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Dieci domande a Tim Warrillow, il signor Fever-Tree

Con Fever-Tree, vent'anni fa, è stato avviato e potenziato il fenomeno dei mixers premium. Per raccontarci la storia di questo straordinario successo, abbiamo incontrato Tim Warrillow, CEO e co-fondatore insieme a Charles Rolls del marchio di bevande Fever-Tree, distribuito in Italia dal 2007 da Velier.

Sotto le nostre domande...e nel video trovate le sue risposte.

Come è nata l'idea di Fever-Tree e come avete avviato l'azienda?

Quali crede siano stati i fattori chiave di successo per Fever-Tree?

Come rimanete al passo con le tendenze di mercato?

Come stabilite e mantenete rapporti con i fornitori di ingredienti chiave per garantire la qualità dei vostri prodotti?

Qual è stata la strategia di marketing più efficace di Fever-Tree per posizionarsi come marchio di alta qualità nel mercato delle bevande?

Fever-Tree ha avuto successo a livello globale. Quali sono stati i principali ostacoli nell'espansione verso nuovi mercati?

Come vedi la concorrenza nel settore dei mixer e in che modo Fever-Tree si differenzia dai concorrenti?

Quali tendenze o cambiamenti nell'industria delle bevande state monitorando per il futuro?

Quali sono gli obiettivi chiave di Fever-Tree per il prossimo decennio?

 

Who's who

Tim Warrillow, 48 anni, è il Co-fondatore e CEO di Fever-Tree.

Cresciuto in un ambiente familiare fortemente orientato all'imprenditorialità, Tim ha fatto il suo ingresso nel mondo degli affari mentre era ancora all'università.

Dopo aver conseguito la laurea in Economia, con specializzazione in Marketing Alimentare presso l'Università di Newcastle, ha ricoperto il ruolo di Account Director presso la Summerfield Wilmot Keene, un'agenzia di pubblicità e branding di spicco con sede a Londra. In seguito, ha lasciato quella posizione per avviare una propria società di consulenza, dedicandosi all'individuazione di opportunità nel settore delle bevande di alta gamma. È stato proprio in questo contesto che ha incontrato Charles Rolls, evento che ha dato vita alla fondazione di Fever-Tree nel 2003.

Attualmente, Fever-Tree si posiziona come il principale fornitore mondiale di miscele di alta qualità, distribuite in ben 85 paesi. Sin dal suo lancio, la gamma di prodotti Fever-Tree ha riscosso un ampio consenso tra critici del settore, barman e la comunità imprenditoriale, accumulando premi e riconoscimenti in tutto il mondo.

Tra i riconoscimenti personali, spiccano la nomina congiunta come Imprenditore dell'anno Ernst & Young nel 2013, il titolo di Imprenditore dell'Anno nel settore alimentare e delle bevande Investec nel 2014 e il secondo posto nel 2017, dal Sunday Times, come Business Person Of The Year.

Sposato e padre di 4 figli, Tim dedica sempre meno tempo ai suoi hobby, anche se cerca comunque di ritagliare spazi per praticare golf, tennis e vela. È un appassionato cuoco, ama viaggiare sia per piacere che per affari.

 

Gioco di squadra

L'editoriale del numero di novembre è dedicato al gioco di squadra. Chiave fondamentale per il successo di un locale e di un team di lavoro

Chi lavora (bene) al bar lo ha capito il primo giorno in cui ci ha messo piede. Il lavoro in un locale è prima di tutto gioco di squadra, e i bar che funzionano sono quelli dove il team è unito, collaborativo, motivato e ogni persona dà il proprio contributo. Ad esempio nell’ideazione del menu, che si emancipa dal ruolo di prezziario, si evolve in strumento di vendita e, nei casi migliori, diventa una leva di marketing capace di fare spettacolo. Le liste si sono evolute fino a diventare mini opere d’arte a firma collettiva, come testimoniamo nel nostro viaggio da Ortigia a Varese passando per Viterbo (quanto è vivace la provincia!).

Nel nostro girovagare di questo mese nell’universo bar abbiamo toccato i territori della premiumizzazione, dove gli hamburger li firmano gli chef stellati, che a loro volta inventano il “Big Mac” dei dessert. Ci siamo imbarcati a Livorno per seguire una masterclass di Baritalia. A Misano siamo stati nel backstage del Moto Gp per scoprire temporary bar con numeri (e qualità) da Gran Premio. Abbiamo incontrato il campione mondiale Dale Harris, per farci guidare nel mondo del caffè specialty e della professionalità d’eccellenza.

Proprio come il bar team o la brigata di cucina, è grazie alla squadra che Bargiornale, dal 1979, dà vita all’arte di far nascere le idee e partorire le menti (quello che Socrate descriveva come “maieutica”).

Una squadra fatta di persone che mettono al centro la voglia di far conoscere una passione che viene da lontano e si modifica giorno per giorno sulle pagine di Bargiornale e su tutti i suoi canali di comunicazione.

 

 

La storia di Armando Bomba e di Amaro Formidabile diventa un film

La storica distilleria Pallini presenta un cortometraggio sull’impresa del liquorista romano Armando Bomba: un viaggio verso il suo desiderio di “imbottigliare l’esagerazione di un’idea” a cura di di Giacomo Ciarrapico. Il documentario verrà proiettato in anteprima il prossimo 13 novembre al Cinema Farnese a Roma

Il mondo della liquoristica italiana è ricco di invenzioni e di personaggi che sono stati artefici di vere e proprie imprese. Storie che meritano di essere non solo ricordate, ma anche raccontate: come quella di Armando Bomba e di Amaro Formidabile, liquore nato in un’ex officina nel quartiere romano di San Basilio dall'idea di un uomo, innamorato della liquoristica e del mondo dei bar, che voleva pensare in grande e desiderava “imbottigliare l’esagerazione di un’idea”. Ad Armando Bomba, venuto a mancare lo scorso anno, Pallini, la storica distilleria romana che ha acquisito nel 2022 il marchio Formidabile, ha voluto dedicare un omaggio realizzando il cortometraggio “La storia di un’impresa Formidabile”. Il documentario, a cura di Giacomo Ciarrapico e il voice over di Francesco Pannofino, sarà presentato e proiettato lunedì 13 Novembre 2023, alle 19.00, al Cinema Farnese di Piazza Campo dei Fiori a Roma.

