In occasione dell’8 marzo vogliamo omaggiare Ada Coleman (1875- 1966). Una donna che ha segnato la storia del bartending per i suoi drink, ma soprattutto per il suo altissimo concetto di ospitalità e savoir-faire. Vissuta a cavallo tra i due secoli, head bartender dell’American Bar del Savoy di Londra, donna di gusto inarrivabile, confidente di regnanti, politici, attori, ha rappresentato un paradigma per coloro che si sono succeduti al banco dell’American Bar. A partire dal “divino” Harry Craddock. Nel raccontarvi di Ada, detta Coley e originaria del Kent, non ricorreremo troppo a notizie biografiche, né confezioneremo la solita lezioncina. Anche perché le biografie si trovano in Internet. Quindi, a che serve ripetere il già detto? Piuttosto abbiamo l’obiettivo di fornire spunti più specialistici e raccontare il “forse non tutti sanno che...”. Lo faremo attingendo prevalentemente ad articoli recenti e, soprattutto, a interviste d’epoca che trovate sul nostro sito nella sezione Il Bibliotecario. Ada Coleman era protettiva verso il suo lavoro e verso se stessa. E doveva esserlo visto i tempi e la società in cui viveva. Gli attacchi al lavoro delle barmaid arrivavano da tutti i fronti. C’era il movimento londinese a favore dei diritti delle donne, la National Women Workers, che proponeva l’abolizione del lavoro di barmaid perché ritenuto osceno e poco onesto (New Age, febbraio 1903). Peggio andava solo negli Stati Uniti dove il problema l’avevano già eradicato visto che, in base a un censimento sulla popolazione lavorativa americana (1895), le donne che servivano liquori erano solo 147 su una popolazione di 55.660 uomini (The Wall Street Journal, 25 aprile, 2009). Una delle tante battute ricorrenti era: “Vi pare normale che la mano che dondola la culla mescoli il Whisky Sour?”. Harry Craddock, che prese il posto nel 1926 della Coleman, nel suo ricettario Savoy Cocktail Book, alla voce Sanctuary Cocktail, scrive: “...ancora oggi (nel 1930) le signore non possono accedere all’American Cocktail Bar del Savoy”. Il Savoy, quindi, era un “santuario” dove le donne non potevano accedere. Che sia humor (nero) e sessista, o solo una frase, va inquadrata nel periodo storico. Quel che è certo, come ho scritto in Cocktail Safari, è che al tempo una donna dietro al banco era merce più rara di un fan dei Metallica al concerto di Gigi d’Alessio. E all’American Bar del Savoy, detto così per il bar realizzato in stile americano dal bartender Frank Wells prima che arrivasse la Coleman, di donne in realtà ce n’erano due. L’altra era Ruth Burgess, detta Bunty (Variety, New York, 1926). La questione dei soprannomi, Coley e Bunty, non è di secondaria importanza. Tanti ospiti del Savoy erano americani che volevano essere serviti dalle mani di un uomo. Per proteggerle e tutelarle da clienti molesti, si usavano nomi di fantasia per proteggere i veri cognomi. Le due bartender non avevano un buon rapporto. Basti menzionare il titolo di un articolo uscito il 16 febbraio del 1926 sul quotidiano The Aspen Daily Times: “Due famose bar maids che hanno lavorato per vent’anni allo stesso banco vanno in pensione, senza essersi mai parlate”. In realtà Miss B, altro soprannome di Ruth Burgess, ci aveva provato ma pare senza grande successo. Le aveva chiesto le sue ricette di cocktail ma Ada, come dicevamo, era protettiva anche da questo punto di vista. Lo sapevano tutti, compreso Craddock, che nel 1920, tornato a Londra dagli Stati Uniti causa Volstead Act (Proibizionismo), scrutò per cinque anni la sua head bartender Ada Coleman. “Era rintanato dietro le quinte dell’American Bar del Savoy, sfornando cocktail dal bar di servizio” (Theodore Sutcliffe, Difford’s Guide). Ada è diventata famosa per