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Riparte Shake Your Future, l’iniziativa Bacardi contro la disoccupazione giovanile

Shake Your Future Bacardi
Parte una nuova edizione del programma di Bacardi pensato per aiutare i giovani disoccupati a crearsi nuova vita nel mondo della miscelazione. Con formazione gratuita e stage in locali prestigiosi

Offrire ai giovani in attesa di occupazione un’opportunità di carriera nel mondo del bartending.  È con questo obiettivo che ha preso il via la seconda edizione di Shake Your Future, il progetto di responsabilità sociale dedicato ai più giovani ideato dal Gruppo Bacardi. Un’iniziativa nata per combattere la disoccupazione giovanile e, allo stesso tempo, fare fronte alla carenza di professionalità emersa di recente nel settore dell’ospitalità. Gli imprenditori del settore, tra i più colpiti dalla pandemia, stanno faticando non poco a reperire personale qualificato per le loro attività e proprio la figura del bartender è tra le più richieste, con una crescita delle offerte di lavoro anche per i prossimi anni stimata di oltre l’8%. Per favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro qualificato, Gruppo Bacardi ha dunque riproposto il suo progetto, che tiene conto delle necessità di entrambe le parti.

Una grande opportunità per 35 giovani

Presentata a Milano in Terrazza Martini, la nuova edizione di Shake Your Future, permetterà a 35 giovani in condizioni meno fortunate di iniziare un percorso formativo di 10 settimane per ottenere un diploma certificato e riconosciuto a livello internazionale, che fornirà loro le competenze e l'esperienza per avviarli nella nuova carriera lavorativa. Giovani selezionati nelle città di Roma, Milano e Torino, tra i profili con la più alta motivazione a intraprendere la professione, in collaborazione con alcune organizzazioni no profit e associazioni attive sul territorio, quali Cooperativa Ceas di Roma, Charitas Ticino di Milano, Consorzio Lavoro Milano, Cooperativa Liberi Tutti di Torino,

A occuparsi della loro formazione nell’arte del bartending sono alcune realtà partner del progetto, la European Bartender School con sedi a Milano e a Roma e la scuola di bar Sweet & Sour di Torino. Una volta, terminato il ciclo di studi, avranno la possibilità di svolgere una preziosa esperienza lavorativa in alcuni dei principali bar e ristoranti del settore, che supportano il programma. Nello specifico di tratta del Mago di oz, Obelix, Inside e Casa Crimea per la città di Torino, Le Biciclette, Gud, Botanical Club e Vista Darsena a Milano, Latta, Bootleg, Caskroom e Piram Hotel a Roma.

Un programma destinato a estendersi

Al taglio del nastro della nuova edizione dell’iniziativa erano presenti Stephane Cluzet, country manager di Martini & Rossi - Bacardi Group,  Adrien Rosier e Manuel Greco, rispettivamente, global project manager e responsabile Italia di Shake Your Future, e Alessandro Procoli del Jerry Thomas Roma e Latta, e Ugo Fava di Le Biciclette, in rappresentanza dei locali partner. Insieme a loro, anche due studenti che prenderanno parte al nuovo progetto di formazione, Emma Barsanti e Wowie Lecchi, che hanno illustrato le loro aspettative legate a questa opportunità, e due giovani, Sergey Li e Khaled Abboudi, entrambi di Roma, che hanno partecipato all’edizione del 2019, la prima in Italia, che invece hanno raccontato la loro esperienza. Un’esperienza estremamente positiva, che, grazie alle competenze acquisite, ha permesso loro di trovare lavoro in pianta stabile presso due importanti realtà romane: Sergey come chef de rang presso la struttura di lusso Vespasia e Khaled presso lo Strepitoso Cocktail Bar.

Shake Your Future è stato lanciato per la prima volta nel 2018 per affrontare il problema della disoccupazione giovanile nell’area dove si trovava sua sede francese, all'epoca nel sobborgo parigino di Saint-Ouen. L’anno successivo il programma si è espanso in Italia, dove sono stati 12 gli studenti a prendervi parte, 10 dei quali ottenendo il diploma e a perseguire brillanti carriere nel settore dell'ospitalità, e Spagna. Programma che verrà esteso ad altri cinque Paesi, per offrire la stessa opportunità nei prossimi anni a migliaia di giovani in tutto il mondo.

 

Tiramisù Bottega, l’evoluzione alcolica dell’iconico dolce italiano

Tiramisù Bottega
L'ultimo nato della cantina e distilleria veneta è un liquore cremoso preparato con gli ingredienti del famoso dolce e che ne restituisce in pieno tutto il sapore

È un altro pezzo da novanta della tradizione dolciaria nazionale che Bottega propone in versione alcolica (leggi Panna Cotta, il liquore cremoso di Bottega ispirato al dessert). La novità della cantina e distilleria veneta è infatti Tiramisù Bottega, trasposizione in chiave liquoristica di quello che è considerato il dolce italiano per eccellenza.

E del dolce italiano tra i più famosi al mondo il nuovo spirit, che amplia la già ricca gamma di liquori e creme di Bottega, restituisce tutto il sapore, rispettandone in pieno anche la ricetta. Il liquore è infatti preparato con gli stessi ingredienti utilizzati per il tiramisù, eccetto l’alcol, e tutti di alta qualità: si parte con una base di panna, ottenuta dalla scrematura di solo latte di origine alpina, e mascarpone d’origine italiana ai quali vengono aggiunti tuorlo d’uovo, cacao di Santo Domingo, selezionate varietà di caffè arabica dell’Etiopia, un estratto di savoiardo, gluten free. Il tutto si conclude con l’aggiunta di zucchero, per un tocco di dolcezza e che contribuisce a donare al liquore una texture più cremosa, e alcol.

Dalla gradazione alcolica moderata (alc 17% in vol), Tiramisù Bottega si caratterizza per l’armonioso equilibrio dei suoi ingredienti, che lo rendono piacevole, appagante e rotondo al palato, dove si presenta con le sue note di cacao, caffè e biscotto che si accompagnano al sapore avvolgente e armonico del mascarpone. Pensato innanzitutto come classico dopo pasto, da servire freddo, il nuovo liquore è però molto versatile e si presta bene per arricchire gelati alla crema, ma anche come ingrediente particolare per la miscelazione.

Ultimo arrivato nella linea Creams & Liquors, che comprende una gamma articolata di liquori alla frutta e alle creme, tra le quali il Limoncino, Gianduia, Pistacchio, Espresso, Panna Cotta, come le altre specialità della linea è disponibile nell’iconica bottiglia dalla forma ovale in formato da 500 ml.

