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Packaging in pasticceria: serve “freezzare” l’esperienza

pacchetto
Non più solo una confezione funzionale. Oggi il packaging assolve a molte nuove funzioni. Fra cui quella di "fissare" l'esperienza nella mente del cliente
Sono passati i tempi in cui in pasticceria il packaging significava un vassoio da 6 o 12 paste, incartato e infiocchettato con il nastro dorato. Oggi il packaging è parte integrante dell’esperienza di acquisto anzi, se dovessimo stilare una classifica, viene subito dopo il prodotto. Di conseguenza, il panettone firmato deve avere una scatola meravigliosa, i macarons colorati degli astucci simil gioielleria, le monoporzioni delle confezioni singole da asporto. È bene ricordare che l’esperienza merita un prezzo adeguato al consumatore e il packaging contribuisce a stabilire un nuovo posizionamento di prezzo della pasticceria. Se tutto va verso scatole e simili, la scelta del materiale (la carta per intenderci) e delle sue finiture è sempre più importante. Come dire: comprare una monoporzione da 7 € e voler portarsela a casa, richiede progetti ad hoc, che entrano nel più complesso tema del brand e dell’immagine coordinata del pasticcere.

Da semplice scatola a kit esperienziale

Di più: se un tempo il packaging serviva “solo” per conservare il prodotto oggi le sue funzioni sono diverse. Farsi notare grazie alla confezione è infatti un’arma competitiva per farsi preferire rispetto ai concorrenti. Ci sono pack che in realtà sono “kit” esperenziali: come le pesche di Sirani, vendute con il contenitore a parte per la crema. Altri pack giocano sulla sorpresa, per esempio tutte le confezioni “maxi”. E la stessa funzione di ogni packaging, trasportare e conservare, evolve verso la necessità di portare a casa tal quale il prodotto, come esposto in vetrina. Si parla di freezzare, “fissare” l’esperienza. Cosa cambia rispetto al passato? Il fatto che la conservazione è legata totalmente all’immagine del prodotto, meno al suo stato fisico di conservazione; “freeze” è un verbo legato solo all’immagine. Anche qui c’è un pack che ha fatto storia: quello a forma di fantasma, disegnato in Giappone dall’Hara Design Institute, per conservare i macarons con lamponi interi e cioccolato di Pierre Hermé. Ma il vero risultato finale che fa capire l’importanza del packaging è la sua conservazione dopo l’uso. Non si butta via niente: scatole, astucci e contenitori sono riutilizzati in altri modi e nelle nostre case diventano un simbolo di status. Non a caso i più accorti pasticceri cambiano pack di frequente. Rarissima e molto ambita, ad esempio, è la scatola di Ladurée firmata John Galliano datata 2010. Se vuoi approfondire le nuove tendenze sul packaging in pasticceria clicca qui per leggere il nostro articolo. Carlo Meo, esperto di marketing, è titolare di Marketing&Trade, società specializzata nell’innovazione nel campo del design strategico e nel design dell’esperienza, nell’individuazione dei nuovi significati di consumo, nel lancio e riposizionamento di brand, nella realizzazione di progetti retail e progettazione di esperienze di acquisto profittevoli e di successo.

Idea per la festa del papà: la colazione personalizzata in delivery

festina lente colazione festa del papà

Una buona idea per valorizzare la Festa del papà: l'ha avuto Festina Lente, la "pasticceria letteraria" di Seregno (MB), che si è inventata una coccola speciale per l'ora della colazione. Biscotti personalizzati con il nome del papà "oggetto" del regalo, una vera gift-box che include, oltre alle prelibatezze gastronomiche, anche un libro dedica scelto fra 5 proposte diverse.

Dal bacon alle uova, dal pancake ai biscotti

La colazione di Festina Lente Bistrot viene proposta a 15 euro e comprende: brioche vuota, bacon e uova con pane tostato, pancake alla nocciola, biscotti personalizzati con il nome del papà, caffè americano, spremuta di agrumi.

Vicini ai clienti e sempre coerenti

Poi c'è l'elemento "letterario", con la selezione di libri tra i quali scegliere. Insomma, un bell'esempio da cui trarre ispirazione. Più volte siamo tornati sul tema della valorizzazione dei momenti-chiave dell'anno, incluse le ricorrenze primaverili che portano molto "traffico" di clienti in pasticceria. L'idea di sfruttare il delivery in questo modo, con una offerta che aderisce perfettamente ai valori e alla impostazione data a questo bistrot-pasticceria dai suoi titolari, è in linea con il momento attuale. Con, cioè, l'esigenza di sfruttare il canale delle consegne per restare vicini ai propri clienti il più possibile, ancora di più nelle ricorrenze familiari che meritano una coccola dolce.

La lentezza come stile di vita (applicata anche al food)

L'abbinamento dolce-libro è un must per un locale che si propone proprio con questa idea di fondo. "Lento è bello" è il claim della pasticceria, che ha sposato la filosofia della lentezza e si presenta così: «Lento è il nostro caffè espresso, estratto con una macchina a leva in un tempo doppio rispetto a quello impiegato dalle comuni macchine per espresso. Lenti sono i nostri succhi di frutta fresca di stagione, ottenuti per estrazione. Lento è il nostro yogurt, ottenuto tramite lunga fermentazione casalinga. Lenta è la nostra proposta food, che sostituisce le cotture “fast” sui fuochi o nel microonde con metodi “slow” come la cottura al vapore o quella sous vide (sottovuoto) che richiedono ore, ma salvaguardano le proprietà nutritive ed organolettiche degli alimenti».  

Packaging in pasticceria, le tendenze per 2021

Il packaging è parte integrante dell'esperienza di acquisto. Un'arma competitiva per farsi notare anche on line. Le tendenze 2021 secondo gli esperti

“Fa’ un bel pacchetto”, chiede Patsy quando compra la Charlotte con la panna da offrire alla giovane Peggy. È il film c’era una volta in America, in questa scena tenera c’è tutta la maestria di Sergio Leone: il ragazzino vorrebbe ricompensare con un dolce i favori particolari della giovane fanciulla, e il pasticcino merita una confezione come si deve. Niente di particolare: la Charlotte è avvolta nella carta, in cima c’è un fiocchetto semplice, ma tanto basta a rendere l’omaggio, del valore di 5 cent, inestimabile. Andiamo spediti sul destino di quel dolcino (finirà mangiato dallo stesso Patsy, costretto ad aspettare troppo i comodi della signorina) e restiamo sul pacchetto. Sul packaging, meglio ancora, oggi tema di assoluta priorità per il mondo dolce. Non è più solo l’incarto, è diventato parte integrante dell’offerta. Ne è un elemento essenziale: la valorizza, la rende riconoscibile (insieme all’identità del suo autore, il pasticcere, e del suo marchio). Assolve funzioni diverse.