il Coley anche detto Hanky-Panky (Variety, 1926) così battezzato dall’attore Sir Charles Henry Hautrey. In realtà, quando Ada appenderà lo shaker al chiodo, racconterà e sarà ricordata non solo per i drink, ma per il grande lavoro quotidiano che passava anche dai piccoli gesti. Come quello di avere sempre sul banco un vaso con i fiori freschi. L’articolo più completo ed esaustivo che abbiamo trovato sul suo conto è un paginone uscito sul Niagara Falls Gazette nel febbraio 1926 (è un’altra sorpresa che trovate nel nostro sito). “...Busy! Devo dire che ero impegnata tutto il giorno. Soprattutto poco prima dell’ora di pranzo e altrettanto prima di cena! Il maggior numero di cocktail che abbia mai servito è stato trecento in quindici minuti. Sembra incredibile, vero? Ma era per una grande cena e avevo già diversi shaker con gli ingredienti pronti. Aspettavo solo che mi dessero il via. Poi, man mano che questi venivano versati, inventavo e proponevo altri drink. Ricordo che dopo il mio braccio mi fece male per giorni!”. Questo il racconto di H.C. Norris, corrispondente da Londra del Niagara Falls Gazette: “Il desiderio di un lavoro meno faticoso, combinato con il “gomito del bartender” che la infastidiva di tanto in tanto, ha fatto sì che Coley, come è nota a migliaia di visitatori americani, si trasferisse nel negozio di fiori dell’hotel, da dove non è improbabile che possa aver preso la direzione di una piccola osteria di campagna. È stato nel negozio di fiori che l’ho trovata, l’altro pomeriggio, mentre languidamente osservava un vaso di erica rossa”.
Semplificazioni dehors: scatta la proroga fino a fine anno
Restano in vigore fino a fine anno le agevolazioni per i dehors. La svolta è arrivata con la conversione del decreto legge 29 dicembre 2022, n. 198, articolo 1, comma 22-quinquies (decreto Mille proroghe) che ha esteso al 31 dicembre 2023 la scadenza del regime semplificatorio per le occupazioni di suolo pubblico da parte di bar e ristoranti e altri locali.
Per cui fino a fine anno gli esercizi pubblici titolari di concessioni o autorizzazioni concernenti l’utilizzazione del suolo pubblico, potranno continuare a posare arredi e strutture, anche amovibili, in opera temporaneamente, senza previa autorizzazione, su vie, piazze, strade e altri spazi aperti anche di interesse culturale o paesaggistico.
Tra le strutture funzionali all'attività degli esercizi stessi troviamo: dehors, elementi di arredo urbano, attrezzature, pedane, tavolini, sedute, ombrelloni e simili.
Gli esercizi che ne beneficiano
Le agevolazioni sono applicabili agli esercizi:
- di ristorazione, somministrazione di pasti e bevande (comprese quelle con contenuto alcoolico superiore al 21%) e latte (ristoranti, trattorie, tavole calde, pizzerie, birrerie e simili);
- per la somministrazione di bevande, comprese o escluse quelle alcooliche, di latte, dolciumi, compresi i generi di pasticceria, gelateria e i prodotti di gastronomia (bar, caffè, gelaterie, pasticcerie e simili);
- come sopra, con somministrazione congiunta ad attività di trattenimento e svago (sale da ballo, sale da gioco, locali notturni, stabilimenti balneari e similari).
I vantaggi
L’agevolazione fu introdotta nel 2020 per favorire la ripresa delle attività economiche sospese o ridotte per l’epidemia Covid-19 ed è ora valida fino al 31 dicembre 2023.
Le norme agevolative, oltre a semplificare il regime autorizzatorio per l’occupazione di suolo pubblico, introducendo una procedura transitoria consistente solo in una domanda telematica all’ente locale competente e senza il limite di utilizzo di 180 giorni previsto dal codice dell’edilizia, esonerano anche dal pagamento della tassa per l'occupazione di spazi e aree pubbliche.
