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IceTop, ghiaccio certificato dal Trentino

IceTop
Solo acqua delle alpi trentine e un processo di lavorazione innovativo grazie alla tecnologia hoshizaki. Icetop, il nuovo brand di ghiaccio alimentare confezionato premium, si presenta al mondo dei locali

Puro, cristallino, di altissima qualità e certificato. È con questo biglietto da visita che si presenta al mondo dei locali IceTop - Ghiaccio puro del Trentino, il brand di ghiaccio premium prodotto da Ghiacciopuro, una nuova realtà industriale con sede a Rovereto (Trento), che quest’anno ha fatto il suo esordio nel mercato del ghiaccio alimentare confezionato.
Il nuovo progetto industriale è frutto dell’iniziativa dei due soci Mauro Franzoni, patron di Acqua Levico, e l’imprenditore Matteo Colombi, che hanno dato vita alla nuova realtà con un obiettivo ben preciso: offrire ai professionisti del beverage un prodotto sicuro, di alta qualità e declinato in una serie di soluzioni che consentano di rispondere a ogni esigenza di baristi e bartender.

Cubi, cubotti e sfere

Quattro, infatti, le tipologie di ghiaccio a marchio IceTop. Si comincia con quelle più classiche, quali i cubetti (28x28x32 mm, da 23 g), pieni e dall’alto potere refrigerante, ottimi per raffreddare ogni drink e bevanda, e con il ghiaccio granulare (8x8x15 mm, da 5 g), perfetto per tutti i tipi di cocktail “caraibici”, in particolare per i pestati, entrambe disponibili in confezioni da 2 kg. A queste si aggiungono poi il Cubotto, un maxi cubo di ghiaccio purissimo (48x58x48 mm, da 120 g), personalizzabile, pensato per esaltare distillati di pregio e dare un tocco distintivo al servizio e alla presentazione delle bevande, forniti in confezione da 24 pezzi, e le sfere (diametro da 45 mm, da 45 g), eleganti, compatte e cristalline, ideali per esaltare le qualità dei cocktail, sempre in confezione da 24 pezzi.

Acqua incontaminata e tecnologia innovativa

Tutti prodotti che si contraddistinguono per l’elevata qualità, frutto della combinazione di due elementi fondamentali: un’eccellente materia prima e un processo produttivo all’avanguardia. La prima è costituita da acqua purissima che sgorga dal cuore delle Alpi trentine e che la presenza infinitesima di minerali rende perfetta per massimizzare la resa qualitativa in termini di purezza e densità del ghiaccio. Acqua che viene lavorata con l’innovativa tecnologia a “celle chiuse” della giapponese Hoshizaki, tra le maggiori realtà mondiali del settore della refrigerazione, specializzata nella produzione di fabbricatori professionali di ghiaccio. Tecnologia che garantisce forme geometricamente pure, una superficie di scambio termico ottimizzata, anche grazie all’assenza di cavità interne, e, soprattutto, la produzione di ghiaccio ad alta densità che conferisce ai cubetti un coefficiente di scioglimento molto basso. Un requisito, quest’ultimo, fondamentale per assicurare che il ghiaccio si mantenga integro nel tempo, raffreddando la bevanda senza diluirla e preservandone intatte tutte le proprietà organolettiche.

Accademia Branca presenta la nuova offerta formativa per futuri bar manager

Accademia Branca

Sarà presentata nel corso dei due open day, in programma il 3 e il 10 febbraio (in due fasce orarie: alle 11 e alle 15) a Milano presso la sede di Fratelli Branca Distillerie, Percorso 2020, la nuova edizione del percorso didattico di Accademia Branca dedicato alle eccellenze del bartending, di cui a breve si apriranno le iscrizioni. Un’occasione per conoscere approfonditamente l’intero programma dei corsi, il parterre di docenti e ascoltare le testimonianze dei professionisti che hanno preso parte alle precedenti edizioni del Percorso.

Questo è caratterizzato da un’offerta formativa pensata per chi già padroneggia l’arte della miscelazione e vuole affrontare nuove sfide professionali, dal diventare bar manager fino a intraprendere una carriera imprenditoriale, attraverso un programma didattico trasversale che tocca tutti gli aspetti legati alla gestione e valorizzazione di un locale.

Aperto a soli 25 professionisti, per la selezione dei quali è previsto un test di ammissione e la valutazione del curriculum, il Percorso è strutturato in 6 moduli, ognuno da 2 o 3 giornate (lunedì, martedì e saltuariamente il mercoledì) per una durata complessiva di 6 mesi, ognuno dedicato a una diversa area di studio e curato da docenti qualificati.

