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Appuntamento a Milano con Velier Live 2024, la “città degli spiriti nobili”

Velier Live 2024
Il 18 e il 19 febbraio, gli spazi del Superstudio Maxi si trasformeranno in una città degli spiriti nobili, per esplorare in modo del tutto nuovo, attraverso viaggi immersivi ed esperienziali il mondo dei distillati, dei liquori e dei vini di Velier

Uno spazio di oltre 9000 metri quadrati e oltre 50 experience in programma. Dopo cinque anni di pausa, torna il Velier Live, l’evento firmato da Velier per condurre gli operatori del settore e gli appassionati alla scoperta dei brand di distillati e non solo che importa e distribuisce in esclusiva. Un ritorno in grande stile per una due giorni dal forte carattere innovativo che si propone di segnare un cambio di passo nelle manifestazioni di settore, offrendo ai visitatori veri e propri viaggi nel tempo, nello spazio e nella cultura dei prodotti.

L’appuntamento è a Milano al Superstudio Maxi (via Moncucco 35), domenica 18 (ore (14 – 22) e lunedì 19 febbraio (ore 10 – 20), i cui spazi per l’occasione si trasformeranno in una “città degli spiriti nobili”, con tanto di strade e case che saranno animate dai marchi e che permetteranno di esplorare in modo nuovo il mondo dei distillati.

Inoltrandosi nella città i visitatori saranno infatti trasportati in un viaggio emozionale attraverso le oltre 50 experience in programma: non solo e non più le classiche degustazioni di prodotti, ma autentiche esperienze emozionali e immersive, a numero chiuso e accessibili solo tramite accreditamento in loco. A dare più spessore all’esperienza i tanti distillatori, brand owner e ambassador internazionali che saranno presenti all’evento, che ha come partner Bargiornale, Unfollow Advertisting e Bartender.it. A completare il tutto sponsor di primo piano come Illy, Longino & Cardenal, Berto’s, Davide Longoni, Victoria Arduino e Ceado.

Mettere al centro la cultura dei prodotti

Un format rivoluzionario pensato per mettere in evidenza il contesto culturale che c’è dietro ogni grande prodotto e dare vita a un’esperienza totale che include cultura, storia e innovazione. Un nuovo modo di comunicare distillati, vini e liquori, con il quale l’azienda genovese, da sempre convinta della necessità di una divulgazione accurata e sincera costruita attorno ai valori della qualità e dell’autenticità, vuole dare il suo contributo alla crescita di tutto il settore. «L’obiettivo è mettere in risonanza la storia e il contesto di un distillato con il vissuto e i valori di un singolo individuo per generare un incontro emozionante, un legame duraturo – spiega Luca Gargano, presidente di Velier -. Questo è il vero marketing, che non deve più essere un’inattendibile fascinazione pubblicitaria, capace solo di disorientare e appiattire il racconto, ma un discorso vero e appassionato sulle migliori creazioni umane».

I percorsi esperienziali del Velier Live

Tantissimi i brand rappresentati in Italia da Velier che condurranno professionisti e appassionati nel loro viaggio esperienziale. Ecco qualche esempio di quanto si troverà a Velier Live.

Rum Street

A Milano si materializzerà la facciata del mitico Hotel Florita di Jacmel, dietro la cui soglia un cinema vintage proietterà un cortometraggio girato ad Haiti. Hampden guiderà in un percorso sensoriale, dalle essenze di profumeria all’estrema versatilità in gastronomia. Un tipico bar giamaicano racconterà i riti quotidiani dell’isola, con il rum Wray & Nephew protagonista. Brugal con un percorso esclusivo guiderà alla scoperta della nuova Colecciòn Visionaria, mentre con l’experience Shake & Sip di Flor de Caña si potranno imparare i segreti della miscelazione caraibica. A completare l’esperienza un vero giardino tropicale per ascoltare in cuffia le musiche tradizionali delle isole caraibiche, accompagnandole con i rum in degustazione.

Whisky Street

Un’esposizione museale che attraversa la storia dello Scotch, con degustazioni di alcuni vintage leggendari, celebrerà i 200 anni di The Macallan. Grande festa anche per Nikka, che festeggia i 90 anni della sua fondazione. Un vero pub scozzese arricchisce l’immersione, mentre Whisky Club Italia, la più grande community nostrana di appassionati di whisky, organizzerà un festival nel festival con dieci mini percorsi dedicati alle distillerie e agli imbottigliatori indipendenti. Momento gourmet con lo Scotch Single Malt Glenfiddich, con tre dram di whisky in edizione limitata abbinati ad altrettante sfiziosità. L’interessante scena dell’American whiskey è presente con la riproduzione del Fort Nelson Bar, situato nello storico palazzo di Louisville che ospita la distilleria Michter’s.

Mexican Street

L’Agua Sancta di Milano e La punta di Roma condurranno nel cuore del patrimonio culturale dei distillati di agave. Ci sarà anche il ritorno di Palenque, il progetto che valorizza i micro produttori di Oaxaca, con la terza serie presentata in anteprima. A completare l’esperienza il tacos bar animato da Herradura ed El Jimador.

Japan Street

Un vero ramen bar farà da cornice al viaggio tra le eccellenze del Giappone: dai sake allo shochu, alle micro distillerie di whisky, tra le quali la mitica Chichibu di Ichiro Akuto. E il Japan Bar di Amaro  Yuntaku getterà un inatteso ponte tra il Paese del Sol Levante e l’Italia.

Piazza Italia

Alla scoperta della tradizione liquoristica italiana e delle con prodotti unici e delle loro materie prime che raccontano la ricca biodiversità del nostro Paese, come, per fare solo qualche esempio, le arance rosse Igp di Sicilia di Amaro Amara, le erbe montane spontanee di Bordiga, e i frutti rari di Capovilla, le mandorle pugliesi di Amaretto Adriatico, con una Cinquecento originale che rievoca i viaggi sulla costa adriatica. E poi, il ritorno di Simone Caporale, creatore dell’amaro Santoni, che ricreerà l’atmosfera del suo Sips, il locale di Barcellona premiato come miglior bar al mondo dalla World’s 50 Best 2023. Infine, grande attesa per la nuova release di Portofino Dry Gin, mentre scalda i motori anche il gin d’Alta Langa, Engine, tra simulatori di guida e sorprendenti signature drink.

Cocktail bar e tanto altro

Nella città degli spirit non mancherà il Velier Main Bar, che sarà il palcoscenico per i barman e gli ambassador più rappresentativi per ogni categoria. Sempre al Bar centrale, ampio spazio alla Cocktail Revolution di ecoSPIRITS, sistema tecnologico fresco di premiazione ai Barawards 2023 di Bargiornale come Innovazione dell’anno.

Al Velier Live ci sarà poi in un’unica experience tutto il meglio dei co-bottling selezionati da Luca Gargano a quattro mani con le distillerie. La serie dei rum Habitation, i blended caraibici Papalin, gli imbottigliamenti con distillerie iconiche come Hampden e Foursquare. E ancora i rum haitiani di Providence, Rhum Rhum, la terza serie dei Palenque Spirit e tanto altro.

