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Al via la decima edizione della Campari Bartender Competition

Campari Bartender Competition 2024
Ispirarsi alle edizioni passate, ai vincitori e ai cocktail che le hanno caratterizzate, per creare un'originale ricetta con Campari protagonista il tema di quest'anno. Mettendo in gioco tecnica, creatività e arte dell'ospitalità

La Campari Bartender Competition soffia sulle sue prime dieci candeline, ed entra nel futuro raccogliendo spunti ed energie dal passato. Per questa decima, storica edizione, la cui fase di iscrizione apre il 27 gennaio e terminerà l'11 marzo, i concorrenti saranno infatti chiamati a prendere ispirazione da tutte le precedenti gare: i vincitori passati, da Chiara Beretta che trionfò nell'edizione inaugurale fino a Dario Tortorella nel 2023, i loro cocktail e i temi che hanno contraddistinto questa decade di competizioni, saranno gli spunti da cui i miscelatori impegnati quest’anno muoveranno i passi decisivi verso il successo. Punto focale, va da sé, l'utilizzo e la valorizzazione del Campari Bitter nella ricetta presentata, che evidenzi creatività e studio.

Un percorso di sfide con al centro l’ospitalità

Rimane ferma la struttura delle ultime Campari Bartender Competition: i bartender potranno iscriversi online oppure partecipando alle tappe di selezione sul campo che si svolgeranno su tutto il territorio italiano. Seguirà una fase di ulteriore scrematura negli appuntamenti di selezione live in aprile, in quattro giornate suddivise tra Milano e Roma, e da centoventi concorrenti si passerà a quindici.

Confermata anche la nuova visione che Campari e Campari Academy hanno impostato dallo scorso anno: tecnica e conoscenza sono ovviamente fondamentali, ma sotto i riflettori andrà l'arte dell'ospitalità a trecentosessanta gradi. I quindici rimasti in gara riceveranno infatti una visita del team di Campari Academy presso il proprio luogo di lavoro, perché siano valutate le capacità di accoglienza, comunicazione, improvvisazione e dialogo con gli ospiti. Saranno i migliori dieci a proseguire per le semifinali, e oltre, fino a contendersi il titolo di Campari Bartender of the Year 2024.

Un trampolino per la propria carriera

Un percorso intenso e formativo, come confermano Alessandro Pitanti (vincitore nel 2017 della quarta edizione, oggi Campari Group Rare Activator) e Nicola Scarnera (per due volte medaglia d'argento, oggi Category Manager On Trade), presenti al lancio di questa nuova edizione: «Vincere la competizione non è, in realtà, un punto di arrivo, quanto piuttosto un trampolino per la propria carriera. Il percorso che Campari permette dopo la vittoria è un'opportunità preziosa, e noi ne siamo l'esempio».

Fanno loro eco Arturo Carile, Campari Academy Manager, e Dario Cuccurullo, Senior Channel&Customer Marketing Director Italia, nel sottolineare come «la Campari Bartender Competition sia da sempre stata un'opportunità unica di crescita per i bartender di tutta Italia. Pur essendo aperta a tutti, senza distinzioni, si conferma negli anni come un momento di grande apprendimento soprattutto per i più giovani, ai quali Campari Academy ha sempre guardato con impegno».

Non a caso, la presentazione è avvenuta dopo una visita guidata alla Galleria Campari, culminata con la mostra temporanea Bar Stories on Camera: la decima edizione della Campari Bartender Competition sarà l'occasione per scrivere un'altra pagina di storia.

Un unico partner per la tua catena del freddo

Framec
Mondial Framec e Franger con i loro quattro marchi, Mondial, Framec, Cofi e Framec Truck, soddisfano ogni esigenza di refrigerazione. Dall’esposizione refrigerata alla logistica del freddo

Con i loro quattro brand, ciascuno dei quali leader riconosciuto nel proprio settore di riferimento, Mondial Framec e Franger hanno conquistato un mercato molto esigente facendo leva su ciò che conoscono meglio: il freddo.

Così, grazie al lavoro di squadra e la sinergia creata tra i brand Mondial, Framec, Cofi e Framec Truck, le due aziende hanno saputo sfruttare l’opportunità di posizionare correttamente i diversi marchi e le specificità tecnologiche sui rispettivi mercati, fungendo da eco per le integrazioni necessarie per servire la filiera del freddo a 360°. Realtà dalle radici ben piantate nel territorio, quello di Casale Monferrato, la Capitale dell'industria del freddo. Qui sono nate le prime applicazioni frigorifere che hanno poi portato alla realizzazione di una pluralità di apparecchiature per la refrigerazione, sviluppando nel tempo tutte le tecnologie oggi necessarie alla filiera del freddo: dall’esposizione refrigerata (vetrine refrigerate, banchi frigo, frigoriferi, congelatori) alla logistica del freddo (carrozzerie refrigerate e autocarri dotati di impianti eutettici).

Il marchio giusto per ogni applicazione

Mondial soddisfa le esigenze di chiunque sia alla ricerca di una gamma di prodotti ampia, conveniente e con disponibilità immediata. I prodotti della gamma Framec sono invece progettati per soddisfare le esigenze dei professionisti attenti all’estetica e alle prestazioni, offrendo un modo migliore di mostrare i prodotti refrigerati. Le carrozzerie refrigerate è il campo di specializzazione dei marchi Cofi e Framec Truck, con le loro linee di prodotti artigianali, versatili e performanti. Nello specifico, la linea di prodotti a marchio Cofi si contraddistingue per la capacità di offrire soluzioni artigianali e sartoriali. Soluzioni che offrono straordinarie performance di isolamento termico ed energetiche, il tutto unito alla leggerezza delle carrozzerie. La linea di prodotti a marchio Framec Truck invece ha le sue caratteristiche distintive nella solidità delle sue soluzioni e nell’ampiezza della gamma. Una gamma sempre più estesa e che va dai prodotti Oem ai grandi mezzi di natura industriale.  

Amaro Lucano protagonista di Gran Tour dei Musei d’Impresa

Ingresso Museo Essenza Lucano
Presentato a Mercato Centrale Milano l'iniziativa Gran Tour dei Musei d'Impresa che vede protagonista Museo Essenza Lucano insieme a Museo Liquirizia Amarelli, Museo del Pane e Museo del Confetto, con il patrocinio di Museimpresa (Assolombarda/Confindustria) per la valorizzazione delle realtà economiche e culturali nazionali, a partire dal quelle del Sud Italia.

Originale progetto museale nato per valorizzare il patrimonio imprenditoriale e culturale del Sud Italia, Gran Tour dei Musei d'Impresa è promosso da Welcome Lucania Tour Operator e da quattro importanti istituzioni come Museo Essenza Lucano (Pisticci Scalo, Matera) in Basilicata, Museo della Liquirizia Amarelli (Rossano, Cosenza) in Calabria, Museo del Pane di Vito Forte (Altamura, Bari) e Museo del Confetto Mucci Giovanni ( Andria, Bat) in Puglia.

L’iniziativa è patrocinata da Museimpresa, l'Associazione Italiana Archivi e Musei d’Impresa fondata nel 2001 per iniziativa di Assolombarda e Confindustria, che da oltre vent’anni promuove le tante aziende con una lunga storia di successo nel nostro Paese. Progetto innovativo che sostiene l’eccellenza imprenditoriale del Mezzogiorno, il Gran Tour dei Musei d'Impresa”si fa anche portavoce di un turismo territoriale, attraverso la scoperta di storie aziendali uniche e affascinanti grazie al contributo di Welcome To Lucania, il tour operator specializzato in tour culturali ed enogastronomici.