Più nello specifico, il modulo Gestione delle risorse umane è focalizzato su come scegliere, selezionare e, quindi, contrattualizzare i collaboratori, e come creare un team coeso, affrontando anche il tema di come interagire con lo staff, i diversi stili di leadership e la gestione del team, compresa la gestione dello stress. Prima di tutto l’individuo, invece, approfondisce i metodi per coltivare le proprie attitudini interiori e gestire al meglio la propria energia, sia fisica che mentale, per imparare a relazionarsi con la clientela in modo efficace e a trasformare i propri valori personali in veri e propri elementi di arredo del locale, per dargli un’identità specifica. Al centro del modulo Oltre il cocktail c’è analisi degli strumenti per una gestione vincente: i temi che saranno affrontati vanno dalla creazione della bottigliera come valore strategico per il locale a quella della drink list, anche in termini di costo e di competitività, ai metodi per imparare a gestire il tempo, imparando a delegare, e a controllare lo stress. Gestione delle grandi realtà si propone di insegnare, appunto, a gestire anche grandi realtà, garantendo una redditività soddisfacente. Al centro del modulo il ruolo del barmanager come guida dei barman e l’analisi dei diversi aspetti economici della gestione di un locale, dai metodi per tenere sotto controllo i costi alla logica degli acquisti, dall’organizzazione del magazzino alla creazione di un rapporto di fiducia con i fornitori fino all’analisi di menu intelligenti per il bar food. Ieri e oggi: storia e costruzione del drink è focalizzato invece sulla storia della miscelazione, spaziando dal Nord America a Cuba e Haiti passando per Kingston e arrivare infine in Europa. Alla parte teorica si aggiunge un laboratorio pratico, con esempi di ricette e prodotti iconici e una parte dedicata alla sperimentazione diretta sulla base delle informazioni apprese. Infine, spazio alla comunicazione con Comunicare è un’arte, modulo di Accademia Branca che si propone di fornire le competenze necessarie per utilizzare la comunicazione digitale, illustrando le tecniche utili a raccontare la propria attività, senza trascurare il tema della customer satisfaction, della personalizzazione del prodotto e dei valori del brand da raccontare.

Per iscriversi agli Open Day o avere altre info sul Percorso inviare una mail alla referente dell’Accademia Branca, Chiara Barisone, a questo indirizzo chiara.barisone@branca.it o chiamare al numero 342 9955646.

Tornano i corsi, con due novità, di Altascuola Coffee Training di Milani

Altascuola Coffee Training Milani

Con il nuovo anno ripartono i corsi sul mondo del caffè di Altascuola Coffee Training di Caffè Milani. Un ricco calendario di appuntamenti formativi dedicati ai baristi che desiderano intraprendere un cammino di crescita professionale, che ai tradizionali corsi sull’espresso e il cappuccino, la latte art e il brewing aggiunge ora due novità.

La prima è Ricette di caffetteria Summer Edition, in programma il 27 aprile, pensato per offrire ai baristi la possibilità di ampliare la propria offerta con preparazioni fresche, creative e invitanti a base di caffè, per rispondere al meglio alle richieste della clientela nella stagione estiva.  Un workshop pratico di 4 ore nel quale i trainer di Altascuola presenteranno diverse gustose proposte e facili da realizzare, in grado di soddisfare anche i consumatori più giovani.

La seconda novità è un ritorno. Viene infatti riproposto il Corso di assaggio (4 ore), l’appuntamento è per lunedì 6 aprile, dedicato ai professionisti che vogliono migliorare la propria sensibilità organolettica, scoprendo e approfondire le particolarità e le caratteristiche sensoriali delle miscele e in particolare delle singole origini, conoscenze fondamentali per poter un buon espresso o un filtro. L’approfondimento è focalizzato sui prodotti di Caffè Milani che verranno preparati ed estratti con diverse attrezzature (macchina espresso, moka, V60, French press e altre tecniche).

Ma ben prima di aprile, il programma formativo, prevede un ricco calendario di appuntamenti, sempre presso la sede dell’Altascuola Coffee Training, a Lipomo (Como). Si comincia l’11 febbraio con Espresso e cappuccino da Altascuola (8 ore), un’introduzione al mondo della caffetteria caratterizzata da una forte impostazione operativa. Il corso tocca infatti diversi aspetti dell’attività, quali la scelta, utilizzo e gestione degli strumenti di lavoro, la preparazione a regola d’arte di espresso e cappuccino tradizionali, l’individuazione e la soluzione ai possibili difetti delle due preparazioni.

Il 25 febbraio è invece la volta del corso di primo livello di Latte art (8 ore). Riservato agli operatori che hanno superato il corso Principi di Latte Art o con una forte esperienza nella preparazione di espressi e cappuccini, è finalizzato a perfezionare la tecnica di decorazione del cappuccino e l’uso delle attrezzature per la montatura del latte, attraverso la realizzazione delle figure principali e senza trascurare aspetti come il corretto set up della postazione di lavoro, l’organizzazione del banco e la pulizia dell’attrezzatura.

Il 16 marzo si terrà invece Principi del brewing (4 ore), un’introduzione al mondo dei sistemi di estrazione alternativi all’espresso. Temi cuore della lezione la corretta tostatura e macinatura del caffè per il brewing, l’analisi delle attrezzature per queste estrazioni, con dimostrazione pratiche del loro utilizzo.

Gli appuntamenti proseguono il 24 marzo con il corso di secondo livello di Latte art (8 ore), dedicato ai baristi che vogliono perfezionare la tecnica di decorazione di caffè e cappuccini portandola a livelli di eccellenza. Oltre a tanto allenamento nella realizzazione delle principali figure, il corso prevede anche un approfondimento sul tema del marketing e della valorizzazione della propria attività.

Altrettanto ricco anche il calendario dei corsi che si svolgono in Sardegna nelle sedi di Monastir (Sud Sardegna) e di Sassari, le filiali di Altogusto, che in partnership con Caffè Milani ha creato Altascuola Coffee Training. Ad aprire gli appuntamenti, per quanto riguarda la sede di Sassari, il 6 febbraio il corso Latte art di primo livello, seguito il 7 febbraio da quello di Latte art di secondo livello. Il 13 febbraio è in programma il corso Principi del brewing, mentre l’8 maggio Espresso e cappuccino da Altascuola.

