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Chocolate Academy, i prossimi corsi per i professionisti

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Imparare le tecniche e i segreti dei grandi maître chocolatier si può tramutare in una importante leva di business, per una pasticceria che sta cercando spunti di innovazione anche nel campo del cioccolato. Chocolate Academy Milano, grazie alla sua rete internazionale legata a Barry Callebaut, azienda leader nel settore della produzione di cacao e di cioccolato, offre corsi di formazione per professionisti in tutti gli ambiti gourmet, sia per pasticceri che per gelatieri. Da febbraio 2020 inizierà un nuovo semestre di corsi dedicati al cioccolato e rivolti ai professionisti del settore con i grandi protagonisti della pasticceria e gelateria mondiale. Ecco il programma con i nomi dei docenti della sessione di corsi, al via ai primi di febbraio. 3 e 4 febbraio Ciro Fraddanno, sul tema Variazioni di cioccolato, su come valorizzare il cioccolato in gelateria giocando con la sua presenza in un gran numero di gusti. 10 febbraio Andrea Soban, il Miglior Gelatiere d’Italia 2018, terrà il corso Il gelato secondo il mercato che spiegherà le migliori ricette per far fronte alle nuove esigenze del cliente. Tartas_JMRibé 11 e 12 febbraio Josep Maria Ribé, uno tra i migliori pasticceri di Spagna, propone il corso Tartas, concepito per dare la possibilità di scoprire le ultime tendenze, non solo a livello di estetica e gusto, ma anche in termini di design e formulazione dei dolci. 17 e 18 febbraio Ciro Fraddanno e il maestro pasticcere Stefano Laghi terranno il corso Semifreddi: bilanciatura e produzione , sui semifreddi visti come link di connessione tra una mousse e un gelato, un importante elemento sia per le pasticcerie non interessate a produrre gelato, sia per le gelaterie che vogliono destagionalizzare la loro produzione e proporre ai loro clienti un’offerta più completa. 3 e 4 marzo Jean Michel Perruchon condurrà Pasticceria francese senza tempo. Perruchon si fregia del titolo di MoF (meilleur ouvrier de France) ed è fondatore della scuola Bellouet Conseil (1989). Presenterà i dolci della tradizione francese contrapponendo versioni originali a quelle meno convenzionali e più innovative. Piovono dragées_Bourdeaux 16 e 17 marzo Alexandre Bourdeaux terrà un corso per esplorare il mondo dei dragées al cioccolato (il titolo è Piovono Dragées) e la loro produzione, affrontando anche le tematiche della brillantezza naturale del cioccolato e dell’utilizzo delle differenti tipologie di gomme. 21 e 22 aprile Davide Comaschi e Frank Haasnoot sfodereranno creatività, manualità ed esperienza, lavorando, durante il corso 2 campioni, 1 concetto, 0 scuse, senza glasse scintillanti, stampi di design, coloranti e abbattitori. Dal 5 al 7 maggio Jerome Landrieu, responsabile dell’Academy di Chicago, terrà un il corso sulle sculure Shocking Showpieces. Dal 18 al 20 maggio Melissa Coppel, famosa maître chocolatier sud americana, sarà protagonista del corso Bon Bon Ton. Proporrà una ricca selezione di cioccolatini stampati e barrette con ganache dagli accostamenti particolari. la scultura_morel Dal 25 al 27 maggio Christophe Morel, noto per la sua capacità di creare capolavori con il cioccolato, proporrà le sue sculture artistiche apprezzate durante il corso Tra cioccolato e Arte: la scultura 8 e 9 giugno Il direttore dell’Academy Albero Simionato si chiama semplicemente Cioccolato, sarà un corso mani in pasta di primo livello per scoprire come utilizzare il più irrinunciabile degli ingredienti in pasticceria: creme, cremosi, mousse, ganache, biscotti, masse montate, glasse e decorazioni. 15 e 16 giugno Silvia Federica Boldetti, talentuosa Pastry Queen, presenterè Less is more dedicato ad una pasticceria attenta alle intolleranze alimentari che valorizza la naturalità degli ingredienti e propone preparazioni salutari oltre che deliziose per il palato.

I barman più bravi? Quelli dei Grand Hotel!

A Genova la quarta edizione di 110 e Lode con 36 professionisti in gara. Sul gradino più alto del podio, Mattia Pasolini del Belmond Cipriani di Venezia. Scopri le ricette vincenti

I migliori barman sono quelli lavorano nei grandi alberghi? Probabilmente sono tra i migliori professionisti in circolazione perché rappresentano l'essenza del savoir faire dell'ospitalità italiana. Li abbiamo visti recentemente in azione alla quarta edizione di 110 e Lode, cocktail competition riservata ai barman di strutture luxury inventata in tempi non sospetti da Danilo Bellucci. 36 i professionisti in gara provenienti da tutta Italia che si sono sfidati nei saloni del Grand Hotel Savoia di Genova (4 novembre 2019) davanti a una giuria degustativa formata da Flavio Angiolillo, Beppe Deregibus e Giovanni Angelucci. Dopo un'intensa giornata di shakerate, ad affiancare i concorrenti c'erano anche i giudici tecnici Francesco Cione e Daniele Immovilli, sono atterrati sul podio: Mattia Pasolini del Belmond Cipriani di Venezia (che si è guadagnato il gradino più alto), Tiziano Zanobini del Funi 1898 di Montecatini Terme (Pt) e Flavio Scanu del Principi di Piemonte di Torino.

