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Pagamenti digitali, tre consigli ai gestori di bar

pagamento digitale al tavolo
Nel 2024 i pagamenti digitali hanno superato il contante, complice il boom della tecnologia contactless. Le nuove norme dal 2026 e i consigli per i gestori per trarre vantaggio dal momento del pagamento

Nel 2024, per la prima volta, i pagamenti digitali hanno superato il contante, in termini di valore. Secondo i dati raccolti dall'Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano, il 43% dei consumi è stato regolato con strumenti elettronici (481 miliardi di euro, in crescita dell'8,5% rispetto all'anno precedente); il contante si è fermato al 41%.

«Sappiamo quanto l'Italia sia legata al contante, ma ci aspettavamo il sorpasso visti i dati degli ultimi anni», spiega Ivano Asaro, direttore dell'Osservatorio. Le ragioni? Il boom della tecnologia di pagamento contactless e, in parte, l'ingresso nel mondo degli adulti (e spendenti) della Gen Z.

Contactless su, scontrino medio giù

Spiega Asaro che «quasi il 90% delle transazioni elettroniche in negozio avvengono con pagamenti contactless, con un valore di 291 miliardi di euro. Il dato include i pagamenti con carte di credito e debito dotate di questa tecnologia, quelli effettuati con smartphone e quelli da dispositivi wearable». L’utilizzo dei dispositivi wearable, come smartwatch, anelli e portachiavi, è in forte espansione: nel 2024 il transato con questi strumenti ha raggiunto un valore di 2,5 miliardi di euro, in crescita del 57% rispetto al 2023. 

Interessante il dato dello scontrino medio: se il valore complessivo del transato - come detto sopra - è cresciuto dell'8,5%, il numero di transazioni è cresciuto di più, segnando un +14%. «Significa che lo scontrino medio continua a scendere», spiega Asaro, «è arrivato a 42,5 euro, mentre a fine 2023 era 43,8. Ci sono sempre più transazioni micro».

Effetto Gen Z in chiaroscuro

Quanto all'effetto Gen Z, con i giovani nativi digitali che iniziano a spendere (e hanno più automatismi nell'utilizzo del digitale), l'effetto è solo parziale. «È vero che cominciano a spendere, ma non hanno ancora la capacità di spesa per essere autonomi. Spesso hanno in mano del contante che arriva da mance o passaggio di denaro in famiglia. Però il loro essere "nativi digitali" certamente incide in positivo. Per quanto riguarda i consumatori di età più avanzata, la capacità di spesa non è in discussione, ma l'attitudine al digitale è varia. Un divario più importante si nota, piuttosto, tra città o metropoli e piccoli paesi di provincia».

Come evolve il Pos

Torniamo dal lato dell'esercente. Cambia in modo significativo il panorama dei terminali di accettazione dei pagamenti: a fine 2024 il numero di Pos in Italia ha raggiunto i 3,5 milioni. «I dispositivi tradizionali sono il 54%, ma perdono terreno, anche se in assoluto sono comunque cresciuti», spiega Ivano Asaro. «I mobile Pos (quelli che l'esercente connette allo smartphone) sono abbastanza costanti, il 28%. Gli smart Pos sono il 14% e in crescita, i software Pos (il cellulare che diventa direttamente il Pos, ndr) sono anch'essi in crescita, ma sono solo il 4%».

Le nuove regole dal 2026

Teniamo presente che dal 2026 il tema dei pagamenti digitali diventerà ancora più d'attualità. La legge di bilancio 2025 ha imposto il vincolo di collegamento tecnico tra il Pos e il registratore telematico, che dovrà permettere di memorizzare automaticamente le informazioni relative alle transazioni elettroniche. In pratica, l'esercizio dovrà inviare all'Agenzia delle entrate unitamente il totale degli scontrini emessi e quello dei pagamenti ricevuti tramite strumenti elettronici. Entro fine anno, quindi, i gestori dovranno provvedere (a spese loro) a modificare hardware e software per adeguarsi alle nuove regole.

I bar? Ancora orientati al contante

L’Osservatorio Innovative Payments, in collaborazione con Ipsos, ha anche studiato le preferenze e le attitudini degli esercenti italiani, conducendo una indagine sul tema dei pagamenti. C'è un crescente interesse verso i pagamenti digitali: il 53,5% degli esercenti ha dichiarato di preferire le carte rispetto ad altri strumenti di pagamento, mentre il 43,5% continua a privilegiare il contante. Tuttavia, ci sono differenze tra i settori: commercianti al dettaglio, ristoratori e fornitori di servizi alla persona sono i più propensi ad adottare i pagamenti digitali, mentre il contante rimane predominante nei bar, nei mercati ambulanti e nelle tabaccherie.

Tre consigli ai gestori di bar e locali

A fronte dell'evoluzione delle abitudini dei clienti, abbiamo chiesto al direttore dell'Osservatorio di darci tre consigli per i gestori di bar che vogliono sfruttare l'obbligo di legge di accettare pagamenti digitali per migliorare la loro gestione e risultare più attraenti agli occhi dei clienti.

  1. Organizzarsi per rendere il pagamento digitale non solo disponibile (cosa che va fatta per legge), ma anche facilmente accessibile: il pos fronte cassa in modo che il cliente lo veda subito e possa avvicinare autonomamente il cellulare o la carta; sembra una banalità, ma velocizzare le operazioni di pagamento senza "nascondere" il terminale è un accorgimento che mostra buona predisposizione verso le esigenze del cliente.
  2. Investire su soluzioni "ordino e pago al tavolo": eliminano coda alla cassa e molte soluzioni software permettono di dividere subito il pagamento (alla romana o selezionando voce per voce). Insomma, rendono il momento del pagamento - specie per i gruppi - non più un momento problematico, ma superfluido.
  3. Investire in integrazione tra sistema di pagamento e gestionale. Il Pos non è solo un obbligo, ma anche uno strumento per pianificare l’offerta e i turni. Se i dati derivanti dalle transazioni sono ben indirizzati in un gestionale, l'esercente può studiare chi sono i suoi clienti. E soddisfarli al meglio.

