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Essse Caffè lancia la Sales Academy

Il progetto intitolato a Giampiero Segafredo partirà nel 2024 e punterà a formare i futuri collaboratori

Il 2024 di Essse Caffè inizia con una importante novità. Infatti, l'azienda lancia la Sales Academy "Giampiero Segafredo", il primo progetto di formazione gratuita e retribuita nel mondo della torrefazione verticale in ambito commerciale. Il percorso, intitolato al padre dell'attuale presidente Francesco Segafredo, mira ad attrarre e a coltivare talenti e professionalità.

Cos'è la Sales Academy "Giampiero Segafredo"

Essse Caffè è la storica torrefazione bolognese fondata nel 1979 da Francesco Segafredo assieme alle sorelle Chiara e Cristina. Dopo aver associato il proprio marchio al prodotto principale e a progetti speciali come il panettone realizzato in collaborazione con Sebastiano Caridi, l'azienda lancia un proprio percorso formativo. La Sales Academy nasce dall’esigenza di sperimentare un metodo innovativo per la ricerca e la selezione di ruoli commerciali. Per Essse Caffè significa formare i propri futuri collaboratori. Per le giovani leve, poter apprendere i meccanismi di un ruolo sfidante come quello commerciale. Un approccio che ribalta quindi il concetto di recruiting. Infatti, l’Azienda investirà sullo sviluppo delle risorse attraverso un percorso di formazione e affiancamento di tre mesi. Obiettivo: creare figure professionali competenti e preparate, staccandosi dall’usuale approccio del colloquio di selezione.

Come entrare nella Sales Academy Essse Caffè

La Sales Academy “Giampiero Segafredo” è aperta a tutti coloro che desiderano cimentarsi nel settore delle vendite. Il candidato ideale ha interesse e attitudini commerciali, ha voglia di lavorare a contatto con le persone e ama il caffè. Il corso durerà tre mesi, fatti di formazione intensiva in aula e sul campo. A seguire i candidati ci saranno docenti e personale esperto. Il focus è l'apprendimento, ma con un metodo diverso dal semplice stage. Infatti, gli studenti eseguiranno una full immersion formativa e remunerata. I diplomati alla Sales Academy Essse Caffè saranno profili commerciali completi e pronti per lavorare nel mondo del caffè. Le iscrizioni per il primo corso resteranno aperte fino al 31 gennaio 2024. Sui social ufficiali saranno diffusi gli aggiornamenti sulle future opportunità. Per candidarsi, inviare l’indirizzo email info@esssecaffè.it.

A Cup of Learning, il riscatto comincia dal caffè

Incontro ragazzi_Lavazza Cesvi
Fondazione Lavazza con Cesvi ha realizzato a Napoli una nuova edizione del programma di formazione che ha già coinvolto 400 persone in 16 Paesi del mondo

Dal 2017 Fondazione Lavazza popone a livello internazionale il modello di formazione A Cup of Learning che si rivolge a giovani in cerca di opportunità lavorative nel mondo del caffè, in particolare a coloro che provengono dai gruppi sociali più fragili.

Napoli è stata l’ultima tappa di questa iniziativa che si è svolta presso la Casa del Sorriso in collaborazione con l’organizzazione umanitaria Cesvi. Il training ha offerto gli strumenti migliori per Essere Barista a otto giovani del territorio che, guidati da trainer Lavazza, hanno appreso le tecniche di macinatura, il funzionamento della macchina espresso, i diversi metodi di estrazione ed anche la latte art. In chiusura di questo programma il cui obiettivo è trasformare una passione in professione, è stato consegnato ai partecipanti un diploma di riconoscimento. 

Da tempo Lavazza ha in Cesvi un partner di lunga data: «insieme crediamo che la formazione possa rappresentare un’opportunità di crescita per ragazze e ragazzi che vivono in contesti fragili» - ha commentato Veronica Rossi, senior manager Lavazza Group e manager Fondazione Lavazza.

Dal suo avvio ad oggi, A Cup of Learning ha formato più di 400 persone in 16 Paesi di tutto il mondo (Italia, Repubblica Dominicana, India, Albania, Haiti, Brasile, Cuba, Perù, Costa d’Avorio, Honduras, Ecuador, Stati Uniti, Australia, Francia, Germania e Regno Unito), permettendo l’attivazione di più di 90 tirocini nel settore della ristorazione e nelle caffetterie.

In Italia il progetto ha preso il via a Torino, dove si è svolto in più edizioni in collaborazione con enti pubblici e privati con il conseguimento da parte dei partecipanti del Diploma di Specialisti dell’Espresso, che ha ottenuto il riconoscimento del Ministero dell’Istruzione; a San Patrignano (RN) di concerto con la Comunità omonima; a Roma, con Save the Children Italia negli sportelli Civico Zero; a Milano, in collaborazione con Fondazione Comunità Milano e le Academies di aziende partner nel progetto specifico. L’edizione di A Cup of Learning, realizzata a Napoli presso la Casa del Sorriso, è stata fonte di ispirazione nella scelta di Lavazza di raccontare il progetto nella serie Rai Mare Fuori. 

Stock Spirits Italia porta Wild-Arbor in Europa

Il brand distributivo italiano fa squadra con The Reformed Spirits Company Ltd per portare in Europa la gamma di creme di liquori trasparenti

Trasparenti, naturali e sostenibili: sono le creme di liquore Wild-Arbor. Finalmente entreranno a far parte delle bottiglie a disposizione dei bartender europei, grazie alla partnership tra The Reformed Spirits Company Ltd e Stock Spirits Italia. «Una vera innovazione - ha commentato Evelina Teruzzi, CEO di Stock Spirits Italia Wild-Arbour - Non vediamo l’ora di farla diventare un altro leader di categoria e di collaborare con tutto il team di The Reformed Spirits Company».

Cos'è Wild-Arbor

Wild-Arbor si distingue, infatti, per una qualità eccezionale e un approccio innovativo. Le creme di liquore trasparente sono disponibili nelle varianti “Original”, “Magic of Equinox” con ciliegia e mandorla, e “Secrets of Solstice” con cardamomo e cannella.

Il gusto è quello ricco di una tradizionale crema di liquore, ma ha l’unicità di essere trasparente. Inoltre, è prodotto solo con ingredienti di origine vegetale, senza glutine e con quasi metà delle calorie. Si tratta di uno spirit estremamente versatile, perfetto sia da solo che miscelato.

Senza contare la sua forte attenzione per la sostenibilità. Oltre ad essere carbon neutral e ad applicare pratiche sostenibili, Wild-Arbor intensifica l’impegno per la riduzione del carbonio piantando almeno un albero per ogni bottiglia venduta.

Dove trovare Wild-Arbor

«Siamo entusiasti dell'opportunità di lavorare con un forte partner regionale come Stock Spirits Italia - ha dichiarato Jacob Ehrenkrona, CEO di The Reformed Spirits Company Ltd - Ci impressionano la straordinaria velocità con cui questa partnership si è concretizzata e il talento del team con cui saremo lieti di lavorare. Non vediamo l’ora di creare, insieme, un altro leader di categoria».