Come presentare domanda
Il modulo o il facsimile di domanda può essere richiesto agli enti competenti (in linea di massima i comuni).
Nella domanda andrà inserito che il richiedente si impegna a
- rispettare le disposizioni del Regolamento comunale in merito;
- lasciare libero lo spazio della strada carrabile;
- non ledere i diritti dei terzi;
- riparare eventuali danni;
- rispettare le disposizioni contenute nel Codice della strada e nel Regolamento comunale di polizia urbana, edilizia e igiene;
- rispettare ed adempiere a tutti gli oneri connessi alla tutela della sicurezza ed igiene, compresi quelli per la sicurezza dei luoghi di lavoro e per contenere la diffusione dell’epidemia da Covid-19, in base al «Documento tecnico sulle misure contenitive del contagio da Sars-CoV-2 nella ristorazione», in quanto ancora applicabile.
- accettare le determinazioni degli organi di vigilanza e controllo e, a semplice richiesta, rimuovere adeguare o ridurre le opere installate e/o le aree occupate in ampliamento, e/o, nei casi in cui sorgano conflitti, di adeguarsi alle indicazioni e determinazioni degli stessi;
- assicurare che l’occupazione del suolo pubblico non impedisca il passaggio dei veicoli per le operazioni di soccorso e che vi sia un passaggio libero adeguato sui marciapiedi, come da Regolamento comunale.
Documenti da allegare:
1) planimetria dello stato dei luoghi con la individuazione dell’area occupata;
2) copia del documento di riconoscimento non scaduto di chi firma;
3) eventuali altri documenti richiesti dall’ente competente.
La Gen Z a tavola: gusti, scelte, orientamenti
Datemi una pizza in un locale da fotografare per i social e sarò felice. Firmato: Generazione Z. Ovvero i ragazzi che hanno meno di 25 anni e che oggi sono il presente (e il futuro) del fuori casa. Ci siamo chiesti cosa mangiano, dove e con chi, quanto spendono, quale rapporto hanno con il cibo, come vivono la tecnologia. Per capire dove sta andando e dove andrà, sempre più, il mondo del consumo fuori casa.
Anzitutto, chi è la Gen Z? Con questo termine si indica chi è nato tra il 1997 e il 2012 e che oggi ha tra gli 11 e i 25 anni. I loro fratellini minori sono la Generazione Alpha (i nati dopo il 2012), mentre a precederli sono stati i Millennials (nati tra il 1981 e il 1996). E prima ancora la Generazione X e i Baby Boomer. Insomma, sotto la Z rientrano giovani lavoratori e universitari, ma anche chi è ancora alla scuola dell’obbligo.
Tutti nativi digitali, cresciuti in un mondo in cui l’analogico è un vezzo hipster.
Tra social e sostenibilità
E a tavola? Come si comportano? Il mercato ha iniziato a studiarli e drizzare le antenne: secondo il Gen Z Restaurant & Dining Report stilato da Knit nel 2022, gli Zoomers americani hanno un potere d’acquisto collettivo stimato di oltre 150 miliardi di dollari.
Per i dati condivisi da GpStudios con Bargiornale i membri della Gen Z rappresentano il 30% della popolazione mondiale e sono responsabili del 7% della spesa. Sono loro a orientare i trend del futuro, pur con tutte le (stupende) contraddizioni della giovane età. Incuriositi dagli insetti e dall’etnico, ma ancorati al rito della pizza, influenzati tanto dalla famiglia quanto dai social, divoratori di fast food e sensibili alla sostenibilità.
Nella Dieta Z, secondo il report del 2021 “I giovani e il cibo: Gen Z e Millennials”, che ha interpellato circa 2.350 persone tra i 14 e i 24 anni, rientrano merendine, snack, cioccolato e biscotti (consumati almeno una volta ogni tanto dal 91% del campione), pizza, focacce e panini (81%), salumi e insaccati (69%) e piatti pronti (54%). A guidare la scelta di cosa mangiare è la ricerca di godimento e piacere, che passa anche attraverso il junk food e i cibi subito pronti al consumo.