 

«Con Amaro Formidabile e Armando Bomba, noi di Pallini abbiamo sempre condiviso una comunione d’intenti e una stessa visione, volendo proporre un prodotto di altissima qualità con forti influssi e rimandi alla tradizione ma un approccio totalmente innovativo - ha commentato Micaela Pallini, presidente e CEO di Pallini Spa -. Oggi è il nostro amaro di punta, grazie al suo approccio sensoriale totale e polifonico che trasporta in un vero e proprio viaggio sensoriale e che abbiamo voluto omaggiare con l’inedito progetto artistico del cortometraggio». Per raccontare l’impresa del liquorista, Pallini ha scelto la voce narrante di Francesco Pannofino, uno degli attori e dei doppiatori più apprezzati nel panorama del cinema italiano. La supervisione del progetto, invece, è stata affidata a Giacomo Ciarrapico, attore, regista e sceneggiatore romano che nel 2001 ha scritto e diretto il corto Dentro e fuori vincendo il Sacher d’oro di Nanni Moretti. È inoltre noto per essere stato l’ideatore della serie tv Buttafuori, con Valerio Mastrandrea e Marco Giallini, e lo sceneggiatore e regista della serie televisiva Boris e del film omonimo. Nella serata di presentazione del progetto, interverrà Claudia Catalli, giornalista cinematografica e autrice del format CineCocktail, che intervisterà Giacomo Ciarrapico e chi ha lavorato alla produzione del cortometraggio.

  

 

The Milan Coffee Festival: unisciti alla lista ospiti VIP Gratuitamente!

The Milan Coffee Festival
Dal 2 al 4 dicembre va in scena a Milano l’evento internazionale dedicato al mondo del caffè. Un appuntamento fondamentale per scoprire novità e tendenze e confrontarsi con i grandi player del settore. Gli operatori possono richiedere l’ingresso gratuito per il 3 e il 4, le giornate a loro dedicate

Torna dal 2 al 4 dicembre, al Superstudio Più di via Tortona, l’appuntamento con The Milan Coffee Festival, l’evento internazionale dedicato ai coffee lover e ai professionisti del caffè. Un appuntamento imperdibile per gli operatori del settore, che avranno l’opportunità di conoscere e confrontarsi con i grandi player che guidano la rivoluzione del caffè in Italia, torreffattori e produttori di attrezzature professionali e vivere tre giornate all’insegna della scoperta di novità e tendenze sul tema caffè e sul mondo della caffetteria. Anche grazie a numerose esperienze proposte dalle aziende partner: La Marzocco, Modbar, Smirnoff, Brita, Alpro, Stronghold, Grindie, Oatly, Decent Packaging, Parmalat, Cafezal, Specialty Coffee Association, XLVI Operai del Vapore.

Proprio per favorire questi incontri i professionisti del mondo caffè possono richiedere l’ingresso gratuito alla manifestazione come ospiti VIP per le giornate Trade, quelle di domenica 3 e lunedì 4 dicembre

RICHIEDI L’ACCESSO GRATUITO COME OSPITE VIP
PER IL MILAN COFFEE FESTIVAL 2023

Gli eventi in programma

Giunto alla quarta edizione, Milan Coffee Festival proporrà agli ospiti, come da tradizione, oltre al momento espositivo, un menu ricchissimo di eventi nell’evento, dai contest alle performance, dalle degustazioni agli approfondimenti sulle tecniche di estrazione e latte art, che costituiscono ottime ragioni per partecipare alla manifestazione.

Ecco, più in dettaglio, che cosa aspetta i visitatori:

  • 75 Espositori: per connettersi con i brand principali e le personalità che guidano la rivoluzione del caffè in Italia: il MCF è l'epicentro del movimento italiano del caffè specialty.
  • The Roasters Village: i migliori torrefattori italiani realizzeranno caffè monorigine utilizzando metodi di estrazione da loro preferiti. Un’esperienza di gusto completa dall'Espresso all'AeroPress.
  • The Coffee Trail: un percorso di esperienze uniche durante il festival, svelando i segreti meglio custoditi dell'evento.
  • Roast Masters: la possibilitàdi vedere i migliori torrefattori sul Pianeta competere per il prestigioso titolo di Campione Roast Masters 2023.
  • Latte Art Live: alla scoperta delle tecniche della desciplina della latte art.
  • Connettiti e socializza: la manifestazione offre a tutti la possibilità di creare una rete di contatti con i migliori baristi ed esperti di caffè provenienti da tutta la scena del caffè italiano e oltre.
  • The Mindful Coffee Tasting Experience: l’immersione in una sessione di degustazione meditativa del caffè accompagnata dai suoni rilassanti di un bagno sonoro per una coffee experience indimenticabile.
  • Pizza e Cocktail: nessuna visita al festival è completa senza una sosta all’Aperitivo Bar, dove gustare una fetta di pizza e concedersi un Espresso Martini o un Negroni al caffè.

Un programma che manifesta la vera essenza del Milan Coffee Festival: una piattaforma pensata per elevare gli standard di qualità per i professionisti del caffè e del fuoricasa e favorire la crescita dell’intero settore.

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PER IL MILAN COFFEE FESTIVAL 2023

 

È firmata da un mastro birraio italiano la prima birra bio delle Isole Fær Øer

OY Brewery Alessandro Ersettigh
Alessandro Ersettigh, mastro birraio di OY Brewery, primo birrificio artigianale delle Isole Fær Øer (credit foto: Alessio Mesiano)
Partito dal Friuli, dopo aver girato mezza Europa, Alessandro Ersettigh è approdato due anni fa sul remoto arcipelago del Nord Europa, dove è mastro birraio di OY Brewery, il primo birrificio artigianale faroese

Al centro del mar di Norvegia, a due ore di navigazione dall’Islanda, si trova un arcipelago di 18 isole non così grandi per estensione e quasi tutte collegate attraverso tunnel sottomarini. Le Fær Øer – che solo di recenti sono diventate una delle mete del Nord Europa più ambite anche dal turista occasionale – sono un luogo remoto, con condizioni metereologiche non particolarmente sorridenti e una percentuale di pecore superiore agli abitanti. La popolazione risiede soprattutto nella capitale, Torshavn, luogo dove si hanno le partenze principali verso isole limitrofe e gli altre stati, il porto commerciale e turistico, il principale smercio di pesce fresco e tutte le municipalità di riferimento. Ogni isola è caratterizzata da paesini frammentati, agglomerati di case apparentemente dimenticati ma che in realtà godono tutti di un appezzamento di terra proprio.

Difficilmente gli abitanti si ritrovano la sera in luoghi comuni come bar o ristoranti perché se in linea generale non sono molti gli indirizzi destinati alla socialità, qui sembra in qualche modo mancare una vera e propria cultura della convivialità condivisa, dell’indirizzo più o meno mondano, della novità gastronomica. Lo stare insieme si vive ancora molto nelle case, facendo visita a familiari e amici, spesso portando in omaggio una bottiglia di acquavite o di birra locale.

