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Grado Zero, cocktail analcolici di gran classe

Il bio chef americano Grant Achatz di Alinea Restaurant, Chicago
La sofisticata e continua ricerca del team di Alinea (3 Stelle Michelin) ha dato vita a drink analcolici di altissima qualità. Facilmente riproducibili

In Italia quello dei cocktail analcolici è un movimento in tiepido fermento, spesso relegato a contesti alberghieri di alto livello, con una clientela internazionale. Ma sotto questa “punta dell’iceberg” progressivamente cominciano a far capolino anche proposte analcoliche nelle drink list dei cocktail bar. Perché, se è vero che al mondo dell’analcolico non si è storicamente dato molta importanza, è altrettanto vero che la richiesta di cocktail analcolici c’è sempre stata, e che ancora oggi molto spesso viene tradotta in un blend di succhi di frutta e bevande gassate, fatti al momento e con poco trasporto.

Le possibilità oggi sono tante, dai distillati ai liquori analcolici, passando per bevande gassate innovative ed estratti di frutta o verdura interessanti. La clientela è più abituata a pagare cifre maggiori per un cocktail fatto a regola d’arte, per cui si tratta solo di strutturare un’offerta, poiché la domanda è già presente. In fondo, uno dei pionieri del tema è l’italianissimo Simone Caporale, che con Alex Kratena, negli anni d’oro dell’Artesian di Londra, aveva stupito il mondo della mixology anche per la grande attenzione dedicata ai cocktail a grado zero. Furono, dieci anni fa, i primi ad approcciarsi a una ricerca sugli analcolici che comprendeva il glassware, gli ingredienti, le preparazioni e le varietà di gusto. Ma, se la prima pietra è stata posata sulle rive del Tamigi, è sul lago Michigan di Chicago che viene scolpita nella roccia la prima grande opera omnia sull’universo dei cocktail analcolici.

Alinea, ristorante top sulle sponde del lago Michigan

Tutto inizia dietro le porte della cucina tristellata di Grant Achatz, titolare di Alinea, uno dei ristoranti più celebri al mondo per la cucina modernista, portato avanti da un team che negli anni ha ricevuto più riconosimenti di Micheal Jordan, per citare l’altra star del luogo. Alinea significa “non-lineare” e la filosofia di Achatz in cucina è la stessa che viene tradotta nel loro cocktail bar, l’Aviary. Per quanto riguarda l’approccio a quelli che loro chiamano “NAs”(acronimo di non-alcoholics), il pensiero invece molto lineare: «Nei nostri ristoranti, accade spesso che - per un motivo o per un altro - un cliente non voglia consumare bevande alcoliche. Il nostro compito è offrire a quel cliente l’esperienza di alto livello che riceverebbe qualsiasi altro commensale». Invece di puntare su bevande sodate e succhi, il team di Alinea si è messo in moto per proporre qualcosa che fosse più complesso e sorprendente. Per cui, dallo Champagne all’amaro, passando per il rum jamaicano e il mezcal, in cucina sono nate tutte queste alternative a grado zero. Per comprendere il processo creativo di un drink analcolico, si parte studiando le strutture delle bevande che invece l’alcol lo contengono: nel vasto mondo di birra, vino e cocktail, l’alcol è normalmente bilanciato con vari elementi dolci, amari o acidi. Ognuno di questi è utile a dare l’armonia e il bilanciamento finale alla bevanda. Rimuovere semplicemente l’alcol dall’equazione può sbilanciare drammaticamente un drink.

Si pensi alla “pizza Margherita” dei cocktail: il Daiquiri. I tre elementi che lo compongono creano un bilanciamento perfetto e il rum non potrà mai essere eliminato o sostituito con acqua, perchè non contribuisce solo con la sua parte alcolica, ma anche con tutte le sfumature di gusto che può avere: se è un rum ligero avrà tonalità miti ed erbacee, se è un Jamaica sprigionerà note eccentriche di frutta tropicale e banana arrostita, se è un aged avrà vaniglia e caramello tra le sue componenti...e così via. Capire quali sono le caratteristiche gustative di un rum, aiuterà poi a comprendere come tappare quei buchi che verrano fuori quando si toglie l’alcol dalla ricetta. Altra caratteristica delle bevande alcoliche è che, normalmente, vengono consumate più lentamente di quelle analcoliche. Nessuno si accanirebbe su un Gin Fizz allo stesso modo in cui lo farebbe con un bicchiere di limonata. Per questo, nel pensare un analcolico di livello, una delle cose più difficili è dare complessità sufficiente da far diminuire la voglia che il cliente ha di finirlo subito. Bisogna creare interesse.

Creare interesse sui cocktail analcolici

Quali sono gli elementi che creano questo interesse? Il gusto, prima di tutto. Le combinazioni di gusto a contrasto, tipiche in cucina, sono quelle sulle quali spingere di più anche per la creazione di un analcolico. Poi si può far leva su reminescenze condivise, spesso ripescandole dall’infanzia. Il prosciutto e melone in estate piace a tutti, allora perché non cercare di riprodurlo in forma liquida, per un drink? Nel fattore gusto entra in gioco anche la texture. La setosità data dall’alcol può essere sostituita con addensanti, puree e anche elementi solidi con cui giocare: i futuristi italiani facevano il ghiaccio con la spremuta d’arancia, oggi lo si può fare con un’infinità di altri liquidi, che aggiungono complessità, texture ed estetica al drink. Oltre al fattore estetico, nelle bevande analcoliche è stato spesso lasciato indietro un altro elemento, considerato cruciale nei corrispettivi alcolici: la forma. Il glassware degli analcolici è molto spesso relegato al tumbler alto o al rock glass con ghiaccio. Perchè non un bicchiere da vino? O una coppetta Nick&Nora?
Le porzioni contano anche nel mondo dell’analcolico, soprattutto se lo si vuole nobilitare e far apprezzare la ricerca che c’è dietro. Per cui è perfettamente accettabile che venga servito in una porzione minore o in un bicchiere dedicato (come nel caso del Peanut Butter and Banana Sandwich della pagina seguente). Poi c’è il fattore alcol, che anche se non è presente in qualche modo va riprodotto. La sensazione di calore in bocca fornita da una bevanda alcolica può essere ricreata facendo uso di spezie calde, pepi, ma anche erbe aromatiche usate in stile “smash”.

Tutte queste sono le domande e gli approcci che hanno ispirato la formulazione degli Zero Cocktails di Alinea, e nel tempo le ricette e le preparazioni sono andate sempre più a crescere, insieme alla curiosità del team nel capire fin dove potessero spingersi. Per cui alcuni cocktail sono stati ideati appositamente per essere accompagnati al cibo, altri per rinfrescare, altri ancora semplicemente per stupire.
Nel 2020 la ricerca di Alinea si è tradotta in Zero, libro dal grande impatto estetico, con foto di ogni drink e spiegazioni a margine di ogni singolo elemento che lo compone.
Zero, seconda pubblicazione dopo The Aviary Cocktail Book, fornisce innumerevoli spunti e nuove prospettive al bartender curioso.