L’ultima tappa in ordine di tempo si è svolta al Ristorante di Mercato Centrale Milano, (Primo Piano) ideale piazza delle bontà che dal 2021 con le sue 28 botteghe artigiane contribuisce alla riqualificazione dell'area circostante alla Stazione Centrale del capoluogo lombardo. Una iniziativa "esportata" anche nelle stazioni di Firenze, Roma e Torino, che presto debutterà a Melbourne (Australia).
Forte dei valori di artigianalità, qualità e legame con il territorio, Mercato Centrale di via Sammartini si è fatta cornice ideale di un evento che ha offerto l'opportunità di conoscere quattro importanti musei d’impresa del Sud Italia e di immergersi nella storia e nell'imprenditoria di questa parte del Paese.

Oltre a Umberto Montano Presidente di Mercato Centrale e al giornalista moderatore Massimo Basile, erano presenti Francesco Garofalo Responsabile di Welcome Lucania Tour Operator, Francesco Vena ceo di Lucano 1894 e Antonio Calabrò presidente di Museimpresa. Tra gli ospiti anche l’Associazione Amici della Basilicata in Lombardia.

A chiudere l’appuntamento sono stati gli snack di Davide Longoni, artigiano del pane del Mercato Centrale Milano, esempio di imprenditorialità lombarda e capostipite di tutti i panifici di qualità milanesi, grazie alla riscoperta dell’antica tecnica della lievitazione naturale e a una costante ricerca e sperimentazione su farine e impasti. Per l’occasione sono state create sinergie tra ingredienti tipici della Lucania e della Lombardia, per un connubio gastronomico rappresentativo delle eccellenze del nostro paese.

Non poteva mancare il momento Aperitivo, curato dal head business developer Gianluca Gariuolo e preparato dal bartender Emanuele Cosi, che ha proposto una scelta tra cinque cocktail come Lucano Mule, Lucano Tropical, Lucano Street, Zero Punch e Giass Tonic, a base di prodotti dell'azienda come Amaro Lucano, Amaro Lucano Zero, Vermouth Mancino e Giass London Dry Gin (distribuiti da Cola-Cola Hbc Italia divisione Spirits).

«Il Grand Tour dei Musei d’Impresa è un prodotto innovativo - precisa Francesco Garofalo, Responsabile di Welcome Lucania - che coniuga l’eccellenza imprenditoriale del Sud Italia al patrimonio culturale, enogastronomico e paesaggistico. Un nuovo modo di visitare e valorizzare territori già noti al turismo, con una visione diversa. Il tour è stato strutturato per essere immersivo, esperienziale e posizionarsi come nuova proposta che i mercati del turismo richiedono. Possiamo confermare che il nostro è un nuovo modello nato da sinergie imprenditoriali che valorizzano il Made in Italy apprezzato nel mondo».

«Siamo orgogliosi di rappresentare una delle più affermate realtà economiche della Basilicata - afferma Francesco Vena, ceo di Lucano 1895 - che nel 2024 festeggia il 130° Anniversario con una serie di eventi come la partecipazione da protagonista a Gran Tour dei Musei d'Impresa con il nostro moderno Museo Essenza Lucano nato nel 2019. Una impresa familiare che ha da sempre ha puntato ai mercati internazionali esportando la propria formula che riunisce caratteri come qualità, distintività, creatività e territorio di origine. Non a caso dal 2022 come Amaro Lucano siamo official sponsor di prestigiose selezioni di locali come The World's 50 Best Bars e The Asia's 50 Best Bars».

Museo Essenza Lucano nato da quattro generazioni Vena

Museo Essenza Lucano è lo spazio espositivo di 700 mq con area masterclass che ripercorre la storia del celebre Amaro Lucano e della Famiglia Vena, da quattro generazioni alla guida dell’azienda.

Un viaggio tra passato e presente alla scoperta di un antico saper fare e di un prezioso territorio, attraverso un percorso multisensoriale suddiviso in cinque differenti aree tematiche (Lucania, Lucano, Amaro, Storia e Pacchiana) che accompagna i visitatori ad esplorare una delle più importanti aziende italiane, dalle sue origini ad oggi.
Amaro Lucano nasce a Pisticci nel 1894 dalla passione per l’erboristica del suo creatore, il pasticcere Pasquale Vena: un’essenza di più di 30 erbe aromatiche che da 130 anni racconta una storia fatta di tradizioni, arte e cultura (28% alc).
Una specialità alla quale si sono aggiunti prodotti come Limoncello e Limoncetta di Sorrento Igp, Amaro Lucano Zero, GrappAmaro, la gamma Vermouth Mancino (Bianco Am,brato, Rosso Amaranto, Chinato,...), Giass London Dry Gin.

Abbracciando 130 anni di storia, Essenza Lucano è uno spazio espositivo interattivo e multimediale in cui si racconta, in maniera trasversale e tangibile attraverso oggetti, immagini e video, la storia della Famiglia Vena, di un antico saper fare e di un prezioso territorio.

Un percorso evocativo fatto di 5 differenti capitoli che prendono forma in 5 differenti aree tematiche: Lucania, Lucano, Amaro, Storia e Pacchiana, dedicate ad esplorare gli ingredienti vincenti della storia di una famiglia lucana che partita dalla produzione di un liquore nato dalla più profonda tradizione locale è diventata una delle più importanti aziende nazionali nel settore degli spirits, del celebre liquore e della sua terra d’origine, la Lucania.

Progettato dall’architetto Ralph Giannone (lucano emigrato oltreoceano) dello studio GPAIA Associates di Toronto come estensione dello stabilimento produttivo di Pisticci Scalo, Essenza Lucano colpisce prima il naso e poi gli occhi per l’inebriante e inconfondibile profumo delle 32 erbe officinali che guida i visitatori fin dall’ampio giardino aromatico nella corte d’ingresso, luogo dal fascino suggestivo dove la botanica diventa tangibile, in cui si possono toccare con mano gli ingredienti che compongono la formula del liquore.

Il viaggio prosegue lungo una serie di spazi espositivi in cui attraverso antichi torchi in noce, tradizionali alambicchi e immagini delle celebri campagne pubblicitarie vengono testimoniate non solo la costante dedizione della Famiglia Vena che da quattro generazioni è a capo dell’azienda, ma anche l’attaccamento alla tradizione e al territorio, fattori che da sempre hanno contraddistinto il successo del celebre Amaro.

Il percorso conduce poi i visitatori fino ad un’immensa vetrata panoramica che “svela” il processo produttivo, permettendo di osservare direttamente gli operai impegnati nel delicato procedimento.

Essenza Lucano non è soltanto uno spazio espositivo ma anche un luogo dove gli appassionati dell’Amaro posso degustare il sapore unico ed equilibrato del celebre liquore e tutti gli altri prodotti del portfolio Lucano.

Grazie anche ai suoi 700 mq di aree espositive personalizzabili per meeting, conferenze e congressi, lo spazio si apre anche al territorio per ospitare masterclass enogastronomiche e show-cooking.

La fabbrica Lucano 1894 si espande su 20.000 mq dove tradizione, esperienza e innovazione si fondono. In Essenza Lucano gli strumenti originali si integrano a quelli multimediali per raccontare la storia di una delle più importanti aziende italiane e l’imprescindibile legame con la sua terra d’origine.

All’interno dello spazio espositivo, 5 postazioni interattive danno volto e voce ai personaggi che hanno fatto la storia di Amaro Lucano. I visitatori hanno così la possibilità di ascoltare il mondo Lucano attraverso gli occhi del fondatore del brand, la voce dei rappresentanti della famiglia Vena oggi alla guida dell’azienda, e i racconti di due lavoratori storici dello stabilimento di Pisticci.
Presente come simbolo sulle bottiglie di Amaro Lucano e che di fatto rappresenta tutte le donne della Lucania, La Pacchiana racconta invece la storia del territorio, mentre il barman rivela i segreti della mixology di Amaro. Su ognuno dei 5 monitor da 75’’ dislocati nelle varie postazioni compaiono domande testuali che è possibile selezionare tramite tablet adiacenti alle postazioni: si attiva così il contenuto video associato ai diversi personaggi e alle specifiche domande.
Filmati relativi alla storia, a curiosità sulla produzione e alla percezione del brand nell’immaginario collettivo vengono inoltre attivati toccando sensori capacitivi posti sui tavoli interattivi all’interno dei vari ambienti.