Ma non solo, perché al Velier Live si potranno vivere esperienze enogastronomiche d’eccezione. Come l’esperienza stellata con Billecart-Salmon, tra champagne e perfect food pairing, e il bbq party texano nel piazzale esterno by Tito’s Vodka. Mentre nello spazio France Gourmand di Longino & Cardenal, i classici piatti francesi si uniranno a Cognac, Armagnac e Calvados. Il percorso andaluso svelerà i segreti dello Sherry, la trattoria Fabbri celebrerà la pasta artigianale italiana e una pasticceria ospiterà i laboratori dei migliori maestri. Una monumentale installazione di Fever Tree sarà un punto di riferimento per scoprire mixer premium.

Di fronte alla trattoria, inoltre, un ampio spazio accoglierà oltre 70 produttori delle Triple A, il movimento dei vignaioli agricoltori, artigiani e artisti, per parlare di futuro, con i progetti Triple A Trust e Agricola Mare Nostrum.

Il successo di Strucchi: il classico dal taglio contemporaneo

Strucchi gamma
Elegante e distintiva, la nuova linea di prodotti per l'aperitivo, creata da Paolo Dalla Mora come omaggio al celebre enologo piemontese Arnaldo Strucchi, conquista bartender e consumatori con il suo carattere di classico contemporaneo

Consacrazione per i Vermouth Strucchi che, a poco più di sei mesi dal lancio, hanno vinto il Premio Barawards Innovazione dell'anno 2023 nella categoria Alcolici 0-21% vol. «I premi contano, danno fiducia. Mi era già capitato di centrare questo riconoscimento a soli sei mesi dal lancio con Engine, sicuramente un precedente di buon auspicio», sottolinea con un sorriso Paolo Dalla Mora, che del progetto è la mente imprenditoriale.

Sono quattro i prodotti - Vermouth Strucchi Rosso, Bianco, Dry e Bitter Strucchi – che si inseriscono con forza nel mondo oggi particolarmente affollato dell'aperitivo. «Lo scrivo nella prefazione del libro di Arnaldo Strucchi, che abbiamo rieditato. Il mondo non aveva bisogno di una nuova linea di vermouth. Però molti dei prodotti in commercio si assomigliano abbastanza. Il nostro è un vero e proprio omaggio ad Arnaldo Strucchi: abbiamo preso le sue ricette del 1907 e le abbiamo replicate con buona fedeltà, ottenendo così un grande classico».

Tra miscelazione e assaggio in purezza

Il risultato, frutto di 18 mesi di studio per le ricette e un anno per la messa a punto di bottiglia ed etichetta, sono tre vermouth – e un bitter – che si destreggiano tra miscelazione e assaggio in purezza, con medesima soddisfazione.

Di bell'impatto aromatico il Bianco, dall'identità molto forte che si apprezza appieno con ghiaccio e una fetta d'arancia. Perfetti per la miscelazione il Dry (dalla bella base acida che emerge particolarmente nel Martini Cocktail) e il Rosso, quest'ultimo profondamente classico nella sua immediatezza d'uso, seppur intenso e complesso. Più rotondo e bilanciato il Bitter, ma anche minerale, che si discosta da altre interpretazioni sul mercato. «Sono prodotti molto piacevoli, facili all'assaggio, ed eleganti. Il vermouth di Torino, ma anche il bitter, rappresenta lo stile italiano, che non è sfarzo e non è moda», racconta ancora Paolo Dalla Mora.

Eleganti e distintivi

E il mercato ha risposto positivamente. «Chi li assaggia, li capisce e si affeziona. Lo abbiamo percepito anche la sera stessa dei Barawards, quando il riscontro è stato molto positivo. È un prodotto che piace e risulta comprensibile, pensato per essere inserito in linea in quei locali che vogliono fare bene e distinguersi».

E a distinguersi sono anche le etichette, disegnate da Riccardo Guasco, Rik, una delle più grandi firme dell’illustrazione contemporanea. «Le etichette omaggiano quattro figure di grande eleganza del Novecento, come Mata Hari (Strucchi Rosso), Josephine Baker (Strucchi Dry), Greta Garbo (Strucchi Bianco) e Rodolfo Valentino (Strucchi Bitter). Però con un tratto contemporaneo, pur riprendendo nello stile il cubismo ed il futurismo».

La linea di prodotti è distribuita da Gaja Distribuzione di Barbaresco e ha già cominciato ad affacciarsi sul mercato internazionale. «In questi primi sei mesi siamo entrati in Svizzera e in Inghilterra e stiamo per approcciare il mercato statunitense». Con uno sguardo già rivolto verso il futuro. «Stiamo lavorando a due progetti. Posso svelare il primo: una Riserva del Rosso, prodotta nelle Langhe con un vino speciale», conclude Paolo Dalla Mora.

Vince chi fa star bene il cliente (in tutti i sensi)

Courtesy Pexels/Kampus Production
Sostenibilità, benessere, inclusività sono le parole chiave del futuro del fuori casa secondo Jochen Pinsker di Circana. Che pone l'accento anche su home delivery e digitalizzazione

Fai star bene il cliente! Oggi più che mai è questo l'obiettivo che ogni gestore deve perseguire. Non per buonismo, ma per soddisfare le mutate esigenze di chi frequenta bar e ristoranti. A sostenerlo con forza è Jochen Pinsker, Industry Advisor Foodservice Europe di Circana, che al Sigep ha presentato dati e previsioni sul mercato fuori casa nei cinque maggiori Paesi europei.

Jochen Pinsker, industry advisor Foodservice Europe di Circana

«La combinazione tra alta inflazione e un certo pessimismo, legato anche al calo del potere d'acquisto di molte persone - afferma Pinsker - spinge verso il trading down: il 57% dei clienti dei 5 maggiori Paesi europei lamenta aumenti eccessivi di prezzi nei locali. La risposta? Il 61% afferma di andare in cerca di locali con prezzi abbordabili, il 58% ammette che la propria situazione economica influenzi in negativo le proprie abitudini». La disponibilità a spendere insomma è in calo, indipendentemente dall'ammontare di quattrini che ogni persona si trova in tasca.

Le strategie adattive vanno dalla scelta di posti più economici, alla maggiore attenzione alle offerte promozionali, al contenimento delle ordinazioni (un piatto in meno, un drink in meno ecc.).

Cresce il valore dell'esperienza

Quello a cui invece le persone danno sempre più importanza è il godersi l'esperienza: «Oltre un quarto dei clienti - spiega Pinsker - esce per socializzare. E il 46% dichiara di trovare felicità e benessere anche nelle cose semplici». Della serie: meglio la buona ospitalità che tutto il resto. «Le occasioni di consumo funzionali saranno penalizzate a vantaggio di quelle con maggior contenuto esperienziale» afferma l'esperto.

Una grande opportunità per gli indipendenti: «Le catene - spiega - hanno dalla loro la maggior capacità di soddisfare due delle esigenze in maggior crescita sul mercato: il delivery e la digitalizzazione. Gli indipendenti possono e devono puntare sulla qualità dell'esperienza offerta: un aspetto che è totalmente nelle loro corde, visto che sono le persone l'ingrediente principale per crearla».

Sostenibilità e benessere: si allargano i confini

La sostenibilità resta un argomento sensibile per un cliente su due, ma il suo significato si allarga fino a includere il proprio benessere (e quindi cibi più sani), l'offerta di menu più inclusivi (ovvero capaci di soddisfare tutte le richieste e le persone con esigenze speciali) in un'attenzione che comprende il pianeta, gli altri, se stessi.