Lo stesso corso dà il via, il 21 febbraio, agli appuntamenti a Monastir. Che continuano il 2 aprile con Viaggio nel mondo del caffè, un’introduzione al mondo del caffè del quale verrà ripercorsa la storia, illustrate le caratteristiche, i paesi produttori e la classificazione dei caffè crudi, per poi soffermarsi sulla lavorazione, gli strumenti e le tecniche di estrazione, con un focus sull’espresso, e sulle nozioni di base sulle attrezzature e la loro manutenzione. Si prosegue il 3 aprile con Espresso e Cappuccino da Altascuola, che sarà proposto anche il 15 maggio, il 16 aprile con il corso di Latte art di primo livello e il 14 maggio con Principi del brewing.

Le iscrizioni si effettuano accedendo direttamente dai siti web di Caffè Milani e Altogusto, compilando l’apposito form nella sezione Altascuola Coffee Training http://www.caffemilani.it/mondo-milani/altascuola/.

Cocktail “selvaggi” con il foraging

Foraging
Con erbe e frutti selvatici non si scherza, avverte l'esperta Valeria Margherita Mosca, occorre farsi una cultura per saper distinguere le specie edibili. Non solo, il fine è creare una miscelazione più responsabile

Agli inizi degli anni Duemila i primi a “riscoprire” che in natura esiste una grande varietà di cibo selvatico che può essere raccolta e utilizzata per realizzare piatti e menu sono stati gli chef nordici come il danese René Redzepi, famoso chef stellato del Noma di Copenaghen, o lo svedese Magnus Nilsson. Erbe fresche, frutti del sottobosco, radici, funghi, licheni, alghe ecc. sono così divenuti gli ingredienti di una cucina di frontiera autoctona e fondata su valori importanti come la sostenibilità ambientale, la biodiversità, l’identità culturale. Dall’alta ristorazione alla miscelazione d’autore, il passaggio è stato breve anche se non immediato. E oggi sono sempre più numerosi i bartender, anche italiani, che dedicano tempo e risorse al cosiddetto foraging e cioè alla raccolta di erbe selvatiche (soprattutto) utilizzate come base per creare succhi, sciroppi o distillati home made.

Il foraging

Il foraging non è però un hobby da perdigiorno o un passatempo. È una vera e propria arte, come la definisce Valeria Margherita Mosca nel suo ultimo libro (“Imparare l’arte del foraging. Conoscere, raccogliere, consumare il cibo selvatico”, 384 pagine, Giunti): un’arte che richiede solide basi scientifiche e culturali.
Non solo è necessario avere una buona preparazione botanica per saper riconoscere sul campo le specie edibili, ma anche una buona consapevolezza ambientale. Per saperne di più abbiamo incontrato l’esperta (quasi 41mila follower su Instagram) a Manduria in Puglia nel corso di un recente workshop dedicato alle erbe mediterranee in programma a Med Transfers, piattaforma creata da Gin Mare per diffondere l’anima del distillato.
Mosca si occupa di foraging da oltre dieci anni, dunque prima che diventasse una moda.

Wood*ing, dal laboratorio al bar

Nel 2010 fonda il Wood*ing wild food lab, laboratorio di ricerca e sperimentazione sull’utilizzo del cibo selvatico per l’alimentazione e la nutrizione umana, nel 2016 dà alle stampe per Mondadori insieme a Enrico Vignoli e a Stefano Tosoni “Wild Mixology”, ricettario con 30 cocktail a base di ingredienti selvatici e, l’anno successivo, inaugura a Milano, nel quartiere Isola, il Wood*ing bar, punto di riferimento per una nuova filosofia di miscelazione (oggi il locale si è trasferito a Courmayeur).
«L’esperienza del Wood*ing Bar - racconta - non è mai stata un business, ma un progetto di divulgazione itinerante. La scelta di aprire un bar è dipesa dal fatto che la miscelazione, a differenza della cucina, resta ancora un terreno vergine dove esiste un grande numero di professionisti interessati a sperimentare e a fare ricerca. Nel nostro lab sono passati in molti come Giuseppe Mancini, la squadra del Jerry Thomas, Marco Russo e Flavio Angiolillo del Mag Cafè ecc. Abbiamo trasformato un atto ricreativo, come quello di degustare un drink, in qualcosa di più consapevole e, per la prima volta, abbiamo parlato di una miscelazione più salutare, grazie all’utilizzo di bevande fermentate ricche di batteri probiotici, e di sostituzione di ingredienti esotici ad alto impatto ambientale come il lime. Purtroppo, almeno a Milano, la risposta dei consumatori non è stata entusiasmante. Abbiamo incontrato forti resistenze e anche un po’ di diffidenza».