Rimuovendo un solo ingrediente fondamentale - l’alcool - chef Achatz e il suo team hanno aperto le porte a un mondo inesplorato di gusti, combinazioni ed esperienze che ora è alla portata di tutti. Le tecniche e le attrezzature richieste sono infatti, nella maggior parte dei casi, presenti in tutti i ristoranti e in gran parte dei bar. Condividendo con tutti la propria esperienza, questo gruppo di cuochi visionari ha iniettato nuova curiosità in un mondo dell’ospitalità che, talvolta, arriva un po’ in ritardo rispetto alle esigenze dei clienti. Che sia veramente iniziata l’era dei cocktail no-alcol? *

La Nocciola del Piemonte nel piatto dolce di un grande chef

Enrico Crippa, innamorato della Nocciola del Piemonte IGP, ha ideato un dessert che la valorizza in tutte le sue forme e consistenze: una speciale wafer alla nocciola

Un ingrediente d'eccezione, la Nocciola del Piemonte IGP, ha dato l'ispirazione a un grande chef. Il risultato è un dessert molto particolare, che contiene un pezzo di racconto del territorio in cui nasce. Lo ha ideato Enrico Crippa, del ristorante Piazza Duomo ad Alba, tre stelle Michelin dal 2012, e si chiama wafer alla nocciola.

Tutte le consistenze della nocciola in un piatto

Il mese di agosto è dedicato alla raccolta di questo frutto, che oltre ad essere un fiore all'occhiello dell'agricoltura piemontese rappresenta anche l’evoluzione dell’industria dolciaria locale, con la scoperta del gianduja, impasto tra cioccolato e nocciole nato a Torino nel 1806. Per il suo wafer, Enrico Crippa ha utilizzato la nocciola in tutte le sue parti: nocciole tostate intere, olio e pasta. Così lo chef racconta la sua creazione dolce: l’involucro sottile, preparato con del riso aromatizzato al tè nero, si presenta leggero, croccante e allo stesso tempo friabile con sentori tostati e dal gusto balsamico e affumicato. Gli strati del wafer sono farciti con crema pasticciera alla nocciola a cui si aggiunge una crema all’olio di nocciole e infine una croccante granella di nocciole caramellate. Il piatto dolce è completato da abbinamenti satellite composti dal gelato di nocciole con salsa mou e nocciole tritate grossolanamente, la torta di nocciole sbriciolata e la crema di nocciole Relanghe, preparata secondo la ricetta appositamente ideata dello chef Crippa per la casa dolciaria della famiglia Ceretto (che nel 2005 ha affiancato Crippa nell'apertura del ristorante ad Alba).

«Mi incuriosì appena arrivato nelle Langhe»

Così Crippa racconta la genesi di questa idea: «Appena arrivato nelle Langhe, incuriosito dalla ricchezza dei prodotti locali, ho subito potuto apprezzare la nocciola, nella sua varietà più celebre - Nocciola Piemonte IGP - la regina delle nocciole sia per la forma tonda sia per il gusto gentile sia per la sua particolarità trilobata. Questo piatto dolce, il wafer alla nocciola, nasce dalla mia volontà di riuscire a utilizzare questo magnifico ingrediente in tutte le sue parti e nelle varie consistenze, partendo dalle nocciole intere tostate, passando per l’olio ed arrivando fino alla pasta».  

OnestiGroup presenta a TheGINday i nuovi gin distribuiti in esclusiva

Giass LONDON DRY GIN OnestiGroup
Tante le new entry, insieme alle storiche referenze del suo catalogo, che l'azienda porterà alla kermesse dedicata al gin e al genever in programma a Milano il 13 settembre. E tanti gli eventi e le guest bartending organizzati con i locali partner che li vedranno protagonisti durante theGINweek

I brand Jin Jiji e Giass e le quattro nuove referenze di Portobello Gin. Sono tante le novità che arricchiscono il catalogo di prodotti distribuiti in esclusiva da OnestiGroup. Novità che l’azienda di Fiorenzuola D’Arda (Piacenza) presenterà nel corso di theGINday, l’evento italiano dedicato al gin e al genever, in programma a Milano il prossimo 13 settembre. Inoltre, l’azienda parteciperà alla theGINweek, la settimana di eventi che accompagnano la kermesse, con una serie di appuntamenti e guest bartending che avranno come protagonisti i gin e i mixer Three Cents del suo ampio portafoglio prodotti.

Jin Jiji: lo spirito dell'India

La rassegna delle novità che si apre con Jin Jiji, brand di gin premium artigianale indiano. Due le referenze della gamma, entrambe prodotte in una piccola distilleria situata nella regione di Goa, che si affaccia sul Mare arabico e principale area di produzione di distillati artigianali: Jin Jiji India Dry Gin e Jin Jiji Darjeeling. Prodotti di alta qualità realizzati utilizzando raffinate botaniche che costituiscono vere eccellenze del Paese, dal ginepro dell’Himalaya e dalla camomilla, provenienti nelle aree a Nord, agli anacardi e alle spezie che invece prosperano nella parte meridionale.

Andando più nello specifico, Jin Jiji India Dry Gin (alc 43% in vol) è un dry gin ottenuto dalla distillazione in alambicco in rame di otto botaniche: ginepro himalaynano e ginepro bulgaro, semi di coriandolo, tè nero, radice di angelica, radice di iris, radice di anacardi, tulsi, o basilico sacro, una pianta erbacea molto utilizzata nella medicina tradizionale ayurvedica, e camomilla. Un gin che esprime in pieno lo spirito dell’India e che si caratterizza per la sua struttura morbida, con sfumature di camomilla e menta, che emergono dal sapore dominante del ginepro, accompagnate da note delicate di tè e di spezie. Un distillato ottimo anche da servire on the rocks, oltre che per l’utilizzo in miscelazione, dove si sposa bene con vermouth e distillati.

Il carattere indiano è ancora più marcato in Jin Jiji Darjeeling (alc 43% in vol). Grande protagonista di questo distillato è infatti il re dei tè neri, il Darjeeling, proveniente dall’omonima regione alle pendici dell’Himalaya, che si unisce a ginepro himalayano e della Macedonia, angelica, iris, scorza di limone indiano, zenzero e chiodi di garofano. Un gin dall’identità ben definita, perfetto sia per il servizio liscio sia per la miscelazione, e nel quale le note fresche e delicate del tè si sposano a quelle speziate e ai sentori di iris, zenzero e agrumi.