«Quando il mio team ed io abbiamo scoperto la gamma di creme di liquore Wild-Arbor, abbiamo immediatamente visto l’opportunità di colmare una lacuna nel mercato per un prodotto come questo che soddisfa le attuali preferenze dei consumatori - ha spiegato Evelina Teruzzi, CEO di Stock Spirits Italia - In particolare, siamo rimasti colpiti non solo dal gusto straordinario di tutte le varianti Wild-Arbor, ma soprattutto dall’unicità di questo liquore trasparente che ha la stessa consistenza cremosa delle tradizionali creme di liquore. Senza contare che Wild-Arbor è del tutto naturale, fatto con soli ingredienti di origine vegetale. Insomma: un prodotto versatile e dal gusto eccezionale, realizzato con materie prime di ottima qualità, e impegnato a salvare il pianeta».

Disponibile esclusivamente per il canale Ho.Re.Ca., Wild-Arbor sarà distribuito in Europa a partire dall’Italia, con un primo test già in corso nell’area di Firenze.

È Matteo Cassan il vincitore della Prime Uve Cup

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Matteo Cassan, vincitore di Prime Uve Cup, con Anna Maschio, proprietaria con il papa Italo e il fratello Andrea di Bonaventura Maschio
Il bartender di Robegano si è aggiudicato la finalissima della prima edizione della competizione targata Bonaventura Maschio. A Pierluigi Soccodato il Premio della Stampa

La Prime Uve Cup ha il suo campione. È Matteo Cassan, bartender freelance di Robegano (Venezia) che ha trionfato nella finalissima della prima edizione del contest targato Bonaventura Maschio.

Nata per stimolare la creatività e il talento dei bartender nello sperimentare le possibilità offerte in mixology dagli aromi e dal carattere di Prime Uve, nella versione Bianche e Nere, la competition ha celebrato il suo atto finale a Il Mercante di Venezia, presentata da Stefano Nincevich, vicedirettore di Bargiornale.  Ad alternarsi dietro il bancone i 6 concorrenti qualificatisi nelle tre semifinali, tutte svoltesi presso la sede della distilleria a Gaiarine (Treviso), presentate da Mattia Pastori, mixology expert e formatore presso la sua accademia Nonsolococktails.

A contendersi la vittoria, oltre a Cassan, c’erano: Marco Favretto, che ha giocato in casa, in quanto bartender de Il Mercante, Valeria Ramos dell’Hotel Splendido Mare di Portofino (Genova), Leonardo Iuga di Casa Cipriani Milano, Tommaso Bulegato, bartender freelance di Casale sul Sile (Treviso), e Pierluigi Soccodato del Blind Pig di Roma.

A giudicare la loro performance la giuria formata da Michele Di Carlo, esperto di distillati e liquori, consulente e presidente del Cocktail Classic Club, Simone Mina, titolare del ristorante Checchino dal 1887 a e brand ambassador per l’Europa di Ron Botran Anejo Massimo Macrì e Francesco Bruno Fadda.

Giuria che Cassan ha convinto con il suo cocktail La via della sete, dove ha miscelato Prime Uve Bianche con Amaro Bonaventura Erbe e Spezie, completando con uno shrub composto da aceto, sciroppo di miele e agrumi di stagione. Il bartender ha consolidato la sua posizione con la seconda prova, nella quale tutti i concorrenti sono stati chiamati a ideare e realizzare un drink al momento con un ingrediente estratto a sorte, da unire sempre a Prime Uve e ad altri prodotti Bonaventura Maschio.

Cassan ha così chiuso la gara al primo posto, davanti a Bulegato ( classificato) e Favretto ( classificato), conquistando la vittoria e il premio: un viaggio in Guatemala per visitare la distilleria Botran, i cui rum sono importati e distribuiti in esclusiva da Bonaventura Maschio.

Altro premiato della serata Pierluigi Soccodato, che si è aggiudicato il Premio della Stampa, assegnato dal perterre di giornalisti che hanno assistito alla gara e provato le creazioni de concorrenti.

La ricetta

La via della sete di Matteo Cassan

Ingredienti:
3 cl Prime Uve Bianche, 1.5 cl Amaro Erbe e Spezie, 3 cl shub “0 waste” (aceto mix, sciroppo di miele e agrumi di stagione)
Preparazione:
Stir and strain
Guarnizione:
polvere di limone
Bicchiere:
tumbler basso con cubo di ghiaccio 5x5
Side:
magnum “0 waste” con Prime Uve

Peroni Nastro Azzurro 0.0% annuncia la partnership con Scuderia Ferrari

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Una diretta mondiale per svelare Tifosi, la bottiglia limited edition di Peroni Nastro Azzurro 0.0% nata in collaborazione con Scuderia Ferrari

Un evento top secret per presentare la nuova partnership fra Peroni Nastro Azzurro e Scuderia Ferrari e per lanciare Tifosi Peroni Nastro Azzurro 0.0%, la bottiglia in edizione limitata nata dall’unione dei due brand. Per l'occasione è stata scelta Roma, città simbolo per il Made In Italy nonché casa madre del marchio birrario, dove intorno all’una del mattino del 30 gennaio si è svolto lo spettacolare Holographic Show, una proiezione sulla facciata del Palazzo dei Congressi. Una diretta mondiale secondo il fuso orario di Greenwich per svelare la collaborazione pluriennale tra due icone del puro stile italiano, Peroni Nastro Azzurro 0.0% e Scuderia Ferrari.

Segretissimo fino alla mezzanotte, l’evento di lancio organizzato da Peroni Nastro Azzurro 0.0% si è svolto in stile Rapimento & Riscatto. All’arrivo, un countdown gigante proiettato sulla facciata di Palazzo dei Congressi ha preceduto il momento di presentazione della partnership, con la proiezione sulla facciata dell’edificio dell’Eur, del cortometraggio The Brake In con protagonisti i piloti del team Scuderia Ferrari Charles Leclerc e Carlos Sainz. Nella storia per immagini, i due entrano furtivamente nello stabilimento Birra Peroni di Roma per sostituire le etichette delle bottiglie di Peroni Nastro Azzurro 0.0%, la linea no-alcol di Peroni Nastro Azzurro, con le nuove birre brandizzate Tifosi Nastro Azzurro 0.0%. Una volta compiuta la missione la scena viene conquistata dal gigante ologramma tridimensionale con una Peroni Nastro Azzurro 0.0% a tutto schermo, che diventa, con la nuova etichetta apposta ora dal Team Formula 1 di Scuderia Ferrari, la Tifosi Nastro Azzurro 0.0%.

Un’edizione limitata in 2.024 bottiglie, singolarmente numerate dalla 1 alla 2.024, che ha tutta l’intenzione di diventare un vero e proprio pezzo da collezione da distribuire in maniera selettiva ai più affezionati fan di Scuderia Ferrari in Italia, Regno Unito, Irlanda, Stati Uniti, Canada, Singapore, Romania e Australia. «Tramite questa partnership, intendiamo esaltare ogni momento per tutti i fan che rendono questo sport così speciale, incarnando la stessa passione e lo stesso stile che caratterizzano Peroni Nastro Azzurro 0.0% e Ferrari», ha detto Paolo Lanzarotti, Chief Executive Officer di Asahi Europe & International (di cui Peroni Nastro Azzurro è il premium brand di birra italiana). Questa partnership è anche l’unione di due iconiche aziende del made in Italy che «condividono molti valori, come l’attenzione ai dettagli e allo stile e la capacità di combinare tradizione e innovazione nei nostri rispettivi settori», ha aggiunto Frédéric Vasseur, Team Principal di Scuderia Ferrari.