Le regole per la raccolta

Come dicevamo, raccogliere i frutti spontanei della natura non è una mera “pratica”, ma un’attività a più dimensioni. E per capirne il reale significato bisogna conoscerne la storia. «Le radici del foraging sono nell’alimurgia, scienza che riconosce l’utilità di cibarsi di piante selvatiche soprattutto in tempi di carestia. Una vera e propria scienza detenuta storicamente dai monaci che grazie al cibo selvatico avevano creato un’economia di sussistenza (anche oggi, tra l’altro, il cibo spontaneo potrebbe costituire una riserva di cibo commestibile per le popolazioni rurali o a rischio alimentare, ndr). Detto questo, il foraging porta a stare nella natura e quindi massimo deve essere il rispetto dell’ecosistema. Esistono precise regole di raccolta volte a preservarne l’integrità e quello che facciamo noi è un foraging di tipo conservativo che si concentra sulle specie invasive». L’approccio alla raccolta deve essere quindi frutto di un impegno in campo formativo. «Esatto. Il bartender deve obbligatoriamente investire in formazione: botanica, erboristeria, tossicologia ecc. Con il foraging non si scherza: esistono in natura molte piante  con un profilo organolettico straordinario e perfette per essere impiegate anche nella miscelazione che hanno dei sosia pericolosissimi o, addirittura, mortali. È il caso dell’abete rosso che ha come sosia il tasso, Taxus baccata, che è una delle piante più tossiche esistenti in Italia. Un’altra avvertenza riguarda il fatto che in genere le erbe selvatiche hanno principi attivi e nutrizionali molto elevati. Un caso tipico è la piantaggine, pianta officinale che cresce praticamente ovunque, della quale però, proprio per le sue proprietà, ne è sconsigliato il consumo a persone che assumono anticoagulanti».

Per chi è agli inizi, prima di cimentarsi nella raccolta di specie particolari, è, dunque, consigliabile un approccio soft, puntando alla creazione di mix semplici. «Assolutamente sì. Si possono, ad esempio, facilmente raccogliere i frutti della rosa canina che si chiamano cinorridi, carnosi come dei pomodori e ricchissimi di vitamina C. Dopo averli puliti dei semi e della peluria, si passano al mulinetto ottenendo un succo rosso con un gusto simile a quello del succo di pomodoro: una base perfetta per preparare un Bloody Mary wild. Un altro spunto può venire dal timo selvatico, estremamente diffuso in media e alta montagna, che può essere utilizzato per aromatizzare una soda da miscelare con un gin molto aromatico». Si tenga conto, infine, che non ci sono norme che disciplinano in maniera specifica la somministrazione di ingredienti “selvatici”. «Non esiste nessun divieto - conclude Mosca - se non il rigoroso rispetto del piano di autocontrollo dove l’esercente deve specificare la tracciabilità degli ingredienti utilizzati insieme alle modalità di preparazione e alle tecniche di conservazione, manipolazione, trasformazione e somministrazione».

Sigep, Andrea Restuccia campione senior di pasticceria

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Durante l'edizione numero 41 di Sigep - chiusa con un bilancio di 200mila visitatori - la Pastry Arena ha ospitato le competizioni di pasticceria e, di conseguenza, una vera sfilata di realizzazioni di altissima fattura. Il dream team che andà a gareggiare alla Coupe du Monde de la Pâtisserie a Lione, nel 2021, sarà composto dai vincitori Andrea Restuccia per la categoria ghiaccio, Massimo Pica per il cioccolato e Lorenzo Puca per lo zucchero. Due di loro, Puca e Restuccia, avevano già gareggiato lo scorso anno, portando a casa la medaglia di bronzo assieme a Mattia Cortinovis.

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Andrea Restuccia, primo classificato nella competizione di pasticceria "seniores" a Sigep

Il campione senior è Andrea Restuccia

Andrea Restuccia fa incetta di altri riconoscimenti aggiudicandosi il titolo di Campione Italiano di Pasticceria Seniores 2020 e il Premio speciale della stampa. Classe 1993, per il Campionato Italiano di Pasticceria 2020 Andrea ha scelto il tema della Sirenetta: la scultura in ghiaccio che ha realizzato ha raffigurato una sirena, mentre la torta ha analogamente preso il nome di "Ariel". «Il mio compito era di ricavare la scultura da un blocco di ghiaccio realizzando almeno due incollaggi, secondo il regolamento, per dare impatto e difficoltà al lavoro - racconta Andrea in una nota diffusa alla stampa - ma nella mia opera ne ho applicati ben cinque. Gareggiavo da solo nella mia categoria, tuttavia proprio per questo mi sono impegnato ancora di più per confrontarmi fattivamente con gli altri ad ampio spettro, pur avendo un'altra specialità». La vittoria come Campione italiano è stata una sorpresa: «È difficile che in assoluto vinca il ghiaccio - conclude Restuccia - in Italia è poco conosciuto e poco divulgato. Diciamo che abbiamo fatto un passo in avanti in generale».

Puca e Pica, "veterano" e new entry

Lorenzo Puca, specialista dello zucchero della squadra italiana che è volata a Lione nel 2019, è pescarese ed è nato nel 1989. Nel 2015 ha partecipato al talent show televisivo di Raidue “Il Più Grande Pasticciere” classificandosi secondo. Al Campionato Seniores del 2020 Puca ha gareggiato con la torta al cioccolato "Pandora" e un'articolata pièce di zucchero ispirata al film Avatar. Il maestro del cioccolato Massimo Pica ha realizzato un progetto tra il fantasy e il cartone animato. Protagonista una tartaruga di nome "Skizzo", con una storia fantastica dietro di sé, fatta di un incantesimi e con un lieto fine. Massimo gestisce la pasticceria che porta il suo nome, ma è anche fondatore e docente della Pica Pastry School. Si è formato, tra gli altri, con Omar Busi, Antonio Bachour, Loretta Fanella, Stefano Laghi.

