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Cominciamo dal cono, la campagna plastic free per le gelaterie

cono gelato

Da un'idea di Legambiente Sicilia. Prima ancora, dall'esperienza di qualche attivista che ha visto con orrore delle gelaterie offrire cucchiaini di plastica (inutili) a clienti che chiedono un cono gelato o una brioche ripiena: nasce così l'idea di una campagna, Cominciamo dal cono, per sensibilizzare i titolari delle gelateria verso il tema della sostenibilità ambientale.

Solo cono, no ai cucchiaini inutili e raccolta differenziata fatta bene

Ci spiega Elisabetta Vassallo, l'attivista che ha lanciato l'idea e l'ha presentata al recente Sherbeth Festival: «L'idea è offrire alle gelaterie tutti i materiali di comunicazione - display, cartoline, merchandising - chiedendo in cambio che vengano applicate alcune scelte in materia di sostenibilità ambientale. Prima di tutto, cuore della campagna, favorire l'utilizzo del cono al posto della coppetta. Perché è sì un prodotto "monouso", ma è 100% biologico e biodegradabile e anche dovesse restarne una parte, inquina meno di una coppetta in plastica o carta. Secondo punto, impegnarsi a utilizzare, nel caso, solo coppette in materiali compostabili certificati. Terzo, non proporre l'utilizzo del cucchiaino di plastica quando non è necessario. Quarto, importantissimo: fare la raccolta differenziata all'interno del locale».

«Vogliamo portare la campagna al Sigep»

L'idea è stata proposta ai 50 maestri gelatieri presenti a Sherbeth. «Hanno manifestato interesse», spiega Vassallo, «Ora vogliamo intercettare altre gelaterie e provare a coinvolgere un'azienda del settore per partecipare, con la campagna, a tutti gli eventi gelateria del Sigep di Rimini, in gennaio». La campagna è al vaglio dell'organizzazione nazionale di Legambiente e potrebbe diventare una iniziativa allargata a tutto il Paese.

Adriana Firicano conquista il titolo di Lady Amarena Italia

Lady Amarena Italia 2019_Adriana Firicano
Niccolò Fabbri consegna il premio ad Adriana Firicano, Lady Amarena Italia 2019

È Adriana Firicano la signora della miscelazione italiana. La head bartender del Teatro Santa Cecilia di Palermo si è aggiudicata la finale nazionale di Lady Amarena, il contest di Fabbri 1905 dedicato alle sole barlady, andata in scena al Teatro Comunale di Bologna.

Con lei in gara a contendersi il titolo altre nove barlady da tutti gli angoli della Penisola con i loro originali drink pensati per esaltare l’unicità del gusto di Amarena Fabbri: Alessia Bellafante di Giussano (Monza Brianza) con CoBo, Laura Schirru di Nuoro con Coley, Giulia Andreola di Cassola (Vicenza) con Il Pacioccone, Alice Maninetti di Cosio Valtellino (Sondrio) con Elisir d’amarena, Petra Monti di Ponte Buggianese (Pistoia) con Fabbri Break, Vittoria Di Cintio di Piacenza con Trinidad, Rebecca Massari di Rimini con Lady Sunset, Francesca Armanno di Giardini Naxsos (ME) con Lady rebel e Lisa Carusi di Pescara con Il primo incontro.

Adriana Firicano Lady Amarena Italia 2019
Adriana Firicano, Lady Amarena Italia 2019

Gara, presentata dall’astro della mixology Bruno Vanzan, che Firicano si è aggiudicata con il suo cocktail La Lupa, preparato da Bulleit Bourbon 10 Years Old, Fabbri Sciroppo Amarena, succo di lime e completato da un rametto di menta. Un drink ispirato all’omonima novella di Giovanni Verga che racconta la storia di una donna estrosa, ribelle e molto femminile e che la barlady ha dedicato “alle donne ribelli che amano il rischio”, accompagnandone la presentazione con un filmato che ribatte i temi del Me Too. Un tema perfettamente in linea con l’obiettivo del concorso, nato proprio per abbattere le discriminazioni in un settore, quello dei bar, ancora molto maschile.

Nicola Fabbri e Laura Schirru 2 classificata
Laura Schirru, seconda classificata, con Nicola Fabbri

Formula e ispirazione che hanno conquistato la giuria, tutta al femminile, presieduta dalla barlady Cinzia Ferro, e composta da Rossella De Stefano, direttore di Bargiornale, Silvia Belluzzi, imprenditrice della ristorazione, Nicole Cavazzuti, giornalista specializzata nella mixology, Valentina Crucil, influencer, Sandra Ianni, esperta di cultura dell’alimentazione e delle tradizioni enogastronomiche, Jessie Smyth, barlady del Genever di Los Angeles (Usa), Fenia Athanasiadi, Lady Amarena 2017, Ilaria Bello, bar manager del Talea bistrot drink bar di Torvaianica (Roma) e Andriani Vladimirou, Lady Amarena 2018.

Nicola Fabbri e Petra Monti terza classificata
Petra Monti, salita sul terzo radino del podio, Nicola Fabbri

Sul secondo gradino del podio è salita Laura Schirru del Duke de La Maddalena (Sassari) con il cocktail Coley, dedicato ad Ada Coleman, prima barlady della storia al Savoy cocktail bar di Londra negli anni Venti. Marendry, Barolo chinato, cannonau passito, succo di Amarena Fabbri e chinotto la sua ricetta, con la quale si è aggiudicata anche il Premio speciale Merendry per il miglior cocktail a base dello storico liquore Fabbri. Terza classificata Petra Monti, barlady a Monsummano Terme (Pistoia), con Fabbri Break, un cocktail pensato per i momenti di relax e fatto con Sciroppo Fabbri Mixybar Amarena, Marendry, rum Appleton Estate e caffè espresso.

Una nuova sfida ora attende la campionessa italiana: la finale internazionale del contest, che la vedrà in gara con altre 11 concorrenti provenienti da ogni parte del globo per la conquista del titolo di Lady Amarena Mondo.

Le ricette

La Lupa di Adriana Firicano

La Lupa_Adriana Firicano Lady Amarena Italia

Ingredienti:

5 cl di Bulleit Bourbon 10 Years Old, 2 cl Fabbri Sciroppo Amarena, 2 cl succo di lime fresco, un Rametto di menta.

