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La nuova era di Tassoni punta sulla mixology

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Senza perdere d'occhio il suo passato, lo storico marchio italiano guarda al futuro con una linea di soft drink, un gin e un bitter dedicati alla miscelazione. E il Gin&Tonic Tassoni è protagonista del format Gin & Pasta al ristorante Daniel Canzian di Milano

Non solo cedrata. Tassoni, simbolo del made in Italy con 230 anni di storia alle spalle, punta sempre più sulla mixology. Mettendo in campo una linea di soft drink per i cocktail, un gin all'essenza di cedro Diamante creato con la consulenza del campione dello shaker Bruno Vanzan e un bitter. Così l'azienda, che ha sede sul lago di Garda e fa parte del Gruppo Lunelli, guarda al futuro e al mondo dei bar senza perdere d'occhio il suo passato.

Ottenuto da nove botaniche (oltre al cedro simbolo di Tassoni, ginepro, foglie di fico, alloro, semi di coriandolo, scorze di bergamotto, boccioli di rosa centifolia, radici di angelica e rizomi di iris), il Distilled Dry Gin Superfine Tassoni viene distillato in alambicchi in rame del 1872 che ancora oggi sono in uso in azienda. È un gin fresco e con una decisa nota agrumata, di cui lo scorso anno sono state riviste ricetta e bottiglia in occasione dei 230 anni del marchio e del lancio della sua «nuova era» (leggi Un francobollo celebrativo per le 230 candeline di Tassoni). Un'operazione di restyling, ispirata al concept «il lusso di osare» e all'immaginario Liberty, che ha toccato anche altri prodotti (ma non la ricetta della mitica Cedrata).

Specialità per la miscelazione

La linea Mixability, invece, comprende Tonica Superfine, l'acqua tonica premium di casa Tassoni, Soda Water La Classica, Ginger Ale la Biologica e Ginger Beer la Biologica. Ma nulla vieta di usare in miscelazione la Cedrata, per esempio per creare l’Apertass: 5 cl di Bitter Tassoni e 10 cl di Cedrata Tassoni per un aperitivo che si propone come nuovo classico all'italiana. Mentre la tonica trova, ça va sans dire, la sua quadra ideale in abbinamento al gin. Occasione per assaggiare il Gin&Tonic di Tassoni, a base di Tonica Superfine Tassoni e Distilled Dry Gin Superfine Tassoni, sono le serate Gin & pasta ospitate dal ristorante Daniel Canzian di Milano. La prima dell'anno si è svolta il 3 aprile.

Gli abbinamento dello chef Canzian

Tre le declinazioni di pasta proposte dallo chef Canzian per accompagnare, in mini porzioni stile tapas, il Gin Tonic Tassoni. Esplosive pappardelle cacio e pepe con un twist agrumato al mandarino, bottoni ripieni di ortiche e mandorle in cui prevalgono le note amare, un maxi gnocco con il cuore di ragù di vitello (preparato con lo zenzero nel soffritto). «Mi piace l'idea di proporre per l'aperitivo, accanto al cocktail, piccoli assaggi di pasta invece dei soliti snack», racconta Canzian. «E nutrizionalmente è un altro livello». È il secondo anno che il ristorante dello chef nel cuore di Brera propone le serate Gin & pasta. Per il 2024 ce ne sono in programma quattro, in collaborazione con Tassoni.

Roma, Alessandro Giuffrè inaugura la Zona neutra del Gelato

Mercoledì 10 aprile, in questo spazio pensato e voluto da Alessandro Giuffrè, si terrà un evento speciale con L’Atte di Francesco Dioletta e il Nuovo Pensiero di Stefano Ferrara

Alessandro Giuffrè ha dato vita a un’iniziativa pionieristica nelle sue gelaterie, inaugurando la Zona Neutra del Gelato. Si tratta di uno spazio innovativo, all'interno del punto vendita di Viale di Trastevere 255, a Roma, dedicato agli appassionati e professionisti dell'arte fredda. Mercoledì 10 aprile ospiterà un evento in cui verrà presentato il progetto "L’Atte" di Francesco Dioletta e il Nuovo Pensiero sul gelato di Stefano Ferrara.

Cos'è la Zona Neutra del Gelato

La “Zona Neutra del Gelato” è uno spazio innovativo dove appassionati e professionisti potranno dialogare e condividere esperienze, lontano da qualsiasi forma di competizione. Qui sarà possibile promuovere una cultura del gelato fondata sul dialogo, sull’esplorazione congiunta e sulla celebrazione della diversità di interpretazioni e tecniche.