Un mastro birraio italiano nell’estremo Nord

Lo sdoganamento del consumo di alcolici è arrivo alle Fær Øer solo negli anni Novanta e questo ha automaticamente portato un ritardo su tutto il comparto, compreso quella della produzione e della qualità connessa a essa.  Alessandro Ersettigh sbarca sulle isole un paio di anni fa proprio grazie alla visione di cinque imprenditori locali che hanno deciso di farsi portatori di un cambiamento sociale ancora prima che economico. OY Brewery è infatti il primo vero e proprio progetto di birra artigianale faroese, con una sede che è allo stesso tempo luogo di produzione e birreria con cucina. Ersettigh è originario di Udine ma dopo aver lasciato l’Italia a diciotto anni diventa cittadino d’Europa girando Norvegia e Paesi Baschi, Inghilterra, Spagna studiando e formandosi come mastro birraio. «Attualmente abbiamo sette birre stabili tutto l’anno e stiamo per introdurne alcune nuove entro la fine del 2023. Lavoriamo tanto di produzioni stagionali, avendo un’estate breve ma in cui i consumi si impennano e in cui ci divertiamo a fare edizioni limitate, più sperimentali nonché collaborazioni con terzi».

Anche per questo prodotto, le difficoltà sul reperimento della materia prima non mancano: «Alle Fær Øer sicuramente l’acqua è incredibile e potete stare certi che qui sarà sempre buonissima. Per il resto, non esistono malterie quindi il nostro malto arriva principalmente dal Belgio. Al momento stiamo lavorando alla prima ricetta di birra faroese biologico – la prima anche per OY Brewery – con due tipologie di luppoli bio, uno polacco e uno francese» racconta Alessandro.

La birreria

La birreria si presenta come un grande garage su strada, con i tini di fermentazione a vista, tavoli e panche spartane e un bar con oltre venti spine dove servirsi. Lo shop è aperto al pubblico tutti i giorni non solo per gadget e merchandising, ma proprio per l’acquisto diretto di quasi tutte le birre a campionario in lattina. OY Brewery è aperto a pranzo alcuni giorni della settimana ma è soprattutto nel weekend e a partire dal tardo pomeriggio che si viene qui per una pinta e uno snack dalla cucina. La proposta food è incentrata su braci e carne, con uno smoker gigante a vista, friggitrice sempre in funzione e tutto ciò che serve per accompagnare una bevuta incalzante come la birra è solita chiamare.

«Abbiamo sette fermentatori da 6.000 litri, quattro da 4.000 litri e due sperimentali da 2.000 litri l’uno. Il birrificio ha una produzione massima di circa 900.000 litri all’anno e in estate arriviamo a quasi 75.000 litri al mese. Siamo cresciuti costantemente nel tempo e oggi con l’incremento del turismo siamo uno dei pochi luoghi di ritrovo della capitale che ancora ha prezzi accessibili e una proposta in qualche modo democratica». Ritrovarsi intorno a una birra artigianale e di qualità – qualcosa che a noi oggi sembra scontato e ordinario – inizia solo ora alle Fær Øer a essere usanza, pretesto e occasione per tessere nuove dinamiche di socialità. In fine dei conti a una buona Pils non sarebbe mai giusto rinunciare!

Ad Andrea Marenda la finale italiana del Nikka Perfect Serve

Nikka Perfect Serve 2023 Andrea Marenda
Il bartender della Santeria Toscana 31 di Milano si è aggiudicato la tappa italiana della competition firmata Nikka e ha conquistato un posto per la finalissima in programma a dicembre a San Francisco

Come ti impressiono il suocero. Andrea Marenda, della Santeria Toscana 31 di Milano, stacca il biglietto per la finale mondiale di Nikka Perfect Serve di San Francisco, superando altri nove concorrenti nella tappa italiana tenutasi al Drink Kong di Roma, che ha combinato padronanza tecnica, spirito di improvvisazione e senso dell’ospitalità.

I dieci partecipanti erano stati chiamati a servire i tre giudici Andrea Fofi (Oro Whisky Bar, Roma Bar Show), Max La Rocca e Daniele Salviato, che per ogni bartender in gara hanno impersonato una diversa tipologia di ospite, sempre in lingua inglese. Si è andati quindi dai novizi della miscelazione ai nerd del whisky, passando per la comitiva "casinista", quella degli sportivi attenti alla linea o dei giornalisti di settore alla ricerca di una nuova copertina.

La gara

Ciascun concorrente ha avuto a disposizione 15 minuti per servire i tre giudici, come in una reale situazione di servizio. I giudici hanno impersonato caratteri e richieste completamente diverse, in una sorta di gioco di ruolo: due giudici erano tenuti a chiedere un cocktail (classico, creativo o twist), a seconda del proprio "mood" e del personaggio interpretato. I bartender potevano lavorare con ciò che era disponibile al Drink Kong (senza homemade personali) e con whisky e/o spirits della gamma Nikka.

Il terzo giudice ha invece richiesto ai partecipanti di preparare l’abbinamento analcolico The Other Half creato in fase di application, insieme a un servizio liscio di whisky, gin o vodka Nikka a scelta.

La prova del vincitore

Marenda ha tenuto egregiamente il banco, accontentando La Rocca che chiedeva un cocktail "per fare bella figura con mio suocero" (la proposta è stato un twist su un Old Fashioned), Salviato che desiderava un classico (twist su Manhattan) e Fofi con il suo analcolico: il Kajcider Soda, gioco di parole sul leggendario Kaizer Soze de I soliti sospetti: una soda composta da succo di mela e salsa ostrica (rapporto 15:1) profumata con alcune gocce di riduzione di Campbeltown Whisky, infusa con fiori di Sakura, servito in highball e accompagnato da un serve di Taketsuru Pure Malt.

Un ponte tra Giappone e Scozia

«Un ponte tra Giappone e Scozia», come lo definisce Marenda, «dato che le mele sono le più usate dei dolci tradizionali scozzesi, ma furono anche il primo investimento fatto da Mr. Taketsuru, mentre costruiva la distilleria Nikka». Una ricetta che, insieme alla perfetta interpretazione dell’accoglienza e del servizio, come sottolineato dal global brand hospitality advocate di Nikka, Stanislav Vadrna, vale a Marenda la partecipazione alla finale global di Nikka Perfect Serve a San Francisco, il 3 e 4 dicembre: ai primi due classificati spetterà un viaggio in Giappone per sperimentare la scena del bar locale e visitare le distillerie di Nikka: Yoichi and Miyagikyo.

