caso del caffè, per esempio, per cui abbiamo selezionato Danesi, torrefazione romana da cui si serve anche Beck. Poi ci sono i grandi fornitori, come Agrimontana. Come dovrebbe essere l’Allure compiuto? La zona bar/pasticceria a far da richiamo, specie di giorno. Il bistrot è una forma di ristorazione veloce su cui ci stiamo rodando, che nei nostri piani dovrà funzionare solo a pranzo. Per la cena tutti i nostri sforzi si concentreranno sul coperti e un servizio di alto livello coordinato da Elisa. In più abbiamo strutturato le cucine per fare catering. Come numero di dipendenti crescerete? Ora siamo in 5, ma siamo strutturati per arrivare anche a più di 20. È un progetto in espansione, che nei nostri piani coinvolgerà anche grandi professionisti e amici conosciuti nelle mie esperienze precedenti. Ora è tutto in stand-by. Avete intanto attivato il delivery? Abbiamo una proposta salata, ma che si ferma a Fiumicino, per motivi di servizio. Per il reparto pasticceria, abbiamo iniziato le spedizioni verso Roma, ma per ora ci muoviamo in proprio e copriamo solo Roma Sud.  

McDonough’s Barkeepers’ Guide di Patsy McDonought (1883)

McDonough's Barkeepers' Guide

L’autore di questo manuale è Patsy McDonought che, dopo 25 anni di professione in diversi e importanti bar del paese, approda al Lieders Hotel Brunswick come Capo-Barman; pubblicando i frutti del suo lavoro come unica testimonianza del suo operato. Questa realizzata da McDonought si prefissava di essere un guida completa e pratica per tutte le bevande miscelate di allora; fu realizzata sia per i neofiti che per i professionisti del settore; la stessa contiene diverse ricette mai riportate da altri manuali ma studiate ad hoc, frutto di continui esperimenti pratici da parte dell’autore e altri professionisti.

Come lo stesso Patsy McDonought precisa nel testo: “Tastes differ in certain cities, and certain drinks, prepared according to the prescriptions in this book, would not perhaps be acceptable all over the country, but it has been my endeavor to strike a "happy medium" that will render the collection of value to old bar-keepers as well as new beginners”.

I gusti differiscono di città in città e certe bevande, preparate secondo le ricette di questo libro, potrebbero non piacere a tutti in tutto il paese, tuttavia è stata mia intenzione tentare di trovare una “via di mezzo” che rendesse la raccolta di valore sia per i vecchi barman che per i principianti.

Di 300 circa preparazioni che contiene, il manuale inizia con una ricetta dal nome “The Cocktail”; che più che una bevanda miscelata è una precisazione di cosa o di quando dovrebbe essere consumato un drink; in poche parole una bevanda consumata prima dei pasti. Sour, Fix, Smash, Toddy sono solo alcune delle preparazioni che che si trovano al al suo interno, si passa poi ai “Punch”; che l’autore ci informa essere le più antiche di tutte le bevande miscelate ma su cui purtroppo non è in grado di darci informazioni attendibili. Si trovano poi numerose preparazioni come sciroppi e bitters, e includendo inoltre consigli utili sulla professione.

Inoltre, una curiosità è come nel manuale si racconti la storia di un drink chiamato “Flutemaginley”; bevanda miscelata già menzionata precedentemente nel testo del 1869 “Steward and Barkeeper’s Manual”: Use large bar glass, one tablespoon of sugar, three or four lumps of ice, one wine-glass of Sherry, one pony of Brandy, one wine-glass of Cider, fill up with Plain Soda, one piece of lemon peel grate Nutmeg on top. Del Drink si racconta, come anche testimonia un articolo del quotidiano “Washington Standard” del 1876, che prenda il nome dal suo inventore, Tim Maginley; che notoriamente annoiava a morte tutti i suoi amici suonando a ogni ora il suo flauto: “There used to be a drink made of soda, cider, sugar, lemon and nutmeg, which we  call Flutemaginley. It was called after Tim Maginley, its inventor, who bored all his friends to death by plying at all hours on an asthematic flute, and was called after his favorite instrument."

*Nonostante l’anno di pubblicazione non sia trascritto al suo interno, il manuale viene fatto decorrere da parte dalla “Loc”, acronimo di “Library of Congress”, la biblioteca nazionale degli Stati Uniti d’America nel 1883. Stampato cosi come il manuale riporta nella cittadina di Rochester nello StaTitolo: McDonough's bar-keepers' guide, and gentlemen's sideboard companion.

Il Bibliotecario

Titolo: McDonough's Barkeepers' Guide

Autore: Patsy McDonought

Pubblicazione: 1883*

Luogo: Rochester, N.Y.

Numero di pagine: 64

Lingua: Inglese

Peso: 6 Mb

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Puro Bio, la nuova miscela green di Diemme

Diemme Puro Bio

La gamma di miscele e singole origini di Diemme si arricchisce con una nuova proposta che si inserisce nel trend di crescita costante del mercato green nel mondo: Puro Bio, miscela organica e biologica. Lo compongono due origini di arabica lavorati con processo lavato, Mexico Chiapas Onix e Perù Chanchamayo, e tostati  al fine di ottenere in tazza un caffè piacevolmente dolce, che ricorda i sapori del miele e del cioccolato, accompagnati da un buon corpo e da sentori di frutta fresca. Disponibile in sacchetti da 1000 e 500 grammi, unisce a una piacevole esperienza di gusto la certificazione bio che ne garantisce l’organicità e la tracciabilità completa lungo tutta la filiera, a cominciare da piantagioni che non fanno uso di sostanze chimiche e che rispettano l’ecosistema e il benessere del consumatore.

La nuova miscela della Torrefazione di Albignasego (Pd) si unisce ad altri prodotti di punta in grado di soddisfare le diverse esigenze di gusto di un locale. A cominciare da Miscela Super 100% arabica. I caffè che la compongono provengono da Brasile Alta Mogiana, Tanzania Kimanjro, India, El Salvador High Grow e Colombia; e danno in tazza un espresso con un basso contenuto di caffeina, un buon corpo, un gusto equilibrato che si chiude con un retrogusto persistente con note di cioccolato e di mandorla. I toni dolci del caramello vengono esaltati quando il caffè è unito al latte.

Naturalmente DolceIl nome sottolinea la principale caratteristica della miscela Naturalmente Dolce, che dà un espresso bilanciato con un buon corpo, al quale si accompagna la lieve acidità dei frutti rossi uniti a note di cioccolato. La compongono caffè provenienti da Brasile (Fazenda Rinha in Mogiana), Nicaragua (Fazenda Limoncillo) ed Etiopia (Adefa Dukamo).

Caffè SuperioreInfine, Caffè Superiore è la miscela per le pasticceria, un blend composto da 85% di caffè arabica e 15% robusta. Il risultato è un espresso in grado di esaltare il dolce accompagnandolo con un buon corpo. Il gusto rotondo e pieno ha note floreali, richiami di cacao amaro, liquirizia e pane tostato.

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