Si allenano con Forcone, Donatone e Boccia

I "magnifici tre" sono pronti alla competizione a Lione del 2021, sotto l'egida del Club Italia Coupe du Monde de la Pâtisserie e degli allenatori Emmanuele Forcone, Francesco Boccia e Fabrizio Donatone, ciascuno per la sua categoria (rispettivamente zucchero, cioccolato e ghiaccio).

Giordano, campione juniores

Quanto al Campionato Italiano Pasticceria Juniores, è Giovanni Giordano il primo classificato. Ventuno anni, di Cava de’Tirreni (SA), ha vinto anche il premio per la migliore scultura e il premio Miglior etica e igiene. Secondo classificato: Tommaso Nembrini, 17 anni di Iseo (BS) ha vinto per la miglior torta al cioccolato. Terzo classificato Riccardo Premiani, 20 anni, di Casalmaggiore (CR). Il miglior tiramisù, è invece quello del mantovano Luca Bnà.

Punti e linee in latte art con Manuela Fensore

Manuela Fensore

Accanto a elementi classici quali rosette e tulip, i nuovi decori in latte art sono le linee e le gocce. Stupisce vedere il beccuccio della lattiera scorrere sulla superficie della crema su cui disegna, quasi fosse un pennello, con precisione e diverse intensità, modulate dall’altezza della versata. Nel suo laboratorio-scuola Barlady Cafè Academy di Milano, Manuela Fensore, campionessa mondiale di latte art in carica, ci ha svelato i segreti di questa tecnica. “Le linee si fanno con la parte finale del latte montato, che concentra la maggiore quantità di crema - spiega -.

Punti e linee definiscono il decoro
Punti e linee definiscono il decoro

Un latte emulsionato correttamente, crea un filo di elasticità e di morbidezza che permette di gestire la lattiera come se fosse una matita. Non è un risultato semplice da ottenere: personalmente, per fare una bella riga ho studiato e provato otto mesi”. La base di un buon decoro è dunque una corretta montatura, che “a mio parere avviene nei primi due secondi, il resto è riscaldamento - riprende Manuela -. Anche la temperatura influenza l’elasticità che nella mia esperienza risulta ideale (come tirare un filo di seta) quando non supera i 45-48 gradi. Certo non è una temperatura ideale per il servizio, sempre che il cliente non chieda un cappuccino tiepido e con poca crema. Un’emulsione corretta mi dà una crema spessa 1,5 cm, che mi permette di sapere quanti giri di contrasto fare e quanta ne posso distribuire”. Se si inserisce più aria e si crea una crema più densa e voluminosa, si otterrà un decoro più gonfio e grossolano. Una montatura non perfetta può anche causare nella fase finale il distaccamento del liquido dalla crema, che porta a creare sbavature. Le linee disegnate con la lattiera fanno ciò che fino a ieri faceva il pennino: rifiniscono e collegano gli elementi di base (rosette e tulip) e, insieme alle gocce, crea l’effetto “wow”, ovvero un disegno inaspettato e piacevole, in cui si ritrovano creatività, armonia, contrasto, pulizia e facile identificazione. Per ottenere un buon risultato è importante avere una buona impugnatura, che deve essere salda e al contempo flessibile.

“Se si dà troppa pressione nella parte alta della lattiera con il pollice e l’indice, non si ha un movimento sciolto, ma meccanico - spiega Manuela Fensore -: mentre si distribuisce “si shakera” il latte, che non fuoriesce correttamente dal beccuccio. Al contrario, più si è morbidi, più si riducono i difetti: una versata troppo veloce nella parte finale rompe l’elasticità; un’emulsione con una temperatura troppo elevata va a separare la crema dal liquido, dando un disturbo in tazza”. Dopo linee e punti è difficile prevedere innovazioni a breve nelle tecniche della latte art; l’attenzione punta sempre più sull’originalità e la perfezione della realizzazione dei decori.

Rifinire in goccia

L'altezza della lattiera definisce la qualità della goccia
L'altezza della lattiera definisce la qualità della goccia

Quando ormai nella lattiera non rimane che la parte finale del latte montato a crema è il momento di dare il via alla “pioggia” di gocce che vanno a rifinire il decoro. Si può decidere di realizzare un effetto “luna piena” facendole cadere con la lattiera vicino alla tazza; più ci si allontana, più si crea un elemento meno definito, un po’ ombreggiato, come una noce di cocco. Se si deve realizzare un particolare (ad esempio un occhio), meglio rimanere vicini alla superficie: si riduce il rischio di errori.

Il caffè perfetto? Dipende anche dalla tazza!

Ancap assortimento tazze

La tazza è uno strumento importantissimo per il professionista. Nel caso del caffè, poi, per favorirne la migliore percezione dell’aroma, la corretta formazione della crema e la persistenza del calore è necessario disporre di tazze di elevata qualità, pari a quella della miscela.

Dal 1964, anno della sua fondazione, Ancap è partner dei professionisti nella fornitura di strumenti in porcellana dura feldspatica, un materiale bianco e traslucido, estremamente duro, compatto e resistente. La speciale cottura a 1410 °C alla quale è sottoposto il materiale assicura una fusione ottimale dei componenti e le conseguenti caratteristiche di assenza di porosità e resistenza allo shock termico e agli urti.