«Fa parte di questo filone - spiega Pinsker - la forte crescita dei cibi plant-based (+15%, che sale a +48% per la "carne" plant-based) e più in generale dei prodotti a maggior contenuto salutista e il calo dei consumi di carne».

«Il format del futuro - afferma Matteo Figura, direttore Foodservice Italia di Circana - sarà il care casual, ovvero quel locale che sarà capace di prendersi cura del benessere del pianeta, delle persone e di tutti i clienti con esigenze specifiche».

Grandi opportunità da delivery e digitale

Pinsker sottolinea altri due elementi capaci di sostenere la crescita del settore: il delivery e la digitalizzazione.

«Il diffondersi dell'home working (chissà perché in Italia lo chiamiamo smart working, ndr) ha naturalmente ridotto il numero di visite nei locali» spiega Pinsker. In Italia la percentuale di lavoratori coinvolti è la più bassa (39%, contro una media dei 5 Paesi considerati del 44% e un picco del 51% nel Regno Unito.
«Questo non significa necessariamente meno lavoro - continua l'esperto -, ma nuove modalità di fruizione. La percentuale di pasti ordinati fuori casa e consumati in casa è cresciuta dall'11,3% del 2019 al 14,6% del 2023, con un picco del 21,7% nel 2021. Qui i fattori chiave sono la qualità della consegna, nel senso di portare a casa del cliente piatti caldi, belli da vedere e buoni da mangiare, il packaging e la facilità di ordinazione tramite device».

Da qui alla digitalizzazione il passo è breve: «Nel delivery le ordinazioni digitali sono cresciute di 2,5 volte - spiega Pinsker -. Ma il vero boom si è registrato nel Click&Collect, che ha quintuplicato i volumi. Oggi, grazie alle App, è una modalità alla portata anche dei gestori indipendenti. Dalle nostre ricerche emerge chiaramente che chi ordina da terminale acquista più prodotti, spende di più ed ha un grado di soddisfazione più alto di chi acquista alla cassa. In più, aumenta la frequenza di ritorno. In pratica, è la contromisura perfetta per contrastare la tendenza al trading down».

Un mercato in ripresa, specie in Italia

Chiudiamo con i numeri: «Nel 2023 il fuori casa, nei 5 maggiori Paesi europei (Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Spagna, ndr) ha toccato un fatturato di 321 miliardi di euro, superando per la prima volta i livelli pre Covid (+4% rispetto al 2019, ndr). Le visite sono cresciute del 5% rispetto al 2022 a 51,5 milioni, ma sono ancora inferiori del 10% rispetto al 2019. L'Italia è, insieme alla Spagna, il Paese che ha recuperato di più: la distanza dal 2019 è di appena il 5%, mentre in termini di fatturato è a +8%».

Due, secondo l'esperto, i principali motivi che spiegano una performance migliore della media europea da parte del mercato italiano: un maggior numero di ottimisti nella popolazione e un minor numero di persone che lavorano da casa.
Se i due fenomeni siano o meno correlati, lo diranno (forse) le ricerche future.

 

 

Astronomer Gin, il gin che arriva dall’Armenia

Astronomer Gin
Credit foto: Stefano Borghesi
Nasce da tre anni di ricerche e dalla creatività del bartender Eric Adinaev, che ha costruito anche l’alambicco, questo gin contemporaneo, fatto con 21 botaniche tra le quali il succo di melograno, simbolo del Paese

Il melograno è uno dei simboli dell’Armenia, un Paese la cui cristianità risale all’antichità e lega questo frutto alla fertilità, all’amore e alla prosperità. Poteva quindi uno dei più complessi e interessanti gin armeni non partire proprio da questo frutto e dal suo succo, per costruire la propria identità? La storia di Astronomer Gin è tanto affascinante quanto complesso e articolato è stato il processo che ne ha portato all’ideazione e quindi alla successiva produzione.

Il deus ex machina di questo prodotto è il russo Eric Adinaev, nome noto nel mondo della miscelazione internazionale per essere uno dei fondatori e bartender del Mitzva Bar di Mosca, entrato per un certo periodo anche nella classifica dei World 50Best Bars.

Basse temperature per aromi più eleganti e delicati

Contrariamente a quanto accade oggi, dove la maggior parte delle nuove produzioni acquistano i migliori alambicchi sul mercato a seconda delle proprie esigenze qualitative e quantitative, in questo caso è stato Adinaev stesso a costruirlo. Maestro distillatore e tecnico in materia, Adinaev ha agito in modo tale da poter avere il massimo controllo in ogni fase di creazione del prodotto. Il sistema messo a punto è unico nel suo genere e sfrutta il principio del sottovuoto per lavorare a basse temperature, che consentono una resa qualitativamente migliore e uno spettro di profumi e aromi decisamente più eleganti e delicati.

Dopo un’indecisione iniziale, la proprietà ha scelto di attivare la produzione in Armenia anziché in Russia, per via delle condizioni oggi più tranquille e favorevoli verso nuovi business e start up. La Science and Spirits – la compagnia con base armena che possiede l’etichetta – nasce con un istinto innovativo e contemporaneo verso la produzione di nuovi distillati, liquori e progetti connessi al mondo beverage. «Abbiamo voluto instaurare sin da subito sinergie con professionisti di altri settori – dai biologi agli ingegneri, a chi fa software, scienziati, botanici, artisti – per poter lavorare in modo sostenibile, al passo con i tempi, flessibile e trasparente. Speriamo che il nostro metodo e la nostra attitudine servano come fonte di ispirazione verso un’industria di produzione del futuro sempre migliore e sempre più consapevole» ci racconta il team di Astronomer.

Una ricetta frutto di tre anni di ricerche

Per arrivare al primo imbottigliamento di Astronomer Gin ci sono voluti oltre tre anni di lavoro e più di trentanove test (batch) diversi. Il processo parte dal succo di melograno spremuto a freddo, unito a un alcool puro di grano. Questa prima miscela viene fatta riposare per una settimana e poi filtrata. A questo punto le ventuno botaniche selezionate vengono fatte macerare nella miscela di base per circa sette giorni. Oltre alle classiche come cardamomo, ginepro, coriandolo o angelica, ci sono sentori particolarmente più aromatici come petali di rosa, lavanda, sambuco, camomilla, noce moscata, il pepe andalimano, cassia, ribes nero, cardamomo tailandese o scorze di mandarini, di pompelmi e le radici di giaggiolo.

Un ricco profilo aromatico

Prima dell’imbottigliamento, il distillato viene diluito con acqua e messo in vendita a una gradazione alcolica non poi così bassa (47% vol) rispetto alla media sul mercato, ma adatta a esaltarne al massimo il profilo aromatico. L’aftertaste di Astronomer Gin è particolarmente lungo, secco, pulito, a riprova della grande attenzione e della cura mantenuti nel corso di tutta la fase di produzione.

Per realizzare la grafica esterna è stata coinvolta un’artista di fama internazionale quale Lisa Smirnova, disegnatrice e ricamatrice. I motivi che ritroviamo sulle varie facce della bottiglia provengono da una serie di ricami che sono stati successivamente digitalizzati e trasformati in una grafica riproducibile su vetro.

Un gin che porta nello spazio e fa vedere il mondo da un’altra prospettiva. Un prodotto contemporaneo, sfidante per chi lo approccia nell’ottica di una mixability contemporanea, ma decisamente diverso dai suoi simili e destinato a farsi riconoscere con stile e originalità all’interno di tante bottigliere.

