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9bar ha 18 anni, con Lattuada bilanci e prospettive dello specialty

Andrea Lattuada
Il difficile compito aprire la strada agli specialty, la formazione di tanti campioni e ora un appello a una formazione di base più accessibile.

I 18 anni sono un traguardo importante ed anche un’occasione per fare il punto della situazione per chi è stato pioniere nel settore, ne ha vissuto le fasi alterne e ha da fare interessanti proposte.

Parliamo della maggiore età di 9bar, scoccata lo scorso 25 febbraio di cui abbiamo parlato con un suo protagonista di ieri e di oggi, Andrea Lattuada. «L’ho costituita con il mio primo socio, Fabio Milani, presso l’azienda che ha contribuito alla creazione del World Barista Championship: Brasilia. Nel 2000 a Montecarlo, Alf Kramer, uno dei fondatori di Scae (l’associazione europea dedicata agli specialty coffee, ndr) e Roberto Pregel, allora responsabile marketing del costruttore italiano, decisero di dare il via a una gara tra baristi a livello internazionale. Pochi lo sanno, la prima idea era diversa dall’attuale, nel senso che era multimarca: tanti costruttori di macchine, ognuno con il suo barista. Delle cinque aziende se ne presentò una sola, Brasilia, e da allora è stato messo a punto il format attuale.

Ma torniamo ai nostri primi passi: io ero l’esperto - il primo in Italia - di specialty, Fabio di bartending e queste furono le due prime anime della scuola. Per attirare studenti ideammo il coffee flair, con il lancio di portafiltri, piattini, zucchero e altri pezzi. Da parte mia formavo i baristi e davo i primi rudimenti di latte art. 

Non fummo la prima scuola rivolta al caffè, ma senza dubbio la prima che parlava di specialty. Nel 2006 a Londra ho fatto il primo corso di formatore certificato Sca - Ast - e le certificazioni hanno preso il via un paio di anni dopo. Nel 2013, dopo la chiusura di Brasilia, ci siamo spostati nell’attuale sede di Rivanazzano (Pavia). Nel frattempo, nel 2011, a Fabio era subentrato Mariano Semino che ancora oggi è mio socio sia della scuola sia della microroastery Little Bean».

Strada in salita. Come sono andati questi primi 18 anni, chiediamo? «Inizialmente è stato molto faticoso - risponde Lattuada -: dovevamo divulgare qualcosa che non c’era. Quando le persone hanno cominciato a capire, abbiamo avuto un discreto successo: eravamo l’unica scuola che faceva quel tipo di attività ed esercitavamo i baristi per le competizioni. I primi campioni li abbiamo formati noi: Francesco Corona, Francesco Sanapo, Chiara Bergonzi, Giacomo Vannelli, Davide Cavaglieri, Marco Poidomani; con quest’ultimo la collaborazione prosegue da 10 anni. È stato bello perché abbiamo visto crescere un’idea, abbiamo realizzato qualcosa che era nell’aria; abbiamo avuto molti studenti stranieri, che finalmente trovavano una vera accademia».

Non fare del caffè un prodotto elitario. Poi gli Ast e le scuole sono diventati numerosi; è stato un problema? «Al contrario: è stato un bene per la divulgazione e la formazione di tanti operatori a livello nazionale - afferma Lattuada -, ma sostengo che non è sufficiente. La ricerca che ogni formatore e ogni azienda italiana oggi fa, deve essere alla portata di tutti: il mondo dello specialty deve trovare un linguaggio non esclusivo, ma inclusivo, democratico, che permetta a chiunque di avvicinarsi e non spaventarsi davanti a quello che facciamo. La pandemia è arrivata forse nel momento di maggiore interesse da parte sia del barista sia dell’appassionato. La formazione è proseguita online, ma non è sufficiente, soprattutto per chi deve operare al banco bar. Oggi l’operatore è focalizzato sul lavoro per recuperare ciò che ha perso e non investe in formazione. Bisognerebbe ricreare attenzione, curiosità, voglia di imparare partendo dai livelli più bassi, facendo capire che la base dei suoi problemi è il prezzo troppo basso della tazzina al bar, che non è sostenibile: tutto è aumentato. Se non si aiuta il barista a trovare questa sostenibilità, sempre meno penseranno a formarsi».

Nuovi format di gara. Diminuiscono anche gli iscritti alle competizioni; come mai? «È un fenomeno che prosegue da alcuni anni, si avvertiva anche prima della pandemia - osserva -. Il livello di alcune gare spaventa: per il singolo barista è insostenibile a livello economico. di tempo per la preparazione, la ricerca del caffè, la costruzione della gara, le prove. Penso sia utile pensare a competizioni parallele, più semplici; so che qualcosa del genere è nell’aria e ne sentiremo parlare presto, perché di persone che hanno voglia di affacciarsi al mondo specialty e di gareggiare ce ne sono tante. Comunque dobbiamo dare una nuova “scossa” al settore, come già ce ne sono state in passato; penso sia giusto fare un cambio di marcia e aiutare i pubblici esercizi ad innalzare la propria operatività. La nostra industria produce il meglio della tecnologia, che al 90% va all’estero; questo significa che qualcosa non funziona, che dobbiamo fare un passo indietro di almeno 15 anni, riprendere argomenti che a noi sembrano scontati, ma per la massa dei baristi non lo sono e portali a un discorso di qualità».

Su la testa. L’ultima domanda è: qual è il tuo appello per l’operatore italiano? «Quello di non lamentarsi - conclude Lattuada -: così facendo si carica solo di energie negative e non ha alcun beneficio. È necessario riaffacciarsi alla conoscenza. A questo proposito, agli Ast dico di fermarsi un attimo: basta con la corsa al “voglio sapere di più”. Dobbiamo trasferire il nostro bagaglio e creare interesse nelle nuove generazioni che nel frattempo sono cresciute e magari hanno bisogno di quello che insegnavamo qualche anno fa. L’obiettivo comune deve essere di portare il settore a un livello globale di base accettabile, buono. Ovviamente porte aperte a chi vuole fare percorsi più esclusivi, ma non limitiamoci a quello».

Nite Kong e Jerry Thomas Bar Room, due super spin-off a Roma

Grande fermento sulla scena romana: aprono i battenti gli spin-off del Drink Kong e di The Jerry Thomas Project, i due cocktail bar più influenti della città

Con il Roma Bar Show a fine mese, maggio è diventato il termine tassativo per le nuove esplosive aperture della capitale, quelle dei due spin-off dei bar più amati e influenti, quelli che hanno lanciato le mode lasciando segni indelebili nella storia della miscelazione capitolina: il Drink Kong e The Jerry Thomas Project.