Per la torrefazione, Ancap offre un assortimento completo di forme, dalla più classica Edex all’elegante Vivaldi, dalla contemporanea Milano Centrale e all’originale Giotto, fino alla particolare Cupping Bowl, pensata specificamente per la degustazione professionale del caffè perché permette di assaporarne tutte le essenze e gli aromi. Tazza espresso, tazza cappuccino, tazza da tè: non c’è misura di cui Ancap non disponga per offrire al barista tutto quello di cui necessita.

Grazie a una costante ricerca estetica e tecnica, Ancap propone oggetti sempre ispirati ai mood più attuali: perché se le tendenze cambiano, Ancap è sempre pronta a evolversi con esse. Negli ultimi anni l’azienda ha così presentato numerose nuove forme, tra le quali: Cafluttino, un calice creato dall’unione della porcellan a con il vetro; Supernova, una tazza dal design inedito ispirata alle stelle; Torcello, inno ai caffè letterari che hanno reso il caffè famoso in tutto il mondo. O, ancora, Libero, un bicchiere in porcellana ideato per la degustazione degli amari in purezza o dei caffè corretti.

Birra artigianale: piccoli birrifici crescono e fanno affari

birra artigianale
Unionbirrai stila l'identikit del birrificio indipendente e sonda il sentiment dei consumatori "divisi" tra prodotti artigianali e industriali

Disegnare un quadro preciso della birra artigianale italiana, con numeri alla mano, è sempre stato problematico ma la ricerca promossa dalla storica associazione di categoria, Unionbirrai, in collaborazione con il Laboratorio ObiArt dell’Università di Firenze è un ottimo punto di partenza per tracciare un identikit di queste aziende che, nell’ultimo ventennio, si sono moltiplicate in tutto il territorio nazionale con ritmi di crescita esponenziali prima al Nord e poi anche nelle altre regioni italiane. Il comparto, forte di circa 700 unità produttive, rappresenta uno dei fenomeni più interessanti nel mondo del beverage e ha contribuito a cambiare non solo la percezione della birra in sé ma anche alcune modalità di consumo sdoganando, in parte, il prodotto birra in circuiti storicamente refrattari come enoteche e ristoranti.

Un comparto fatto di piccoli e piccolissimi

La ricerca, riferita al 2018, ha visto la partecipazione di quasi un centinaio di interlocutori (97 per la precisione). Ne esce un quadro realistico, cresciuto sia in termini di unità produttive (+55% nel triennio 2015-2017), sia di addetti ai lavori (+16%), ma che risulta essere rappresentato nella sua quasi interezza da aziende di piccole se non piccolissime dimensioni. L’84% degli intervistati hanno meno di cinque dipendenti e ben il 51% risultano essere imprese individuali.

La maggior parte sono birrifici (57%) mentre un quarto del campione si è professato brewpub, nel senso che produce e somministra la birra direttamente al consumatore. Dimensioni e formula a parte, i risultati economici sembrano tuttavia essere più che soddisfacenti: per il 73% degli intervistati il fatturato è in crescita e la media per azienda è di circa 380mila euro all’anno. Un risultato positivo anche alla luce della carta d’identità del birraio artigianale italiano per lo più maschio, quarantenne e in possesso di un titolo di studio superiore (diploma o laurea) e che ha avviato la sua attività nel 2010.

Focus sulle birre ad alta fermentazione

Per quanto riguarda la produzione, le birre ad alta fermentazione, contrariamente ai grandi birrifici di proprietà delle multinazionali, continuano ad andare per la maggiore (73% dei volumi complessivi) e la maggioranza assoluta (51%) “viaggia” in fusto a significare un canale di vendita che predilige anche oggi i locali specializzati, pub e birrerie in primis. Una tendenza che tuttavia potrebbe essere controbilanciata nei prossimi anni considerato che la bottiglia, contenitore di gran lunga più utilizzato anche a fronte della riemergente lattina, è il passe-partout per accedere alla gdo e ai locali non specializzati. Le piccole dimensioni medie di un birrificio artigianale infine costituiscono un limite distributivo: il 38% degli intervistati ha infatti rivelato di distribuire le proprie birre solo localmente e il 29% all’interno dei confini della propria regione.

Ai consumatori piace

Altrettanto interessanti i numeri del report scaturiti da un’altra indagine diretta volta a conoscere il consumatore sia di birra artigianale sia di birra industriale che il consumatore di sola birra industriale (1.000 i questionari completati). Solo un dato: per quanto riguarda il trend relativo ai consumi di birra artigianale viene confermato anche per il futuro un andamento positivo con oltre il 40% degli intervistati che dichiarano l’intenzione di aumentare i consumi del prodotto artigianale.

Lee Dong Whan vince la Campari Bartender Competition Asia

Campari Bartender Competition Asia_Lee Dong Whan

Il finalista sud coreano Lee Dong Whan (Darcy Lee) ha vinto la Campari Bartender Competition Asia. È successo alla Galleria Campari di Sesto San Giovanni dove si è svolta la seconda edizione della manifestazione rivolta ai Paesi asiatici. Lee ha battuto in finale la talentuosa ventenne tailandese Tamaryn Cooper e Michael Leung che gareggiava per Hong Kong.