Ultra a Milano. Pizza e cocktail by Dom Carella e Fabrizio Margarita

Ultra
Stile minimal e materico, forte vocazione internazionale e una proposta con al centro pizza e cocktail, ma non solo. Apre a metà febbraio il locale firmato dal consulente con il fondatore delle pizzerie Vurria. Dom Carella ci svela in anteprima il nuovo progetto

«Non è una pizzeria che fa cocktail, non è un cocktail bar che fa pizza». È Ultra, il nuovo progetto di Domenico «Dom» Carella e Fabrizio Margarita. Nome di punta nel mondo dei locali il primo (ha alle spalle esperienze stellate e ha fondato il suo cocktail bistrot Carico a Milano), creatore delle pizzerie Vurria (quelle con l'aloe nell'impasto) e dell'Osteria del Mercato a Londra il secondo, a metà febbraio si preparano a dare il via all'avventura di Ultra a Milano. Un locale minimalista che punta a conquistare l'estero, che gioca con le luci e in cui «si mangia un ottimo prodotto, si beve un ottimo prodotto e si ha un'atmosfera che ti fa venire voglia di tornare», spiega Carella in anteprima esclusiva a Bargiornale.

All'angolo tra via Pier Lombardo e viale Monte Nero, dalle parti di Porta Romana, una ex banca è stata trasformata in un locale di 220 metri quadrati con 70 coperti, in stile minimalista e materico. «Quello che abbiamo voluto far vedere, lì dove si vede, è la materia viva. Cemento riversato a terra per farci il pavimento, pietre lasciate a vivo sulle pareti o sui banchi, vari legni di pregio, metalli. Qualcosa che riporti un po' al materico, di vivo e non finto», spiega Carella.

Un palco per il bartender, il pizzaiolo e lo chef

Attenzione: «lì dove si vede» è la chiave del discorso. Perché giocare con la luce fa parte del dna di Ultra. «Abbiamo pensato a una forma quasi teatrale, dove la cucina, il bar e la pizzeria sono palchi dove si vedono solo le mani dei pizzaiolo, dello chef o del bartender, quasi a ritagliare l'artigianalità», continua. Non un buio nero come la pece, ovvio, ma lo spotlight è sulle mani, «come se le mani fossero attori di teatro con un occhio di bue su di loro, sui prodotti, sugli oggetti».

«Abbiamo pensato tutto come se fosse un palco unico: la cucina, il bar, la pizzeria e la parte del consumo», dice Carella. Tutto è a vista e tutto è alla stessa altezza, divani e divanetti non fanno parte del linguaggio di Ultra. «Abbiamo studiato un'altezza che per noi è ottimale, che è quella che cerco di portarmi dietro in qualunque progetto faccia. L'idea è quella di essere sempre un po' in moto, non troppo seduti e non troppo alzati. Non lo sgabello da un metro e non la seduta da 60 centimetri», che secondo l'esperto rischia di schiacciare lo stomaco e non stimola la voglia di bere e magiare.

Cocktail, pizze e non solo

Perché da Ultra si viene (anche) per questo: per bere e mangiare. Al centro della proposta ci sono le pizze e i cocktail, ma non mancano la cucina, la selezione di vini soprattutto naturali e di sake, uno spazio dedicato alla drogheria con salumi, formaggi e conserve. «La drogheria dà la libertà di scegliere cosa mangiare e come mangiarlo. Si può prendere un prosciutto nobile e metterlo sulla pizza o mangiarlo come antipasto. O fare la stessa cosa con un pesce in scatola», racconta Carella.

La proposta cocktail

Nella carta dei drink (10/15 euro) trovano spazio una decina di classici, otto signature e quattro o cinque twist on classic Ultra Version, come Ultra Negroni, Ultra Martini o Ultra Margarita. «Sono varianti più divertenti o più spinte in gusto rispetto ai classici, in modo da rispecchiare il mood di Ultra», spiega Carella, definendoli con un alone di mistero «le versioni più Ultra dei classici». Sul versante signature invece Carella ha voluto puntare sul concetto di materico (ripreso anche dall'ambiente del locale): «Ne abbiamo due che abbracciano il mondo della terra, due che abbracciano il mondo dell'acqua, due che abbracciano il mondo dell'aria e due dedicati al mondo del fuoco. Questo sia alcolico sia analcolico».

Nella creazione della drink list immaginare ricette che potessero ben affiancare le pizze non è stato un limite, anzi. «La pizza è abbinabile a tutto, è un contenitore vuoto come un panino», ragiona. Ai clienti viene lasciata massima libertà di abbinare i vari cocktail alle pizze, senza combo già indicate a priori. «Ovviamente verranno guidati dalle persone del nostro team, che si prenderanno cura di dare suggerimenti».

Spazio alla pizza

E per quanto riguarda la pizza? «Abbiamo diversi tipi di impasto. Ne faremo una tipo focaccia, al padellino, faremo una montanarina, faremo tacos di pizza (per esempio con pulled pork, grana e erbe), faremo la pizza classica, nel senso di classica nel nome e nella forma», racconta Carella. Le varianti, con un prezzo tra 8 e 20 euro, spaziano dalle pizze tradizionali leggermente riviste in modo contemporaneo alle signature come quella con pecorino, crema di zafferano, ossobuco arrosto, gremolada e caviale. Su richiesta possono essere servite intere o già tagliate a fette per facilitare lo sharing.

Un locale dal forte spirito internazionale

Cocktail bar e cucina aprono e chiudono insieme, dalle 18 alle 2 (sette giorni su sette). Si può mangiare e bere in qualsiasi momento, scegliere di condividere una pizza all'aperitivo, ordinarla per cena o prenderla a ore piccole. «Dopo la serata l'atmosfera si evolve in termini di ritmo e musica, mentre la proposta rimane sempre uguale. Il nostro obiettivo è creare un meal period così lungo da abbracciare un po' tutte le esigenze», dice Carella.

Pronto per andare all'estero

Perché Ultra è un progetto open mind e open target, con un forte spirito internazionale. E non è un caso che Carella e Margarita fin dall'inizio lo abbiamo immaginato come «un concetto facilmente esportabile ovunque, con un nome facilmente integrabile ovunque, con un'identità forte che potesse essere riconosciuta in qualunque stato. Ultra non vede me ai cocktail e Fabrizio alla pizza, ma vede una sinergia di prodotto e di intelligence aziendale che ci possa far replicare il progetto, da qui a X mesi, altrove. Stiamo già sondando due o tre Paesi, con interessi sia ricevuti sia esposti da parte nostra. È simpatica l'idea di non essere ancora aperti e di avere già sul tavolo delle proposte». Più che simpatica, si potrebbe dire Ultra.

La Skalunata, mixology sperimentale a Sciacca

La Skalunata Arte del Recupero - Laphraig 10 anni, Sherry, Martini Bitter Reserva, Bitter Peychaud's
Arte del Recupero (Laphraig 10 anni, Sherry, Martini Bitter Riserva, Bitter Peychaud's)
Ricerca e sperimentazione fanno breccia anche in provincia. Come mostra Antonio Maniscalco, che nel suo locale nella cittadina siciliana, propone una drink list che esplora il lato audace della mixologist post-industriale. Senza dimenticare il pairing con il food

I Romani la chiamarono Terme Selinuntine e se ne innamorarono per la sua particolare collocazione geografica. Sciacca, cittadina in provincia di Agrigento che sembra tuffarsi nel mare, il cui centro storico, in parte racchiuso tra le mura, è un reticolo di vicoli ciechi e di cortili in stile arabo. In questo contesto urbano affascinante si colloca La Skalunata – Cafè Retrò, bar di riferimento di Sciacca che ha sempre avuto l’obiettivo di portare quell’aria di novità e di internazionalizzazione che spesso è invisa alle piccole comunità locali.