A suggellare ulteriormente la partnership tra le due icone di stile, inoltre, la presenza del marchio sulle divise di piloti Ferrari e sulle vetture della Scuderia. Altra collaborazione già siglata è anche quella con la serie Ferrari Challenge Trofeo Pirelli, campionato monomarca nato nel 1993 tra Ferrari e Pirelli, dove la Peroni Nastro Azzurro 0.0% sarà presente in tutti gli appuntamenti.

Questa nuova avventura nel mondo della Formula Uno di Peroni Nastro Azzurro si inscrive nel solco da sempre tracciato dal marchio italiano di essere protagonista dei grandi eventi sportivi, non solo motoristici. Dopo il successo della tappa romana del torneo internazionale di golf della Ryder Cup, Peroni Nastro Azzurro sarà presente con la sua House of Peroni Nastro Azzurro anche in occasione del Sei Nazioni. Due le date italiane previste, il 3 Febbraio e il 9 Marzo, allo stadio Olimpico di Roma.

Annafranca Cugusi è la nuova campionessa della -Less is More+ Competition di MeMento

Memento competition 2024
La bartender di Olbia supera in finale il palermitano Nunzio Prestana, e si aggiudica un volo per Berlino

Less is more, e si potrebbe aggiungere "much more": Annafranca Cugusi vince la terza edizione della competizione di miscelazione analcolica firmata MeMento (la seconda con il nome -Less is More+, dato che la prima, nel 2019, era denominata Drink Outside the Box), tenutasi al Principe Bar dell’hotel Principe di Savoia, in Milano.

Classe '97, bartender presso il Diciosas di Olbia, Cugusi ha superato nella finalissima Nunzio Prestana (Vespa, Palermo), grazie a una migliore interpretazione degli ingredienti racchiusi nella Mistery Box messa a disposizione da OnestiGroup, distributore in esclusiva di MeMento per l'Italia.

No Name è il nome del cocktail vincitore, realizzato con MeMento, triple sec analcolico, succo di lime, basilico e tonica al sambuco (tecnica shake&strain, guarnizione con foglia di basilico), grazie al quale Cugusi ha convinto la giuria composta da Andrea Onesti, proprietario di OnestiGroup, Maurizio Sironi (ex bar manager del gruppo Cannavacciuolo), il sottoscritto Carlo Carnevale di Bargiornale, e presieduta da Marco Livia, bar manager de il Baretto di Riyadh, Arabia Saudita.

In semifinale, quando i concorrenti erano ancora quattro, di cui tre donne (le due eliminate sono state Marina Milan del Cantinero di Pinerolo e Sara Corbo del Winston Churchill di Imperia) Cugusi aveva proposto l'Aran-ciada, già vincente in fase di selezione iniziale (MeMento, succo d'arancia, succo di limone e sciroppo d'orzata, ispirato all'omonimo dolce sardo).

La competizione è stata un percorso che sintetizza la filosofia di MeMento, esposta dal patron Eugenio Muraro: «Dare qualcosa che sembra essere tolto, e che invece fornisce un'esperienza nuova». Prosegue Livia, protagonista in un mercato lanciatissimo sull'analcolico come quello saudita: «Gestire un bar analcolico è un'occasione per divulgare questa dimensione di miscelazione, proponendo anche pairing nuovi. Con MeMento, con cui lavoriamo orami da anni, è possibile replicare i cocktail più celebri con uguale soddisfazione».

Grazie al trionfo, Cugusi rappresenterà MeMento al prossimo Bar Convent di Berlino, che si svolgerà nei prossimi 14-16 ottobre.

Verso il Gelato Day, Claudio Pica: «Il futuro è del made in Italy»

ph. Adriana Forconi
Tra professionisti sempre più specializzati e l'Asia sempre più innamorata del nostro Paese, ecco come potrebbe chiamare il mondo dell'arte fredda. A tu per tu con Claudio Pica, segretario generale Aig

Gelato Day, la Giornata Europea del Gelato Artigianale, si celebrerà il 24 marzo ed offre un'occasione di riflessione sul futuro del settore e i suoi professionisti. Claudio Pica, Segretario Generale A.i.g., vede uno scenario fatto di specializzazione, franchising e made in Italy. Tuttavia, affinché venga preservata la maestria dell’intera filiera del gelato, sarà essenziale portare il marchio Italia ovunque si voglia fare e vendere il gelato. Del resto, se la parola stessa è ormai diventata universale il motivo è semplice: quando si parla di gelato, si pensa all’Italia.

Gelato Day, i numeri del settore tra Europa ed Italia

Durante la conferenza stampa dedicata a Gelato Day 2024, tenutasi al Sigep, è emerso come il Vecchio Continente resti leader per numero di gelaterie. Se ne contano 65 mila, che impiegano 300 mila addetti. Inoltre, l'Europa fa volare i consumi di gelato, con in testa l’Italia (39 mila punti vendita, di cui oltre 9.300 gelaterie, 12.000 pasticcerie e circa 18.000 bar che offrono gelato artigianale), Germania (9.000 punti vendita di cui 3.300 gelaterie pure), Spagna (2.200), Polonia (2.000), Belgio (1.200), ma non meno importante è anche la presenza in Inghilterra, Austria, Grecia e Francia. Nel 2023 gelaterie e volumi di vendita hanno registrato un leggero aumento (per entrambi +1%), il 2023 sarà però ricordato per l’impennata storica del fatturato. Infatti, si è registrata una crescita dell'11%, per un valore che ha superato il traguardo dei 10,9 miliardi di euro. Nel 2022 il fatturato si era fermato a 9,83 miliardi del 2022 e nel 2021 si erano toccati gli 8,7 miliardi. La ragione di questa crescita sta nell'aumento dei prezzi delle materie prime, che in Europa ha toccato il 10%. Tuttavia, è cresciuto anche il numero delle gelaterie, i flussi turistici e la durata delle stagioni, che hanno portato ricavi marginali più alti. In Italia il 2023 ha portato un fatturato legato al gelato pari quasi a 3 miliardi di euro tra gelaterie, pasticcerie e bar con gelato, con una crescita dell'11%.

L’intervista a Claudio Pica: «Ingrandiamoci e andiamo all'estero»

Quale sarà il futuro del gelato?

Il futuro del gelato sarà roseo, soprattutto per quei gelatieri che saranno in grado di non perdere di vista due obiettivi.

Quali?

Il primo: bisogna affrancarsi dall’idea della piccola gelateria, che fa tanto Italia, è vero, ma che non è più sostenibile. Meglio puntare sui franchising o l’aumento di più punti vendita con un unico centro di produzione.

E il secondo?

Bisogna anche iniziare a valutare di andare all’estero per avviare il proprio business. In Italia c’è mercato per l’alta qualità, ma per la fascia medio bassa il mercato è saturo.

In un tempo in cui si mette l'intelligenza artificiale al lavoro in ogni settore, quale sarà il ruolo dei professionisti di coni e coppette?