 

Host ha riacceso le luci sui World Coffee Championship

World Coffee Championship
Nei cinque giorni di fiera si sono alternati sul palco del WCC i migliori professionisti internazionali delle discipline Barista, Brewers Cup e Cup Tasters. Obiettivo sui vincitori e sui concorrenti italiani

Alla sua terza finale mondiale, il colombiano Diego Campos  della torrefazione Amor Perfecto ha vinto  la principale competizione mondiale dei World Coffee Championship organizzati da Specialty Coffee Association insieme a World Coffee Events: la finale Barista. Già campione nazionale nel 2014, 2016 e 2019 (nel frattempo nel giugno 2018 vinse la quarta edizione di Barista &Farmer), consegna per la prima volta la vittoria a un paese produttore (in finale c’era anche il keniota Martin Shabaya, che si è classificato quinto). Per la sua prova ha utilizzato un caffè della Valle del Cauca, del produttore Julián Holguín, della farm La Inmaculada. Da 13 anni barista, Diego sa molto bene quanto lavoro, attenzione e dedizione richiede la coltivazione del caffè e a questa realtà ha dedicato la sua vittoria: «Colombia, questo è per te. Per i baristi, i coltivatori di caffè; per tutte le persone che ogni giorno si svegliano per sognare, per realizzare i propri sogni. Questo premio è di tutti» - ha affermato commosso. Il secondo e il terzo posto per la categoria Barista sono stati conquistati rispettivamente da Andrea Allen, Stati Uniti e Hugh Kelly, Australia.

Si è aggiudicato la World Brewers Cup lo svizzero Matt Winton, che oltre al titolo di campione svizzero per la categoria Brewers nel 2020, Matt vanta nel suo palmares due titoli nazionali in Svezia per la disciplina Barista (2018/2019). Sul podio insieme a lui oggi, Daiki Hatakeyama, Giappone, vincitore del secondo posto ed Elika Liftee, Stati Uniti, che si aggiudica il bronzo.

Ha primeggiato nella World Cup Taster, la competizione che premia velocità, abilità e precisione nel distinguere le differenze di gusto nei caffè specialty l’australiano Kyoungha Chu (Charlie), di Ona Coffee, da cinque anni nel settore. Dietro di lui, il tedesco Dénes Rajmond e, terzo, Sang Min Ju, Corea del Sud.

Casa Italia

La certezza e la serenità di chi si è impegnato per dare il meglio si trovano nelle parole dei tre campioni italiani, che non si sono qualificati ma, come dimostra Diego Campos, la vittoria (o un piazzamento tra i primi) mondiale è un traguardo che spesso si raggiunge con un lavoro di più anni e l’esperienza acquisita nel corso di competizioni ai massimi livelli. Alle spalle delle prove di Daniele Ricci che ha affrontato il World Barista Championship ed Elisa Urdich che ha gareggiato per la World Brewers Cup c’è l’intenso gioco di squadra del Bugan team, guidato da Sonia e Maurizio Valli. Quest’ultimo si dichiara soddisfatto: «Abbiamo dimostrato di potere stare in mezzo ai campioni, abbiamo fatto delle ottime prestazioni; purtroppo la mancanza di esperienza dei mondiali ci ha portati a fare degli errori, ma sono fiducioso nel futuro e carico. Essere team premia tantissimo (il nostro riferimento è l’australiano Ona Coffee): si confrontano pensieri diversi, si assaggia insieme, ci si aiuta a costruire la gara, ci si sostiene. Continueremo su questa strada, coinvolgendo nuovi giovani».

Contento di avere vissuto un’esperienza ricca e costruttiva, Daniele Ricci ha utilizzato due caffè: un Geisha naturale anaerobico da Panama per l’espresso signature e un Sudan Rume hybrid washed dalla Colombia, con il milk beverage, per il quale «per la prima volta ho scelto il latte (floreale, pulito, non cremoso, con un’alta percentuale di grassi e una buona digeribilità) e poi il caffè da unire ad esso: con note floreali e un po’ di balsamico, eucalipto, rosmarino. Ne fuoriusciva un insieme molto buono e particolare». Ha poi invitato i giudici a una valutazione attenta del cambiamento di gusti e aromi dei caffè con sorsi a diverse temperature, andando oltre la descrizione e offrendo un'esperienza. Le valutazioni dei giudici hanno sottolineato la buona prova: ci sarà tempo per crescere e rafforzarsi.

Talvolta prima di una competizione una sensazione di malessere sembra invitare a desistere, ma quando scatta il “via” il fisico e la mente reagiscono, permettendo di superare al meglio la gara. Così è avvenuto per Elisa Urdich, salita in pedana quando non si sentiva in forma, subito si è rinvigorita. «Ho portato un caffè naturale (uno dei metodi di lavorazione che amo di più) della Colombia: Sudan Rume di Café Granja e l’ho lavorato con la tecnica già presentata al nazionale: nessun blooming e due versate con diverse temperature - racconta -. La gara mi è piaciuta, ne sono uscita soddisfatta». I giudici hanno confermato la positiva impressione dell’ultima prova; a non permettere a Elisa di proseguire le gare è stata una delle tre tazze nella fase compulsory, che è risultata leggermente diversa dalle altre, dunque ha meritato un punteggio inferiore. Ringrazia di cuore il gran lavoro di squadra che l’ha accompagnata nei mesi di preparazione e in pedana.

Un nuovo gioco di squadra ha accompagnato al World Cup Tasters Championship la prova di Fabio Dotti, docente e brand ambassador di Caffè Agust, tra i fondatori di CSC - Caffè Speciali Certificati che quest’anno ha festeggiato 25 anni di attività. «In una gara come quella baristi o brewing, la preparazione permette di ridurre le possibilità di errore e di arrivare in pedana con una base certa (il caffè, le preparazioni, il discorso che le accompagnerà, i movimenti curati nel dettaglio); al contrario, in una competizione cup tasters ci si allena con costanza sapendo di andare incontro a una grande incognita: non sappiamo quali saranno i caffè e come si combineranno tra loro - osserva -. Per questo mi sono preparato con un allenamento costante dei sensi al fine di cogliere differenze minime.  È stata una gara difficile: in ogni tripletta c'erano caffè molto simili tra loro; seppure buoni, mi hanno messo a dura prova. Ne ho individuate 7 su 8 e sono soddisfatto: ho dato il massimo».

Il prossimo appuntamento di SCA Italy col mondo delle gare è dal 22 al 26 gennaio: l’associazione attende tutti nella cornice di Sigep Rimini per incoronare i nuovi campioni nazionali Barista, Brewers Cup e Cup Tasters.