Il suo proprietario è Antonio Maniscalco, classe ’79, tedesco di nascita, ma siciliano al 100%. Ha iniziato a lavorare nel mondo bar già dal 2002 per sostenersi negli studi universitari e, dopo un breve periodo di training, ha capito che l’attività imprenditoriale era quella che gli si confaceva maggiormente. A 24 anni apre La Skalunata, locale che prende il nome dall’adiacente scalinata medievale. In seguito il locale si arricchisce di un nuovo tassello, il Cafè Retrò. Questo nuovo progetto è il risultato di un desiderio di cambiamento e innovazione che continua la mission primigenia: esplorare le nuove frontiere nel mondo della mixology. Lo abbiamo raggiunto per farci raccontare gli sviluppi di questo progetto imprenditoriale.

Sciacca è una cittadina suggestiva, molto viva in estate e in alcuni periodi dell’anno, come quello del Carnevale per il quale è famosa in tutta Italia. Pur essendo il comune più popoloso dopo il capoluogo è una realtà di meno di 40.000 abitanti: è difficile fare impresa in territorio così?

Fare impresa in un territorio come Sciacca presenta delle sfide uniche, soprattutto nel mondo del beverage. Essendo una cittadina relativamente piccola e ancora non pienamente aperta al concetto moderno di cocktail bar, Sciacca tendeva a rimanere ancorata a uno stile più tradizionale, tipico degli anni Novanta, con un focus sulla birra alla spina, shot di tequila o whisky classico. Per me, documentarsi sui libri e partecipare a master nel settore è stato cruciale per acquisire quella visione e quell'esperienza che a volte può essere più difficile trovare in una località più isolata.

Quali sono i concetti alla base della sua drink list?

La drink list, denominata Industrial Sips, è stata concepita per esplorare il lato audace della mixologist post-industriale. L'idea è nata dalla volontà di sperimentare e di offrire ai clienti qualcosa di unico e innovativo, ispirandoci all'arte dell'industria post-moderna. Il nostro obiettivo è quello di creare cocktail che siano non solo gustosi, ma anche veri e propri capolavori visivi e sensoriali, in grado di offrire un'esperienza completa ai nostri ospiti.

L’industria post-moderna non è esattamente una fonte d’ispirazione immediata. Ci spiega come le è venuta questa idea?

È nata dalla mia continua ricerca di innovazione e dal desiderio di spingere i confini della mixology tradizionale. Sono stato ispirato dall'arte e dall'architettura post-industriale, che si caratterizzano per il loro approccio audace e sperimentale. Ho voluto trasferire questo spirito nel mondo drink, creando bevande che non solo deliziano il palato, ma stimolano anche la vista e l'olfatto, offrendo ai clienti un'esperienza completamente nuova e avventurosa.

Il vostro locale fa anche cucina e oggi si parla molto di questa possibile commistione. Ritiene possibile il dialogo fra cucina e bar?

Ci credo fermamente! Questa sinergia tra l'arte del bere e quella del mangiare è fondamentale per offrire un'esperienza gastronomica completa e coinvolgente. A La Skalunata, cerchiamo di abbinare i nostri cocktail innovativi con piatti che ne esaltino i sapori, creando un'armonia tra cibo e bevande. Questo dialogo apre nuove strade nella creazione di esperienze uniche per gli ospiti, dove ogni sorso e ogni morso si completano a vicenda.

La fidelizzazione del personale è uno degli argomenti più caldi dell’ultimo periodo. Il suo gruppo sembra ben affiatato.  

Il lavoro di squadra e la stretta collaborazione fra tutti i membri del team sono elementi fondamentali per creare l'atmosfera unica del Cafè Retrò. Abbiamo scelto un design post-industriale, utilizzando materiali come legno e ferro, per creare un ambiente caldo e accogliente. La nostra attenzione si concentra molto sul servizio ai tavoli. Ci occupiamo personalmente di proporre i nostri drink ai clienti. Inoltre, organizziamo eventi speciali come serate di degustazione e musica dal vivo, che si allineano perfettamente con la nostra filosofia. Ripeto, la collaborazione fra i reparti è essenziale. Ci serve anche per valutare e migliorare continuamente l’offerta, tramite briefing regolari, nei quali analizziamo soprattutto gli errori, per garantire un'esperienza sempre migliore ai nostri ospiti.

C’è un ricordo che si porta dietro piacevolmente in questa avventura?

Anni fa un cliente si sperticò in complimenti di ogni sorta, dopo aver bevuto un mio Martini. Ogni volta che lo preparo penso agli occhi di quel signore. Un ricordo se vogliamo molto semplice, ma che ha rafforzato la mia convinzione sul mondo bar. Il cuore ha una componente fondamentale, specie in un drink apparentemente semplice.

Il Premio Nonino 2024 celebra l’eccellenza per i 50 anni del Monovitigno Nonino

Le Distillerie Nonino celebrano i 50 anni del Monovitigno Nonino con il Premio Nonino 2024, scienziati, scrittori e medici tra i premiati

Lo scrittore e traduttore Alberto Manguel, il medico francese Rony Brauman, lo scrittore e storico Angelo Floramo e la scienziata Naomi Oreskes: sono i vincitori del Premio Nonino 2024. A selezionarli, tra i candidati, la giuria preseduta da Antonio Damasio, noto neuroscienziato portoghese, già vincitore del Premio Nonino "Maestro del nostro tempo" nel 2003.

Cadendo nel 2023 il 50° anniversario da quando nel 1973 Giannola e Benito Nonino rivoluzionarono l’azienda dando vita a una grappa monovitigno di sole uve Picolit, le premiazioni avverranno in corrispondenza delle celebrazioni per i 50 anni della creazione del Monovitigno Nonino presso le Distillerie a Ronchi di Percoto, sabato 27 gennaio 2024 alle ore 11. La premiazione sarà anche trasmessa in live streaming sul sito della distilleria a partire dalle ore 12.15.

I premiati e le motivazioni

Il Premio Nonino 2024 è andato a Rony Brauman per Médecins sans Frontières per via del suo impegno in una vita dedicata al soccorso umanitario di tutto il mondo denunciando le persecuzioni e contribuendo a far comprendere tragedie come quelle quotidianamente vissute in regioni come Gaza e Cisgiordania.

Il Premio Internazionale Nonino 2024 è andato a Alberto Manguel premiato dalla giuria poiché ritenuto un vero uomo del Rinascimento, oltre che un narratore brillante e un sostenitore appassionato del potere dei libri che attraverso la sua maestria nella saggistica promuove l'amore per la lettura e la condivisione di prospettive culturali diverse, emergendo come figura di spicco nel mondo delle idee e della letteratura, specialmente in tempi di conflitti e volgarizzazione culturale.