Sfruttare la memorabilità di un marchio

Spiega l’esperto di marketing Carlo Meo che «Innanzitutto c’è un tema di branding. Il food segue sempre di più le regole dello shopping, le persone girano con il sacchetto di Ladurée o di Rinaldini, usati come quelli di Armani o di Calvin Klein. Riportarsi a casa un’esperienza vuol dire portare a casa la memorabilità di un marchio. Poi c’è l’aspetto dell’acquisto di impulso, una delle principali motivazioni di spesa. In pasticceria quello che era solo razionalità (la torta per un compleanno, il panettone a Natale, le paste la domenica) si è trasformato nell’acquisto aspirazionale e autogratificante di fronte ai packaging che il cliente vuole avere a tutti costi». Farsi notare con la confezione è un’arma competitiva per farsi preferire rispetto ad altri concorrenti. Non bastasse, la pandemia ha lanciato ancor di più l’idea che il “pacchetto” debba diventare un “kit esperienziale”, un modo per replicare l’esperienza di una preparazione di pasticceria a casa o all’aperto. «Deve anche trasportare e conservare l’esperienza - e il dolce - a dovere. Il prodotto deve arrivare a casa tale e quale come lo si è visto in vetrina». Pur avendo affrontato, magari, le peripezie di una consegna in città o di una spedizione conseguente a un acquisto su una piattaforma e-commerce. «L’emergenza Covid ha messo in evidenza la necessità di offrire prodotti a libero servizio in pasticceria così come la possibilità del consumo per strada. Servono quindi packaging mai considerati prima».

Oggi il packaging deve rispondere a una logistica complessa

Come dire: il packaging è figlio del suo tempo, non solo nelle linee guida estetiche. Non possiamo ignorare la stretta attualità, che ha aperto, per il professionista un capitolo di una complessità nuova. Le vendite che diventano “omnicanale”, non più solo negozio ma anche vendite online; non più solo prodotto, ma esperienze di consumo. Spiega Luca Sala, responsabile marketing di Novacart/Novaservice, grande gruppo che si occupa della produzione di forme di cottura e prodotti in carta e cartoncino per uso dolciario e alimentare: «Si è aperto un mondo nuovo per i professionisti, perché il packaging oggi deve essere funzionale alle spedizioni e alle esigenze di una logistica più complessa (di shop on line in pasticceria abbiamo scritto diffusamente qui). Il mercato chiede materiali più resistenti, scatole sovrapponibili, finitura interna ad hoc per tenere fermo il prodotto. Gli operatori hanno anche bisogno di ottimizzare e razionalizzare le forniture: meno referenze, ma dotate di soluzioni smart (ad esempio i riduttori che rendono le confezioni adattabili a dolci di dimensioni diverse)». Infine, il tema dei materiali e della sostenibilità ambientale. La corsa all’abbandono della plastica e all’introduzione dei materiali amici dell’ambiente ha subito scossoni rilevanti durante la pandemia. Spiega sempre Sala: «Il lockdown può aver rallentato la tendenza della sostituzione della plastica o, in generale, l’attenzione verso il packaging amico dell’ambiente, perché le priorità sono diventate altre. Però è vero che chi ha deciso di investire sul packaging come leva di comunicazione - operando una riflessione seria e in prospettiva - ha capito che era il momento giusto anche per adottare materiali eco compatibili. Ne beneficiano aziende come la nostra, perché da sempre facciamo ricerca e sviluppo di soluzioni che garantiscano, assieme alle performance, una riciclabilità totale».

La direzione è verso i materiali eco friendly

Gli fa eco Roberta Oddati, responsabile marketing e comunicazione di Alcas. L’azienda fiorentina produce consumabili in plastica e bioplastica per gelaterie, pasticcerie e mondo horeca ed esporta in 225 Paesi. Lo scorso anno, a Sigep, si è fatta notare per le vaschette per il gelato realizzate in amido di mais. «Fino a circa 2 anni fa i packaging in bioplastica erano di nicchia, rispondevano alle esigenze di pochi professionisti che avevano impostato precise strategie di marketing eco-friendly. Poi il fenomeno si è espanso enormemente, da quando la plastica è diventata il male assoluto. Oggi abbiamo 20-25 linee di prodotto di questo tipo: palette, cucchiai, bicchieri, vassoi, confezioni. Due anni fa erano 4 o 5». La pandemia ha stravolto la tendenza e c’è stato un repentino dietrofront, anche perché in periodo di difficoltà economica sono stati preferiti i prodotti in plastica tradizionale (le “bio” costano più di 3 volte tanto). «Con il ritorno alla normalità, però, ci aspettiamo un nuovo capovolgimento di fronte. Anche perché l’Europa ha parlato chiaro: la strategia di contrasto alle plastiche monouso è avviata e non cambierà».

Un piano di rilancio qui e ora

Un piano di rilancio qui e ora. L’editoriale di Rossella De Stefano, direttore responsabile di Bargiornale
"Un piano di rilancio qui e ora" L’editoriale di Rossella De Stefano, direttore responsabile di Bargiornale
L’editoriale del numero di marzo firmato da Rossella De Stefano, direttore responsabile di Bargiornale, è un invito a ritrovare urgentemente la strada della crescita ponendo al centro l’industria dell’ospitalità.

Lasciateci lavorare! L’accorato appello è rimbalzato d’Oltremanica sino a noi, attraverso le parole di Alex Kratena, mente brillante e tra i personaggi più influenti della bar industry, protagonista della copertina di questo numero e con il quale facciamo il punto di un anno di pandemia, restrizioni e girandole di chiusure che hanno sfiancato il nostro settore. Kratena invita gli imprenditori italiani a non mollare, sensibilizza tutti sulla necessità di diversificare l’attività, ma  non risparmia critiche al governo britannico per non aver sostenuto adeguatamente le imprese. E a Londra come in Italia i pubblici esercizi continuano a essere penalizzati: mentre andiamo in stampa sta per essere approvato il primo decreto del presidente del Consiglio Mario Draghi che vieta l’asporto di alcolici dopo le 18 nei bar, senza disciplinarne la vendita negli altri canali. E ancora: teatri e cinema aperti, ma sale e spazi per congressi ed eventi ancora chiusi mentre per le discoteche si annuncia un abisso senza fine (non apriranno per il momento nemmeno nelle zone bianche). Certo la saluta pubblica va tutelata e la diffusione delle varianti allarma. Ma serve un cambio di passo per garantire la sopravvivenza delle pmi del fuori casa, fiore all’occhiello del sistema Italia e terminale ultimo di una filiera d’eccellenza. Un tassello fondamentale è certamente il Recovery Plan cui sta lavorando in questi giorni il presidente del Consiglio, ma servono interventi diretti alle aziende. Bisogna ritrovare urgentemente la strada della crescita e bisogna farlo mettendo al centro l’industria dell’ospitalità.