La sfida è arrivata a questo epilogo dopo un lungo viaggio iniziato nel 2019 per celebrare il secolo del Negroni. Alla manifestazione hanno preso parte 500 bartender da 14 nazioni: Indonesia, Cina, Hong Kong, India, Giappone, Myanmar, Malesia, Mongolia, Filippine Singapore, Corea del Sud, Taiwan, Tailandia e Vietnam. Molto interessante il tema del concorso che si prefiggeva l’obiettivo di trovare un nuovo drink da inserire nell’albero genealogico del Negroni.

Le fonti di ispirazione erano, oltre al Negroni, gli ultracentenari Americano e Milano-Torino; i classici Old Pal, Boulevardier e Cardinale; i contemporanei Negroni Sbagliato, Beer Americano, Rosita, Kingston Negroni e Barrel Aged Negroni.

I giudici della finale sono stati Lorenzo Antinori, beverage director di Four Seasons Hotel Hong Kong & beverage ambassador, per Four Seasons Hotel and Resorts APAC; Tommaso Cecca, head bartender del Camparino in Galleria di Milano; Simone Massaro, global bartender advocacy and engagement manager di Campari Group e Symphony Loo, Campari Group regional brand ambassador. Al vincitore, oltre alla prestigiosa iscrizione del proprio drink nell’albero genealogico del Negroni, è andato un assegno del valore di 3.000 euro.

Grom punta sul gelato multicanale

Coppette_Grom

Quattro chiusure nel 2019, altre tre nel solo primo trimestre del 2020: giù la serranda per le gelaterie a marchio Grom, con l'addio a location come Udine, Treviso e Torino (dove la gelateria storica di via Cernaia è già "off").

Nel 2015 la vendita alla multinazionale Unilever

La parabola del gelato di Guido Martinetti e Federico Grom, nato nel 2003 e dal 2015 in mano alla multinazionale Unilever, è stata descritta dal Sole24Ore e dal Corriere della Sera. Proprio Unilever ha spiegato, in una nota, la sequenza di chiusure, che avanza dopo lo stop di Alessandria, Modena, Mestre e Varese dell'anno appena concluso. Non si tratterebbe di uno smantellamento della rete di gelaterie, ma di una riorganizzazione che punta anche su altri canali di vendita. Tradotto, si salveranno alcuni punti vendita, forse quelli strategici per collocazione e risultati, ma non tutti. E si punterà ancor di più sul gelato in vasetto a marchio Grom, distribuito dal 2017 nei supermercati. «Negli ultimi anni - spiega l'azienda citata dall'Ansa - c'è stata un'evoluzione del modello di business e una visione proiettata sul medio e lungo periodo, che tiene conto di nuove opportunità, di nuovi canali e di nuovi modelli di acquisto e consumo: alle gelaterie, che diventano così il cuore di un ecosistema, Grom affianca il canale on the go con chioschi o biciclette gelato, la grande distribuzione, i bar e il canale direct to consumer, con una strategia multicanale a supporto del piano di crescita del brand. Abbiamo ristrutturato alcune gelaterie in Italia e stiamo valutando una nuova apertura sul territorio. L'Italia è il primo mercato per Grom e continua a rimanere un paese strategico. Lo scopo è accelerare la crescita che, in ogni caso, ha raggiunto dal 2015 al 2019 un complessivo +46,7%, dato comprensivo di tutti i paesi e tutti i canali».

Dubai, New York, Londra, Parigi. E infine, la Gdo

Certo, non è una situazione facile per i lavoratori delle gelaterie oggetto delle chiusure. E, a livello di immagine, l'impatto è notevole, visto che ha chiuso i battenti persino la storica gelateria torinese dove Martinetti e Grom iniziarono la loro avventura, con un investimento di 32.000 euro a testa e 60.000 euro di prestito bancario. Quella realtà è diventato un colosso con 40 gelaterie in Italia, aperture nelle mete top di mezzo mondo - Dubai, New York, Londra, Hong Kong, Tokyo, Parigi e Nizza - e la produzione della base nello stabilimento di Mappano di Caselle, sempre con ingredienti naturali e pronta per essere distribuita a tutti i pdv. Oggi il sogno del "gelato come una volta" pare destinato a un risveglio nei corridoi dei supermercati e meno sui coni e nelle coppette blu simbolo del marchio. Anche se la general manager Sara Panza, in un colloquio con il Corriere, ha aggiustato il tiro: «Stiamo riposizionando il marchio rivisitando alcuni punti vendita, chiudendone altri per aprirne soprattutto in località turistiche di prestigio in Italia e all’estero (...) Non vogliamo chiudere il canale retail, stiamo adottando una strategia multicanale». Niente "all in" sui supermercati, dunque. «Non accadrà», ha detto la manager, sto lavorando con Federico Grom per sviluppare al meglio il canale retail».

Trionfo di Fabio Dotti al Campionato italiano Cup Tasters

Cup Tasters 2020 Fabio Dotti

È andata a Fabio Dotti (al centro nella foto in apertura) la vittoria nella finalissima del Campionato italiano Cup Tasters 2020, la gara del circuito Sca (Specialty coffee association) che mette alla prova il palato dei concorrenti sfidandoli a riconoscere le sottili sfumature di gusto di diversi caffè.

Campionato che anche in questa edizione, la dodicesima, si è distinto per il suo alto livello e per il grande numero di partecipanti alle gare, in continuità con la crescente richiesta di corsi di sensory, a testimonianza dell’interesse e della passione crescente nei confronti del mondo del caffè. Il suo atto finale è andato in scena al Sigep di Rimini, sponsor dell’evento insieme a Csc (Caffè speciali certificati), dove i 17 concorrenti che hanno superato le fasi di qualificazione si sono dati battaglia per conquistare il titolo italiano.