È stato assegnato ad Angelo Floramo con la Cooperativa INSIEME “Frutti di Pace”  il Premio Nonino Risit D’aur Barbatella D’oro 2024; il primo per aver esplorato le radici culturali friulane e slovene attraverso la ricerca nelle biblioteche e monasteri. Mentre alla seconda, fondata da donne di Bratunac e Srebrenica, per il suo rappresentare un esempio etico inestimabile, riunendo identità collettive oltre le divisioni imposte dalla guerra, elaborando il lutto con riconoscimento e solidarietà.

In ultimo la giuria ha deciso di premiare come “Maestro del nostro tempoNaomi Oreskes, professoressa all'Università di Harvard, che attraverso la sua dedizione alla divulgazione scientifica, ha messo in luce il consenso sulla realtà del cambiamento climatico antropogenico, contrastando la negazione e le campagne di delegittimazione scientifica e finendo per rappresentare una figura chiave nel dibattito sul ruolo della scienza nella società, utilizzando la ragione per affrontare sfide cruciali come il cambiamento climatico.

 

 

C’era una volta il rhum tricolore

Branca, Cocchi, Fabbri, Luxardo, Martini&Rossi, Pallini, Poli, Stock...Tutti produttori di rum. Succedeva nella prima metà del Novecento quando il distillato di canna divenne un prodotto diffuso e popolare. Valerio Bigano ne racconta l'epopea con le storie imprenditoriali dei brand che italianizzarono il "nettare" dei Caraibi

Pochi sanno che il rum ha anche una storia italiana. È quella narrata da Valerio Bigano nella sua ultima fatica libraria “La lunga storia del rhum italiano. Dai Caraibi al nostro Paese” (il libro autoprodotto costa 50 euro e va richiesto direttamente all'autore, www.bigano.it) Il ricercatore veronese dopo essere andato recentemente, nel 2022, alla riscoperta dell’epopea del Cognac nazionale con il volume “Cognac d’Italie”, è tornato ad approfondire le vicende di uno spirit che non nasce certamente in Italia, ma che nella Penisola è stato protagonista di una breve ma intensa stagione d’oro. «Dagli anni Trenta del secolo scorso fino ai primi anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale - spiega Bigano - il rum nostrano ha goduto di una certa popolarità ed era presente stabilmente nella proposta di moltissime aziende liquoristiche e distillatorie della Penisola. Lo dimostrano i prodotti di 99 aziende rappresentate e le storie imprenditoriali che racconto nel libro, tutte caratterizzate da un ricco e in gran parte inedito corredo di immagini di rare bottiglie storiche e di etichette dell'epoca di grande valore artistico. Un piccolo patrimonio iconografico che ho raccolto grazie al contributo di collezionisti del settore e delle aziende».

 

Come è stato per il libro sul Cognac o per quello sul whisky italiano, risalente ormai al 2013, anche questo progetto è frutto di un lavoro certosino di ricerca, documentazione e riscoperta di “pezzi” importanti di storia della nostra bar industry che altrimenti rischierebbe l’oblio. Ancora di più in questo caso, dove si parla di un distillato oggi quasi praticamente sparito dalle bottigliere e che “resiste” solo nella tipologia del rum o rhum fantasia, liquore secco aromatizzato al rum, utilizzato prevalentemente in pasticceria per la preparazione di dolci come i babà. Ai tempi, invece, era un distillato di largo uso che veniva apprezzato come digestivo, come ingrediente nelle miscele “futuriste” (tutte rigorosamente realizzate con spirit autarchici), come "correttore" unito al caffè o come base per la preparazione di punch. In più costava meno del Cognac. «In Italia - aggiunge Bigano - si comincia a parlare di rum nella seconda metà dell’Ottocento, quindi ancor prima del suo sbarco ufficiale. Tra i primi testi in cui se ne fa cenno, spicca quello di Luigi Sala del 1896, Il Manuale del Liquorista, con alcune ricette, oggi assolutamente improponibili e illegali, che cercavano di imitare i rum dei Caraibi e che, ad esempio, prevedevano la macerazione di tartufi neri non adatti alla vendita, di cuoio ecc. A livello nazionale, la produzione su larga scala vera e propria di rum italiano ha inizio una ventina di anni più tardi e vede le maggiori aziende di alcolici del Paese (ci sono tutti i big di allora come Martini&Rossi, Luxardo, Stock ecc., ndr) impegnate a importare i rum dai produttori caraibici per creare blend da imbottigliare autonomamente. Oppure impegnate a produrre rum nei propri impianti, importando le materie prime necessarie, come canna da zucchero o melassa, da avviare alla distillazione. Il risultato sono rum di buona qualità che a volte si avvicinano agli standard dei prodotti originali». Il libro di Bigano è anche un viaggio nell'iconografia del passato con etichette spesso caratterizzate da ritratti stilizzati di uomini e donne di colore e di chiara origine creola. Tutti raffigurati sorridenti, o in pose rilassate o scherzose, quasi a mitizzare le terre del rum dove ai tempi la realtà dei lavoratori delle piantagioni di canna da zucchero era ben altra. «Etichette che non dovevano turbare la sensibilità dei consumatori - conclude Bigano - e di un pubblico ancora immerso nella propaganda colonialista delle potenze del Vecchio Continente. Fu così che un distillato povero, spesso definito la "bevanda degli schiavi", fu elevato al rango di prodotto di moda».

The Forum: a Roma il locale che mixa agenzia immobiliare e bar all day long

Al Pigneto a Roma Quadrifoglio Immobiliare lancia il bistrot-agenzia con caffetteria, spazi di coworking e una sala riservata per le trattative immobiliari

Agenzia immobiliare o bar? Entrambi e l’uno o l’altro prevale a seconda del lato da cui lo si guarda. Perché il nuovo The Forum, locale all day long aperto da poche settimane al Pigneto a Roma, ha una doppia veste e funzione. Da una parte troviamo la classica vetrina da agenzia immobiliare con gli annunci (la Quadrifoglio immobiliare, un’agenzia nota nel panorama locale), dall’altra l’ingresso di un bar con il bancone e la bottigliera in primo piano.

Gli elementi per capire che The Forum è un locale ibrido ci sono tutti: oltre al bancone, all’ingresso principale troviamo il desk con la segreteria, che aiuta chi cerca casa a prendere un appuntamento con un agente; nelle altre sale un susseguirsi di tavolini modulari, che possono servire da scrivanie per analizzare case mentre si sorseggia un caffè, così come sono aperti a chi vuole uno spazio di coworking o anche solo una sosta breve per un caffè. In fondo, troviamo una saletta riservata, divisa da una tenda, può servire sia per piccoli ricevimenti privati, che per avere un po’ di privacy mentre si compiono trattative immobiliari, ma anche per le riunioni e i momenti di formazione del gruppo Quadrifoglio.

Il progetto The Forum nasce da un’idea di Antonio Proietti, fondatore della Quadrifoglio Immobiliare, che oggi ha passato il testimone al figlio Gabriele, attuale presidente della società, e da Francesco Crocé, amministratore unico della stessa: «Il motivo che ci ha spinti a questa nuova apertura è molto semplice. Nella nostra vita lavorativa il bar è fondamentale per costruire relazioni, il caffè è il nostro mezzo di familiarizzazione con il cliente e ci siamo chiesti, perché non offrirlo in un posto nostro?», afferma Crocè.