Al centro di tutto, il latte

In occasione dell'incontro del 10 aprile si parlerà di “L’atte”, progetto di Francesco Dioletta, proprietario delle gelaterie Duomo a L’Aquila. Questo progetto rappresenta una collaborazione con un allevatore abruzzese per produrre un latte di elevata qualità, destinato non solo alla realizzazione di gelato di prim’ordine ma anche alla vendita diretta, valorizzando così le eccellenze locali e sottolineando l’importanza delle materie prime nella produzione gelatiera. La serata sarà arricchita dalla presenza del maestro gelatiere Stefano Ferrara. Sarà l'occasione per raccontare il suo nuovo pensiero sul gelato artgianale. Non mancherà la presenza del padrone di casa, Alessandro Giuffrè. Il dibattito si concentrerà sul valore aggiunto che un “latte di qualità” può offrire al mondo della gelateria e della pasticceria. Obiettivo: mettere in evidenza come la scelta accurata delle materie prime sia decisiva per garantire un prodotto gustoso ma anche salutare.

Donne al bancone: normalizzazione, non celebrazione

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Il problema non è parlarne troppo o troppo poco: di donne al bancone di un bar si parla in modo sbagliato. I tentativi più ovvi e ormai meno brillanti (da parte di brand e professionisti stessi) sono quelli celebrativi: una spettacolarizzazione estrema, quasi, della presenza femminile nel settore, fatta di incontri densi di domande che iniziano con “tu in quanto donna”, si concentrano sulle differenze strutturali e non su quelle di trattamento, ancora evidenti e guarda caso portate avanti da “imprenditori” di vecchia generazione: bella presenza allora lavoro in sala, un mantra ancora ridicolmente difficile da estirpare.

Si isola, non si normalizza. Si separa e non si accomuna, non si include, quando a dover rilevare dovrebbe sempre essere, solo, il valore di un o una professionista. Al netto, va detto, di distinzioni che è opportuno fare, perché come si dice, “è vero che siamo tutti uguali, ma giudicare un pesce rosso dalla sua abilità di scalare un albero potrebbe non essere saggio”.

Figure storiche

Chissà se avrebbero mai parlato di “ricetta dal gusto femminile” a Marìa Dolores Boadas (1935-2017), la reìna de coctèles, protagonista di quel Boadas, il bar più antico di Spagna, oggi guidato dal genio di Simone Caporale a Barcellona. Figlia d’arte (suo padre Miguel aveva lavorato a La Floridita di Cuba al fianco di Costantino Ribalaigua), miscelatrice, autrice, oste. Di lei ha scritto lo storico francese del bar François Monti: «Da bambina, dicono, faceva i compiti al piano di sopra del locale, mentre il padre, al piano di sotto, si esibiva nell’originalissima e spettacolare tecnica di miscelazione chiamata throwing. Dopo aver lasciato la scuola, Maria si unì a lui. Dietro il bancone incontrò suo marito, e tutti e tre celebravano un rito profano per i loro parroquianos (i clienti abituali, ma anche i “parrocchiani”) di quella che chiamavano La Catedral. (…) Chiunque poteva entrare in Boadas, purché indossasse una camicia e dei pantaloni. Questo piccolo locale con pannelli in legno era e rimane un tempio del bere elegante».

Chissà se avrebbero mai chiesto di raccontare “come fa a bilanciare lavoro notturno e vita privata” ad Ada Coleman, leggendaria e longeva head bartender del Savoy Hotel di Londra, la Mecca della miscelazione classica oggi destinazione di autentici pellegrinaggi. Non è soltanto per aver posto la firma sulla ricetta dell’Hanky Panky, che “Coley” ha meritato l’ingresso nell’Olimpo dell’ospitalità, né per il suo primato di permanenza (“in quanto donna”, appunto), quanto piuttosto per la perfezione con cui guidava la squadra al bar, l’apprezzatissimo garbo a tratti salace, la cultura che condivideva con ospiti e colleghi. Improbabile abbiano mai chiesto che intenzioni avesse in merito a gravidanze future a Betsy Flanagan, personaggio tra realtà e leggenda: la locandiera statunitense che avrebbe rubato dei polli dalla fattoria accanto al suo locale, li avrebbe cucinati per i suoi ospiti e servito loro dei drink, decorati con le piume più variopinte della coda. Da lì il termine “cock’s tail”, coda di gallo.