Tecnica:

build over ice

Decorazione:

cestino di ghiaccio guarnito con 3 amarene Fabbri e rametto di menta

Bicchiere:

mug d’argento da 350 ml

Coley di Laura Schirru

Coley_Laura Scirru

Ingredienti:

4 cl Marendry Fabbri, 2 cl Barolo chinato, 2 cl cannonau passito, 0,5 tea spoon succo amarene Fabbri, top di chinotto

Tecnica:

shake

Decorazione:

Amarene Fabbri e peel d'arancia

Bicchiere:

tumbler

Fabbri Break di Petra Monti

Fabbri Break_Petra Monti

Ingredienti:

3 cl Sciroppo Fabbri Mixybar Amarena, 1,5 cl Marendry Fabbri, 3 cl Appleton Estate, 2,2 cl caffè espresso

Tecnica:

shake & strain

Decorazione:

amarene Fabbri e fiore edibile

Bicchiere:

coppa

 

Martini firma Making Bitter Choices, viaggio nel mondo dell’amaro

Nicola Piazza, Ivano Tonutti, Roberta Mariani, Beppe Musso e Manuelò Greco alla Terrazza Martini
Nicola Piazza, Ivano Tonutti, Roberta Mariani, Beppe Musso e Manuelò Greco alla Terrazza Martini

Presentato alla Terrazza Martini di Milano il volume " The Bartender's Guide To Making Bitter Choices" firmato Martini che raccoglie in 132 pagine riccamente illustrate un'articolata storia del gusto amaro e delle relative bevande, con i motivi del loro successo internazionale nel mondo della miscelazione, per finire con una raccolta di ricette di nuovi cocktail ideate da 39 top bartender italiani, di cui 8 barmaid.
L'introduzione comprende tre preparazioni riviste e firmate di cocktail Timeless (senza tempo):
Negroni del "Maestro" Mauro Lotti
3 cl Bitter Martini Riserva Speciale
3 cl Rubino Martini Riserva Speciale
3 cl Bombay Sapphire London Dry Gin
Versare nel tumbler con ghiaccio e fetta d'arancia.
Americano di Davide Colombo (Casa Martini, Pessione)
2,5 cl Bitter Martini Riserva Speciale
2,5 cl Rubino Martini Riserva Speciale
top Soda Bombay
Versare in calice.
Garibaldi Fufferito di Nicola Piazza
5 cl Bitter Martini Riserva Speciale
top Soda Garibaldina (880 ml acqua fredda, 120 ml sciroppo di zucchero, 8,5 g acido citrico, 2,5 ml olio essenziale di foglie di arancio, 2,5 ml olio essenziale di pompelmo nel sifone da seltz)
Spruzzare nel tumbler con ghiaccio e fetta pompelmo rosa.

Le ricette dei bartender sono state suddivise in due sezioni: Inspired by Classic (17) e Bespoke Flavors (22) realizzate anche con tecniche di preparazione culinaria.
Non poteva mancare poi un particolare approfondimento su Bitter Martini 1872 Riserva Speciale, la cui storica ricetta è stata "aggiornata" nel 2017 dai Master Blender Martini&Rossi, Beppe Musso e Ivano Tonutti.

Introdotta da una entusiasta Roberta Mariani (Martini Global Brand Ambassador), la presentazione ha visto la partecipazione dei master blender Martini&Rossi, Beppe Musso e Ivano Tonutti, oltre agli ideatori dell'iniziativa, Nicola Piazza (Martini Brand Ambassador Italia) e Manuel Greco (Advocacy Manager).

Ala serata hanno partecipato con grande passione una buona parte dei 39 top bartender e barmaid autori delle ricette, praticamente il gotha delle nuove generazioni mixability. Alla serata di presentazione seguirà la partenza del tour Bitter Safari in giro per i migliori locali d'Italia. La serata è stata animata dalla performance musicale della scatenata dj Nora Bee.

Di seguito i nomi degli autori, dei drink e dei posti di lavoro.

Sezione Inspired by Classic
Carola Abrate:  Bitter Parej (La Drogheria, Torino)
Duilio Bello: L’Anonimo Barone (48 Speakeasy e Le Roi EmotionalDrink, Messina)
Livio Carrubba: The Bitter Company Reserve (Cloakroom Cocktail Lab, Treviso)
Francesco Cione: Raffinato (Octavius Bar at The Stage, Milano)
Massimo D’Addenzio: Bitter Manhattan (Chorus Café, Roma)
Mario Farulla: Bitter Leyenda (Baccano, Roma)
Giovanni Fenderico: Tifeo (Flanagan’s Cocktail Bar, Napoli)
Alexander Frezza: Pop My Cherry (L’Antiquario, Napoli)
Yuri Gelmini: Tonico del Giardiniere (Surfer’s Den, Milano)
Solomiya Grytsyshyn: Be Bitter (Chorus Café, Roma)
Vincenzo Lannino: Il Bottegaio (Botteghe Colletti, Palermo)
Marco Macelloni: Summer Is Bitter!! (Franklin '33, Lucca e Sartoria ’33, Massa)
Sacha Mecocci: The Oriental Bittertini (The Fusion Bar & Restaurant, Firenze)
Gianluca Melfa: Charlize (Argot, Roma)
Alessandro Melis: Bitter Addicted (Pandenus Gae Aulenti, Milano)
Mattia Pastori: Negroni del Professore (nonsolococktails.com)
Anahita Tokhmehchi: Persian Summer (Casa Mia Cocktail Bar, Milano)

Sezione Bespoke Flavors
Julian Biondi: Coffee Mantra (Mad Souls & Spirits, Firenze)
Matteo Di Ienno: Pea Bitter, Locale Cocktail Bar, Firenze)
Lucio D’Orsi: Passion de Fruits (Dry Martini, Sorrento-NA)
Virginia Ducceschi: Virgo-Lita (Rex Café, Firenze)
Cinzia Ferro: Vaitrà (Estramadura Café, Suna-Verbania)
Luca Manni: il “Vecchio” Bitter (Menagérè e Fooo, Firenze)
Samantha Migani: Hirohito 1872 (Hawaiki Tiki Bar, Igea Marina-Rimini)
Guglielmo Miriello: Italian Paloma (Ceresio 7, Milano)
Elena Montomoli: Bitt3r Ego (Casa Minghetti, Bologna)
Vanessa Vialardi e Simone Nervo: Aria di Torino (D.One e Soho.23, Torino)
Edoardo Nono: Romantiki a Milano (Rita’s Tiki Room, Milano)
Patrick Pistolesi: Red Kong (Drink Kong, Roma)
Matteo Rizzolo: Fiore per una Gheisha (Mandarin Oriental, Milano)
Matteo Rebuffo: Rita P (The Mad Dog Social Club, Torino)
Salvatore Romano: Toad, (Barz8, Torino)
Nicola Romiti: Beet-ter-Martini (Carlo e Camilla in Segheria, Milano)
Riccardo Rossi: Bitterino (Freni e Frizioni, Roma)
Nicola Ruggiero: Rubens (Katiuscia People & Drinks, Giovinazzo-BA)
Edoardo Sandri: Errare Amarum Est (Atrium Bar, Firenze)
Mirko Turconi: Milk Julep (Torino)
Alessandro Zampieri: Bitter Harmony (Il Mercante, Fondamenta Frari 2564, Venezia)
Matteo Zed: Tropicalism (Il Marchese, Roma)

Brevissima storia degli amari
Conosciute fin dall'antica Grecia (Ippocrate), le bevande amare a base di erbe e radici aromatiche erano utilizzate essenzialmente a scopi curativi. Solo nell'Ottocento gli infusi alcolici a base di erbe amare come artemisia, genziana e rabarbaro cominciarono ad essere adoperati (prima nelle farmacie, poi nei caffè) come bevande da conversazione. Tanto che l'americano Jerry Thomas cominciò a utilizzarle come base caratterizzante dei propri cocktail creativi.
Dai vermouth ai bitter, gli amari italiani sono diventati protagonisti internazionali del mondo degli aperitivi e long drink, dal Negroni all'Americano, un settore in costante crescita per notorietà e volumi, un trend confermato anche dallo studio "Future Market Potential of Bitters Market in Global Industry" e dall'elezione del Negroni (di cui ricorre quest'anno il centenario della sua creazione fiorentina) come "The Perfect Cocktail" da parte del prestigioso quotidiano New York Times.