I visitatori potranno percorrere il viaggio all’interno della storia dell’Amaro anche attraverso l’App dedicata, scaricabile sia sui tablet in dotazione e sui devices personali, la quale, oltre a presentare e promuovere il museo, permette di interagire con le varie postazioni.

Essenza Lucano nasce di fatto da una precisa scelta di apertura e di dialogo con il territorio, le istituzioni locali e la sua gente, oltre che dalla volontà della famiglia Vena di condividere il bagaglio industriale, storico e culturale dell’azienda, intervenendo concretamente nel territorio dove è presente, creando una destinazione nella destinazione e ulteriore motivazione di visitare la Lucania.

E’ così che Essenza Lucano diviene espressione del fascino di una storia imprenditoriale nata dalla passione del Cav. Pasquale Vena per la tradizione erboristica, accompagnata dalla finalità sociale di valorizzazione, promozione e condivisione di un territorio.

Essenza Lucano è il racconto avvincente e convincente di una famiglia, di un prodotto entrato nella quotidianità affidato a documenti d’archivio, a fotografie d’epoca, ad oggetti di un passato più o meno recente, il tutto esposto nella sede dove il prodotto simbolo ha origine. Un racconto di un Made in Italy di cui essere orgogliosi, da conservare, tutelare e valorizzare.

 

World Chocolate Masters, Tommaso Grollero trionfa al Sigep

La finale italiana del concorso mondiale dedicato alla creatività e al cioccolato si è conclusa con la vittoria del pasticcere di Mondovì. Appuntamento per la finale mondiale a ottobre 2025

Tommaso Grollero è il finalista italiano di World Chocolate Master. Il ventottenne di Mondovì, in provincia di Cuneo, ha trionfato sugli altri concorrenti durante la competizione del 21 gennaio, tenutasi al Sigep 2024. La prossima tappa sarà la finale mondiale, in programma a ottobre 2025, in cui si incontreranno artigiani e chef del cioccolato.

Chi è Tommaso Grollero

Tommaso Grollero, 28 anni di Mondovì (Cn), ha scoperto da subito la passione per il cioccolato. Ciò lo ha portato alla Chocolate Academy di Milano, dove ha avuto la possibilità di collaborare con rinomati talenti internazionali. Dal 2021 è responsabile di produzione del reparto cioccolato di DaV a fianco del Maestro Davide Comaschi, vincitore del World Chocolate Masters 2013. È stato proprio lui a prepararlo preparato per questa edizione della competizione. Il lavoro organizzato e preciso, la creatività espressa in modo elegante e di impatto di Grollero hanno entusiasmato la giuria.

World Chocolate Masters: giuria, tema e criteri di valutazione

A valutare le sue opere c'erano: Matteo Berti, direttore di Alma, scuola internazionale di cucina italiana; Anna Gerasi, già finalista del World Chocolate Masters 2022; Frank Haasnoot, vincitore dell’edizione internazionale del 2011; e Silvia Federica Boldetti, Pastry Queen 2016. Durante tutto il sabato i giurati in base al regolamento ferreo della competizione hanno assistito con attenzione a tutte le fasi della performance dei quattro finalisti: Mohammed Elkourik, Tommaso Grollero, Francesco Maggio, Eris Mone che si sono sfidati sul tema proposto Play, creando prodotti da pasticceria che possano comunicare innovazione, ottimismo, piacere e gioia. I giudici hanno dato i punteggi in base a chiarezza della storia, potenziale commerciale, unicità, presentazione, esperienza di gusto, competenze tecniche, organizzazione e ordine. Share the fan è stata la prima sfida che ha visto i concorrenti impegnati nella creazione di un dolce al cioccolato per il dopocena, da condividere con 6 persone a tavola. Hanno poi affrontato il tema Whimsical Bon Bon sulla pralina per poi passare a Playbox, la prova dedicata all’esposizione artistica di cioccolato che racconta la storia della pralina presentata. La prova si è conclusa con Pastry Play ossia la pasticceria al cioccolato fresca, realizzata, rifinita e presentata il giorno stesso in cui verrebbe venduta in un negozio.

La scultura di Anna Gerasi

Mentre i giudici erano riuniti per decidere il vincitore, il palco è stato conquistato dalla maestria di Anna Gerasi. La pastry chef ha realizzato una sorprendente scultura con la scritta Play, che poi si è composta anche con i corpi di una modella e di un modello elegantemente dipinti dal body painter Guido Daniele. Quest'ultimo ha dedicato la sua live performance alla natura selvaggia delle piantagioni di cacao nella cacao belt. L'appuntamento con la finale mondiale di World Chocolate Masters si terrà ad ottobre 2025.

Appuntamento a Milano con Velier Live 2024, la “città degli spiriti nobili”

Velier Live 2024
Il 18 e il 19 febbraio, gli spazi del Superstudio Maxi si trasformeranno in una città degli spiriti nobili, per esplorare in modo del tutto nuovo, attraverso viaggi immersivi ed esperienziali il mondo dei distillati, dei liquori e dei vini di Velier

Uno spazio di oltre 9000 metri quadrati e oltre 50 experience in programma. Dopo cinque anni di pausa, torna il Velier Live, l’evento firmato da Velier per condurre gli operatori del settore e gli appassionati alla scoperta dei brand di distillati e non solo che importa e distribuisce in esclusiva. Un ritorno in grande stile per una due giorni dal forte carattere innovativo che si propone di segnare un cambio di passo nelle manifestazioni di settore, offrendo ai visitatori veri e propri viaggi nel tempo, nello spazio e nella cultura dei prodotti.

L’appuntamento è a Milano al Superstudio Maxi (via Moncucco 35), domenica 18 (ore (14 – 22) e lunedì 19 febbraio (ore 10 – 20), i cui spazi per l’occasione si trasformeranno in una “città degli spiriti nobili”, con tanto di strade e case che saranno animate dai marchi e che permetteranno di esplorare in modo nuovo il mondo dei distillati.

Inoltrandosi nella città i visitatori saranno infatti trasportati in un viaggio emozionale attraverso le oltre 50 experience in programma: non solo e non più le classiche degustazioni di prodotti, ma autentiche esperienze emozionali e immersive, a numero chiuso e accessibili solo tramite accreditamento in loco. A dare più spessore all’esperienza i tanti distillatori, brand owner e ambassador internazionali che saranno presenti all’evento, che ha come partner Bargiornale, Unfollow Advertisting e Bartender.it. A completare il tutto sponsor di primo piano come Illy, Longino & Cardenal, Berto’s, Davide Longoni, Victoria Arduino e Ceado.

Mettere al centro la cultura dei prodotti

Un format rivoluzionario pensato per mettere in evidenza il contesto culturale che c’è dietro ogni grande prodotto e dare vita a un’esperienza totale che include cultura, storia e innovazione. Un nuovo modo di comunicare distillati, vini e liquori, con il quale l’azienda genovese, da sempre convinta della necessità di una divulgazione accurata e sincera costruita attorno ai valori della qualità e dell’autenticità, vuole dare il suo contributo alla crescita di tutto il settore. «L’obiettivo è mettere in risonanza la storia e il contesto di un distillato con il vissuto e i valori di un singolo individuo per generare un incontro emozionante, un legame duraturo – spiega Luca Gargano, presidente di Velier -. Questo è il vero marketing, che non deve più essere un’inattendibile fascinazione pubblicitaria, capace solo di disorientare e appiattire il racconto, ma un discorso vero e appassionato sulle migliori creazioni umane».

