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Caffè espresso: un prezzo equo alla tazzina

caffè
Bargiornale ha chiamato all’appello professionisti ed esponenti delle associazioni del caffè, che si sono espressi sulle urgenze del settore. In primis, il prezzo dell’espresso

Vogliamo un prezzo equo per l’espresso” è il tema quantomai attuale dell’incontro organizzato a Sigep 2020 da Bargiornale, che per la prima volta ha riunito i rappresentanti delle principali associazioni del mondo del caffè ed esponenti di spicco del settore: Inei, Sca Italy e Aicaf.  Un momento di confronto che ha fatto emergere le criticità del comparto e alcune urgenze, tra cui spiccano la necessità di una corretta formazione del barista e della trasmissione delle informazioni al consumatore affinché possa riconoscere e premiare col giusto prezzo un caffè di qualità.

È una rivoluzione culturale difficile da compiere: il prezzo continua ad essere la condizione di base per la scelta di una miscela per il barista; il consumatore finale, dal canto suo, è ancorato a stereotipi che poco hanno a che fare con l’effettiva qualità. Qualcosa sta cambiando, ma il lavoro da fare è grande: unire le forze potrebbe dare più incisività a iniziative sul tema. In realtà tutta la filiera merita di più: non sono solo il bar e la torrefazione che dovrebbero trarre profitto dal rialzo del prezzo, ma l’intera catena produttiva, a cominciare dai coltivatori, che soffrono per le bassissime quotazioni del caffè.

I prezzi in Italia

Alcuni dati Fipe aiutano a inquadrare la situazione. In Italia a novembre 2019 il prezzo medio dell’espresso ha raggiunto 1 euro (+1,3% nell’ultimo anno). I dati mostrano inoltre che il bar generalista, che punta solo su caffetteria e colazione, è il format più in crisi. Se la gastronomia per molti bar, specie nei centri urbani, ha rappresentato una buona opportunità, oggi una indiscriminata politica del “tutti fanno tutto” sta mettendo in crisi questo vantaggio. Ancora. Ogni anno sono oltre 12mila i bar che cessano l’attività: tra le imprese di ristorazione il bar è l’unico format che presenta un decremento, sebbene contenuto nello 0,5%.

I pareri degli esperti

Superare la soglia psicologica dell’euro è più che mai necessario, ma per primo il barista sembra non accorgersene perché, come sottolinea Luca Ramoni, presidente Aicaf: «Non sa fare i conti. Non sa cosa siano il food & beverage cost, il ricarico e non sa calcolare il margine di contribuzione. Tolto dall’incasso il costo dell’espresso, non si può pensare che tutto quello che rimane sia guadagno: bisogna considerare la parte che permette di coprire i costi fissi. Un dato medio di cassetto di un locale italiano è 350 euro al giorno, con un guadagno del 10-11%: è difficile stare in piedi con questi valori. Per questo il prezzo della tazzina deve aumentare».

Alberto Polojac, coordinatore Sca Italy, afferma che: «Un buon caffè deve prendere il via dalla cura nell’approvvigionamento per avere una materia prima senza difetti, al fine di ottenere il migliore risultato e poterlo ripetere. Qualità significa anche formare il barista per preparare un ottimo espresso e permettergli di comunicarlo nel modo più corretto».

Quest’opera di informazione può dare una mano a chi lavora bene, osserva Barbara Chiassai, ad di Inei: «Se sono certa di preparare un caffè di qualità, perché non farlo pagare di più? Ovviamente devo avere gli strumenti per farlo comprendere al cliente. Se al bar chiedo un’insalata, in un locale la potrò trovare a 3, in un altro a 4, 5, 6 euro: da un costo più elevato mi aspetto una preparazione e un servizio all’altezza, che so riconoscere pagando il giusto». Lo stesso dovrebbe avvenire con la tazzina. È un passo che si può compiere, come testimonia Francesco Sanapo che cinque anni fa ha aperto Ditta Artigianale (Fi) caffetteria e torrefazione, il primo ad avere in listino l’espresso a 1,50. «Non è stato semplice. Mi sono trovato di fronte a situazioni difficili, in cui ho messo la faccia, spiegando il motivo del prezzo. Ditta Artigianale è formata da diversi baristi e torrefattori competenti, che hanno reso necessario un aumento del prezzo. È scandaloso pensare di pagare un euro la tazzina, persino a prescindere dalla qualità; ed è impossibile se si ha un barista che ha seguito un percorso formativo di livello».

Il problema, osserva Andrea Lattuada della scuola di formazione 9Bar di Rivanazzano Terme (Pv), è soprattutto culturale: «L’Italia non è un Paese produttore, non conosciamo la materia prima. Il barista deve essere l’educatore del cliente, ma quanti hanno mai chiesto informazioni al torrefattore? L’espresso non può essere venduto al di sotto di 1 euro e 50. L’Italia vuol fare diventare l’espresso patrimonio dell’Unesco (iniziativa in cui è impegnato il Consorzio di tutela del Caffè Espresso Italiano Tradizionale, ndr) e gli riconosce il valore di un euro? Non ha senso».

Il cliente è più pronto degli operatori?

Alcune ricerche di mercato hanno evidenziato che il cliente si dice disposto a spendere di più per un espresso di qualità, ma chi la sa riconoscere? Una mano al necessario salto culturale la potrebbero dare le scuole alberghiere, che tuttavia investono poco nel bar, puntando soprattutto sulla cucina. Forse, osserva Lattuada, ci vorranno ancora 20 anni, ma l’auspicio è che non succeda più che persone che frequentano corsi non possano poi mettere in pratica ciò che hanno appreso perché il titolare non lo permette, vedendosi costretti ad andare all’estero. In chiusura, Sanapo, invita le associazioni a collaborare tra loro, e si propone quale ambassador dell’espresso italiano, rivolgendo un appello: «Se le torrefazioni smettono di fare le finanziarie dei baristi e puntano l’attenzione sul prodotto e sul servizio, vinciamo».

Così classici, così moderni: i modern classics cocktail

modern classics
Il Paper Plane di Sam Ross
Abbiamo ripercorso la storia di nove classici moderni attraverso le testimonianze dei creatori, con aneddoti e curiosità inedite

Sono noti come modern classics e nascono in epoche differenti della miscelazione. Prevalentemente tra gli anni Settanta e i Duemiladieci, tra la cosiddetta Second Dark Age (1966-1990) e la Platinum Age, l’era attuale. Sono ricette che hanno segnato un periodo e reso celebri i loro autori. Ne parliamo perché si tratta di bevande miscelate che stanno tornando alla ribalta. Ammesso che dalla ribalta ne siano mai scese.