  • “Altro…”

    Per la cronaca, Zanobini ha sostituito all'ultimo momento Alessio Onida del Belmond Castello di Casole di Querceto Casole d'Elsa (Si). Il cocktail vincente di Pasolini è un twist dell'Espresso Martini, ribattezzato per l'occasione, Espresso fresco, a base di espresso Lavazza, Grey Goose, St. Germain, Kahlùa e sciroppo di menta piperita di Caffo.  «Sono molto soddisfatto di questa vittoria del tutto inaspettata - ha dichiarato a WeBar il vincitore - perché avevo di fronte 35 colleghi di grande esperienza che si erano preparati a dovere per la sfida genovese. Un premio, tra l'altro, che arriva al momento giusto per la mia carriera e che mi servirà da stimolo per le sfide professionali future. Sono poi contento di aver partecipato a una manifestazione che finalmente dà spazio ai barman d'albergo, spesso trascurati o sottovalutati. Ci si dimentica, infatti, che l'essenza dell'ospitalità italiana è rappresentata dai professionisti che lavorano nei grand hotel». Ovviamente soddisfatto anche il patron Danilo Bellucci che annuncia già un nuovo appuntamento: «Tutto è funzionato alla perfezione grazie all'oliata macchina organizzativa pilotata da Michele Di Carlo. La soddisfazione dei partecipanti è stata grandissima e ho ricevuto moltissimi feedback positivi anche da parte dei numerosi sponsor della manifestazione. Il clima di 110 e Lode è poi qualcosa di unico: una riunione tra amici in un'atmosfera che definirei quasi famigliare. Ora sto già lavorando al prossimo appuntamento e cioè a una nuova edizione di Order of Merit che si terrà nella primavera del 2020». C.B.

Clicca e scopri il podio dei cocktail

Mattia Pasolini

1° Classificato

Espresso fresco

Ingredienti
4 cl caffè espresso Lavazza
4,5 cl Grey Goose
1,5 cl St. Germain
1 cl sciroppo menta piperita Caffo
1 cl Kahlua

Preparazione
Shake and strain.
Guarnizione: ciuffo di menta

Tiziano Zanobini

2° Classificato

New Fashioned

Ingredienti
2 cl Prime Uve bianche
3 cl St. Germain
1,5 cl The Bitter Truth Orange
1,5 cl Oleo Saccharum arancia
2 spoon di zucchero bianco di canna
Top Fever Tree Soda

Preparazione
Build. Guarnizione: arancia essiccata,
baccello di vaniglia, twist d’arancia

Flavio Scanu

3° Classificato

Il Reale

Ingredienti
3 cl Ducato Vermouth di Torino Rosso
3 cl Ducato Vermouth di Torino Bianco
1 cl Campari
1 cl LBV Calvalas Puerto Rosso
1 cl Grey Goose

Preparazione
Build. Guarnizione: rondella d’arancia,
buccia di limone, spirale di limone,
ciuffettino di menta

Starbucks Reserve Roastery di Chicago, design degustazioni ed esperienze

Exprentiaò coffee bar Starbucks Chicago

Seattle, Shanghai, Milano, New York, Tokyo e ora Chicago nell’Illinois (Usa). La catena delle Starbucks Reserve Roasteries si è arricchita con una nuova sede, la terza negli Stati Uniti. Situata nella Magnificent Mile, una delle vie commerciali più lunghe e prestigiose al mondo, la Starbucks Roastery di Chicago, è, ad oggi, la più grande, con una superficie di 3250 metri quadrati, quasi mille in più rispetto alla Roastery di Milano, e una capienza di circa 1000 persone. L’impianto di torrefazione è in grado di tostare oltre 90mila chili di caffè l’anno; all’interno del locale lavorano circa 200 persone tra baristi, commesse, torrefattori, fornai e barman.

Silo Chicago Starbucks: chicchi di caffè come granelli di sabbia

Come per le altre sedi nel resto del mondo, la nuova è caratterizzata da un design elaborato che fonde lo stile industriale della città dell’Illinois e le sfumature verdi tipiche del brand, il tutto arricchito con elementi e opere di artisti locali. Il cuore pulsante del locale è il silos alto circa 17 metri: un’opera d’arte a forma di clessidra, dove i chicchi tostati fungono da granelli di sabbia. Il caffè, dopo la tostatura, viene inviato al confezionamento tramite i tubi in rame che scorrono sopra le teste dei clienti e in seguito venduto ai visitatori.

Caffè da chicchi invecchiati in botte

La struttura della Roastery conta cinque piani, compresa una terrazza che viene aperta nella stagione calda. Al suo interno si trovano tre coffee bar che estraggono il caffè con sette metodi diversi, dal classico espresso, passando per il filtro, l’aeropress, il siphon, il clever e il cold brew. Nel piano principale è situato lo Starbucks Reserve Coffee Bar, dove vengono preparate le bevande classiche come l’espresso, il cappuccino e il cortado. Al terzo piano ecco l’Experential Coffee Bar, dove il cliente ha l’opportunità di immergersi nell’arte e nella scienza del caffè grazie alla preparazione e al confronto fra i diversi metodi di preparazione. Al Barrel-Aged Bar al quarto piano, è possibile degustare una bevanda derivata da chicchi invecchiati in botte, e cocktail esclusivi ispirati dal caffè tra cui lo Smoked Cold Fashioned (composto da whisky leggermente invecchiato, barrel-aged cold brew con bitter aromatici servito in un bicchiere affumicato) e il Minted Cold Brew (whisky, barrel-aged cold brew, shakerato insieme a sciroppo di menta e ghiaccio tritato.

Princi Bakery & Café al secondo piano
Princi Bakery & Café al secondo piano

Inoltre, come nelle sedi di Milano e New York, è presente anche un po’ d’Italia all’interno dello Starbucks Reserve Roastery di Chicago grazie all’Arriviamo bar e alla pasticceria Princi, che propone il gusto del buon made in Italy con prodotti da forno salati e dolci, come pane fresco, pizza, focacce, torte e cornetti, preparati in loco dalla panetteria della catena milanese.

Alcune degustazioni ed esperienze proposte nella nuova Starbucks Roastery: Origin Flight - tre diversi caffè Starbucks Reserve preparati con il Clover® brewer; Chemex per due - con la sua forma a clessidra, il Chemex estrae un caffè incredibilmente morbido e godibile grazie al filtro conico a maglia stretta e alla tecnica impiegata dai nostri maestri baristi; Siphon Flight - la scienza e la spettacolarità del metodo siphon non hanno paragoni, vivi con tutti i sensi l'esperienza più incredibile del caffè; Cold Brew Flight - due caffè estratti a freddo, uno tradizionale, uno miscelato con il nitro; Brew Comparison Flight - gli stessi chicchi preparati con due metodi diversi. Un'esperienza che apre gli occhi sulle possibilità del caffè e delizia il palato degli appassionati; Abbinamento con tartufi di cioccolato - per un'esperienza di gusto completa accompagna il caffè con la selezione di tartufi al cioccolato Chocolat Uzma.