Murrine: arte in cioccolato, firmata Pasticceria Pinel

Ispirata all'arte vetraia di Murano l'estetica delle praline Murrine, ideate da Giulia Pinel. Con un occhio al territorio nella lista ingredienti

Si ispira all’arte vetraria di Murano la nuova linea di praline colorate nate a Jesolo, nel laboratorio della Pasticceria Pinel, grazie al progetto di Giulia, giovane e intraprendente artista del cioccolato. Per chi non le conoscesse, le murrine veneziane sono opere in vetro create con una precisa tecnica decorativa, sovrapponendo e fondendo piccoli pezzi di vetro colorato per ottenere svariati disegni e motivi che impreziosiscono piatti, vasi, gioielli, lampade e altro. Una tecnica antica che ha ispirato moltissimi artisti e che continua a farlo attraverso i secoli.

Cinque anni per perfezionare le Murrine

Infatti, nel 2020, durante il periodo della pandemia, la pasticcera trascorre ore e ore in laboratorio a sviluppare la sua idea: cioccolatini finemente decorati che richiamino proprio le murrine. Ad accompagnarla in questa avventura, la famiglia di artigiani con il padre Mauro, executive pastry chef, e il marito che la supporta nella sperimentazione. Cinque anni di ricerca e perfezionamento hanno portato a un risultato che ricorda da vicino le celebri perle veneziane di vetro variopinto. L’effetto è ottenuto con l’applicazione di quattro diverse tecniche di decorazione a mano che colorano il guscio finissimo di cioccolato, rendendolo brillante e lucido. In tutto sono sette esperienze sensoriali destinate a un pubblico di intenditori e appassionati, in altrettante combinazioni di sapori che richiamano territorio e tradizioni quotidiane drink & food. Giulia racconta un dolce viaggio gastronomico alla scoperta di Venezia e dei suoi dintorni: assaporare un biscotto, bere un’ombra di vino in un bacaro che profuma di storia, sorseggiare uno Spritz insieme agli amici in uno dei bar storici tra calli, corti e campielli di Venezia.

Giulia Pinel
Giulia Pinel con le Murrine, la sua elegante creazione di pasticceria

Ingredienti che omaggiano il territorio

La scelta degli ingredienti conduce, per esempio, all’intenso e sapido miele di barena, alla zuccherosa pera del veneziano e alla noce Lara, dolce e delicata. Al momento dell’assaggio, la pralina Tiramisù riassume il dolce trevigiano con una riduzione al caffè, la ganache al mascarpone e il croccantino al savoiardo. Una preziosa collezione che omaggia i più tradizionali biscotti veneziani: lo Zaetto, con farina di mais e uvetta sotto spirito, e il famoso Bussolà, nato tra i merletti di Burano. Poi è la volta dei calici: l’ombra di rosso con riduzione e ganache di vino rosso e l’iconico Spritz avvolto nel cioccolato.

Per le sue praline, Giulia ha scelto il cioccolato fondente al 61% perché ha un’acidità e delle caratteristiche aromatiche non troppo intense, ideali per introdurre e lasciare ampio spazio ai sapori del ripieno stratificato, in cui l’incontro di diverse consistenze regala, in bocca, una gradevole scioglievolezza.Tagliandole a metà, appare la stratificazione ben visibile degli ingredienti, come nel caso del cremino alla noce pralinata con gelée di pera. Il packaging, studiato nei minimi particolari, è elegante: la confezione scura è minimal, con poche ed essenziali scritte dorate, e contiene 14 praline disposte a cerchio, un mosaico colorato di sapori che declina in dolce tutto un pasto tipico veneziano, dall’aperitivo al dessert.

Pepi Vintage Room, lo street bar napoletano tutto al femminile  

Un microcosmo unico nel centro storico di Napoli: Pepi Vintage Room è un cocktail bar al femminile, ma anche un progetto formativo

Nascosto tra le vie pedonali del centro storico di Napoli, Pepi Vintage Room è un microcosmo unico nel panorama della mixology partenopea. Nato nel 2017, dalle ceneri di un piccolo negozio di occhiali vintage, il locale si sviluppa su venti metri quadri di sala, con quattordici posti a sedere, un retrobancone a vista e una serie di tavolini disposti sulla strada. Qui, niente menu stampati o ricette standardizzate: tutto ruota attorno al gusto del cliente e all'intuizione di chi lo accoglie.

Dietro il bancone e tra i tavoli si muove uno staff interamente femminile, guidato da Federica Mazzei, fondatrice del locale, Luigia Frezza, compagna di avventura e anima creativa e Lucia Carandente, che insieme hanno trasformato questo street bar in un luogo frequentato da una clientela non solo fatta si locali, ma anche da turisti, soprattutto stranieri. Il principio guida è semplice quanto rivoluzionario: ascoltare il cliente, decifrarne i gusti, anche quelli che non sa raccontare, e tradurli in un drink che lo rappresenti. «Riuscire a parlare con il cliente, capirne i gusti e il tipo di palato, che molto spesso nemmeno lui non sa raccontare, è stato un lungo lavoro che ha richiesto a tutte noi molto tempo e molta pratica per riuscire a cogliere in pochi minuti le sue preferenze e costruire un cocktail su misura, quasi sartoriale», racconta Frezza.