I percorsi esperienziali del Velier Live

Tantissimi i brand rappresentati in Italia da Velier che condurranno professionisti e appassionati nel loro viaggio esperienziale. Ecco qualche esempio di quanto si troverà a Velier Live.

Rum Street

A Milano si materializzerà la facciata del mitico Hotel Florita di Jacmel, dietro la cui soglia un cinema vintage proietterà un cortometraggio girato ad Haiti. Hampden guiderà in un percorso sensoriale, dalle essenze di profumeria all’estrema versatilità in gastronomia. Un tipico bar giamaicano racconterà i riti quotidiani dell’isola, con il rum Wray & Nephew protagonista. Brugal con un percorso esclusivo guiderà alla scoperta della nuova Colecciòn Visionaria, mentre con l’experience Shake & Sip di Flor de Caña si potranno imparare i segreti della miscelazione caraibica. A completare l’esperienza un vero giardino tropicale per ascoltare in cuffia le musiche tradizionali delle isole caraibiche, accompagnandole con i rum in degustazione.

Whisky Street

Un’esposizione museale che attraversa la storia dello Scotch, con degustazioni di alcuni vintage leggendari, celebrerà i 200 anni di The Macallan. Grande festa anche per Nikka, che festeggia i 90 anni della sua fondazione. Un vero pub scozzese arricchisce l’immersione, mentre Whisky Club Italia, la più grande community nostrana di appassionati di whisky, organizzerà un festival nel festival con dieci mini percorsi dedicati alle distillerie e agli imbottigliatori indipendenti. Momento gourmet con lo Scotch Single Malt Glenfiddich, con tre dram di whisky in edizione limitata abbinati ad altrettante sfiziosità. L’interessante scena dell’American whiskey è presente con la riproduzione del Fort Nelson Bar, situato nello storico palazzo di Louisville che ospita la distilleria Michter’s.

Mexican Street

L’Agua Sancta di Milano e La punta di Roma condurranno nel cuore del patrimonio culturale dei distillati di agave. Ci sarà anche il ritorno di Palenque, il progetto che valorizza i micro produttori di Oaxaca, con la terza serie presentata in anteprima. A completare l’esperienza il tacos bar animato da Herradura ed El Jimador.

Japan Street

Un vero ramen bar farà da cornice al viaggio tra le eccellenze del Giappone: dai sake allo shochu, alle micro distillerie di whisky, tra le quali la mitica Chichibu di Ichiro Akuto. E il Japan Bar di Amaro  Yuntaku getterà un inatteso ponte tra il Paese del Sol Levante e l’Italia.

Piazza Italia

Alla scoperta della tradizione liquoristica italiana e delle con prodotti unici e delle loro materie prime che raccontano la ricca biodiversità del nostro Paese, come, per fare solo qualche esempio, le arance rosse Igp di Sicilia di Amaro Amara, le erbe montane spontanee di Bordiga, e i frutti rari di Capovilla, le mandorle pugliesi di Amaretto Adriatico, con una Cinquecento originale che rievoca i viaggi sulla costa adriatica. E poi, il ritorno di Simone Caporale, creatore dell’amaro Santoni, che ricreerà l’atmosfera del suo Sips, il locale di Barcellona premiato come miglior bar al mondo dalla World’s 50 Best 2023. Infine, grande attesa per la nuova release di Portofino Dry Gin, mentre scalda i motori anche il gin d’Alta Langa, Engine, tra simulatori di guida e sorprendenti signature drink.

Cocktail bar e tanto altro

Nella città degli spirit non mancherà il Velier Main Bar, che sarà il palcoscenico per i barman e gli ambassador più rappresentativi per ogni categoria. Sempre al Bar centrale, ampio spazio alla Cocktail Revolution di ecoSPIRITS, sistema tecnologico fresco di premiazione ai Barawards 2023 di Bargiornale come Innovazione dell’anno.

Al Velier Live ci sarà poi in un’unica experience tutto il meglio dei co-bottling selezionati da Luca Gargano a quattro mani con le distillerie. La serie dei rum Habitation, i blended caraibici Papalin, gli imbottigliamenti con distillerie iconiche come Hampden e Foursquare. E ancora i rum haitiani di Providence, Rhum Rhum, la terza serie dei Palenque Spirit e tanto altro.

Ma non solo, perché al Velier Live si potranno vivere esperienze enogastronomiche d’eccezione. Come l’esperienza stellata con Billecart-Salmon, tra champagne e perfect food pairing, e il bbq party texano nel piazzale esterno by Tito’s Vodka. Mentre nello spazio France Gourmand di Longino & Cardenal, i classici piatti francesi si uniranno a Cognac, Armagnac e Calvados. Il percorso andaluso svelerà i segreti dello Sherry, la trattoria Fabbri celebrerà la pasta artigianale italiana e una pasticceria ospiterà i laboratori dei migliori maestri. Una monumentale installazione di Fever Tree sarà un punto di riferimento per scoprire mixer premium.

Di fronte alla trattoria, inoltre, un ampio spazio accoglierà oltre 70 produttori delle Triple A, il movimento dei vignaioli agricoltori, artigiani e artisti, per parlare di futuro, con i progetti Triple A Trust e Agricola Mare Nostrum.

Il successo di Strucchi: il classico dal taglio contemporaneo

Strucchi gamma
Elegante e distintiva, la nuova linea di prodotti per l'aperitivo, creata da Paolo Dalla Mora come omaggio al celebre enologo piemontese Arnaldo Strucchi, conquista bartender e consumatori con il suo carattere di classico contemporaneo

Consacrazione per i Vermouth Strucchi che, a poco più di sei mesi dal lancio, hanno vinto il Premio Barawards Innovazione dell'anno 2023 nella categoria Alcolici 0-21% vol. «I premi contano, danno fiducia. Mi era già capitato di centrare questo riconoscimento a soli sei mesi dal lancio con Engine, sicuramente un precedente di buon auspicio», sottolinea con un sorriso Paolo Dalla Mora, che del progetto è la mente imprenditoriale.

Sono quattro i prodotti - Vermouth Strucchi Rosso, Bianco, Dry e Bitter Strucchi – che si inseriscono con forza nel mondo oggi particolarmente affollato dell'aperitivo. «Lo scrivo nella prefazione del libro di Arnaldo Strucchi, che abbiamo rieditato. Il mondo non aveva bisogno di una nuova linea di vermouth. Però molti dei prodotti in commercio si assomigliano abbastanza. Il nostro è un vero e proprio omaggio ad Arnaldo Strucchi: abbiamo preso le sue ricette del 1907 e le abbiamo replicate con buona fedeltà, ottenendo così un grande classico».

Tra miscelazione e assaggio in purezza

Il risultato, frutto di 18 mesi di studio per le ricette e un anno per la messa a punto di bottiglia ed etichetta, sono tre vermouth – e un bitter – che si destreggiano tra miscelazione e assaggio in purezza, con medesima soddisfazione.

Di bell'impatto aromatico il Bianco, dall'identità molto forte che si apprezza appieno con ghiaccio e una fetta d'arancia. Perfetti per la miscelazione il Dry (dalla bella base acida che emerge particolarmente nel Martini Cocktail) e il Rosso, quest'ultimo profondamente classico nella sua immediatezza d'uso, seppur intenso e complesso. Più rotondo e bilanciato il Bitter, ma anche minerale, che si discosta da altre interpretazioni sul mercato. «Sono prodotti molto piacevoli, facili all'assaggio, ed eleganti. Il vermouth di Torino, ma anche il bitter, rappresenta lo stile italiano, che non è sfarzo e non è moda», racconta ancora Paolo Dalla Mora.