Gelateria Cloud & Co: prima si fa il brand, poi il punto vendita

Cloud & Co in Qatar è una gelateria che vanta ambienti spiccatamente artificiali. A misura dell'immagine coordinata creata dallo studio Futura

DoHa (Qatar). Prodotto di tradizione con un’ambientazione non convenzionale, capace di far volare la fantasia. È l’effetto sognante che la proprietaria Fatma Al Rasheed ha richiesto per la propria gelateria Cloud & Co. nella zona in via di sviluppo Msheireb Downtown, a Doha. Lo studio messicano Futura traduce il branding realizzato tre anni prima e ispirato alle scene surreali dell’incisore e artista olandese Escher in uno spazio tridimensionale, fra nuvole di zucchero filato e panche rosa, linee pulite e blocchi di colore, un’altalena che è un globo trasparente con morbidi cuscini all’interno, pareti color pastello accoppiate a tonalità vivaci. L’interior design rimanda a un universo onirico che vuole riprodurre l’esperienza gustativa del gelato unita a un’atmosfera fantastica total pink e total blue.

Due zone, altrettanti colori

Lo spazio è suddiviso in due zone, dalla soglia delimitata dall’arcata di un colonnato e da altrettanti colori pieni: blu per l’ingresso, che genera un effetto misterioso e sognante; rosa per la sala consumazione, in cui si crea un mondo fantasioso e giocoso grazie anche a elementi che favoriscono l’interazione fra clienti e logo. L’elemento di collegamento fra le due aree è il bancone di servizio, dove i gusti dei gelati, esposti su cartelli verdi, spaziano da gusti classici come il pistacchio, ad altri più creativi come cioccolato ed Earl Grey, acqua di rose, cocco nero e gocce di cioccolato. Il volume parallelepipedo del bancone, le panche a gradinata con piccoli tavolini di appoggio, gli espositori ad arco per le confezioni, le lampade da parete a forma di globo, i semplici elementi d’arredo inseriti fra pareti e il pavimento in stucco rosa formano un ambiente spiccatamente grafico e altamente instagrammabile. In particolare, il bancone (Ciam) ha un ruolo particolare nell’effetto “wow” generale. È il centro del focus prospettico ed elemento fortemente ancorato alla realtà produttiva: si presenta come un blocco “marmoreo” ad alta tecnologia per materiali e attrezzature. È composto da due banchi a pozzetto, collocati in continuità e dotati di 16 carapine inserite a filo con il piano di lavoro e fornite di maniglia in Corian Glacer White. Il piano di lavoro, il rivestimento frontale e i fianchi dei basamenti sono invece in Corian Whitecap in finitura opaca, mentre sul fronte interno è realizzato con una laccatura in bianco traffico a finitura opaca.

L’intervista a Studio Futura. Non basta che sia bello: un progetto deve essere funzionale

Prima avete studiato branding e dopo 3 anni vi è stato chiesto di progettare la gelateria. Per quale ragione? Cloud & Co. è nato come progetto per essere una gelateria in Qatar. All’inizio Futura si è occupata del branding. Volevamo che fosse vibrante, giovanile e surreale. Come start up, Cloud & Co. ha avuto il tempo per svilupparsi come marchio e come azienda. Questo è stato il motivo principale per cui ci sono voluti molti anni per iniziare gli interni. Come avete impostato lo studio di branding Cloud & Co? Il nostro obiettivo principale era tradurre al meglio il branding in uno spazio tridimensionale e per questo abbiamo dovuto approfondire l’idea. Il nome Cloud & Co., era il fulcro del concetto creativo di “essere su Cloud 9”, che significa essere in uno stato di piacere assaporando un gelato meraviglioso e, in senso più ampio, l’esperienza complessiva. Successivamente, abbiamo radicato il nostro processo sulla denominazione. Pensare alle nuvole è come pensare di essere nel cielo o in un mondo di sogni. Quando si pensa a sogni o scenari di fantasia è impossibile non collegarli alle opere surreali di M.C. Escher e Pedro Friedeberg. Per il branding Cloud & Co, il nostro obiettivo era creare un’esperienza nuova, dove tutto è permesso, dove i tuoi sogni prendono vita, dove l’assurdità è la regola. Le opere di Escher, ad esempio, permettono di ricreare immagini assurde che rimangono nella mente, come dopo un sogno speciale. Il marchio è pieno di strizzatine d’occhio a quegli artisti di talento. Ecco il motivo dell’uso di scale e scenari capovolti. Poi abbiamo dovuto studiare il cliente e le sue necessità, in modo che l’attività potesse funzionare in modo appropriato. Abbiamo sempre pensato che, per quanto bello fosse il nostro design, doveva essere funzionale e ciò ha richiesto lunghe ore di indagine, osservazione e progettazione. Una delle sfide più grandi per questo progetto è stata la distanza e con essa la differenza culturale. Progettare per una cultura che è dall’altra parte del globo è un’esperienza completamente nuova; una delle nostre soluzioni era cercare materiali locali affinché la costruzione potesse essere fattibile e secondo il budget. Il colore è fondamentale nei vostri progetti. Come lo usate? La tavolozza di colori era predefinita dallo studio precedente del marchio ora la sfida era creare mondi diversi in un unico spazio, quindi il colore è stato usato come risorsa principale per delimitare ambienti diversi. Il design degli interni rimanda a un universo onirico che riafferma la nuova cultura del gelato in una fantastica atmosfera rosa e blu fra gioco e sogno. Lo scopo era creare contrasto, ma essere sequenziali nel design; per questo abbiamo deciso di collegare i due mondi tramite il bancone dei gelati che è l’elemento principale, in quanto unisce tutti i concetti insieme. Who’s who Futura è uno studio creativo con sede a Città del Messico, fondato nel 2008 con l’obiettivo di trasformare le forme di design tradizionali e provare a cambiare il modo in cui il design è sviluppato a livello globale. Crea e rinnova marchi che sviluppano relazioni significative con le persone, potenziano le aziende e hanno risonanza in tutto il mondo. Il loro segno peculiare è creare marchi autentici che si distinguano a livello locale e globale, connettendo e sviluppando un impatto duraturo con le persone.

Gioari, nel segno della tradizione della cioccolateria torinese

Il Blend Fondenti
Una gamma di prodotti professionali unici: il cioccolato Gioari nasce da un profondo rispetto della cultura dei paesi di origine della materia prima e della storia del cioccolato, oltre che da un processo tecnologicamente all'avanguardia

Quello tra Torino e il cioccolato è un connubio che nasce nel 1559 quando le prime fave di cacao arrivano a Torino portate dal capo dell’esercito spagnolo di Carlo V, Emanuele Filiberto di Savoia detto “Testa d’Fer”. Ma è solo nel 1606 che la ricetta della bevanda a base di cacao e il suo processo produttivo raggiungono l’Italia ad opera dell’esploratore Francesco Carletti.