L’osservatorio Food Retail di Pwc da maggio 2022 ha analizzato le preferenze della Gen Z studiando 94.400 conversazioni, scoprendo che la pizza è il piatto più ordinato fuori casa dagli Zoomers. Viene scelta dal 27% dei ragazzi, anche più volte alla settimana: secondo una ricerca di Doxa per Eataly, diffusa a ottobre 2021, chi ha tra i 18 e i 24 anni la mangia anche tre volte la settimana (16%).
Dietro a Sua Maestà la pizza, secondo i dati Pwc, la Generazione Z ama ordinare sushi (15%), pasta (14%), fast food (11%), cibo etnico (9%) e insalate (8%). Tra ragazze e ragazzi si registra qualche differenza di gusto: per le donne l’osservatorio vede in classifica pizza (23%), insalata (21%), sushi (18%), pasta (12%) e cibo etnico (9%), mentre con gli uomini l’ordine diventa pizza (26%), fast food (22%), pasta (17%), sushi (13%) e cibo etnico (11%). Una curiosità: nelle sette città italiane citate dal report al primo posto ci sono sempre pasta (a Roma, Bologna e Palermo) o pizza (a Milano, Napoli, Firenze e Torino).
Anche chi usa i servizi di delivery, secondo il report “I giovani e il cibo: Gen Z e Millennials” di Beyond Research, premia la pizza, che stacca tutti con l’87% delle preferenze. Seguono steak house (34%), fast food (30%), kebab (22%) e panini e tramezzini (16%).
Voglia di socialità
Insomma, chi si sarebbe aspettato un tripudio di kebab e noodles rischia di restare deluso: la Gen Z a tavola sembra essere in fondo tradizionalista, puntando su due simboli del cibo italiano. Vero, ma fino a un certo punto. Non dimentichiamo che sotto l’etichetta rientrano anche giovani e giovanissimi che vivono in famiglia e ne dipendono, venendone influenzati. Secondo “I giovani e il cibo: Gen Z e Millennials”, a orientare le scelte sul cibo sono genitori e famiglia nel 65% dei casi e amici nel 28%. E secondo l’Istat la maggioranza pranza a casa o al limite in mensa. Chi sceglie di mangiare fuori almeno una volta a settimana (l’89% dei ragazzi, dice GpStudios) lo fa soprattutto per non sentirsi solo. Il report “Food Z - La ristorazione secondo la Generazione Z” di IMG (un progetto di ricerca di CBA) definisce la ristorazione come “un antidoto per una generazione che ha paura del silenzio”, che si sente obbligata a uscire per sfuggire alla solitudine.
La supremazia della pizza non significa che la Generazione Z sia priva di fantasia e curiosità a tavola. Secondo Food Retail di Pwc le cucine etniche più apprezzate dagli under 25 italiani sono quella giapponese (33%), la cinese (28%), l’indiana (10%) e la turca (8%).
Tra i temi più dibattuti ci sono gli insetti nell’alimentazione, che sono interessanti per i più giovani grazie all’elevato contenuto di proteine a fronte di un impatto ambientale inferiore rispetto agli allevamenti tradizionali. La sostenibilità è infatti un tema che sta a cuore alla Gen Z: non dimentichiamo che l’attivista per il clima Greta Thunberg è nata nel 2003 e che la borraccia è uno dei simboli della sua generazione. Secondo il report di Beyond Research, l’83% dei giovani consumatori italiani è attento alla sostenibilità di quello che mangia e l’84% alla sua provenienza. Mentre il 55%, dice GpStudios, tiene a una sana alimentazione.