L’aperitivo sempre nel cuore degli italiani

aperitivo
Foto di bridgesward da Pixabay
In ottima salute e anche in crescita il rito italiano per eccellenza, il cui mercato negli ultimi 12 mesi ha raggiunto un valore di 6 miliardi di euro. tutti i numeri dello studio di TredaLab, che traccia il quadro di un momento di consumo apprezzato dagli italiani di tutte le età anche per la sua forte valenza sociale

Popolo di santi, navigatori e amanti dell'aperitivo. Negli ultimi dodici mesi in Italia sono stati serviti quasi 870 milioni di aperitivi fuori casa, tra serali e diurni, per un mercato che vale circa 6 miliardi di euro. Sono i dati presentati da TradeLab, società di servizi di consulenza, durante l'evento Sei già dentro l'happy hour? organizzato a Milano da Cattel e Apci (Associazione professionale cuochi italiani).

Insomma, il rito made in Italy tiene. E anzi è in crescita: secondo la stessa analisi di mercato, il 22% degli italiani vorrebbe fare più aperitivi, amati perché sono considerati occasioni dalla forte valenza sociale e perché hanno un ottimo rapporto qualità-prezzo. Chi sceglie il rito pre-cena (circa 14 milioni di connazionali, per un totale di 582 milioni di aperitivi e 4,5 miliardi di euro) spende in media 7,70 euro per un rituale che segna la fine della giornata lavorativa e che permette di stare insieme agli altri senza essere impegnativo. Lo scontrino medio di chi punta all'aperitivo pre-pranzo (circa 8 milioni di italiani che fanno 285 milioni di aperitivi per un totale di 1,5 miliardi di euro) è più basso, circa 5,20 euro. Questa formula ha successo soprattutto nel sud Italia (45%) mentre al centro-nord i numeri si abbassano. Equamente distribuito invece il rituale del tardo pomeriggio: 24% al nord-est e altrettanto al nord-ovest, 20% al centro, 32% al sud.

Cresce l’interesse per i cocktail analcolici

Dai dati diffusi da TradeLab durante l'evento (focalizzato soprattutto sull'aperitivo nella ristorazione) viene fuori una fotografia a 360° del rapporto con questa occasione di consumo. Interessante per esempio capire cosa ordinano gli italiani per il pre-cena: se il 30% punta sui cocktail alcolici, quelli analcolici si ritagliano un consistente 22% (con il 28% del campione che si dichiara interessato a drink meno alcolici che in passato), mentre vino e birra portano a casa entrambi il 20% delle preferenze.

Anche dall'indagine sulle fasce d'età della clientela emergono dati degni di nota, soprattutto alla luce del progressivo invecchiamento della popolazione. A oggi fa l'aperitivo serale almeno una volta al mese il 49% della Gen Z (18-24), il 50% di chi ha 25-34 anni e il 44% di chi ne ha 35-44 (vale a dire i Millennial o Gen Y), il 36% della Gen X (45-54 anni) e circa un quarto dei baby boomers: il 31% di chi ha 55-64 anni e il 23% di chi è nella fascia 65-74.

I luoghi dell’aperitivo

Ma dove si va a fare l'aperitivo? Secondo l'indagine di mercato, illustrata da Bruna Boroni, il luogo più gettonato sono i bar diurni (dove si batte lo scontrino più basso, in media da 6,30 euro), seguiti da bar serali (25%), pub ed enoteche (14%), ristoranti o locali serali di fascia alta (13%, con lo scontrino più ricco: 17 euro), chioschi e postazioni ambulanti (6%) e per finire le catene, che si affacciano da meno tempo in questo mondo e che portano a casa un 3%.

Servizio, attenzione al cliente e food guidano la scelta

Resta poi la domanda principale: in base a cosa si sceglie dove e come fare l'aperitivo? A muovere gli italiani è una ricerca di benessere psicofisico, che unisce piacere ed emozione, ma anche tranquillità e senso di appartenenza. Senza dimenticare il ruolo chiave del cibo: secondo i dati di TradeLab l'offerta food ha un peso maggiore di quella del beverage. A guidare la scelta dell'aperitivo sono infatti la qualità del servizio e l'attenzione al cliente (44%), la proposta food varia (38%) o ricercata (24%), la proposta beverage di qualità (35%) e la presenza di cocktail originali (21%).

Tomita Shizu: acqua di montagna e riso biologico per un sake secolare

sake I vecchi barili di legno in cui far riposare il sake
Una sake brewery con oltre cinquecento anni di storia porta avanti una produzione d’eccellenza e non senza sperimentazioni

Il sake inizia a comparire sulle nostre tavole sempre più spesso ed è già da qualche tempo che lo si incontra nelle cocktail list dei bar più sperimentali e contemporanei. Quello che per noi è un fermentato ancora poco conosciuto, a bassa gradazione ma dal sapore particolarmente complesso, è in realtà per il popolo giapponese un prodotto quasi filologico.

Il Giappone è la terra del sake, che si ottiene da una produzione di riso differente rispetto a quella del riso da tavola in quanto il processo non è così diverso ma il tempo di raccolta è posteriore. Anche nelle zone dove da più anni è radicata questa specifica produzione si sta vivendo un momento di crisi del lavoro nei campi, simile a quello che si cerca di combattere nel nostro Sud, ma che difficilmente vede nel breve termine una possibile svolta. «L’età media degli agricoltori è molto alta nonostante vi siano numerosi professionisti under 40, ma ahimé, per ora, le retribuzioni restano ancora basse. Sono anni che cerchiamo di lavorare con continuità con una serie di produttori scelti e che cerchiamo di stimolare e aiutare finanziariamente anche più del dovuto ma nonostante questo l’affezione per il lavoro agricolo non è qualcosa di facilmente trasmissibile». Sono le parole di Yasunobu Tomita, oggi alla guida di una delle sake brewery più conosciute al mondo oltre che storicamente più antiche del paese.

Tomita Shizu nasce sulle coste del lago Bika, nella prefettura di Shiga, dove il clima è fresco e nonostante le altitudini siano relative le nevicate invernali abbondano. Il lago funge da serbatoio idrico naturale e raccoglitore di acque piovane anche per le cittadine circostanti. Questo aspetto spiega la vocazione particolarmente agricola di queste zone, dove soia e riso sono sempre state estensivamente coltivati. Attualmente, solo nei pressi della cittadina di Kinomoto, sono presenti tre centri di trasformazione della soia, due distillerie di sake e fino a qualche anno fa (r)esisteva una produzione di aceto che ora non è più operativa.

500 anni di storia

Tomita Shizu è una delle sake brewery più antiche del Giappone, originaria di Kinomoto e fondata nel periodo Tenbum e Yasunobu, rappresenta la quindicesima generazione che porta avanti questa elegante casa di distillazione artigianale. La sede attuale è rimasta quella di un tempo, costruita interamente in legno nel periodo Edo, quindi risalente al 1530 circa. Qui si lavora ancora seguendo i metodi tradizionali, attingendo dalle acque sorgive del vicino monte Ibuki e utilizzando riso biologico di produttori scelti. «Il nostro sake è locale e racconta il territorio in cui nasce, tanto che il 75% del riso utilizzato è prodotto e raccolto in questa zona. Ad oggi abbiamo stipulato un accordo con sei produttori di riso (sake farmers) che lavorano per noi mentre per quel 25% che resta non contrattualizzato viene in ogni caso coltivato in questa stessa prefettura» ci racconta Tomita.