Il primo permesso per esercitare l'arte cioccolatiera

Nel 1678 un tal Giovanni Battista Ari ottenne per primo il permesso da Casa Savoia di esercitare l’arte del cioccolatiere dando il via alla rinomata produzione torinese di cioccolato. La storia prosegue costellata di successi e innovazioni: nel 1780 i produttori di cioccolato torinesi si spostano sulle sponde del fiume Dora per sfruttare, grazie a macchinari all’avanguardia, l’energia idraulica. Nel 1800 grazie a queste lavorazioni meccaniche avviene il passaggio dalla cioccolata liquida ad una pasta morbida.

Il gianduiotto, simbolo culinario di una città

Pochi decenni dopo, nel 1826, viene inaugurata a Torino la prima fabbrica interamente meccanica per produrre il cioccolato, e viene inventato nel contempo il famoso cioccolato gianduja. Nel 1865 nasce il primo cioccolatino gianduiotto incartato, simbolo culinario della città di Torino.

Gioari, tra cultura e tecnologia

È proprio da questo spirito pionieristico che nasce a Torino, la Gioari. Un progetto ispirato dalla profonda conoscenza della cultura dei paesi di produzione del cioccolato e capace di offrire un prodotto tecnologicamente avanzato unito ad una continua ricerca di profili aromatici altamente riconoscibili e blend particolarmente ricercati. Il processo produttivo che parte dalla tostatura della fava di cacao pone necessariamente al centro dell’attenzione la qualità delle materie prime, e permette alla Gioari di offrire una gamma di prodotti professionali unici e sorprendenti che possono dar vita ad un ampio ventaglio di applicazioni.  

Con Pal Around Amaro Montenegro racconta il sapore vero dell’amicizia

Amaro Montenegro Pal Around_episodio 2
Ideato da Armando Testa, il nuovo progetto di comunicazione racconta i valori del brand attraverso tre puntate all'insegna dell'amicia e della condivisione

Amicizia, condivisione e autenticità sono valori da sempre nel dna di Amaro Montenegro. A raccontarli con un linguaggio contemporaneo, diretto e inclusivo è ora il nuovo progetto Pal Around, un branded content in 3 puntate, disponibili sul canale proprietario della piattaforma YouTube.

Il nuovo progetto di comunicazione rappresenta un ulteriore sviluppo della campagna #HumanSpirit, lanciata nel 2018. Una campagna in continua evoluzione che ora punta sullo sviluppo di progetti più innovativi e coinvolgenti per rafforzare il legame tra il brand e il target di consumatori più giovane (18-34 anni).

Non a caso Pal Around è stato concepito come una rimpatriata tra amici veri, che raccontano le loro esperienze personali e la loro amicizia e che ha come palcoscenico un contesto informale per eccellenza: il bancone di un bar. Un racconto che si snoda in tre puntate che vedono nel ruolo di padrone di casa Alessandro Cattelan, che accoglie al bancone ospiti famosi sempre diversi: Francesca Michielin, Hell Raton, Tommaso Paradiso, Federico Russo, Pierluigi Pardo, Aurora e Ciro dei The Jackal.

Per realizzare le tre puntate agli ospiti non è stata data una scaletta, lasciandoli parlare in libertà, proprio come quando ci si ritrova tra amici in un locale. Il risultato è un racconto che intrattiene e incuriosisce, pieno di momenti spontanei e inaspettati, dove le riflessioni sull’amicizia si alternano a canzoni improvvisate, imitazioni divertenti, rivelazioni sui segreti delle squadre del fantacalcio, e che esprime al meglio il mondo dei valori di Amaro Montenegro.

Ideata e curata in ogni fase da Armando Testa Content, unit di branded content dell’agenzia Armando Testa con la direzione creativa di Jacopo Morini e Fabiano Pagliara, prodotta da Showlab, con la pianificazione media a cura di Wavemaker, la campagna è integrata e prevede anche contenuti speciali per i social, per i quali è stato realizzato uno storytelling ad hoc.

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Rinaldini, gelato e proposte salate nel format Tiffany

Roberto Rinaldini ha presentato a Host un nuovo format per il franchising dolce: si chiama Tiffany ed è pensato per le aree commerciali di alto livello

Un corner di pasticceria pensato per i punti strategici, di passaggio, per le aree commerciali degli aeroporti e delle stazioni per i "villaggi" dello shopping: lo ha presentato a Host Milano 2021 Roberto Rinaldini. L'ultima idea del gruppo Rinaldini Pastry spa è un format chiamato Tiffany.

Per le aree commerciali di alto livello

«Questo progetto si sviluppa a seguito di un'attenta analisi di mercato della Rinaldini Pastry, da cui è emersa una crescente domanda di pubblico per il gelato - settore che ha peraltro un ampio grado di marginalità - soprattutto se artigianale e di alta qualità», spiega l'azienda in una nota. Ma non di solo gelato si tratta, per questa idea di franchising dolce chiavi in mano con il brand del Maestro. C'è anche l'offerta di pasticceria à porter, che va dalla cioccolateria ai lievitati da ricorrenza, e un prodotto sempre firmato Rinaldini e già famoso e riconoscibile, il MacaRAL, la sua nota rivisitazione dei macaron francesi.

Sedici gusti di gelato, inclusi i gusti vegan

Tiffany è un format franchising studiato nei minimi dettagli, per il quale il colore dominante è l'azzurro Tiffany, unito al fucsia - colore distintivo e riconoscibile del brand Rinaldini. La vetrina gelateria prevede 16 gusti di gelato che variano con la stagionalità, di cui 4/6 vegan - fornito già pastorizzato a -20°C. È quindi necessaria solo la macchina per mantecare, con risparmio in termini di tempistiche di lavorazione e investimento in macchinari. Le vetrine verticali propongono torte gelato e semifreddi, torte collezione Rinaldini, monoporzioni, stecchi gelato, granite da passeggio con 80% di frutta (queste ultime totalmente vegan). La vetrina MacaRAL ha una lunga shelf life (12 mesi a -20°C); una volta alla temperatura di servizio, la conservazione è di 5-6 giorni.

Un packaging inconfondibile

L'offerta dei prodotti da asporto completa il format, con referenze dolci e salate firmate Roberto Rinaldini, confezionate in un packaging elegante. Si va dai grandi lievitati che variano in base alle festività (panettoni, colombe), fino ai prodotti in cioccolato (ChocoColor, ossia la rivisitazione in chiave minimal e moderna del cremino all'italiana, ma anche bon bon, cremini, dragées, tavolette). E poi confetteria (gelatine di frutta, caramelle, confetture), creme spalmabili, barrette di frutta secca, snack salati, conserve salate, torte da viaggio e confezioni regalo.  