Cominciamo dal nuovo esclusivissimo bar di Patrick Pistolesi e soci, il Nite Kong, la cui inaugurazione è attesa già da questo weekend. Nite come storpiatura di notte in inglese, spiegano, «la nostra celebrazione della nostra parte preferita delle 24 ore», solo una serranda più in là, in uno spazio attiguo al bar che ha portato l’Italia nella parte più alta della classifica del The World’s 50 Best Bars, attestandosi sulla posizione n.16 (leggi L’Italia e gli italiani fanno fiesta ai World’s 50 Best Bars 2022).

Ambiente esclusivo

Doveva essere un members club, la costola del premiatissimo Drink Kong, negli spazi attigui. «Poi abbiamo cambiato idea – spiega la socia Claudia Gianvenuti, che si occupa delle pubbliche relazioni – perché non volevamo porre limiti di ingresso, soprattutto alla nostra clientela internazionale. Ma sarà comunque un luogo esclusivo». Poche le anticipazioni che per ora concedono: «non ci sono i neon, sarà un salotto dove bere cocktail superpremium, ambiente elegante, facendo un’esperienza immersiva in un ambiente del tutto innovativo». Per pochi, solo 30 coperti, nonostante uno spazio non tanto limitato, di circa 130 metri quadrati. Aperto dal dopocena fino a notte, si accederà solo su prenotazione. «Pensiamo di aprire dopo le 21,30 – aggiunge Gianvenuti – e rimarrà aperto come il Drink Kong almeno fino alle 2, a volte anche le 3 di notte».

Un locale indipendente

Il team, fra cui spicca la figura di Mattia Capezzuoli, trentenne romano appena rientrato nella capitale da Milano, dove ha militato dietro al bancone di Camparino in Galleria, sta già lavorando alla drink list del Nite Kong. Non mancheranno i classici e ci sarà una carta dei signature dedicati, per distinguersi dal locale madre. In altre parole, sarà sì una costola del Drink Kong, ma comunque un locale con una vita indipendente, con un mood ancora più esclusivo, dovuto inevitabilmente anche alle liste d’attesa che si preannunciano lunghe e che di fatto sono già aperte. «Già stiamo raccogliendo le adesioni, ma non abbiamo ancora aperto il sistema di prenotazione». Per adesso il consiglio è di fare riferimento all’indirizzo e-mail (info@nitekong.it) e tenere d’occhio la pagina Instagram, dove è stato lanciato al momento solo il logo.

A Trastevere la Bar Room di The Jerry Thomas

Continuiamo con il nuovo progetto del Jerry Thomas: «Sempre centro storico, sempre pochi coperti, anche meno di vicolo Cellini, ma questa volta andiamo a Trastevere e non mancano le novità», annuncia Simone Onorati, head bartender del locale del Professore. Si chiamerà The Jerry Thomas Bar Room, aprirà non prima di metà maggio e vede il ritorno “in patria” di Gregory Camillò, già head del bar del professore fino a qualche anno fa (lo si può vedere in uno dei video-spoiler presenti sulla pagina Instagram del The Jerry Thomas Project).

Focus sugli champagne

In carta, non mancherà l’imperitura ricerca della perfezione nei drink immortali, che da sempre contraddistingue i seguaci del Professore, ma la vera novità sarà un focus sugli champagne, scovati non solo in cantine illustri, ma soprattutto da vignerons indipendenti. Inoltre ci sarà una parte food dedicata.

Intanto il gruppo di soci del Jerry Thomas continua con i suoi progetti esterni, con la partnership sempre più consolidata con Palazzo Ripetta, dove hanno firmato una nuova vivace drink list, a basso impatto alcolico, in cui è protagonista la linea di sodati prodotti dal gruppo di Latta (leggi A Roma nasce Latta, tempio della fermentazione). Una linea che, come spiega Alessandro Procoli, è a sua volta in via di espansione, trainata dal trend dei drink zero/low alcol.

Milano Gelato Week, sette distretti per festeggiare coni e coppette

Dal 6 al 13 maggio il festival dividerà la città in 7 percorsi per raccontare il gelato anche attraverso moda, design, videogame, film, libri, musica e cocktail.

Dal 6 al 13 maggio Milano diventa la capitale del gelato. Infatti, il capoluogo lombardo ospiterà la prima edizione della Milano Gelato Week. La città verrà divisa in sette percorsi in cui coni e coppette si uniranno a moda e design, ma anche cocktail, musica e videogames. Basterà un ticket per gustare il gelato nel corner scelto. Obiettivo della manifestazione: far riscoprire la città attraverso questo prodotto.

Come si svolge la Milano Gelato Week

In occasione della Milano Gelato Week saranno delineati sette distretti, oguno con una declinazione specifica, a omaggiare la zona scelta. Ogni percorso contiene cinque gelaterie e alcuni luoghi strategici segnalati su una mappa, per un totale di trentacinque insegne sparse per tutta Milano. A seconda del tema e quindi del percorso scelto, all’interno delle gelaterie si sfidano i partecipanti a svolgere alcuni giochi o risolvere enigmi, condividendo l’azione su Instagram. I migliori verranno ricondivisi. Per partecipare è necessario acquistare un biglietto al prezzo di 5 euro. In cambio si potrà usufruire di una consumazione in ognuna delle cinque gelaterie del percorso scelto, ottenendo di fatto gelati a un euro. Per chi volesse provare tutto nell'arco della settimana dedicata alla Milano Gelato Week, c'è il ticket cumulativo che costa 35 euro.

I distretti della Milano Gelato Week

I sette distretti della Milano Gelato Week sono così suddivisi. C'è Gelato Fashion è il percorso dedicato al re della Moda, Giorgio Armani e tocca i luoghi della città che lo rappresentano, come La Rinascente o il suo museo “Silos” in Zona Tortona. Nelle gelaterie di questa zona i partecipanti saranno chiamati ad abbinare il gelato al proprio outfit. Gelato Design porta alla scoperta dei capolavori della designer Gae Aulenti, tra Isola, Sempione e Città Studi. Chi segue questo percorso potrà ridisegnare il logo della gelateria e condividerlo su Instagram. Per chi ama i libri, potrà percorrere il distretto dedicato ai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni nel Gelato Book. In ogni gelateria del percorso ci saranno frasi pronunciate dai personaggi del libro. La sfida sarà indovinare chi la pronuncia. Gelato Music è il tour che omaggia Giuseppe Verdi e La Scala, e tocca luoghi come il Conservatorio e la casa di riposo per musicisti. Si chiederà di interpretare in maniera attuale le note di Verdi e ovviamente condividere il risultato sui social. Omaggio anche al cinema e Lucino Visconti nel percorso Gelato Movie. Nei locali aderenti ci saranno frasi dei film del regista. Il pubblico dovrà collegarle in qualche modo al gelato, cambiandone le parole. Nel percorso Gelato Videogames si partirà dalla statua di Leonardo da Vinci in Piazza della Scala per arrivare ai Navigli. In tutte le gelaterie vi aspetteranno alcuni dei giochi da lui inventati. Il tour si conclude con un omaggio all’anima più godereccia della città: Gelato Cocktail e l’omaggio a Davide Campari, inventore del celebre bitter. Qui gli ospiti dovranno inventare un nuovo gusto di gelato in base a degli ingredienti già assegnati a ogni gelateria.