L’idea è andata oltre, perché The Forum si presenta come un moderno bistrot, il cui layout è stato curato dall'architetto Giuseppe Maria Genco, che funziona all day long, passando dalle colazioni alla pausa pranzo, fino ad arrivare ad aperitivo e cena. La formula è snella e ben cucita addosso alle abitudini del Pigneto, quartiere di movida della Capitale, che trova il suo fulcro nell’area pedonale, uno spazio aperto e vissuto soprattutto con la bella stagione sui tavolini all’aperto. The Forum si colloca proprio all’ingresso di questa pedonale, in una posizione privilegiata e la possibilità di avere anche 100 coperti fuori, oltre ai 50 interni: «era una vecchia ferramenta, noi avevamo l’agenzia poco più avanti su via L’Aquila e quando abbiamo visto che si era liberato il locale ed era sul mercato ci siamo subito attivati, perché avevamo intravisto l’opportunità di rispolverare questo vecchio progetto dell’agenzia-bar», racconta Crocè.

L’attività comincia la mattina con i caffè come da tradizione partenopea: per la bevanda più amata dagli italiani è stata selezionata la torrefazione napoletana Passalacqua, da accompagnare con cornetti, muffin, pasticciotti, crostate e ciambelloni. Tisane e cioccolata calda completano la carta per la zona caffetteria, mentre per il pranzo si è pensato a una proposta agile e gustosa con cornetti salati, tramezzini e insalate. Dall’ora dell’aperitivo, la selezione alcolica spazia fra cocktail, birre e vini. La drink list è composta da 4 cocktail alla spina in collaborazione con Drink-It, di cui due esclusivi a marchio The Forum, oltre a 8 miscelati ready-to-drink in bottiglia e ai signature del locale. La carta dei vini è curata dai ragazzi di Mostovivo, un nuovo progetto energico e vitale che aiuta nella selezione delle etichette, prediligendo referenze di piccole realtà produttive, interessante anche la carta delle birre artigianali, curata in questo caso internamente.

L’anima gastronomica del The Forum trova piena espressione con l’aperitivo e l'offerta food serale legata al cocktail bar, dai Mini Bun della panetteria “Forno Certosa” farciti con condimenti caldi, alle Pinse, con 72 ore di lievitazione e topping variegati. Ampia anche la selezione di fritti e salumi e formaggi che vanno a comporre i taglieri, oltre a prodotti di territorio come l’Amaretto di Guarcino e le Seadas di Cabras, che arrivano da aziende locali e sono finalizzati in cucina.

Toga di O-I Glass, la bottiglia perfetta per lo spumante

O-I Glass Toga rose
Secondo una ricerca condotta da Toluna Corporate, la nuova creazione del leader mondiale nella produzione di vetro per il food&beverage è il packaging ideale per gli sparkling. Un prodotto premium che conquista per il suo design accattivante e distintivo.

È il modello Toga, nuova creazione di O-I Glass, gruppo statunitense leader mondiale nella produzione di packaging in vetro per l’industria alimentare e delle bevande, la bottiglia perfetta per i vini spumanti. A dirlo un’indagine promossa da O-I Glass e realizzata da Toluna Corporate su un pubblico di circa 2.000 intervistati provenienti da 5 Paesi – Regno Unito, Germania, Francia, Spagna e Italia – finalizzata a identificare il packaging in vetro che meglio si presta a rispondere alle esigenze proprie di questa tipologia di vini.

Il modello Toga, realizzato sia nella versione per vini rosé sia in quella per vini bianchi, riprende le forme tipiche di una bottiglia da spumante, resa però strategicamente più elegante e femminile, soprattutto nella versione rosé. Un prodotto premium, ma amico dell’ambiente: la bottiglia è stata studiata con un peso ridotto, tra i minimi della categoria spumanti, così da contenere l’impronta carbonica.

Design accattivante e distintivo

Secondo l’indagine, condotta per il 60% su un pubblico che ha consumato un prodotto della categoria negli ultimi 6 mesi, il design del packaging per gli sparkling deve rispondere a tre esigenze: essere appealing per i consumatori, riuscire ad apparire tanto unico e distintivo, quanto moderno e, non ultimo, diverso dalle bottiglie più tradizionali già in commercio.

Sottoposti a un’attenta analisi di più modelli, gli intervistati hanno indicato in modo molto netto la bottiglia Toga come la più adatta per la necessità, in quanto è risultata il prodotto in vetro più affine agli obiettivi e per il design più accattivante.

Nello specifico, la bottiglia, in vetro trasparente nella versione per i vini rosé e in vetro scuro per i bianchi, è stata giudicata esteticamente appealing (63% dei rispondenti), appropriata per le necessità degli spumanti (67% dei rispondenti) e premium (57%). Il 65% degli intervistati, inoltre, ha affermato che acquisterebbe di buon grado vini spumanti se contenuti in una tipologia di bottiglia con caratteristiche affini a quelle del modello Toga, ora giunto alla fase produttiva.

Toga conquista anche gli italiani

I risultati emersi a livello europeo sono stati confermati anche dall’indagine sul campione italiano. Nello specifico, analizzando un’ampia rosa di spumanti, i tre prodotti che sono stati maggiormente menzionati come tipici della categoria sono Prosecco, Rosé spumante e Lambrusco, tipologia quest’ultima che non era emersa tra la maggioranza nell’analisi europea. Gli intervistati – dei quali il 66% consuma bevande alcoliche più di una volta al mese e dei quali l’82% ha provato vino spumante negli ultimi 6 mesi – hanno dichiarato che il brand (38,6% e la regione di provenienza (31,6%) sono i due principali fattori che influenzano la scelta di un vino.

Alla luce di queste premesse, anche in Italia la bottiglia che ha conquistato gli intervistati è risultata la Toga. Considerando sia la versione per vini rosé sia quella per vini bianchi, la grande maggioranza (24,7%) ha selezionato il modello per il suo look moderno, notevole rispetto ai vini spumanti già in commercio, per la sua forma non tradizionale, che ha catturato l’attenzione del 36,4% degli intervistati e, infine, perché molto premium.

Coppa del Mondo del Panettone, svelati i 10 finalisti che rappresenteranno l’Italia

La competizione ha portato questo momento di confronto sul panettone nella Choco Arena del Sigep. La finale mondiale si disputerà a novembre 2024

La Coppa del Mondo del Panettone ha i suoi 10 finalisti italiani. I nomi dei rappresentati della squadra nazionale durante la competizione internazionale sono stati annunciati mercoledì 24 gennaio durante il Sigep. La Choco Arena ha ospitato la competizione che ha visto i migliori lievitisti italiani sfidarsi sul panettone tradizionale e quello al cioccolato.