Torrefazioni: i big alzano il tiro

Torrefazioni
I principali produttori di caffè guadagnano quote di mercato puntando sull'ampliamento della gamma: in crescita le miscele monorigine e bio

Avanti piano. Il mercato delle torrefazioni in Italia continua a registrare timidi segnali di crescita: «Nel triennio 2016-2018 - afferma Giandomenico De Franco, amministratore di Competitive Data, la principale società di analisi di mercato sul mondo del caffè - il mercato ha registrato una crescita annua vicina al punto percentuale. Una tendenza che dovrebbe confermarsi anche per il 2019, con una crescita a volume superiore di quella a valore, e che pensiamo proseguirà anche per l’anno successivo. L’area più dinamica si conferma il Nord-Est, mentre il Nord-Ovest registra un lieve calo».

Una crescita lenta che però nasconde al proprio interno cambiamenti significativi: «I grandi player del mercato, a partire da Lavazza e illycaffè, stanno accelerando, puntando forte verso i locali altovendenti, che oltre a garantire fatturati importanti danno meno problemi sul fronte della regolarità dei pagamenti - afferma De Franco -. Nel triennio considerato le otto maggiori torrefazioni hanno guadagnato quasi due punti percentuali di quota di mercato a valore, mentre quelle di medie e medio-piccole dimensioni fanno fatica e in molti casi vedono deteriorarsi i loro indicatori di bilancio».

La concorrenza, intanto, aumenta: «Una serie di operatori finora focalizzati sul retail stanno guardando con maggior interesse all’horeca. Il caso Nespresso è forse il più evidente, ma non l’unico».

Si fa strada il monoporzionato

L’offerta di caffè assume contorni sempre più ampi e variegati: «L’elemento più significativo dell’ultimo triennio è stata l’esplosione del mercato del monoporzionato, che è passato da una quota di mercato dello 0,1-0,3% all’1,5-1,8%, conquistando quote significative soprattutto nella ristorazione veloce e nel segmento delle pasticcerie/gelaterie. Ma altrettanto importante è l’accelerazione che hanno impresso al mercato le principali torrefazioni investendo sull’ampliamento della gamma, in particolare in direzione delle miscele monorigine e biologiche. Una strategia accompagnata da un forte lavoro sul packaging, a partire dalle campane, per accompagnare anche visivamente questo innalzamento della qualità della proposta in modo da renderlo immediatamente percepibile da parte dei clienti del bar».

L’obiettivo è chiaro: fare in modo che il caffè si scrolli di dosso progressivamente l’immagine da commodity, cioè da prodotto di poco valore, che lo ha caratterizzato a lungo per ridargli la dignità e il valore che merita. Anche sulla scia della crescita dell’interesse verso il mondo dei caffè speciali e delle nuove modalità di servizio. «Il cold brew è uno dei prodotti su cui le maggiori torrefazioni stanno investendo di più - afferma De Franco -, anche se al momento il suo orizzonte di sviluppo guarda fondamentalmente all’export». *

La grande eredità di Gary Regan

Gary Regan

La mattina del 16 novembre un breve messaggio è apparso sulla bacheca dei social di Gary Regan, scritto da sua moglie Amy Gallagher: «Mi spiace comunicarvi che Gaz ci ha lasciato stanotte dopo un attacco di polmonite. È morto in pace e con la consapevolezza che la sua anima continuerà a vivere». Continuerà sicuramente a vivere non solo la sua anima, ma anche la sua memoria. Impressa nei libri che portano la sua firma e che sono nelle librerie, sui comodini e dietro i banchi di migliaia di barman in tutto il mondo.

Continuerà a vivere la sua memoria ogni volta che inzupperemo un dito in un Negroni per mescolarlo, come fece lui persino nel bar-museo del Savoy di Londra usando prodotti risalenti agli anni '50, e spiegando l'importanza del suo gesto («è molto importante, in quanto barman, avere un eye-contact con il tuo cliente, è per questo che ora metterò il mio dito nel suo bicchiere») con quel suo sorriso storto e beffardo. Continuerà a vivere anche per tutte quelle persone che, pur non avendolo mai sentito nominare, oggi bevono molto meglio di qualche anno fa, come conseguenza della ricerca e dei numerosi proseliti che Regan ha avuto negli anni. “Gaz” lascia la sua eredità ai tanti barman che ha formato – direttamente o indirettamente – in tutto il mondo.

In poche ore dalla sua dipartita migliaia di pensieri e omaggi arrivano su ogni piattaforma online, come quello di Don Lee (bartender newyorkese di fama mondiale, nonché fondatore di “Cocktail Kingdom”), che lo ringrazia per l'incoraggiamento che gli ha dato nel crescere quando era solo un cliente curioso, e per aver negli anni avuto quasi il ruolo di un familiare.

Gary Regan cocktail revolution New YorkGary Regan è parte di quella manciata di personaggi da bancone come Audrey Sanders, Dale De Groff o Sasha Petraske, che da New York hanno portato la “cocktail revolution” in ogni angolo del pianeta, arrivando perfino a formare i più noti professionisti italiani. Ce lo ricorda un Patrick Pistolesi che cita The Joy of Mixology come libro che gli ha cambiato la vita quando ancora era poco più che un ragazzino dietro un bancone. Più avanti sarà proprio lui a scrivere la prefazione della traduzione italiana del The Gin Compendium, tracciandolo come uno dei momenti più importanti della sua carriera.

Una rock star della miscelazione

Regan inizia a lavorare come barman appena quattordicenne, come unica e ovvia conclusione del fatto che i suoi genitori avessero due pub nella cittadina del Lancashire dove è nato. In cerca di nuovi stimoli, a 22 anni vola negli Stati Uniti. È il 1972 e il suo lavoro dietro il banco è e sarà per molti anni qualcosa di molto simile a quello del gestore di un pub: tra clienti fissi, chiacchiere pigre e molti whisky lisci.