A farci da guida le voci e le testimonianze di alcuni degli autori di drink iconici noti su scala planetaria. In questo articolo, ci concentreremo sull’Old Cuban e il Gin Gin Mule di Audrey Saunders, il Pornstar Martini di Douglas Ankrah, il Paper Plane di Sam Ross, l’Espresso Martini di Dick Bradsell, il Cosmopolitan di Toby Cecchini e il Paloma, drink attribuito a Don Javier Delgado che però ne ha più volte negato la paternità. Ma non aspetteremo la prova del dna perché quando si tratta di cocktail riteniamo più corretto fare riferimento al padre adottivo, colui che ha reso famoso il drink, piuttosto che al padre biologico. Cosa sarebbero stato il Daiquiri senza Ribalaigua e El Floridita o il Mojito senza La Bodeguita del Medio? Prima di entrare nel vivo della questione, riteniamo utile inquadrare il fenomeno dei modern classics. Partendo da un episodio. Nell’aprile del 2017 durante una tappa del Tales on Tour, l’evento itinerante di Tales of the Cocktail di New Orleans, Jacob Briars moderò una tavola rotonda in cui intervennero Tom Walker (autore del modern classic Maid in Cuba, 2014), Naren Young (già al Dante di New York, primo locale nella classifica dei World’s 50 Best Bars) e Shervene Shahbazkhani, alla guida del Bacardì Brown Forman advocacy team nel Regno Unito. L’incontro prese il titolo di “How to Create a Modern Classic”.

Le otto regole per creare un modern classic

Da questo think-tank emersero almeno otto suggerimenti utili.

1. Scegli un buon nome per il drink. Dietro una grande ricetta deve esserci un grande nome, comprensibile a tutti e in grado di vendere prima della comanda.

2. Sii semplice. Difficile creare qualcosa di totalmente originale con prodotti classici, meglio azzardare introducendo nuovi prodotti.

3. Fai che il cocktail sia replicabile. Se realizzi un drink con ingredienti dallo spazio e home-made che sai fare solo tu, dimenticati che altri barman potranno duplicare il tuo cocktail.

4. Non essere timido e fallo conoscere. Tom Walker, che ai tempi lavorava all’American Bar del Savoy di Londra, ha raccontato che per promuovere il suo Maid in Cuba (poi vincitore della Bacardì Legacy nel 2014) preparò 20.000 volte il suo drink. E ogni giorno chiedeva ai suoi contatti di preparare un Maid in Cuba, scattare una foto e metterlo sul menu.

5. Sii fedele al tuo drink. Molti bartender preparano un ottimo drink, quindi passano al prossimo, tra l’altro scervellandosi con gli ingredienti e le combinazioni più astruse, dimenticandosi del successo di quello precedente.

6. Non rendere ovvio il tuo drink e crea un rituale di servizio.

7. Fallo tuo anche se non è tuo. Perché anche se non sei il titolare di un classico moderno, almeno puoi metterci la firma. C’è il White Lady del Bar High Five di Tokyo, il servizio del Martini Cocktail al Connaught Bar, il Barrel Aged Negroni al Clyde Common di Portland o l’Irish Coffee al Dead Rabbit di New York. Per questi locali certi classici sono diventati uno strumento fondamentale sia in termini di fidelizzazione, sia per la comunicazione.

8. Continua a farlo. L’idea, condivisibile, di Jacob Briars è che il motivo principale per cui il tuo drink non diventa così famoso come pensi che dovrebbe essere è che ti annoi a farlo prima che qualcuno abbia davvero avuto la possibilità di sentirne parlare. Detto che non è indispensabile creare modern classics per essere grandi bartender, va riconosciuto ad alcuni personaggi di essere (o essere stati) gli uni e gli altri. Grandi maestri di cerimonia, dietro e fuori dal banco, e al contempo brillanti creatori di misture destinate a rimanere nella storia.

Don Javier Delgado Corona e la diffusione del Paloma

Iniziamo da una data e da un personaggio. Anno 1955. In Messico comincia la commercializzazione di prodotti a marchio Squirt, tra cui la soda al pompelmo. Ma bisognerà aspettare gli anni Settanta per avere la prima testimonianza scritta di una combinazione di Tequila, lime e Squirt al pompelmo. Dicevamo all’inizio che il personaggio a cui è generalmente legato questo drink è Don Javier Delgado Corona, di recente scomparso all’età di 93 anni, bartender e titolare de La Capilla nella città di Tequila. Anche se non è stato lui a creare il Paloma - come riporta anche lo storico della miscelazione Jim Meehan in “Meehan’s Bartender Manual" - Delgado ha avuto un ruolo di primo piano nella diffusione di questo miscelato. Siamo invece certi che Delgado sia stato autore di un altro drink, nato nel suo locale nel 1961, e molto popolare in Messico chiamato Batanga, mix di Tequila, lime, Coca-Cola, con orlatura di sale.

Cosmopolitan, successo planetario di paternità incerta

Un altro drink dalla paternità contesa è il popolarissimo Cosmopolitan, erede moderno del Kamikaze. Più autori e autrici se ne contendono la paternità. La prima versione è del 1985 e porta la firma di tale Cheryl Cook, bartender attiva tra il 1985 e il 2000 e conosciuta a Miami come “The Martini Queen of South Beach”. Toby Cecchini è colui che nel 1988 ha creato la versione semplificata e oggi più nota e diffusa, mentre Dale DeGroff è il bartender che ha reso celebre il “Cosmo” nel mondo. La storia va così. Tra il 1987 e il 1999 DeGroff era alla guida del Rainbow Room al Rockefeller Center di New York. Nel suo locale era un via vai di celebrità. Una sera del 1996 arriva anche Madonna, reduce di un grande successo come attrice per il film Evita Perón e di un Golden Globe. La signora Ciccone siede ovviamente nel posto migliore del locale. Fotografi e paparazzi la immortalano con il “Cosmo” in mano. Da lì in poi il drink schizza nell’empireo. La consacrazione definitiva come icona glamour avviene nella serie tv “Sex and the City”, grazie a Sarah Jessica Parker che interpreta una scoppiettante Carrie Bradshow assettata di gustose miscele in rosa.

I nuovi drink di Londra...