 

 

Pericolo home made: fatto in casa o fatto a caso?

home made

Sempre più spesso dietro i banconi si trovano preparazioni autoprodotte, che spaziano dai semplici sciroppi fino ad arrivare a bitter, tinture, liquori e chi più ne ha più ne metta. Quella tentazione che cammina tra il virtuosismo e la ricerca di economicità, condita da effetti scenici e da un timbro d'autore, talvolta sfocia in un desiderio narcisistico di poter dire o scrivere sul menù quelle due famose paroline inglesi: “home” e “made”. In tutto questo - per carità - non c'è nulla di sbagliato, a patto che il “fatto in casa” non si tramuti facilmente in un “fatto a caso”. La conoscenza degli ingredienti, delle tecniche e delle modalità di estrazione passa spesso attraverso una formazione raramente raggiungibile nel panorama dei corsi per bartender, ma è appannaggio di professionisti che hanno una formazione specifica sull'argomento. Il più delle volte gli errori commessi dietro il banco sono innocui o quasi, ma in alcuni casi possono danneggiare la salute del cliente e dar luogo a spiacevoli risultati.

Grazie al supporto della dottoressa Arianna Manera, agronomo, erborista e consulente di fitoterapia presso il Centro Medico Specialistico della Versilia, abbiamo raccolto alcuni consigli e pratiche da seguire nella creazione di preparazioni home made per la salvaguardia della salute dei nostri clienti e per un approccio professionale e competente al lavoro dietro il banco. Eccoli:

I 20 consigli da seguire nella preparazione di home made

  1. Gli sciroppi a base di erbe officinali - che siano fatti a caldo o a freddo - devono tener conto delle caratteristiche chimiche di ogni singola erba, se si vuole estrarre sia il sapore sia le proprietà benefiche
  2. A seconda della quantità, qualità e tecnica di lavorazione utilizzata un semplice home made può diventare un farmaco
  3. La cosa migliore quando si decide di fare uno sciroppo con erbe officinali è consultare un erborista, che, oltre a dispensare consigli utili, si prende la responsabilità deontologica di ciò che dice
  4. Nel caso di sciroppi con la frutta non si corrono rischi come con le piante officinali, ma se si preferiscono le macerazioni a freddo per osmosi, occorre farle in sottovuoto e non lasciando semplicemente zucchero e frutta a macerare in frigo in un contenitore qualsiasi. Vanno inoltre consumati in breve tempo (1-2 giorni)
  5. Quando, per fare una tintura o un bitter, buttiamo alcool alimentare non diluito su una pianta ne distruggiamo tutte le proprietà officinali, poiché a ogni gradazione alcolica corrisponde una determinata reazione da parte della pianta e, se non si conosce l'esatta gradazione con cui estrarre, si rende inutile l'intera operazione
  6. Le tinture sono preparazioni galeniche, che devono per legge essere fatte solo ed esclusivamente da farmacisti o erboristi
  7. Altro ampio capitolo riguarda la raccolta di erbe spontanee in natura (il cosiddetto “foraging”), una pratica affascinante e sempre più in voga, ma che nasconde non poche criticità. Tale attività sarebbe appannaggio solo di laureati in scienze erboristiche, in quanto riconosciuti come tecnici qualificati alla raccolta spontanea
  8. Per raccogliere occorre avere un permesso, che viene facilmente rilasciato senza particolari requisiti facendo una richiesta in Comune, poiché la legge in materia non è aggiornata dal 1931, periodo in cui, per la scarsità di risorse nel Paese, c'era bisogno che qualcuno tornasse nei boschi a raccogliere qualcosa di commestibile
  9. Per fare il foraging occorre avere una vasta conoscenza delle piante, perché alcune di queste sono molto simili tra loro; la carota selvatica e l'angelica, per esempio, assomigliano alla cicuta (che però è mortale!)
  10. Una volta ottenuto il permesso per il foraging, vanno individuate le zone di raccolta utili che non devono essere vicino ad aziende agricole e, soprattutto, devono essere lontane da strade trafficate, altrimenti si raccolgono erbe ricche di metalli pesanti
  11. Esistono inoltre dei limiti di raccolta di alcune piante che sono regolamentati per legge. Una su tutte la genziana, che fa parte di molti liquori e aperitivi nostrani
  12. Ci sono, poi, periodi di raccolta in cui la pianta ha al suo interno tutti i principi attivi utili. Il tarassaco, per esempio, nel periodo senza fiore è considerato alimentare, ma quando ha il fiore può provocare iperacidità e disturbi gastrici
  13. In seguito, ogni pianta raccolta deve essere utilizzata nel brevissimo tempo, altrimenti deve essere essiccata, poiché se ne diminuisce la carica batterica e, soprattutto, si impedisce la riproduzione di nuovi batteri. Non tutte essiccano allo stesso modo e alla stessa temperatura però, ed è fondamentale che nel processo la pianta mantenga più o meno lo stesso colore. In altre parole, se diventa marrone, non è secca ma... bruciata o ossidata. I prodotti sicuri dal punto di vista della carica batterica e della modalità di essiccazione si trovano solo in erboristeria
  14. I frutti più utilizzati dietro i banconi sono indubbiamente gli agrumi, sia per il succo sia per gli oli essenziali molto aromatici che contengono sulla buccia. La maggior parte di questi hanno tuttavia una buccia non edibile e ricca di anticrittogamici (sostanze chimiche pesticidi) che viene sempre segnalata sulla confezione e che molto spesso ignoriamo. Sostanze che non fanno bene all'uomo, ancor più se vengono inserite in un drink, quindi a contatto con l'alcool che fungendo da solvente rilascia il tutto nel nostro Americano
  15. Già che stiamo parlando di questo popolare cocktail da aperitivo, un'altra cosa che spesso non consideriamo è che con il termine “aperire” si intende proprio “aprire lo stomaco, favorire l'appetito”, e che quindi molti dei liquori e vermouth nei nostri drink sono a base di erbe officinali che svolgono questa funzione, aumentando la secrezione gastrica. Sapere questo potrebbe aiutarci ad aiutare quei clienti che soffrono di acidità di stomaco o gastrite, proponendogli qualcos'altro da bere che non accentui il proprio dolore
  16. Un esempio? Un Mojito, un Southside o qualcosa a base di anice, tutti oli essenziali che prevengono la sindrome da intestino irritabile
  17. Tornando agli agrumi, una alternativa alle scorze è l'acquisto di oli essenziali da vaporizzare sul drink. Questi vanno adeguatamente diluiti in acqua o alcool, poiché sono estratti molto potenti che se utilizzati in quantità alte fanno male (per esempio l'olio di arancia amara interagisce nell'assorbimento di molti farmaci). Anche dentro il nebulizzatore vanno agitati prima dell'uso, perché l'olio tende a restare in sospensione sul liquido
  18. Utilizzarli in gocce direttamente in un cocktail è sbagliato, costoso e dà luogo a risultati sgradevoli non solo in termini di gusto finale di un drink che risulterebbe troppo intenso, ma anche di possibilità di fare seriamente male a un cliente: un esempio su tutti il “tujone”, presente negli oli essenziali di salvia e artemisia che su alcuni soggetti, soprattutto se lavora in sinergia con altre piante, può arrivare a causare allucinazioni e convulsioni
  19. La cosa migliore con la frutta sarebbe di utilizzarla solo di stagione, sia perché il suo gusto è all'apice e sia perché si presuppone non abbia bisogno di essere imbottita di steroidi per arrivare bella e buona dentro il nostro bar
  20. L'utilizzo poi di frutta che viene dall'altro lato del mondo, oltre ad avere un altissimo impatto ambientale, non ci rassicura sulla quantità di composti chimici che il frutto ha ingerito: in Italia le linee guida sui pesticidi sono molto restrittive, ma non lo sono in moltissimi altri Paesi