Da Madrugada meno fronzoli e più spazio all’artigiano del pane

Il branding e gli interni della bakery La Madrugada, in Spagna, si rifanno a tutto ciò che caratterizza il lavoro e la manualità del breader

Murcia (Spagna). Fuggire dall’estetica romantica delle boulangerie francesi per ritrovarsi tra fasci di spighe, scappare dal rigido design di stampo industriale per lasciarsi conquistare da morbide pareti bianche e blu. Nella spagnola Beniaján, vicino a Murcia, La Madrugada è un forno-pasticceria che trova una sua identità unica e nuova, dove tutto parla di artigianato, di manualità e di tradizioni, senza volersi mai rifare a un’estetica già vista. Progettata da Laura Ortín Arquitectura, il locale si apre su strada con tre ampie vetrine di cui una d’ingresso ed è quindi inondata dalla luce naturale. «La progettazione è pensata come uno svuotamento - , spiega la Ortín -. Soffitti, pareti e mobili sono un continuum curvilineo che dà vita una spazialità onirica, qualcosa di surreale che fa sì che il negozio ti avvolga a 360º con la sua morbidezza, producendo calma e benessere». Il soffitto, infatti, ha una controsoffittatura a onde e le pareti sono state trattate per riprendere lo stesso effetto. Minimale nelle forme e negli arredi, La Madrugada non prevede tavoli e sedie ma solo panche ricavate dalla muratura che corrono sotto le grandi vetrate e lungo una parete. Sullo sfondo, un angolo si trasforma in un “campo di grano”, illuminato, come un piccolo angolo a se stante, da una poetica lampada di argilla. Dall’ingresso, il lungo bancone è il tema centrale del locale, di cui occupa gran parte dello spazio disponibile: il flusso della clientela procede così sviluppandosi lungo il bancone senza incontrare ostacoli.    

Ultimi giorni per partecipare alla Cardenal Mendoza cocktail competition

Cardenal Mendoza brandy
C'è tempo fino al 31 ottobre per partecipare al contest organizzato dal brandy di Jerez. La sfida: realizzare un twist su un classico della miscelazione utilizzando un Cardenal Mendoza Brandy

Ultima chiamata per la cocktail competition lanciata da Cardenal Mendoza. La deadline per prendere parte al contest internazionale organizzato dall’iconico brand di brandy Solera Gran Reserva di Jerez (Spagna), i cui prodotti sono importati e distribuiti in esclusiva in Italia da Ribaldi 1957, è fissata al 31 ottobre.

Il tema di questa edizione del concorso, che si svolge interamente online, è in linea con l’ultima novità della casa, ed è parte degli eventi organizzati dal brand per la sesta edizione della sua Golden Week, il festival del brandy (dal 25 ottobre al primo novembre) che prevede una serie di iniziative in tutto il mondo dedicate a professionisti e appassionati di brandy. La Bodegas Sánchez Romate, proprietaria del marchio, ha infatti da poco rinnovato, per la seconda volta dal 1957, l’etichetta dei suoi pregiati distillati, vestendoli con un look più contemporaneo, ma ovviamente mantenendo intatte le caratteristiche dei prodotti: un invecchiamento minimo 15 anni in un sistema solera-criadera utilizzato per dar vita agli sherry di Jerez, in botti che hanno contenuto in precedenza Sherry Oloroso e Pedro Ximenez, che gli regalano un gusto profondo, ricco e rotondo, che li rende perfetti anche per la miscelazione.

In un certo senso analoga la sfida lanciata ai bartender: realizzare un twist su un classico della mixology a loro scelta, utilizzando come base un brandy della famiglia Cardenal Mendoza (Clásico – Brandy Solera Gran Reserva, Carta Real – Brandy Solera Gran Reserva, Non Plus Ultra e Nebulis).

Come partecipare

Per quanti riguarda la ricetta non ci sono limiti al numero di ingredienti. I concorrenti dovranno scattare una foto del drink o girare un reel e postarlo, entro il 31 ottobre, sulla propria pagina Instagram, assicurandosi che la bottiglia di Cardenal Mendoza sia presente come elemento chiave, e utilizzando l’hashtag #CardenalNewSuit e menzionando @cardenalmendozabrandy. Insieme alla foto dovranno inserire anche la ricetta, completa di ingredienti, loro quantità e tecnica di preparazione.

I cocktail saranno giudicati in base alla loro creatività, originalità e replicabilità della ricetta e all’abilità mostrata dal bartender nel ricreare la ricetta classica. A decretare il vincitore sarà una giuria composta da tre mixologist di fama: Matthias Soberon, fondatore del cocktail&drink blog Served by Soberon, Andre Camacho, membro del cocktail catering team tedesco We Love Cocktails, e Kike Prado, proprietario del Bar La Higuera a Barcelona.

Il primo classificato si aggiudicherà un premio di 1500 euro e una confezione speciale di Cardenal Mendoza Family che include una bottiglia di Cardenal Mendoza Clásico, Cardenal Mendoza Carta Real e Cardenal Mendoza Angêlus.

Con Alpex la miscelazione è sartoriale

Alpex Fonte Plose
Ricette esclusive, ingredienti selezionati e artigianalità, contraddistinguono la linea di toniche e bevande sodate per l'alta miscelazione di Plose

Zero edulcoranti, nessun conservante né colorante, ingredienti ricercati. La filosofia della linea Alpex, che Plose ha lanciato nel febbraio 2020 (leggi La bar station di Alpex debutta a Hospitality), è perfettamente in sintonia con la storia dell'azienda altoatesina, conosciuta per l'acqua minerale che nasce a 1870 metri dal cuore delle Dolomiti. Le sue eccellenti caratteristiche organolettiche – il residuo fisso di soli 22 mg/l e la durezza bassissima (1,1 F) la rendono una delle più pure e leggere al mondo – sono valorizzate dalla famiglia Fellin, titolari del marchio, con un'attenzione alla sostenibilità che si declina nella scelta di essere plastic free da sempre, e in un approccio al mercato molto attento (niente gdo in favore di distributori indipendenti e servizio porta a porta a porta per famiglie e alta ristorazione).

«Quando abbiamo deciso di lanciare una linea dedicata alla mixology, che di fatto segna il nostro debutto in questo mondo, non abbiamo fatto altro che proseguire sulla nostra strada», spiega Francesco Comin, customer development di Alpex.

Sei prodotti top

La linea è composta da sei prodotti: due acque toniche (Indian Dry e Italian Taste, quest'ultima caratterizzata dal rosmarino e dal mandarino), poi Ginger Beer (con due estratti di zenzero africano e lime), Ginger Ale, Soda Water e Bitter Lemon (con limoni di Sicilia), tutti in bottiglie di vetro da 0,2 cl. «Come per gli altri prodotti Plose, anche per Alpex abbiamo scelto solo i migliori ingredienti e ricette esclusive. La linea è frutto di un’attenta osservazione del mercato con continui confronti con clienti, professionisti della miscelazione e altri addetti al settore, ai quali sono seguite tante prove e degustazioni per trovare delle ricette capaci di distinguersi dalle altre referenze che si trovano sul mercato».