Bisogna specializzarsi, competere e non interpretare la professione come un ripiego. Non bastano un paio di settimane presso un’industria di semilavorati per avviare una gelateria. Le macchine di quinta generazione avranno un impatto sui laboratori, specie in un momento storico come questo dove si fatica a trovare personale e un robot può aiutare a svolgere determinate operazioni. Ma c’è un aspetto da tenere d’occhio lungo tutta la filiera.

Quale?

Visto che il consumo di gelato è in aumento bisogna lavorare per preservare l’italianità del gelato lungo tutta la filiera, dai macchinari alle materie prime. In Italia il contesto multiculturale della popolazione attuale sta portando professionisti di diverse nazionalità a cimentarsi con prodotti italiani. Ciò non ha ancora interessato il settore del gelato, ma succederà. Quindi bisogna far sì che la filiera del gelato resti italiana, lavorando anche sulla riscoperta dei territori.

L'Europa guida il mercato del gelato, anche se ormai è una parola nota in tutto il mondo. Quali saranno i Paesi che ci stupiranno di più nel futuro, fuori dall'Europa, in fatto di gelato?

Bisogna tenere d’occhio i mercati asiatici, che amano il made in Italy, e il Nord Africa. Inoltre, vanno sfruttate le mete turistiche come approdo di quello che è il nostro prodotto agroalimentare più iconico, il gelato.

Sigep 2024, tutti i vincitori dei concorsi dedicati al gelato

La quarantacinquesima edizione della manifestazione dedicata all'arte fredda ha svelato tantissimi talenti. Ecco i risultati di tutte le competizioni del settore

Dal 20 al 24 gennaio Sigep 2024 è stato il teatro di tantissime gare dedicate all'arte bianca, dolce e salata. Il 45° Salone Internazionale del Gelato Artigianale, della Pasticceria, della Panificazione e del Caffè ha messo in competizione anche i professionisti dell’arte fredda, che si sono sfidati a colpi di coni e coppette. Oltre agli attesi risultati della Gelato World Cup, ecco tutti i risultati delle principali competizioni professionali dedicate alla gelateria.

Gelato Festival World Masters: I vincitori annunciati a Sigep 2024

  1. Sacha Copigneaux (Francia)
  2. Noah Bühler (Svizzera)
  3. Julie Flaven (Francia)

Gelato Festival World Masters, la principale competizione mondiale per singoli gelatieri è in viaggio per il periodo 2022-2025 alla ricerca del miglior gelato del mondo. Dopo 49 tappe in 18 mesi, ha festeggiato la cinquantesima tappa al Sigep di Rimini, , con lo European & Middle East Challenge a cui hanno partecipato 14 gelatieri da Austria, Svizzera, Francia, Portogallo, Estonia, Regno Unito ed Egitto. A trionfare è stato Sacha Copigneaux della gelateria Sacha Glace di Marsiglia (Francia) con il gusto "Néroli", un gelato con acqua aromatizzata all’arancio e pistacchio. Secondo posto per Noah Bühler della gelateria Gelatissimo Gmbh di Hinteregg (Svizzera) con il gusto "Dalla natura per la natura", a base di gelato Fior di latte, black tea e noci tostate. Chiude il podio Julie Flaven della gelateria Flazzi di Forcalquier (Francia) con il gusto "La Flazzita". La giuria era composta dai maestri gelatieri: Andrea Soban, Ciro Chiummo, Vincenzo Pennestrì.

Sigep Gelato D’Oro 2024

  • Roberto Miranti (Pasticceri)
  • Gabriele Fiumara (Gelatieri)
  • Salvatore Ravese (Gelatieri)
  • Marco Reato (Gelatieri)

È Roberto Miranti il vincitore di Sigep Gelato d’Oro 2024 per la sezione “Pasticceri”. Per la sezione “Gelatiere” invece il vincitore è Gabriele Fiumara. Secondo posto per Salvatore Ravese e terzo per Marco Reato. “Sigep Gelato d’Oro” è la selezione italiana organizzata da Conpait – Confederazione Pasticceri Italiani e presieduta da Angelo Musolino. Obiettivo: decretare il gelatiere e il pasticcere che competeranno nella seconda edizione di Gelato Europe Cup, in programma a Sigep 2025. La competizione si è svolta nell’ambito di Sigep 2024, nella Gelato Arena, e avvia il percorso verso la XI edizione della Gelato World Cup. Nel corso di “Sigep Gelato d’Oro” la giuria ha valutato: gusti, struttura, presentazione e innovazione dei gelati presentati dai partecipanti. I vincitori Roberto Miranti e Gabriele Fiumara saranno parte del team Italia nella seconda edizione di Gelato Europe Cup, in programma a Sigep 2025.

Gelato su tela

  • Davide Scutece (Categoria Pittorica)
  • Paola Canzonetta (Categoria Digitale)

Proclamati i vincitori della prima edizione di “Gelato su Tela”, la mostra concorso di pittura tradizionale e arte digitale ideata dagli organizzatori Nicole Montelli e Davide Scantamburlo andata in scena a Sigep 2024. Per la categoria pittorica il vincitore è l’artista Davide Scutece con l’acrilico su tela dal titolo "Il Chiosco Gelato". Per la categoria digitale vince l’artista Paola Canzonetta con la sua opera di arte digitale "Gelato Caduto". La giuria della competizione era composta da Angelo Grasso, presidente, maestro gelatiere, formatore, consulente e illustratore; Marco Cavedagni, presidente di Acomag; Emanuela Balestrino, giornalista professionista e redattrice della rivista TuttoGelato; Maria Teresa Pelosi, artista e consulente nel settore del visual merchandising; Davide De Stefano, della “Gelateria Cesare” di Reggio Calabria e responsabile ramo Gelateria per l’Associazione Conpait (ha partecipato in sua rappresentanza il figlio Cesare De Stefano); Antonio Servillo, pittore e vicepresidente dell’associazione “Cento Pittori via Margutta”.

Miglior gelatiere dell’anno secondo l’Associazione Italiana Gelatieri

Danilo Cinelli miglior gelatiere dell’anno 2024, all’interno del contest organizzato dall’Associazione Italiana Gelatieri (Aig) a Sigep, che lo ha visto trionfare anche nel neonato concorso “Memorial Lorenzo Cagnoni - Mille idee per un nuovo gusto”, dedicato al presidente di Ieg scomparso lo scorso settembre. Nello storico “Memorial Alberto Pica - Gelato gusto stracciatella”, invece, la medaglia d’oro è andata a Alessandro Squatrito. I concorsi dell’Aig hanno confermato il grande estro dei gelatieri, sia italiani sia stranieri (tantissimi, provenienti in particolare dal Giappone), e la loro instancabile ricerca della qualità attraverso l’utilizzo di materie prime e lavorazioni sempre più sostenibili. Appuntamento nei prossimi mesi, quando inizieranno le qualificazioni della III edizione della Coppa Italia di Gelateria.

Torna la Margarita Challenge di Cointreau: sfida a colpi di ingredienti regionali

La quarta edizione della competizione si terrà in primavera e coinvolgerà i bartender più creativi d'Italia

Dopo il successo dell'edizione 2023, che ha celebrato il 75° anniversario del famoso cocktail, Cointreau annuncia la quarta edizione della Margarita Challenge. La frizzante sfida è rivolta ai più creativi bartender d’Italia, che si sfideranno a colpi di Margarita, realizzato con ingredienti tipici delle regioni italiane.