Con questa panoramica siamo andati a toccare brevemente solo alcuni argomenti relativi alle preparazioni home made, con l'intento di fornire informazioni utili e soprattutto di risvegliare un pizzico di consapevolezza nei confronti delle proprie responsabilità dietro il bancone quando ci si approccia a materie che non si conoscono bene. Chiedere un parere a un esperto, documentarsi su fonti serie, avere la testa di fare un passo indietro e lasciar perdere alcune cose non necessariamente utili né alla nostra né alla soddisfazione dei nostri clienti, molto spesso segna un punto a nostro favore.

Artista del Panino: iscriviti alla tappa di Verona

Tre semifinali si sono svolte. E sei professionisti sono già sicuri di partecipare alla finale dell’Artista del panino on Tour 2019. Ora manca solo una tappa per completare la cerchia di "aspiranti artisti" che a gennaio si contenderanno il titolo. C'è tempo solo fino al 4 novembre per inviare la ricetta e sperare di venire selezionati per l'appuntamento che si terrà a Verona il prossimo il 25 novembre da Pepperone Restaurant & Sports Cafè a San Giovanni Lupatoto, in provincia di Verona.

  • “Altro…”

    Le tappe di Roma e Matera, tenutesi lo scorso 12 e 14 ottobre, hanno dunque decretato altri quattro concorrenti che a Rimini si contenderanno il titolo di Artista del Panino. La semifinale di Roma ha visto prevalere Giulia Della Motta, del Beestrò di San Mauro Pascoli, e Giacomo Dini della Pasticceria fratelli Bonci di Montevarchi. Giulia Della Motta ha superato la semifinale grazie a The Brisket, una schiacciatina all’olio farcita con brisket di manzo affumicato per 12 ore, emulsione di maionese e senape, rucola e pomodorini freschi. Giacomo Dini si è aggiudicato la finale con Il Tigullio, una schiacciatina farcita con pesto di basilico fresco, cecina e baccalà fritto, mix di capperi, pomodorini e olive. A Matera invece hanno prevalso Elena Amendolara, del Fishè di Palo del Colle, e Domenico Bianco, della Salumeria Bianco di Putignano. Domenico ha convinto la giuria con Panino Zero, una Chiocciola curcuma e chia farcita con burrata affumicata, capocollo di Martinafranca, pomodorini fiaschetto, cicorie sottolio e farinella di putignano (un mix di ceci e orzo tostati e macinati fino a diventare una farina impalpabile che si possono usare in svariati modi). Elena Amendolara è emersa grazie al suo Gran Fishè, un Brezel Burger arricchito con calamaro fritto, capocollo di Martinafranca, mozzarella fior di latte e cipolle rosse. R.B.

Clicca e scegli il pane Agritech per la tappa di Verona

Bagel nature

Bagel nature

Peso
80 grammi

Caratteristiche
Il bagel è una pasta lievitata, a forma di grosso anello, bollita brevemente in acqua e poi cotta al forno. Di fattura molto semplice, è stato portato negli USA dagli immigrati polacchi, ma oggi gode di fama mondiale e negli ultimi anni si sta imponendo anche nel nostro Paese.

Rosa rustica con semi

Rosa rustica con semi

Peso
90 grammi

Caratteristiche
Una variante creativa e gustosa del classico pane tondo, che ricorda una rosa in fase di fioritura. L’aspetto artigianale e rustico, la crosta fine e croccante e la mollica areata, rendono questo pane perfetto in diverse occasioni di consumo, durante l’intera giornata.

Ciabattina ai cereali lievito madre pretagliata

Ciabattina ai cereali lievito madre pretagliata

Peso
120 grammi

Caratteristiche
Molto caratterizzata sia nel profumo che nel gusto, la ciabattina ai cereali ha una fragranza particolare e un gusto più ricco, grazie ai semi di lino, zucca e girasole e ai fiocchi di orzo e frumento. Per questo è particolarmente adatta alle esigenze dell’alimentazione moderna.

Specialty coffee e micro-roastery d’eccellenza in tre continenti

micro roastery, specialty coffee
Tim Wendelboe in Oslo (Norvegia). Credit Martin Kaufmann
Tra i segreti di una nuova generazione di caffetterie di tutto il mondo

Siamo andati sulle tracce di alcuni dei migliori locali internazionali connessi con l’universo specialty coffee e micro-roastery. Realtà diverse, ma che insieme cavalcano l’onda dei third wave coffee bar. Nel nostro percorso tocchiamo 9 città  in cui il caffè è un affare serio. Nove differenti spazi presenti a New York, Berlino, Amsterdam, Oslo, Calgary, Vancouver, Singapore, Oslo, Amsterdam. Per cercare di fornirvi le dritte migliori ci siamo avvalsi dei consigli di alcuni esperti internazionali di microtorrefazioni, specialty coffee shop e, più in generale, del nuovo mondo del caffè. Tra loro Matt Rooney (Anversa), Yoma Rivera (Singapore), Martin Hudak (Sydney) e Paul Barclay (Calgary). Il viaggio parte da Vancouver, nel quartiere alla moda di Gastown, dove ha aperto Revolver, un punto di riferimento nel Nord-Ovest del Pacifico. Servono il caffè in una miriade di modi, ma di recente hanno iniziato a preferire le super automatizzate macchine Seraphim che permettono di servire caffè filtro in grandi quantitativi, con un getto sempre regolare e una temperatura costante durante il processo di infusione.

Il locale, oltre alla sala principale, con un lungo bancone e musica di grande impatto, ha uno spazio chiamato Archive con un grande tavolo comunitario e sedute posizionate lungo le vetrate. Revolver è anche uno showroom con libri e attrezzature per stimolare ulteriormente la passione dei clienti per lo specialty coffee. Anche se Revolver non tosta il proprio caffè, per i suoi approvvigionamenti si alterna tra i migliori torrefattori stranieri come Tim Wendelboe di Oslo & Phil e Sebastian di Calgary. Phil & Sebastian Coffee Roasters è stato fondato da Phil Robertson e Sebastian Sztabzyb, che si sono incontrati in un corso sui circuiti digitali all’Università di Calgary nel 1996. Tra i due “geek” è nata subito un’intesa: entrambi perfezionisti e con una passione comune per il cibo, il vino e il caffè. Nel 2007 hanno deciso di aprire un piccolo chiosco di caffè al Calgary Farmers’ Market e da allora si sono ingranditi con l’apertura di 5 caffè Phil & Sebastian a Calgary.
Ora spediscono il caffè della loro torrefazione in tutto il mondo.