Coppa del Mondo del Panettone: i finalisti per la categoria tradizionale

I 5 finalisti italiani per la categoria Panettone tradizionale si sono così classificati:

  1. Pompilio Giardino, Panificio Pompilio Adriano Irpino (AV)
  2. Pesce Pasquale, Pasticceria Pesce 1896 Avella (AV)
  3. Damiano Pagani, Pasticceria Pagani Dello (BS)
  4. Musumeci Antonino, Pasticceria Musumeci. Misterbianco (CT)
  5. Lastra Francesco, Pasticceria Ga Castellamare di Stabia (NA)

I finalisti per la categoria panettone al cioccolato

Per la categoria Panettone al cioccolato i 5 finalisti italiani si sono così classificati:

  1. Armando Pascarella, Pasticceria Armando Pascarella San Felice a Cancello (CE)
  2. Alessandro Slama, Dar Slama, Ischia (NA)
  3. Andrea Marzo, La Dolce Sicilia Rivoli (TO)
  4. Michele Somma, Pasticceria La Delizia, Santa Maria la Carità (NA)
  5. Pasquale Iannelli, Casa Mastroianni Lamezia Terme

Coppa del Mondo del Panettone: la giuria

Con questa importante selezione si compone la rosa dei candidati che si sfideranno durante la finale mondiale, in programma a novembre 2024. Dopo le selezioni in Italia, Spagna, Portogallo, Svizzera e Francia, Brasile e Stati Uniti cresce l'attesa per quelle in Perù, Giappone e Australia, che si svolgeranno tra febbraio e maggio 2024. Durante il Sigep la giuria internazionale ha lavorato con impegno per selezionare i prodotti migliori, tutti di grande qualità. La valutazione ha preso in considerazione l'aspetto esterno (forma, volume e colore), l'aspetto al taglio (alveolatura, ripartizione della frutta e morbidezza) e l'apprezzamento sensoriale come il profumo, il sapore e l'aromaticità. Nella giornata di giovedì 23 gennaio, a giudicare il panettone tradizionale dei concorrenti ci sono stati: Mirko Zenatti, Presidente Ambassadeur du pain Italia; Gianbattista Montanari, Maestro e consulente Corman Italia; Damiano Rizzo, Maestro pasticcere Apei; Francesca Morandin, Consulente e Tecnologa alimentare Italia; Emanuele Valsecchi, Maestro pasticcere Apei; Fabrizio Galla, miglior torta alla Coppa del Mondo di Pasticceria 2007 a Lione; Matteo Cunsolo, Presidente Richemont Club Italia; Daniel Künhe, Responsabile panetteria Scuola Richemont Lucerna Svizzera. Mercoledì 24 gennaio la giuria del panettone al cioccolato era composta da: Mirko Zenatti, Presidente Ambassadeur du pain Italia; Gianbattista Montanari, Maestro e consulente Corman Italia; Gastone Pegoraro, Maestro Pasticcere Direttore Gustar Pistoia; Francesca Morandin, Consulente e Tecnologa alimentare Italia; Julien Alvarez, Executive pastry chef Laduree, Pastry World Champion; Juan Carlos Lopez, Direttore de la escuela de pastelería El Dulce Hecho Arte Perù; Daniel Künhe, Responsabile panetteria Scuola Richemont Lucerna Svizzera; Salvatore Tortora, Campione del Mondo 2021 della Coppa del Mondo del Panettone.

Le prossime tappe della competizione

La Coppa del Mondo del Panettone è il concorso internazionale che coinvolge i pasticceri di tutti i continenti nella realizzazione della ricetta originale del panettone artigianale milanese. Alla base, devono esserci solo farina di frumento, zucchero, burro, tuorli, sale, pasta di arancia, scorza di arancia, scorza di limone, miele, vaniglia, malto-estratto di malto-farina di malto, uva sultanina, cubetti di arancia canditi e cubetti di cedro canditi. Il regolamento della Coppa del Mondo del Panettone prevede la realizzazione del panettone con la ricetta artigianale originale da parte di tutti i concorrenti, anche stranieri. Il dolce a cupola è sempre più conosciuto ed apprezzato all'estero dove spesso viene personalizzato con le materie prime locali, ne esistono infatti molte versioni: da quello ai datteri, alla papaia fino ad arrivare a quello salato. Nato dall'idea del maestro Giuseppe Piffaretti, da anni è il promotore della cultura del dolce italiano nel mondo. Organizza masterclass e corsi di formazione nei diversi paesi, riscuotendo sempre più successo. Tra le mission del progetto vi è infatti la valorizzazione e la conoscenza del dolce lievitato per eccellenza oltre alla destagionalizzazione del prodotto. Ciò accade già in alcuni paesi come il Brasile e il Perù dove il panettone viene consumato tutto l'anno. Nel 2024 il Concorso giunge alla quarta edizione. Dopo le finali del 2009, 2021, 2022 e grazie al costante impegno degli organizzatori, la conoscenza del panettone e la sua lavorazione è riuscita a valicare i confini italiani e la stagionalità per imporsi sulla scena dolciaria mondiale. La finale italiana di Coppa del Mondo del Panettone decreterà i maestri pasticceri che parteciperanno alla prestigiosa finale mondiale che si svolgerà a Milano l'8, 9, 10 novembre 2024.

Coupe du Monde de la Pâtisserie, l’Italia stacca il biglietto per la finale

La nazionale italiana sale sul secondo gradino del podio, dietro la Francia e prima del Regno Unito. Appuntamento al 2025 per l'ultima tappa

L'Italia sale sul secondo gradino del podio della selezione europea della Coupe du Monde de la Pâtisserie e stacca il biglietto per la finale parigina del 2025. Durante l'appuntamento svoltosi tra il 21 e 22 gennaio 2024 al Sirha Europain, la Francia ha conquistato l'oro, mentre il Regno Unito ha dovuto accontentarsi del bronzo. Grazie al sistema Wild Card, alla tappa conclusiva che eleggerà il miglior team di pasticceria del mondo, parteciperanno anche Svezia, Svizzera e Belgio.

Coupe du Monde de la Pâtisserie, la nazionale italiana

L'Italia è stata rappresentata al Sirha Europain da Raimondo Esposito e Vincenzo Daloiso. I due maestri sono stati selezionati dopo un'attenta scrematura in Cast Alimenti sotto lo sguardo della giuria composta da Alessandro Dalmasso, presidente del Club Italia, i campioni del mondo 2021 Lorenzo Puca e Massimo Pica, e il campione del mondo 2015 Francesco Boccia. I due pasticceri hanno sfidato i colleghi europei per portare la squadra italiana alla finale mondiale, che si disputerà a Parigi nel 2025. Il Team Italy si è battuto con le eccellenze europee della pasticceria, mantenendo alto il nome dell'Italia e riconfermando la bravura, la maestria e la grandezza della cultura dolciaria italiana. A sostenere la squadra, come ormai tradizione, il Club Italia Coupe du Monde de la Pâtisserie, presieduto da Alessandro Dalmasso. Ed è proprio Alessandro Dalmasso a raccontarci la gara: “Vincenzo e Raimondo sono riusciti a gestire emozione e pressione con rigore e capacità. Ricordiamo che la gara dura 5 ore e 30, prevede 16 dessert da degustazione e 2 pezzi artistici, oltre a un buffet finale. Innovazione, rigore e spirito di squadra sono stati alla base di questo meritato successo”.

In attesa della finale mondiale

Dopo la meritata vittoria dell'Italia nel 2021 e il bronzo nel 2023, l'attesa per un nuovo, importante risultato tricolore si fa via via più forte. Il podio conquistato lo scorso 22 gennaio celebra la vittoria della Coupe d'Europe de la Pâtisserie, la grande novità della competizione mondiale. Introdotta nel 2023, si è trattato di una selezione preliminare svoltasi al Sirha Europain 2024 (Parigi), dal 21 al 24 gennaio 2024. La modifica del regolamento, con l'inserimento della tappa europea, ha rimescolato le carte della competizione. I vari Paesi hanno dovuto alzare l'asticella nella selezione dei concorrenti da portare alla competizione mondiale.

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