Gary Regan_Finger
Nel post di cordoglio, il bartender Don Lee ha ricordato la volta che convinse Gary Regan a farsi rilasciare i calco del suo dito con il quale mescolava il Negroni

Dopo quasi trent'anni di bancone inizia il suo passaggio da bartender a giornalista, quando nel 1990 inaugura la sua colonna mensile su Food Arts Magazine. Di lì a poco uscirà The bartender's bible, il primo di una lunga serie di libri e di articoli di giornale che lo eleveranno a guru della nostra industry. Terminerà il suo lavoro full-time dietro il banco all'inizio degli anni '90, dedicandosi alla scrittura e ad altre innumerevoli iniziative dentro e fuori dal bar, come il progetto benefico Wine to Water, un’organizzazione no profit che si occupa di portare acqua potabile nei paesi in via di sviluppo, alla quale ha donato e spinto a donare tanti membri della comunità dei barman americana almeno una volta l'anno le proprie mance di una sera. Una cosa che lui ha continuato a fare fino a oggi, quando saltuariamente ricopriva il ruolo di “bartender emeritus” al Dead Rabbit di New York.

Attraverso la sua scrittura schietta, le sue abitudini da scapestrato, il suo essere al contempo fuori dalle righe ma anche sempre la persona che vorresti accanto in qualsiasi occasione, si guadagnerà di buon diritto un “poster nella cameretta” di ogni barman che prenda sul serio il proprio lavoro.

Ma attenzione, lui sarebbe il primo a non voler che lo si prendesse e che ci prendessimo troppo sul serio. Lo dimostrerà in occasione del Tales of The Cocktail del 2016, quando Bacardi invitò alcune leggende a scrivere una “lettera a un giovane bartender”. In poche righe Gaz fotografò un'intera industry, mettendone in luce i pregi e giustificandone i difetti, ma soprattutto riportò al centro della conversazione il concetto di “Ospitalità”. Queste furono le sue semplici e dissacranti parole; uno degli ultimi grandi insegnamenti che questa rock star della miscelazione ci ha lasciato:

Caro Giovane Bartender,

Non chiedere mai a una donna di quanti mesi è incinta. Credimi.

Il poeta Maya Angelou probabilmente non pensava alla nostra professione quando disse questo, ma sicuramente l'esempio è ben calzante nel nostro caso: “Ho imparato che le persone dimenticheranno cosa hai detto, dimenticheranno cosa hai fatto, ma non dimenticheranno mai come le hai fatte sentire.

Le persone non dimenticheranno mai come le hai fatte sentire.

Se avrai un futuro dietro il banco, dovrai sicuramente imparare come fare un drink decente, ma oltre a questo avrai davanti lunghe ore in cui trascinerai il ghiaccio giù dal magazzino, taglierai zest di limoni, spremerai succhi di frutta e pulirai ogni centimetro del tuo bar prima, durante e dopo ogni servizio.

Dovrai anche imparare a intagliare il ghiaccio e a fare tante di queste cose senza senso per essere al passo con i tempi, e dovrai conoscere i profili di ogni singolo ingrediente che usi dietro il bar.

E, parliamoci chiaro, chiunque è fondamentalmente in grado di fare tutto questo.

Non tutti però, riescono a far star bene i propri clienti. E se tu riuscirai a farlo, loro non ti dimenticheranno mai. I tuoi ospiti non dimenticheranno mai come li hai fatti sentire.

C'è una enorme competizione nella nostra comunità di bartender, e sarai tentato di superare ogni limite per portare l'attenzione su di te. Potresti disegnare sulla tua pelle una dozzina di bei tatuaggi oppure farti crescere dei lunghi baffi. Potresti imparare qualche bel movimento da fare dietro il banco oppure, se sei una donna, potresti indossare magliette succinte e tracannare shot di whisky. Tutto questo sicuramente aiuterà a far parlare la gente di te, non credi?

E non importa se sei maschio o femmina, una bella dose di makeup è un gran modo di attirare l'attenzione su di te, quindi se è quello che vuoi, fallo. Non essere timido. Fallo.

Forse, invece di giocare sulle tue peculiarità fisiche, ti addentrerai nella miscelazione molecolare e porterai la gente a parlare, che so, della tua abilità nel fare drink che hanno lo stesso sapore di una Bouillabaisse o una torta Pavlova. Oppure sceglierai di specializzarti sui classici, e conoscerne alla perfezione il bilanciamento.

Vedrai che tutte queste cose, unite a pazienza e duro lavoro, porteranno a un risultato. La comunità del cocktail ti acclamerà, i media parleranno di te e magari finirai in televisione. Potresti essere chiamato a parlare del tuo lavoro in grandi manifestazioni come Tales of The Cocktail e numerosi tuoi fan verranno da tutto il mondo a onorare le tue abilità.

Non c'è nulla di male in tutto ciò, credimi. Ma se tu, per anche solo un secondo, per il solo fatto di essere al centro dell'attenzione comincerai a credere di essere migliore di quel barbone che chiede l'elemosina alla fermata dell'autobus, sappi che non starai facendo un favore a te stesso, e non lo starai facendo nemmeno a tutta la comunità di bartender che tu rappresenti.

NON PRENDERTI TROPPO SUL SERIO, GIOVANE BARTENDER. In fondo versi alcool nei bicchieri per guadagnarti da vivere, e non è poi una cosa così grande.

Se però farai sentire bene un tuo ospite, ecco, quello è qualcosa di cui potrai andare orgoglioso. Non ti renderà comunque migliore di chiunque altro, ma potrai dormire tranquillo sapendo che, nel tuo piccolo, stai cambiando il mondo.

Cambiando il mondo? Sì. Stai cambiando il mondo. Rendi un ospite più felice di come è entrato quando uscirà dal tuo bar e avrai cambiato il mondo. È molto semplice. E se un milione di altri barman faranno lo stesso quella stessa notte, tutte quelle vibrazioni positive che diffonderanno si potranno percepire in tutto il globo. Sì, i barman possono cambiare il mondo.