Il Nord Europa fa scuola

Nel Vecchio Continente sono i Paesi del Nord a fare scuola. Cominciando dal big: parliamo di Tim Wendelboe e del suo bar (Grüners gate 1, nella foto il bancone), considerato da molti il pioniere del grande movimento scandinavo del caffè. Dopo aver vinto il campionato mondiale dei baristi nel 2004 e il World Cupping Championships nel 2005, Tim ha deciso di aprire il proprio bar espresso a Oslo e di iniziare la torrefazione secondo le sue specifiche personali. Ma Tim ha fatto un passo ulteriore con la recente apertura di Nordic Approach, un distributore all’ingrosso di caffè verde considerato da Rooney (e da molti altri) uno dei migliori caffè del mondo. Dicevamo che il Nord Europa offre diverse sorprese. Anche dove non te lo aspetti. Su suggerimento del fotografo Federico Pezzetta (Coffee and Lucas) siamo entrati al Chapter One, una caffetteria di Berlino (Mittenwalderstrasse 30) che, con i suoi bellissimi mosaici sul pavimento, ha l’aspetto di un accogliente e affascinante appartamento. Il grazioso spazio è stato aperto dalla ceca Nora Šmahelová, giudice del Campionato del Mondo dei Baristi ed ex campionessa barista tedesca. A Nora si è unito il veneziano Gian Zaniol, campione italiano Brewing 2017, e insieme formano una squadra molto affiatata. Anche se in molti coffee shop l’espresso è il protagonista, al Chapter One l’attenzione è focalizzata su metodi alternativi di estrazione come V60, aeropress e sifone. Quest’ultimo è la grande specialità della casa.

La nuova scena dei third wave coffee ha portato con sé nuovi locali che fanno dell’eterogeneità della proposta il loro punto di forza. Un caso interessante è il 4850 di Amsterdam (Camperstraat 48-50), un locale capace di combinare con la stessa cura e passione la ricerca nell’ambito del caffè e dei vini naturali. Il fondatore del locale è lo svedese Daniel Schein. La sua idea è stata di far convivere, sotto lo stesso tetto, due mondi solo apparentemente distanti. «Diciamo “solo” - spiega - perché è facile notare che il caffè e il vino hanno molte cose in comune. Entrambi hanno diverse varietà, luoghi e metodi di produzione differenti, uno spettro molto vario di note aromatiche e gustative». Daniel Schein è stato in grado di combinare egregiamente entrambe le proposte e, per completare ulteriormente l’offerta, si è lanciato anche in un’offerta di food ispirata alla tradizione nordica, ma rivista in chiave attuale e cosmopolita. Riassumendo lo specialty coffee bar allarga la sua proposta e crea occasioni di consumo diverse, per pubblici diversi. È il caso del nuovo Byrdi a Melbourne, frutto del tandem di successo composto da Luke Whearty e Aki Nishikura. I due reduci dal successo internazionale dell’Operation Dagger di Singapore propongono nel nuovo locale un tris vincente: cocktail, cibo e specialty coffee, tutti ispirati al loro terroir australiano. Collaborano con un’azienda agricola che si trova a 200 metri sul livello del mare nel Queensland che coltiva caffè appositamente per Byrdi e che viene tostato in collaborazione con il campione di tostatura Ben Toovey a Melbourne. Il risultato è un caffè australiano al 100%. La valorizzazione del territorio è il fiore all’occhiello anche di un altro spazio ispirato dal binomio caffè e cocktail. Questa volta in Asia. E precisamente a Manila nelle Filippine. The Curator Coffee and Cocktails è stato il primo locale del Paese (era il 2013) a proporre specialty coffee. I due soci, Jericson Co e David Ong, lavorano a stretto contatto con coltivatori nazionali e per tostare il caffè si sono rivolti al più grande esperto locale Miko Simangan di #Ykw Hancrafted Coffee Roasters.

Il boom oltreoceano

Se c’è una nazione nella quale gli specialty hanno avuto una diffusione straordinaria, complice certamente il successo di un colosso come Starbucks, sono gli Stati Uniti. Soprattutto in città come Portland, San Francisco e New York. Tra le realtà più interessanti della Grande Mela vi segnaliamo il Devoción. Fondato nel 2006 da Steven Sutton, originario di Medellín in Colombia, ha una storia molto particolare. La famiglia di Sutton è stata costretta a trasferirsi dalla sua regione sempre più pericolosa a Bogotá, per poi spostarsi negli Stati Uniti per proseguire gli studi. Alla fine è entrato nel business del caffè, ma è rimasto frustrato nel vedere che i caffè colombiani non godevano della stessa considerazione dei loro omologhi africani. Il suo orgoglio lo ha motivato a tornare in Colombia nel 2006 per procurarsi i migliori caffè colombiani, mantenendo nel contempo un’attenzione agli aspetti sociali e ambientali per aiutare i coltivatori delle regioni remote e pericolose ad avere una vita migliore. Da allora, Sutton ha rafforzato la sua rete di relazioni commerciali dirette con i coltivatori colombiani, con particolare attenzione ai luoghi difficili da raggiungere e dove si trova il caffè più pregiato.

Il coffee shop Devoción si trova a Williamsburg, Brooklyn. Costruito in un ex edificio industriale in mattoni include un locale di torrefazione, un laboratorio di degustazione, una sala principale, un ampio open space illuminato a giorno con un banco di servizio e un giardino verticale a due piani con piante provenienti dalla Colombia. Qui i clienti possono rilassarsi su divani e sedie tradizionali e godersi il caffè.

Altra grande destinazione “foodie” è Singapore. Negli ultimi dieci anni è stato un vero boom di aperture di ristoranti e cocktail bar di grande valore. Il mondo delle caffetterie non è stato a guardare. Qui, nel 2012, ha aperto  Nylon Coffee Roasters (Block 4, Everton Park) di Dennis Tang e Jia Min Lee. Il progetto è ispirato ai viaggi dei due soci nei migliori specialty coffee di New York e Londra, da cui il nome Ny-Lon. Nylon è un coffee shop alla moda nascosto nella pittoresca zona residenziale di Everton Park. All’interno, un arredamento minimalista, con il bar visibile immediatamente dall’ingresso. La maggior parte degli ospiti preferisce gustare il caffè al tavolo comune, lungo e alto, che offre una bella vista su tutto il locale e la torrefazione. Nell’adiacente torrefazione, l’obiettivo del personale di Nylon è produrre tostature che sottolineino le caratteristiche naturali dei loro chicchi con la rinnovata tostatrice Probat L5. Al bar, nella loro postazione di lavoro si trova una La Marzocco GS/2. Vengono utilizzate altre tecniche come il pour over Kalita Wave o aeropress, a seconda del metodo giudicato migliore per un particolare tipo di caffè. Ogni elemento dell’approvvigionamento, della torrefazione e della produzione di caffè del Nylon è basato su relazioni eque, sostenibili, tracciabili e trasparenti lungo tutta la filiera del caffè. 