Leggi qui l'intervista ad Alex Kratena

La nuova normalità secondo Alex Kratena

Alex Kratena
Alex Kratena, tra i professionisti più influenti della bar industry globale, racconta a Bargiornale la sua discesa in campo nel denunciare la crisi di migliaia di locali inglesi soffocati dai lockdown e di come si sta preparando al dopo. Perché nulla sarà più come prima

Sempre al top. Per Alex Kratena non è un modo di dire, ma un modo di essere. Dal 2007 al 2015, lavorando come head bartender all’Artesian at Langham, ha scalato ogni tipo di classifica proiettando un quasi sconosciuto lounge bar d’albergo londinese ai vertici dell’attenzione mondiale (migliore bar del mondo ai “The World’s 50 Best Bars” dal 2012 al 2015) e vincendo numerosi riconoscimenti a titolo personale. Nel 2016 fonda l’organizzazione no profit P(our) e, nel giugno 2019, insieme alla bartender scandinava Monica Berg, inaugura il suo primo locale, il Tayer + Elementary, nell’East London, conquistando le prime pagine dei media di settore e non (nell’ultima classifica compilata da Drinks International sulle personalità più influenti della bar industry, Berg e Kratena occupano rispettivamente il primo e il secondo posto). La pandemia purtroppo non ha fatto sconti a nessuno e anche il Tayer + Elementary è stato costretto, dopo neanche un anno dall’apertura, a sottomettersi alle restrizioni imposte dal governo britannico (da allora il governo inglese ha attuato ben tre lockdown nazionali). Lo scorso settembre, Kratena è sceso in campo per protestare pubblicamente contro il coprifuoco alle 10 di sera che obbligava i locali, come il suo, a una chiusura anticipata, misura considerata estremamente dannosa per tutto il settore.

 

Oggi, in pieno lockdown, la situazione è ancora più grave (è permesso solo il take away) e Kratena è più che mai impegnato a dare voce alla categoria (al momento di andare in stampa, il Regno Unito, con quasi 20 milioni di vaccinati in soli 2 mesi, sta però forse per vedere la luce fuori dal tunnel). «La situazione è davvero catastrofica - rimarca a Bargiornale -. Ad oggi, abbiamo visto più di diecimila locali chiudere per sempre e non siamo che all’inizio. Probabilmente, vedremo molti altri locali fare la stessa fine. Da una parte, il governo ha messo in campo dei sussidi a favore dei lavoratori dipendenti pagando l’80% dei salari, anche se sappiamo bene che oltre il 50-60% di uno stipendio nel nostro settore è generato dal service charge (voce che non rientra nel programma dei sussidi). Dall’altra, i datori di lavoro devono continuare a pagare tasse e contributi previdenziali relativi alla retribuzioni del personale. Il governo ha aiutato veramente poco gli imprenditori del settore: sono stati annunciati ristori a favore dei titolari di locali, ma le autorità locali sono state finora molto lente nel processare le domande. Ad esempio, ad oggi, noi non abbiamo ancora ricevuto un centesimo (l'intervista è stata realizzata ai primi di febbraio, ndr). E, comunque, ristori dell’ordine di 1.000 - 3.000 sterline non sono sufficienti né a pagare le tasse, né lontanamente a pagare il canone d’affitto. Tornando al tema dei sussidi, è probabile che quando il furlough scheme (sistema di aiuti simile alla nostra cassa integrazione, ndr) cesserà di esistere si perderanno milioni di posti di lavoro

Come stai vivendo questa sistuazione a Londra dove hai aperto nel 2019, insieme a Monica Berg, il Tayer + Elementary?

La capitale è diventata da tempo la nostra casa e proprio a Londra abbiamo creato il nostro locale, portandolo al successo. Se finiremo però per perdere il nostro business dovremo riconsiderare le nostre scelte.

Lo scorso settembre sei sceso in campo criticando pubblicamente le scelte del governo inglese, in particolare l’introduzione del coprifuoco alle 10 di sera. Da allora la situazione pandemica si è aggravata, tanto che si è arrivati a un ennesimo lockdown. Nel frattempo, hai cambiato idea? 

Assolutamente no. Il coprifuoco non era motivato da considerazioni scientifiche e ha causato più danni di una situazione di normale operatività. I dati pubblicati dal servizio sanitario pubblico inglese hanno più volte dimostrato che le trasmissioni di virus non sono mai avvenute nel settore dell’ospitalità: un settore che è andato oltre quanto richiesto e che ha speso milioni di sterline per garantire ambienti sicuri. Imprenditori e gestori di locali hanno fatto tutto quello che è stato loro chiesto di fare anche se questo ha comportato una riduzione della capienza dei locali con nessun guadagno per le imprese. Mi auguro che quando ci sarà concesso di riaprire non avremo più a che fare con la propaganda populista, ricca di acrobazie e cortine fumogene, di certi politici inglesi.

Durante la pandemia, hai lanciato una linea di ready-to-drink. Hai intenzione di effettuare lanci simili nel breve termine?

Siamo veramente felici di come i nostri ready-to-drink sono stati accolti dal mercato e certo continueremo a promuovere la categoria e a sfornare novità.

Presto o tardi, i locali riapriranno. Qual è la prima cosa che farai una volta alzata la serranda?

Sicuramente un’igienizzazione a 360° del locale e poi un brindisi con i miei amici, i miei famigliari e i miei clienti abituali.

Molte persone pensano che, dopo questa pandemia, nulla sarà più come prima.
Nulla sarà più lo stesso, ma questa è la vita. Penso che molti saranno sorpresi di come velocemente si ritornerà alla normalità. Basta vedere cosa sta succedendo oggi in posti come Taiwan e questo fa ben sperare. Il grande cambiamento consisterà nel fatto che molte imprese dovranno ripensare i loro modelli di business e le loro fonti principali di ricavi e molte dovranno decidere se continuare a “servire” in presenza i propri clienti o convertirsi definitivamente al delivery. Attualmente siamo concentrati sull’espandere il business in più direzioni al posto di rimanere solo un bar. Stiamo tentando di costruire più gambe per poter stare stabilmente in piedi ed essere meglio preparati agli imprevisti.