Dare voce alla normalità

Si puntano i riflettori sulle donne al bar (magari una sola volta l’anno) per enfatizzare quanto difficile sia per loro “competere” (termine orrendo) con i colleghi uomini, finendo paradossalmente per non permettere mai un vero e proprio livellamento delle condizioni. Dare voce alla normalità è la vera sfida che nessuno sembra però coltivare. Ne hanno parlato, anzi, non ne hanno parlato egregiamente Marella Batkovic, Alice Musso e Monica Noni (assente Elisa Spinoni, comunque coinvolta nel progetto) con la moderazione di Roberta Abate, durante la terza edizione de Le Bartender, sostenuto da Campari Academy e Mr Dee Still. Enfasi sulla discriminazione serpeggiante che ancora è in voga (differenze salariali, di posizione, di visibilità, di stimolo), racconti di esperienze personali e velate denunce al sistema: ma anche discussioni sulle politiche zero waste, sulla sostenibilità, sulla rete di bartender (assente o meno?) italiana, sulla miscelazione analcolica o a bassa gradazione, sulle prospettive future del settore. Come è giusto che sia, perché è permettendo alle bartender (e non barlady!) di sentirsi parte integrante di un meccanismo, e non elementi particolari, che si potrà muovere un altro passo verso la giusta uguaglianza.

Carlo Meo: «Regalate un’esperienza felice ai vostri clienti»

Il successo di un locale dipende dalla capacità di far vivere ai suoi ospiti un'esperienza memorabile. Il fondatore e amministratore delegato di Marketing&Trade racconta come costruirla e gli elementi chiave sui quali lavorare

Il mondo del fuori casa è il mondo della felicità: le persone frequentano i locali per passare piacevolmente un po’ di tempo, concedendosi un momento di svago degustando qualcosa di buono. Come costruire al meglio un’esperienza felice per i propri ospiti lo racconta Carlo Meo, co-fondatore e amministratore delegato di Marketing&Trade, società milanese da sempre impegnata nella costruzione di nuovi format per il settore del fuori casa, e direttore del Corso Brand & Retail Experience del POLI.design di Milano.

E sì perché in questo ambito non c’è spazio per l’improvvisazione. L’esperienza va costruita secondo certe regole e riempita di contenuti che toccano tutti gli aspetti dell’attività, senza tralasciare alcun dettaglio. Nei nostri studi a Mixology Experience, l’esperto si è soffermato anche su un altro aspetto fondamentale per il successo dell’attività: la sua corretta gestione economica. Fornendo anche in questo caso preziose indicazioni sui parametri da tenere sotto controllo.

 

Gianni Vitale: «Controllare i conti per aumentare gli utili»

Il titolare dello Studio Vitale Commercialisti spiega i principali indicatori da analizzare e come controllare e ottimizzare i costi per una gestione economica ottimale del locale

Anche il più piccolo bar è un’attività imprenditoriale e come tale va gestito, prestando particolare attenzione ai dati economici. Parola di Gianni Vitale, titolare dello Studio Vitale Commercialisti di Torino ed esperto in controllo di gestione di pubblici esercizi. E, come per ogni impresa, fondamentale per stare con successo sul mercato è far quadrare i conti. Intervistato da Andrea Mongilardi a Mixology Experience l’esperto ha illustrato quali sono i principali indicatori che fungono da campanello d’allarme di una gestione economica non ottimale.

Vitale, che è anche firma di Bargiornale, ha fornito anche le sue indicazioni su come suddividere e analizzare i costi per tenerli sotto controllo, ottimizzarli e verificare se si stanno raggiungendo gli obiettivi prefissati. Senza trascurare gli errori da evitare sia per chi ha un’attività già avviata sia per chi si appresta ad aprire il suo locale.

Ranocchia: «Nuove regole d’ingaggio per i lavoratori della generazione Z»

Il fondatore di Planet One spiega su quali aspetti gli imprenditori del fuori casa devono lavorare per rendere le loro attività attrattive per le nuove generazioni

Il fattore umano è alla base del successo delle realtà del fuori casa. Eppure, proprio la gestione delle risorse umane è oggi uno dei principali punti critici per le aziende del settore che si trovano a far i conti, da un lato, con la difficoltà a reperire personale e, dall’altro, una volta trovato, a trattenerlo. Di questo tema ha parlato ai nostri microfoni a Mixology Experience Marco Ranocchia, fondatore di Planet One e consulente strategico per il mondo horeca.