Professione roaster al tempo degli specialty coffee

Roaster
Con l’avvento delle microroastery la figura del torrefattore è finalmente emersa dalle nebbie e sono sempre di più i giovani che decidono di diventare roaster

Non è stata un’operazione semplice contattare i torrefattori che trasformano ogni giorno il caffè verde in tostato, soprattutto i professionisti che svolgono da molto tempo questa mansione, abituati a operare quasi nell’ombra, dietro le quinte, lasciando spazio più alle competenze tecniche che alle parole. Le circa 800 torrefazioni italiane fanno capo per lo più a piccole-medie imprese, su cui spiccano poche realtà di grandi dimensioni e le cosiddette microtorrefazioni della “third wave”, che rappresentano il fenomeno del momento.

Ritorno alle competenze sensoriali

Nella microroastery chi tosta è il protagonista assoluto, al pari di uno chef e, come lui, è fiero delle sue preparazioni che spesso hanno alle spalle molta ricerca sia in fase di selezione dei caffè, sia in fase di realizzazione delle curve in grado di esaltarne al meglio le caratteristiche.  Anche tra le medie-piccole torrefazioni, chi tosta ha un volto, racconta e firma i prodotti che ha contribuito a creare in quel passaggio delicatissimo in cui è possibile mettere in risalto un gruppo aromatico o un aroma specifico. Questa professionalità ha alcuni punti di contatto con quella del barista. Basti pensare che le prime tostatrici erano a conduzione manuale e come le macchine vapore (progenitrici di quelle a leva e dell’espresso) richiedevano tanta esperienza e la massima attenzione a ogni passaggio: l’operatore doveva controllare il variare del colore del caffè, il tempo e la temperatura, decidendo, ogni volta, quando concludere il processo di ogni tostata.

L’introduzione della tecnologia e di precise procedure standard hanno portato la lavorazione del caffè a un livello industriale e con l’avvento dell’elettronica oggi l’operatore si interfaccia con lo schermo di un computer e interviene sui processi utilizzando una tastiera e un quadro comandi.

In molte torrefazioni questa trasformazione è affidata a sistemi in cui l’operatore ha perso il contatto diretto con il prodotto e le miscele si ripetono uguali da anni, senza verifiche o alterazioni. Parallelamente stanno crescendo il numero delle torrefazioni attente alla qualità e alla diversificazione dell’offerta e il novero di professionisti del settore che vogliono imparare il “mestiere” di torrefattore o che vogliono aggiornarsi, seguendo corsi o worskhop specializzati. Le competenze suggerite a chi si avvicina a questo mondo sono una conoscenza approfondita dell’assaggio, del caffè verde e dei processi di tostatura. A questo proposito,  ad esempio, un corso molto utile è quello di Q-grader, che attesta le competenze legate all’analisi sensoriale, alla selezione dei caffè e alla tostatura. Come dicevamo, una capacità assolutamente necessaria è quella dell’assaggio, indispensabile per comprendere la qualità della materia prima e l’effettiva validità della curva di tostatura applicata. Una volta “consolidato” questo complesso bagaglio di conoscenze, da unire sempre a un percorso di pratica di almeno 3-4 anni, ci si può definire un tostatore: un professionista, cioè, in grado anche di studiare nuove miscele, sviluppare singole origini e nuovi gradi di tostatura (e, come emerge dalle nostre interviste, chi svolge tutte o in parte queste mansioni sottolinea con orgoglio di essere una figura strategica o centrale del processo di produzione).

Le nuove generazioni

Come premesso, di recente, molti giovani professionisti attenti alle nuove tendenze di mercato sono entrati nel settore: un’iniezione di dinamismo e vivacità che ha inevitabilmente portato a un confronto/scontro con la vecchia guardia e tra diverse visioni del lavoro e del prodotto finito. Da una parte c’è la voce dei senior (o meglio dell’esperienza) per lo più legata a tostature scure e a una costanza di materie prime e di lavorazione; dall’altra, la determinazione di chi sa che “fuori” le cose stanno cambiando e che vuole innovare, portando la ventata nuova di tostature più chiare, nuove origini e lavorazioni alternative (un confronto ben esplicitato dalle opinioni raccolte dai professionisti che appaiono in queste pagine).

Vero è che, in molti casi, le nuove leve arrivano dal banco bar e da brevi percorsi di studio sul caffè. Il termine che più accomuna questi coraggiosi e giovani professionisti è “passione”, ma spesso la passione non basta: anche in questo caso, è indispensabile tanta pratica, prove, errori per raggiungere la curva più indicata per ogni caffè. Non mancano, infatti, quelli che si improvvisano microroaster con tutti i rischi del caso che si possono ben immaginare. E poi c’è l’incontro-scontro con il mercato, quello vero, non virtuale, fatto di locali che invece di “quale caffè mi proponi?” chiedono al torrefattore “cosa mi dai con il caffè?” (macchina espresso, macinacaffè, lavastoviglie), mettendo in secondo piano la materia prima e le sue caratteristiche organolettiche. Tanto è vero che nel nostro Paese sono poche le torrefazioni che riescono a mantenere un’offerta esclusiva di soli caffè specialty. La maggioranza preferisce, in genere, affiancare agli specialty delle miscele, sempre di qualità, ma più commerciali e meno costose.

C’è poi, infine, chi opta per la cosiddetta tostatura “in casa” per motivi economici o per il desiderio di offrire qualcosa di proprio, esclusivo, super artigianale. Alcune aziende propongono corsi di una giornata per diventare micro tostatore in proprio, che non però non è certo la via maestra per assicurarsi un buon prodotto finale. Ci si affida così a cicli preimpostati o all’inventiva personale, ma spesso la cosa non “funziona”.  Così per rimediare, si chiede aiuto a un esperto o a un consulente del settore per comprendere come realizzare sia la tostatura, sia una miscela equilibrata. Ma, spesso, tutto è molto più complicato e dispendioso di quanto ci si può aspettare. Dunque, mettersi in proprio può avere i suoi vantaggi (attenzione a comprendere l’impegno richiesto), ma farlo male può non dare i frutti desiderati: si tenga conto che il “movimento” è ancora decisamente slow  e che, allo stesso tempo, la clientela si fa sempre più competente ed esigente, soprattutto quando le viene offerto un prodotto accompagnato dalla garanzia di una cura artigianale.

L'opinione degli esperti

Michele Anedotti - responsabile tostatura in Ditta Artigianale e Caffè Corsini, campione italiano Roasting 2019
Nella mia professione lo studio e l’esperienza ricoprono un ruolo fondamentale. Come tostatore mi occupo della realizzazione delle miscele, dalla fase di studio fino all’assaggio di post-produzione; valuto e decido come debbano essere trasformate al meglio le sostanze contenute all’interno del chicco. Nell’ambito del mio lavoro è molto importante la sperimentazione, così come lo è avere una mente elastica, fattori questi che, uniti ad altri, contribuiscono a dare il mio personale tocco alla tostatura.

Enzo Pisani - responsabile reparto tostatura in Costadoro
Sono entrato in azienda nel 1996; oggi come ieri il mio ruolo inizia con la realizzazione del migliore campione tostato di cui indicare eventuali criticità in fase di scelta; faccio parte del panel di assaggio quotidiano. Lavoro da sempre con due tostatrici Probat da 300 kg che ultimamente sono state aggiornate con un software di controllo: sono io a definire la curva e i tempi più indicati. L’avvento di corsi specifici mi ha permesso di approfondire le mie conoscenze, realizzando un percorso Sca, che suggerisco a chiunque si voglia avvicinare a questo mestiere.