Una filosofia nata per necessità, in un locale senza laboratorio, dove la stagionalità e la freschezza degli ingredienti sono fondamentali. Le preparazioni sono poche ma essenziali, quotidiane e basate su ingredienti locali: agrumi raccolti da piante di proprietà, verdure fresche, frutti di stagione. Anche per questo, i cocktail cambiano spesso: non solo per seguire la natura, ma per raccontare ogni volta una storia diversa. «Abbiamo firmato drink che non sono né dolci né secchi, ma completi, strutturati, pensati per rispondere a un’esigenza reale», spiega Mazzei.

Tra i signature più richiesti c’è Ind10s (12 euro), creato da Lucia Carandente, un omaggio alla fusione tra Napoli e America Latina: base mezcal, Aperol, chutney di ananas piccante (preparato in casa con zenzero, peperoncino e aceto di melagrana), basilico fresco e una fetta di ananas come guarnizione. Un drink intenso, speziato, ma bilanciato. Altro cavallo di battaglia è la Fregona Vieja (12 euro), un twist sull’Old Maid, con cordiale di cetriolo, lime, menta e mezcal. E poi ancora l’Acapulco Road (9 euro), con Tequila, salsa di lamponi, miele, peperone e vino bianco campano, bordato di sale messicano e lamponi essiccati. Infine Gambino (10 euro), con rye whiskey, limone, simple syrup e Marsala secco. In ogni cocktail si ritrova l’amore per l’agave - un’autentica passione di Federica Mazzei - e un’estrema attenzione alla materia prima, sempre locale e il più possibile a chilometro zero. «A casa ho un pezzo di terra e quindi parte degli ingredienti, fra cui limoni, agrumi e spezie varie, arrivano da lì», dice Federica. Anche l’aperitivo all’italiana, seppur presente, si arricchisce di twist creativi sui classici, offrendo variazioni intriganti su Negroni, Americano e affini.

Ma Pepi Vintage Room non è solo cocktail. È anche un progetto formativo, dove ogni ragazza può crescere professionalmente. Nessuna resta solo in sala o solo al banco: il percorso è pensato per essere completo, dalla gavetta nel back al servizio in sala fino alla gestione del bancone. «L’importante è far capire che dietro un vassoio c’è molto di più: c’è cura, ascolto, imprenditorialità”, sottolinea Mazzei. Il risultato è un luogo intimo e accogliente, dove la mixology diventa linguaggio, e il servizio un gesto di attenzione autentica. Un piccolo spazio che, cocktail dopo cocktail, continua a raccontare storie, passioni e sogni. Sempre e solo al femminile.

 

Giorgio Bargiani suona la sveglia alla bar industry

Tali e tante sono la dedizione e la professionalità dedicata da entrambi al The Connaught, che anche solo nominando il mitico albergo di Mayfair, a Londra, si evocano i due italiani che ne hanno reso grande il The Connaught Bar: Agostino Perrone da Como, Director of Mixology che nel 2008 fu fautore della (ri)apertura del bar, e Giorgio Bargiani, pisano aggiuntosi nel 2014 e rapidamente assurto al ruolo di Assistant Director of Mixology.

Trentacinque anni, Bargiani è oggi uno dei volti più identitari dell’industria della miscelazione mondiale, collabora a livello globale dal 2022 con Bottega Cinzano, Campari e Campari Academy; bartender pluripremiato a livello internazionale, è il primo ospite della nuova rubrica Off the record su bargiornale.it

foto Lateef Photography

Si è concluso il tuo decimo anno al Connaught. Come si fa a rimanere ad altissimi livelli per tutto questo tempo?
Avendo dei principi, dei valori e degli obiettivi che pochi altri hanno, e soprattutto impostando una professionalità, un’idea di lavoro. In tanti rincorrono fama e gloria, classifiche e premi senza avere un piano: che si tratti di bartender, proprietari, manager, si chiedono riconoscimenti senza impegnarsi a costruire genuinamente contenuti o identità. Certo che servono i primi per realizzare la seconda, ma servono visione e solidità, prima di tutto.

Cosa pensi manchi al settore dell’ospitalità, in questo momento?
La disciplina, soprattutto nel modo di presentarsi: non è una questione di abbigliamento, quanto piuttosto di maniere, di modo di porsi con gli ospiti. In questo la routine privata gioca un ruolo fondamentale ed è incredibilmente sottovalutata: uno stile di vita regolare, uno studio costante, prendersi cura di sé, sono tutti elementi che aiutano poi il lato professionale. Il fatto che la bar industry sia un ambiente storicamente festaiolo non giustifica uno stile di vita estremo o una conseguente mancanza di rigore sul lavoro. Al contrario, bisogna essere professionali per professionalizzare la nostra figura: se pretendiamo di essere pagati come vogliamo, rispettati come lavoratori qualificati, ma poi al tempo stesso non ci poniamo come tali né nella forma né nei contenuti, siamo sulla strada sbagliata.

Cosa vorresti vedere più o meno spesso?
Due cose su tutte: vorrei una maggiore professionalità operativa, in termini di reattività alle e-mail, reperibilità, disponibilità. I bartender si sentono star giustificate a non rispondere a richieste di dati, dettagli di fatturazioni, specifiche per prodotti necessari alle guest shift e simili. Se chiediamo rispetto, dobbiamo dare rispetto. E poi, non vorrei più vedere bartender o professionisti del bar bere eccessivamente in servizio. Certo, ogni bar ha il suo stile e le sue regole, ma si ricordi che siamo pur sempre in orario di lavoro e si richiedono cura, attenzione e vigilanza.