Intervistato da Andrea Mongilardi, l’esperto si è soffermato sulla necessità di pensare a nuove regole d’ingaggio per il reclutamento del personale, capaci di comprendere e soddisfare i bisogni delle nuove generazioni di lavoratori, per i quali avere spazi di vita privata e prospettive di crescita professionale sono valori irrinunciabili. Occorre, insomma, un profondo cambiamento nel paradigma culturale della stessa impresa, che permetta di trovare un rapporto più armonioso tra lavoro e vita privata: un percorso non facile né immediato, che richiede cambiamenti anche nell’organizzazione dell’attività, ma in grado di portare benefici su tutti i fronti all’imprenditore, ai suoi collaboratori e anche ai consumatori.

Festivalbar Napoli Edition: il nuovo menu di Porto51

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Musica, miscelazione e una sana dose di orgoglio si combinano per realizzare un menu memorabile. Doriano Mancusi racconta la musica napoletana al suo Porto51 di Ischia, con una drink list celebrativa lanciata con una partnership ad altissimo contenuto artistico e nostalgico. Dieci cocktail per dieci canzoni napoletane “che anche il turista giapponese canterà in dialetto”, testimonianza della creatività ormai tipica del bar di Mancusi (e fratelli), che ha riaperto con il botto lo scorso 28 marzo.

«Avevo un paio di bozze di cocktail list ma non trovavo nulla che rispecchiasse l’anima del locale» racconta Mancusi, che insieme ai fratelli Maira, Miriano e Francesco è titolare anche dei bar Rena e Cocktelleria del Golfo (in società con Distillerie Aragonesi), sempre a Ischia. «Noi concettualmente abbiamo sempre spinto per menu che siano la nostra carta d’identità: lo scorso anno, per il Rena, avevamo una lista di “gelati da bere”, per dirne una». A questo genuino blocco del miscelatore si è accostato il Festival di Sanremo, che quest’anno ha parlato (o almeno fatto parlare) in dialetto napoletano come mai prima, grazie alla trascinante presenza di Geolier e le polemiche che hanno circondato non tanto le sue esibizioni, quanto le reazioni del pubblico a esse.

La miccia giusta

È stata la miccia giusta, con il supporto dell’head bartender Andrea Calise: «Siamo stati bombardati da servizi di cronaca e costume, ogni giorno, che parlavano del fenomeno Geolier: mi hanno fatto pensare che negli anni Ottanta e Novanta, Massimo Raineri e Nino d’Angelo cantavano in dialetto e gli spettatori partecipavano, altro che alzarsi e abbandonare l’arena, un gesto offensivo a dir poco».

Da qui la volontà di riportare in auge un altro festival, quello che forse rappresenta il settore più di ogni altro: il Festivalbar, icona delle estati anni Novanta-Duemila, che sulle richieste al jukebox fondava la propria ragione d’essere. Ci si è aggiunto anche un pizzico di cinema ed è stata l’apoteosi: «Ho visto il film Mixed by Erri ed è stato perfetto: il Jack Daniel’s, la storia incredibile dei Frattasio che sono fratelli come noi; loro mixavano cassette, io miscelo cocktail, per cui è stato naturale chiamare la nuova drink list di Porto51 Mixed by Dori».

Un’esperienza multisensoriale

E come ciliegina sulla torta, in occasione del lancio del nuovo menu, Mancusi è riuscito a portare proprio Mixed by Erri in console, con il supporto di Diageo, per un appuntamento dall’enorme riscontro di pubblico. Il nuovo menu del Porto51 si ispira a tempi di concertoni in piazza (la tappa di Napoli era un appuntamento imperdibile a Piazza del Plebiscito) e di tormentoni nelle cuffiette, che partivano dagli iconici walkman a cassetta ed è così che i cocktail vengono presentati: dieci cassette fatte registrare appositamente (i brani si possono raggiungere anche su Spotifiy tramite QR Code) e “servite” al tavolo con appositi walkman, insieme ai drink, per un’esperienza multisensoriale.

Le dieci canzoni per i dieci cocktail: Tu vuò fa l’Americano (twist sull’Americano), Comme facette mammeta ( twist sul Godmother con mela, fragola e cannella), ‘O sole mio con limoncello autoprodotto, Napule e’ (mille culur) con ghiaccio multicolore, Tammurriata nera (twist sul Negroni), Spusarizio ‘e marenaro (Twist sullo Champagne Cocktail), Cocorito (Tiki), ‘A città ‘e Pulecenella con bicchiere realizzato ad hoc con una maschera di Pulcinella, Palomm’ ‘e notte (twist sul Paloma con albicocche del Vesuvio), ‘Na tazzulella ‘e cafè (twist su Espresso Martini con moka).