Per parafrasare Mr. Angelou: le persone dimenticheranno ciò che hai detto, dimenticheranno ciò che hai fatto, e non importa quanto ti vestirai o apparirai in maniera eccentrica, dimenticheranno anche questo. Ma quelle persone non dimenticheranno mai come le hai fatte sentire.

Invidio il tuo cammino,

Lot of Love,

Gary Regan

Il Vermouth di Torino è… di Torino. Lo conferma l’Unione europea

Vermouth di torino

Il Vermouth di Torino è… di Torino. Si è concluso con parere favorevole da parte della Commissione europea l’iter del fascicolo tecnico che tutela l’Indicazione geografica dello storico aperitivo torinese. Un riconoscimento fondamentale per questa eccellenza enologica italiana che, dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, permetterà di dare applicazione al disciplinare a tutela del prodotto in tutti i Paesi europei.

Il percorso, che ha condotto a questa importante tappa, è frutto di un’esigenza rilevata dai produttori a salvaguardia della qualità del prodotto, della sua rilevanza storica e dei consumatori dal rischio di imitazioni. Un iter avviato circa vent’anni fa che ha trovato il suo primo compimento nel marzo del 2017, quando il ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali ha accolto la richiesta della Regione Piemonte e ha riconosciuto l’indicazione geografica “Vermouth di Torino / Vermut di Torino". Un passo che ha portato alla nascita dell'Istituto del Vermouth di Torino, l’associazione costituita da 18 produttori per valorizzare, promuove ed elevare la qualità del prodotto. Nello stesso anno nasceva il Consorzio del Vermouth di Turino, che ha il compito di tutelarne l’indicazione geografica.

«L’obiettivo di questo percorso era posizionare il Vermouth in cima alla piramide qualitativa, tutelandone anche gli aspetti di origine, dal campo di coltivazione delle erbe officinali fino all’imbottigliamento – ha spiegato Roberto Bava, presidente dell’Istituto del Vermouth di Torino –. Abbiamo voluto realizzare un disciplinare coraggioso che distinguesse il Vermouth di Torino dagli altri vini aromatizzati, dettagliandone il grado alcolico e la provenienza geografica degli ingredienti, distaccandolo completamente dagli altri Vermouth. Siamo orgogliosi di questo ulteriore riconoscimento, raggiunto grazie al lavoro congiunto dei produttori, di Federvini, della Regione Piemonte, del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali e della Commissione Europea».

Miglior panettone Fipgc, i vincitori

Vincitori Miglior Panettone del Mondo (2)
I vincitori del concorso Miglior Panettone del Mondo:

Il concorso Miglior panettone del mondo Fipgc, organizzato dalla Federazione internazionale pasticceria, gelateria e cioccolateria, ha visto il trionfo di panettoni made in Italy. Al concorso hanno partecipato in 165: tra loro anche pasticceri stranieri, provenienti da Spagna, Giappone, Cina, Usa, Serbia, Bolivia e Perù, che hanno provato a cimentarsi con il dolce natalizio italiano per eccellenza.

Vincitori Miglior Panettone del Mondo (2)
I vincitori del concorso Miglior Panettone del Mondo: Ganluca Cecere e Bruno Andreoletti

Panettone classico, Napoli e Brescia sugli scudi

Ecco i vincitori del concorso internazionale indetto dalla Federazione. Per la categoria panettone classico sono Gianluca Cecere, napoletano della Pasticceria Baiano, e Bruno Andreoletti, bresciano, entrambi poco più che trentenni. Cecere è già campione italiano di pasticceria, gelateria e cioccolateria FIPGC 2018 e terzo classificato al Campionato mondiale di pasticceria FIPGC 2019 tenuto lo scorso ottobre. Ha conquistato la giuria con un panettone classico con un aromatico gioco di arance e limoni canditi, che richiamano il profumo della costiera sorrentina. Grande equilibrio, profumo e morbidezza anche per il panettone di Andreoletti, trentaduenne con la passione per i dolci da quando aveva 13 anni e oggi proprietario di due locali a Brescia.

Vincitori Miglior Panettone del Mondo (1)
La vincitrice della categoria Miglior panettone farcito,Maria Spadola

Miglior panettone farcito e premi speciali

Per la categoria panettone farcito ha vinto Maria Spadola, 27 anni di Rionero in Vulture (Potenza), che ha trionfato con un panettone alla crema al cioccolato, whisky e arancia. I premi speciali sono andati allo chef giapponese Yahei Sukuzi, al napoletano Luigi Conte per l’innovazione della farcitura - suo il panettone con un babà all'interno - e alla pasticceria Stratta di Torino, che ha ideato una farcitura con una ganache di cioccolato all’acqua. Tra gli stranieri premiati anche due pasticceri spagnoli, Arguellez Fernandez e Enrique Asencio. La giuria era composta dal presidente della Federazione Roberto Lestani e da Matteo Cutolo, Enrico Casarano e dai maestri pasticceri pluripremiati a livello internazionale Mario Morri e Gianni Pina.

Tre macchine espresso nell’Adi Design Index 2019 aspirano al Compasso d’Oro

Copertina Adi Design Index 2019

Nelle macchine verticali a vapore, poi in quelle a leva ed infine nelle espresso, i produttori italiani da sempre hanno unito la tecnologia più avanzata alla creatività e al design, un segno peculiare del made in Italy. Più di un’apparecchiatura è stata selezionata nell’Adi Design Index, la selezione che l’Osservatorio permanente del Design Adi compie ogni anno, individuando prodotti che si distinguono per originalità e innovazione, per i processi di produzione adottati per i materiali impiegati e il rispetto dell’ambiente. Tra i 226 prodotti, servizi e progetti di design segnalati per il 2019, alla sezione Food Design ci sono tre macchine espresso: la Faema E71E del Gruppo Cimbali, Rancilio Specialty RS1 del Rancilio Group e la V6 de La San Marco. La selezione 2019 è importante non solo per il suo rigore (le candidature presentate quest'anno erano 970) ma perché con la selezione dello scorso anno (172 prodotti e progetti), completa la scelta che sarà sottoposta nel 2020 alla giuria internazionale del XXVI Compasso d'Oro, il più antico e autorevole premio mondiale di design.