«Se vogliamo essere pagati il giusto, dobbiamo porci come seri professionisti»

Capitolo The World’s 50 Best Bars: è una classifica che ha senso di esistere, nonostante le controverse modalità di gestione e valutazione?
Hanno sicuramente senso di esistere, la mediaticità dell’evento ha reso la classifica un riconoscimento che espone l’industria a un pubblico più grande e la valorizza. L’altro lato della medaglia è un metodo di valutazione non chiarissimo.

A proposito degli sponsor e dei brand: al giorno d’oggi, hanno troppo potere?
Hanno il potere di dare opportunità, fornire piattaforme educative e di network, e la gente ne ha un gran bisogno, sia chi ne ha fame che chi cerca una tipologia di lavoro diversa dall’operatività al bar. È indubbio che le aziende permettano un lavoro d’ufficio stabile o una visibilità indiretta molto importante; tutto questo, però, mette alcuni bartender in una posizione di sudditanza nei loro confronti o viceversa.

Il Connaught Bar è stato per due anni il miglior bar al mondo (2020 e 2021). L’ultima edizione lo ha visto uscire dalla top 10: avrebbe senso forse una sorta di Hall of Fame per i vecchi numeri uno, come succede per i migliori ristoranti al mondo?
Da interno ti direi che la Hall of Fame avrebbe senso, ma di contro se ci fosse stata nel 2020, anno in cui eravamo chiusi causa lockdown, non avremmo potuto confermarci come migliori al mondo l’anno successivo e goderci questo traguardo con i nostri colleghi e ospiti. Essere scalzati dalla vetta non piace a nessuno, ma essere ancora a ridosso dei piani altissimi dimostra che comunque, dopo tutti questi anni (il Connaught ha aperto nel 2008 ed è risultato in lista 14 volte dal 2011, sempre in top 10 eccetto 2014 e 2024, #11 e #13, ndr) siamo ancora là. E la costanza è la principale moneta di riconoscimento.

«il nostro Martini cocktail viene criticato, ma chi altri ne serve
più di 25 mila l'anno e può permettersi di giudicare?»

La tredicesima posizione dello scorso anno è giusta?
È opinabile. È giusto ci siano nuovi luoghi a essere premiati, bisogna continuare ad andare avanti e al tempo stesso ricordare cosa facciamo davvero e da dove veniamo: ci sono posti come il Dukes di Londra che magari nei 50 Best non è mai stato protagonista, eppure viene considerato, a ragione, un luogo sacro. Entrare nell’immaginario collettivo come luogo eccellente è già di per sé un successo clamoroso.

C’è chi critica il The Connaught Bar attribuendogli un valore più scenografico che qualitativo; altri commentano il vostro modo di preparare il Martini, ormai simbolo del bar, come tecnicamente sbagliato perché versato da troppo in alto, con troppa aria che si incorpora e così via. Cosa rispondi?
Il successo si misura a lungo termine. Se il The Connaught Bar è ancora dove è, nell’universo dell’ospitalità e certo non solo nelle classifiche, un motivo c’è. Quanto al Martini, chi stabilisce il livello tecnico di un cocktail bevuto da una piccola nicchia a livello mondiale? Quanti posti possono vantare una clientela composta all’80% da bevitori di Martini, che continua a tornare specificamente per quello? Chi serve più di venticinquemila Martini l’anno e può quindi avere un metro di giudizio sulla risposta del pubblico?

Pur essendoti stabilito a Londra da tempo, torni spesso in Italia per seminari e guest shift. Cosa manca al movimento bar italiano per un ulteriore salto di qualità?
La bar industry in Italia non è professionalizzante, non è soddisfacente dal punto di vista remunerativo e non è tutelata formalmente. Potremmo dire che all’estero è meglio sotto tutti questi punti di vista, anche se ovviamente varia da Paese a Paese. Escludendo l’aspetto manageriale, il mondo del bar in Italia è ancora oggi denigrato e non valorizzato come ambito di carriera, anche perché le figure che ne fanno parte sono poche e di conseguenza non si creano specializzazioni. Certo, rispetto a vent’anni fa la situazione è ben migliorata, ma non abbastanza.

«rischiamo di non avere una nuova generazione di leader»

Quali rischi corre l’industria, allora?
Il rischio è non avere una nuova generazione di leader. Non ci sono piani o programmi per coltivare i giovani talenti che all’ospitalità decidono di dedicarsi come missione e non come ripiego, quelli che scelgono di essere bravi mentori, più che bravi singoli. Nessuno si sta formando altruisticamente, così da essere in grado di far appassionare nuove generazioni, ci si muove spinti dall’ego e alla lunga non è mai positivo.

Esiste un momento in cui l’ospitalità diventa troppa, dannosa in qualche modo?
L’ospitalità ha sempre un’accezione positiva. Il problema è quando si trasforma in ospitalità forzata, espressa per tornaconto personale e non per accoglienza, quindi quella messa in atto per raggiungere scopi commerciali. Oppure quella fuori luogo: se non riesci a comprendere con chi stai parlando, a “leggere la stanza”, e ti concentri sul mettere in mostra le tue capacità senza preoccuparti che l’ospite capisca o abbia interesse, stai solo facendo tecnicismo. Di fatto, appunto, stai alimentando il tuo ego e nulla più.