Sei molto conosciuto in Italia dove hai vinto diversi premi. Ad esempio, nel gennaio 2018  hai ritirato per la tua fondazione P(our) il prestigioso Nonino Risit d’Âur. Che tipo di rapporto ti lega al nostro Paese?

Mi sento molto fortunato per avere lavorato con molti validi professionisti provenienti dall’Italia. E, a ogni fase della mia carriera, ci sono state persone che mi hanno ispirato, aiutato e motivato ad andare avanti e a migliorarmi e sarò sempre riconoscente per tutto questo. Inoltre, ci sono tantissimi prodotti italiani che amo davvero tanto!

Marco Pesaresi è il nuovo direttore generale di Ferrarelle

Marco Pesaresi_Ferrarelle
Classe 1968, laurea in economia, il neo direttore vanta un'esperienza trentennale nelle aree del sales, marketing e trade marketing. Ha lavorato per Coca-Cola Hbc, Unilever e Sab Miller

Il gruppo Ferrarelle ha scelto Marco Pesaresi come nuovo direttore generale. Romano, classe 1968 e laureato in economia, Pesaresi vanta un’esperienza trentennale nelle aree del sales, marketing e trade marketing nelle quali ha operato come manager per alcuni dei maggiori colossi internazionali nel settore dei beni di largo consumo, come Coca-Cola Hbc, Unilever e Sab Miller.

Ora il suo approdo nel gruppo Ferrarelle, quarta potenza italiana per volumi nel settore delle acque minerali e proprietaria dei marchi Ferrarelle, Vitasnella, Fonte Essenziale, Boario, Natía, Santagata, Roccafina e distributore esclusivo per l’Italia del brand Evian. Al tradizionale core business delle acque minerali si è aggiunta anche la produzione di cioccolato di alta gamma, con l’acquisizione, nel 2017 dell’azienda toscana Amedei.

Al neo direttore generale, che riporterà direttamente al presidente Carlo Pontecorvo, è stato affidato l’incarico di dare ulteriore sviluppo alle strategie commerciali di Ferrarelle in Italia e sui mercati internazionali. Mercati questi ultimi dove il gruppo è in espansione, con Ferrarelle e Natía già in distribuzione negli Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Spagna, Germania, Danimarca, Russia, Israele, Giappone, Hong Kong e Taiwan.

«Sono orgoglioso di poter contribuire al successo di una realtà 100% italiana, un simbolo di eccellenza in tutto il mondo che ha scelto di farsi portavoce di un importante messaggio di sostenibilità – ha dichiarato Pesaresi –.  Il mio intento è quello di continuare a sviluppare il ruolo di Ferrarelle, come punto di riferimento per clienti e consumatori, valorizzandone i brand e cogliendo nuove opportunità di crescita».

Il Gran Caffè Torino a Palermo rende omaggio alla Belle Epoque

Centonovanta metri quadrati per 5,60 metri d’altezza suddivisi in quattro ambienti principali, oltre alle superfici tecniche. Uno spazio notevole per dimensioni, ma soprattutto per la struttura portante dei primi del ‘900 in setti di mattoni e solaio nervato in cemento, una delle prime realizzate a Palermo. Gran Caffè Torino si affaccia con ampie vetrate a tutt’altezza su via Roma e via Torino, da cui prende il nome, nei pressi della stazione centrale del capoluogo siciliano. L’analisi del contesto è stata alla base del concept progettuale che Puccio Collodoro Architetti ha sviluppato, nello stile romantico del periodo di costruzione tipico del quartiere, riproponendo le forme morbide dello stile Liberty ed enfatizzando la verticalità degli ambienti. Il monolite bianco del bancone bar è il primo elemento distintivo e unificatore dei due ambienti verso via Roma, in uno dei quali è stato recuperato il soffitto decorato risalente al periodo di costruzione. Due ambienti collegati per formare la zona ingresso, che per la strategica posizione ad angolo permette di percepire l’intero spazio da un unico punto di vista.

Dare la sensazione di un giardino interno

Oltre la zona cassa si aprono la zona pasticceria, caratterizzata dal grande bancone espositivo, dal laboratorio a vista e, in successione, la sala da thè ambientata come un hortus conclusus (giardino racchiuso), effetto ottenuto sia per la composizione geometrica di elementi in lamiera microforata che incornicia le pareti, sia per la ricorrente presenza di piante, tavoli e sedie da esterno. La parete di fondo cattura l’attenzione per la prospettiva creata dalle due vetrate, che si contrappongono alle geometrie morbide degli elementi curvi in rosa antico, sopra i quali domina il grande logo dorato. La scelta dei materiali, delle forme e dei colori ripropone l’immagine, in chiave contemporanea, di un Gran Caffè della Belle Époque. La lamiera microforata verde pastello sopra il bancone attrezzato di pasticceria e gelateria - che peraltro è lo stesso colore dei soffitti dove gli impianti di climatizzazione risultano mimetizzati - riproduce una sequenza di parapetti che riduce visivamente la notevole altezza. I colori pastello dominano lo spazio, ma trovano un equilibrato contrasto cromatico con le pareti bianche, il pavimento in grandi lastre grigio chiaro, gli espositori pensili in metallo antracite, il retro banco del bar e dei piani di appoggio in legno scuro.