È tempo di iscriversi alla Meinl Barista Cup

Julius Meinl Barista Cup
Chi ama il caffè e propone le miscele della Torrefazione viennese può concorrere alla competizione internazionale che ai primi tre classificati riserva un viaggio in Honduras.

Sono oltre cinque milioni le tazze di caffè Julius Meinl vendute ogni giorno in tutto il mondo: ai baristi che si impegnano per offrire il meglio ai propri clienti, la Torrefazione austriaca propone il suo primo contest internazionale, la Meinl Barista Cup.

I baristi che offrono i suoi caffè si possono candidare sul sito web aziendale: i migliori saranno selezionati per partecipare alla finale nazionale, valutati da una giuria di esperti in tre categorie: Espresso, Cappuccino e Signature Drink. Da aprile a luglio 2024 saranno quattordici i Paesi che ospiteranno le competizioni, tra cui Austria, Italia, Bosnia, Croazia, Repubblica Ceca, Georgia, Germania, Ungheria, Moldavia, Polonia, Romania, Slovacchia, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti. I campioni nazionali si sfideranno alla finale in programma il 19 settembre a Vienna, presso la sede internazionale della Torrefazione. 

Christina Meinl, che rappresenta la quinta generazione della famiglia Meinl, riassume efficacemente il fine della competizione: «La nostra convinzione è semplice: il caffè è un’arte da gustare per più di un momento. La Meinl Barista Cup celebra i nostri baristi in tutto il mondo che condividono questa stessa passione». 

La competizione avrà quale protagonista la miscela 100% Arabica  di caffè del Nicaragua e dell’Honduras, Belvedere Blend della linea The Originals con doppia certificazione: Bio e Fairtrade. In tazza offre una dolcezza elegante ed equilibrata di caramella mou che completa le note di nocciola e di cioccolato fondente.

La competizione è stata realizzata in collaborazione «con i migliori marchi del settore nell’ambito del nostro costante impegno per l’innovazione - afferma Angelika Galas, responsabile dell’Accademia Globale Julius Meinl Coffee Group -. Fornendo ai nostri baristi i migliori strumenti e attrezzature, possiamo metterli in condizione di offrire l’eccellenza in ogni tazza». Dunque, i baristi si sfideranno con le macchine espresso Rancilio RS1, certificate Sca, e con i macinini Fiorenzato F83 E Pro. Utilizzeranno i sistemi Bestaqua ROC di BWT, e i prodotti per la manutenzione delle attrezzature da caffè di Cafetto.

I tre baristi che otterranno il punteggio più alto in ciascuna delle tre categorie, durante la Finale di Vienna, vinceranno un esclusivo viaggio in Honduras. Quest'avventura unica offrirà loro l'opportunità di immergersi nella ricca cultura del caffè del Paese centroamericano e di approfondire le loro conoscenze sulla coltivazione sostenibile del caffè.

A lezione da Danil Nevsky, Global Brand Ambassador di Martin Miller’s Gin

«Think outside the box», l’esortazione del bartender che rappresenta il Gin Dry inglese di Compagnia dei Caraibi, perfetto per il Gin Tonic

«È il gin perfetto per il Gin Tonic». Introduce così Francesco Pirineo, advocacy manager Compagnia dei Caraibi per l’Italia, la masterclass tenuta a fine marzo da Danil Nevsky, Global Brand Ambassador di Martin Miller’s Gin. L’etichetta premium dal cuore inglese (con un tocco liquido di Islanda, perché l’acqua con cui è prodotto viene appunto da sorgenti islandesi), che sempre di più è destinata a diventare cruciale per il business del distributore, insieme alle recenti acquisizioni di Sabatini e Dictator, dopo l’annuncio di Brown Forman di riportare in house la distribuzione di Gin Mare dal 2025. Eravamo a Roma, nella sala principale di Mantis, il nuovo locale un po’ wine bar un po’ cocktail bar di Marco Martini, chef stellato che ha sempre creduto nel pairing food&cocktail.

Danil Nevsky, tra i 100 bartender più influenti al mondo, si autodefinisce in maniera autoironica «alcolista viaggiatore full time», ma quella che dimostra è una visione decisamente lucida del mondo della miscelazione. «Prima di diventare barman - racconta il global ambassador - ho studiato ingegneria e questo mi ha lasciato un modo di ragionare che porta puntualmente a pensare a come si costruisce qualsiasi cosa». Quindi, «cosa sono i cocktail?», si chiede l’esperto: «È qualcosa nel mezzo fra magia e scienza. La scienza sta dietro, è nella preparazione, nell’utilizzo di strumenti complessi come il rotavap, la magia è per chi beve, che non vuole altro che divertirsi».