Quali sono state le tue peggiori esperienze al bar nel corso delle tue guest night?
In realtà non credo di poterne identificare di specifiche, piuttosto (ed è la cosa preoccupante) si tratta di veri e propri schemi che si ripetono, potrei dire forse nel 70% delle mie esperienze come guest bartender. Capitano eventi nel quale è richiesto di preparare Martini per trenta persone, ma abbiamo solo sei bicchieri adatti a disposizione, per dirne una. Organizzare una guest night è un’occasione per promuovere il proprio bar, la propria attività, il proprio brand: quando si decide di investirci, spesso anche con risorse importanti, il resto della settimana o del mese deve passare in secondo piano, per forza di cose.

«Non devi concentrarti su di te, devi imparare a leggere
la stanza»

Come consumatore, invece?
Vedere bar senza identità: menu, decorazioni, bicchieri, tipo di servizio, linguaggio, maniere, cominciano ad assomigliarsi ovunque si vada. Peggio ancora, i cocktail sono praticamente tutti uguali, sia per struttura che per aspetto, manca personalità.

Tecnicamente, cosa vorresti sparisse dai menu?
Le cosiddette citrus coins messe come guarnizione sui cubi di ghiaccio. Possono essere utili da un punto di vita aromatico, ma visivamente sono asettiche, impersonali e statiche. Quindi negative.

Se dovessi individuare un messaggio da mandare, soprattutto alle nuove generazioni, alla luce della tua esperienza personale?
Mi rendo conto di come manchino delle procedure da seguire, una standardizzazione nei metodi di lavoro, una coerenza tra le esperienze che si possono vivere in ciascun locale. Manca soprattutto entusiasmo e questo può andar bene per lavorare in una stazione di servizio, ma per portare avanti un bar per come lo si intende noi, da osti veri, l’entusiasmo è imprescindibile.

Quindi il messaggio qual è?
Vorrei dire “sporcatevi le mani, organizzatevi e impegnatevi a lavorare davvero”. Vorrei essere ancora più diretto, ma non posso.

Mixology d’autore allo Jesolo Gourmet Festival

Jesolo Gourmet Festival si svolge nei primi due weekend di maggio, dal 9 all’11 e dal 16 al 18. I drink firmati da Rama Redzepi del Grand hotel Fasano

Rama Redzepi, bar manager del Grand Hotel Fasano di Gardone Riviera (Brescia), fa incetta di riflettori al primo Jesolo Gourmet Festival, che si svolge nei primi due weekend di maggio (dal 9 all’11 e dal 16 al 18).

Il programma della manifestazione, organizzata dal Comune di Jesolo e dal Consorzio di Imprese Turistiche Jesolo Venice con Globetrotter Gourmet, fa incontrare 12 chef stellati con la ristorazione d’eccellenza della località balneare dell’Alto Adriatico, un focus sulla cucina d’autore coniugata in una serie di cene-evento all’esordio della stagione estiva.

Tra gli appuntamenti, sabato 18 maggio al Flora: Cucina, Bottega, Vino, va in scena la degustazione in cui “il vegetale incontra la mixology” dello chef pugliese Maurizio Bufi (Il Fagiano, Grand Hotel Fasano) si distingue per le proposte, omaggio alla terra, e per il cocktail pairing ideato da Rama Redzepi.

Un Cv da maestro della mixology

Rama è un autentico maestro della miscelazione dal curriculum internazionale che, da Pristina (nella regione kosovara della Serbia), lo vede da ragazzino a Bibione e, in seguito, viaggiare molto lungo la penisola e in Europa, tra Svezia, Germania e Spagna. Tre anni fa, con l’arrivo dello chef al Grand Hotel Fasano, inizia una sfida, un percorso parallelo di crescita food & drink che richiede un continuo confronto di conoscenze ed esperienze e che si esprime anche in occasione di questo festival.

Rama Redzepi all'opera con i cocktail ideati per lo Jesolo Gourmet Festival

Redzepi firma sei cocktail innovativi

A Jesolo Rama porta sei cocktail innovativi da accostare a un elenco di portate in cui la base grassa di carne e pesce manca completamente. Rispettare ortaggi, funghi e piccoli frutti è particolarmente complesso e richiede sicuramente molta delicatezza. Il suo percorso di mixology gioca tra accompagnamento e sottile distacco dai piatti, studiando attentamente le caratteristiche di ogni ingrediente food per regalare un surplus aromatico che risulti piacevole e sorprendente.

I cocktail puntano su tequila, saké, rum filippino, vodka, vermouth, sciroppi, succhi, e prendono nome dai colori. Proprio come Turchese (acqua di pomodoro, vodka al cedro, sciroppo al cetriolo, succo di lime) presentato in tavola con il pomodoro in gazpacho primaverile. Insieme a “fungo & funghi”, nel bicchiere versa Giallo (saké allo yuzu, sciroppo d’agave, shrub all’aceto e rosmarino), un cocktail servito caldo che aggiunge sapidità, profili sour e ricorda la soia anche se tra gli ingredienti non c’è. La percentuale alcolica è calibrata con estrema attenzione ed è moderata: il conto totale a fine pasto risulta pari a 22°-23° gradi.