Le gelaterie aderenti alla Milano Gelato Week

Tantissime le gelaterie coinvolte nella prima edizione di Milano Gelato Week. Si va da Ciacco a Dassie passando per Gelato e Champagne, Aivoglia e gelateria Latteneve, Gelateria Borsieri, Gelateria Milano, Gelateria Rossi, Artico Gelateria, Mara dei Boschi, Geko, Accademia 64, Freddo Gelato, Officine del Gelato, Sbam Gelati, Carmen Gelato, Gnomo gelato, Gelateria Rigoletto, Gelato For Run, Gelateria Della Musica, Gelateria Mistergel, Casimiro Gelateria, Il Negozietto Del Gelato Chocolat, Crema alta gelateria premiata cremeria, Iconico Gelato, Alberto Marchetti, Zero Gelato, Gelato 4Ever, Icebound, Oggi Gelato, Viel Gelati Milano, Wally Gelateria.

Il whisky bar serio, ma non saccente: Samuele Ambrosi racconta il Boss Hogg

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Ci siamo fatti raccontare il Boss Hogg, nuovo tempio del whisky che vuol piacere ad appassionati e giovani, dal titolare Samuele Ambrosi. Un whisky bar che punta tutto su un modo di porsi poco serioso e molto spavaldo e su "bevute da vecchi" che tornano in auge grazie a soluzioni da laboratorio. Con un omaggio, nel nome, a un villain della tv che sapeva bere

«Sto ufficialmente promuovendo i Duke da moscerini nel mio piatto a spine nel mio fianco». Sentenza firmata Boss Hogg, pronunciata con disprezzo panciuto, sigaro in una mano e  whisky nell'altra. Non si riesce a dire se lo si ama di più per il gusto per la battuta maligna o per la Cadillac bianca con le corna sul cofano. Chi si godeva, negli anni '80, il telefilm Hazzard non può aver dimenticato il cattivo, il villain, della serie. Il quale, appunto, beveva whisky e incarnava alla grande quell'idea di bevuta per cattivoni duri e puri, ma in fondo in fondo morbidoni.

Il whisky bar che vuole segnare un'epoca

Boss Hogg è anche il nome del nuovo locale di Samuele Ambrosi, aperto a Treviso in Via Portico Oscuro da poche settimane. Un whisky bar «vero - ci dice Ambrosi, già titolare di CloakRoom, di La Pace e dei laboratori di miscelazione CloakStudios - dove tutto è a base whisky, inclusi gli analcolici, senza concessioni; un locale verticale vero». La scelta di citare l'arci-nemico di Bo e Luke, spiega ancora Ambrosi, «non è per un tributo, non è per creare un locale legato alla serie tv, ma è una finezza. Un dettaglio che richiama un villain simpatico e divertente, che aveva sempre un buon calice di whisky in mano. E poi rappresenta un buffetto, una strizzatina d'occhio a chi ha la mia età o giù di lì (Samuele è classe 1978, ndr) che intanto vuole suscitare, nei più giovani, la curiosità di capire chi era Boss Hogg e cosa è stata quella serie. Che ha segnato un'epoca». Allora la connessione c'è, eccome. «C'è in questo senso: anche noi vogliamo segnare un'epoca, con il primo whisky bar sulla piazza e con soluzioni e proposte che facciano cultura sul whisky. Al Boss Ogg si può bere anche al centilitro, si ha la possibilità di assaggiare diverse referenze e capire se fino a ieri non si era trovato il giusto approccio o il giusto racconto».

L'attore Sorrell Brook nei panni del mitico Boss Hogg, il cattivo di Hazzard amante di sigari e buone bevute

«Accompagnare il cliente parlando come un vero appassionato»

Chi racconta qui? Dietro il bancone di questo locale da 50 mq e 17 coperti c'è Federico Zivillica, «un malato di birra, un Wikipedia della birra. Per fare i locali fighi non servono i fenomeni, se hai una squadra che ti accoglie e ti mette nelle condizioni migliori per lavorare in un certo modo, anche se non possiedi sopraffina tecnica di miscelazione puoi lavorare bene, puoi imparare». Dietro il banco del Boss Hogg non si shakera, si lavora con drink in pre-batch e si ottimizza ogni secondo. «Ma Federico è qui perché è un vero appassionato e conoscitore della birra - la quale tanto ha in comune con il whisky -, conosce ogni dettaglio delle fermentazioni ed è sempre stato un curioso del mondo spirit. È qui perché è capace di accompagnare il cliente, perché è capace di parlare da appassionato senza mai sembrare saccente». Chi accompagna? «La "bevuta da vecchi", consentitemi la semplificazione, sta tornando, ovviamente rivisitata», dice sempre Ambrosi. «Con soddisfazione vedo che buona parte della clientela di queste prime settimane è molto giovane, consapevole di cosa sta bevendo e del fatto che serve del tempo per assaporare e capire i nostri drink. Non avevo preventivato tutto questo interesse, ma è un bene e credo sia anche da imputare all'esplosione del whisky nell'ultima decina d'anni; nella ritrovata fortuna di un prodotto che prima era solo Scozia e America, e oggi è molto di più».

Il senso del tempo in un Old Fashioned

A questo punto un Boss Hogg stizzito ci mollerebbe uno sganassone (verbale) dei suoi: ma vogliamo parlare di whisky o no? Ok, ok. Vai con due ricette, per cominciare.