Eleganti e distintivi

E il mercato ha risposto positivamente. «Chi li assaggia, li capisce e si affeziona. Lo abbiamo percepito anche la sera stessa dei Barawards, quando il riscontro è stato molto positivo. È un prodotto che piace e risulta comprensibile, pensato per essere inserito in linea in quei locali che vogliono fare bene e distinguersi».

E a distinguersi sono anche le etichette, disegnate da Riccardo Guasco, Rik, una delle più grandi firme dell’illustrazione contemporanea. «Le etichette omaggiano quattro figure di grande eleganza del Novecento, come Mata Hari (Strucchi Rosso), Josephine Baker (Strucchi Dry), Greta Garbo (Strucchi Bianco) e Rodolfo Valentino (Strucchi Bitter). Però con un tratto contemporaneo, pur riprendendo nello stile il cubismo ed il futurismo».

La linea di prodotti è distribuita da Gaja Distribuzione di Barbaresco e ha già cominciato ad affacciarsi sul mercato internazionale. «In questi primi sei mesi siamo entrati in Svizzera e in Inghilterra e stiamo per approcciare il mercato statunitense». Con uno sguardo già rivolto verso il futuro. «Stiamo lavorando a due progetti. Posso svelare il primo: una Riserva del Rosso, prodotta nelle Langhe con un vino speciale», conclude Paolo Dalla Mora.

Vince chi fa star bene il cliente (in tutti i sensi)

Courtesy Pexels/Kampus Production
Sostenibilità, benessere, inclusività sono le parole chiave del futuro del fuori casa secondo Jochen Pinsker di Circana. Che pone l'accento anche su home delivery e digitalizzazione

Fai star bene il cliente! Oggi più che mai è questo l'obiettivo che ogni gestore deve perseguire. Non per buonismo, ma per soddisfare le mutate esigenze di chi frequenta bar e ristoranti. A sostenerlo con forza è Jochen Pinsker, Industry Advisor Foodservice Europe di Circana, che al Sigep ha presentato dati e previsioni sul mercato fuori casa nei cinque maggiori Paesi europei.

Jochen Pinsker, industry advisor Foodservice Europe di Circana

«La combinazione tra alta inflazione e un certo pessimismo, legato anche al calo del potere d'acquisto di molte persone - afferma Pinsker - spinge verso il trading down: il 57% dei clienti dei 5 maggiori Paesi europei lamenta aumenti eccessivi di prezzi nei locali. La risposta? Il 61% afferma di andare in cerca di locali con prezzi abbordabili, il 58% ammette che la propria situazione economica influenzi in negativo le proprie abitudini». La disponibilità a spendere insomma è in calo, indipendentemente dall'ammontare di quattrini che ogni persona si trova in tasca.

Le strategie adattive vanno dalla scelta di posti più economici, alla maggiore attenzione alle offerte promozionali, al contenimento delle ordinazioni (un piatto in meno, un drink in meno ecc.).

Cresce il valore dell'esperienza

Quello a cui invece le persone danno sempre più importanza è il godersi l'esperienza: «Oltre un quarto dei clienti - spiega Pinsker - esce per socializzare. E il 46% dichiara di trovare felicità e benessere anche nelle cose semplici». Della serie: meglio la buona ospitalità che tutto il resto. «Le occasioni di consumo funzionali saranno penalizzate a vantaggio di quelle con maggior contenuto esperienziale» afferma l'esperto.

Una grande opportunità per gli indipendenti: «Le catene - spiega - hanno dalla loro la maggior capacità di soddisfare due delle esigenze in maggior crescita sul mercato: il delivery e la digitalizzazione. Gli indipendenti possono e devono puntare sulla qualità dell'esperienza offerta: un aspetto che è totalmente nelle loro corde, visto che sono le persone l'ingrediente principale per crearla».

Sostenibilità e benessere: si allargano i confini

La sostenibilità resta un argomento sensibile per un cliente su due, ma il suo significato si allarga fino a includere il proprio benessere (e quindi cibi più sani), l'offerta di menu più inclusivi (ovvero capaci di soddisfare tutte le richieste e le persone con esigenze speciali) in un'attenzione che comprende il pianeta, gli altri, se stessi.

«Fa parte di questo filone - spiega Pinsker - la forte crescita dei cibi plant-based (+15%, che sale a +48% per la "carne" plant-based) e più in generale dei prodotti a maggior contenuto salutista e il calo dei consumi di carne».

«Il format del futuro - afferma Matteo Figura, direttore Foodservice Italia di Circana - sarà il care casual, ovvero quel locale che sarà capace di prendersi cura del benessere del pianeta, delle persone e di tutti i clienti con esigenze specifiche».

Grandi opportunità da delivery e digitale

Pinsker sottolinea altri due elementi capaci di sostenere la crescita del settore: il delivery e la digitalizzazione.

«Il diffondersi dell'home working (chissà perché in Italia lo chiamiamo smart working, ndr) ha naturalmente ridotto il numero di visite nei locali» spiega Pinsker. In Italia la percentuale di lavoratori coinvolti è la più bassa (39%, contro una media dei 5 Paesi considerati del 44% e un picco del 51% nel Regno Unito.
«Questo non significa necessariamente meno lavoro - continua l'esperto -, ma nuove modalità di fruizione. La percentuale di pasti ordinati fuori casa e consumati in casa è cresciuta dall'11,3% del 2019 al 14,6% del 2023, con un picco del 21,7% nel 2021. Qui i fattori chiave sono la qualità della consegna, nel senso di portare a casa del cliente piatti caldi, belli da vedere e buoni da mangiare, il packaging e la facilità di ordinazione tramite device».

Da qui alla digitalizzazione il passo è breve: «Nel delivery le ordinazioni digitali sono cresciute di 2,5 volte - spiega Pinsker -. Ma il vero boom si è registrato nel Click&Collect, che ha quintuplicato i volumi. Oggi, grazie alle App, è una modalità alla portata anche dei gestori indipendenti. Dalle nostre ricerche emerge chiaramente che chi ordina da terminale acquista più prodotti, spende di più ed ha un grado di soddisfazione più alto di chi acquista alla cassa. In più, aumenta la frequenza di ritorno. In pratica, è la contromisura perfetta per contrastare la tendenza al trading down».

Un mercato in ripresa, specie in Italia

Chiudiamo con i numeri: «Nel 2023 il fuori casa, nei 5 maggiori Paesi europei (Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Spagna, ndr) ha toccato un fatturato di 321 miliardi di euro, superando per la prima volta i livelli pre Covid (+4% rispetto al 2019, ndr). Le visite sono cresciute del 5% rispetto al 2022 a 51,5 milioni, ma sono ancora inferiori del 10% rispetto al 2019. L'Italia è, insieme alla Spagna, il Paese che ha recuperato di più: la distanza dal 2019 è di appena il 5%, mentre in termini di fatturato è a +8%».

Due, secondo l'esperto, i principali motivi che spiegano una performance migliore della media europea da parte del mercato italiano: un maggior numero di ottimisti nella popolazione e un minor numero di persone che lavorano da casa.
Se i due fenomeni siano o meno correlati, lo diranno (forse) le ricerche future.

 

 

Astronomer Gin, il gin che arriva dall’Armenia

Astronomer Gin
Credit foto: Stefano Borghesi
Nasce da tre anni di ricerche e dalla creatività del bartender Eric Adinaev, che ha costruito anche l’alambicco, questo gin contemporaneo, fatto con 21 botaniche tra le quali il succo di melograno, simbolo del Paese

Il melograno è uno dei simboli dell’Armenia, un Paese la cui cristianità risale all’antichità e lega questo frutto alla fertilità, all’amore e alla prosperità. Poteva quindi uno dei più complessi e interessanti gin armeni non partire proprio da questo frutto e dal suo succo, per costruire la propria identità? La storia di Astronomer Gin è tanto affascinante quanto complesso e articolato è stato il processo che ne ha portato all’ideazione e quindi alla successiva produzione.