Qualità del riso, dell’acqua e specificità del suolo

Oggi il costo del riso oscilla tra i ventimila e i trentamila yen ogni sessanta chili – trentaduemila esagerando. Quello su cui si focalizza sono la qualità del riso, la qualità dell’acqua e la specificità del suolo. Ricey and hearthy così viene descritto in genere questo territorio. «Attualmente usiamo cinque varietà di riso, che non mescoliamo in quanto ogni nostro sake è un Single Variety.

Dalla raccolta all’imbottigliamento passano circa due mesi per una produzione totale di circa 180.000 bottiglie. Considerando che venti grandi compagnie detengono il 60% della produzione nazionale, tutte le altre distillerie sono piccole, a conduzione familiare o artigianale e ognuna con un proprio segreto custodito» ci spiegano.

Tra i produttori più giovani e appassionati iniziano a diffondersi anche qui le prime sperimentazioni di coltivazione in biologico e complessivamente l’attenzione per mantenere questi terreni “puliti” e il più possibile liberi dai pesticidi è un impegno accolto da tutta la comunità.

Prodotti che esaltano il territorio

La prefettura di Shiga è nota anche per l’uso massiccio della fermentazione come tecnica di conservazione di cibo. Anche per il sushi, per esempio, si usa una speciale tecnica di fermentazione malolattica delle carni che vengono farcite di riso e sale e lasciate riposare anche per sei o sette mesi. Il cibo che ne deriva risulta particolarmente carico di umami, sapido e di conseguenza occorre poter avere un sake capace di contrastare gusti così forti, con un carattere ben preciso, acido ma fresco, complesso ma da pasto.

La prima scelta in questo senso è stata nei confronti della varietà di riso. La varietà Wataribrune, autoctona di Shiga ma che fino a qualche anno fa rischiava di scomparire, è stata recuperata dai coltivatori locali nel tentativo portarla ad essere la varietà più diffusa sul territorio.

La seconda particolarità riguarda la pulizia del riso, direttamente proporzionale alla purezza e all’intensità di gusto. Se generalmente si parla di seimaibuai (rice polishing ratio) pari al 40% in questo caso si parte spesso e volentieri da un riso pulito dal 60%. Questo processo prevede un lavoro enorme da parte dei produttori che se vogliamo si ritrova totalmente nelle bottiglie, cariche a questo punto di un liquido particolarmente elegante, limpido e prezioso.

Il testa di serie della maison si chiama Shichihinyari ed è realizzato con Wataribrune pulito al 77%, con un gusto asciutto e una grande intensità. Un prodotto che esalta il territorio, il riso cresciuto con acqua pura e i produttori che se ne prendono cura.

Infine, parlando di artigianalità del processo, Tomita utilizza ancora gli antichi barili di legno di un tempo per la fermentazione. Avvolti da strisce di bambù che tengono strette le assi, la loro manutenzione è molto complessa e questo è uno dei motivi che li sta facendo progressivamente sparire – specialmente nelle nuove realtà - in favore di contenitori di acciaio (attualmente sembra esserne rimasto un solo produttore in tutto il Giappone).

I primi invecchiamenti

Guardando al lavoro delle grandi cantine francesi e al mondo del vino in senso ampio, anche in questa distilleria secolare non mancano le sperimentazioni con i nuovi prodotti. Ecco, quindi, che dal 2010 si stanno iniziando a sperimentare i primi invecchiamenti, una pratica non molto diffusa tra i produttori di sake, ma che si spera possano aprire nuove frontiere e regalare tra qualche decina d’anni risultati interessanti. L’invecchiamento avviene direttamente in bottiglia, conservate a dieci gradi centigradi, e si noterà un progressivo ingiallimento del liquido, che più passa il tempo più acquista sfumature di colore ambrato.

Si sposa bene anche alle ricette occidentali

Per quante informazioni ci arrivino, da molto lontano è sempre difficile cogliere tutte le sfumature di un prodotto così culturalmente radicato quindi se vi capitasse di incontrare un sake sommelier nella vostra prossima cena giapponese vi potrebbe essere di grande aiuto. Yasunobu ci spiega che «Il sake può essere bevuto tranquillamente pasteggiando, in abbinamento a piatti particolarmente saporiti comprese ricette occidentali. So che molta gente pensa che sia qualcosa da abbinare esclusivamente solo ai nostri modelli di cucina ma vi invito a considerarlo più alla stregua di un vino e ne resterete piacevolmente sorpresi. Provatelo per esempio con l’anguilla laccata se volete restare sul tema, oppure a dei formaggi particolarmente stagionati o muffati».

Bevuto caldo o freddo, nelle sue versioni filtrate o meno, ricavato da riso rosso o riso bianco, nella sua versione lattiginosa, con più o meno zucchero, frizzante o allo yuzu (l’agrume giapponese dal sapore puntente il cui sapore ricorda il bergamotto), anche il sake come molti altri spiriti è un mondo, affascinante e complesso, in cui avvicinarsi gradualmente e lasciarsi conquistare.

Forst e Roner festeggiano il Natale con birra e whisky

Cellina von Mannstein di Forst e Karin Roner brindano con Whisky Ter Lignum
Oltre a ripresentare la tradizionale Birra di Natale (20.a edizione) con nuovi decori, Forst ha collaborato con Roner Distillerie per la prima edizione di Whisky Ter Lignum, maturato per cinque anni in botti composte da tre legni, ciliegio, rovere e larice.

Natale ricco di proposte per i brindisi di augurali da Birra Forst e Roner Distillerie. Protagoniste dell'arte birraria (Forst dal 1857) e della distillazione (Roner dal 1946), le due grandi aziende dell'Alto Adige hanno preparato per il mercato horeca due importanti novità: Whisky Ter Lignum Roner nato dalla collaborazione tra le due aziende e la tradizionale Birra di Natale Forst (20.a edizione).

Un distillato d'orzo maturato in botti composte da tre legni diversi

Whisky Ter Lignum Roner impiega come materia prima da distillare il Forst Malt Blend, fermentato secondo l’antica tradizione di Birra Forst e distillato secondo le regole Roner, per poi essere portato alla gradazione ideale di 40° alc con l’acqua particolarmente morbida ricavata della fonte di Birra Forst (Lagundo, Bolzano).