“Creatività” è la parola d’ordine per Nevsky, che utilizza un cubo di Rubik, spiegando che a ogni faccia corrisponde un elemento fondamentale per il successo di un drink. Sei elementi, quindi: gli ingredienti, la garnish, il profumo, il bicchiere, la storia e il rituale che precedono il drink e, ultimo ma non ultimo, il nome. Un esempio? «In una drink list di un locale di Firenze ho letto questo nome: Cocco Siffredi. È un liquore al cocco, ma il nome, ragazzi, è geniale. Se metto un nome che sia così accattivante, ammiccante, so già che quel drink venderà. Al contrario, con un nome che non incuriosisce darò all’ospite il messaggio che quel cocktail per me è meno importante e sarà meno ordinato».

Su tutto, conclude il barman, è fondamentale capire qual è la nostra “purpose”, l’obiettivo: «La “purpose” - chiarisce - è il modo in cui risolverò il mio cubo di Rubik, dando un senso ad ognuna delle sei facce, però nel bar non c’è nulla di così preordinato. Think outside the box». Pensare fuori dagli schemi, ecco l’esortazione di Nevsky. E per rendere tutto più evidente lancia in terra il suo cubo di Rubik, che finisce in mille pezzi.

Oroboro, nasce il catalogo-magazine di Compagnia dei Caraibi

Compagnia dei Caraibi è pronta a stupire con il suo ultimo progetto: Oroboro. E chi meglio di Edelberto Baracco, alias Iguana, ceo dell'azienda, poteva raccontarci questa mezza rivoluzione?

Il nuovo magazine-catalogo Oroboro non si limita a essere una semplice lista di prodotti da sfogliare distrattamente. È un vero viaggio nel mondo dei liquori e dei distillati, dove ogni bottiglia porta con sé una storia unica e affascinante. Il nome stesso, Oroboro, evoca un senso di misticismo, rappresentando l'eterno ritorno e il ciclo infinito della vita e dei sapori, riflettendo concetti come l'unità, la totalità, l'infinito e l'eternità.

In questa intervista con Bargiornale, Edelberto Baracco, ceo di Compagnia dei Caraibi, ha descritto l'approccio innovativo di questo catalogo Oroboro, che pone al centro di tutto lo storytelling. Realizzato in collaborazione con l'agenzia Ribelli, la Scuola Holden e alcuni giornalisti, Oroboro si distingue per la sua originalità. Sarà pubblicato due volte l'anno, ad aprile e ottobre, e seguirà la stagionalità dei prodotti e dei momenti di consumo, offrendo così un'esperienza sempre attuale e rilevante.

La direzione editoriale affidata a Marina Lanza assicura che ogni pagina di Oroboro sia un'esperienza coinvolgente. Le vetrine prodotto mettono in risalto quattro brand selezionati ad ogni uscita. Per il debutto si comincia con Carlo Alberto, Elephant Gin, Canerock e Wild Garden, con storie coinvolgenti raccontate dai giovani talenti della Scuola Holden. Le altre categorie, che includono approfondimenti su liquori e bitter, dark spirits e white spirits, offrono un'ampia panoramica del mondo dei distillati. Non mancano interviste, focus su produttori e consigli su come apprezzare al meglio ogni singolo distillato.

Oroboro è un invito esplicito a esplorare, assaporare e scoprire l’universo dei liquori e dei distillati con occhi nuovi e una mente aperta. Consigliato sia agli appassionati del settore sia a coloro che sono alla ricerca di consigli interessanti, il catalogo si rivolge a un pubblico ampio, offrendo un'esperienza ricca di valore sia merceologico sia culturale.

Sentaku Izakaya: Bologna parla giapponese e punta in alto

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Nicolò Ribuffo e Claudio Alessandro Musiani sono le menti dietro il locale che completa il Sentaku Concept. Cibo autentico e miscele di ricerca: «Ma dovrebbero cambiare le cose in Italia per un vero salto di qualità»

Dotta, rossa e grassa, ma in una veste completamente nuova e contemporanea. Bologna si veste di kimono e si muove su ritmi hip-hop, sotto gli stessi Portici che l'avevano messa sulla mappa del bere miscelato: Sentaku Izakaya è il nuovo indirizzo del mangiarbere di qualità in città, lanciato dal promettente sodalizio tra Nicolò Ribuffo e Claudio Alessandro Musiani. Uno spin off a tinte giapponesi, che origina dal già notissimo Sentaku Ramen, insegna di successo incentrata sulla pietanza tradizionale, che Musiani aveva aperto nel 2017: si completa così il Sentaku Concept, l’idea di ospitalità a tutto tondo che abbraccia in realtà anche musica, design ed estetica (Musiani, che riduttivamente può definirsi chef, per non farsi mancare nulla cura anche la direzione creativa della comunicazione, con foto proprie).