Giass: anima milanese

New entry tra le esclusive di OnestiGroup è anche Giass, giovane marchio milanese (Giass nel dialetto del capoluogo lombardo significa “ghiaccio”) fondato da cinque amici e che si è fatto subito apprezzare per l’alta qualità dei suoi prodotti, tre referenze di gin premium e un amaro. Marchio che ha fatto il suo esordio con Giass London Dry Gin (alc 42% in vol) un gin artigianale dal carattere complesso, realizzato con 18 selezionate botaniche. Alla classica base di bacche di ginepro, semi di coriandolo e radice di angelica, si aggiungono infatti la mela golden e la scorza di arancia essiccate naturalmente a bassa temperatura, che danno le note floreali e petali di rosa, fiori di camomilla, di violetta, di arancio e karkadè, che conferiscono il ricco apporto floreale. Poi ancora il cipero, le foglie di menta e i semi di finocchio, con le loro note minerali, foglie di verbena, semi di cardamomo e foglie di melissa per le note citrate e, infine, cassia e timo per le note legnose.

Altra referenza è Giass Navy Strength Gin, che del precedente è la versione declinata nella ricetta Navy Strenght, che prevede un grado alcolico di 57 gradi, e che presenta un profilo più potente e aromatico. Completa la gamma gin il Giass Gin della Casa (alc 40% in vol) un distilled gin a base sempre delle 18 botaniche dei due distillati precedenti. Si caratterizza per i sentori di agrumi e di mela verde, seguiti da rimandi alle bacche di ginepro, accompagnate da sfumature floreali, un bouquet che apre a un assaggio equilibrato, deciso e di lunga persistenza, impostato su note di coriandolo, erbe aromatiche e mandorla.

Sempre a firma del brand milanese l’Amaro Giass (alc 28% in vol), ottenuto dall'infusione e distillazione in alcol delle stesse botaniche utilizzate per i gin, e poi miscelato con zucchero e una soluzione idroalcolica a freddo. Ottimo liscio o con ghiaccio, colpisce per il suo gusto complesso, morbido e profondo, con una vena amaricante in perfetta armonia con note erbacee e speziate. Al naso sprigiona intensi sentori che vanno dalle note fruttate e floreali a quelle più aromatiche di erbe e spezie.

L’animo milanese del brand si esprime anche nel pack dei prodotti: una bottiglia con etichetta, serigrafata sul vetro, ispirata ai disegni geometrici della Galleria Vittorio Emanuele e il logo che richiama una “vedovella”, la tipica fontanella.

Le nuove referenze di Portobello Gin

Ma il catalogo dell’azienda si è arricchito anche di 4 referenze di Portobello Road Gin, che vanno ad aggiungersi al classico London dry, il Portobello Road Gin N° 171, della distilleria londinese. I nuovi arrivi annoverano Portobello Road Celebrated Butter Gin (alc 42% in vol), fatto ridistillando il London dry con 10 blocchi di burro inglese non salato. Il burro rende questo gin più cremoso, ma al tempo stesso dal sapore più leggero ed etereo rispetto al distillato di partenza, aggiungendovi un tocco unico di dolce e salato. Perfetto per un Gin&Tonic, ma anche per cocktail in stile Martini, dove ci si può sbizzarrire a giocare sulla consistenza e il carattere unico di questa espressione.

Un’ispirazione mediterranea, sia nel sapore sia negli aromi è il marchio di Portobello Road Savory Gin (alc 42% in vol), preparato aggiungendo al classico set di botaniche utilizzate per il Portobello London dry (ginepro, limone, arancia, cassia, noce moscata e angelica) anche bergamotto, rosmarino, basilico e olive verdi e, dopo la distillazione, un pizzico di sale marino. Vibrante, con un bel finale secco, non molto speziato, è un gin molto versatile, che si può utilizzare per le più diverse tipologie di drink, grazie alle persistenti note di ginepro, agrumi, con deliziose note erbacee del basilico e del rosmarino.

Il Portobello Road Gin N° 171 è la base dalla quale nasce anche Portobello Road Sloe & Blackcurrant Gin (alc 28% in vol). Base che viene miscelata a bacche di prugnola della Borgogna, un liquore di ribes nero francese, un liquore di ciliegia italiana e zucchero, e il tutto fatto poi riposare in botti di ex whisky in The Distillery, la sede del brand nell’iconica Portobello Road di Londra. Il risultato è un prodotto che conserva il suo carattere “gin”, ma dal profilo più multiforme, arricchito dalle note di frutta con nocciolo, da una gradevole dolcezza e da sottili sentori di legno, che lo rendono ottimo da servire con ghiaccio o per la preparazione di drink, soprattutto se con frutta.

Portobello Road Old Tom (alc 47.4% in vol) è un omaggio all’omonimo stile di gin, molto diffuso tra nel XVIII e XIX secolo, prima della modernizzazione del distillato. È fatto partendo da una base alcolica di cereali che viene ridistillata con ginepro, semi di coriandolo e radice di liquirizia, alla quale poi si aggiunge zucchero e quindi viene lasciato invecchiare in una vecchia botte di sherry. Morbido, nonostante la forza alcolica, e cremoso, si caratterizza per il perfetto bilanciamento tra il vigore del ginepro e la dolcezza data dall’invecchiamento, mentre al naso emergono leggere note maltate e di lievito. Un prodotto perfetto per le grandi ricette che hanno fatto la storia della miscelazione, ma anche per sperimentare nuove creazioni.

Le altre esclusive presenti a theGINday

Oltre che con le new entry, OnestiGroup sarà al presente a theGINday con i gin e i genever degli altri marchi di punta del suo portafogli prodotti, quali Del Professore, Notaris, Generous, The London N°1, Brooklyn, Vitoria Regia, Ginraw, Tarquins, Alkkemist, Ungava, Ferdinand’s, Glendlough e Aqva di Gin, brand italiano emergente con le sue referenze Agrumata, Speziata, Floreale e l'innivativa linea di fragranze igienizzanti alimentari Aqva di gin per l'utilizzo nei cocktail e nel food.

Così come non mancheranno le due referenze della casa olandese Bobby’s Schiedam, tra i fiori all’occhiello dell’azienda: il Dry Gin e il Jenever. Bobby’s Schiedam Dry Gin (alc 42% in vol) nasce dall’unione tra la tradizione del jenever olandese con i migliori ingredienti e spezie indonesiani. Le botaniche (ginepro, citronella, chiodi di garofano, coriandolo, cannella, pepe di Giava, rosa canina, finocchio), tutte biologiche, vengono infuse e distillate separatamente e solo alla fine i singoli distillati vengono assemblati: un processo che dona a questo gin un sapore e un aroma deciso e complesso, con una perfetta fusione tra Oriente e Occidente dove ogni ingrediente è distinguibile fra gli altri in un’armonia di noti dolci, agrumate, erbacee, balsamiche e speziate. Il Bobby’s Schiedam Jenever (alc 38% in vol) è invece la raffinata interpretazione della distilleria del progenitore del gin: una versione più fresca e accattivante, fatta aggiungendo ginepro, citronella, cardamomo e zenzero alla classica base di distillato di malto.