"Ter Lignum" in latino vuol dire "tre legni" e sono proprio le botti di maturazione e invecchiamento il segreto del suo gusto originale. Il distillato infatti arriva sul mercato dopo cinque anni di maturazione in botti composte da tre legni: il fondo è di ciliegio, che fornisce le note fruttate di prugna matura e il colore leggermente rossastro del distillato. Le doghe invece sono in rovere e conferiscono al whisky i suoi tipici aromi forti, complessi e affumicati. Per il coperchio infine la scelta è caduta sul legno di larice, che dona leggere note di cioccolato fondente, con fresche sfumature di menta nel finale e che assicura un gusto di lunga durata.

Whisky Ter Lignum Roner 70 cl

Il numero 3 è anche un omaggio alla memoria del capo birraio Luis Fuchs che, insieme alla moglie Margarethe Fuchs, ha guidato la terza generazione di Birra Forst, a partire dal 1933.

«Oggi, in quinta generazione sta maturando una nuova testimonianza di incrollabile forza creativa - afferma Cellina von Mannstein di Birra Forst - unita alla volontà di mantenere le tradizioni senza lasciare che il fuoco si spenga e di tramandare la brace con il suo calore, tutta passione e fervore. Ter Lignum Forst Beer Whisky come omaggio al nonno, il capo birraio Ing. Luis Fuchs».

La presentazione di Whisky Ter Lignum è avvenuta di recente presso il ristorante Forst Season di Bolzano, alla presenza di Cellina von Mannstein di Birra Forst e di Karin Roner di Roner Distillerie, nel corso di una serata ricca di storie e aneddoti emozionanti.

Oltre alla degustazione guidata di whisky, personaggi noti del settore alberghiero e dell'ospitalità hanno offerto un ulteriore contributo con accompagnamenti gastronomici.
Luis Haller, chef stellato Michelin del ristorante Luisl Stube nello Schlosswirt Forst ha proposto una Pralina di Foie Gras marinata in Whisky Ter Lignum e l'Urpaarlbrot con mela cotogna del giardino Forst, oltre ad altre due creazioni abbinate.
Kay Baumgardt, capo pasticcere e "Patissier of The Year 2020" di Gault & Millau, ha eseguito la Praliné Ter Lignum, cioccolato di qualità Felchlin raffinato con il whisky Ter Lignum, un guscio di cioccolato sottilissimo con un prezioso ripieno.
Christian Heiss, Chef de Bar del Kronenhalle Bar di Zurigo dal canto suo ha dato vita ai consumi di bevande mix al bancone bar del ristorante Forst Season di Bolzano.

Ventesimo Compleanno per Birra di Natale Forst

Birra di Natale Forst Limited Edition è di nuovo disponibile nell'attesa versione da collezione in vetro decorato da 2 litri, anche questa volta con un dipinto fatto a mano dall’artista Franz. J. Platter, realizzato in occasione della storica ricorrenza, il Ventesimo Compleanno.

Birra di Natale Forst 2023 in bottiglia 2 litri

La decorazione artistica si ispira ai simboli di Birra Forst, riportando numerosi elementi decorativi: per la festa di Natale, tre angeli cherubini portatori di speranza, fede e carità si librano sugli elementi di Birra Forst, tre abeti decorati con stelle brillanti che rappresentano i vent'anni della Birra di Natale Forst.

Anche le tre corone sul fusto di birra brillano d'oro. Lo stemma della corporazione dei birrai e delle malterie, nell'angolo sinistro, e lo stemma Forst, nell'angolo destro, riflettono la tradizione della birra altoatesina di Lagundo (Bolzano). La pietra di zaffiro blu, finemente incastonata, è dipinta con la stella del birraio color oro, che ha uno stretto legame cristiano con il Natale e ne trasmette lo stesso messaggio.
Fatto a mano, il dipinto viene fissato alla bottiglia da 2 litri attraverso diverse fasi molto elaborate e mediante processi di cottura, rimanendo fedele all'originale e perfettamente riconoscibile nei dettagli.
La Birra di Natale Forst (5,2% alc) può vantare un bel colore ambrato e un gusto piacevolmente luppolato e maltato, una spuma dalla fine alveolatura e viene imbottigliata nel piccolo impianto di produzione in botti di Birra Forst.

Birra Forst è stata la prima azienda italiana a introdurre venti anni fa la tradizione nordica della Birra di Natale o Christmas Brew, proponendola come ideale accompagnamento alle gustose pietanze tipiche e saporite di questo momento dell’anno. Per la sua degustazione è disponibile un boccale natalizio dai caldi colori festivi quali il rosso, il verde e l’oro.
Oltre alla rinomata bottiglia da 2 litri in vetro, Birra di Natale Forst è disponibile anche in fusti da 15 e 30 litri, nel pratico fustino Forsty da 12,5 litri, in bottiglie da 33 cl e nella Valigia di Natale (novità 2023) idea regalo che comprende 3 bottiglie da 33 cl, due boccali da 20 cl e una serie di accessori in tema.

 

Può essere anche degustata direttamente vicino allo stabilimento di produzione alle porte di Bolzano nell'allestimento temporaneo (dal 22 novembre 2023 al 7 gennaio 2024) della Foresta Natalizia, ricca di stand e baite che offrono anche altri prodotti in tema aromatizzati alla Birra Forst Sixtus, dalle salsicce affumicate Kaminwurz, all'Acquavite di Birra, al Panettone alla Birra, alle tavolette di Cioccolato Fondente con ripieno di Crema alla Birra.

 

Pasabahce i nuovi bicchieri che impreziosiscono il servizio

Pasabahce calici Joy
I calici della nuova collezione Joy, dal design ispirato alla belle-epoque
Continua ad arricchirsi la proposta per il servizio delle bevande del marchio delle due gocce. Tra gli ultimi arrivi l’accattivante e inedita collezione Joy, le nuove shapes delle collezioni dai richiami vintage Timeless ed Elysia, i calici Estrella e Aware, una collezione 100% in vetro riciclato

Funzionalità ed estetica sono due aspetti inscindibili quando si parla di bicchieri. Un bicchiere deve innanzitutto esaltare al meglio le caratteristiche organolettiche e visive di qualsiasi bevanda e la sua eleganza formale costituisce un ulteriore valore aggiunto per il servizio e un elemento caratterizzante per il bar. E attorno a questo binomio è costruita l’offerta per il mondo dei locali di Pasabahce, marchio del colosso mondiale del vetro Sisecam Group con sede a Istanbul. Un’offerta ricchissima pensata per soddisfare ogni esigenza del professionista e per valorizzare ogni creazione liquida, che viene costantemente aggiornata.

Joy, la collezione per chi vuole stupire

Il fiore all’occhiello delle novità di Pasabahce è la collezione Joy, una linea completa composta da tredici referenze, che incanta con il suo design ispirato alla belle-epoque: linee arrotondate, superficie con incisioni verticali e gambo decorato.
Joy, con sette tumbler ognuno declinato per specifica esigenza e sei calici, non manca di presentare anche le forme che stanno tornando fortemente in auge come il pony glass, la coppetta da champagne e il calice a gambo corto.