Disaronno festeggia i 500 anni con un omaggio alla Dolcevita

Il 19 aprile si dà il via ai festeggiamenti per i 500 anni di Disaronno e agli appuntamenti nei Disaronno bar di Milano e Roma

500 anni e non sentirli, ma festeggiarli tutti con un ciclo di serate a tema Dolcevita. Lo straordinario traguardo lo ha raggiunto Disaronno che il 19 aprile, in occasione del Disaronno Day, spegne ufficialmente le candeline e parte con il suo tour dal Bicchierino a Milano. Una scelta non casuale, quella di questo bar del Giambellino, ma che fa parte di un fitto calendario, pensato per rafforzare il legame del brand con la dimensione urbana e quotidiana dei bar di quartiere: nasce così il format Disaronno Bar, che porta l'iconico brand nei Bar dei quartieri emergenti di Milano e Roma.
Dopo Bicchierino il 19 aprile, il tour passerà per Lom Dopolavoro (Milano, 8 maggio); il Treebar di via Flaminia a Roma (14 maggio); di nuovo a Milano per una serata al Caffè degli Artisti (22 maggio); all'Argot Prati per la prima data di giugno a Roma (5 giugno); alla Salumeria del design (Milano, 12 giugno); ultimo appuntamento a due mesi esatti dall'inizio del tour, al Biffi di Roma (il 19 giugno).
I Disaronno Bar sono stati scelti perché rappresentano l’evoluzione naturale di una visione che unisce estetica minimale, anima pop e spirito itinerante. Luoghi dove il passato si riconnette al futuro in un concetto definito new-stalgia, con richiami alla "Endless Dolcevita", ovvero a un omaggio alla Dolcevita in chiave contemporanea, che verrà rappresentata da una drink kist di cocktail signature di Disaronno, creata a quattro mani per l'occasione con i bartender dei locali coinvolti: un’occasione per rendere omaggio all'eredità del brand Disaronno e proiettarsi nel futuro.

E, a proposito di coinvolgere bartender e influencer del mondo mixology, per festeggiare il mezzo millennio, Disaronno ha pianificato un ricco piano di comunicazione, che porterà la Dolcevita in ogni angolo del mondo, dagli storici bar di quartiere ai prestigiosi 50 Best Bars, fino ai più di 500 cocktail bar in Asia, per toccare con questa campagna gli oltre 160 Paesi in cui il marchio è distribuito.
Nel frattempo, Disaronno ha già coivolto Patrick Pistolesi e la sua squadra del Drink Kong di Roma, per la creazione del cocktail celebrativo denominato Dolcevita (che dal mese di aprile è nella drink list del bar romano): un sour in una chiave moderna e fresca, in cui le note profonde di bitter e whiskey si uniscono all’inconfondibile gusto di Disaronno ed alle note fresche e tropicali date dall’ananas e il limone.

La ricetta: Dolcevita
di Patrick Pistolesi

Ingredienti:
40 ml Disaronno
20 ml Rabarbaro Zucca
15 ml The Busker Triple Cask Triple Smooth
20 ml succo di limone
10 ml succo di ananas
5 ml agave syrup

La capsule collection di Cynar e Venezia Fc contro il logorio della vita moderna

CYNAR Venezia Fc
Cynar rafforza la collaborazione con la squadra veneta, della quale è main sponsor, con Terzo Tempo, una collezione esclusiva di capi homewear e accessori dal carattere fuori dagli schemi, che unisce il dna dei due marchi

Mancano ancora un po’ di giornate alla conclusione del campionato di Serie A. Giornate decisive per il Venezia Fc, impegnata a guadagnarsi la riconferma nel massimo campionato italiano, dove è tornata quest’anno dopo due stagioni in B. Al suo fianco Cynar, l’iconico amaro di carciofo dal 1995 parte di Campari Group, main partner dei lagunari, con il logo di Cynar Spritz, l’aperitivo a base dell’amaro, prosecco e soda, che campeggia sulla maglia ufficiale della squadra, che attraverso questa partnership vuole celebrare il territorio veneto e la convivialità (leggi Cynar Spritz, l’aperitivo al carciofo da serie A). Una collaborazione che Cynar ora rafforza con il lancio di un nuovo progetto. Si tratta della Collezione Terzo Tempo, un’esclusiva capsule collection, che esprime i valori condivisi dai due brand nella dimensione lifestyle.

Capi homewear e accessori d'autore

Disegnata da Simone Furlan, in arte Sifu, stylist, art director e direttore creativo di Cynar, la capsule collection propone capi homewear e accessori per la casa che fondono l’identità di Cynar e Venezia Fc attraverso un’estetica capace di unire passato e presente con ironia e carattere. La collezione comprende pigiama, calzini, tovaglia, tappeto, sottobicchieri e poster vintage, e ogni articolo è stato pensato per celebrare il piacere delle piccole cose, invitando a riscoprire il valore della pausa come antidoto al logorio della vita moderna, come recita lo storico claim Cynar.

Dal carattere fuori dagli schemi, gli articoli della collezione sono realizzati in materiali e tessuti di alta qualità, con i colori del Venezia Fc e di Cynar, arancione, nero e verde, reinterpretati in chiave contemporanea per creare una sintesi perfetta tra heritage e innovazione. Massima attenzione è stata dedicata alla cura dei dettagli, facendo così di ogni pezzo della capsule un elemento di design, oltre che molto confortevole da indossare.

Come ottenere la capsule

I pezzi della collezione si possono ottenere esclusivamente attraverso un concorso digitale sulla pagina Instagram @cynar.spritz. Ogni settimana, fino a fine aprile, sarà messo in palio un item della capsule. Per partecipare basterà seguire @cynar.spritz, mettere like al post dedicato e commentare rispettando il tema proposto. I commenti più originali e creativi verranno selezionati per aggiudicarsi i premi in palio, che non saranno reperibili altrove.

SanFruit, tutto il gusto della frutta in Acqua Sant’Anna

SanFruit Sant'Anna
La nuova arrivata è una gamma di bevande che unisce la leggerezza di Acqua Sant’Anna al gusto della frutta. In tre referenze, senza zuccheri aggiunti, in bottiglia da 33 cl

Acqua Sant’Anna amplia la sua gamma di prodotti dedicati al bar con SanFruit, una nuova linea di bevande, che uniscono la leggerezza di Acqua Sant’Anna alla bontà naturale della frutta.