Perfetti per la miscelazione

Sono prodotti perfetti per la miscelazione, come si è potuto apprezzare nella masterclass svoltasi nella settimana Florence Cocktail Week e che ha visto la collaborazione con Tommaso Pieri, titolare di DU.IT Distilleria Urbana Italiana, e del barman Mosè Giordani del Rex di Firenze, lo storico locale di via Fiesolana che ha ospitato l'evento.
«La carta dell'artigianalità è un elemento che può fare la differenza sugli scaffali e in miscelazione,  forse ancor più della territorialità» ha detto Tommaso Pieri. «Per questo abbiamo scelto come partner dell'evento un'azienda artigiana come DU.IT – ha continuato Francesco Comin –. Noi non possiamo definirci artigiani, ma sicuramente abbiamo un approccio molto rigoroso sulla qualità, e una visione di famiglia che segna il percorso di Plose e di tutte le linee che produciamo».
All'assaggio, si sono fatti apprezzare le interpretazioni di cocktail classici come il Gin Tonico della Casa (Gin Italian Dry DUIT, Tonica Italian Taste Alpex), reso esuberante dalla ricchezza aromatica della tonica, ma anche twist come l'Amaro Mule (Amaro Assedio, Amaro IPA, sciroppo di rosmarino, limone, Ginger Beer Alpex) e il Vermuttino Cocktail (Vermutte del Chianti, Tonica Indian Alpex).

Dolci-icona: fare breccia per sempre con un sol colpo

Come nasce un cavallo di battaglia e come evolve? deve trattarsi di una creazione originale? I consigli di sei maestri

Dove vai, se il dolce simbolo non ce l’hai? Da nessuna parte, a sentire molti maestri della pasticceria italiana. Un dolce che leghi con immediatezza pasticcere e prodotto nella percezione del cliente serve, eccome. Aiuta in una logica commerciale, apre la strada all’effetto best seller, rende immediatamente identificabile l’opera di un grande artista del dolce. Non basta a “fare” la pasticceria, ma è difficile immaginare di poterne fare a meno. Il vero interrogativo è come costruirlo. Abbiamo interpellato alcuni dei nomi più forti della pasticceria italiana, per scoprire come la via al dolce forte e identitario possa essere tracciata in modo molto personale. Sorpresa: il tema è più ampio di quanto si possa pensare. Perché la pasticceria è fatta di invenzioni e di evergreen, ossia di grandi classici della tradizione che hanno vita quasi eterna, e anche un evergreen di estrema semplicità può diventare il marchio di fabbrica di un operatore, a patto di studiarne bene la genesi, di capirne i punti di forza, di saperlo far evolvere con misura e pazienza - quest’ultima si traduce soprattuto in test e assaggi continui, nella chiamata in causa di colleghi esperti per attivare un circuito di confronto fruttuoso. Lo racconta Giovanni Cavalleri, che ha lavorato per 15 anni attorno al suo cannoncino. Per farlo, appunto “suo”, fino a trasformarlo in un dessert al piatto e in una prelibatezza salata molto originale. Lo spiega Ernst Knam, che ha elevato a mito la disarmante semplicità di una mousse ai tre cioccolati. Fino a farla evolvere in cioccolatini, in versioni light o in un lievitato con cioccolati scovati in giro per il mondo.

La riconoscibilità di un best seller

Reinterpretare e far evolvere un dolce è operazione che necessita rispetto e cautela, come ricorda Paolo Sacchetti. Non si illude il cliente, quando gli si promette una ricetta classica. Però al contempo va stupito con ritocchi misurati, un lavoro di fino portato avanti nella esile zona di confine tra il vecchio e il nuovo - magari toccando solo forma e decorazione senza stravolgere tutto. C’è poi un altro capitolo, ed è altrettanto corposo. È quello di chi può godere dei frutti di un dolce talmente solido da essere diventato un monumento alla propria filosofia di pasticceria. Come le Pesche di Prato dello stesso Sacchetti o le torte iconiche di Fabrizio Galla e di Alessandro Servida, o ancora la Venere Nera di Roberto Rinaldini. Dolci che hanno il dovere di rimanere uguali a se stessi, negli anni. Che fanno della loro riconoscibilità il punto di forza di tutta la pasticceria. Che raramente incontrano difficoltà persino quando tocca lavorare su un parametro chiave come il prezzo. «Nessuno mai ne ha fatto una questione», ci ha raccontato più di un maestro interpellato. Quello che deve evolvere, di sicuro e indipendentemente dalla forza iconica di un dolce, è l’approccio commerciale. L’insieme, cioè, di elementi di contorno e presentazione del dolce; le attenzioni verso il cliente che lo conosce e lo compra, ma che può risultare ancora più invogliato da un’estetica più accattivante o da una coccola particolare. Sia il nostro dolce un frutto del genio del pasticcere o di una meticolosa opera di affinamento di un classico, questa è la sintesi particolarmente riuscita di Fabrizio Galla: «Quando lo comprano, devono rimanere strabiliati».