Come complemento ai gin l’azienda porterà le bevande premium artigianali per la mixology a marchio Three Cents, creato nel 2014 da un gruppo di bartender greci: Vassili Kalantzis, George Bagos, George Tsirikos e Dimitris Dafopoulos. Prodotte artigianalmente, utilizzando ingredienti selezionati e di qualità e aromi naturali, senza coloranti, aromi artificiali e conservanti, le bevande sono suddivise in due linee di prodotto: The Tonics (Tonic Water, Lemon Tonic, Dry Tonic Water e Aegean Tonic) e The Sodas (Pink Grapefruit Soda, Mandarin & Bergamot Soda, Cherry Soda, Sparkling Lemonade, Ginger Beer e Two Cents Plain).

Gli appuntamenti firmati OnestiGroup

Ma non solo. Perché l’azienda con i suoi brand sarà protagonista, insieme ad alcuni locali milanesi partner, della theGINweek, la settimana di eventi (dal 9 al 13 settembre) che anticipa theGinday. Ecco i locali dove si potranno trovare per tutta la settimana i prodotti dei brand di OnestiGroup: Nik’s & Co (Portobello Gin), Rita’s Tiki Room (Bobby’s), Ceresio 7 (Generous), Mag Cafè (Tarquin’s), Bioesseri (Vitoria Regia), Tusa (Del Professore), The Doping Club, Bulgari Bar, Vertigo, Elettrauto Cadore, Surfer’s Garden (Three Cents).

Ad arricchire ulteriormente il programma di iniziative firmato OnestiGroup le serate di guest bartending, gli appuntamenti con alcuni dei grandi nomi della miscelazione che presso i locali partner racconteranno i prodotti dei brand e proporranno una drink list ad hoc. Queste le date:

giovedi 9 – The Doping Club
Del professore e Three Cents
a cura di Matteo Di Jenno e Franco Tucci

sabato 11 – Tusa
Three Cents
a cura di George Tsirikos

domenica 12 – Ceresio 7
Generous
a cura di Timo Laderach

domenica 12 – Mag Cafè
Three Cents
a cura di George Tsirikos

domenica 12 –Biesseri
Vitoria Regia
a cura di Gabriele Manfredi

domenica 12 – 1930 Cocktail Bar
Three cents
a cura di Niko Bakoulis

lunedi 13 – Rita’s Tiki Room
Bobby’s
a cura di Edoardo Miotti

lunedi 13 – 1930 Cocktail Bar
Bobby’s, Del Professore
a cura di Antonio Parlapiano e Stelio Papadopoulos

lunedi 13 – Nik’s & co
Portobello
a cura di Jakef Burger

Gluten free e in formato monodose: le Fette Biscottate Single Schär

Fette Biscottate Single Schär
Prive di glutine, di frumento e di lattosio, le Fette Biscottate Single Schär saranno disponibili da ottobre nella pratica monoporzione da due pezzi

Le fette biscottate sono ora disponibili anche nel bar in versione gluten free. A portarcele è Schär Foodservice con le sue Fette Biscottate Single Schär: fette biscottate confezionate in un pratico formato monoporzione che contiene due pezzi (21,6 g).

Tra i prodotti più graditi nella colazione degli italiani, le fette biscottate sono difficilmente reperibili nel fuoricasa per chi deve seguire una dieta priva di glutine. Con questa novità la divisione dedicata al canale horeca del gruppo Dr. Schär, tra i maggiori produttori europei di alimenti senza glutine, ha voluto colmare tale lacuna, offrendo agli operatori la possibilità di somministrare il prodotto anche a questa tipologia di clientela in totale sicurezza, senza il rischio di contaminazioni e con la garanzia dell’alta qualità che contraddistingue il brand.

Dalla tipica e riconoscibile forma e dall’invitante color ambrato, Fette Biscottate Single Schär sono preparate con materie prime selezionate prive di glutine e frumento e senza olio di palma. Oltre che gluten free sono anche del tutto prive d lattosio e quindi vanno bene anche per chi ha problemi con la proteina del latte.

Il loro sapore neutro e delicato le rende perfette sia nel classico abbinamento dolce sia con altre farciture salate, facendo una soluzione ottima non solo per la colazione, ma anche come snack o per accompagnamento ad altri alimenti, in sostituzione del pane, durante il momento del pranzo.

Saranno disponibili da ottobre in un multipack da 25 confezioni monoporzioni: confezioni che oltre che pratiche e sicure, mantengono inalterata la freschezza del prodotto ed evitano sprechi.

 

Maestri dell’Espresso Junior, al via le iscrizioni

Maestri Espresso Junior

Sono aperte fino al 29 ottobre le iscrizioni a una delle competizioni di più lunga data dedicata agli Istituti Professionali Alberghieri e della Ristorazione: Maestri dell’Espresso Junior, il concorso frutto della stretta collaborazione tra Università del Caffè, il centro di illy creato per diffondere la cultura della qualità sostenibile a produttori, baristi e professionisti della ristorazione, e Mumac Academy, l’Accademia della Macchina per il Caffè di Gruppo Cimbali per la formazione di professionisti e coffee lover e la promozione della cultura del caffè.

È un’edizione particolare, la numero 30, un’anniversario che gli organizzatori celebrano insieme ai vincitori degli anni passati, attraverso il racconto della loro esperienza al concorso, in una rubrica in programmazione ogni lunedì sui canali social di Mumac Academy e Università del Caffè. La prima intervista è stata a Francesca Bagni, vincitrice del concorso nel 2011, che racconta la grande emozione e la bellezza della sua partecipazione al concorso da cui è uscita con una targa che è un suo vanto e che ha dato un valore aggiunto al suo curriculum. Il suo consiglio a tutti i finalisti e in genere agli studenti è ad essere curiosi di imparare, sempre. Nei suoi piani futuri c’è l’apertura di un B&B con il suo compagno.

Le parole di Francesca sono una conferma della validità dell’impegno delle due aziende nel supporto alle scuole e nella formazione dei giovani professionisti che si affacciano al settore del caffè. Il concorso, infatti, dà la possibilità agli studenti delle classi quarte di integrare i programmi formativi attraverso corsi professionalizzanti su diversi aspetti del mondo del caffè e dar prova sul campo delle proprie competenze, ricevendo premi e borse di studio.