Il deus ex machina di questo prodotto è il russo Eric Adinaev, nome noto nel mondo della miscelazione internazionale per essere uno dei fondatori e bartender del Mitzva Bar di Mosca, entrato per un certo periodo anche nella classifica dei World 50Best Bars.

Basse temperature per aromi più eleganti e delicati

Contrariamente a quanto accade oggi, dove la maggior parte delle nuove produzioni acquistano i migliori alambicchi sul mercato a seconda delle proprie esigenze qualitative e quantitative, in questo caso è stato Adinaev stesso a costruirlo. Maestro distillatore e tecnico in materia, Adinaev ha agito in modo tale da poter avere il massimo controllo in ogni fase di creazione del prodotto. Il sistema messo a punto è unico nel suo genere e sfrutta il principio del sottovuoto per lavorare a basse temperature, che consentono una resa qualitativamente migliore e uno spettro di profumi e aromi decisamente più eleganti e delicati.

Dopo un’indecisione iniziale, la proprietà ha scelto di attivare la produzione in Armenia anziché in Russia, per via delle condizioni oggi più tranquille e favorevoli verso nuovi business e start up. La Science and Spirits – la compagnia con base armena che possiede l’etichetta – nasce con un istinto innovativo e contemporaneo verso la produzione di nuovi distillati, liquori e progetti connessi al mondo beverage. «Abbiamo voluto instaurare sin da subito sinergie con professionisti di altri settori – dai biologi agli ingegneri, a chi fa software, scienziati, botanici, artisti – per poter lavorare in modo sostenibile, al passo con i tempi, flessibile e trasparente. Speriamo che il nostro metodo e la nostra attitudine servano come fonte di ispirazione verso un’industria di produzione del futuro sempre migliore e sempre più consapevole» ci racconta il team di Astronomer.

Una ricetta frutto di tre anni di ricerche

Per arrivare al primo imbottigliamento di Astronomer Gin ci sono voluti oltre tre anni di lavoro e più di trentanove test (batch) diversi. Il processo parte dal succo di melograno spremuto a freddo, unito a un alcool puro di grano. Questa prima miscela viene fatta riposare per una settimana e poi filtrata. A questo punto le ventuno botaniche selezionate vengono fatte macerare nella miscela di base per circa sette giorni. Oltre alle classiche come cardamomo, ginepro, coriandolo o angelica, ci sono sentori particolarmente più aromatici come petali di rosa, lavanda, sambuco, camomilla, noce moscata, il pepe andalimano, cassia, ribes nero, cardamomo tailandese o scorze di mandarini, di pompelmi e le radici di giaggiolo.

Un ricco profilo aromatico

Prima dell’imbottigliamento, il distillato viene diluito con acqua e messo in vendita a una gradazione alcolica non poi così bassa (47% vol) rispetto alla media sul mercato, ma adatta a esaltarne al massimo il profilo aromatico. L’aftertaste di Astronomer Gin è particolarmente lungo, secco, pulito, a riprova della grande attenzione e della cura mantenuti nel corso di tutta la fase di produzione.

Per realizzare la grafica esterna è stata coinvolta un’artista di fama internazionale quale Lisa Smirnova, disegnatrice e ricamatrice. I motivi che ritroviamo sulle varie facce della bottiglia provengono da una serie di ricami che sono stati successivamente digitalizzati e trasformati in una grafica riproducibile su vetro.

Un gin che porta nello spazio e fa vedere il mondo da un’altra prospettiva. Un prodotto contemporaneo, sfidante per chi lo approccia nell’ottica di una mixability contemporanea, ma decisamente diverso dai suoi simili e destinato a farsi riconoscere con stile e originalità all’interno di tante bottigliere.

Ultra a Milano. Pizza e cocktail by Dom Carella e Fabrizio Margarita

Ultra
Stile minimal e materico, forte vocazione internazionale e una proposta con al centro pizza e cocktail, ma non solo. Apre a metà febbraio il locale firmato dal consulente con il fondatore delle pizzerie Vurria. Dom Carella ci svela in anteprima il nuovo progetto

«Non è una pizzeria che fa cocktail, non è un cocktail bar che fa pizza». È Ultra, il nuovo progetto di Domenico «Dom» Carella e Fabrizio Margarita. Nome di punta nel mondo dei locali il primo (ha alle spalle esperienze stellate e ha fondato il suo cocktail bistrot Carico a Milano), creatore delle pizzerie Vurria (quelle con l'aloe nell'impasto) e dell'Osteria del Mercato a Londra il secondo, a metà febbraio si preparano a dare il via all'avventura di Ultra a Milano. Un locale minimalista che punta a conquistare l'estero, che gioca con le luci e in cui «si mangia un ottimo prodotto, si beve un ottimo prodotto e si ha un'atmosfera che ti fa venire voglia di tornare», spiega Carella in anteprima esclusiva a Bargiornale.

All'angolo tra via Pier Lombardo e viale Monte Nero, dalle parti di Porta Romana, una ex banca è stata trasformata in un locale di 220 metri quadrati con 70 coperti, in stile minimalista e materico. «Quello che abbiamo voluto far vedere, lì dove si vede, è la materia viva. Cemento riversato a terra per farci il pavimento, pietre lasciate a vivo sulle pareti o sui banchi, vari legni di pregio, metalli. Qualcosa che riporti un po' al materico, di vivo e non finto», spiega Carella.

Un palco per il bartender, il pizzaiolo e lo chef

Attenzione: «lì dove si vede» è la chiave del discorso. Perché giocare con la luce fa parte del dna di Ultra. «Abbiamo pensato a una forma quasi teatrale, dove la cucina, il bar e la pizzeria sono palchi dove si vedono solo le mani dei pizzaiolo, dello chef o del bartender, quasi a ritagliare l'artigianalità», continua. Non un buio nero come la pece, ovvio, ma lo spotlight è sulle mani, «come se le mani fossero attori di teatro con un occhio di bue su di loro, sui prodotti, sugli oggetti».

«Abbiamo pensato tutto come se fosse un palco unico: la cucina, il bar, la pizzeria e la parte del consumo», dice Carella. Tutto è a vista e tutto è alla stessa altezza, divani e divanetti non fanno parte del linguaggio di Ultra. «Abbiamo studiato un'altezza che per noi è ottimale, che è quella che cerco di portarmi dietro in qualunque progetto faccia. L'idea è quella di essere sempre un po' in moto, non troppo seduti e non troppo alzati. Non lo sgabello da un metro e non la seduta da 60 centimetri», che secondo l'esperto rischia di schiacciare lo stomaco e non stimola la voglia di bere e magiare.

Cocktail, pizze e non solo

Perché da Ultra si viene (anche) per questo: per bere e mangiare. Al centro della proposta ci sono le pizze e i cocktail, ma non mancano la cucina, la selezione di vini soprattutto naturali e di sake, uno spazio dedicato alla drogheria con salumi, formaggi e conserve. «La drogheria dà la libertà di scegliere cosa mangiare e come mangiarlo. Si può prendere un prosciutto nobile e metterlo sulla pizza o mangiarlo come antipasto. O fare la stessa cosa con un pesce in scatola», racconta Carella.

La proposta cocktail

Nella carta dei drink (10/15 euro) trovano spazio una decina di classici, otto signature e quattro o cinque twist on classic Ultra Version, come Ultra Negroni, Ultra Martini o Ultra Margarita. «Sono varianti più divertenti o più spinte in gusto rispetto ai classici, in modo da rispecchiare il mood di Ultra», spiega Carella, definendoli con un alone di mistero «le versioni più Ultra dei classici». Sul versante signature invece Carella ha voluto puntare sul concetto di materico (ripreso anche dall'ambiente del locale): «Ne abbiamo due che abbracciano il mondo della terra, due che abbracciano il mondo dell'acqua, due che abbracciano il mondo dell'aria e due dedicati al mondo del fuoco. Questo sia alcolico sia analcolico».