Nel nostro percorso di ricerca non potevamo non includere Dick Bradsell, all’anagrafe Richard Arthur Bradsell (nato nel 1959 e scomparso nel 2016), il bartender che negli anni Ottanta contribuì a cambiare faccia alla scena del bartending londinese con creazioni come Bramble, Russian Spring Punch e soprattutto l’Espresso Martini. Bradsell, come raccontò in un’intervista pubblicata da Difford’s Guide, creò questo drink nel 1983 quando lavorava alla Soho Brasserie. «Arrivò una cliente e mi chiese un drink che la svegliasse e che allo stesso tempo la rendesse euforica. Intorno a me avevo i due ingredienti ideali: il caffè espresso della nostra caffetteria e la vodka che era lo spirit più popolare del tempo. Così unii le due cose e nacque l’Espresso Martini». Bradsell fu un po’ una primula rossa della sua epoca, mentre a inizio Duemila quando Douglas Ankrah creò al Lab di Soho (prima di arrivare al Townhouse) il suo Pornstar Martini, detto anche Maverick Martini, lo scenario era ben diverso. Per descriverlo concedetemi un aneddoto personale. Nel 2005 in occasione di Ife, fiera londinese del settore, mi trovai di fronte ai fondatori del Worldwide Cocktail Club: l’indimenticabile Henry Besant e Dré Masso. Worldwide Cocktail Club era una neonata società di consulenza nata per diffondere una diversa prospettiva della miscelazione, fatta di preparazioni home-made, nuovi liquori e gusti diversi come mi spiegò la mia giovanissima e speciale guida. Parlo di Agostino Perrone, oggi uno dei top bartender al mondo. “Ago” mi portò tra i bar di Soho e quella che considerava la culla dove tutto era nato: il Lab di Douglas Ankrah. «Il Pornstar Martini - ha scritto l’autore - è un drink da consumare in tre fasi. Prima, col cucchiaino, si assaggia la polpa del frutto della passione. Poi si beve il bicchierino di Champagne, infine ci si gode il drink». Era un’idea di servizio destrutturata e, al tempo stesso, il cocktail era semplice, facile da replicare e con un nome difficile da dimenticare.

...e quelli di New York

Parallelamente, negli stessi anni, qualcosa di molto importante si muoveva anche a New York. Aprì il Milk&Honey e con lui iniziò a diffondersi la moda degli speakeasy. È in questo quadro che Sam Ross, bartender di origine australiano, dà vita a due tra i più noti classici moderni. Prima nel 2005 con il Penicillin, un drink costruito sull’impalcatura del Whisky Sour, profumato dalle note torbate di whisky scozzese e con un kick di zenzero fresco. Nel 2007, agli albori dell’amaromania negli Stati Uniti, Ross elaborò il Paper Plane. Ne parla così in un’intervista rilasciata al magazine americano Punch ripresa dal libro “A Proper Drink” di Robert Simonson: “È uno dei miei due drink che ha viaggiato di più. Un “parti-uguali” di Bourbon, Aperol, lime e Amaro Nonino Quintessentia che creai per l’apertura di un bar in cui non ho mai lavorato: The Violet Hour di Chicago. Usai prima Campari che poi sostituì con Aperol e Amaro Nonino Quintessentia, due rose nascenti del movimento del cocktail di allora”.

I twist sul Mojito di Audrey Saunders

Il gran finale di questa storia prevede l’entrata in scena di una super star. Il nostro collaboratore Shane Eaton ha incontrato per Bargiornale Audrey Saunders, una delle più grandi bartender della storia non solo recente, per farsi raccontare i suoi Gin-Gin Mule e Old Cuban. «Ho creato il Gin-Gin Mule nel 2000 al Beacon Restaurant. Era una miscela di Mojito e Moscow Mule. Il Mojito era una novità a New York nel 1999. Fu Dale DeGroff a insegnarmi la ricetta quando lavoravo al Blackbird. Dopo la chiusura nel 2000 del Blackbird, mi sono trasferita al Beacon Restaurant dove sono diventata head bartender. Il Mojito nel tempo diventò uno dei miei drink preferiti. Era la prima volta che sperimentavo un’erba in un drink e mi innamorai del sapore fresco della menta. Per il Gin Gin Mule sostituì il rum con il gin e poi aggiunsi una ginger beer artigianale preparata grazie all’aiuto dei nostri cuochi per dare alla ricetta un tocco spicy».

«L’Old Cuban - continua Saunders - nasce nel 2001 sempre sulla scia della mia passione per il Mojito. In questo caso volevo creare una versione del Mojito che fosse gradita sia a Capodanno sia in una giornata calda. L’Old Cuban per me è un Mojito in un miniabito nero da cocktail. Frizzante, limpido, rinfrescante, ma allo stesso tempo elegante e festoso, complesso e profondo. In un Mojito classico si usa la club soda. La club soda è una buona soluzione per un rum bianco e nel complesso tutto risulta ben bilanciato e leggero. Ma a Capodanno (o in altre occasioni) non bevo club soda, ma Champagne. Se a un Mojito preparato con rum bianco si aggiunge lo Champagne, la leggerezza del rum bianco è dominata dallo Champagne, giusto? Ma se sostituiamo il rum bianco con un rum invecchiato, la cosa comincia ad avere più senso. I due ingredienti si completano a vicenda, sono più equilibrati e in sintonia. Gli elementi bitter di Angostura servono ad aggiungere più profondità e complessità, oltre a legare insieme tutti gli altri ingredienti».

Canaïma, il gin dell’Amazzonia tra le esclusive di Compagnia dei Caraibi

Canaima_Simone Caporale

Un profilo di gusto ricco e complesso, materie prime inedite per il mondo spirit, un processo di lavorazione artigianale.  E, ancora, la salvaguardia del territorio nel quale nasce, l’Amazzonia, e delle popolazioni che vi vivono, coinvolte direttamente nella sua produzione. È tutto questo Canaïma, il gin artigianale super premium entrato nel catalogo di Compagnia dei Caraibi, che lo importa e distribuisce in esclusiva nel nostro Paese.

Prodotto da Dusa (Destilerías Unidas Sa), la distilleria venezuelana produttrice di Rum Diplomático, Canaïma (alc 47% in vol) è infatti il frutto di un progetto che, oltre a puntare a realizzare un prodotto dalle qualità uniche ed eccezionali, è caratterizzato da una forte impronta sociale e ambientale.

Canaima GInCanaïma si è infatti impegnata a destinare il 10% delle sue vendite a Tierra Viva Foundation e Saving the Amazon, due realtà impegnate a sviluppare progetti finalizzati a preservare la cultura, il patrimonio e la riforestazione della regione amazzonica e contribuire al benessere, alla sicurezza e alla trasformazione delle condizioni socioeconomiche delle comunità locali. Valori di solidarietà e sostenibilità condivisi da sempre anche da Compagnia dei Caraibi, che ha sposato in pieno il progetto anche sotto questo punto di vista, devolvendo alle stesse associazioni una importante percentuale delle vendite di bottiglie in occasione del lancio del prodotto in Italia alla fine dello scorso anno.