Locali identificativi, proposte inclusive
Eppure, quando è il momento di decidere dove sedersi, è il fast food ad avere la meglio. Secondo “Gen Z Restaurant & Dining Report” il fattore che influenza di più la scelta è infatti il prezzo, che ha la priorità per il 78% di ragazzi e ragazze negli Usa. In media spendono 15 dollari quando mangiano da McDonald’s o Taco Bell, mentre si sale a 24 dollari se si parla di locali di casual dining, più strutturati nel menu e con servizio al tavolo.
Non dimentichiamo che si tratta di una generazione che in maggioranza studia e non lavora, che quindi può contare su un potere d’acquisto (per ora) relativo. A guidare la scelta del locale, poi, più che il “cosa si mangia” è il “chi ci va”, spiega il report Food Z. È importante che si tratti di luoghi che rispecchino il gruppo di persone a cui si sente di appartenere, meglio se inclusivi con alternative per ogni tipo di regime alimentare: diffuse tra i ragazzi ci sono la dieta vegetariana e vegana, quella senza glutine e quella senza lattosio.
Ma dove si scovano gli indirizzi giusti per pranzo e cena, i giovani e i giovanissimi? I ragazzi americani, dice “Gen Z Restaurant & Dining Report”, danno un’occhiata alle opzioni nelle vicinanze su Google nel 42% dei casi o alle app di delivery nel 27%. Solo il 9% di loro chiederebbe consiglio a amici e conoscenti.
E in Italia? Secondo Pwc i giovani fanno attenzione all’instagrammabilità della location: stando ai dati contenuti nel report “Food Z” per il 30% è importante “poter fare belle foto da condividere”, soprattutto al Sud (33%) rispetto a Nord e Centro Italia (28%).
Per GpStudios il 67% della Gen Z si informa con il passaparola, il 40% su Tiktok e Instagram (ma solo il 23% fa caso ai post pubblicizzati) e il 57% controlla le recensioni su Tripadvisor. Non stupisce, visto che si parla pur sempre di nativi digitali.
Mig 2023, riflettori puntati sul cioccolato
Il cioccolato in tutte le sue forme potrebbe essere il volano per destagionalizzare la gelateria. Se ne discuterà dal 26 al 29 novembre alla Mig 2023. La proposta di altri prodotti dolci come il cioccolato può rendere sostenibile un'apertura continuativa per quei locali abituati a lavorare solo col caldo. La tematica è diventata di primo piano in seguito dell’accordo intervenuto in questi giorni anche con Quinta Forma (già Accademia Maestri Cioccolatieri Italiani), realtà giovane, specializzata nella formazione di settore.
Cioccolato per destagionalizzare: gli incontri formativi alla Mig 2023
In un’area attrezzata, dedicata al cioccolato, saranno organizzati eventi di formazione e laboratori pratici di cioccolateria in cui, ai gelatieri partecipanti, saranno illustrate le principali lavorazioni replicabili in una gelateria. «Dalla nostra quotidiana esperienza rileviamo come l’inserimento della cioccolateria in gelateria sia una tendenza sempre più diffusa – spiega Angela De Luca, direttrice e docente di Quinta Forma – sono sempre di più le gelaterie che si interessano al mondo del cioccolato e lo fanno con un duplice obiettivo. Il primo è coprire i mesi più freddi e mantenere l’attività aperta tutto l’anno. Il secondo è la volontà di rinnovarsi e differenziarsi, estendendo la propria offerta e di conseguenza la propria clientela». «Cioccolato e gelato, infatti, si abbinano molto bene tra loro sia dal punto di vista del brand, sia per questioni di stagionalità – continua De Luca – Inserire una linea di cioccolato non richiede poi un grandissimo investimento iniziale. Con una spesa relativamente bassa si può già introdurre una produzione di cioccolato di notevole dimensione e qualità».
Come partecipare agli incontri
Il calendario degli incontri sarà inserito nel programma generale di Mig 2023. Sarà possibile prenotare la propria partecipazione ai corsi e ai momenti di formazione. Inoltre, le aziende che desiderano collaborare al progetto, possono inviare una mail a mig@longaronefiere.it.