Per prendere parte al concorso gli Istituti devono presentare la loro richiesta entro il 29 ottobre 2021 sul sito www.maestriespressojunior.com iscrivendo contestualmente un docente al corso di formazione online promosso dall’iniziativa. Dopo una prima fase di test teorico agli studenti e una selezione preliminare tecnica, attraverso video dei candidati, verranno individuati gli 8 semifinalisti che potranno accedere alla fase conclusiva e sfidarsi nella prova pratica che si svolgerà il 20 maggio 2022.

Un’ulteriore novità della prossima edizione è il coinvolgimento di Alpro, che produce bevande vegetali con cui i ragazzi dovranno realizzare una ricetta a base di espresso che le comprenda, allineandosi a un trend si sta affermando sempre più nel mondo della caffetteria

In palio per i vincitori ci sono premi che offrono una formazione specialistica nel mondo della caffetteria, entrando in contatto approfondito con le due realtà organizzatrici. Il vincitore,si aggiudica uno stage di 10 giorni lavorativi, il secondo classificato la partecipazione a un corso di formazione. Le attività premio si svolgono un anno da Mumac e uno all’Università del Caffè: nella nuova edizione la competizione finale si svolgerà da illycaffè a Trieste, lo stage e il corso da Gruppo Cimbali a Binasco (Mi). Gli istituti vincitori ricevono una macchina o tre macinadosatori di Gruppo Cimbli e una fornitura di caffè di illy. A questi riconoscimenti si affianca il premio della giuria di giornalisti che valuterà i finalisti nella presentazione di un progetto dedicato al tema «Come interpretare il concetto di sostenibilità ambientale, economica e sociale nel proprio locale».

VIS, all’esordio le nuove confetture per l’alta pasticceria

SecchielloLamponiHI
A Cibus l'azienda di confetture ha presentato una rinnovata immagine dei suoi prodotti e lanciato i secchielli da 2,75 kg per il settore ho.re.ca.

Alla ventesima edizione del Salone Internazionale dell’Alimentazione di Parma (Cibus) l'azienda del settore confetture VIS, giunta alla vigilia del suo quarantesimo anno di attività, ha confermato l'intenzione di continuare a puntare sull’eccellenza della materia prima: la frutta. Oltre al restyling di alcune storiche linee di prodotto, ha presentato una nuova gamma di confetture dedicate al canale pasticceria: i Secchielli. VIS ha aperto ancor di più al settore della pasticceria e in generale al mondo ho.re.ca., con una linea pensata per l’alta pasticceria e per il settore dolciario da forno, dalle panetterie al circuito dei bar e dei caffè.

Gusto, colore e stabilità in cottura e conservazione

I nuovi secchielli sono prodotti con ingredienti naturali, il 70% di frutta, materie prime altamente selezionate e nessun utilizzo di conservanti e coloranti. La ricetta studiata dai tecnici VIS permette di mantenere alti standard in termini di gusto, colore, stabilità in cottura e conservazione. La nuova linea, cui verrà dedicata un’area di produzione in azienda, è pensata per farcire e decorare torte, crostate, brioche e dolci di ogni genere, ma anche per dare un tocco di gusto e colore a uno yogurt bianco.

«Un ruolo strategico della pasticceria»

«La decisione di guardare ai professionisti della pasticceria e di dedicare loro una nuova linea di prodotti mirati è data dalla consapevolezza del ruolo strategico che il settore sta giocando nel sistema food e ristorazione - commenta Giorgio Visini, ad di VIS. «Chef e pasticceri sono diventati bandiera del made in Italy nel mondo, dandone un’immagine di assoluto primato. Ora noi vogliamo portare valore aggiunto, mettendo a disposizione la nostra lunga esperienza con un prodotto senza pari: frutta in grandi percentuali, semplicità e naturalità al top». I secchielli VIS contengono percentuale di frutta 70% e hanno un peso netto di 2,75 kg.  

Virginia, il distillato zero alcol di Roner per la mixology

Virginia Roner distillato analcolico
La distilleria altoatesina entra nel segmento degli spirit analcolici con questo distillato premium artigianale, a base di botaniche alpine, che rappresenta la perfetta alternativa al gin per creare cocktail e drink no e low alcol

Ricerca della massima qualità e capacità di innovare, guardando ai nuovi trend ma fornendone un’interpretazione che non tradisca le proprie tradizioni, contraddistinguono l’operare di Roner fin dalle sue origini. Una ulteriore testimonianza di come questi elementi procedano insieme è l’ultimo nato della casa: Virginia, un distillato analcolico premium a base ginepro.

Un prodotto innovativo, pensato come alternativa al gin per la preparazione di long drink e di cocktail a bassa o nulla gradazione alcolica, con il quale la distilleria altoatesina si inserisce anche nella categoria degli spirit no alcol. Una categoria in crescita, spinta da un nuovo trend nel quale il bere bene si associa all’attenzione alla sfera del benessere. Un segmento di mercato nel quale Roner fa il suo ingresso portandovi tutta la sua eccellenza, forte di 75 anni di storia nell’arte della distillazione, e quell’elemento di gusto alpino che caratterizza la sua produzione.

Botaniche alpine, lavorazione artigianale

Prodotto artigianalmente e 100% naturale, Virginia è infatti realizzato con otto botaniche alpine, accuratamente selezionate e di alta qualità: bacche di ginepro, lavanda, camomilla, melissa, menta, salvia, achillea e genziana. Le botaniche vengono macerate a freddo in acqua fresca di sorgente, proveniente dalla fonte che si trova nei pressi della distilleria, ricca preziosi oligo-elementi, altro componente fondamentale per tutte le fasi di lavorazione del prodotto.

 Zero alcol, tanto gusto

Virginia è uno spirit analcolico ricco di gusto e di aroma, dove note e sentori che ricordano un fresco prato di montagna si abbinano al tipico carattere del gin. Le note del ginepro, accompagnate da quelle di lavanda e menta, si incontrano con gli aromi intensi di melissa e achillea, per concludere con note di camomilla e salvia e una sfumatura di genziana.

Un prodotto ideale per sostituire il gin in cocktail a base del distillato, sia che si tratti di grandi classici sia di nuove creazioni, per proporne versioni analcoliche o a bassa gradazione. A partire da un Virginia & Tonic, versione a zero alcol del classicissimo Gin&Tonic, dove Virginia si unisce a tonica e si completa con una scorza di limone o di arancia come decorazione.

A sottolineare l’alta qualità del prodotto anche la bottiglia, in formato da 50 cl, la cui grafica accattivante raffigura il Fenghuang, uccello leggendario della mitologia cinese, e il drago Long: le creature che nella mitologia asiatica rappresentano l’equilibrio, lo Yin e lo Yang. Equilibrio tra profumi e gusti delle preziose erbe che Roner, grazie alla sua arte nella distillazione, porta in modo incredibilmente intenso in ogni bottiglia di Virginia.