Portare il Giappone sotto le torri

Giappone nei piatti e nei bicchieri, una proposta enogastronomica di grande ricerca, che si incastra senza sforzo nelle tendenze di una città giovane e avanguardista per antonomasia, ma non scende a compromessi, rimanendo fedele al principio di portare il Giappone sotto le torri. «Non è solo una scelta di mercato, pur ammettendo che il prodotto Giappone in questo momento va fortissimo. C’è anche parecchio lato umano, io ho lavorato due anni in Giappone per Ritz Carlton, Claudio aveva già aperto il ramen bar: sappiamo cosa vuol dire finire tardi di lavorare e finire in questi izakaya meravigliosi con cibo confortevole e atmosfera autentica. Cerchiamo di portare una nuova cultura in un bacino storicamente molto chiuso: le novità non sono mai piaciute ai bolognesi nel corto periodo, ma alla lunga possono essere vincenti».

Street food potenziato

Musiani firma un impressionante menu di street food potenziato, che ricalca le ricette più tradizionali, le aggiorna ma non le stravolge, da godere tra le sedute basse o il tavolo in condivisione appena illuminati. C’è tutto il classico, riproposto con una scossa di estro: i bao (sia nasu, vegetariano con melanzana e tsukemono, che chashu, con pancia di maiale e cetriolo sottaceto), i sando (a regola d’arte il katsusando con cotoletta di maiale, godurioso e pieno l’egg-sando con insalata di uova), l’intrigante cavolfiore marinato del karifurawā, fino al tripudio del katsukare con salsa al curry. «Abbiamo visto molti bar aprire con idee nuove, ma rimanere concettuali, quasi respingenti. Noi portiamo una novità di approccio, perché mantenere un’identità giapponese vera, e non solo passeggera o modaiola, non è facile: c’è tutto un lavoro di rapporto con i fornitori, servono professionisti formati e appassionati, e una profondità di studio che non appare».

Una drink list complessa, ma non cervellotica

Ribuffo contribuisce con esperienza internazionale e nozioni apprese quasi per osmosi (figlio d’arte di quel Daniele Dalla Pola che nel 2002 lanciò il Nu Lounge, a pochissimi metri, tempio della miscelazione tiki): già messa la firma sul primo rooftop bar di Bologna, in Sentaku porta uno stile diretto, guascone il giusto, di qualità sempre e di apprezzabile visione d’ospitalità: all’ingresso, un sinuoso bancone su misura è dove origina la drink list creata con la consulenza di Valentino Creatura (ex Paradiso Barcelona), eseguita egregiamente dal bartender Alessandro Trovato. Ciascun cocktail riporta almeno un ingrediente giapponese, e l’intero menu segue una linea essenziale, per certi versi complessa ma non cervellotica (coerente con la dicitura tecnica del locale, "i" (sedersi), "saka" (bevanda alcolica) e "ya" negozio): bellamente pericoloso il Nippo’s Champagne, con vodka, kombucha ai lamponi e champagne, il Mezcal&Apple Soda quasi si beve da solo. Più spinto il twist sul Martini, il 50/50, con gin infuso al sedano, alga nori, lemon sakè e olio di sesamo.

Puntare in alto

Un capitolo nuovo per l’ospitalità bolognese, e forse italiana tutta, che necessiterebbe di una spinta in più, secondo Ribuffo, ma non può granché alla luce della realtà strutturale in cui si trova: «Le aziende, cioè i locali, dovrebbero poter pagare di più i propri dipendenti e i clienti avere più disponibilità di spesa “libera”. Se le città italiane avessero i volumi di Parigi o Londra, ci sarebbero molti più bar eccellenti, perché è un circolo virtuoso: quasi tutti i migliori bar del mondo si trovano in città con un potere di spesa maggiore. Noi comunque puntiamo in alto perché crediamo in questo progetto, ma quando ci si confronta con l’estero o comunque con il meglio in circolazione, è inutile far finta di non saperlo: la dimensione economica è diversa».