«Il drink che ci sta dando più soddisfazioni è il Breakfast Manhattan, siamo riusciti davvero ad avere volumi importanti con questo cocktail», racconta Ambrosi. È in carta a 10 euro: Corn Straight Whiskey, Lillet Blanc, un cold brew selezionato da Taste Coffee & More sempre di Treviso, liquore alla vaniglia, latte chiarificato, gum syrup e corn flakes. Altro cavallo di battaglia è l'Old Fashioned in stile aged bottled. «Abbiamo studiato come far percepire il tempo in un cocktail. Lavorando in laboratorio in Cloakstudios abbiamo affinato questa tecnica: se fai un pre-batch, lo tappi con un tappo di sughero e lo metti in un ambiente contaminato da un aroma, il tappo fa da conduttore. Nel caso di questo drink la bottiglia resta "immersa" in un blocco di fieno per sei mesi, il fieno trasmette aromi floreali di campo e paglia all'Old fashioned e il risultato è un cocktail assolutamente unico. Un qualcosa che si trova solo qui». Ambrosi e i suoi ragazzi sfruttano tutto il potenziale del "sistema Cloak" messo in pista negli ultimi anni, con la sinergia tra i locali e il lab. «Diventava inclazante la richiesta di un whisky sour, ma al Boss Hogg ho una persona che non sa shakerare, come dicevo. All'aumentare delle richieste ho pensato di studiare una soluzione, arrivando a un sour non shakerato e chiarificato in agar agar. Così il drink si può servire prendendolo direttamente dal frigo e versandolo in un bicchiere con sfera di ghiaccio».

Con il ghiaccio si fa sul serio

Ambrosi ha introdotto anche qualche altra furbata nel servizio, traendo ispirazione da soluzioni viste all'estero. Per rendere la sua whisky lounge (con 450 referenze nel bottigliere) ancora più esclusiva. Ha aperto con un tasting firmato Caol Ila 14 yo, 54,4% Vol imbottigliato apposta per Boss Hogg, casks nr. #309564-65. Una selezione speciale di due botti di single malt di Islay, affinate per 24 mesi in Oloroso di primo riempimento (idea messa in pratica col supporto di Wilson & Morgan by Rossi & Rossi). «Ogni anno sceglieremo una botte e faremo un imbottigliamento privato». Poi c'è il locker da 10 celle, perfetto per gli appassionati che vogliono acquistare e conservare presso il locale una bottiglia speciale, tenuta sotto chiave naturalmente. Ancora: le release più particolari si possono portar via in bottigliette da 4 o 5 cl, con l'etichetta del Boss Ogg e la precisa volontà di creare effetto di risonanza, di far parlare del locale.

Samuele Ambrosi
Samuele Ambrosi

«Dare il tempo al whisky di fare il whisky»

Infine, il gran lavoro sul ghiaccio. «Abbiamo studiato dei drink che necessitano di perfetto equilibrio tra temperatura e diluizioni», conclude Samuele Ambrosi. «Il cliente non è in piazza che beve un Mojito, piuttosto assapora un cocktail con tempi lunghi, bisogna dare il tempo al whisky di fare il whisky. Quindi il volume di ghiaccio deve essere importante. Lo produciamo agli studios con un macchinario che usa acqua addolcita e che abbassa la temperatura gradualmente, così il ghiaccio ha il giusto tempo di formarsi e di crescere. Dopodiché viene tagliato tutto a mano». Da Ambrosi in persona. «Mi sono riscoperto segaiolo», ride lui. Vabbè, dai, battutaccia da cartellino rosso. Boss Hogg lo liquiderebbe come solo lui sapeva fare con il suo sottoposto non-proprio-sveglissimo Rosco: «Nella tua testa ci deve essere una bella eco. C'è un sacco di spazio vuoto».

Il contributo di Sanpellegrino alla crescita dell’Italia

Sanpellegrino
Uno studio realizzato da Athesys mostra come Sanpellegrino giochi un ruolo di primo piano nell'economia italiana. Con 2,5 miliardi di euro generati lungo tutto la filiera e oltre 44.000 posti di lavoro creati

Realtà di riferimento per il mondo del fuoricasa, con le sue acque minerali e bibite non alcoliche, Sanpellegrino rappresenta un asset importante più in generale per il Paese, giocando un ruolo significativo nello scenario economico e sociale nazionale come generatore di sviluppo del Pil (prodotto interno lordo) e dell’occupazione. A dirlo lo studio Sanpellegrino crea valore per l’Italia, realizzato da Althesys Strategic Consultan, tra le maggiori società di ricerca economica e consulenza strategica, che ha misurato le ricadute socio-economiche dell’attività del Gruppo sul nostro Paese, lungo l’intera catena produzione-consumo nel corso del 2022.

Lo studio rivela infatti che lo scorso anno Sanpellegrino ha generato quasi 2,5 miliardi di valore lungo tutto una filiera, creando nell’indotto 44.180 posti di lavoro. Tale valore condiviso, cresciuto del 10% rispetto al 2021, corrisponde a quasi 3 volte il fatturato del Gruppo, allo 0,13% del Pil nazionale, al 28% della produzione del comparto delle acque minerali, succhi e bevande analcoliche e al 2% della produzione dell’industria alimentare italiana.

La distribuzione del valore generato

I 2,5 miliardi sono stati generati dal Gruppo per 247 milioni attraverso i fornitori, per 433 milioni dalla produzione, per 17 milioni dal sistema logistico e per 1,79 miliardi dai canali di distribuzione e vendita, con il consumo fuoricasa che contribuisce per 1,6 miliardi di euro.

Partendo da questa analisi, la ricerca ha determinato la distribuzione delle ricadute del valore generato. Questo è composto per 310 milioni di euro da ricadute dirette del Gruppo, per 1.365 milioni di euro di ricadute indirette dalle attività della filiera e 817 milioni di euro di ricadute indotte. Inoltre, il 96% delle ricadute del valore condiviso creato non è trattenuto dall’azienda ma distribuito a Stato, al quale il Gruppo versa 918 milioni di tasse (pari allo 0,2% del totale delle entrate fiscali), altre aziende dell’indotto e lavoratori.

Oltre 32mila posti di valoro generati nella filiera

Insieme a quello economico, l’attività di Sanpellegrino ha un impatto molto positivo per il sistema Paese anche sul piano sociale, come mostrano i dati sull’occupazione. Per ogni persona del Gruppo, dice lo studio, vengono generati, in maniera indiretta o indotta, circa 29 posti di lavoro, per un totale di 44.180 impieghi complessivi. Guardando più nel dettaglio, la ricerca ha rilevato che 21 dei posti di lavoro creati sono all’interno della filiera, per un totale di 32.615 addetti, pari allo 0,13% degli occupati in Italia nel 2022. Complessivamente, Sanpellegrino nello stesso anno ha contribuito a generare 765 milioni di euro di salari lungo la filiera. Altro dato da sottolineare è che la maggior parte dell’occupazione è stata creata negli anelli a valle, ovvero nel settore fuoricasa.