La ricetta
Virginia & Tonic

Virginia & Tonic Roner
Ingredienti:
1/3 Virginia, 2/3 acqua tonica
Preparazione:
build
Decorazione:
scorza di limone o di arancia e foglia di salvia
Bicchiere:
tumbler basso

 

Beverage cost, il numero che fa la differenza

beverage cost
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Come calcolare correttamente il prezzo di vendita di un drink: lo racconta Domenico Maura, che spiega i segreti della corretta gestione di un bar

Aspetto grafico e pricing. Due facce della stessa medaglia: il menu. Ma se il primo attiene soprattutto all’attenzione che bisogna avere nei confronti del cliente, il secondo è legato alla corretta gestione dell’azienda bar. Ad aiutare gli addetti ai lavori nell’analisi di entrambi gli aspetti ci ha pensato Domenico Maura: una vita dietro al bancone, specialmente in grandi hotel, ma con attitudini da “uomo dei numeri” e una formazione solida in Food&Beverage management. Maura ha di recente firmato “L’ingegneria del menu” (ed. Readrink), il cui sottotitolo è “Come gestire i costi di un bar nell’era moderna”. Perché, alla fine, quella manciata di nomi di drink seguiti da un prezzo esprime la sintesi di una gestione che si spera corretta, che parte necessariamente dal business plan del locale.

Domenico Maura, bar e restaurant manager del Grand Hotel Parco dei Principi di Roma

«Oggi - afferma Maura - ci si focalizza molto sul cocktail, sul risultato, sia estetico sia gustativo. La realtà è che bisogna essere prima di tutto imprenditori. Non tutti riflettono adeguatamente sul fatto che il bar è un’azienda: ha dei costi e deve avere dei ricavi, ovviamente superiori ai costi. Ma se io non so quanto mi costa un drink, come faccio a venderlo correttamente?». L’approssimazione, come dice Maura, è un pericolo molto sottostimato, perché «i numeri non mentono». (leggi anche: "Costi nascosti: una lista ti aiuta a scovarli (e ridurli di molto)").

Naturalmente, i metodi per ricavare i numeri corretti per la propria gestione sono diversi, ciascuno più o meno adatto in funzione della tipologia del locale.

Per prima cosa bisogna essere capaci di calcolare il beverage cost (“parente stretto” del food cost). Maura consiglia di creare una scheda per ciascun drink in menu, riportando per ciascuna ricetta le quantità di ingredienti da utilizzare e il loro costo. Va da sé che essere precisi nei dosaggi aiuta a tenere sotto controllo anche le forniture, puntando a quella standardizzazione che consente di essere rigorosi nel calcolo dei costi.

La definizione del prezzo

Secondo Maura, un riferimento medio corretto per il beverage cost è che si attesti intorno al 20% del prezzo finale; di conseguenza, la formula più semplice - ma semplicistica - per ricavare il prezzo corretto di vendita del drink è moltiplicare tale costo per 5.

Va subito aggiunto, però, che in realtà ci sono altre decine di parametri da prendere in considerazione. Per prima cosa quelli che Maura definisce fattori esterni: la struttura del mercato in cui si opera, ovvero che tipo di concorrenza si deve affrontare e qual è il contesto in cui si trova il locale (a cominciare dall’ovvia differenza fra bar d’hotel e bar indipendente). Poi ci sono i fattori interni: costi di produzione, cocktail signature vs classici, strategie e obiettivi di marketing. E, a proposito di strategie, il prezzo è anche frutto di eventuali tattiche sia legate all’operato della concorrenza sia all’andamento della domanda.

Vanno tenuti in considerazione i margini di errore: di fornitura, degli addetti, di gestione, come pure una serie di accadimenti, alcuni inevitabili (entro certi limiti): la rottura di bottiglie o di attrezzature, i furti, i prodotti alterati di cui ci si accorge solo dopo l’apertura della confezione. Tutti questi aspetti vanno considerati nel calcolo dei costi: fare periodicamente consuntivi e inventari è l’unico modo di tenerli sotto controllo.

Maura, ovviamente, consiglia di utilizzare software gestionali che aiutano a elaborare tutti i dati necessari alla gestione. «Ma per far sì che il sistema funzioni in maniera ottimale - avverte - è necessario che tutte le operazioni di entrata e di uscita dal magazzino vengano sempre registrate». E questo non esime dall’inventario fisico, perché un eventuale ammanco per un furto, per esempio, talvolta si può scoprire solo con questo metodo.

«Ingegnerizzare il menu - afferma Maura - significa operare un’analisi che, attraverso il controllo della profittabilità, della popolarità e del beverage cost, ci permette di ottenere una serie di informazioni fondamentali per la gestione economico-finanziaria dell’azienda».

Attirare l'attenzione

Passando agli aspetti grafici, Maura fa un excursus storico dei menu, raccogliendo anche esempi decisamente originali sparsi per il mondo, come il menu Sensorium del Tipping Club di Singapore, che fa scegliere al cliente il drink in base alle sensazioni olfattive. Rimanendo sulla terra, però, bisogna ricordarsi qualche informazione pratica utile, a partire dalla lunghezza dei menu, che per motivi sia di lettura sia di organizzazione non devono mai essere eccessivi. Come dice Maura, i menu ideali sono quelli «piccoli, corti e concentrati».

Gli studi sulla lettura più recenti portano a scartare la concezione comune che individuava dei punti focali su cui tendeva a concentrarsi l’occhio. Oggi si ritiene più probabile che nella lettura del menu tendiamo a riportare lo schema a cui siamo abituati con i libri. Aiutano ad attirare l’attenzione dove vogliamo gli accorgimenti grafici, i contrasti di colore, i grassetti, i cambi di font. Naturalmente la pandemia ha prodotto un cambio di prospettiva, incentivando i menu elettronici e aprendo a nuove forme di presentazione grafica.

Iiac, il calendario della nuova sessione di corsi

Espresso
L’istituto Internazionale Assaggiatori Caffè propone tra settembre e ottobre il percorso completo dei suoi corsi incentrati sull'espresso

Riprendono i corsi di Iiac - Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè, fondato nel 1933 con l’obiettivo di mettere a punto e diffondere metodi scientifici per la valutazione sensoriale del caffè: sin dall’inizio la sua attenzione si è rivolta all’espresso, simbolo del made in Italy, per il quale è stato messo a punto un metodo di assaggio. La conoscenza accumulata in più di 25 anni e costantemente aggiornata, è stata trasmessa in Italia e all’estero, portando la comunità degli assaggiatori Iiac a oltre 12mila professionisti di 40 Paesi.