I PROTAGONISTI

Roberto Rinaldini - Rinaldini, Rimini

«I dolci classici sono sempre una certezza per il pasticcere. Prendo come esempio la Diplomatica: quando i miei clienti la acquistano spesso mi dicono “oggi non la fa più nessuno”; noi invece nel fine settimana, e solo in un negozio, ne vendiamo 180 porzioni. È una ricetta molto nota che a mio parere si può attualizzare, ad esempio lavorando sulla struttura o gli aromi del pan di Spagna o sulle creme. Altro esempio, la Saint-Honoré, dove ci sono tre elementi chiave che non possono mancare: la pasta sfoglia, la panna e i bigné caramellati; per il resto ci si può sbizzarrire. Io ad esempio alla panna aggiungo una parte di mascarpone, per dare maggiore consistenza alla parte cremosa. Si può anche fare un lavoro più evidente agli occhi del cliente, magari cambiando la forma o la decorazione del dolce. Il tutto senza mai perdere di vista il fatto che si tratti di una innovazione con un senso anche dal punto di vista imprenditoriale e non solo innovativo o creativo. Bisogna lavorare con mano leggera anche sui dolci più rappresentativi di un artigiano, quelli che diventano davvero un’icona del brand. Penso ad esempio alla mia torta Venere Nera: nel momento in cui una specialità ti rappresenta, piace e vende, non va cambiata. O meglio, si cambia se c’è una ragione: ad esempio per aumentarne la masticabilità o aggiungere sapidità a una crema, mentre sulla parte decorativa ci si può sbizzarrire. Questa torta inizialmente era decorata con cerchi di cioccolato, che nel trasporto potevano rompersi; due anni fa, avendo anche la tecnologia necessaria, ne ho cambiato la decorazione, creando la silouhette della Venere Nera, impreziosita in oro, il che l’ha resa ancora più unica». M.B. Giovanni Cavalleri - Pasticceria Roberto, Erbusco Si può prendere un evergreen assoluto della pasticceria del Nord Italia, il cannoncino, e farlo proprio. È lo sforzo che ha fatto Giovanni Cavalleri: «Il cannoncino nel bresciano è la mignon per eccellenza, sin dagli anni ‘60 e per molto tempo è stato una delle poche se non l’unica mignon. Un prodotto da sempre molto ricercato in negozio». Quindici anni fa Cavalleri inizia un percorso di studio e test. «Ho analizzato e rivisto tutti i passaggi. Per realizzare un cannoncino servono una sfoglia di altissima qualità e una crema alla pari. Soprattutto, serve fare delle scelte. Io ho voluto un cannoncino con una sfoglia che ha il 50% di burro - contro un “normale” 30% - la quale necessita di essere lavorata con maggiore cura, in ambiente a temperatura bassa. Ho voluto assottigliare il più possibile, per conferire leggerezza al cannolo, ho scelto un foro di entrata molto ampio, circa 2 cm di diametro su un cannoncino di 6 cm di lunghezza. Seguire i tempi e i gusti con un prodotto apparentemente così basico per la pasticceria non è semplice. Richiede continui test, soprattutto quando si vogliono costruire le varianti. Non faccio cannoncini con crema alla nocciola o al pistacchio, perché così andrei ad aggiungere grasso a una sfoglia già molto grassa, cambiando totalmente il prodotto. Però è diventato anche altro, come una monoporzione-dessert da fine pasto, decorato con crema diplomatica. Da poco ho perfezionato il cannoncino salato, con uno sviluppo in forno leggermente maggiore, non caramellizzato, e una crema pasticcera che non ha zuccheri ma parmigiano, latte, panna, tuorli d’uovo». E.B. Fabrizio Galla - Pasticceria Cioccolateria di Fabrizio Galla, San Sebastiano da Po «L’aggiornamento di una ricetta evergreen passa per una giusta attenzione ai gusti del pubblico di oggi, naturalmente: il che significa l’aggiustamento sotto il profilo gustativo, l’eliminazione di una quota di zucchero. Può bastare persino l’aggiornamento della sola confezione o della modalità di presentazione per rinnovare e rinfrescare un dolce che ha un valore durevole. Però se parliamo di un dolce fortemente identitario, di un prodotto che identifica quella pasticceria e il lavoro di quel pasticcere in particolare, il tema degli aggiustamenti cambia. Innanzitutto, penso che se questo dolce non nasce, c’è un problema. Ogni pasticceria dovrebbe avere un riferimento, un dolce identitario, sia esso un cioccolatino, una torta da forno, dei biscotti. Perché le persone devono poterti identificare anche con quel dolce. Certo, deve essere una creazione che non esiste sul mercato, magari basata sui prodotti del territorio. Andare a toccarlo, col tempo, può essere dannoso». Fabrizio Galla ci porta l’esempio della sua torta Jessica, nata nel 2007 per la Coupe du monde de la Pâtisserie e premiata come miglior torta della competizione. Sette strati, dalla cialda croccante alla nocciola, fino alla mousse di cioccolato fondente. Un dolce forte, che ha potuto fregiarsi del titolo di “miglior torta del mondo”. «La ricetta è rimasta la stessa, ho cambiato solo tipo di panna e cioccolato negli anni, valutando che mi trovavo meglio con altri fornitori rispetto a quelli degli inizi. Per il resto nemmeno un grammo di cambiamento, perché ha avuto una tale fortuna ed è talmente legata al mio marchio e alla mia pasticceria che non potrei fare diversamente. Quello che è cambiato è l’approccio commerciale, con la creazione della versione monoporzione e l’evoluzione della presentazione. I primi anni era venduta accompagnata da una piccola brochure con la torta sezionata, poi ho aggiunto una confezione di pregio e le istruzioni per tagliarla». E.B. Ernst Knam - Pasticceria Ernst Knam, Milano Pensi a un dolce che si è evoluto oltre i limiti dell’immaginazione e stai pensando alla Tris, la mousse ai tre cioccolati simbolo della produzione pasticciera di Ernst Knam (foto sotto). Dal 1987 compagna di ventura dello chef pasticcere, è l’esempio di come si possa rivisitare un dolce identitario anno dopo anno, adattandone forma e ingredienti, ma mantenendo un legame con le origini. Al tempo stesso, è la prova di come anche un dolce semplicissimo possa diventare “marchio di fabbrica” di un pasticcere, se valorizzato a dovere. «È diventata mitica - ci ha detto Ernst Knam - perché è buona e semplice. Niente di più. Non c’è aggiunta di zuccheri salvo quelli del cioccolato. Una base di marquise (pan di Spagna senza farina), una mousse al cioccolato fondente, una mousse al cioccolato al latte e una mousse al cioccolato bianco. In superficie, dei riccioli di gianduja». Tutta quella semplicità si è evoluta, negli anni, con spin-off e variazioni di forma: cubi, mignon, lingotti, cioccolatini, camouflage particolari del trittico di cioccolati. Fino all’ultimo nato: un dolce denominato Tris Viaggiatore, che ha fatto il suo esordio in primavera nell’offerta della pasticceria di via Anfossi. All’interno, gocce di cioccolato declinato nelle tre differenti varianti che sono il carattere distintivo dello Chef Knam: cioccolato Frau Knam fondente Perù Señorita 72%, latte Perù Pachiza 39% e bianco Bio Vaniglia Tahiti, accostati al gusto di pere semi-candite a cubetti. In superficie una croccante glassa di cioccolato fondente cosparsa di grue di cacao. E.B. Paolo Sacchetti - Pasticceria Nuovo Mondo, Prato «Premetto che sono da sempre un “custode” della tradizione, sono convinto che le mode vanno e vengono, ma i dolci classici restano. D’altro canto basta vedere cosa accade nella pasticceria francese: già 3 o 4 anni fa, all’apice del successo delle torte moderne glassate, i pasticceri d’Oltralpe hanno iniziato a riprendere i loro dolci classici, rinverdendone l’immagine e il successo. L’esempio più chiaro è la millefoglie: difficile migliorare la ricetta se è fatta come si deve, ma è bastato proporla in verticale ricoperta con una ganache montata alla vaniglia, per farla diventare trendy. Va da sé che il dolce deve essere buono, il che significa qualità di ingredienti, maestria di lavorazione e freschezza del dolce. E poi deve essere un prodotto che sia su misura sulle necessità del cliente, che spesso - se non quasi sempre - acquista un dolce per una ricorrenza e vuole fare bella figura, andare sul sicuro. Questa esigenza fa sì che vengano richieste ricette classiche, che soddisfano un po’ tutti. In vetrina per attirare puoi mettere prodotti creativi, ma alla fine - come in gelateria - quello che fa cassetto sono i grandi classici. Che però vanno reinterpretati, magari con una forma differente o una decorazione nuova, ma senza toccare i gusti fondamentali. Serve fantasia, ma anche misura, un concetto chiave a mio avviso è non ingannare mai il cliente: se proponi una torta Mimosa deve esserci il Pan di Spagna, non basta una glassa gialla. Lo stesso dicasi per la Pesca, il mio dolce più iconico. Ci ho lavorato molto, ho affinato la ricetta arrivando a quello che per me (e i miei clienti) è l’equilibrio fra tre componenti: la pasta brioche, l’inzuppitura di Alkermes e la crema pasticcera. Ormai è diventata un brand e la ricetta non si tocca, semmai si prova a farne versioni differenti, come la Pescamisù o la Pesca salata che proporremo in autunno. Squadra che vince non si cambia». M.B. Alex Servida - Pasticceria Alessandro Servida, Pantigliate e Milano «Il restyling degli evergreen della pasticceria è una cosa a cui mi sto dedicando da diverso tempo e credo che sia una tendenza quanto mai attuale. Dopo un periodo in cui il consumatore ha amato provare dolci d’avanguardia, in questo momento ha voglia di tornare a gusti rassicuranti e di sicuro gradimento. Sta a noi professionisti renderli attuali sia a livello estetico che di consistenze, mantenendo però elementi chiave che si rifanno al dolce “classico”, senza estremizzare o snaturare la specialità originale. Il gioco sta nelle consistenze e soprattutto nella presentazione, che è quella che colpisce al primo sguardo. Faccio un esempio che ha un ottimo successo: ho ripreso la ricetta della classica Millefoglie, ma la servo in un vasetto che contiene pasta sfoglia, crema pasticcera e chantilly. Sono le classiche componenti del dolce, che però in questa versione trovano un modo di consumo del tutto nuovo, con la sfoglia che diventa come una sorta di cucchiaino da intingere nelle creme. Ma di evergreen possiamo parlare anche quando si parla di un dessert che identifica in modo speciale un pasticcere. Nel mio caso, la torta Donatella, dedicata a mia moglie. È un dolce molto richiesto e sempre presente nei miei due locali, è diventato un mio personale classico ed è importante che sia sempre uguale a se stesso. Magari ho cambiato delle tecniche di produzione, ma soprattutto a livello estetico non va stravolto, per essere ben riconoscibile dal cliente». M.B.