 

Roma Bar Show ai blocchi di partenza: tutto pronto per l’evento del 29-30 maggio

Roma Bar Show 2023
Presentato a Roma il programma della manifestazione, che porterà a Roma tutti i big della bar industry: previsto l’arrivo dei protagonisti dei primi 3 bar al mondo, Giacomo Giannotti (Paradiso di Barcellona), Monica Berg (Elementary/Tayer di Londra) e Marc Alvarez (Sips di Barcellona)

Edizione numero tre e tanti nuovi progetti per il Roma Bar Show, che quest’anno si svolgerà il 29 e il 30 maggio, sempre nella cornice del Palazzo dei Congressi dell’Eur. Attesi ospiti e brand provenienti da tutto il mondo, con un calendario di eventi e masterclass già definito per grandi linee (https://romabarshow.com/programma/), ma ancora da mettere a punto nei dettagli.

Focus sull’evoluzione della mixology

Alla presentazione del 4 maggio, gli organizzatori Andrea Fofi e Giuseppe Gallo anticipano le tematiche su cui si concentreranno seminari e masterclass: focus sull’evoluzione della miscelazione, incontri sulle reali questioni che riguardano la gestione del bar come le risorse umane, sulla sostenibilità (i materiali utilizzati nella manifestazione saranno il più possibile green) e sull’inclusività, con un rapporto dei relatori che saranno al 40% donne, segno che la presenza femminile nella bar industry è in costante crescita.

Special guest dai 5 continenti

Non mancano anche quest’anno gli special guest, che arrivano, come dice Gallo, dai 5 continenti: «Siamo orgogliosi – afferma – di avere sul main stage i primi 3 bar premiati dalla classifica World’s 50 Best Bars: Giacomo Giannotti del Paradiso di Barcellona, Monica Berg di Elementary/Tayer di Londra e Marc Alvarez del Sips sempre a Barcellona (leggi L’Italia e gli italiani fanno fiesta ai World’s 50 Best Bars 2022). E ancora da Sidney ci sarà Stefano Catino del Maybe Sammy, avremo sul palco Julie Reiner, bar owner e giudice della serie Netflix Drink Masters, il giapponese Shingo Gokan che possiede diverse realtà tra New York e Shangai e molti altri».

Una manifestazione sempre più grande

Dal canto suo, Andrea Fofi si dice più che soddisfatto dal riscontro delle aziende presenti: «già stiamo ragionare su una nuova location per il prossimo anno, che sia più grande del Palazzo dei Congressi, dove non ci stiamo letteralmente più. Roma Bar Show sarà comunque un evento che coinvolgerà tutta la città, ci saranno decine di eventi fuori dal Palazzo e abbiamo coinvolto il Comune perché una manifestazione come questa crea un indotto importante a livello turistico». Presente l’assessore comunale al turismo Alessandro Onorato, che annuncia un’importante collaborazione con la società della mobilità Atac, che farà da mobility partner, mettendo a disposizione navette dedicate all’evento, tenendo conto anche dell’imperativo di non mettersi alla guida dopo il Bar Show, sia per una scelta green che di responsabilità.

Alessandro Procoli del The Jerry Thomas Project ha invece raccontato il tour di Roma Bar Show, che ha portato “assaggi” dell’evento in giro per l’Italia, con educational e guest internazionali: «Quest’anno abbiamo toccato 7 città e in ognuna selezionavamo 3 bar, per l’anno prossimo questo evento itinerante si trasformerà in Grand Tour, toccando anche delle tappe internazionali e uscendo dalle grandi città per coinvolgere realtà più piccole».

Aree espositive e grandi eventi

Per quanto riguarda gli aspetti pratici, gli spazi espositivi saranno aperti dalle 11,30 alle 21. Si potranno visitare Piazza Italia, l’aerea espositiva interamente dedicata alla tradizione liquoristica del nostro Paese, il Mexican Village e il suo stage che per quest’anno accoglieranno i visitatori nella terrazza del Palazzo, nonché la passerella dei brand nelle tasting room e un’area dedicata alla mondo del caffè con il Coffee Village. Roma Bar Show ospiterà anche quest’anno la finale italiana del Diageo World Class, in programma martedì 30 maggio nell’Auditorium del Palazzo dei Congressi, e la finale mondiale del contest Art of Italicus (leggi Fabrizio Candino è il vincitore italiano di Art Of Italicus) che inaugurerà il Bar Show con un pre-opening party nella serata di domenica 28 maggio.

Gelato World Cup 2024: Cina in gara per la prima volta

Al via le selezioni a Shenzhen dal 10 al 12 maggio. In giuria i maestri Giancarlo Timballo, Sergio Colalucci e Sergio Dondoli

Continuano le selezioni per la Gelato World Cup 2024. Dal 10 al 12 maggio, al Sigep China, Shenzhen International Exhibition for Gelato, Bakery & Coffee, si terranno le selezioni per questo continente. Sarà il debutto della Gelato China Cup, alla sua prima edizione, aperta a 26 concorrenti. Infatti, la competizione asiatica sarà individuale e non a squadre. I vincitori di ogni gruppo formeranno il team che gareggerà al mondiale.

Timballo, Colalucci e Dondoli in giuria

La Gelato China Cup è organizzata da Gelato e Cultura S.r.l. e IEG Italian Exhibition Group s.p.a., con Koelnmesse (Beijing) Co. Ltd e il contributo di Top Pastry Chef Club of China (TPCC). In giuria saranno presenti maestri di fama internazionale, provenienti da diversi settori come il gelato, la pasticceria e la panificazione. Durante la valutazione (degustazione del gelato e presentazione teorica), i rappresentanti del comitato organizzativo giudicheranno sia le conoscenze del gelatiere sia la qualità del gelato. I giudici della sezione Gelato e Cultura saranno Giancarlo Timballo, Sergio Colalucci e Sergio Dondoli. Saranno loro ad esprimersi unicamente sulla qualità del gelato.

Tre giorni di gare sul gelato

Questa prima Gelato China Cup si svolgerà lungo tre giorni, coprendo quattro categorie principali e sette sottocategorie in gara, tra cui le prove relative a: gelato (con due prove “Mistery”, ossia utilizzando ingredienti rivelati al momento), gelato e pasticceria, gelato e presentazione artistica. Tra le preparazioni richieste, snack gelato, gelato gourmet, torta gelato, gelato dessert, fino alla pièce finale con croccante. Niente tema predefinito, ma via libera alla creatività di ogni singolo concorrente che sceglierà il proprio stile e la propria estetica. Il tutto, nel segno della mission di Gelato China Cup: esaltare l’eccellenza della gelateria artigianale di tradizione, contribuendo allo sviluppo delle professionalità del comparto.