Le regole della Margarita Challenge

Oltre a rispettare le componenti obbligatorie del drink (almeno 25ml di Cointreau e sale), ogni concorrente dovrà aggiungere gli ingredienti caratteristici della città italiana a cui si è ispirato per rivisitare il Margarita. In questo modo si potrà unire la celebrazione delle proprie radici al fascino di questo storico cocktail. Inoltre, l’estetica del drink dovrà rispecchiare gli elementi emblematici della città a cui questo fa riferimento.

Come partecipare alla Margarita Challenge

Per partecipare alla sfida i bartender dovranno inviare la propria candidatura sul sito della Margarita Challenge entro il 31 marzo 2024 e registrare così la propria rivisitazione del Cointreau Margarita.

Le ricette presentate verranno in seguito vagliate da un’esperta giuria del settore, che selezionerà le proposte più meritevoli. Verranno valutati gli ingredienti, le competenze tecniche, l’esposizione del preparato e la qualità fotografica.

Il premio della Margarita Challenge

A metà aprile verrà annunciato il vincitore della competizione, che avrà la possibilità di volare ad Angers, in Francia, per visitare la storica distilleria della Maison Cointreau. Inoltre, potrà partecipare a un’esclusiva masterclass e affinare così le proprie tecniche da bartender. Ricordiamo che Cointreau e tutti i marchi Rémy Cointreau sono distribuiti in Italia in esclusiva da Molinari.

In più, potrà essere selezionato dalla giuria global e rientrare tra i 10 super finalisti che si sfideranno nella challenge internazionale ad Angers. Sarà un’occasione imperdibile per i bartender italiani, che potranno così avere l’onore di rappresentare il Belpaese in una competizione prestigiosa, celebrando uno dei cocktail più apprezzati al mondo.

Sigep 2024, tutti i vincitori dei concorsi di pasticceria

La quarantacinquesima edizione, andata in scena tra il 20 e il 24 gennaio, ha incoronato tantissimi talenti dell'arte dolciaria. Ecco i risultati di tutte le competizioni del settore

Sigep 2024 ha appena fermato i suoi motori, lasciando dietro di sé tantissimi premi e riconoscimenti. Dal 20 al 24 gennaio si sono tenute numerose competizioni dedicate al mondo della pasticceria, che hanno premiato professionisti di tutta Italia. Ecco i risultati delle principali competizioni professionali dedicate all'arte dolciaria.

Campionato italiano pasticceria juniores: i vincitori di Sigep 2024

  1. Giuseppe Bonfiglio
  2. Francesco Marchitto
  3. Vincenzo La Monica

Nel pomeriggio di sabato 20 gennaio, presso la Pastry Arena (Padiglione B5), si è svolta la premiazione del Campionato Italiano di Pasticceria Juniores. In questa competizione si sono sfidati nove tra i più promettenti talenti del Paese. Il tema: “Un futuro sostenibile”. Un concorso unico nel suo genere, rivolto agli under 24, per i quali rappresenta una prima grande opportunità per iniziare una carriera di successo. In giuria hanno partecipato i maestri delle associazioni Apei (Ambasciatori Pasticceri dell’Eccellenza Italiana) e Ampi (Associazioni Maestri Pasticceri Italiani). Insieme hanno selezionato i vincitori delle tre specifiche prove di gara: presentazione artistica in zucchero, pastigliaggio o cioccolato; monoporzione; cioccolatini. A trionfare è stato il ventunenne Giuseppe Bonfiglio, originario di Sant’Eufemia d’Aspromonte (Reggio Calabria). Sul secondo gradino del podio è salito Francesco Marchitto (San Severo, Foggia). Il terzo classificato è stato Vincenzo La Monica (Venetico Marina, Messina).

Campionato italiano pasticceria seniores

  1. Marco Deidda
  2. Emilio Glorioso
  3. Sabeur Dabbabi

Marco Deidda è il nuovo campione italiano di pasticceria seniores. Il trentanovenne di Cagliari ha trionfato ieri nella categoria over 24 che vedeva in gara dieci concorrenti sfidarsi sul tema "In viaggio verso l’Oriente" attraverso due differenti prove: presentazione artistica in zucchero, pastigliaggio o cioccolato e torta al cioccolato. A lui ora spetterà l’onore di rappresentare Sigep ed Italian Exhibition Group nelle più importanti competizioni internazionali, ovvero il premio dedicato al vincitore. Sul podio, oltre a Deidda, secondo posto per Emilio Glorioso, 35 anni, originario di Cefalù (Palermo), mentre il terzo gradino è andato al giovane Sabeur Dabbabi, venticinquenne di origini tunisine ma nato a Gorla Minore (Varese) dove tuttora risiede. A giudicare i concorrenti c’erano i maestri delle associazioni Apei e Ampi.

Juniores Pastry World Cup

  1. Francia
  2. Chinese Taipei
  3. Hong Kong

La Francia ha vinto la Juniores Pastry World Cup, manifestazione a squadre unica al mondo rivolta ai giovani talenti under 23. In gara c’erano undici squadre. Il team francese era composto da due giovani pasticcieri e un team manager, ovvero Pierre-Henri Roullard, Alistair Smith e Julien Maheux. Secondo posto per Chinese Taipei, con il trio Kuo Yi Lee, Che Wei Lee e Shang Cheng Wang. Il terzo gradino invece è andato a Hong Kong con Yiu Man Roger Fok, Lok Yin Lee e Ho Man Yiu. Il tema di quest’anno, scelto dal presidente del concorso Roberto Rinaldini, era “Miti e Leggende”: raccontare un mito o una leggenda del proprio Pase di appartenenza per valorizzarne cultura e storia attraverso le creazioni dei pasticcieri. Le opere d’arte sono arrivate da tutto il mondo: Australia, Cile, Filippine, Francia, Perù, Chinese Taipei, Hong Kong, India, Malta, Corea del Sud e Uzbekistan. Le diverse prove andavano dalla presentazione artistica in cioccolato e zucchero, a torta moderna al cioccolato, dessert tipico dello street food del proprio Paese di origine e un sorbetto bicchiere vegan. A giudicarli è stata una giuria internazionale costituita dai team manager delle undici squadre con presidente d’onore il Maestro Iginio Massari e presidente di giuria il Maestro Eugenio Morrone.

Amara Agricolo: storia di terra e di famiglia

Amara Agricolo
Celebra la natura siciliana e lavoro degli agricoltori che curano gli agrumeti dell'azienda l'ultimo nato di Amara. A raccontarcelo in esclusiva è Ivan Scavo, liquorista del brand

«Se vedessi come è bella da vicino la nostra Etna! Dal Belvedere del convento si vedeva come un gran monte isolato, colla cima sempre coperta di neve; adesso io conto le vette di tutti codesti monticelli che gli fanno corona, scorgo le sue valli profonde, le sue pendici boschive, la sua vetta superba, su cui la neve, diramandosi per burroni, disegna immensi solchi bruni».

Giovanni Verga nel celebre Storia di una capinera tratteggia il vulcano come un dono, pennellato di romanticismo e intriso di una forza maestosa e vitale che tutto irradia. Ed è cosa vera. Qualsiasi cosa venga piantata sul territorio lavico cresce forte e rigogliosa, come sospinta da magmatiche energie. Le arance della pianura di Catania (‘A Chiana per gli autoctoni, ndr.) sono forse l’emblema di un popolo che vede nell’agricoltura non solo sostentamento, ma anche riscatto. Se questo passa soprattutto attraverso alcoliche opere d’ingegno il risultato non può che essere apprezzabile.