Luca Fanari è il campione italiano Patrón Perfectionist 2021

Luca Fanari_Tequila Patrón Perfectionist Italia 2021
Il bartender del Freni e Frizioni di Roma ha vnto la finale italiana del cocktail contest firmato Tequila Patrón. Rappresenterà l'Italia nella finale mondiale della competition, il prossimo anno in Messico

È Luca Fanari il vincitore della finale italiana della Patrón Perfectionist Cocktail Competition 2021, il contest internazionale firmato dal brand di tequila premium del Gruppo Bacardi. Vittoria che consegna al bartender del Freni e Frizioni di Roma, insieme al titolo nazionale, il biglietto per la finale mondiale della competition, in programma il prossimo anno in Messico, presso l’hacienda Patrón.

Un’edizione ancora più sfidante quella di quest’anno, alla quale hanno preso parte oltre 250 bartender da tutta la Penisola e svoltasi interamente online. Per questa sesta edizione della Patrón Perfectionists ai concorrenti è stato richiesto di creare un cocktail originale a base di Tequila Patrón, dal gusto sorprendente, ma che fosse anche facilmente riproducibile, per permettere ai consumatori di replicare e degustare le ricette a casa e votare la preferita in totale consapevolezza. Grande novità di quest’anno è stato infatti il coinvolgimento diretto del pubblico dei consumatori, che ha potuto esprimere le proprie preferenze, contribuendo a definire la rosa dei 10 bartender in lizza per il titolo.

A contenderlo a Fanari nella finale c’erano: Erwan Garofano, Nicolò Lo Iacono, Biagio Francesco Malara,  Federico Pin, Fabio Privitera, Gennaro Ranieri, Riccardo Scroppo e Gianni Tritto.

Finale che Fanari si è aggiudicato con il suo Silmply Green, dove ha miscelato alla perfezione semplicità e sorpresa, conquistando così la giuria composta da Cristian Bugiada, coproprietaro de La Punta Expendio de Agave di Roma, Lucas Kelm, italian master of pairing, Chiara Mascellaro, campionessa italiana della Patrón Perfectionist 2019 e vincitrice global del Margarita of the year 2021, e Margo Schachter, giornalista food and beverage.

Preparato con Patròn Silver Tequila, acqua zucchero, aceto di vino bianco, succo di lime, sale al sedano, foglie di terragone e foglie di coriandolo, Silmply Green è un cocktail semplice, realizzato con ingredienti facili da reperire, alla portata di tutti, ma che regala una vera esplosione di sapori, ideale per far conoscere la versatilità del tequila e che funziona sia per un food pairing sia per un aperitivo sia per un dopo cena.

Inoltre, è un drink in bottiglia che può essere condiviso da tutti i presenti a un tavolo, che interpreta la voglia di convivialità oggi con un formato sharing innovativo, scenografico, pratico per il bartender e per i clienti.

Grazie alla vittoria il bartender del Freni e Frizioni il prossimo anno volerà in Messico, destinazione hacienda Patrón, sull’altopiano di Jalisco, dove vivrà un’esperienza immersiva nel mondo del tequila e rappresenterà l’Italia nella finalissima globale del contest, sfidando i campioni nazionali degli altri Paesi in gara per aggiudicarsi il titolo mondiale di Patrón Perfectionists.

La ricetta

Simply Green di Luca Fanari

Ingredienti:
700 ml Patròn Silver Tequila, 500 ml acqua, 400 gr zucchero, 160 ml aceto di vino bianco, 80 ml succo di lime, 140 gr sale al sedano, 22 gr di foglie di terragone, 8 gr di foglie di coriandolo
Preparazione:
mettere sottovuoto per 24 ore le foglie di coriandolo, il dragoncello, il sale al sedano, l’acqua, lo zucchero e Patròn Silver. Filtrare con un normale colino, per poi ripetere l’operazione per almeno tre volte con un coffee filter. Infine, aggiungere: l’aceto e il lime.
Per il servizio: mettere 90 ml di Simply Green all’interno di un mixing glass, mescolare e filtrare nel bicchiere con un cubo di ghiaccio grande
Bicchiere:
tumbler basso
Guarnizione:
spicchio di lime

 

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