Nella creazione della drink list immaginare ricette che potessero ben affiancare le pizze non è stato un limite, anzi. «La pizza è abbinabile a tutto, è un contenitore vuoto come un panino», ragiona. Ai clienti viene lasciata massima libertà di abbinare i vari cocktail alle pizze, senza combo già indicate a priori. «Ovviamente verranno guidati dalle persone del nostro team, che si prenderanno cura di dare suggerimenti».

Spazio alla pizza

E per quanto riguarda la pizza? «Abbiamo diversi tipi di impasto. Ne faremo una tipo focaccia, al padellino, faremo una montanarina, faremo tacos di pizza (per esempio con pulled pork, grana e erbe), faremo la pizza classica, nel senso di classica nel nome e nella forma», racconta Carella. Le varianti, con un prezzo tra 8 e 20 euro, spaziano dalle pizze tradizionali leggermente riviste in modo contemporaneo alle signature come quella con pecorino, crema di zafferano, ossobuco arrosto, gremolada e caviale. Su richiesta possono essere servite intere o già tagliate a fette per facilitare lo sharing.

Un locale dal forte spirito internazionale

Cocktail bar e cucina aprono e chiudono insieme, dalle 18 alle 2 (sette giorni su sette). Si può mangiare e bere in qualsiasi momento, scegliere di condividere una pizza all'aperitivo, ordinarla per cena o prenderla a ore piccole. «Dopo la serata l'atmosfera si evolve in termini di ritmo e musica, mentre la proposta rimane sempre uguale. Il nostro obiettivo è creare un meal period così lungo da abbracciare un po' tutte le esigenze», dice Carella.

Pronto per andare all'estero

Perché Ultra è un progetto open mind e open target, con un forte spirito internazionale. E non è un caso che Carella e Margarita fin dall'inizio lo abbiamo immaginato come «un concetto facilmente esportabile ovunque, con un nome facilmente integrabile ovunque, con un'identità forte che potesse essere riconosciuta in qualunque stato. Ultra non vede me ai cocktail e Fabrizio alla pizza, ma vede una sinergia di prodotto e di intelligence aziendale che ci possa far replicare il progetto, da qui a X mesi, altrove. Stiamo già sondando due o tre Paesi, con interessi sia ricevuti sia esposti da parte nostra. È simpatica l'idea di non essere ancora aperti e di avere già sul tavolo delle proposte». Più che simpatica, si potrebbe dire Ultra.

La Skalunata, mixology sperimentale a Sciacca

La Skalunata Arte del Recupero - Laphraig 10 anni, Sherry, Martini Bitter Reserva, Bitter Peychaud's
Arte del Recupero (Laphraig 10 anni, Sherry, Martini Bitter Riserva, Bitter Peychaud's)
Ricerca e sperimentazione fanno breccia anche in provincia. Come mostra Antonio Maniscalco, che nel suo locale nella cittadina siciliana, propone una drink list che esplora il lato audace della mixologist post-industriale. Senza dimenticare il pairing con il food

I Romani la chiamarono Terme Selinuntine e se ne innamorarono per la sua particolare collocazione geografica. Sciacca, cittadina in provincia di Agrigento che sembra tuffarsi nel mare, il cui centro storico, in parte racchiuso tra le mura, è un reticolo di vicoli ciechi e di cortili in stile arabo. In questo contesto urbano affascinante si colloca La Skalunata – Cafè Retrò, bar di riferimento di Sciacca che ha sempre avuto l’obiettivo di portare quell’aria di novità e di internazionalizzazione che spesso è invisa alle piccole comunità locali.

Il suo proprietario è Antonio Maniscalco, classe ’79, tedesco di nascita, ma siciliano al 100%. Ha iniziato a lavorare nel mondo bar già dal 2002 per sostenersi negli studi universitari e, dopo un breve periodo di training, ha capito che l’attività imprenditoriale era quella che gli si confaceva maggiormente. A 24 anni apre La Skalunata, locale che prende il nome dall’adiacente scalinata medievale. In seguito il locale si arricchisce di un nuovo tassello, il Cafè Retrò. Questo nuovo progetto è il risultato di un desiderio di cambiamento e innovazione che continua la mission primigenia: esplorare le nuove frontiere nel mondo della mixology. Lo abbiamo raggiunto per farci raccontare gli sviluppi di questo progetto imprenditoriale.

Sciacca è una cittadina suggestiva, molto viva in estate e in alcuni periodi dell’anno, come quello del Carnevale per il quale è famosa in tutta Italia. Pur essendo il comune più popoloso dopo il capoluogo è una realtà di meno di 40.000 abitanti: è difficile fare impresa in territorio così?

Fare impresa in un territorio come Sciacca presenta delle sfide uniche, soprattutto nel mondo del beverage. Essendo una cittadina relativamente piccola e ancora non pienamente aperta al concetto moderno di cocktail bar, Sciacca tendeva a rimanere ancorata a uno stile più tradizionale, tipico degli anni Novanta, con un focus sulla birra alla spina, shot di tequila o whisky classico. Per me, documentarsi sui libri e partecipare a master nel settore è stato cruciale per acquisire quella visione e quell'esperienza che a volte può essere più difficile trovare in una località più isolata.

Quali sono i concetti alla base della sua drink list?

La drink list, denominata Industrial Sips, è stata concepita per esplorare il lato audace della mixologist post-industriale. L'idea è nata dalla volontà di sperimentare e di offrire ai clienti qualcosa di unico e innovativo, ispirandoci all'arte dell'industria post-moderna. Il nostro obiettivo è quello di creare cocktail che siano non solo gustosi, ma anche veri e propri capolavori visivi e sensoriali, in grado di offrire un'esperienza completa ai nostri ospiti.

L’industria post-moderna non è esattamente una fonte d’ispirazione immediata. Ci spiega come le è venuta questa idea?

È nata dalla mia continua ricerca di innovazione e dal desiderio di spingere i confini della mixology tradizionale. Sono stato ispirato dall'arte e dall'architettura post-industriale, che si caratterizzano per il loro approccio audace e sperimentale. Ho voluto trasferire questo spirito nel mondo drink, creando bevande che non solo deliziano il palato, ma stimolano anche la vista e l'olfatto, offrendo ai clienti un'esperienza completamente nuova e avventurosa.

Il vostro locale fa anche cucina e oggi si parla molto di questa possibile commistione. Ritiene possibile il dialogo fra cucina e bar?

Ci credo fermamente! Questa sinergia tra l'arte del bere e quella del mangiare è fondamentale per offrire un'esperienza gastronomica completa e coinvolgente. A La Skalunata, cerchiamo di abbinare i nostri cocktail innovativi con piatti che ne esaltino i sapori, creando un'armonia tra cibo e bevande. Questo dialogo apre nuove strade nella creazione di esperienze uniche per gli ospiti, dove ogni sorso e ogni morso si completano a vicenda.

La fidelizzazione del personale è uno degli argomenti più caldi dell’ultimo periodo. Il suo gruppo sembra ben affiatato.  

Il lavoro di squadra e la stretta collaborazione fra tutti i membri del team sono elementi fondamentali per creare l'atmosfera unica del Cafè Retrò. Abbiamo scelto un design post-industriale, utilizzando materiali come legno e ferro, per creare un ambiente caldo e accogliente. La nostra attenzione si concentra molto sul servizio ai tavoli. Ci occupiamo personalmente di proporre i nostri drink ai clienti. Inoltre, organizziamo eventi speciali come serate di degustazione e musica dal vivo, che si allineano perfettamente con la nostra filosofia. Ripeto, la collaborazione fra i reparti è essenziale. Ci serve anche per valutare e migliorare continuamente l’offerta, tramite briefing regolari, nei quali analizziamo soprattutto gli errori, per garantire un'esperienza sempre migliore ai nostri ospiti.