La storia dell’azienda Rossa Agricola, produttrice del pluripremiato Amaro Amara (leggi Amaro Amara “best digestive” per i World Liqueur Awards) s’intreccia saldamente con i valori della terra tramandati attraverso saperi e mestieri. Quest’anno Amara compie dieci anni e non sarà forse un caso che l’ultima etichetta sia un omaggio proprio a quella terra che fu donata a Edoardo Strano, fondatore dell’azienda e produttore di Amara, dal nonno. Cento ettari di terreno, parte dell’eredità del nonno, produttore e commerciante astuto e intelligente, che riesce in pochi anni a cambiare le sorti della sua famiglia e delle generazioni a venire con il commercio delle arance e il duro lavoro nei campi. Nato senza terra riuscirà a lasciare a tutti i figli un tesoro di terra nera, vulcanica, fertilissima, interamente piantata ad agrumi.

Ed è proprio da questa terra e dall’amore per la campagna che Edoardo ebbe l’intuizione nel 2014 di declinare tutto quel patrimonio di arance in una bottiglia di amaro che riuscisse a esprimere la quintessenza della Sicilia e del suo vulcano. Nasce così Amara, amaro prima e brand poi.

La "famiglia" Amara

Nel corso degli anni, sotto questo cappello profumato e agrumato, nasceranno interessanti release a iniziare da quella ottenuta in partnership con Caroni attraverso il distributore Velier e il suo patron Luca Gargano. L’amaro prodotto riposa per 24 mesi nelle botti del famoso rum di Trinidad dando così vita a un liquore originale e distintivo.

Due anni fa nasceva invece Bark, l’etichetta di Amara dedicata alla corteccia degli alberi di arancia. Sembra strano realizzare un amaro partendo dalla corteccia, eppur si muove, avrebbe detto qualcuno. Durante la potatura estiva viene prelevato un legno ricco di linfa e dal profumo intenso che dona sentori e profumi unici per la realizzazione di quest’etichetta.

Un omaggio alla terra e al lavoro

E si arriva ai giorni nostri con l’ultimo nato in casa Amara: Agricolo, focus del nostro articolo. «Amara Agricolo vuole celebrare la natura e il lavoro nei campi – ci spiega il fondatore Edoardo Strano. Il mio amore per la campagna doveva essere onorato anche attraverso le maestranze che ogni giorno con il loro impegno rendono unica questa terra. Un omaggio alla terra e al lavoro quindi, in una bottiglia speciale per festeggiare la bellezza di vivere».

E in questa bella passeggiata fra gli aranceti, ci siamo diretti verso la sala degustazione dove ad accoglierci c’era Ivan Scavo, instancabile liquorista di Amara che, come un novello Efesto nella sua fucina, ci ha raccontato il prodotto in esclusiva nazionale.

Ivan Scavo, lei è il liquorista di Amara dalla notte dei tempi. Parte del successo di questi prodotti è naturalmente anche suo. Com’è scattata questa passione per i liquori e come si è ritrovato in Amara?

Inizia tutto negli anni Novanta. I miei avevano un bar e io praticamente sono cresciuto dietro il bancone. Tenevo molto a questo locale tant’è che successivamente lo presi in gestione. Conobbi Edoardo Strano ai tempi dell’università e fu proprio in quel periodo, mentre studiavamo in quella che poi diventerà l’azienda di famiglia, che iniziavamo i primi esperimenti. Producevamo liquori veramente home made come il cannellino, la crema di limone, la crema di cacao e così via. Una produzione divertente e senza pretese, da offrire a parenti e amici. Ci siamo persi per un tot di anni e poi riapparve un giorno con questa grande idea, Amara. Dovevo stare lì solo qualche mese per dare una mano nella fase di start-up e sono ancora qui. Era il 2016. Pensi che volevo andare all’estero per aprire un ristorante, strana la vita!

Com’è cambiata l’azienda col suo ingresso? Ricorda quegli inizi pionieristici?

Li ricordo come fosse oggi! Eravamo davvero una piccola realtà, pensi che quando arrivai in azienda i contrassegni sulle interfalde erano inseriti col pennellino, inimmaginabile ai tempi odierni! Per dare un’idea della crescita che ha avuto l’azienda in questi anni basta guardare i lotti di produzione. Quando arrivai erano da 400 litri, oggi siamo oltre i 6.000.

Non c’è il rischio che l’aumento di questi numeri tolga un po’ di artigianalità al prodotto?

Direi proprio di no, paradossalmente il processo è più artigianale oggi. Prima l’infusione era di sessanta giorni esatti, oggi inizia a gennaio e si conclude entro maggio, tempo permettendo, e le scorze d’arance vengono cambiate con intervalli di 15 giorni. Ho parlato di arance al plurale perché prima, durante l’infusione di sessanta giorni, veniva utilizzata solo una varietà, adesso vengono utilizzate tutte le migliori qualità dei nostri agrumeti. Un bel salto in avanti nel segno dell’artigianalità.

In principio fu Amaro Amara, poi Caroni, successivamente Bark e adesso il neonato Agricolo. Cos’ha di diverso quest’ultimo rispetto agli altri in termini di gusto e produzione?

Beh, tutto direi. Con questo etichetta volevamo qualcosa di veramente diverso e pensiamo di esserci riusciti. Nello specifico mentre le botaniche di Bark sono le stesse di Amara, per Agricolo sono proporzionate in maniera totalmente differente. Inoltre cambia radicalmente il carico zuccherino. Consideri che gli amari in genere hanno quella tendenza al dolciastro e viaggiano su una grammatura di 200 per litro. L’Amara classico è già a 130. Agricolo si attesta sui 70 grammi per litro, un amaro decisamente più strong, anche perché il volume alcolico è passato da 30 a 35 gradi.

Quindi più amaro e più alcolico, come mai questa virata?

Volevamo creare una bevuta diversa, pur facendolo restare morbido e senza il classico pizzico in gola, anche grazie al lavoro incredibile, devo ammettere, fatto sulla ginestra. La ginestra è una pianta difficile e non immediata. Non si può andare sull’Etna, raccogliere la prima ginestra che si trova e metterla in infusione. Alcune varietà sono tossiche. Ecco, il lavoro è stato davvero meticoloso.

Direi che è arrivato il momento di assaggiarlo e sospetto non lo berremo ghiacciato come le tendenze marketing suggeriscono.

E dice bene! Si perderebbe tutto il buono di questo amaro: arancia in testa, amaricante al centro e nel retrogusto una gradevole evoluzione floreale data dalla ginestra. Ghiacciato sembra tutto buono, anche il diesel! (Ride) Il problema è dopo. La temperatura di servizio ideale è fra gli 8 e 10 °C, in modo da apprezzare meglio le botaniche. Se proprio vogliamo rinfrescarlo di più consiglio un utilizzo nella mixology come spalla per un Negroni o un Americano, ottimo per esempio per il taglio di un bitter.

Beh, mi pare ci siamo detti tutto, o quasi. Prossima uscita?