Più nello specifico, Tierra Viva Foundation, fondazione venezuelana impegnata nella promozione dello sviluppo sostenibile e della qualità della vita delle tribù indios, si occupa dello sviluppo di tutti i materiali di merchandising e comunicazione del brand, realizzati rigorosamente a mano dalle popolazioni locali. In questo modo Canaïma, attraverso la progettazione congiunta e l’acquisto di prodotti artigianali, contribuisce alla creazione di posti di lavoro per le comunità della regione. Con Saving the Amazon, che combina tecnologia, applicazioni mobili e potenziale umano delle comunità indigene per combattere la distruzione dell'Amazzonia, il brand collabora invece al programma di rimboschimento della foresta, attraverso la donazione di alberi che vengono piantati dalle stesse comunità.

Ma lo spirito dell’Amazzonia pervade Canaïma in ogni sua goccia. Questo gin è infatti ottenuto da un mix di 19 botaniche, delle quali ben 10 provenienti dalla sua terra di origine, come l’açai, una bacca dai grandi poteri antiossidanti, il frutto dell’anacardo, o quello della passione nella sua versione endemica che rappresentano una novità assoluta nella produzione di spirit e contribuiscono a rendere Canaïma un gin insolito e affascinante. Piante che costituiscono un patrimonio unico della cultura delle comunità locali, in particolare degli indios Pemòn, che partecipano alla loro raccolta, rigorosamente fatta a mano e nel pieno equilibrio e rispetto del territorio.

Altre 8 botaniche sono invece quelle tipiche dei gin più tradizionali, come le bacche di ginepro, le bucce di arancia e di limone, il coriandolo, la radice di angelica, mentre l’ultima è caratteristica della località La Miel, dove ha sede la distilleria Dusa, a rappresentare un richiamo al Venezuela, così come il nome Canaïma, che deriva da uno splendido parco naturale già patrimonio dell’umanità.

Al profilo unico del gin contribuisce anche il lungo e complesso processo produttivo. Questo prevede che ogni botanica venga macerata e distillata singolarmente, con modalità differenti per preservarne gusto e identità. Macerazione e distillazione avvengono in alambicchi di rame da 500 litri e, infine, i singoli distillati vengono sapientemente assemblati in proporzioni diverse dai master distiller dando vita a un prodotto dalla grande armonia di sapori e aromi che riflette tutta la lunga tradizione di Dusa. Canaïma si caratterizza infatti per i suoi intensi aromi fruttati e floreali, che combinano i caratteri lussureggianti, umidi e vegetali della foresta amazzonica e al palato per le sue complesse note di gusto, con predominanza di sentori erbacei, citrici e note tropicali.

Smash_Simone Caporale_Canaima
Smash, uno dei drink perfect serve di Canaïma creati da Simone Caporale

Caratteristiche che ne fanno un prodotto perfetto per la miscelazione, sia per la rivisitazione di grandi classici sia per nuove creazioni. Un esempio ne è la serie di drink perfect serve messa a punto da Simone Caporale, tra i massimi esponenti del bartending internazionale, che si è unito al progetto proprio per la sua grande valenza ambientale e sociale. «È stato un piacere essere coinvolto in un grande progetto come questo, la conservazione dell'Amazzonia e della sua gente è sempre stata una causa importante per me». Drink studiati per esaltare al meglio gli aromi e il carattere unico e insolito del prodotto, come l’Amazonian G&G, preparato con Canaïma, East Imperial Grapefruit soda e succo di lime, o Smash, dove invece il gin si miscela a limone e ananas pestato e a Fee Brothers old fashioned aromatic bitters, un cocktail dal profilo aromartico e fruttato che richiama l'Amazzonia.

Le ricette

Amazonian G&T di Simone Caporale

Ingredienti:

40 ml Canaïma Gin, 150 ml soda al pompelmo,

Preparazione:

build

Decorazione:

scorza di pompelmo

Bicchiere:

highball

Smash

Ingredienti:

30 ml Canaïma Gin, 1 fetta di limone pestato, 1 fetta di ananas pestato, 1 dash di Fee Brothers old fashioned aromatic bitters, ghiaccio tritato

Preparazione:

stir & strain

Bicchiere:

tumbler basso

Coronavirus: nuovo Sos della Fipe al Governo

Fipe Coronavirus
Foto di Quinn Kampschroer da Pixabay

«Tra riduzione dei flussi turistici, chiusura delle scuole, utilizzo dello smart-working nelle aziende, psicosi collettiva e provvedimenti restrittivi, subiamo danni incalcolabili e insostenibili. Così non riusciamo ad andare avanti, il nostro è il settore più colpito; subito interventi di sostegno o chiuderemo». È il nuovo, forte grido di allarme lanciato da Fipe, Federazione italiana dei pubblici esercizi, al Governo affinché adotti al più presto interventi mirati a tutela di un settore che sta pagando molto care le conseguenze dell’emergenza Coronavirus.

Un settore che suo malgrado si trova al centro di una tempesta perfetta, dove da un lato deve far fronte al clima di panico che non favorisce le visite ai locali, al crollo delle presenze turistiche, al rinvio e cancellazione di eventi e iniziative e dall’altro a provvedimenti che riducono l’operatività delle imprese: un mix esplosivo che rischia di mettere in ginocchio molte attività.

E Fipe nella sua nota di protesta sottolinea come il comparto dei pubblici esercizi sia il più colpito dagli effetti del Coronavirus, registrando mancati incassi per 50 milioni di euro al giorno. Una prima stima della Federazione inoltre ha calcolato in 4 miliardi di euro le perdite di fatturato del settore in tre mesi, che valgono circa 1,5 miliardi di euro in termini di valore aggiunto. Non meno pessimistiche le previsione degli stessi operatori. Il 72,7% degli associati Fipe ritiene infatti che la crisi durerà ancora a lungo, con un peggioramento nei prossimi due mesi e forti diminuzioni del fatturato, con punte fino all’80%.