Con la nuova arrivata l’azienda di Vinadio (Cuneo) continua a rispondere alle nuove tendenze con prodotti innovativi all’insegna della qualità, guardando in questo caso ai consumatori attenti al benessere, ma che non vogliono rinunciare al gusto e che cercano un’alternativa leggera e dissetante alle classiche bevande.

Senza conservanti, SanFruit è realizzata con pochi e selezionati ingredienti. Alla sua base l’Acqua Sant’Anna, un’acqua leggera che sgorga da sorgenti tra le più alte in Italia e vanta un residuo fisso di soli 22,0 mg/l, uno dei valori più bassi al mondo, e pochissimo sodio (1,5 mg/l). Le bevande contengono il 25-30% di succhi di frutta, senza zuccheri aggiunti, con edulcoranti e che contengono naturalmente zuccheri.

Tre gusti in formato 33 cl

Tre le referenze che la compongono: Arancia Carota Limone, dove la dolcezza del succo d’arancia incontra la delicatezza del succo di carota e il tocco agrumato del succo di limone; Frutti Rossi, dai sapori intensi e accattivanti del succo di fragole, lamponi, uva rossa e sambuco; Frutta Mix, dal gusto fresco che nasce dall’unione di una selezione di succhi di frutta, tra i quali mela, pesca, arancia, passion fruit e banana.

Le referenze, perfette per ogni momento della giornata, sono proposte in bottiglia in Pet in formato da 33 cl, con tappo richiudibile, che le rende ideali anche per il consumo on the go.

Fichi viola e alloro nel Gunpowder Irish Gin edizione Bruno Vanzan

Il nuovo gin creato in collaborazione con JP Rigney, fondatore della Shed Distillery a Drumshambo, nella contea di Leitrim in Irlanda

Fico viola, alloro e ginepro toscano sono gli ingredienti che caratterizzano il Gunpowder Irish Gin edizione Bruno Vanzan, creato con il noto bartender in collaborazione con JP Rigney, fondatore della Shed Distillery a Drumshambo, nella contea di Leitrim in Irlanda.

Distribuito da Mixer Cocktails di Argelato, Bologna, il nuovo gin vede, tra le botaniche, anche il Tè Gunpowder cinese tra i suoi aromi, oltre alle radici di angelica e giaggiolo, semi di coriandolo, Cardamamo, olmaria, anice stellato semi di cumino e poi pompelmo rosa, foglie di limone, kaffir lime. E poi ovviamente i fichi viola italiani che vengono distillati a parte (così da avere sempre questo componente e disposizione anche fuori stagione) e poi aggiunti al pot still.

Note e aromi

Bruno Vanzan con Diego Salmi, direttore commerciale Mixer cocktail

«Ogni ingrediente - ha raccontato Bruno Vanzan durante la presentazione avvenuta alla sua Academy a Sesto San Giovanni (Mi) - apporta una caratteristica specifica, irrinunciabile nella formazione del sapore di questo gin». Che noi di Bargiornale abbiamo testato. Un prodotto piuttosto morbido, complesso nei suoi toni freschi e fruttati, nel quale il profumo dei fichi viola è ben presente e caratterizzante. Con i suoi 43% vol, un classico dei migliori gin, si presta ovviamente alla miscelazione. Ma anche in purezza ha molto da dire. Un distillato davvero bevibile e piacevole che può accompagnare del cioccolato e dei dessert cremosi.

Una ricetta?

Il Portofico, come preparata da Vanzan

50 ml Gunpowder Irish Gin edizione Bruno Vanzan
15 ml Sherry Amontillado
4 gocce di Angostura bitter
Guarnizione una foglia di alloro
Tecnica Stir and Strain

 

Grappa protagonista della Pasqua tra tradizione e sperimentazione

Grappa Libarna_gamma
È quanto emerge da un'indagine di AstraRicerca, realizzata per Grappa Libarna, sulle abitudini dei connazionali per il pranzo pasquale. Per l'occasione il brand di Gruppo Montenegro presenta quattro abbinamenti d'autore studiati con il maestro cioccolatiere Alessandro Spegis e l'allevatore di formaggi Giovanni Guffanti Fiori

È la grappa la regina assoluta del dopo pasto pasquale degli italiani. A dirlo una nuova indagine di AstraRicerche realizzata per Grappa Libarna, brand premium di Gruppo Montenegro iscritto nel Registro dei Marchi storici di interesse nazionale (leggi Undici brand di Gruppo Montenegro riconosciuti Marchi storici italiani) che ha indagato le abitudini dei connazionali a tavola durante la Pasqua.

Dall’indagine emerge come il classico pranzo pasquale sarà all’insegna della tradizione, con grandi classici come l’agnello con patate e le lasagne ricotta e spinaci presenti sulla tavola, rispettivamente, del 54,4% e del 40% degli intervistati. A chiudere il pasto, anche qui come tradizione, un bel brindisi con un distillato, che in Italia vuol dire grappa: almeno quasi per un italiano su tre. Un risultato che conferma come la grappa sia una presenza immancabile tra i riti dei pranzi festivi e come il suo consumo sia associato all’idea di convivialità. Ma che dice anche altro. Tra i motivi che sanciscono il successo del distillato italiano c’è anche la sua versatilità.