L’intervista al progettista

Arch. Puccio, quanto è stato importante il contesto in cui è stato inserito il vostro progetto? È stato fondamentale conoscere il contesto dell’intervento per sviluppare il concept di progetto. Partendo dall’analisi del luogo, l’edificio e il quartiere erano sedi dei più bei salotti degli inizi del ‘900, e dalle richieste della committenza che voleva restituire al quartiere un “Gran Caffè” come luogo di ritrovo capace di rievocare lo stile di inizio secolo, è stato concepito un linguaggio che richiamasse le forme morbide del Liberty ma con sviluppo verticale per enfatizzare l’importante altezza degli ambienti. Qual è stata la difficoltà maggiore che avete dovuto affrontare? Convincere il committente a ripristinare l’altezza originale dei vani, che prima dei lavori risultava compressa dai controsoffitti tecnici. Durante l’elaborazione del progetto il cliente si è reso conto che la particolarità dello spazio era legata anche all’imponente altezza, valorizzata dal ritrovamento di alcune decorazioni originali, e che la nuova attività da inserire aveva bisogno di grandi ricambi d’aria. Quindi come avete affrontato il rapporto con la committenza? Dopo l’approvazione della nostra proposta progettuale, abbiamo avuto autonomia nella ricerca della maggior parte delle figure necessarie per realizzare il progetto (falegname, fabbro, ecc). Abbiamo dovuto rivedere alcune scelte progettuali, in accordo con la committenza, per poter rientrare nel budget. La scelta dei materiali in questo caso è parte integrante del concept design. Materiali, forme e colori ricreano un elegante salotto cittadino, dove residenti e turisti possono gustare la qualità dei prodotti, trovandosi in una location suggestiva, degna del nome scelto. Fil rouge del progetto è la lamiera microforata verde pastello che attraversa tutti gli ambienti. La stessa, nella variante rosa antico, usata nella parete di fondo, enfatizzata dal sovrastante logo con funzione di testata.

Who’s who

Puccio Collodoro Architetti è uno studio di progettazione e comunicazione (a Palermo e Gela) impostato come luogo di ricerca e sperimentazione di nuovi linguaggi espressivi applicati all’architettura e al design. Il costante contatto con diverse realtà consente a Gianluca Puccio e Andrea Collodoro uno sviluppo teorico, estetico e tecnologico capace di elaborare e realizzare prodotti a qualsiasi scala progettuale. Il monitoraggio costante del processo produttivo, con particolare attenzione alla scelta dei materiali e alla cura dei dettagli, insieme al continuo dialogo con il cliente consentono allo studio di realizzare progetti dal carattere identitario e sartoriale.

Per Saint Patrick il mondo si tinge di verde irlandese

Saint Patrick's Day 2021 by irlandando.it

Si può considerare una vera e propria festa globale. Saint Patrick's Day (o Festa di San Patrizio) è la tradizionale festa del patrono d'Irlanda, celebrata ogni anno il 17 marzo, grazie alle folte comunità irlandesi sparse in tutto il mondo, a base di musica (celtica, folk, rock), parate e fiumi di birre e whiskey.

Come ogni anno Saint Patrick's Day rappresenta un anticipazione dell'equinozio di primavera (quest'anno il 20 marzo), giorno variabile in cui i raggi solari dell'emisfero settentrionale e meridionale raggiungono la Terra con la stessa inclinazione e il giorno e la notte hanno la stessa durata, da sempre una festa sacra pagana che prelude al risveglio della natura e delle fioriture. Una festa replicata nella tradizione cristiana la prima domenica dopo il primo plenilunio di primavera con la Resurrezione di Nostro Signore (Pasqua).

Il Saint Patrick's Day (o St. Paddy's Day) commemora l'arrivo e l'affermazione del Cristianesimo nell'Irlanda celtica e pagana durante il quinto secolo d.C. grazie alle molteplici conversioni ottenute dall'allora vescovo cattolico Patrizio. Anniversario in seguito diventato vera e propria Festa Nazionale Irlandese nel 1903 con un'apposita parata pubblica, inserito nel XVII secolo nel calendario liturgico della Chiesa Cattolica di Roma, oltre che in quelli della Chiesa Anglicana, Ortodossa e Luterana.

San Patrizio, storia e leggende
Nato nella Britannia romanizzata del 385 d.C. da una famiglia nobile, Patrizio fu da giovane prima preso schiavo dal re celta Niall sotto il quale apprese la lingua gaelica e la mitologia celtica per poi, una volta liberato dopo sei anni, essere nominato diacono della Chiesa di Roma nel 407, quindi inviato come missionario da Papa Celestino I, prima in Gallia poi in Irlanda (431 d.C.), allora ancora ferocemente pagana. Ma, grazie alla sue capacità di convincimento, alle sue opere cartitatevoli verso i più deboli e alla sua intuizione di coniugare elementi e tradizioni pagane all'interno dell'insegnamento cristiano (emblematica la sovrapposizione della croce solare celtica intorno alla croce latina che diventò simbolo comune di tutta l'Irlanda), la sua evangelizzazione riuscì a creare numerose comunità di credenti cristiani, fondando monasteri e abbazie. Nominato quindi Vescovo d'Irlanda, divenne molto popolare e autorevole in tutta la Chiesa di Roma al punto che gli si attribuirono vari miracoli (che gli valsero il procedimento di santificazione post mortem), fino al giorno della sua morte il 17 marzo 461 d.C. a Downpatrick, nell'Irlanda del Nord.
Alla sua figura sono legate alcune leggende come l'utilizzo del trifoglio per spiegare il mistero della Santissima Trinità e la dedica del pozzo senza fondo/caverna dove San Patrizio si recava in preghiera per l'espiazione dei peccati (in ideale collegamento con il Purgatorio) del monastero dell'isola del lago Lough Derg (Irlanda del Nord), ancor oggi meta di pelligrinaggio, anche dopo la chiusura nel 1467 a opera di Papa Alessandro VI.

Bandite, causa Covid-19, parate e feste nei pub, quest'anno non sono mancate alcune iniziative originali.

Jameson Irish Whiskey (distribuito da Pernod Ricard Italia) ha organizzato un grande concerto in streaming a cui, per l'Italia, partecipa in diretta da un locale del quartiere Isola di Milano il cantautore e rapper Frah Quintale (showcase gratuito alle h.20.15) accanto alla cantautrice canadese r&B Jessie Reyes ad altri artisti indie e rap irlandesi e internazionali (per partecipare cliccare). Da seguire in compagnia di un cocktail come JGL o in alternativa il cocktail Catch Me! di Mattia Cilia finalista italiano 2018 del Jameson Bartender's Ball.

Jameson Ginger & Lime
Ingredienti
1/4 Jameson Irish Whiskey
3/4 Ginger Ale
fetta di lime
Preparazione
Versare l'Irish Whiskey e Ginger Ale in un tumbler con ghiaccio, spremervi e lasciarvi cadere una fetta di lime, mescolare.