È davvero un work in progress, non c’è ancora di definitivo, forse nel 2025, ma è solo un esperimento…

Stia tranquillo, non lo dirò a nessuno.

Beh, diciamo che abbiamo acquistato 16 botti, tutte con legnami diversi. Stiamo affinando Amara a 40 gradi, blendandolo con questi legni, tutti di primo passaggio. Il risultato dovrebbe essere un amaro tipo “barricato” con tutta una serie di sentori provenienti dalle diverse botti, ma ripeto è solo un’idea.

A proposito di idee, per i 10 anni di Amara non avete nulla in programma, magari una festa?

Sarebbe bello, grazie per l’idea, ci pensavo anche io. Mi farò portavoce, del resto ambasciator non porta pena, ma amaro (Amara) in questo caso.

Alla scoperta di Rump@blic Origins con Giacomo Diamante

Rump@blic Origins presentazione
La nuova gamma del brand di Illva Saronno è composta da una selezione di rum da tutto il mondo con diversi invecchiamenti e distillazioni, che ripercorrono la rotta della canna da zucchero. A presentarla il fondatore di Enjoy! con un viaggio nella storia della miscelazione tra gli anni Venti e Quaranta del Novecento

Le vie del rum sono infinite. A ripercorrerle, se non tutte per lo meno in buona parte, è intenzionato Rump@blic. Il brand di rum di Illva Saronno sta infatti conducendo un suo originale percorso alla riscoperta delle origini del distillato. Un percorso che dopo il lancio della Rump@blic Sicilian Legacy (leggi Rump@blic Sicilian Legacy, un viaggio nel gusto dalle Barbados alla Sicilia) la linea di rum in edizione limitata provenienti da diversi Paesi e affinati in botti ex Marsala presso le storiche Cantine Florio, in Sicilia, di proprietà del gruppo, ora si arricchisce di un nuovo capitolo: Rump@blic Origins.

Un progetto nato dalla volontà di esplorare distillati con identità diverse e specifiche, ripercorrendo la rotta della canna da zucchero, la materia prima del rum, pianta originaria dell’Asia orientale, giunta in Europa con gli arabi, che la portarono in Spagna e in Sicilia, e poi diffusasi in Africa e nel Nuovo Mondo.

Il risultato è una selezione di rum provenienti da tutto il mondo, caratterizzati da differenti metodi di distillazione e invecchiamento: Ghana & eSwatini, Spagna & Venezuela e Thailandia & Filippine. Tre referenze (tutte con alc. 41,5% in vol), ognuna frutto del blend di rum di due Paesi, piene espressioni dello stile e della tradizione del distillato delle aree di origine. Prodotti che raccontano l’idea del viaggio e della ricerca che anima il progetto fin dall’etichetta, arricchita dalla presenza delle coordinate geografiche che guidano il consumatore alla scoperta del Paese di provenienza dei rum.

I nuovi arrivati

Il primo, Rump@blic Origins Ghana & eSwatini, è un rum dall’anima africana, che nasce dall’unione di un rum ghanese distillato in pot still da succo di canna da zucchero e un rum da melassa distillato in colonna proveniente dall’eSwatini, un piccolo stato situato nel sud-est del Continente. Non invecchiato, di colore trasparente, ha un aroma bilanciato, con note pepate e sentori leggermente speziati che lo rendono perfetto per un Daiquiri donando al cocktail un particolare kick di note fruttate e speziate.

Rump@blic Origins Spagna & Venezuela è invece un rum in stile spagnolo, caldo, morbido e rotondo. È frutto del blend di un rum spagnolo distillato column still e un pot still del Venezuela, entrambi invecchiati 3 anni in botti di rovere ex bourbon. Di colore paglierino, ha un gusto ben strutturato, con note floreali che arricchiscono l’aroma fragrante, regalando una piacevole morbidezza, rotonda ma leggera allo stesso tempo, perfetto da apprezzare liscio, accompagnato da cioccolato fondente.

Infine, Rump@blic Origins Thailandia & Filippine, che prende vita dall’incontro di rum pot e column still, da melassa e succo di canna, provenienti dalla Thailandia e dalle Filippine. Dorato, morbido e rotondo, con un leggero tocco speziato, il tutto completato da un retrogusto di liquirizia, esprime al meglio la complessità e la particolarità dei rum del sudest asiatico e si presta sia al servizio neat sia alla miscelazione.

Un viaggio nella storia della mixology

Attualmente prodotti in sole 8000 bottiglie per tipologia, i Rump@blic Origins sono stati presentati in un evento tenutosi a l’Hostaria ai Do Archi di Padova, locale costituito da due anime distinte e ben amalgamate tra loro, un elegante wine bar e un cocktail bar dall’atmosfera esotica. A tenere a battesimo la nuova gamma la masterclass di Giacomo Diamante, figura di spicco della bar industry, bartender, formatore, ricercatore e fondatore di Enjoy! Artigiani del Bere, azienda con sede a Vicenza dalle diverse attività: scuola di formazione, cocktail bar e attiva nella consulenza sia ai locali sia ai produttori di spirit e non solo, e nei servizi di catering.

Nella sua masterclass, attraverso quattro cocktail creati con i nuovi rum per mostrare le diverse possibilità che questi offrono ai bartender, Diamante ha ripercorso un altro viaggio, questa volta nel tempo, ovvero nella storia della miscelazione e precisamente quella che va dai primi anni Venti ai primi anni Quaranta del secolo scorso, partendo dai Cantineros de Cuba, passando per i Faux Tropicals fino alla prima era Tiki.

«Parliamo di rum selezionati e blendati tra loro, con invecchiamenti particolari, dalla forte identità, ma insieme facili da abbinare ad altri ingredienti e che per le loro peculiarità si sposano alla perfezione con i concetti di miscelazione di queste tre grandi tradizioni che hanno innovato la cultura del bere moderno, dove il rum è il grande protagonista – racconta Diamante -. Prodotti che si possono utilizzare in drink che vengono dal passato, come gli Old Fashioned e per altre varianti di classici a base whiskey o unirsi a parti citriche in cocktail con una preparazione tecnica molto elevata, secondo la lezione dei Cantineros. Si possono unire a purea, polpe, succhi per dare vita a drink più “facili” da comprendere per un pubblico main stream, come i cocktail falsi tropicali. Ma permettono anche l’abbinamento di diversi tipi di rum con una lavorazione degli ingredienti molto complessa, che è la base della miscelazione tiki».

La Cuba dei Cantineros

Alla Cuba del Club dei Cantineros, pietra miliare nella storia della miscelazione, rimanda Daiquili, twist sul Daiquiri preparato con Rump@lic Sicilian Legacy Jamaica, la seconda release della linea Sicilian Legacy, unito a maraschino, succo di lime e zucchero, il cocktail simbolo di quella stagione.

Siamo nel pieno della golden age della miscelazione cubana, quando l’isola, dopo l’inizio del Proibizionismo negli Stati Uniti, rafforza il suo status di “paradiso tropicale”, diventando la meta prediletta delle personalità dell’alta società, del mondo degli affari, della cultura dell’epoca. Cuba diventa la terra promessa di molti grandi bartender, da ogni angolo del globo e sull’isola fioriscono locali e hotel scintillanti che offrono un servizio ai massimi livelli per gli importanti clienti.