Starbucks Oleato, esperienze di gusto innovative dall’aroma avvolgente
Spesso gli italiani vengono rimproverati di non porre la giusta attenzione al grande patrimonio culturale, artistico ed enogastronomico di cui il nostro Paese è decisamente ricco e che non manca di stupire e appassionare chi si avventura alla sua scoperta, soprattutto se proviene da oltre frontiera.
È successo a Howard Schutlz quando si è recato in Sicilia e ha gustato il gusto intenso dell’olio extravergine di oliva, che ha portato a un lavoro di ricerca e di sviluppo durato tre mesi, guidato da Amy Dilger, principal beverage developer presso Starbucks. Da questo nuovo incontro affascinante, al pari di quello che nel 1983 diede il “la” alla nascita della Catena, sulla scia del desiderio di ricreare negli stati Uniti la stessa passione per il rituale del caffè italiano, è nato Oleato, che, ha affermato l’Amministratore delegato ad interim, «ha aperto i nostri occhi su una serie di inedite possibilità e su un modo rivoluzionario di assaporare il piacere quotidiano del caffè».
Protagonisti della nuova linea di bevande calde e fredde sono l’olio extravergine realizzato da Partanna con le olive coltivate in Sicilia, tra cui la qualità Nocellara del Belice, nota anche oliva di Castelvetrano, e i caffè di Starbucks. Obiettivo di questa alchimia, come la definisce Carlo Marchelli, associated manager presso la Roastery milanese, che utilizza solo caffè arabica, è di dare bevande con una texure vellutata e setosa e un gusto inedito e piacevole. Infatti, dichira Amy Dolger, «l’emulsione di caffè con l’olio d’olliva crea un risultato ricco e vellutato, con sapori rotondi grazie all’olio di oliva che ben si fondono con le morbide note di cioccolato del caffè».
Le tre bevande Oleato servito presso gli store della Catena in Italia e successivamente nel mondo sono Caffè Latte, Golden Foam Cold Brew e Iced Shaken Espresso.
Il primo è composto da un double shot di Blonde Espresso Roast sormontato da un’emulsione di bevanda di avena e olio (ogni ricetta ne contiene un cucchiaino). Da subito sono protagonisti l’aroma e il gusto dell’olio, di cui si coglie la piccantezza, seguita da un prolungato retrogusto. Questa bevanda riporta alla tipica colazione ligure con la focaccia, che nella sua ricetta classica o con le olive, può rappresentare l’abbinamento ideale, che dà continuità e arricchisce l’esperienza gustativa.
Golden Foam Cold Brew ha quale base un cold brew ottenuto da caffè posto in infusione per 20 ore; ad esso si unisce uno sciroppo di vaniglia, mentre il topping è realizzato con un’emulsione di latte vaccino e olio. Quest’ultimo spicca all’olfatto, mentre il gusto si abbina e non prevale sul cold brew, dando una bevanda più equilibrata, con una lieve fase “oleosa” nel retrogusto che poi si perde lasciando la bocca libera. Una bevanda da unire sia al dolce sia al salato.
L’Ice Shaken Espresso è servito, come il precedente in un bicchiere da 350 ml ed è composto da un doppio espresso con tostatura chiara, un cucchiaino d’olio, sciroppo di nocciola (un sentore che spesso si coglie gustando sia l’olio sia il caffè) e bevanda di avena. Si shakerano i primi tre ingredienti, e si pone la bevanda nel bicchiere con cubetti di ghiaccio, sulla quale si versa infine la bevanda di avena. La preparazione si presenta intensa e gustosa, con una prevalenza nel gusto e nell’olfatto dell’olio, che permane a lungo, con una nota piccante sul fondo. Un piacevole contrasto si può trovare in uno strudel; una continuità in una torta di nocciole o, nuovamente, in una fetta di focaccia.