Non poteva mancare l'intervento della storica (1759) birra irlandese più famosa come la scura (stout) Guinness (Diageo). St. Patrick's Movement è un progetto che celebra la voglia di rinascita e riconquista delle cose belle della vita. Promossa in collaborazione con Turismo Irlandese Italia, l'iniziativa è stata pensata per coinvolgere gli amanti della celebre  birra scura stimolando il senso di appartenenza. L'operazione di reclutamento è rivolta ai fan della pagina Facebook con un divertente mix di azioni come post che esprimano l'amore e la nostagia per il proprio pub (provvisoriamente chiuso o aperto a metà). I commenti più belli ed originali saranno ripresi al termine dell'operazione e pubblicati sulla pagina Guinness per rilanciare la visibilità dei pub taggati testimoniando vicinanza nei confronti di chi ci lavora.

Altre iniziative riguardano prove di spillatura della famosa lattina 33 cl Guinness Draught con capsula in azoto pressurizzato che rende la birra (4,2% alc) meno gasata e da un cappello di schiuma più densa, la creazione di slogan, stories con test di pronuncia in irish slang, tutorial della dancing pint per imparare i passi di una tradizionale danza irlandese.

Per finire si può accedere al grande evento live di musica e danze #StPatricksDayAtHome trasmesso sulla pagina Facebook di Turismo Irlandese (h.20, durata 90 minuti) oppure sul canale Youtube con collegamenti in diretta da tre famosi pub come Johnny Foxs (Dublino), Duke of York (Belfast), Dick Mack's (Dingle, Kerry). Non mancherà un collegamento con la moderna location Guinness Storehouse con lezioni di spillatura e di danza.

Oltre a birre scure (Guinness, Murphy's, Beamish, Caffrey's), per celebrare degnamente San Patrizio non mancano proposte alternative come birre chiare (Harp Lager) e rosse (Bass, Kilkenny), sidri (Bulmers) e liquori come Irish Mist e Irish Cream (Baileys, Sheridan). Per finire con un bel Irish Coffee composto da 2/3 di Irish Whiskey, 1/3 di caffè lungo bollente e zuccherato, con uno strato di panna fresca in superficie.

Crema Fredda Caffè Foodness: la novità pronta da servire

Crema Fredda Caffè Foodness
In Brick da 1l, la nuova crema, dal gusto caramellato e di caffè, non richiede nessuna preparazione. Si versa direttamente nella tazzina ed è pronta da servire

Ha puntato a garantire un grado di servizio ancora più elevato Foodness con la sua ultima novità. La novità è la Crema Fredda Caffè e ha la peculiarità di essere un prodotto già pronto all’uso. Basta infatti aprire il brick da un litro nel quale viene proposta, versare nella coppetta e servire al cliente. Tutto senza alcuna necessità di miscelare e versare nel granitore. Un’innovazione che semplifica e velocizza il lavoro del barista, eliminando i tempi di attesa dovuti alla preparazione della macchina e lo libera dalle incombenze legate alla pulizia della attrezzature.

Ma non solo, perché la nuova Crema Fredda al Caffè assicura importanti benefici anche sul fronte dei costi e della gestione del prodotto. La nuova crema non necessita della catena del freddo, si conserva a temperatura ambiente e va riposta in frigo solo dopo l’apertura della confezione (durata 4 giorni). Il confezionamento in brick, inoltre garantisce la massima igiene, poiché si versa direttamente nella coppetta di servizio, ed evita sprechi di prodotto. Mentre il mancato utilizzo del granitore assicura un bel risparmio sulla bolletta elettrica, risparmio che, secondo le stime dell’azienda, può arrivare fino a 400 euro all’anno.

A tutto ciò si somma poi l’alta qualità che da sempre contraddistingue i prodotti dell’azienda dei free from. La crema è preparata con ingredienti di qualità, tra i quali latte e panna di sola provenienza italiana, senza utilizzo di grassi idrogenati e di ingredienti ogm, ed è del tutto priva di glutine, lattosio. La consistenza cremosa e il gusto caramellato e di caffè la rendono perfetta per ogni momento della giornata e per soddisfare i palati dei clienti più esigenti.

Come di consueto, il lancio della nuova crema sarà accompagnato dai materiali di comunicazione e di servizio per il bar, che comprendono un crowner per richiamare l’attenzione del cliente e le coppette di servizio.

Divieto vendita alcolici nei minimarket dalle 18 a Roma

Da Roma, la stretta alla vendita di alcol nei minimarket dopo le 18 L’ordinanza della sindaca Raggi per combattere gli assembramenti e la “concorrenza sleale” verso i bar. Plauso di Ihn, che chiede anche il contingentamento delle aperture dei minimarket

La lotta al Covid passa anche attraverso il divieto della vendita di alcol nei minimarket. È così che la sindaca di Roma, Virginia Raggi, ha presentato la sua ordinanza, emessa a inizio marzo, che vieta la vendita di alcolici nei minimarket dopo le 18 e fino alle 7 del giorno successivo. Al momento prevista fino al 6 aprile, l’ordinanza è destinata ad essere prorogata, dopo aver incassato il plauso del prefetto e delle associazioni di categoria dei pubblici esercizi.

Il divieto vale per minimarket, i piccoli supermercati fino a 250 metri quadri e gli altri esercizi di vicinato, mentre potranno vendere alcolici le enoteche e gli esercizi commerciali con codice ATECO 47.25 (commercio al dettaglio di bevande). Chi non rispetta l’ordinanza va incontro a sanzioni amministrative dai 400 ai 1.000€.

L’orario delle 18 si adegua alle disposizioni nazionali che prevedono la chiusura dei bar alla stessa ora, come misura anti-assembramento, ma che non prendeva in considerazione la vendita nei minimarket. Estendendo a questo tipo di esercizi commerciali il provvedimento, Raggi afferma di voler “garantire maggiore sicurezza nelle nostre strade”. Fornendo una nuova arma alle forze dell’ordine per intervenire sugli assembramenti e sull’esasperazione del fenomeno della cosidetta movida. Senza contare che includere con questa ordinanza i minimarket equivale, ha detto Raggi, a contenere la “concorrenza sleale nei confronti degli esercizi autorizzati alla vendita”.

Contenta l’associazione Italian Hospitality Network, che rappresenta i professionisti dell’accoglienza e che aveva segnalato da tempo la problematica. “Durante una delle nostre manifestazioni a sostegno della categoria – racconta – avevamo mostrato come in questi esercizi vengano venduti alcolici somministrandoli”. Come tale, la vendita di alcolici da parte di esercizi commerciali senza licenza di somministrazione già potrebbe essere sanzionata, ma tra forze dell’ordine impegnate su troppi fronti e cavilli a cui appigliarsi, c’era evidentemente bisogno di ulteriori armi a disposizione di chi opera i controlli anti-assembramenti.