C'è voglia di sperimentare

Anche a questo riguardo le indicazioni che emergono dell’indagine di AstraRicerche sono chiare. Se per oltre il 30% dei connazionali l’abbinamento tradizionale del fine pasto è grappa e caffè, seguito da grappa e dolce tipico pasquale (26,5%), è vero anche che c’è una bella fetta di italiani ben disposta ad andare oltre e a sperimentare abbinamenti più innovativi e nuovi sapori. Tra le proposte più innovative in coppia con la grappa vincono la frutta fresca/secca (29%), e i formaggi (27,1%), seguiti da abbinamenti più arditi come con secondi di carne (quasi 19%), salumi (16,6%) e risotti (13,8%).

Particolarmente aperti a nuove esperienze di gusto si mostrano i Millennials: il 40% dei 25-34enni sceglie la grappa con dolci tradizionali, ma oltre un terzo predilige accostamenti più sperimentali, come frutta fresca/secca (34,8%) o formaggi (29,6%).

Quattro abbinamenti d'autore

A raccogliere queste indicazioni è Gruppo Montenegro, da tempo impegnato ad aprire al distillato nuove possibilità di consumo e di servizio e che proprio in occasione della Pasqua ha creato quattro abbinamenti d’autore in collaborazione con il maestro cioccolatiere Alessandro Spegis e lo storico allevatore di formaggi Giovanni Guffanti Fiori. Protagoniste dei pairing le quattro referenze Libarna: la Grappa di Moscato Barricata (alc 41% in vol), la Grappa di Barbera e Dolcetto Riserva (alc 42% in vol), la Grappa Bianca Cristallo (alc 40% in vol) e la Grappa di Barolo Riserva (alc 43% in vol).

Più nel segno della tradizione le due proposte firmate dal maestro Spegis. Nella prima la sua versione del Gianduiotto di Torino, preparato con sola nocciola, zucchero e massa di cacao del Perù, senza latte, si sposa con Grappa Libarna Bianca Cristallo. Un matrimonio dove la nota di nocciola del dolce piemontese viene saltata dai profumi di fiori freschi e uva e dal gusto particolarmente dolce e pulito di questa grappa giovane.

Nella seconda invece la nota acida, che richiama un gusto fruttato, tostato, di cacao e malto, di una fava di cacao ricoperta da un cioccolato 62% fondente, si fonde con la struttura complessa e gli eleganti sentori di legno, vaniglia e nocciola di Grappa Libarna di Barbera e Dolcetto Riserva, che nasce da vinacce di Barbera e Dolcetto e invecchia in barrique di rovere francese per almeno 18 mesi.

Nel segno dell’innovazione, invece, gli abbinamenti studiati da Giovanni Guffanti Fiori, rappresentante della quarta generazione di una famiglia che dal 1876 “alleva” i suoi formaggi ad Arona, in provincia di Novara, e giocati sul matrimonio tra grappa e formaggi. Nella sua prima proposta l’eleganza delle note di frutta secca e floreali e intriganti sentori speziati della Grappa Libarna di Barolo Riserva, ottenuta da sole vinacce di uve Nebbiolo delle Langhe del Barolo, e che invecchia almeno 18 mesi, 12 dei quali in tonneaux e 6 in barrique di rovere francese, si accompagna alla Toma della Burtulina, un formaggio grasso d’alpe, prodotto con latte vaccino, intero, crudo (non pastorizzato) e stagionato un anno, di mucche allevate in estate sui pascoli alpini a oltre 2000 metri di altezza.

Nell’ultima proposta i sentori di miele di Grappa Libarna di Moscato Barricata, ottenuta da vinacce fresche di uve Moscato e invecchiata per 12 mesi in barrique di rovere francese, vanno a unirsi all’intenso bouquet aromatico, frutto di quasi un anno di stagionatura, di un Gorgonzola Dop piccante dalla ricca erborinatura.

Venturo accende le Blu hours in 10 città italiane

Un calendario di eventi nei migliori cocktail bar d'Italia, per tingere di blu l'aperitivo con un Venturo Spritz e celebrare il rito dell'aperitivo

L'ora blu è il momento della giornata in cui il cielo si tinge di blu e viola, un termine da cacciatori di colori come i fotografi, che per i baristi corrisponde all'ora dell'aperitivo. Con questa ispirazione Venturo Aperitivo Mediterraneo lancia il suo tour Blu Hours, un ricco programma di attività esperienziali, che coinvolgerà una super selezione di locali in 10 città (qui la mappa) dal 17 aprile al 14 giugno, ogni venerdì e sabato.

Un viaggio esperienziale pensato per "tingere di blu" i migliori locali d'Italia: il liquore aperitivo di Diageo ha già rivoluzionato i banconi, riportando in auge il trend dei cocktail azzurri al bar e con questa iniziativa punta a far immergere i consumatori nei suoi colori e nei profumi di questo prodotto ispirato alla bellezza e all’eleganza dei profumi e dei sapori delle coste del Mediterraneo.
Nel segno del peculiare color turchese del liquido, nato dall’incontro tra limoni italiani, sale marino, rosmarino e camomilla blu, Venturo Blu Hours animerà i locali scelti per il suo tour, attraverso un’icona dell’aperitivo: lo Spritz.

Da Milano a Catania passando per Napoli e Roma, per assaggiare il Venturo Spritz (c'è anche un concorso con premi instant win). La ricetta è semplice, con tre elementi in parti uguali: 50 ml di Venturo Aperitivo Mediterraneo, 50 ml di vino frizzante Brut e 50 ml di soda. Abbondante ghiaccio, calice da vino con una crosta di sale marino su metà bordo, per consentire l’assaggio con o senza sapidità aggiunta, e il perfect serve è fatto.

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