«Qui per iniziativa di Emilio “Maragato” Gonzalez e Costantino Ribalaigua Vert, quest’ultimo considerato il padre della miscelazione cubana, nel 1924, nasce il Club dei Cantineros, la prima associazione di bartender al mondo, creata per favorire crescita professionale della categoria e formare i bartender, che venivano dall’epoca barocca della mixology, a quella che sarebbe diventata la miscelazione moderna, più internazionale, aperta a un pubblico più eterogeneo rispetto al solo pubblico americano – prosegue Diamante -. Con il Club dei Cantineros, nasce anche la figura moderna del bartender, che, oltre a saper ideare e preparare cocktail, mette al centro il cliente ed è maestro di ospitalità». Nella scuola dell’associazione venivano infatti insegnate fino a sette lingue, oltre a diversi argomenti, dalla storia all’economia, dalla cultura generale alle regole degli sport più in voga, proprio per consentire al professionista di interagire con qualsiasi cliente.

«In quel periodo a Cuba si riproducono i drink che andavano di moda negli Usa, quindi i classici drink Old Fashioned, o Manhattan, ma rielaborati in chiave rum – racconta l’esperto -. Al tempo stesso i Cantineros, grazie alla loro tecnica sopraffina e alle loro conoscenze, svilupparono una serie di drink immortali, dove il rum si unisce a una parte citrica e a zucchero, rielaborando ed elevando antiche formule della tradizione del bere dell’isola e caraibica, che trovano nella ricetta del Daiquirì l’esempio migliore di equilibrio e una delle più alte espressioni. Cocktail questo che proprio Costantino Ribalaigua Vert, barman e dal 1918 anche proprietario di La Floridita a L’Avana, contribuì a rendere famoso, creandone e proponendone nel suo locale diverse versioni».

I cocktail falsi tropicali

Con Dasy de Santiago ci si sposta ai primi anni Trenta, quando con la fine del Proibizionismo e il rilancio dell’economia americana, con il New Deal del presidente Franklin Delano Roosevelt, la situazione cambia radicalmente. A Cuba arrivano ora le famiglie americane che, migliorate le condizioni economiche, possono permettersi una vacanza esotica in un luogo vicino. «Mentre molti dei grandi bartender cubani si spostano verso mete più importanti, come i cocktail bar d’albergo europei o nei locali americani in posizioni di alto rilievo, dove diffondono la loro lezione, nell’isola, ma anche negli Usa, si aprono nuovi bar che guardano a questo nuovo pubblico e raccontano non la Cuba della tradizione, ma quella che l’americano medio ha scolpita nel suo immaginario e propongono una miscelazione più commerciale – spiega Diamante -. Nascono allora i cocktail falsi tropicali, una miscelazione che imita quella dei maestri Cantineros, ma senza lo studio, l’eleganza e la tecnica di questi, che attinge alla tradizione e la rende più semplice e bevibile in linea con le aspettative di questi clienti, e dove si usano spesso preparati industriali, come succhi liofilizzati, polpe, che proprio allora cominciano a diffondersi sotto impulso della crescente industria americana. Un grande esempio di faux tropicals è la Pina Colada, cocktail della tradizione caraibica che acquista la formula oggi nota con l’introduzione del cocco».

E tra la miscelazione dei cantineros e i falsi tropicali si colloca il drink creato dal bartender, miscelando Rump@lic Origins Thailandia & Philippine con succo di lime e liquore alle erbe Kaiserfost, uno swizzle preparato con ghiaccio tagliato al coltello per conferire maggiore diluizione e una bevuta lunga.

Inizia l’era Tiki

Con Special e Missionary si arriva alla prima era Tiki, che non è solo uno stile di miscelazione, ma un vero e proprio mondo, che ripropone in chiave “pop” l’esotismo delle isole del sud del Pacifico. Un movimento che condivide con i faux tropicals il periodo di nascita e le motivazioni di fondo: soddisfare il desiderio di evasione dalla realtà quotidiana degli americani, dopo il periodo del Proibizionismo e della Grande depressione.

La sua data di nascita si fissa al 1933 con l’apertura del Don the Beachcomber, il locale a tema polinesiano aperto a Hollywood, da Donn Beach, al secolo Ernest Raymond Beaumont Gantt, considerato il padre della tiki culture. «Donn Beach inventa un modo di fare miscelazione tutto nuovo, dove rum invecchiati miscelati tra loro si uniscono a parti citriche e prodotti come frutta fresca e infusi con spezie e/o altro, sempre lavorati dal bartender, ricalcando la grande ricetta del punch, ma con una preparazione tecnica estremamente elevata – spiega il fondatore di Enoy! -. Un nuovo modo di bere che dilagherà in tutti gli Usa e alla cui diffusione dettero un forte impulso anche i locali di Trader Vic (Victor J. Bergeron), altro grande esponente del movimento, per cominciare a declinare negli anni Settanta del Novecento e poi tornare alla ribalta a dai primi anni del nuovo secolo.

Di altrettante creazioni firmate Donn Beach sono la rivisitazione i due cocktail proposti da Diamante. Special è una versione semplificata e facilmente ripetibile del Don’s Special Daiquiri, che compare nei primi menu del Don the Beachcomber, e realizzata con Rump@lic Origins Spagna & Venezuela unito a un secret mix di passion fruit homemade, honey mix, sempre homemade e succo di lime, e preparata con la tecnica flash blended, tipica tiki, diversamente dall’originale che invece è shakerato.

Missionary è invece una rivisitazione del Missionary’s Downfall, fatta con Rump@lic Origins Ghana & eSwatini, Peach Brandy, ananas e foglie di menta. «È un cocktail, come tutte le creazioni di Donn Beach, apparentemente stravagante, perché si prepara con la tecnica flash blended frullando tutti gli ingredienti insieme, menta compresa, che solitamente si evita di lavorar in questo modo – spiega Diamante -. Invece proprio questa lavorazione permette di rilasciare la parte un po’ più amara delle foglioline, oltre a quella mentolata, che va contrastare la parte dolce del drink, data dagli altri ingredienti per un perfetto bilanciamento».

Le ricette di Giacomo Diamante

Daiquili

Rump@lic Origin Daiquili
Ingredienti:
4,5 cl Rump@lic Sicilian Legacy Jamaica, 1 bar spoon Maraschino, 2 cl succo di lime, 1 cl zucchero
Preparazione:
shake
Bicchiere:
coppa

Dasy de Santiago

Rump@lic Origin Dasy de Santiago
Ingredienti:
4,5cl Rump@lic Origins Thailandia Philippine, float di Kaiserfost liquore alle erbe, 1,5 cl succo di lime
Preparazione:
swizzle
Bicchiere:
highball

Special

Rump@lic Origin Special
Ingredienti:
4,5 cl Rump@lic Origins Spagna Venezuela, 3 cl Passion secret mix homemade, 1 cl Honey mix homemade,  1,5 cl succo di lime
Preparazione:
flash blended
Bicchiere:
tumbler basso

Missionary

Rump@lic Origin Missionary
Ingredienti:
5 cl Rump@lic Origins Gana Ezwatini, 1,5 Peach Brandy, 3 cl ananas , 4 ciuffi di menta in foglie 3cl
Preparazione:
flash blend
Bicchiere:
coppa

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