C’è un ricordo che si porta dietro piacevolmente in questa avventura?

Anni fa un cliente si sperticò in complimenti di ogni sorta, dopo aver bevuto un mio Martini. Ogni volta che lo preparo penso agli occhi di quel signore. Un ricordo se vogliamo molto semplice, ma che ha rafforzato la mia convinzione sul mondo bar. Il cuore ha una componente fondamentale, specie in un drink apparentemente semplice.

Il Premio Nonino 2024 celebra l’eccellenza per i 50 anni del Monovitigno Nonino

Le Distillerie Nonino celebrano i 50 anni del Monovitigno Nonino con il Premio Nonino 2024, scienziati, scrittori e medici tra i premiati

Lo scrittore e traduttore Alberto Manguel, il medico francese Rony Brauman, lo scrittore e storico Angelo Floramo e la scienziata Naomi Oreskes: sono i vincitori del Premio Nonino 2024. A selezionarli, tra i candidati, la giuria preseduta da Antonio Damasio, noto neuroscienziato portoghese, già vincitore del Premio Nonino "Maestro del nostro tempo" nel 2003.

Cadendo nel 2023 il 50° anniversario da quando nel 1973 Giannola e Benito Nonino rivoluzionarono l’azienda dando vita a una grappa monovitigno di sole uve Picolit, le premiazioni avverranno in corrispondenza delle celebrazioni per i 50 anni della creazione del Monovitigno Nonino presso le Distillerie a Ronchi di Percoto, sabato 27 gennaio 2024 alle ore 11. La premiazione sarà anche trasmessa in live streaming sul sito della distilleria a partire dalle ore 12.15.

I premiati e le motivazioni

Il Premio Nonino 2024 è andato a Rony Brauman per Médecins sans Frontières per via del suo impegno in una vita dedicata al soccorso umanitario di tutto il mondo denunciando le persecuzioni e contribuendo a far comprendere tragedie come quelle quotidianamente vissute in regioni come Gaza e Cisgiordania.

Il Premio Internazionale Nonino 2024 è andato a Alberto Manguel premiato dalla giuria poiché ritenuto un vero uomo del Rinascimento, oltre che un narratore brillante e un sostenitore appassionato del potere dei libri che attraverso la sua maestria nella saggistica promuove l'amore per la lettura e la condivisione di prospettive culturali diverse, emergendo come figura di spicco nel mondo delle idee e della letteratura, specialmente in tempi di conflitti e volgarizzazione culturale.

È stato assegnato ad Angelo Floramo con la Cooperativa INSIEME “Frutti di Pace”  il Premio Nonino Risit D’aur Barbatella D’oro 2024; il primo per aver esplorato le radici culturali friulane e slovene attraverso la ricerca nelle biblioteche e monasteri. Mentre alla seconda, fondata da donne di Bratunac e Srebrenica, per il suo rappresentare un esempio etico inestimabile, riunendo identità collettive oltre le divisioni imposte dalla guerra, elaborando il lutto con riconoscimento e solidarietà.

In ultimo la giuria ha deciso di premiare come “Maestro del nostro tempoNaomi Oreskes, professoressa all'Università di Harvard, che attraverso la sua dedizione alla divulgazione scientifica, ha messo in luce il consenso sulla realtà del cambiamento climatico antropogenico, contrastando la negazione e le campagne di delegittimazione scientifica e finendo per rappresentare una figura chiave nel dibattito sul ruolo della scienza nella società, utilizzando la ragione per affrontare sfide cruciali come il cambiamento climatico.

 

 

C’era una volta il rhum tricolore

Branca, Cocchi, Fabbri, Luxardo, Martini&Rossi, Pallini, Poli, Stock...Tutti produttori di rum. Succedeva nella prima metà del Novecento quando il distillato di canna divenne un prodotto diffuso e popolare. Valerio Bigano ne racconta l'epopea con le storie imprenditoriali dei brand che italianizzarono il "nettare" dei Caraibi

Pochi sanno che il rum ha anche una storia italiana. È quella narrata da Valerio Bigano nella sua ultima fatica libraria “La lunga storia del rhum italiano. Dai Caraibi al nostro Paese” (il libro autoprodotto costa 50 euro e va richiesto direttamente all'autore, www.bigano.it) Il ricercatore veronese dopo essere andato recentemente, nel 2022, alla riscoperta dell’epopea del Cognac nazionale con il volume “Cognac d’Italie”, è tornato ad approfondire le vicende di uno spirit che non nasce certamente in Italia, ma che nella Penisola è stato protagonista di una breve ma intensa stagione d’oro. «Dagli anni Trenta del secolo scorso fino ai primi anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale - spiega Bigano - il rum nostrano ha goduto di una certa popolarità ed era presente stabilmente nella proposta di moltissime aziende liquoristiche e distillatorie della Penisola. Lo dimostrano i prodotti di 99 aziende rappresentate e le storie imprenditoriali che racconto nel libro, tutte caratterizzate da un ricco e in gran parte inedito corredo di immagini di rare bottiglie storiche e di etichette dell'epoca di grande valore artistico. Un piccolo patrimonio iconografico che ho raccolto grazie al contributo di collezionisti del settore e delle aziende».

 

Come è stato per il libro sul Cognac o per quello sul whisky italiano, risalente ormai al 2013, anche questo progetto è frutto di un lavoro certosino di ricerca, documentazione e riscoperta di “pezzi” importanti di storia della nostra bar industry che altrimenti rischierebbe l’oblio. Ancora di più in questo caso, dove si parla di un distillato oggi quasi praticamente sparito dalle bottigliere e che “resiste” solo nella tipologia del rum o rhum fantasia, liquore secco aromatizzato al rum, utilizzato prevalentemente in pasticceria per la preparazione di dolci come i babà. Ai tempi, invece, era un distillato di largo uso che veniva apprezzato come digestivo, come ingrediente nelle miscele “futuriste” (tutte rigorosamente realizzate con spirit autarchici), come "correttore" unito al caffè o come base per la preparazione di punch. In più costava meno del Cognac. «In Italia - aggiunge Bigano - si comincia a parlare di rum nella seconda metà dell’Ottocento, quindi ancor prima del suo sbarco ufficiale. Tra i primi testi in cui se ne fa cenno, spicca quello di Luigi Sala del 1896, Il Manuale del Liquorista, con alcune ricette, oggi assolutamente improponibili e illegali, che cercavano di imitare i rum dei Caraibi e che, ad esempio, prevedevano la macerazione di tartufi neri non adatti alla vendita, di cuoio ecc. A livello nazionale, la produzione su larga scala vera e propria di rum italiano ha inizio una ventina di anni più tardi e vede le maggiori aziende di alcolici del Paese (ci sono tutti i big di allora come Martini&Rossi, Luxardo, Stock ecc., ndr) impegnate a importare i rum dai produttori caraibici per creare blend da imbottigliare autonomamente. Oppure impegnate a produrre rum nei propri impianti, importando le materie prime necessarie, come canna da zucchero o melassa, da avviare alla distillazione. Il risultato sono rum di buona qualità che a volte si avvicinano agli standard dei prodotti originali». Il libro di Bigano è anche un viaggio nell'iconografia del passato con etichette spesso caratterizzate da ritratti stilizzati di uomini e donne di colore e di chiara origine creola. Tutti raffigurati sorridenti, o in pose rilassate o scherzose, quasi a mitizzare le terre del rum dove ai tempi la realtà dei lavoratori delle piantagioni di canna da zucchero era ben altra. «Etichette che non dovevano turbare la sensibilità dei consumatori - conclude Bigano - e di un pubblico ancora immerso nella propaganda colonialista delle potenze del Vecchio Continente. Fu così che un distillato povero, spesso definito la "bevanda degli schiavi", fu elevato al rango di prodotto di moda».

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