Una situazione dunque molto pesante, nella quale spicca l’assenza di provvedimenti a supporto di un settore che occupa oltre un milione di addetti e che rischia di lasciare a casa oltre 40.000 persone per impossibilità di retribuirle

«Purtroppo e inspiegabilmente, i provvedimenti presi fino ad oggi non riguardano le imprese del principale settore del turismo, quello della ristorazione, del catering, dell’intrattenimento e dei Bar/Pub – lamenta Lino Stoppani, presidente Fipe -. Chiediamo, inoltre, che venga fatta chiarezza sull’applicazione delle norme. Ci appare incomprensibile che i bar di Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e le province di Pesaro e Urbino, Savona non possano servire i clienti al banco. Se l'obiettivo, assolutamente condivisibile, è di evitare assembramenti, basterebbe adottare le misure di cautela suggerite dalle autorità sanitarie per ogni altro servizio, dal negozio di alimentari fino all'ufficio postale. Siamo responsabili, ma non si capisce perché in un bar ci si infetta se si prende un caffè al banco, rispettando la distanza di un metro, e non invece in fila in metropolitana o in altre situazioni analoghe permesse».

In particolare, Fipe chiede al Governo interventi urgenti sugli ammortizzatori sociali, meccanismi di credito di imposta per sopperire, almeno in parte, al crollo del fatturato, la sospensione del pagamento di oneri e tributi e la sospensione degli sfratti per morosità, per venire incontro a chi nelle prossime settimane non riuscirà ad onorare i contratti di locazione e a pagare fornitori e dipendenti.

«Occorre far presto perché l'emergenza sanitaria rischia di far saltare il banco e se chiudono le nostre attività, chiudono le luci che animano le città e si perde un patrimonio di socialità e di servizio, simbolo dello stile di vita italiano e fattore decisivo di attrazione turistica», conclude Stoppani.

Coronavirus, com’è dolce la beneficenza

Cioccolatitaliani, laboratorio a vista

In un momento difficile per la ristorazione, in piena emergenza sanitaria, a Milano è nata una associazione che ha unito un lungo elenco di esercenti e raccolto fondi per oltre 100.000 euro. Non per aiutare la categoria, ma per dare subito un segnale concreto di supporto a chi è impegnato sul fronte della guerra al Covid-19, il famigerato coronavirus che rischia di mettere in ginocchio i nostri ospedali. Il denaro raccolto dalla neonata Unione dei Brand della Ristorazione Italiana è destinato a Croce Rossa e Anpas impegnati sull’emergenza Covid-19. L'associazione è nata a Milano il 24 febbraio scorso per dare un segnale di presenza e supporto ai cittadini per il contenimento della diffusione del Covid-19. Conta già 100 imprese aderenti e rappresenta le migliaia di lavoratori impegnati in un comparto in grave sofferenza. Non c'è solo la ristorazione, ma anche una rilevante quota di mondo dolce, con gelaterie e caffè e la voce importante di Vincenzo Ferrieri di CioccolatItaliani, tra i promotori assieme ad Antonio Civita (Panino Giusto) e Nanni Arbellini (Pizzium). Ecco la dichiarazione congiunta dei promotori: «La nostra situazione è tuttora estremamente critica, ma quando abbiamo deciso settimana scorsa di tenere la città “aperta e accesa” attraverso i nostri complessivi più di 1000 locali, abbiamo voluto esprimere a tutti un messaggio di solidarietà e unione. Il video #milanononsiferma che abbiamo commissionato all’agenzia Brainpull, è una carica di coraggio che è stata visualizzata da oltre 50 milioni di persone. Il video è stato riportato da tutti i maggiori media e dalle persone più influenti; questo risultato ci incoraggia a vedere un futuro di ripresa, il più presto possibile, che ci veda tutti uniti. Abbiamo creduto giusto, nonostante la evidente difficoltà che stiamo attraversando con i nostri locali vuoti di turisti, dare una mano ai volontari che si spendono ogni giorno per questa e ogni altra emergenza della collettività. Ora stiamo studiando iniziative di comunicazione che mostrino al mondo Milano come quella città unica e straordinariamente attraente che è, per il suo stile di vita e per tutti i suoi tesori, tra cui il cibo e l’accoglienza». Questo l'elenco dei locali e delle imprese aderenti all'iniziativa. Gelateria Rigoletto Ghe Sem Giangusto GL group italia srl Glovo God Save the Food Gran Caffè Cimmino Hamerica's Healthy Color I Love Poke Il Mannarino Jazz Caffè Just Eat Kentucky Fried Chicken Ktchn Lab La Belle Alliance La Cantina del Giannone La Filetteria italiana La Piadineria La Tartina Le Biciclette/Gud/Terrazza Triennale Lievità L'Ov Milano Lùbar Macha Cafè Mani in Pasta Mare in Pasta Milano Restaurant Group Muu Muuzzarella Mymenu Old Wild West Osteria Brunello Pandenous Panini di Mare Panini Durini Panino Giusto Pie - pizzeria Italiana Espressa Pizzeria Marì Pizzikotto Poke House Pokeria by Nima/Nima Sushi Poku by Bomaki Roadhouse Rossopomodoro Sagami Sapori Solari Savini Group Signorvino Spiller Temakinho Terrazza Calabritto Terry srl 12oz 5roosters Basara Bhangrabar/Long Island Navigli Birreria Italiana Bomaki Bowls and More Briscola Pizza Society Bun - The Abnormal Burger Caffè Napoli Calavera Ca'pelletti Change food srl Cioccolatitaliani Circle Cocciuto Da Zero - Pizza e Territorio Deliveroo Deseo Dispensa Emilia East River American Pub/Pils Pub El Porteno Fede Group Flower Burger Fresco & Cimmino Fud Bottega Sicula That's Vapore The Fisherman The Friends This is not a Sushibar Tom - The Ordinary Market Twin's Cafè Ubereats Le due associazioni hanno destinato le somme ricevute all’acquisto di apparecchiature e materiali sanitari. Intanto, anche Eataly si muove con le stesse finalità: dal 9 al 31 marzo le dieci pizzerie degli store di Milano Smeraldo, Torino Lingotto, Roma Ostiense, Pinerolo, Genova, Trieste, Firenze, Piacenza, Forlì e Bari si fanno promotrici di una raccolta fondi a sostegno dell’Ospedale Sacco di Milano. L'iniziativa si chiama "Pizza buona 2 volte": per ogni pizza venduta Eataly devolverà 1 euro all’ASST Fatebenefratelli Sacco di Milano, impegnato in prima linea sull’emergenza coronavirus in Italia. La donazione verrà impiegata per l'acquisto di attrezzatura necessaria ai reparti maggiormente impattati dalla contingenza attuale, cioè le Unità Operative di Malattie infettive e di Terapia intensiva.

Marco Alberizzi è il nuovo amministratore delegato di Stock Spirits Italia

Marco Alberizzi_ad Stock
Marco Alberizzi, ad Stock Italia

Cambio al vertice di Stock Spirits Italia. Lo storico produttore ha un nuovo amministratore delegato: è Marco Alberizzi, manager cinquantaduenne con una lunga e solida esperienza nel campo beverage.