Le new entry delle collezioni Timeless ed Elysia

Il marchio, riconoscibile dalle caratteristiche due gocce, ha poi di recente ampliato con nuovi complementi di gamma due collezioni bestseller, Timeless ed Elysia: la prima contraddistinta dal design che richiama i calici in cristallo di epoche passate e che abbraccia il trend del ritorno del classico nel mondo dell’hospitality, e la seconda con ampie coste e base diamantata dal sapore retrò. Due deliziosi calici con il gambo corto, due caraffe dalla forma conica e mugs proposte in diverse capacità sono le novità.

Inoltre, la linea Timeless si è anche arricchita di shapes (un bicchiere acqua da 400 cc e due da long drink con capacità di 355 e 515 cc) in versione impilabili e temperate, che spingono ulteriormente sull’aspetto della funzionalità, rispondendo alla necessità di ottimizzare lo spazio dietro al bancone e garantendo una resistenza extra all’uso professionale che ne assicura qualità e lunga durata.

L’eleganza di Estrella

Nuovi ed eleganti bicchieri in formati armoniosi secondo le esigenze di cocktail, champagne, long drink, vino rosso impreziosiscono poi la linea Estrella, una collezione contraddistinta dall’accattivante pattern che si rifà alle stelle, a effetto tridimensionale su vetro trasparente.

Aware, una collezione a tutta sostenibilità

Un altro tema sul quale Pasabahce ha da sempre insistito e investito è quello della sostenibilità. Guardando in questa direzione è nata la collezione Aware, che fonde mirabilmente insieme estetica, funzionalità e attenzione all’ambiente. Ispirata al colore turchese del Bosforo, la collezione si caratterizza per il suo stile accattivante e moderno ed è realizzata interamente in vetro riciclato al 100%.

Amorf, Casablanca e Tin Can disponibili in più dimensioni e gli impilabili Hill compongono questa innovativa gamma, che pone il marchio all’avanguardia nel settore e rivolta ai locali che vogliono abbinare a un servizio di alto livello l’impegno sul fronte della sostenibilità.

Milano, Égalité raddoppia con un nuovo indirizzo a Brera

La boulangerie francese porta in Piazza San Simpliciano i sapori della tradizione d’oltralpe. Sarà la prima di una serie di nuove aperture

Il brand Égalité cresce con un secondo locale. La boulangerie di Via Melzo 22, a Milano, apre un nuovo punto vendita in piazza San Simpliciano, nel cuore di Brera. Nato nel 2018, ha portato in città una nuova offerta food a base di panificazione francese di alta qualità e un concetto di boulangerie gastronomica del tutto nuovo nel panorama italiano. Dal 31 ottobre anche Brera ha il suo corner dal sapore francese, pensato per accogliere gli appassionati della cucina d’oltralpe dalla colazione all'aperitivo.

Il nuovo Égalité a Brera

Il negozio di San Simpliciano, si caratterizza per un’impronta eclettica che richiama, attraverso un approccio giocoso, i temi fondativi della cultura popolare francese. Ci sono la rivoluzione, le corti e i loro personaggi, con re, imperatori, rivoluzionari e contadini che fieramente brandiscono una baguette o un croissant. Nasce così un locale accogliente e informale di 20 coperti, che verrà completato da un dehors con vista su una delle più antiche e scenografiche piazze di Milano.

L'ambiente di Egalité a San Simpliciano

Il re di Égalité: il Roll Croissant

Égalité ha scelto di celebrare questa importante apertura con il lancio di un nuovo prodotto, che dà una forma nuova e inaspettata a una delle icone gastronomiche d’oltralpe. Nasce così il Roll Croissant di Égalité, una versione alla francese dei famosi croissant circolari, inventati da Scott Cloe de La Fayette Bakery di New York.

Il Roll Croissant secondo Egalité
Il Roll Croissant secondo Egalité
Il Roll Croissant creato da Égalité viene proposto con due diverse farciture: al cioccolato e al pistacchio. A renderlo ancora più goloso la guarnitura, con una croccante granella di pistacchio o cioccolato. Si distingue per la sua fragranza e leggerezza e i suoi aromi e profumi, risultato della sapiente lavorazione di materie prime di alta qualità, come la farina come la farina proveniente da un piccolo mulino nel cuore della Francia e il cremosissimo burro francese.

L’offerta gastronomica

Il nuovo negozio Égalité conferma il format di successo di Via Melzo, offrendo una ricchezza di prodotti freschi e fragranti della patisserie boulangère dolce e salata. Presente il pane, frutto di una lunga esperienza e ricerca su impasti, lievitazioni, farine e tecniche di panificazione. Per la prima colazione la scelta va dai croissant, tradizionali e nella versione bicolore, al pain au chocolat e il Cruffin al caramello. Li accompagnano spremute fresche, tè, caffè e cappuccino.

Il banco di Egalité
A pranzo è possibile provare alcuni dei piatti più amati della tradizione d’oltralpe come le quiches e il famoso croque-monsieur. Per una merenda d'ispirazione francese gli ospiti possono coccolarsi con una fetta di tarte Tropézienne, una tarte tatin o un éclair. Infine, per un aperitivo in compagnia, Égalité propone cocktail, vini e birre francesi, accompagnati da sfiziosi taglieri assortiti.

In attesa delle nuove aperture

Il nuovo locale rappresenta il primo step di un più ampio piano di sviluppo del brand. Infatti, nei prossimi anni ci sarà l’inaugurazione di nuovi punti vendita nella città di Milano e non solo. Entro la fine del 2023 infatti Égalité presenterà la sua nuova boulangerie all’Arco della Pace, guardando anche all’apertura in altre città italiane.

Crescita, export e salto tecnologico: La Perla di Torino va sempre più forte

Valentina Arzilli, Managing Director La Perla di Torino, racconta le evoluzioni dell'azienda, che dal 2021 ha segnato un +25% nel suo fatturato

Da oltre trent'anni La Perla di Torino racconta l'eccellenza del cioccolato nel mondo. Tra crescita economica, innovazioni tecnologiche e incremento dell'export, l'azienda è riuscita a segnare +25% dal 2021 a oggi. Gli strumenti introdotti per raggiungere questo ambizioso risultato sono tanti. Passano attraverso parole come blockchain e industria 4.0, ma soprattutto cioccolato. Tutto per offrire al consumatore il miglior prodotto made in Italy, tracciabile, ma soprattutto buono.