Presso la Roastery milanese si possono inoltre gustare Deconstructed, che vede abbinata all'olio d'oliva una spruzzata di limone. Questa bevanda nasce dall'unione dell'espresso Starbucks Reserve con l'olio extravergine d'oliva emulsionati con una schiuma fredda al frutto della passione.
Infine, Golden Foam Espresso Martini, unisce Reserve Espresso, vodka e sciroppo di bacche di vaniglia con Golden Foam (schiuma dorata) al fior di latte emulsionata con olio extra vergine di oliva.
In mercati selezionati, come quello italiano, l’obiettivo per il futuro è permettere ai clienti di personalizzare alcune delle bevande Starbucks aggiungendo una dose di olio extravergine d’oliva montata, shakerata o miscelata, per personalizzare alcuni drink quali bevande a base di caffè espresso e tea latte.
Di nuovo, ha concluso Schultz, «fedeli alla nostra eredità culturale, l’obiettivo resta per noi il superamento delle aspettative dei clienti attraverso esperienze innovativa e dall’aroma avvolgente».
Accademia Trucillo, un futuro dignitoso passa dal caffè
Nulla è più bello e appagante per una persona che vive una situazione di disagio che sentirsi valorizzata e avere opportunità per inserirsi nella società con competenze reali e un ruolo attivo. È un’opportunità che l’Accademia Trucillo offre ai ragazzi seguiti dall’Associazione di Promozione Culturale Onmic, per i quali è stato avviato un primo corso lo scorso gennaio che proseguirà fino a giugno. È coinvolto un gruppo di otto ragazzi under 18 provenienti da Libia, Senegal, Costa d’Avorio, ciascuno con la propria storia, il carico di esperienze e le aspettative sul nostro Paese.
L’iniziativa è nata da un incontro con i ragazzi ospiti dell’Associazione da parte di Cesare Trucillo, che in azienda si occupa dello sviluppo dei mercati internazionali e con le sorelle Antonia e Andrea rappresenta la terza generazione della famiglia alla guida dell’azienda. In loro ha colto il desiderio di integrarsi attraverso il lavoro, di imparare una professione; una necessità che non trovava un adeguato riscontro: risultava difficile trovare chi avesse la possibilità economica e organizzativa di insegnare loro un mestiere.
Così, racconta, «ho pensato agli spazi e alle competenze che no abbiamo in Accademia e mi è venuta l’idea di attivare un training ad hoc per insegnare a questi ragazzi la professione del barista, dalla teoria alla pratica, con tanto di attestato rilasciato ufficialmente dalla nostra Accademia. Si è creato fin da subito un ottimo feeling, forse anche grazie alla poca differenza di età. La mia speranza è che il mondo del caffè possa appassionarli e accoglierli come fa con me da quando ero bambino».
L’idea coglie al meglio lo spirito della Torrefazione salernitana e lo scopo con cui è nata nel 1998 l’Accademia Trucillo, che quest’anno compie 25 anni e ha accolto nella sua sede oltre diecimila professionisti del settore, dall’Italia e dal mondo, nonché appassionati, che hanno potuto immergersi completamente all’interno dell’universo caffè, toccando con mano il prodotto, dal chicco verde alla tazzina.
Fondata nel 1961, Onmic è un’associazione senza scopo di lucro che si occupa di assistere categorie di persone svantaggiate attraverso attività di accoglienza, orientamento e formazione.
Con essa, Caffè Trucillo sta valutando l’attivazione di un altro corso rivolto a un gruppo di ragazzi disabili, che avranno la possibilità di conoscere i segreti che si celano dietro una tazzina di buon caffè.














Sono la generazione del Friday for Future, ma anche quelli della fluidità di genere e dell’inclusione. Questa la fotografia che emerge dal focus di questo mese. Una fotografia che deve far riflettere quanti pensano ancora di poter trascurare la Gen Z perché troppo giovane o economicamente insignificante. In realtà sono già in grado di influenzare culturalmente, tecnologicamente ed economicamente la nostra società.