Macchina espresso Pitagora de LaCimbali

Il design italiano è una risorsa essenziale per molti settori produttivi. «Lo stesso concetto di Made in Italy è il terzo marchio più conosciuto a livello mondiale, anche grazie alla capacità di differenziare i prodotti e di elevarne la qualità e la percezione – ha osservato Vincenzo De Luca, direttore generale per la promozione del sistema Paese (Ministero degli Affari Esteri) -. Il design italiano è figlio della nostra storia e della nostra cultura, di una secolare attenzione alla bellezza, unita a una fiorente tradizione artigianale e a una forte attitudine all’innovazione». L’unica macchina espresso a ottenere il Compasso d’Oro a oggi è stata la Pitagora de LaCimbali disegnata dai fratelli Achille e Pier Giacomo Castiglioni nel 1962. Le tre ora selezionate si distinguono per il design ricercato unico ad ergonomia e sostenibilità.

Faema E71E

La Faema E71E del Gruppo Cimbali è stata progettata da Nicola Guelfo e Massimo Borrelli possiede novità ergonomiche come una pulsantiera con pulsanti su un piano inclinato, nuove impugnature dalla geometria ridisegnata disponibili anche in legno e nuove lance vapore più lunghe e snodate, all’insegna della flessibilità.

Rancilio Specialty RS1

 

Rancilio Specialty RS1 di Rancilio Group, progettata da Momodesign, ha un design iconico e funzionale, studiato per migliorare il flusso del lavoro. I portafiltri in acciaio inox hanno impugnatura ergonomica soft touch e assicurano stabilità in fase di pressatura. L’altezza è ribassata per facilitare l’interazione con il cliente ed è realizzata in gran parte con materiali riciclabili nel rispetto dell'ambiente.

V6 de La San Marco

La V6 de La San Marco, disegnata dallo studio Bonetto Design Center è ispirata al mondo del motosport anni '60-'70. Scolpita e muscolosa, questa sei gruppi con postazioni di lavoro fronteggianti, ha scocca in acciaio idroformato, con una finitura verniciata e vetro temperato. Sostenibile anche per quanto riguarda il consumo di energia. Le finestre trasparenti sui lati stupiscono e mettono in luce la precisione delle lavorazioni interne.

 

L’Atla di New York: il messicano come non te l’aspetti

Atla
Si afferma la nuova generazione di locali etnici, che fonde cucina delle origini con quella locale. Come Atla, a New York

Per anni il ristorante doveva essere tipico (e anche etnico): la trattoria emiliana, la pizzeria verace, il giapponese autentico, la gelateria artigianale. C’è stato un periodo in cui l’autenticità era un dogma rappresentato dall’originalità/provenienza e iconicità dei prodotti: i menu sono ancora percorsi da descrizioni sull’origine delle mozzarelle, delle uova, del sale.
In un periodo di mezzo è emersa la tendenza fusion, ma solo il termine metteva ansia e faceva confusione. Poi con l’evolversi della città come fulcro delle tendenze food è emersa una modernità fatta di contaminazioni, azzardi, ingredienti esotici. New York ne è il centro e il termine “american” ha iniziato a contaminare l’originalità della cucina italiana, di quella giapponese, messicana, nigeriana. “Italian american”, “nigerian american”: ricette tradizionali reinterpretate con ingredienti urbani, presentate in modo diverso dall’usuale, ma sempre collegate all’originale. Più semplici e belle a vedersi, fotografabili e accessibili a tutti e dunque dal fatturato potenziale maggiore.

Il fast casual di Atla

Atla ne è un bell’esempio: è il locale fast casual di New York di Enrique Olvera, chef del Pujol di Città del Messico, dodicesimo nella classifica The World’s 50 Best Restaurants, e di Daniela Soto-Innes, migliore chef donna del 2019 sempre per 50 Best, già soci nel Cosme.
Il nuovo locale, ai primi posti in gran parte delle classifiche del gradimento dei clienti, incarna il nuovo spirito della ristorazione di New York: semplicità, freschezza e innovazione. In teoria è un ristorante messicano o, per meglio dire, un “mexican american”, ovvero una reinterpretazione della cucina messicana secondo i canoni della modernità, canoni che arrivano anche all’interior design del locale. Quindi dimenticate la cantina, il chili e le pietanze piccanti, i sombreri alle pareti. E pensate invece a un esercizio ancora più difficile: oltre il design e le ricette, l’esperienza di Atla è totalmente all day long: colazione, brunch domenicale, pranzo, snack, aperitivo e cena. Un locale che si adatta nell’offerta alle esigenze delle persone durante la giornata, senza perdere l’identità. La zona aiuta: Atla si affaccia anche con un dehors su Lafayette Street in piena Noho (North of Houston Street), uno dei quartieri più trendy di New York.

Convivialità allo stato puro

Quando arrivi da Atla ti colpisce la sua semplicità, la pulizia del linguaggio e l’atmosfera rilassata che contrastano con la qualità e notorietà del locale. Ti aspetti i fuochi di artificio e invece ti sembra di entrare nell’atmosfera del bar di paese, convivialità allo stato puro. È questa la chiave vincente di Atla: mettere a proprio agio il cliente concentrandosi sull’offerta. Poi ti guardi intorno e scopri l’intero cast della serie Modern Family che pranza in tranquillità. Il locale è contraddistinto da grandi vetrate su strada che danno visibilità, sul fondo un banco in pietra, pareti e infissi di colore grigio. Sul fondo, un’illustrazione di Rachel Levit Riutz che ha curato tutta l’immagine del locale.