I fattori della crescita di La Perla di Torino

La Perla di Torino, marchio sinonimo di eccellenza del cioccolato italiano nel mondo, grazie a un solido progetto imprenditoriale ha saputo trasformarsi negli anni da piccolo laboratorio artigianale in un’azienda strutturata, altamente competitiva e votata all’innovazione. Questi tratti distintivi hanno consentito al brand torinese il raggiungimento di nuovi ambiziosi traguardi e successi. Questo risultato è stato reso possibile anche grazie a una continua espansione sui mercati esteri, in particolare Francia, Germania e Svizzera. La crescita del personale è stata pari al +15%, con ulteriori nuove assunzioni previste entro la fine del 2023. Dietro al successo di La Perla di Torino ci sono una continua formazione e un costante aggiornamento, che si traducono in efficientamenti produttivi, secondo i più moderni dettami dell’industria 4.0. La produzione è più smart e sostenibile. Inoltre, grande attenzione alle novità tecnologiche del settore, come la rivoluzionaria blockchain legata all’industria alimentare. L'azienda sta iniziando a lavorare a questo progetto grazie all’adesione a un’iniziativa ICE (Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane promossa dal Governo italiano). Questa e altre attività che garantiscono basi solide per la nostra crescita, sono state fortemente volute da Valentina Arzilli, che oggi guida l’azienda insieme al padre Sergio Arzilli, portando il suo know-how internazionale e una spinta all’innovazione in termini di processo e di espansione verso nuovi mercati. Proprio la tecnologia blockchain è in grado di giocare un ruolo fondamentale su entrambi i punti. Infatti, garantisce la totale tracciabilità di un prodotto e quindi la tutela per il consumatore finale. Al contempo è importante per il commercio sui mercati esteri e la relativa valorizzazione dei prodotti italiani, che in questo modo saranno maggiormente protetti.

Intervista a Valentina Arzilli, Managing Director La Perla di Torino

L’espansione sui mercati esteri rimane sempre un obiettivo prioritario per La Perla di Torino. Cosa vi guida nella scelta dei partner?

Qualità, cura e design sono nel Dna di tutti i nostri prodotti, per questo ricerchiamo partner all’estero in grado di riflettere le nostre peculiarità e non un semplice punto vendita. La nostra volontà è quella di esportare l’italianità più vera e senza compromessi, interpretata sul profilo dell’alta gamma, che raccontiamo e presentiamo sia di persona durante gli appuntamenti di rilevanza internazionale sia attraverso un’attenta comunicazione social e digital, trasparente e capace di riflettere i nostri valori e il nostro stile.

Industria 4.0: automatizzazione e interconnessione per una produzione più smart e sostenibile, anche per il fattore umano. Solo nel 2023 l’azienda torinese ha investito oltre 250.000 euro in nuovi macchinari, interfacce e un gestionale in grado di dialogare con le macchine 4.0 per migliorare la pianificazione del lavoro. Qual è l'obiettivo dell'investimento?

L’industria 4.0 rappresenta una trasformazione tecnologica che ha l’obiettivo di semplificare le condizioni di lavoro, aumentare la produttività degli impianti e migliorare la qualità dei prodotti. Per questo stiamo lavorando con grande entusiasmo per abbracciare questo cambiamento, che porterà un grande beneficio in ottica di ottimizzazione dei processi e di miglioramento dello stress lavorativo, grazie a nuove automatizzazioni sia nel lavoro day by day che in quello a lungo termine. Come tutti i grandi cambiamenti la fase di transizione che stiamo vivendo è delicata perché per le persone significa impostare un modo di lavoro innovativo, diverso, che non tutti riescono ad abbracciare con facilità. Ognuno di noi, per attitudine personale, davanti al cambiamento reagisce in maniera diversa e il mio compito oggi è proprio quello di accompagnarli in questo passaggio.

Rivoluzione blockchain nel cioccolato: tracciabilità, filiera e tutela del Made in Italy. Sta diventando una certificazione sempre più diffusa anche in ambito agroalimentare. Come vi siete avvicinati a questa tecnologia?

La tecnologia blockchain nel settore agroalimentare sta creando una vera catena di fiducia, garantendo la tracciabilità e la sicurezza dei prodotti alimentari. Prendere parte a questo processo è un ulteriore step che completa il percorso di certificazioni già intrapreso. Quando dal 2017 abbiamo trasferito il nostro laboratorio in un nuovo spazio produttivo, abbiamo deciso di metterci in gioco e di costruirlo per rispondere ai parametri di BRCSGS, un sistema di autovalutazione e certificazione che viene richiesto per accedere a determinati mercati e che viene riconosciuto alle aziende che lavorano in conformità alle più stringenti normative di qualità nei processi produttivi e di sicurezza alimentare. BRCGS, infatti, oltre all'ambito legato alla sicurezza alimentare, richiede alle aziende la redazione di una documentazione tecnica specifica sul personale, sulle modalità di lavoro e sugli obiettivi a breve e a lungo termine. I nostri obiettivi per il triennio 2022-2024, ad esempio, erano l’implementazione della cultura della sicurezza alimentare dove il responsabile qualità affianca il personale e lo sottopone a verifiche periodiche, progetti formativi a tema sicurezza alimentare per il board e per il personale, l’acquisto di nuovi macchinari, l’aumento del personale al fine di ridurre il carico di lavoro sul singolo dipendente, l’ampliamento degli spazi con un nuovo magazzino dedicato allo stoccaggio di prodotto e infine il cambio del sistema gestionale. Obiettivi molto ambiziosi che siamo riusciti a raggiungere con successo dato che nell’audit di valutazione annuale degli enti certificatori quest’anno siamo stati promossi con la valutazione più alta secondo tutti i parametri: un autorevole riconoscimento per il lavoro che svolgiamo quotidianamente con grande cura e attenzione al dettaglio, e un’ulteriore garanzia per il consumatore finale in termini di sicurezza e di elevata qualità del prodotto finito.

Oltre il 50% della produzione firmata La Perla di Torino va all’estero, dove il prodotto-cioccolato è molto più destagionalizzato rispetto all’Italia. Per questo l'azienda sta portando avanti ormai da qualche anno un lavoro di ricerca per portare sul mercato un prodotto più “fresco”, che possa incontrare il suo gusto anche nei mesi più caldi. Qual è il feedback dei clienti?

La nostra storia è fatta di ricette classiche che si accompagnano a sperimentazioni creative spesso ispirate all’arte della Pasticceria e realizzate a partire da ingredienti di primissima qualità. L’accoglienza del pubblico verso le nostre ultime creazioni come i tartufi limoncello e meringa ci rende molto orgogliosi perché è la dimostrazione dell’Eccellenza di un prodotto artigianale italiano nato dalla passione e dalla cura con cui lavoriamo ogni giorno. Sia in fase di ricettazione sia nella realizzazione di raffinati packaging confezionati a mano studiati nei minimi dettagli.

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