Crescono le competizioni internazionali

La Gelato China Cup si affianca alle altre due selezioni intercontinentali collegate alla Gelato World Cup. Infatti, si è tenuta la quarta edizione della Coppa latino-americana, svoltasi a Buenos Aires nel giugno 2022, e la Gelato Asia Cup, che si è tenuta a ottobre 2022 a Singapore. A gennaio 2023, si sono invece svolte le selezioni per l'Europa con la Gelato Europe Cup.

Il rito del caffè e il Giro, incontro di passioni

Faemina Limited Edition Giro d’Italia
Faemina Limited Edition Giro d’Italia
Nel secondo anno di sponsorizzazione, Gruppo Cimbali e Faema hanno presentato i dati di una ricerca di AstraRicerche e la Faemina Limited Edition.

Per il secondo anno Faema è sponsor ufficiale del Giro d’Italia, che si svolge tra il 6 e il 28 maggio : la partership triennale lanciata nel 2022 ha quest’anno quale concept #TheWayWeLove, sintesi delle due passioni (il caffè e il Giro). Protagoniste di tutte le tappe sono le tre macchine simbolo di Faema oggi: la E61, la e71E e la Faemina, con un design esclusivo in versione Limited Edition Giro d’Italia. 

Nei village e nelle aree hospitality è possibile gustare un buon caffè e sfidarsi con gli amici in una gara di freccette: facendo centro si contribuisce al sostegno che Gruppo Cimbali offre ogni anno alle comunità dei Paesi in via di sviluppo attraverso l’associazione no-profit World Bicycle Relief, specializzata in programmi di distribuzione di biciclette per aiutare a ridurre la povertà dove mancano mezzi di collegamento. Ancora, grazie alla collaborazione con la community Strava, gli appassionati possono partecipare alla challenge e, al raggiungimento dei 120mila km pedalati dalla community, scatta una donazione economica. Infine, sul canale Instagram di Faema con l'app #FaemaOnTheRoad si può seguire il racconto della competizione, legato ai rituali del caffè e del ciclismo.

In tandem. L’Azienda di Binasco (MI) ha voluto indagare quali fossero gli elementi in comune tra la bevanda e la competizione più amata dagli italiani attraverso una ricerca condotta da AstraRicerche. «È stato interessante scoprire quanto i valori del Giro siano gli stessi condivisi dagli amanti del caffè e come le due passioni si intreccino in un mix sensazionale di piacere, tradizione, condivisione e aggregazione» ha affermato Enrico Bracesco, direttore generale del Gruppo. Da parte sua Mauro Vegi, direttore del Giro d’Italia ha sottolineato il legame di lunga data tra Faema e la competizione ciclistica, che rappresenta «una vetrina nazionale e internazionale oltre che una piattaforma di comunicazione multimediale in grado di garantire a tutti i nostri partner un’enorme visibilità grazie agli oltre 200 paesi del mondo in cui viene trasmesso».

Piaceri a tutto tondo. Gli italiani seguono il Giro attraverso una o più dirette su diversi canali e mezzi (46,7%), grazie agli aggiornamenti nei notiziari e nei programmi sportivi in TV o sul web (31,5), alla radio (11,2%) o sui giornali (15,9). Il 17,8% ha vissuto la sua emozione seguendolo dal vivo, di persona. Da parte sua il caffè è bevuto dall’83,1% degli italiani più volte la settimana e dal 68,6% tutti i giorni; l’80% tra le mure domestiche e il 74,4% fuori casa (56,7% al bar, 30,5% nel luogo di lavoro o studio, 24,3% al ristorante, 13% in locali serali/pub). Il valore che più si accompagna all’espresso rimane il piacere (64,9%), seguito da un momento di relax (52,3%) e uno dei modi migliore per fare pausa nella giornata (40,6%), ma è anche occasione per condividere e corroborante per concentrarsi o per svegliarsi meglio (34,2%). I paralleli con il mondo delle due ruote sono tanti: anche seguire il Giro è un piacere (39,9%) e un rito che unisce (74,2%), nonché un’occasione di condivisione di passione con altre persone (69%) e una scusa per fare due chiacchiere (27,2%).

Gioco di squadra. La ricerca offre un’analogia tra i ruoli nella squadra per ottenere il successo, in corsa come al bar. Per gli italiani durante la gara sono quattro le figure per il successo di un team: il velocista (70.2%) che batte persino lo scalatore (60.9%), il capitano (60.8%), il gregario (53.7%). Al bar è importante scegliere la miscela giusta (79,7%), ma anche qui c’è un gioco di squadra: la macchina usata ha ampia rilevanza (44.8%) ma conta molto anche la mano di chi prepara il caffè, la sua attenzione alle quantità e ai tempi (39.6%). Se i baristi fossero una squadra che partecipa al Giro, l’addetto al caffè potrebbe svolgere ruoli diversi: per il 39.8% è uno scalatore, per affrontare i picchi di clienti, per il 33.0% un passista, resistente nel preparare tanti caffè senza sosta, e per il 27.2% un velocista, che prepara la bevanda in tempi rapidissimi.

Due nuovi gusti nella linea B4Mix di Derby Blue per la mixology

Derby Blue Be4Mix fragola e lime
Fragola e Lime sono i nuovi gusti che portano a 6 le referenze della gamma in formato da 1 l di bevande alla frutta per i professionisti della miscelazione di Derby Blue

Due nuove referenze fanno più ricca la gamma in formato 1000 ml di bevande alla frutta Night Collection B4Mix di Derby Blue dedicata alla mixology. Le due novità sono i gusti Fragola e Lime, a base di materie prime selezionate e pensati per aiutare il bartender nella creazione di cocktail e drink, ma ottimi anche per il barista che vuole dare vita a granite e frappé ricchi di gusto.

La referenza Fragola è già pronta per l’utilizzo e rappresenta un perfetto sostituto naturale dei mix di frutta fresca nella preparazione di cocktail alcolici e analcolici. Si caratterizza, oltre che per il gusto intenso, per la grande fragranza e viscosità, peculiarità molto importanti, in particolare per la preparazione di cocktail sparkling.