Da settembre l’Istituto propone l’intera serie dei suoi corsi, da quello di Patente di Assaggiatore di Caffè, il primo passo per ogni professionista che vuole imparare ad assaggiare, fino a quello per formatori, che vogliono insegnare l’analisi sensoriale dell’espresso italiano.

Osserviamo dunque il calendario degli appuntamenti.

22.9 - presso Hub Coffee Lab - Desenzano: Corso di Patente per Assaggiatore di Caffè (M1). Il corso per diventare assaggiatori di caffè e scoprire come si valuta un espresso si struttura in una parte teorica, una parte pratica di degustazione e si conclude con una prova di esame per coloro che desiderano diventare assaggiatori e conseguire la patente.

30.9 - presso Hub Coffee Lab - Desenzano: Espresso Italiano Specialist (M2): il corso è un viaggio storico, antropologico e tecnologico nell’espresso: la storia, gli stili, l’acqua, la macinatura, l’estrazione, il cappuccino italiano. Una conoscenza indispensabile a ogni professionista che vuole capire a pieno l’espresso.

5.10 - presso Rancilio Group - Parabiago (Mi): Caratterizzazione sensoriale delle monorigini e miscele (M4): una spiegazione dettagliata dei test di analisi sensoriale e una serie di esercitazioni sul caffè per migliorare e affinare le proprie capacità sensoriali.

6.10 - presso Rancilio Group - Parabiago (Mi): La scienza della tostatura, l’arte della miscela (M5): la chimica del caffè verde e della tostatura spiegati nel dettaglio, la costruzione della miscela dal punto di vista sensoriale, tutto con il supporto di sessioni di assaggio con test ad alta utilità informativa.

7.10 - presso Gruppo Cimbali - Binasco (Mi): Psicofisiologia sensoriale (M3). Il sistema sensoriale spiegato nel dettaglio, le sue relazioni con la psicologia, un modo per conoscere a fondo i sensi, strumenti di lavoro dell’assaggiatore, e le leggi complesse che regolano il rapporto tra essi e il nostro cervello.

8.10 - presso Gruppo Cimbali - Binasco (Mi): Espresso Italiano Trainer (EIT). Il corso forma gli ambasciatori dell’espresso italiano, oggi più di 200, con il patrocinio dell’Istituto Espresso Italiano (Iei), al fine di trasmettere ai propri studenti la passione per l’espresso.

Plant Chik’n Nuggets, le nuove pepite vegane di Salomon

Salomon Plant Nuggets
Lo specialista del food service amplia l'innovativa linea di specialità interamente vegetali Green Heroes con un altro suo best seller ora proposto in versione vegana

Dall’inizio dell’anno, Salomon FoodWorld con Green Heroes propone i suoi apprezzatissimi best seller in un’innovativa versione a base vegetale. Una gamma che lo specialista del food service ha creato per fornire ai locali una facile soluzione per portare in tavola un’offerta al passo con i tempi: proposte di alta qualità e capaci di accontentare ogni palato, dagli amanti della carne, ma che vogliono ridurne il consumo, ai flexitariani, dai vegetariani ai vegani. Una linea che riscuote grande successo e che l’azienda continua ad ampliare: l’ultimo nato si chiama Plant Chik’n Nuggets, l’amato spuntino della casa, ma preparato con il 100% di proteine del grano e dal sorprendente gusto Chik’n. Avvolto da una croccante panatura vegana in tempura, è praticamente impossibile distinguerlo dall’originale: aspetto, sapore e consistenza sono in grado di superare qualsiasi prova al palato!

ORDINA ADESSO DEI CAMPIONI GRATUITI!

Gusto, versatilità e servizio

I Green Heroes Plant Chik’n Nuggets, oltre a far felici i clienti, garantiscono immediati vantaggi anche al gestore del locale. La variante vegana dell’amata ricetta è infatti un versatile snack adatto a grandi e piccini che offre le più diverse possibilità di servizio: come protagonista tra i finger food in qualsiasi evento e occasione, come fragrante coronamento di un’insalata o semplicemente da portare via e gustare per strada. Inoltre, i nuggets sono pronti in un lampo, cotti in friggitrice, in vaporiera combinata o in Merrychef.

Nuova generazione, nuova definizione di gusto

Tra le maggiori realtà mondiali del food service, Salomon FoodWorld segue con attenzione i cambiamenti sul mercato e li plasma, per offrire ai ristoratori prodotti eccellenti adeguati ai tempi e facili da preparare. La nuova gamma vegana Green Heroes si rivolge, soprattutto, a un segmento importante del consumo fuoricasa: le generazioni Y e Z. La loro inedita concezione del gusto ha avuto un forte impatto sui recenti cambiamenti dell’industria alimentare e richiede esperienze innovative e sostenibili: e i Green Heroes di Salomon sono la risposta perfetta a questa nuova esigenza.

Per qualsiasi ulteriore informazione e domande, inviare una mail all’indirizzo office-int@salomon-foodworld.com

La bottega dolce di Pasticceria Martesana apre al Mercato Centrale

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Il nuovo pdv di Pasticceria Martesana nel Mercato Centrale Milano
Apre il quarto pdv della storica insegna dolce milanese, all'interno della nuova area food della stazione centrale dedicata alle botteghe artigianali. Un negozio pensato per raccontare i prodotti e la storia di Martesana

C'è anche Pasticceria Martesana nella nuova realtà commerciale che apre oggi, alla stazione centrale del capoluogo lombardo: Mercato Centrale Milano, un nuovo spazio dedicato al cibo e alle "botteghe del gusto" . Ventinove attività, distribuite su due piani, aperte ogni giorno dalle 7 del mattino fino a mezzanotte. Uno spazio di 4500 metri quadrati ricavato nelle aree a piano terra della stazione, che erano in disuso da anni e che sono stati oggetto di un intervento di riqualificazione.

Martesana porta così la sua solida tradizione di qualità nella pasticceria artigianale in un quarto punto vendita a Milano (dopo quelli di via Sarpi, via Cagliero e piazza Sant'Agostino).