Come dice Daniele Gentili, “è un primo passo per andare nella direzione della regolamentazione del fenomeno. Noi come Ihn ci battiamo perché vogliamo che nell’ambito della somministrazione prevalga il principio della qualità del prodotto e del servizio”. Gentili lo definisce un problema sociale, generazionale, che non è solo legato alla pandemia, ma che da essa è stato acuito e lancia un monito. “Stiamo assistendo a un aumento esponenziale delle aperture di minimarket, aiutato dall’alto numero di locali sfitti. Il prossimo passo che auspichiamo da parte delle istituzioni è una regolamentazione sui numeri delle licenze”.

Leggi le regole fissate dal Decreto Pasqua, valido fino al 6 aprile

Lucca Cantarin: la nostra pasticceria Marisa si è rifatta il look

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La pasticceria Marisa di Arsego di San Giorgio delle Pertiche (Pd) si è rifatta il vestito. «Se uno ama il proprio lavoro, non può presentarsi sempre con lo stesso abito al cliente», dice Lucca Cantarin, maestro pasticciere Ampi e socio con la sorella Erica dell’attività che porta il nome della madre. Così, durante il lockdown della scorsa primavera, i due hanno deciso di mettere in cantiere un progetto che frullava in testa già da un po’. Ovvero, rifare l’arredamento del negozio, riorganizzare gli spazi e migliorare l’esposizione delle diverse categorie di prodotto. In altre parole, dare al locale una veste più consona ai prodotti che vende e «far capire ai nostri clienti che abbiamo voglia di innovare e investire non solo sulla qualità del prodotto, ma anche per migliorare l’accoglienza», dice Cantarin. Quando la pasticceria Marisa è stata inaugurata, nel 2002, poteva contare su 230 mq di spazio. Nel corso degli anni l’attività è cresciuta e il locale si è ingrandito aggiungendo qualche decina di mq alla volta, fino a ritrovarsi, oggi, con una superficie di circa 1.000 mq, di cui 120 dedicati alla vendita e 500 alla produzione, oltre a magazzini e uffici. Tre anni fa è stato ristrutturato il laboratorio, è stato ricavato un piccolo centro formazione e accanto alla pasticceria è stata aperta una piccola gelateria. Mancava, appunto, il passo successivo: ripensare lo stile dell’area di vendita, ormai inadeguata a rappresentare ciò che nel frattempo è diventata la pasticceria di Cantarin (del maestro Cantarin avevamo scritto anche qui).

Fare un restyling del pdv tenendo conto dell'evoluzione del mercato

«Diciotto anni fa eravamo relativamente inesperti - confessa il maestro pasticciere - e non sapevamo quale sarebbe stata l’evoluzione del mercato. Per esempio, non avevamo previsto l’importanza che avrebbero assunto nel nostro assortimento le torte da forno, le monoporzioni, i macaron, la pralineria. Inoltre, il nostro visual merchandising era diventato obsoleto e invece è fondamentale che sia coerente con la qualità del prodotto». Uno dei primi obiettivi dell’ultima ristrutturazione è stato dunque migliorare la presentazione dei prodotti e aumentare la superficie dedicata alla vendita. Per il progetto i Cantarin si sono affidati a Costagroup, che da un lato ha fornito un design “tagliato” in maniera sartoriale sugli obiettivi del cliente, dall’altro ha lasciato a Cantarin la libertà di scegliere sul mercato le tecnologie frigorifere più adatte alle sue esigenze. «Cantarin - spiega l’architetto Daniele Gottardini di Costagroup - ha le idee chiare su quel che vuole. Il progetto ha avuto l’obiettivo di trovare soluzioni alle sue richieste, a partire dalla massimizzazione dell’esposizione dei prodotti».

Il bancone da 10 metri, punto focale della pasticceria

Vediamolo, allora, questo progetto. Il punto focale è il grande banco lineare di 10 m, costituito da diverse teche separate. Ognuna è dedicata a una singola macrocategoria, presentata in maniera ben distinta dalle altre «perché abbiamo voluto dare valore a ogni tipologia di prodotto, distinguendola dagli altri. Voglio che chi entra pensi: questa è la casa della pralineria, la casa delle torte da forno, e così via», dice Cantarin. La ristrutturazione ha puntato in primo luogo sull’asporto. Che, rivela Cantarin, «per noi è molto meno costoso da gestire rispetto ai tavolini. Ci trovassimo in centro a Padova, potremmo far pagare un sovrapprezzo per coperto e servizio, ma siamo in un piccolo centro di provincia, il pubblico non lo accetterebbe». Inoltre, il Covid ha modificato il modo in cui il locale viene vissuto dalla clientela e ha indotto, per esempio, a installare una porta automatica all’ingresso. La pasticceria Marisa può contare su un dehors di 80 posti a sedere, uno spazio riscaldato e preferito dai clienti anche in inverno, in tempi di pandemia. Tuttavia, l’area interna dedicata alla consumazione non è stata trascurata. Sono state create diverse esperienze di fruizione, con un tavolo conviviale da 4 posti per le consumazioni in piedi, tavolini e sedute di vario tipo, poltroncine e divanetti, «molto comode, come richiede un locale di questo tipo», chiosa Gottardini.

Puntare su un look che "invecchia" bene

La scelta dei materiali è caduta su legno, marmo, pelle vera, ottone brunito, nei toni del marrone e del beige, mentre il design è classico e lineare. «Sarebbe bello fare scelte di design superinnovative, ma ognuno deve fare i conti con il proprio target di clientela e con l’ambiente in cui opera - afferma Cantarin -. Per esempio, un arredamento estremamente contemporaneo magari piace alla clientela più giovane, ma rischia di allontanare quella più tradizionalista. Occorre anche considerare la durata dell’investimento e calcolare il proprio piano di rientro». Così la scelta è caduta su un look che piace a un pubblico trasversale e che “invecchia” bene: «Il nostro è un compromesso tra l’innovazione delle più avanzate tecnologie e tecniche di esposizione e la tradizione dell’uso di materiali quali legno o marmo - dice. Abbiamo preferito rispolverare un’immagine tradizionale innovandola, un po’ come fanno i cuochi che si ispirano alla tradizione, reinventandola». Il tutto calato in un involucro particolare ovvero l’edificio vincolato in cemento armato firmato dall’architetto Quirino Di Giorgio. Il nuovo design ha già avuto effetti sulla creatività di Cantarin: «Stiamo studiando la nuova linea di prodotti che andrà ad affiancare quelli classici. Per me, il nuovo locale è come un nuovo giocattolo per un bambino: mi porta a inventare cose nuove. Sono entusiasta e questo entusiasmo mi dà nuovi stimoli». I lavori di ristrutturazione sono durati circa tre settimane e sono finiti con qualche giorno d’anticipo sulla tabella di marcia. Un risultato frutto dell’esperienza maturata quando è stato rifatto il laboratorio, tre anni fa: «Allora abbiamo capito che cosa significa fare una ristrutturazione. La programmazione è fondamentale, così come la gestione delle aziende fornitrici. Niente va lasciato al caso», afferma Cantarin.