Fragranza e viscosità e gusto intenso caratterizzano anche Lime B4Mix di Derby Blue, che si presenta nel colore naturale dell’agrume che con il quale è prodotto. Questa referenza richiede una piccola lavorazione da parte dell’operatore prima dell’utilizzo: una semplice diluizione con acqua al 50% e l’aggiunta di 10% di zucchero bagnato con scorze di limone, che riducono anche la possibilità di errore nella preparazione dei cocktail.

Entrambe le referenze hanno una shelf life di 15 mesi e una volta aperti si conservano per 2-3 giorni.

La gamma B4Mix di Derby Blue

I nuovi gusti Fragola e Lime portano a 6 le referenze della Night Collection B4Mix in bottiglia da un litro, dal design ergonomico per facilitare la preparazione, che già comprende i gusti Ananas 100%, Arancia 100%, Cranberry e Pompelmo 100%.

La gamma di Derby Blue è proposta anche nel formato da 750 ml, nei gusti Fragola, Cranberry, Passion fruit, Sweet & Sour, Zucchero liquido, Cocco e Granatina, e da 1500 ml, che invece comprende le referenze Pesca, Arancia, Ananas, Arancia Rossa, Pera e Pompelmo.

Aperte le candidature per la Sustainable Cocktail Challenge 2023 di Flor de Caña

Sustainable Cocktail Challenge
Entro il 31 agosto è possibile inviare la propria ricetta. La novità è che per il vincitore italiano c’è un biglietto diretto per il Nicaragua (anzi, due, uno anche per il bar manager o un collega) per andare a sfidare i selezionati delle altre tappe e diventare il World’s Most Sustainable Bartender

Li avevamo incontrati a Roma per la finale della Sustainable Cocktail Challenge del 2022. L’aveva vinta il giovane bartender pugliese Roberto Cosentino, volato poi a Berlino per la tappa europea (leggi Roberto Cosentino vince la competition di Flor de Caña e vola a Berlino). Il suo percorso si è fermato lì, ma la novità per la competition di Flor de Caña, il rum nicaraguense distribuito da Velier che ha fatto del green la sua bandiera, è che la sfida del prossimo anno porterà il vincitore direttamente alla finale mondiale. In palio c’è quindi un biglietto per il Nicaragua (anzi due, uno per il vincitore e uno per il suo barmanager o un collega), con la possibilità di conoscere da vicino l’hacienda di rum e di vincere il titolo di World’s Most Sustainable Bartender.

Le iscrizioni per il prossimo anno sono già aperte (www.flordecanachallenge.com), ma c’è tempo fino alla fine di agosto per mettere a punto il proprio drink sostenibile e candidarlo alle preselezioni. Abbiamo incontrato Marco Ferretti, brand ambassador Roma di Flor de Caña, e il giudice dello scorso anno Simone Onorati del Jerry Thomas Speakeasy, in occasione di una giornata di presentazione della competition al Blind Pig di Roma. Insieme hanno invitato i numerosi bartender presenti a partecipare, dando diverse dritte sul giusto approccio da avere per superare le selezioni. Essere green non basta, hanno fatto capire, bisogna anche essere smart, ovvero intelligenti nel pensare un cocktail che non sia solo bilanciato e buono da bere, ma che abbia dietro un’idea.

Le regole della Sustainable Cocktail Challenge

Andando nei dettagli, i criteri non sono cambiati: almeno 45 ml di rum Flor de Caña 12 e un massimo di 5 ingredienti in aggiunta, che non prevedano spirit di altri brand, ma che siano tutti homemade (ad esempio vini fortificati, oli essenziali, tinture e così via). Al massimo 30 ml per gli altri prodotti alcolici, a parte il rum protagonista. Il drink dovrà stare nel menù del bar di provenienza del candidato per almeno 30 giorni e deve essere presentato via social, attraverso i canali del locale e quelli personali del bartender.

Pensare sostenibile a 360°

Qualche piccola dritta arriva da Ferretti e Onorati: attenzione alla presentazione che si inserisce nel portale. Deve essere chiara, ben scritta, esauriente e corredata da una foto accattivante: «Fate fare le foto a chi le sa fare», consiglia Ferretti. Poi c’è la questione lingue: «è probabile che già nella finale italiana sarà chiesto uno speech in lingua, ma comunque chi partecipa dovrà sapere che in Nicaragua si presenta o in inglese o in spagnolo», avverte Ferretti.

Pensare sostenibile deve essere a 360°, aggiunge Onorati. «Significa pensare anche al contenitore, ragionare sull’opportunità di utilizzare o meno un sacchetto di plastica per il sottovuoto piuttosto che una vasocottura, considerare anche lo sforzo energetico che si compie». Poi c’è la questione ingredienti. Ferretti suggerisce di fare attenzione che i prodotti utilizzati provengano da aziende certificate Fairtrade come Flor de Caña. Onorati allarga il tema suggerendo di guardare all’enorme biodiversità che abbiamo in Italia. «Anche perché – aggiunge – se andiamo a prendere direttamente dal coltivatore il nostro prodotto sapremo anche chi e come l’ha coltivato, che impatto ha avuto sull’ambiente, ma anche quanto è stato tutelato chi ha lavorato alla coltivazione di quel prodotto».

Amaro Camatti miglior amaro del mondo al World Liqueur Awards

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Lo storico amaro della tradizione genovese si aggiudica il titolo di World’s Best Bitter nell'autorevole concorso internazionale. Portando a casa anche una medaglia d'oro e il riconcoscimento di Migliore Liquore alle Erbe d’Italia

Ricca, varia, con alle spalle una lunga tradizione votata alla qualità, la produzione italiana di amari continua a mietere trionfi nei più prestigiosi concorsi internazionali di settore. L’ultimo è targato Amaro Camatti, premiato come World’s Best Bitter, migliore amaro del mondo all’edizione 2023 World Liqueur Awards, dopo essersi aggiudicato nella stessa competizione anche la medaglia d’oro tra gli amari italiani e il titolo di Migliore Liquore alle Erbe d’Italia (Best Italian Herbal).

Un riconoscimento che premia la tradizione e sapori dello storico amaro genovese, che il prossimo anno compirà il suo primo secolo di vita. Era il 1924 quando nella città della Lanterna il farmacista Umberto Briganti ne metteva a punto la ricetta e ne avviava la produzione insieme al fratello Cesare. Una ricetta in parte ancora segreta, che prevede un’infusione di un mix di erbe, fiori e radici aromatiche, tra i quali mandorlo, arancio amaro, china, menta e genziana, lavorato con un processo anche questo mantenuto segreto.