Marco Cremonese - consulente, mastro tostatore senior e trainer Sca
Insieme alla qualità della materia prima e alla professionalità del barista, la tostatura è un passaggio fondamentale. Il controllo delle fasi del processo, permette di dare risalto a un gruppo aromatico o a un aroma specifico, all’acidità e all’equilibrio gustativo, al corpo e alle sensazioni tattili. È una professionalità che richiede conoscenza e qualche anno di esperienza. Talvolta vedo contrasto tra le generazioni: auspico sempre maggiore dialogo, tra chi sa cosa chiede il mercato ma non ha esperienza e chi ha quest’ultima, ma guarda con diffidenza o teme i cambiamenti.
Paolo Scimone - titolare della torrefazione His Majesty the Coffee
La miscela “segreta”, realizzata con processi del tutto automatici che si tramanda lungo le generazioni, senza verifiche della sua qualità, è purtroppo una realtà di numerosi torrefazioni. Fortunatamente l’informazione gira e il barista sta imparando ad aprire le confezioni e chiedere spiegazioni sul contenuto. Consiglio ai torrefattori di non giudicare il proprio lavoro da soli, ma di farsi aiutare da terzi; inoltre di aggiornarsi e seguire corsi mirati alla tostatura: una buona prassi che, purtroppo, pochi applicano.
Johann Reischer - mastro tostatore del polo produttivo Julius Meinl di Vienna
Dal 1995 sono responsabile della torrefazione a Vienna; tostiamo ogni giorno oltre 10 tonnellate di caffè crudo. La qualità è una priorità per noi, curata da persone qualificate in fase di acquisto, da una programmazione di produzione efficiente e da processi produttivi ottimizzati.
Ogni giorno prendo regolarmente parte alla degustazione del caffè, sia crudo che tostato. Confesso che le tostature chiare sono lontane dal mio gusto, ma le considero positivamente e con attenzione perché in linea con le richieste di mercato e le tendenze che la nuova generazione di tostatori rispecchia.
Antonio Biscotti - titolare della torrefazione Il Griso e docente Italian Roasting School
Ho cominciato a tostare trent’anni fa circa: allora l’offerta di caffè verde era limitata e ripensando alla prima tostatrice, le variabili su cui incidere erano poche. Ora si può lavorare con precisione sulle temperature, i tempi, sonde e computer aiutano a controllare ogni fase. Nel 2008 ho cominciato a seguire dei corsi e ho sperimentato tanto. Mi piace la nuova generazione di baristi che cercano il mio caffè: selezionano il prodotto e la macchina (alcuni costruttori le affittano) e credono nella qualità.
Rubens Gardelli - titolare Gardelli Specialty Coffees e campione mondiale 2017 di Coffee Roasting
L’esperienza mi dice che l’assaggio è  una parte fondamentale del sapere tostare, un fattore sottovalutato. Per questo, il mio consiglio è di seguire un corso Q-Grader. Sono diventato bravo quando ho capito come assaggiare: se si fanno errori di tostatura, ma non si è in grado di riconoscerli, come si può migliorare? Sono contento che la figura di chi tosta emerga anche in torrefazioni di grandi dimensioni: il suo ruolo è analogo allo chef, che ha smesso di chiudersi in cucina.

 

Iginio Massari, ecco il nuovo negozio torinese del Maestro

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Pasticceria con re-branding. Iginio Massari, il maestro dei maestri della pasticceria italiana, apre il suo terzo negozio. Dopo la storica Pasticceria Veneto di Brescia e il pdv di Milano, tocca a Torino. Il 28 ottobre aprirà al pubblico - in piazza CLN 232, a 50 metri da Piazza San Carlo, in pieno centro - una location che si estende su di una superficie di 300 metri quadrati e con una settantina di posti a sedere. Ecco i primi rendering della pasticceria.

Torte, monoporzioni, grandi lievitati, biscotti e mignon firmate Massari saranno a disposizione dei torinesi e dei turisti che frequentano il centro cittadino. Ci sarà anche una "finestra" sul laboratorio a vista.
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Iginio Massari al lavoro con i figli Debora e Nicola. L'azienda oggi ha uno staff di circa 30 pasticceri
In concomitanza con l'apertura torinese, Massari ha rivisto il suo marchio di pasticceria. Una operazione di restyling che tocca sia le insegne dei negozi ("Galleria Iginio Massari", così si chiamerà quello di Torino) sia i pack e le firme sui prodotti. La grafica del nuovo brand è ispirata proprio ai prodotti di pasticceria del Maestro.  

Artista del panino. Matera: ecco altri due finalisti

Elena Amendolara, del Fishè di Palo del Colle, e Domenico Bianco, della Salumeria Bianco di Putignano sono il quinto e sesto finalista dell'Artista del Panino, concorso organizzato da Agritech in collaborazione con Bargiornale e l'Accademia del Panino Italiano. Domenico ha convinto la giuria con il suo Panino Zero, una Chiocciola curcuma e chia Agritech farcita con burrata affumicata, capocollo di Martinafranca, pomodorini fiaschetto, cicorie sottolio e farinella di putignano (un mix di ceci e orzo tostati e macinati fino a diventare una farina impalpabile che si possono usare in svariati modi). Elena Amendolara è emersa grazie al suo Gran Fishè, un Brezel Burger Agritech arricchito con calamaro fritto, capocollo di Martinafranca, mozzarella fior di latte e cipolle rosse.

 

 

Altissimo, in ogni caso, il livello di tutti i partecipanti che hanno puntato in larga maggioranza su materie prime tipiche. Ampio utilizzo di verdure del territorio così come quello di pesci e molluschi (tonno, calamaro, polpo). E poi carni o salumi che hanno dato un quadro d'insieme di quale sia il livello qualitativo raggiunto oggi dal nostro meridione. Un quadro fatto di sapori precisi, volti alla riscoperta di antiche tradizioni e al rilancio di una gastronomia che non ha davvero nulla da invidiare a nessun'altra.

L'appuntamento è ora con la tappa di Verona (alla quale ci si può ancora candidare inviando la vostra ricetta entro il 4 novembre)

Nella foto Elena Amendolara e Domenico Bianco con Marco Carrieri, Artista del Panino nell'edizione del 2017

Giuso, le nuove farciture esaltano la frutta e il cioccolato

giuso golosintese

Giuso presenterà al mercato, durante Host 2019, una nuova linea di farciture. Si chiama Golosintese e comprende quattro referenze pensate per esaltare al massimo le note aromatiche del frutto e le fragranze del cioccolato. Per sperimentare nuove combinazioni estetiche e di sapore, sia nei dolci tradizionali che in ricette più innovative.

Quattro referenze: amarena, lampone, pera e tropical

Ecco le quattro referenze della nuova linea di farciture: Amarena Dark, realizzata con il 50% di amarene e con gocce di cioccolato fondente, dal sapore intenso e leggermente acidulo tipico del frutto, caratterizzata dalle note amarognole del cioccolato. Lampone Ruby, con gocce di cioccolato da fave di cacao Ruby - il cioccolato rosa - e lampone (50%). Una farcitura dal sapore fresco e acidulo, contraddistinta dalle note fruttate del cioccolato. Pera Milky, con il sapore succoso della pera matura (60%) e le note corpose delle gocce di cioccolato al latte. Tropical bianco, creato con il 50% di mango e gocce di cioccolato bianco. Una farcitura dal sapore persistente e dolce, con sentori fruttati, caratterizzata dalle note vanigliate del cioccolato bianco.