Dalla colazione alla cena

Il servizio rispetta il locale, semplice e amichevole e con una connotazione messicana. Da Atla esistono 4 menu: quello della settimana, quello del week end, quello delle bevande e quello dei cocktail. Forse il prodotto più unico e sorprendente, che ti rimane nel cuore perché torni bambino, è Agua fresca, una selezione di acqua con orzata (l’orzata italiana), allo yuzu e tamarindo, all’ananas e alla cannella, tutte a 6 $. Il caffè è con leche (4 $), la cioccolata calda messicana (4 $), il tè freddo (3 $) è l’affumicato Lapsang Souchong. Per la prima colazione, servita però fino alle 13, i piatti più golosi sono lo yogurt al cocco con mirtilli (15 $), il toast al formaggio di capra e guacamole (16 $) e le uova strapazzate alla messicana (15 $) tutti serviti con l’opzione di tortillas calde (4 €). A pranzo e cena invece gran parte dei piatti sono da condividere e sono serviti con una base di tortilla o tortilla calde a parte: Salmerino con formaggio fresco (16 $), ceviche di aragosta (30 $), taco del pastor con formaggio e cavolo bbq (16 €), fish milanese (impanato, 24 $). Il dolce è un altro tuffo nel passato: churros caldi (ma fatti a ciambella) da inzuppare nella cioccolata calda speziata messicana. Ampia carta di vini, mezcal (divisi per regione) e Tequila e relativi cocktails. Birre messicane (ma niente Corona).

Alla scoperta del vermouth con l’incontro targato Istituto del Vermouth di Torino

vermouth Torino

Una giornata per scoprire tutti i segreti del Vermouth di Torino, la genesi, l’evoluzione, le caratteristiche, le materie prime, l’uso in miscelazione. L’appuntamento è per sabato 16 novembre a Torino, presso la sede dell’Ais (Associazione italiana sommelier) Piemonte, con l’incontro organizzato dall’Istituto del Vermouth, l’associazione che rappresenta e tutela la storica bevanda torinese in Italia e nel mondo, tutto dedicato al vino aromatizzato.

All’evento prenderanno parte i 18 soci dell’Istituto, che presso i loro desk presenteranno e proporranno in degustazione le loro etichette: Berto, Bordiga, Calissano, Carlo Alberto, Carpano, Casa Martelletti, Chazalettes, Cinzano, Giulio Cocchi, Del Professore, Drapò, Gancia, La Canellese, Martini & Rossi, Peliti’s, Sperone, Tosti 1820, Vergnano.

Con la guida dei produttori e dei sommelier Ais Piemonte, che ha collaborato all’organizzazione dell’iniziativa, si potrà così scoprire lo storico aperitivo torinese in purezza o miscelato, per esempio con tonica, evoluzione della tradizionale proposta con soda, accompagnandolo con alcune eccellenze gastronomiche piemontesi, tra le quali il gianduiotto o le nocciole Piemonte Igp.

Ad animare la giornata due interessanti seminari tenuti da grandi esperti della materia. Il primo (ore 16) a cura di Pierstefano Berta, studioso del vermouth, e Giusi Mainardi, docente presso l’Università di Torino e studiosa delle valenze storiche, culturali e simboliche che riguardano il mondo della vite e del vino, dal titolo Imparare a conoscere il Vermouth di Torino: la verve di un simbolo della tradizione piemontese, ricette segrete, uso di erbe e spezie e profili sensoriali, avrà un particolare focus sulle artemisie, ingrediente fondamentale del prodotto.

Il secondo (ore 18) con Fulvio Piccinino, bartender e tra i massimi esperti della liquoristica nazionale, dal titolo Com’è nato il Vermouth di Torino. Storia di una magica alchimia, che ne ripercorrerà la storia e l’evoluzione.

Come partecipare

L’incontro sul Vermouth di Torino è in programma sabato 16 novembre (a partire dalle 16) presso la sede Ais Piemonte, in via Modena 23, a Torino. Il costo d’ingresso è di 10 euro e comprende i seminari e le degustazioni.

Per maggiori informazioni e prenotazioni: www.aispiemonte.it oppure scrivere all’indirizzo email segreteria@aispiemonte.it

Un pack in cartone riciclabile per Acqua Fonte Margherita

Acqua Fonte Margherita

Riciclabile, comoda da trasportare e da conservare, bella da esibire. È il nuovo pack di Fonte Margherita che per la sua acqua ha scelto una confezione amica dell’ambiente e interamente realizzata in cartone riciclabile. Il nuovo pack è disponibile in tre formati, 0,50, 0,33 e 0,25 l, all’interno dei quali è custodita l’acqua oligominerale delle Piccole Dolomiti, naturalmente povera di sodio, che sgorga dalla sorgente Camonda.

Il design della confezione è frutto della collaborazione di due professionisti che provengono da mondi diversi e che hanno trasferito nel nuovo prodotto le proprie visioni. La grafica, tutta all’insegna delle contaminazioni, è frutto di Francesca Chiani, proveniente dal fashion, che ha trasposto sul pack la sua esperienza nel mondo della moda. Le diverse illustrazioni sono opera di Ale Giorgini, disegnatore vicentino che ha esposto a New York, Parigi, Tokyo e Shanghai, che ha invece impreziosito la confezione con disegni ispirati all’arte Futurista, ma declinata in chiave contemporanea.

Le imposte per le ditte individuali; le scelte per gli immobili strumentali

Imposte ditte individuali
Le valutazioni da fare su beni personali, aziendali e su quelli a uso promiscuo. Cosa concorre a formare il reddito d'impresa e cosa no. Le scelte da fare sugli immobili strumentali di proprietà

Per le ditte individuali, il concetto chiave da considerare nella determinazione dei costi è l’inerenza: sono deducibili esclusivamente i costi sostenuti per le necessità dell’azienda. L’inerenza consiste nella possibilità che il costo sostenuto porti un’utilità (diretta o mediata) all’attività d’impresa. Di conseguenza è inerente un costo correlato, anche se in via indiretta, potenziale o futura, all’attività d’impresa a prescindere dai maggiori ricavi che effettivamente abbia fatto conseguire. L’inerenza sussiste anche se il costo è correlato a un’attività potenzialmente idonea a produrre utili, anche se non direttamente collegato a una specifica componente reddituale.