Tra prodotti cult e storia

Nel nuovo punto vendita di Pasticceria Martesana il bancone dedicato alle linee di prodotti freschi e confezionati è integrato all’area della caffetteria, per permettere il massimo agio alla clientela. Accanto all’area vendita è stato pensato uno spazio per presentare ai visitatori la storia della pasticceria e condividerne i valori attraverso tre corner. I clienti vengono accolti da un allestimento che racconta la lunga tradizione artigianale della pasticceria raccontata attraverso le immagini storiche e gli antichi strumenti utilizzati dai suoi pastry chef: dallo scatto della celebre torta a forma di Duomo di Milano realizzata nel 1986, fino alla macchina per i biscotti degli anni ’70 e agli stampi per i classici prodotti da forno e ai paioli di rame per cuocere la crema pasticciera. Nell’angolo dedicato ai prodotti che hanno scritto la storia di Martesana non possono mancare i Martesanotti, biscotti simbolo del Maestro Vincenzo Santoro preparati interamente a mano. A completare il bancone della caffetteria di Martesana c’è quindi un corner che espone la storia del lievito madre di Martesana. Il terzo allestimento di Mercato Centrale racconta la storia più recente della pasticceria, attraverso le torte sartoriali e i lavori di cake design dei pasticceri, accanto alla scultura di cioccolato di ispirazione futuristica realizzata da Domenico Di Clemente, pastry chef di Martesana dall'autunno 2020.

Tra le novità anche pasticciotti e maritozzi

La nuova bottega porta con se anche qualche novità di prodotto. Tra questi il pasticciotto, una dedica di Vincenzo Santoro alla sua terra e alle origini pugliesi, e il maritozzo con la panna, icona della pasticceria laziale. Nel nuovo punto vendita sarà a breve disponibile anche il panettone artigianale di Martesana, il lievitato vincitore di Artisti del Panettone 2020.

Santoro: «Qui attiveremo virtuose collaborazioni»

Spiega il Maestro Vincenzo Santoro in una nota: «Il nuovo Mercato Centrale di Milano nasce come espressione delle eccellenze artigianali non solo meneghine ma di tutta Italia, per questo ci riempie di gioia e orgoglio che Martesana sia stata chiamata a rappresentare il meglio della pasticceria in questo nuovo hub. È un onore per noi lavorare a contatto con i più grandi artigiani del gusto e ci stiamo già attivando per dare vita a virtuose collaborazioni con le diverse eccellenze del Mercato». Per Domenico Di Clemente «qui racconteremo ai nostri clienti la tradizione ma anche il volto più attuale di Martesana, che nel nuovo corner abbiamo tradotto in una futuristica scultura di cioccolato. L’iconografia è quella di un’antica locomotiva a vapore, un omaggio della nostra pasticceria all’architettura del Mercato e alla Stazione Centrale di Milano che ci accoglie».  

Hai bisogno di talenti? È tempo di coltivarli

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Come fare a “tenersi stretti” i dipendenti di maggior valore? Domanda mal posta: vanno fatti crescere. Il coach motivazionale Maurizio Papa spiega come fare

Da una parte ci sono i timori dell’imprenditore: “Se gli faccio i complimenti poi si allargano/si siedono/mi chiedono l’aumento”. Oppure: “I ragazzi di oggi lavorano solo per lo stipendio a fine mese”.
Dall’altro ci sono i pensieri del dipendente: “Se faccio di più non mi verrà riconosciuto/poi mi toccherà farlo sempre”.
Chiunque si ritrovi in questa descrizione e in queste riflessioni, è molto probabile che non abbia una grande considerazione dei propri dipendenti (se è un titolare) o del proprio posto di lavoro (se è un dipendente).

La conseguenza - meno immediata da immaginare ma, a pensarci bene, altrettanto realistica - è che probabilmente nemmeno i clienti avranno una grande considerazione di quel locale. Inutile esplicitare quale potrà essere l’effetto sul conto economico.

Coltivare i talenti

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Maurizio Papa, business coach

Come uscire allora da questo cul-de-sac?
Maurizio Papa, consulente strategico al fianco degli imprenditori nello sviluppo della loro attività, suggerisce di ribaltare la prospettiva e puntare a coltivare i talenti della propria squadra. «Un imprenditore - spiega - deve essere in primo luogo un leader, capace di guidare le persone. Perché la crescita della propria azienda passa necessariamente dalla crescita delle persone che ne fanno parte: da soli non si va da nessuna parte» (leggi anche: "Come creare un buon team nel locale").

Il punto di partenza, secondo Papa, è comprendere quali sono i bisogni delle persone, primo passo indispensabile per pensare a come soddisfarli: «Le persone, al lavoro, puntano a soddisfare quattro bisogni fondamentali: sicurezza, varietà, importanza e condivisione».

Sicurezza e varietà: occorre equilibrio

La sicurezza è il punto di partenza, tanto più oggi che la pandemia ha mandato all’aria gran parte delle sicurezza su cui le persone poggiavano: «Sicurezza, per un lavoratore - spiega Papa -, significa sapere che l’azienda per cui lavora ha un futuro, che gli è garantito il pagamento puntuale dello stipendio, che gli è chiaro cosa deve fare e qual è il suo ruolo. Attenzione però: la sicurezza senza varietà produce insoddisfazione». Non tenerne conto, spiega l’esperto, può creare equivoci, delusioni e risentimenti: «Sento dire spesso: “Ma come: mi ha chiesto lui di lavorare perché ne aveva bisogno, gli ho dato un lavoro, gli ho dato tutto quello che mi ha chiesto e adesso mi molla e se ne va? Che ingrato!”. La realtà è che la sicurezza senza varietà va bene solo a chi si accontenta, a chi non vuole crescere, magari perché identifica il lavoro con lo stipendio. Ma non sono certo questo tipo di persone quelle su cui si può costruire una squadra vincente».

«Un’area di comfort troppo estesa fa sì che le persone si addormentino, si siedano, perdano gli stimoli. Un rischio che l’imprenditore non si può permettere: per quello deve esercitarsi nell’arte della delega, stimolando le persone attraverso una crescita del loro ruolo e delle loro responsabilità. Ma anche investire nella loro crescita, ad esempio attraverso la partecipazione periodica a corsi di aggiornamento. Spesso la crescita manca perché né l’imprenditore né il singolo dipendente hanno ben chiaro in testa cosa in quell’azienda potrebbe essere la crescita. È responsabilità dell’imprenditore farlo: e funziona più di tante paternali».

Sentirsi importanti e parte di un progetto

Il terzo bisogno da soddisfare è l’importanza: «Il lavoratore per sentirsi importante ha bisogno che gli altri - l’imprenditore, i colleghi, i clienti - riconoscano il suo valore, che abbia un ruolo chiaro, per cui se le cose vanno se ne può attribuire il merito, che gli venga riconosciuta la bravura. Anche questo spetta al leader. Nella realtà, molti imprenditori non fanno altro che sminuire, criticare o dare per scontato. E questo è l’anticamera della demotivazione».

Il quarto bisogno è la condivisione: «Le persone vanno coinvolte sull’andamento dell’attività, dando feedback, stimolando e raccogliendo suggerimenti e proposte su come risolvere problemi o migliorare alcuni aspetti, se occorre ascoltandone sfoghi e lamentele. Se non gli si dà questo spazio, finiranno per farlo di nascosto».

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