L’intervista a Lucca Cantarin

Cosa consiglierebbe ai colleghi che si apprestano a fare una ristrutturazione? Di valutare se è fattibile aprire un temporary shop durante la chiusura per lavori, per limitare la perdita di fatturato. Noi abbiamo usato come temporary la nostra gelateria, che ha una superficie di soli 15 mq, ma ha permesso alla pasticceria di continuare a lavorare per l’asporto, coprendo spese di gestione e del personale durante la ristrutturazione. Poi, di fare un’attenta lettura del proprio cliente, dell’evoluzione dei consumi e di scegliere la tipologia di arredamento in funzione del proprio contesto e del proprio target. Che cosa ha imparato nell’ultimo anno? Il 2020 per me è stato un insegnamento continuo, un periodo di riflessione e investimento mentale che mi ha permesso di apprendere, trasmettere, fare nuovi progetti, investire per il futuro. Certo, un familiare ha avuto il Covid e abbiamo preso un grande spavento. Ma per me, tutto sommato, l’ultimo anno è stato positivo. Ho fatto di tutto per tenere in piedi la mia azienda. Sono contento di essere riuscito a salvarla e ogni nuovo progetto mi fa vivere con il sorriso. Qual è il bilancio del 2020? Durante il lockdown della scorsa primavera, il personale era in cassa integrazione e il telefono era muto da giorni. Poi ha cominciato a squillare: era un cliente che ci chiedeva 60-70 colombe, poi sono arrivate altre telefonate. Da lì siamo ripartiti, prima con quattro dipendenti, poi sono tutti rientrati dalla cassa integrazione. Abbiamo chiuso il 2020 con il 15% di fatturato in più rispetto al 2019. A inizio febbraio abbiamo assunto un altro collaboratore e ora abbiamo 32 dipendenti più quattro stagionali per il confezionamento. Oggi la mia azienda è in gran fermento e io sono molto ottimista per il futuro. Com’è cambiata la clientela a causa del Covid? Sono cambiate le modalità di consumo all’interno del pdv. Le persone hanno paura di stare accanto agli altri. Anche per questo abbiamo deciso di ridurre i posti a sedere all’interno e di aumentare la superficie di vendita. Per fortuna, avevamo avviato l’e-commerce già da una decina di anni e non eravamo impreparati.

Canaima Gin sostiene le donne artigiane dell’Amazzonia

Canaïma gin donne indigene Simone Caporale
Il gin premium, distribuito da Compagnia dei Caraibi, ha rafforzato l'impegno verso le comunità indigene della Foresta attivando una nuova collaborazione con la Fundación Casa de la Mujer del Vaupés

Alta qualità e un forte impegno sociale sono due aspetti inscindibili dell’anima di Canaïma Gin. Prodotto dalla distilleria venezuelana Dusa (Destilerías Unidas Sas) questo gin premium, distribuito in esclusiva in Italia da Compagnia dei Caraibi, si è infatti contraddistinto fin dal suo lancio per il contributo alla tutela dell’Amazzonia, dalla quale provengono 10 delle sue 19 botaniche (per approfondire leggi Canaïma Gin, nasce in Amazzonia la nuova esclusiva di Compagnia dei Caraibi), e a supporto delle popolazioni indigene che la abitano. Impegno, quest’ultimo, che spesso si concretizza in progetti che hanno come protagoniste le donne indios, e che il brand proprio nel mese nel quale si celebra la festa della donna ha deciso di incrementare ulteriormente, stringendo una nuova partnership con la Fundación Casa de la Mujer del Vaupés (Fucamuva).

È questa un’organizzazione colombiana guidata da donne imprenditrici che si sono poste l’ambizioso obiettivo di riuscire a produrre più di 10.000 articoli artigianali legati a Canaïma Gin nel corso di quest’anno. La nuova collaborazione si aggiunge a quelle che il brand ha già attivato con diverse organizzazioni, e che sostiene devolvendo loro il 10% dei proprio proventi, per sviluppare progetti finalizzati a migliorare le condizioni di vita delle comunità indigene e a protezione dei loro territori.

Le donne indigene protagoniste

Tra le ogn con le quali collabora vi è, per esempio, la Fundación Tierra Viva, che promuove lo sviluppo sostenibile delle tribù indigene attraverso il commercio equo solidale di prodotti artigianali realizzati dalle donne della tribù Warao. Nel caso specifico, le donne si occupano della produzione di tutto il merchandising legato al brand (cestini, sottobicchieri, bracciali e altro) utilizzando materiali della Foresta Amazzonica, tra i quali la bora, una pianta acquatica, e la fibra di moriche, che si ottiene dalle palme. Una collaborazione proficua che fino a oggi ha visto la realizzazione di oltre 15.000 pezzi, ma soprattutto che è riuscita a coinvolgere nel progetto anche gli uomini Warao, che hanno deciso di prendere parte alla realizzazione dei manufatti.

La tutela dell’Amazzonia

Non minore attenzione è riservata alla questione ambientale. In questo campo la storica collaborazione è con Saving the Amazon, che combina tecnologia, applicazioni mobili e il potenziale umano delle comunità indigene per combattere la distruzione della Foresta, attraverso un programma di rimboschimento. Canaïma dona infatti degli alberi che vengono piantati dalle comunità indigene che se ne prendono cura per 36 mesi, il tempo necessario affinché l’albero riesca a sopravvivere da solo. Al momento della piantumazione gli alberi vengono fotografati e la foto viene caricata sulla piattaforma del progetto per creare una foresta virtuale e dare la prova che gli alberi sono piantati. Successivamente vengono fotografati di nuovo e caricati sul sito per mostrare la crescita della foresta.

Insomma, un gin che conferma la forte mission sociale e ambientale con la quale è nato e che ha convinto anche una personalità come Simone Caporale, tra i massimi esponenti del bartending internazionale, a unirsi al progetto e a sviluppare il prodotto e la drink list che lo accompagna.

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