Laureato in Business economics all’Università Cattolica di Milano, Alberizzi ha arricchito la sua formazione con un master in marketing e comunicazione e, successivamente, con corsi executive presso l’Insead in Francia e l’Harvard Business School negli Stati Uniti.

La sua carriera lavorativa comincia invece in Heineken, dove ricopre numerosi ruoli manageriali fino all’incarico di sales & marketing director Italia e, nel 2013, di global sales capability director, quindi ampliando il suo raggio di azione a tutti i continenti. Successivamente accresce il suo bagaglio professionale con un’importante parentesi nel settore del food con il ruolo di head of trade and shopper marketing per il Gruppo Ferrero. Torna al beverage assumendo la carica di general manager del gruppo Bacardi Martini per approdare, infine, in Stock con l’obiettivo di guidare l’azienda nel suo percorso di crescita ed espansione. Un percorso che l’azienda ha intrapreso dallo scorso anno con l’acquisizione di Distillerie Franciacorta, tra i maggiori produttori di grappa.

«Sono orgoglioso di entrare a far parte di Stock e di poter contribuire al suo sviluppo – ha commentato Alberizzi -. L’acquisizione di Distillerie Franciacorta è emblematica della volontà del Gruppo di investire sul mercato italiano. Grazie a questa operazione, giochiamo un ruolo da top player nel mercato delle grappe che si unisce alla posizione di leadership nel limoncello con Limoncè, nella vodka con Keglevich e a un ruolo di primo piano nel brandy con Stock 84». Percorso di crescita che prevede importanti novità nel catalogo per puntare a imporsi in tutti i momenti di consumo. «Stiamo inoltre lavorando per costruire una portfolio company orgogliosamente italiana per stile, qualità e tradizione, ma con un piede nel mondo degli international spirit – ha infatti anticipato il neo ad -. Attraverso l’innovazione e nuove partnership distributive vogliamo allargare il nostro presidio a tutte le occasioni di consumo, dal dopo cena dove già oggi giochiamo un ruolo da leader, lungo tutta la serata fino a notte fonda».

Birra Peroni punta su GentianIpa, birra alla genziana

Entico Galasso, ad Birra Peroni, con Jurji Ferri, titolare e mastro birraio di Almond'22

Non è la prima volta che due aziende uniscono le rispettive forze e conoscenze per mettere a punto un nuovo prodotto. Nel caso di GentianIpa è la prima volta che un birrificio inglese (anzi londinese) conosciuto per le sue Ipa (India Pale Ale) come Meantime Brewing mette a disposizione il suo know-how sull'impiego di luppoli aromatici per realizzare una birra aromatizzata alla genziana insieme con il birrificio abruzzese Almond'22. Un progetto che vede l'appoggio diretto di Birra Peroni che, insieme con Meantime Brewing, fa parte del gruppo Asahi Europe.
La presentazione del progetto GentianIpa al salone Birra&Food di RiminiFiera (stand Superpremium Brands Business Unit di Birra Peroni) è stata illustrata da Enrico Galasso, amministratore delegato di Birra Peroni, insieme con Jurji Ferri, patron e mastro birraio del birrificio artigianale Almond'22 di Loreto Aprutino (Pescara).
«La sfida è quella di mettere insieme - precisa il mastro birraio Jurji Ferri - e in armonia gli intensi aromi amari di una radice essiccata come quella di genziana con un blend di luppoli aromatici americani che possano tra loro giocare ed esaltarsi a vicenda. Una sfida affascinante che Alastair Hook, brewmaster di Meantime Brewing, un rinnovatore di scuola tedesca della tradizione anglo-americana Ipa, ha subito raccolto e ben accettato».
La prima cotta è prevista per la fine di febbraio nel birrificio abruzzese, mentre il "primo sorso" è atteso per il 6 aprile.
«Con Jurji e Alastair condividiamo la passione per la qualità - ha soittolineato Enrico Galasso, amministratore delegato di Birra Peroni - la buona birra e l'amore per la creatività. Abbiamo scelto di fare un progetto insieme, dal quale sono sicuro che nascerà una grande birra legata sì al territorio ma capace di emergere anche a livello internazionale per il suo originale profilo organolettico».

Una storica radice terapeutica
Pianta spontanea aromatica tipica delle zone temperate, diffusa in oltre 400 varietà, la genziana è nota fin dall'antichità per le sue caratteristiche terapeutiche (antifebbre),  tonificanti e digestive (amarogentina). In Italia la varietà Gentiana Lutea o Maggiore (a fiori gialli) è particolarmente diffusa negli Appennini centrali (fiori gialli) come l'Abruzzo, dove gli intensi aromi amari estratti dalla radice essiccata (consumata fresca risulta velenosa) sono tradizionalmente impiegati in liquori, amari e distillati, per rifinire dolci, gelati e bevande rinfrescanti.

Fiori gialli di Genziana Lutea (Abruzzo)
Fiori gialli di Genziana Lutea (Abruzzo)

Una radice amara "scontrosa"
La difficoltà di introdurre il gusto della genziana in bevande "delicate" come la birra ha visto finora esercitarsi nell'operazione pochi produttori.
Teo Musso del birrificio Baladin di Piozzo (Cuneo) ha già provato questa via per Open White, birra di malto d'orzo e frumento, con aggiunta di radice di genziana in dry hopping, operazione che conferisce note amare in aggiunta a quelle agrumate e speziate (5% alc, amaro 10-12 Ibu, colore 6-8 Ebc). Da servire nel tipico calice Teku a 8-10 °C in abbinamento a pesce crudo e grigliato, carni bianche, fritti leggerei, formaggi vaccini freschi e semistagionati, mozzarelle.
A memoria ne ricordiamo solo altre tre birre aromatizzate alla genziana, non a caso tutte dell'Appennino centrale, i cui produttori sono più abituati a gestire questo "scontroso" ingrediente.
Birra del Borgo Genziana. Entrata a far parte da un paio di anni nella gamma "Birre del Territorio" del birrificio di Borgorose (Rieti) del gruppo internazionale AB-InBev, impiega la radice di genziana raccolta dalla cooperativa Mucilla di Contigliano (Rieti). Le radici sono utilizzate in una infusione della durata di due minuti durante le ultime fasi della bollitura. All'olfatto Genziana denota sentori pepati, di sottobosco e di fiori. Al gusto risulta quasi mielosa, seguito da sentori di radici, pepe e frutta a polpa gialla (6,2% alc, amaro Ibu 25, colore Ebc 8). Da servire in coppa balloon a 12-14 °C con formaggi erborinati, piatti di pesce alla griglia, spaghetti allo scoglio, polpette di baccalà, melanzane alla griglia. Disponibile in bottiglia di vetro 33 cl.
Birra Alta Quota Eva con Genziana. Colore biondo intenso, con impiego di farro locale e con una presenza di radice di genziana del 0,1%  che assicura un amaro progressivo, equilibrante e asciugante, mai aggressivo (6% alc). Un abbinamento insolito: risotto al Parmigiano e alle erbe di campo come gli orapi, spinaci selvatici di montagna. Il birrificio di Cittareale, loc. Ricci (Rieti) si trova nell'alta valle del fiume Velino, con cime circostanti che oltrepassano i 1.500 m (Monte Pozzoni, 1903 m). Disponibile in bottiglia di vetro da 75 cl, da servire in calice a tulipano a 7 °C.
Ival Birra Genziana. Colore giallo paglierino, rifermentata in bottiglia da 33 cl, non filtrata né pastorizzata, con note erbacee e amare (genziana 6%) che la rendono fresca e dissetante (4,5% alc, cat. session beer, beverina e poco alcolica). Da abbinare a carni di maiale, pizze e focacce ben farcite. Prodotta dallo storico liquorificio (1888) della famiglia Jannamico di Fara Filorum Petri (Chieti), alle porte del Parco Nazionale della Maiella.