Una formula ancora oggi pienamente rispettata dalla Sangallo Distilleria delle Cinque Terre di Cogorno (Genova), fondata nel 1964 e di proprietà della famiglia Bergamino, che ha rilevato il marchio alla fine degli anni Ottanta, e che regala al prodotto un sapore gradevolmente amaro, con le sue note di genziana e china, rinfrescante al palato con i suoi toni mentolati, per concludere con un finale persistente di mandorla amara.

Dal dopopasto alla miscelazione

Caratteristiche che ne fanno un perfetto dopopasto, da servire liscio o con ghiaccio, ma anche un prodotto per l’aperitivo, grazie alla gradazione contenuta (alc 20% in vol), e un ingrediente per la miscelazione, dove trova impiego nella rivisitazione dei classici o per la creazione di nuova ricette. Un esempio è Pilla-Matti Spritz, interpretazione del famoso aperitivo realizzata dalla brand ambassador Alessia Marchisio, dove Amaro Camatti si unisce a Select, honey mix allo zenzero, soda al mandarino e bergamotto, prosecco e tintura di cardamomo verde.

Un mondo, quello della miscelazione al quale il marchio guarda con grande interesse e per il quale ha messo insieme un team di ambasciatori, composto da bartender liguri che, oltre alla Marchisio, comprende Luca Rossi, Gabriele Palumbo, Davide Volterra, Giorgio Pocorobba e Marco Misao Di Gregorio, che ha creato una drink listi che mostra le potenzialità del prodotto nella creazione di cocktail.

L'espansione sul mercato

Il sapore di Amaro Camatti oltre ad ammaliare la giuria di esperti internazionali del World Liqueur Awards, competizione apprezzata per la sua autorevolezza, in virtù del sistema di valutazione, che prevede una serie di assaggi alla cieca delle centinaia di prodotti in gara, sta conquistando sempre più gli operatori del fuoricasa e i loro clienti. Il prestigioso riconoscimento arriva infatti in una fase di decisa espansione dell’Amaro, frutto di importanti investimenti fatti nel brand dalla Sangallo nel corso degli ultimi 5 anni, che hanno ampliato la tradizionale area di diffusione di Genova e della Liguria al resto della Penisola, dove è distribuito da 1492 Coloniale Group, in particolare nelle regioni del Nord, e sui mercati esteri, dove è presente in diverse piazze europee, delle Americhe e in Australia.

La ricettadi Amaro Camatti

Pilla-Matti Spritz di Alessia Marchisio

PillaMattiSpritz_AlessiaMarchisio
Ingredienti:
40 ml Select, 15 ml Amaro Camatti, 20 ml honey mix allo zenzero, soda al mandarino e bergamotto, 100 ml Prosecco brut, 2 drop tintura di cardamomo verde
Preparazione:
build
Guarnizione:
rosmarino e fetta d’arancio
Bicchiere:
calice

Estate 2023, Vincenzo Pennestrì: «La riscossa dei classici»

Vincenzo Pennestrì traccia una mappa delle tendenze di settore per la prossima stagione. Insieme al ritorno del cono, etichette “pulite” e gusti classici.

Cono, etichetta pulita e grandi classici: secondo Vincenzo Pennestrì saranno questi i trend più importanti dell'estate 2023 nel settore gelateria. Il presidente dell'Associazione Gelatieri Italiani e titolare della Cremeria Sottozero di Reggio Calabria vede un “ritorno alle vecchie abitudini”, con la riscossa del cono sulla coppetta per quanto riguarda i supporti. Invece, sul fronte gelato e gusti, sarà la stagione dei gelati proteici, salutistici, ma anche retrò. A grande richiesta, torneranno il Malaga e il Tiramisù.

Chi è Vincenzo Pennestrì

Gelatiere dal 1992, Vincenzo Pennestrì è presidente dell'Associazione Gelatieri Italiani, Ambasciatore del gelato nel mondo, Ambasciatore del gusto, Ambasciatore del bergamotto di Calabria e Ambasciatore Pasticcere dell'Eccellenza Italiana (Apei). È titolare della Cremeria Sottozero di Reggio Calabria, fondata dal padre Fortunato "Tito" Pennestrì. Proprio la passione e la volontà di emulare il genio del padre, fondatore del gelato artigianale italiano, ha spinto Vincenzo Pennestrì a seguirne le orme. Nel 2023 Cremeria Sottozero ha vinto la puntata del programma televisivo "Cake Star" su Discovery, aggiudicandosi il titolo di migliore pasticceria di Reggio Calabria.

Intervista a Vincenzo Pennestrì

Vincenzo Pennestrì, come sarà la prossima stagione della gelateria? Si sta ritornando alle vecchie abitudini. Una tra queste, si torna a chiedere il cono gelato, simbolo di italianità per eccellenza. Inoltre, aumentano le richieste di gusti tradizionali come la Zuppa Inglese, il Malaga, il Torrone e il Tiramisù, senza dimenticare la onnipresente Stracciatella. Quindi un ritorno ai grandi classici per tutti? I più giovani sono alla ricerca di golosità. Chiedono il Caramello, Dulce de Leche, Pistacchio e variazioni sul tema, come quello salato o croccante. Poi c'è un'altra fetta di mercato in grande crescita: quella del gelato salutistico, realizzato con base acqua e fibre, anche in versione proteica. Nella sua gelateria c'è grande attenzione all'etichetta, che diventa sempre più green. Sarà un elemento importante nel banco del futuro? C'è una forte tendenza a “ripulire” l'etichetta del gelato. I nostri predecessori utilizzavano pochissimi ingredienti: latte, panna, zucchero e addensanti. Negli anni Novanta questa tradizione era stata abbandonata in favore di latte in polvere, destrosio, maltodestrine. Oggi stiamo tornando indietro, aggiungendo alle nostre ricette proteine, fibre al posto del latte in polvere, cercando di realizzare un prodotto senza grassi idrogenati, senza emulsionanti, che possa dar vita a un alimento che possa far bene a chi lo mangia. Quali saranno i trend da seguire nel banco gelateria? A dominare saranno i gusti alla frutta, perfetti anche per chi cerca un gelato senza lattosio, senza glutine e salutistico. Sarà importante cavalcare il trend dei gusti classici. Ad esempio, anche il cioccolato può trasformarsi nelle sue varianti con cannella, rum o al latte di bufala. Può anche diventare salutistico. Basta partire da una massa di cacao e creare un gelato con una base acqua. Un'altra tendenza in ripresa è rappresentata dalla granita, prodotta sempre in una logica innovativa, con abbinamenti particolari, come Spritz, al Mojito, limone e basilico, mango e lime.

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