Per contro non sono, invece, deducibili i costi sostenuti per finalità estranee all’attività dell’impresa, per esempio per le necessità della vita privata o familiare. L’inerenza è necessaria anche per poter effettuare la detrazione dell’Iva sull’acquisto di beni e servizi.

Proventi e costi personali o familiari

I proventi e i costi riguardanti esclusivamente la sfera personale non entrano, quindi, a formare il reddito di impresa. Così, per esempio, gli interessi sul conto corrente dell’azienda entrano a formare il reddito di impresa, quelli sul conto personale o familiare no; analogamente, gli acquisti di merci, strumenti, beni o servizi utilizzati per l’azienda sono deducibili, quelli personali o familiari no.

Utilizzo promiscuo

Nelle ditte individuali talvolta i beni mobili possono essere utilizzati sia per l’azienda sia per la sfera personale o familiare (cosiddetto utilizzo promiscuo): in questi casi la deducibilità fiscale è consentita forfettariamente per il 50% delle spese sostenute. Anche per gli immobili utilizzati promiscuamente è deducibile il 50% dei canoni di locazione, anche finanziaria, o della rendita catastale (non è quindi possibile l’ammortamento) e delle spese per il loro impiego, a condizione che il contribuente non disponga di altro immobile adibito esclusivamente all’esercizio dell’impresa.

Non sono ammesse in deduzione - per le ditte individuali - i compensi per il lavoro prestato o l’opera svolta dall’imprenditore, dal coniuge, dai figli, da affidati o affiliati minori di età o permanentemente inabili al lavoro, dagli ascendenti o dagli altri parenti o affini che partecipano all’impresa familiare a cui, in tale veste, è già attribuita una quota del reddito dell’impresa.

Quindi per i familiari che partecipano all’impresa familiare o per il coniuge dell’azienda coniugale sono deducibili solo le quote previste per tale partecipazione.

Per contro, ai partecipanti all’impresa familiare non sono imputate eventuali perdite di impresa; restano totalmente in capo al solo titolare.

Fanno eccezione alla deducibilità del 50% le auto per il trasposto di persone, i cui costi sono deducibili solo nella misura del 20%, anche se usati esclusivamente per l’impresa. La relativa Iva è detraibile al 40%. Le auto date in uso, anche personale, ai dipendenti, se viene tassato il relativo fringe benefit, sono deducibili nella misura del 70% solo se sono immatricolate per il trasposto di persone.

Gli immobili strumentali

Per gli immobili strumentali non a uso abitativo in proprietà, per quelli in locazione finanziaria e per quelli in locazione ordinaria (affitto), è deducibile solo la quota dei costi utilizzati per l’attività di impresa.

Per le imprese individuali si può scegliere se inserire gli immobili nell’impresa, deducendo i relativi costi e tassando i proventi, o se trattenerli nella sfera personale, non deducendo i costi ma non tassando eventuali plusvalenze in caso di cessione dopo cinque anni dall’acquisto. Vi è una differenza anche ai fini Iva: se l’immobile è acquistato a titolo personale, l’eventuale Iva è indetraibile. E se il cedente esercita l’opzione per la non applicabilità dell’Iva, è assoggettato a imposta di registro. Se invece l’immobile è inserito nell’attività di impresa (e non è accatastato come abitazione) l’Iva è detraibile.

L’introduzione di un immobile strumentale nel regime fiscale di impresa consente vantaggi immediati (deduzione di ammortamenti, canoni di leasing, eventuali interessi e altri costi), ma comporta che alla vendita si potrà generare una plusvalenza. Si genera una plusvalenza figurativa tassabile anche in caso di cessazione dell’attività d’impresa con mantenimento della proprietà dell’immobile in capo all’ex imprenditore. L’inserimento ai fini fiscali nell’impresa avviene tramite la registrazione dell’acquisto con detrazione dell’Iva o con indicazione sul libro degli inventari o, per i soggetti in contabilità semplificata, sul registro dei beni ammortizzabili o sulla parte del registro Iva degli acquisti che sostituisce tale registro.

Per gli immobili non strumentali l’inserimento nell’impresa non conviene: i relativi costi non sono infatti deducibili.

Beni strumentali provenienti dal patrimonio personale

Soprattutto nei primi periodi di attività è frequente l’utilizzo nell’attività di impresa di beni strumentali posseduti prima dell’inizio dell’attività dell’impresa, ad esempio l’autovettura.

Questi beni devono essere inseriti tra i beni dell’impresa e sono valorizzati, registrati sul libro degli inventari, dei cespiti ammortizzabili o sul registro acquisti tenuto ai fini iva. I relativi valori saranno deducibili come costì (ammortamenti) dall’esercizio di immissione nella sfera imprenditoriale, come se fossero stati acquistati.

Per i beni mobili strumentali non iscritti in pubblici registri (mobili, computer, attrezzature), la valutazione deve essere calcolata come segue: (Dpr 689/1974):

  • Se è disponibile a documentazione dell’acquisto, il costo di acquisto maggiorato degli oneri accessori di acquisto (montaggio, installazione, trasporto, immatricolazione, eccetera), compresa l’iva non detratta.
  • In caso contrario, il “valore normale” (prezzo di mercato) alla data di immissione.
  • Per i beni strumentali iscritti in pubblici registri (autovetture, furgoni), il costo è rappresentato dal valore risultante da contratti registrati o dalla dichiarazione di successione o, in mancanza, dal prezzo indicato nell’atto di acquisto, maggiorato degli oneri accessori di diretta imputazione, compresa l’iva non detratta.

In tutti i casi è possibile maggiorare il costo di acquisto nella misura del 3% per ogni anno o frazione d’anno superiore a sei mesi intercorso dall’acquisto.

Da questi valori deve essere sottratto un importo pari agli ammortamenti figurativi dalla data di acquisto alla data di immissione nell’impresa, calcolati secondo le aliquote fiscali massime. Da ciò consegue che, ad esempio un’auto acquistata come privato da più di 5 anni sarà immessa a valore zero, perché interamente ammortizzata.

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