Cupping in sicurezza con il nuovo protocollo di Sca

World of Coffee, cupping

La Specialty Coffee Association ad oggi conferma i prossimi appuntamenti in programma: Re:co Symposium dal 22 e 23 aprile a Portland, Oregon (Stati Uniti), Specialty Coffee Expo dal 23 al 26 aprile nuovamente negli Usa nella Contea di Multnomah, Oregon, World Coffee Championships  dal 4 al 7 maggio a Melbourne - Australia e World of Coffee dal 18 al 20 Speciality Coffee Expogiugno a Varsavia - Polonia. Al contempo segue con attenzione gli sviluppi relativi all’epidemia di Covid-19 attraverso una task force in contatto con le autorità sanitarie locali e globali, per comprendere come agire nel modo più sicuro e collabora con i propri partner presso le località in cui si terranno i prossimi eventi al fine di mettere a punto con i governi e le autorità sanitarie locali, procedure e interventi per assicurare condizioni di sicurezza.

Di qui l’introduzione di un protocollo per il cupping finalizzato a ridurre le possibilità di contaminazioni crociate e strumenti  nel corso delle manifestazioni quali la disponibilità di distributori di disinfettanti per  le mani posizionati agli ingressi e negli spazi pubblici; punti informativi e di pronto soccorso chiaramente identificabili; la disinfezione regolare delle superfici di lavoro e una campagna di sensibilizzazione con le precauzione di salute e sicurezza da osservare.

I partecipanti, il personale e i volontari sono invitati a rispettare le raccomandazioni dell’Oms - Organizzazione Mondiale della Sanità in materia di salute, tra cui: lavarsi le mani o utilizzare prodotti per la disinfezione frequentemente; evitare contatti ravvicinati, strette di mano, baci e abbracci; coprire il viso con un gomito quando si avverte il bisogno di tossire o starnutire; usare fazzoletti di carta da smaltire rapidamente; evitare il contatto ravvicinato con chiunque mostri segni di malattia. L’apposita pagina di Sca offre inoltre la risposta ad alcune delle domande più frequenti sull’impatto del Covid-19 sulle attività; nel caso le informazioni non fossero sufficienti si può contattare l’Associazione via mail all’indirizzo hello@sca.coffee.

Nel corso degli eventi Sca si svolgono numerosi cupping

Il cupping è un’attività molto frequente nel corso degli eventi promossi da Sca, per cui è stato messo a punto un nuovo protocollo, al fine di permettere ai partecipanti di effettuare gli assaggi senza problemi di contaminazioni crociate (chi preferisce evitare il cupping, può fare richiesta di campioni estratti a filtro).

Ai partecipanti saranno dati dal personale Sca una coppetta e un bicchierino individuali. Le tazze del campione saranno posizionate sui tavoli e la crosta sarà rimossa con un cucchiaio pulito.

Le persone si avvicineranno alla tazza con il campione da assaggiare, ne preleveranno un poco con il cucchiaio e verseranno il contenuto nel bicchiere che sarà utilizzato per la degustazione. Il cucchiaio non dovrà essere utilizzato per l’assaggio, ma solo per trasferire il liquido dalla tazza al bicchiere e non dovrà toccare né la bocca né il bicchiere.

Il personale fornirà acqua calda e secchi di raccolta tra ogni assaggio per sciacquare i bicchieri. Sempre tra un assaggio e l’altro si sciacqueranno anche i cucchiai (che si dovranno utilizzare solo per trasportare il caffè) in un apposito contenitore. Cucchiai e tazze puliti saranno a disposizione di chi avrà bisogno di sostituirli. Le superfici del tavolo saranno disinfettate tra le sessioni.

Tabaccherie più sicure? Diminuiscono le rapine, ma aumentano i furti

Tabaccherie

La rivista "Sicurezza", del Gruppo Tecniche Nuove, fa il punto sulla sicurezza nelle Tabaccherie analizzando i dati del Rapporto Intersettoriale sulla Criminalità Predatoria 2019, promosso da OSSIF, il Centro di Ricerca dell’ABI sulla Sicurezza Anticrimine

Flower Power, il drink per la festa della donna di Sanbittèr

Flower Power_Sanbittèr

Tra qualche giorno, l'8 marzo, si celebra la festa della donna, appuntamento al quale anche i bar non possono restare indifferenti. Un suggerimento per brindare all’universo femminile arriva da Sanbittèr, il bitter analcolico di casa Sanpellegrino, che ha creato un drink per l’occasione.

Fresco e leggero, Flower Power, questo il nome del cocktail, sposa il sapore agrumato di Sanbittèr Emozioni di Pompelmo con l’intensità e la dolcezza dei lamponi freschi, il tutto completato con la nota ancora agrumata, ma più accentuata del succo di lime.

Facile e veloce da preparare è un virgin cocktail pensato per celebrare la femminilità, che vuole conquistare le consumatrici non solo con il suo ricco gusto, ma anche con una presentazione altrettanto accattivante. Il drink è infatti completato da una decorazione composta con uno speciale fiore realizzato attraverso uno “spiedino” di lamponi e un petalo di rosa caramellato.