Fabio Dotti
Il neo campione fabio Dotti, durante uno dei "duelli"

Gara che si è svolta secondo le consuete regole, che prevedono che i concorrenti, che si sfidano a coppie, analizzino con gusto e olfatto, in un tempo massimo di otto minuti, una sequenza di otto triplette di tazze di caffè estratte a filtro, identificando per ogni tripletta la tazza con un contenuto dall’aroma leggermente diverso dalle altre due. Vince chi identifica più rapidamente il numero maggior numero di tazzine differenti.

A destra, Simone Zaccheddu, 2° classificato

Notevole la performance del giovanissimo Dotti, 24 anni il prossimo febbraio, brand ambassador, responsabile della formazione e controllo qualità della bresciana Caffè Agust, una delle torrefazioni di Csc, che ha sbaragliato la concorrenza individuando 8 tazzine su 8 in un tempo di 2’58”, aggiudicandosi così la vittoria. Alle sue spalle si è piazzato Simone Zaccheddu, con 7 tazze individuate su 8 in 1’45”, mentre il terzo posto è andato a Giacomo Lo Cascio, con 7 tazze individuate su 8 in 4’58”.

Giacomo Lo Cascio Cup Tasters
A destra, Giacomo Lo Cascio, 3° classificato

Per Dotti si tratta di una vittoria prestigiosa e che ne arricchisce il palmares che già conta, nonostante la sua giovane età (compirà 24 anni il prossimo febbraio), diverse vittorie e importanti piazzamenti. Tra questi il primo posto all’Espresso Italiano Champion nel 2017 e nel 2019 il titolo di Brand Ambassador dell’anno all’interno del premio Barawards di Bargiornale e il secondo posto nel 2018 al Campionato italiano Cup Tasters. Una vittoria che, soprattutto, gli assicura il pass per la fase finale del World Cup Taster Championship, il mondiale di categoria, che si svolgerà a Varsavia, in Polonia, nell’ambito della World of Coffee 2020 dal 18 al 20 giugno. Gara nella quale Dotti difenderà i colori italiani nell’avvincente sfida che lo vedrà confrontarsi con i migliori palati del mondo. Trasferta in Polonia che, come ogni anno, sarà finanziata da Csc.

La birra si fa distillato: il 2.1 di Sibona

2.1 Sibona
La Sibona di Piobesi d'Alba presenta una nuova etichetta, ottenuta dalla distillazione di un a birra artigianale a doppio malto prodotta in Piemonte

C’è un trait d’union che lega tutti (o quasi) i prodotti della Distilleria Sibona di Piobesi d’Alba (Cn). In ogni grappa, amaro, liquore e distillato convivono un aspetto della tradizione e una componente innovativa. È così per le grappe derivate da vitigni classici piemontesi e poi affinate in botti di rovere in precedenza usate per l’affinamento di Sherry, Madeira, Porto, Rum o Tennessee Whiskey. È così per l’Amaro Sibona e per i vari liquori prodotti dall’azienda piemontese. Ed è così, ora, con 2.1, nuova etichetta appena presentata sul mercato che stravolge il classico concetto di birra trasformando una chiara doppio malto artigianale, non filtrata, in un distillato.

Nato dopo ben cinque anni di lavoro (necessari alla ricerca della giusta tipologia di birra da distillare, alle prove di distillazione e a quelle di affinamento) il 2.1 ha colore paglierino chiaro e un profumo intenso, elegante, con netti sentori di luppolo e malto, con forte riconoscibilità della birra di provenienza. Al palato è morbido, rotondo, con retrogusto persistente.
«Il 2.1 nasce dall’idea di trasferire tutti gli aromi di una birra artigianale all’interno di un distillato - dice Luigi Barbero, amministratore e socio delle Distillerie Sibona -. Sono state necessarie tantissime prove per arrivare a ottenere il prodotto che desideravamo. Ha 38% vol. e si rivolge agli appassionati di grappe e alcolici in genere e agli estimatori della birra, ma anche a consumatori più giovani che cercano prodotti morbidi, aromatici e freschi. Si serve a temperatura ambiente, ma si presta bene a venire servito freddo: non perde le sue caratteristiche e guadagna, al contempo, in bevibilità».

Insomma, 2.1 è un altro tassello che arricchisce la gamma della distilleria piemontese che quest’anno ha presentato anche dei mini formati (di prodotti già in catalogo) chiamati Collezione Sibona. In sostanza tre confezioni ognuna delle quali assortita con tre “mini” da 20 cl. Nella prima si trovano la Grappa di Moscato, la Grappa botti da Porto e l’Amaro Sibona. La seconda mette a disposizione la Grappa di Chardonnay, di Moscato e di Barolo. Nella terza si trovano infine la Grappa botti da Porto, la Botti da Madeira e da Tennessee Whiskey. Perfette per clienti che desiderano fare un regalo, sono adatte a essere trasformate in una degustazione da proporre agli appassionati.

Infine, una riconferma. Per il secondo anno Distilleria Sibona si è aggiudicata il titolo di Miglior distilleria dell’anno all’Isw. «E la cosa incredibile - dice Barbero - è l’aver ricevuto il riconoscimento per due anni di fila cosa che, a quanto ci risulta, non è mai avvenuta prima».

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