Tenuta in cottura e pulizia

Le farciture promettono di tenuta in fase di cottura, di pulizia al taglio, ed eccellenti risultati se utilizzate nelle farciture a freddo o a temperature negative. Il sapore e il colore si mantengono freschi, intensi e vivaci in tutte le tipologie di applicazione. Sono pensate per lievitati da colazione, pasticceria tradizionale da forno, biscotteria, macaron, pasticceria mignon e semifreddi.

Le ricette di Omar Busi

La linea Golosintese è stata sfruttata dal pastry chef Omar Busi, che ha creato quattro ricette per i clienti Giuso, una per ogni referenza: Onda Perfetta con la farcitura Amarena Dark, Crostata Iside con Lampone Ruby, Torta Bella Elena con Pera Milky e Summertime con Tropical Bianco.

Chiude l’Art Caffè, quando la caffetteria non basta

Art Daily Specialty Coffee

Tullio Plebani ed Erminia NodariLa notizia pubblicata online da L’Eco di Bergamo ha avuto in una giornata 22mila visualizzazioni: “Bergamo, chiude l’Art Caffè - Piazza Pontida perde gli artigiani del caffè”. Sì, perché Erminia Nodari e Tullio Plebani sono due riferimenti e due pionieri del caffè di qualità. Aprono nel 2000 una torrefazione in cui vogliono trasformare un caffè che abbia una tracciabilità, una storia. Impresa difficile ai tempi, ma trovano chi soddisfa questa richiesta, incontrando poi un secondo “muro”: i baristi, che non sono interessati a un prodotto di qualità, ma cercano il prezzo e il corollario di macchine e servizi che in genere offrono le torrefazioni. Così, nel 2005 decidono di aprire un locale in cui offrire i propri caffè in piazza Pontida: la reazione è positiva, si crea curiosità intorno alle diverse origini e agli aromi che esprimono. Poi il trasferimento nell’ampio e accogliente locale pressoché di fronte al primo, dove una tostatrice è spesso in azione. La formula del locale, che nel frattempo diventa Art Daily Specialty Coffee, è infatti caffetteria con cucina e torrefazione.

«Il locale ha sempre funzionato e funziona - ci dice Erminia Nodari - ma il caffè non basta: bisogna aggiunger la cucina, l’apertura serale, l’immancabile turnover dei dipendenti (che in media sono rimasti nel locale quattro anni): è davvero un lavoro pesante da un punto di vista fisico e mentale». Bargiornale aveva affrontato questa problematica sul numero di novembre dello scorso anno: la domanda era “Si può vivere di sola caffetteria?” e la risposta data dagli esperti che hanno collaborato alla sua realizzazione era stato un “sì”, “ma”, “però” a evidenziare che la quadratura del cerchio è davvero complessa.

«Il servizio che c’è dietro un caffè è tanto - riprende Erminia Nodari - anche se la clientela fosse disposta a spendere 2, anche 2,5 euro per un espresso, l’attività non sarebbe sostenibile, perché ci vuole tanto organico: chi racconta, spiega e vende e poi bisogna unire altro, ovvero il cibo, perché il cliente lo chiede e perché i conti devono quadrare. Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che, anche all’estero, il cammino è analogo: la maggior parte delle caffetterie ha anche il food. La formula di pura caffetteria (anche se poi del cibo per lo più va aggiunto) può funzionare per locali più piccoli. L’auspicio è che siano i bar “tradizionali” a muoversi per uscire dal modello tradizionale fatto di comodato d’uso e schiavitù a un caffè di basso livello, per scegliere un prodotto migliore, che aumenti il valore e il prezzo dell’espresso. Spero che un giorno si possano pagare 4 euro un panino, 2,5-3 una bibita e 1,5-2 un espresso».

Critical CoffeeIl locale chiuderà il 18 ottobre: nessuna tristezza, non è una resa. Erminia e Tullio si concederanno una pausa di riposo, per dare poi spazio alla voglia di approfondire, di studiare, di concretizzare gli spunti e gli stimoli ricevuti nel corso degli anni e di proseguire con i caffè a marchio Critical Coffee, un nome che, conclude Erminia “raccoglie i valori della mia vita: avere un approccio non da “gregge”, ma critico alle cose, che si basa sulla raccolta di informazioni, dati e non di pregiudizi». I progetti sono tanti. Una cosa è certa: dagli amici che spesso ci riporteranno con la mente a piazza Pontida, riceveremo numerosi “echi” nel segno del caffè di qualità.

De Vivo e Santin si espandono nel Regno Unito

Tartellette black de vivo

Per ora l'estero incide solo per il 10% sui conti della pasticceria De Vivo di Pompei - che vanta un fatturato complessivo di 3 milioni di euro. L'obiettivo, però, è di incrementare la quota. Per questo la pasticceria di Marco De Vivo ha deciso di sbarcare nel Regno Unito, anche se solo... virtualmente, con l'apertura di un e-commerce dedicato. I prodotti di De Vivo, tra i quali c'è anche il singolare babà in vasocottura, sono distribuiti anche in grandi e piccoli store, gastronomie e grandi magazzini di lusso. In Francia, per esempio, presso Le Bon Marché di Parigi e in Italia presso La Rinascente di Milano e di Roma. I lievitati venduti globalmente sono oltre 20.000 (circa 2.000 solo all’estero). La pasticceria è presente in Svizzera, Francia, Russia, Germania, Ucraina, Canada e Spagna, e il prossimo obiettivo sarà aprire sempre più canali oltreoceano e verso i Paesi Arabi.

La mano di Santin su mignon e torte

De Vivo è un marchio storico di Pompei, da tre generazioni, ma negli ulitmi tempi ha modernizzato la sua offerta anche grazie alla collaborazione con Maurizio Santin, da aprile capo pasticcere di De Vivo, che ha arricchito la pasticceria e la produzione con mignon moderne, torte e monoporzioni di grande impatto estetico. «Ho voluto lasciare inalterata la proposta tradizionale di lievitati e di dolci tipici della tradizione partenopea, dove De Vivo è già molto affermato, cercando di dare maggiore attenzione all’estetica e a una selezione di prodotti più moderni», ha spiegato Santin in una nota.

Estero vs. Italia: cambia quasi tutto

Infatti, sul mercato italiano spopolano panettoni, colombe, babà freschi, pastiere, sfogliatelle e frolle. All’estero, altra storia: i francesi prediligono i babà freschi, nel Regno Unito apprezzano la versione salata al provolone del Monaco, in Russia amano i panettoni caratterizzati da una bagna alcolica come la pandelizialimone (bagnato con liquore di limoni di Sorrento IGP), il panchocorhum (con ripieno di ganache al cioccolato fondente 61% monorigine e Rhum Jamaique bianco), il pancassata (aromatizzato con infuso agli agrumi). La sfida è sempre la solita: rinnovarsi e agganciare la modernità, senza perdere di vista la propria identità.

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