Infine, l’ultimo suggerimento per esaltarne il servizio: servire il cocktail accompagnato da un appetizer composto da roselline di pesce spada su piccole fette di pane di segale.

Flower Power

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Ingredienti:

10 cl Sanbittèr Emozioni Pompelmo, 3 cl succo di lime, 4 lamponi freschi, 2 cucchiaini di zucchero di canna, petali di rosa caramellati

Preparazione:

mettere i lamponi e lo zucchero nello shaker e poi aggiungere il succo di lime. Pestare delicatamente il tutto e poi aggiungere del ghiaccio. Colmare con Sanbittèr Emozioni Pompelmo e miscelare bene. Versare in un bicchiere ghiacciato.

Decorazione:

spiedino di lamponi e *petali di rosa caramellati

*prendere dei petali di rosa non trattata e passare su entrambi i lati zucchero semolato e albume con un pennello di silicone. Far essiccare in forno ventilato aperto per 30 minuti, poggiando i petali su carta da forno e girandoli ogni 10 minuti.

Bicchiere:

Hurricane

Le catene italiane del gelato valgono mezzo miliardo l’anno

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In questi tempi contaminati da drammatica incertezza, conviene leggere qualche dato positivo. Lo sono i numeri delle catene italiane di gelateria, monitorate da quattro anni da Osservatorio Sistema Gelato, che ha da poco rilasciato l'ultimo aggiornamento del "bilancio" di questo comparto.

I pdv totali sono 1585, +7,5%

I punti vendita - intesi come il totale dei pdv a gestione diretta e in franchising delle catene di diritto italiano - raggiungono quota 1585, con un +7,5% (110 unità) sull'anno precedente.Tutti insieme sviluppano un sell out di mezzo miliardo di euro all’anno, con un peso significativo sulla filiera italiana di produttori di ingredienti, vetrine e macchinari per gelato. Scrive l'Osservatorio che aumenta lievemente l’incidenza dei mercati esteri che «ora rappresenta il 25,4% del totale contro il 25,2% dell’anno precedente». Ecco come sono distribuiti, nel mondo, i pdv delle nostre catene di gelateria: Europa 32,3%, Asia 18,4%, medio Oriente 17,9%, centro-sud America 15,4%, nord America 9,2%, Africa 5,8%, Oceania 1%.

Cresce la presenza delle nostre catene di gelateria all'estero: +8,3%

La presenza di punti vendita all’estero è cresciuta dell’8,3% raggiungendo un valore aggregato di 403 unità, rispetto alle 372 unità del 2019, 323 del 2018 e 310 del 2017. Il numero di Paesi esteri dove c’è almeno una gelateria di una catena italiana passa da 56 a 62 distribuiti nei cinque continenti. Questi i Paesi "new entry" dell'ultimo anno: Israele, Giappone, Camerun, Reunion, Georgia, Bahrein e Bulgaria - mentre sono usciti Bangladesh ed Angola.

75 nuove aperture sono già pianificate

Venchi, Gioelia Cremeria, Cioccolatitaliani, Mammamia e Bacio nero sono le catene con la maggior crescita sui mercati esteri nel corso del 2019. Secondo la stima dell'Osservatorio, sarebbero 75 le aperture pianificate nel corso dei prossimi mesi tra Italia ed estero (erano 100 quelle pianificate nello stesso periodo dello scorso anno). Con la speranza che la contrazione globale dell'economia generata dall'emergenza sanitaria del nuovo coronavirus non faccia saltare anche questi piani.  

New Humans, la nuova drink list del Drink Kong di Roma

Drink Kong
Il team del Drink Kong di Roma (foto di Alberto Blasetti)

Patrick Pistolesi sfida la pandemia e presenta il suo nuovo menù dal titolo New Humans nonostante tutto. Nel suo locale, perché se un contraccolpo c’è stato finora è che l’evento magnifico che avevano immaginato fuori dalle porte del Drink Kong si è dovuto ridimensionare. Ma in fondo non è male neanche giocare in casa, se la casa è il bar che in un solo anno è giunto sulle vette della miscelazione mondiale (82° posto nella World's 50 Best Bars al primo anno).

Il nuovo menù, dicono, dalla grafica molto accattivante curata da Alessandro Gianvenuti (che potete scaricare in fondo all'articolo) è ispirato ai linguaggi ibridi dell’uomo contemporaneo. Come spiega lo stesso Pistolesi, «rimane istintivo come il precedente, ma più legato ai simboli». Ventuno cocktail tutti nuovi. E se qualcuno si è affezionato a uno di quelli vecchi? «Lo aiuteremo a trovarne un altro che gli piaccia». Insomma, non c’è più e se ne deve fare una ragione, fa capire Patrick.

Come spiegano, «New Humans segna un’evoluzione del codice espressivo di Drink Kong: il precedente progetto Reflections si basava sullo stimolo cromatico simbolico che agiva sull’immaginario degli ospiti ispirando sensazioni ed emozioni, ma ogni drink era a sé stante». Il focus di New Humans si sposta quindi sul gusto, anche se c’è sempre una gradazione di colore a separare una sezione dall’altra.

La nuova drink list del Drink Kong (foto di Alessandro Gianvenuti)

I drink della nuova carta sono quindi suddivisi in cinque categorie tutte nuove. Due in particolare quelle dirompenti, afferma Patrick. La prima è Holus, che in latino vuol dire “tutto ciò che è verde” e nella quale trovano spazio drink ispirati al mondo vegetale e che contengono ingredienti che vengono dalla natura, come la lattuga o il cavolo cinese. L’altra è NewMami, l’umami secondo Drink Kong, che rielabora cocktail come il Milk Punch e il Bloody Mary spingendo sul sesto gusto. E ancora ci sono Kudamono, che in giapponese vuol dire “tutto quello che riguarda la frutta”, dove ci si concentra sui cordiali freschi e i sapori di frutta intensi; Herbs & Herbs, dove trova spazio tutto ciò che è bitter, dunque il mondo dell’erbaceo e del balsamico, dell’officinale e dell’erboristico; infine c’è Sukoshi, letteralmente “un po’”, ovvero la categoria degli analcolici e dei fermentati a basso contenuto alcolico.

Cresce l’aspetto tecnologico e la lavorazione a monte dei cocktail di Drink Kong, che nascono non solo dietro al bancone, ma soprattutto in laboratorio. «Di sotto – spiega Pistolesi – abbiamo un’attrezzatura gigantesca, che va dal rotovapor alle centrifughe farmaceutiche e grazie a questo abbiamo potuto spingerci sempre più avanti nella ricerca e continueremo su questo solco».

New Humans

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