Bignami dello specialty in miscelazione

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Mirabilia Coffee e Nonsolococktail insieme per degli incontri di divulgazione sul caffè nei cocktail. Le basi per muovere i primi passi in tema

L’utilizzo del caffè in miscelazione è cosa nota e decisamente datata, ben più di quanto peraltro si conosca generalmente. L’Espresso Martini di Dick Bradsell, realizzato negli anni Ottanta, è divenuto in breve un pilastro della cocktelleria contemporanea, e trent’anni prima era toccato al leggendario Irish Coffee di Joe Sheridan all’idroscalo di Foynes, in Irlanda, poi reso celebre da Stanton Delaplane e Jack Koepple al Buena Vista Cafè di San Francisco. Il matrimonio tra bevande alcoliche e caffè, in ogni caso, era piuttosto frequente già nel centro Europa dell’Ottocento, soprattutto nelle kaffeehauser austriache, e anche in Italia non è certo sconosciuto il caffè corretto con un goccio di distillato.

Un ingrediente specialty

Evolvono le tecniche di miscelazione, ed evolve di conseguenza il caffè che viene utilizzato: citofonare a Mirabilia Coffe, realtà che si concentra sulla divulgazione del caffè specialty e che insieme alla firma di consulenza Nonsolococktail ha avviato degli incontri volti alla discussione dello specialty come ingrediente nei cocktail. Come racconta Alice Monti, curatrice e ideatrice di Mirabilia, «il caffè specialty rappresenta il 10% della produzione mondiale. Si tratta di un caffè di qualità superiore, dal profilo aromatico spiccato, che rimane organoletticamente fedele alla pianta. Ogni pianta è diversa, di conseguenza anche i sentori di ciascun chicco, che è il seme della pianta, cambiano». Acidità e amarezza sono le caratteristiche principali con cui il caffè contribuisce a una miscela, insieme al bagaglio di sentori secondari che ciascuna tipologia porta con sé.

Una lavorazione più controllata

Per quanto il prodotto caffè sia per definizione poco sostenibile (coltivato in climi tropicali, necessita di trasporti ingenti per forza di cose), lo specialty mantiene una filiera controllata e cortissima, con pochi intermediari tra torrefattore e venditore, a fronte del caffè commerciale che vede una continua coltivazione intensiva e ha un valore determinato dalla borsa, quindi distante dal valore effettivo del prodotto. Enorme attenzione va posta poi sulla tipologia di lavorazione. Lo specialty può essere naturale: le ciliegie della pianta vengono essiccate al sole, la buccia si rapprende, i chicchi vengono raccolti e asciugati. Gli zuccheri vengono trasmessi organicamente tra polpa e chicco, ne risulta un caffè più dolce ma potrebbero esserci sovrafermentazioni non spontanee: è dunque una lavorazione che richiede maggior gestione e controllo. «Motivo per cui», spiega Alessandro Bignamini di Nudo Coffee, «anche alcuni naturali meno pregiati possono costare come varietà di altissimo livello, dato il consumo di tempo ed energia».

Il caffè lavato

Si parla, altrimenti, di lavato: il chicco viene spolpato, poi messo a fermentare per circa 24 ore, con l'eventuale piccola fermentazione che ne risulta utile a rimuovere la mucillagine. Il seme viene poi asciugato e pompato con acqua corrente in taniche, così che appunto si lavi, e poi essiccato. Il caffè derivante è più stabile, più acido, meno dolce ma decisamente più brillante.

E su questi toni gioca il bartender. Lo racconta Stefano Zarotti, ex barista e protagonista in latte art, oggi membro di Nonsolococktail. Per il suo Tu vuò fa’ l’Americano, twist sull’aperitivo italiano, sceglie un Honduras in moka. «Un caffè delicato, il cui carattere non è pesante o impattante, per un cocktail che funziona benissimo anche pre-dinner». Sentori di arancia, uva bianca, caramello, che si mescolano egregiamente con la parte vinosa del vermouth e le spezie del bitter, legate anche da una crusta di mandorle tostate.

Poi una proposta analcolica, che accontenti chi non può o non vuole assumere alcool e magari prediliga qualcosa di più dolce (non a caso, il caffè è una delle colonne meno conosciute della miscelazione tiki). Ecco allora una Coffe Colada, con estratto di ananas, succo di lime e crema di cocco, al quale si aggiunge un caffè Guatemala estratto in french press (grana più doppia, infusione con acqua calda per circa quattro minuti): frutta a guscio, caramello, frutta secca, una decisa dose di tropicale per un cocktail chiaramente estivo e approcciabile.

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