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Cinque appuntamenti itineranti con il caffè del Rwanda

Tazze cupping caffè
Alberto Polojac porta in tutta Italia i Cupping friday, con un focus particolare sui nuovi lotti di caffè del Paese africano.

Riprendono i Cupping friday, proposti da Imperator, importatore di caffè verde a Trieste. Gli “assaggi del venerdì” hanno quale focus particolare i nuovi lotti provenienti dal Rwanda, in cui l’Azienda è impegnata da diversi anni in progetti di sviluppo incentrati sulla formazione e il miglioramento del processo qualitativo nelle diverse fasi di produzione. «Siamo sicuri che che i partecipanti avranno un’esperienza formativa unica e apprezzeranno l’elevata qualità e complessità dei caffè che abbiamo selezionato», ha affermato Alberto Polojac, quality manager e Q Grader di Imperator. 

Sono cinque gli appuntamenti in diverse località di tutta Italia, con orario di svolgimento 10-12:

17 marzo - The Bocs di Mondicaffè - Roma

24 marzo - Mumac Academy - Binasco (MI)

31 marzo -  Accademia di Fast Service - Napoli

14 aprile - Accademia del Caffè Espresso - Pian di San Bartolo-Trespiano (FI)

28 aprile - Imperator – Bloom Coffee School - Trieste

Per i professionisti e gli appassionati di caffè è un’importante occasione per scoprire la complessità dei caffè provenienti da diverse zone del Paese dell’Africa orientale e scoprire in anteprima, attraverso l’assaggio, le caratteristiche del nuovo raccolto. 

Al cupping seguirà una breve panoramica sul caffè del Rwanda e sull’esperienza formativa avvenuta in loco nel corso degli ultimi anni, fornendo una prospettiva interessante e inedita sulla cultura del caffè di questo Paese, nonché sulla sua importanza economica e sociale.

È stato un viaggio come giudice per la Cup of Excellence a fare scoprire a Polojac la complessità e l’unicità dei caffè ruandesi, che fino ad allora erano ancora poco noti, quantomeno nel mercato italiano. Ritenendo questi caffè perfetti per qualsiasi metodo di estrazione in termini di acidità, dolcezza e bilanciamento, iniziò a importare i primi lotti prevenienti dalla zona di Gisenyi, vicini al lago Kivu.

Da quel momento hanno preso il via programmi di formazione sui moduli Green e Sensory di Sca per le popolazioni locali in un Paese molto sviluppato, ma con un potenziale enorme ancora inespresso. I target sui quali si sono focalizzati gli interventi sono le nuove generazioni e le donne: un’intuizione corretta, visto che il recente World coffee Producers Forum e la African Fine Coffee Association di Kigali (capitale del Ruanda) hanno avuto al centro del dibattito le tematiche che riguardano il ricambio generazionale e l’equità di genere.

Per maggiori informazioni sull'evento e per confermare la propria partecipazione, potete contattare la segereteria di Imperator Srl all'indirizzo email info@imperator.coffee o di Bloom Coffee School a hello@bloomcoffeeschool.it.

Zeppole & co., le creazioni dolci per la Festa del papà

Il My Didi di Roberto Rinaldini
Dai biscotti di Rinaldini ai Baci di Cracco in edizione limitata: ecco tutte le novità di pasticceria dedicate alla celebrazione del 19 marzo

Per la Festa del papà c'è chi punta sulle classiche zeppole con crema e amarena e chi decide di sorprendere i propri clienti. A questa seconda categoria appartengono i pasticceri che, per il prossimo 19 marzo, hanno realizzato creazioni originali dedicate ai padri. Dai biscotti decorati di Roberto Rinaldini ai Baci di Carlo Cracco Zacapa limited edition, ecco una selezione di prodotti disponibili online e in pasticceria per celebrare la Festa del papà.

Le creazioni di Roberto Rinaldini

Roberto Rinaldini dedica tre creazioni a tutti i papà: zeppole, torta e biscotti decorati. My Didi è una base di pan di Spagna con bagna all'arancia, perle croccanti di cioccolato e cereali, vellutata al cioccolato al latte, arricchita da una crema di limoni con cubetti di albicocca semi candita e purea di fragole. Completa il tutto la glassa al cioccolato al latte che riporta la scritta “Super Papà”. Il pluripremiato pastry chef reinterpreta la zeppola, proponendola con cottura al forno in quattro varianti. C'è la Zeppola Alfonso, farcita con crema pasticcera e amarene sciroppate. Segue la Zeppola Leonardo, cotta con craquelin verde, farcita con crema leggera al pistacchio e amarene sciroppate. C'è la Zeppola Giotto, cotta con craquelin rossa, crema leggera alla vaniglia, purea di fragole e fragoline di bosco. Infine, c'è la Zeppola Raffaello: la versione più classica e golosa della zeppola, dove la pasta choux viene fritta e quindi farcita con crema pasticcera e amarene sciroppate. Disponibili online e in negozio anche i biscotti decorati e personalizzati a tema. Sono fatti a mano con cremosa di nocciole e cacao, decorati con pasta di zucchero. Sulla superficie vengono aggiunte le frasi “Super Papà”, “I Love Papà” e “Sei un Bomber Papà”.

I sigari di Charlotte Dusart

Charlotte Dusart dedica alla Festa del Papà i suoi sigari di cioccolato. Nella confezione dalla grafica identitaria, ci sono tre sigari con tre gusti diversi: cremino/caffè, rum/uvetta, pralinato/nocciola con lime. Quest'ultima è la proposta vegana pensata dalla pastry chef. Il set da 3 sigari costa 22 euro.

Carlo Cracco con rum Zacapa per una limited edition

I Baci di Cracco incontrano il rum “Zacapa 23”, dando vita a un dolce inedito da regalare. La ricetta dei Baci di Carlo Cracco è declinata in tre varianti, che abbina mandorle, cioccolato e frutti di bosco alle note di caramello, vaniglia e cacao tipiche di Zacapa. Il sodalizio vuole omaggiare la sobremesa, quell’indugiare a tavola in conversazioni rilassate e intime accompagnandosi con un distillato e un dolce speciali. A questo momento sono dedicati i Baci di Cracco “Zacapa Limited Edition”, in vendita solo online a 70 euro per kit.

L'offerta di Antonino Cannavacciuolo

Babà, limoncello, praline al mojito e creme spalmabili: il Laboratorio di alta pasticceria artigianale di Chef Antonino Cannavacciuolo ha messo a punto un plotone di soluzioni regalo per papà golosi. Il Pastry Chef Kabir Godi, parte del team di laboratorio, ha lavorato sulla pralina al mojito, che unisce alla voluttuosità del cioccolato bianco la freschezza della menta e la spinta del rum. Il Babà artigianale, realizzato con i migliori ingredienti della tradizione, è un omaggio alla pasticceria napoletana. Le tre creme spalmabili sono dedicate a chi ama piccole pause di dolcezza. Sono disponibili in tre varianti: al lampone, al pistacchio e alla nocciola. Infine, c'è il limoncello, digestivo creato con la selezione di limoni curata dallo stesso Cannavacciuolo.

Anteprima Bargiornale: il Dirty di Farulla è servito

No mail, no telephone, no reservation-policy, no dress code, no prejudice, no vip. Inaugura il 20 marzo Dirty Milano, il nuovo cocktail bar dall’anima hardcore guidato da Mario Farulla, Carola Abrate e Gigi Tuzzi. Niente turbe mentali, retropensieri, bottigliere esuberanti o lezioni di cocktail. Perché da Dirty l’unico imperativo è il divertimento

Dopo alcune avventure spalla a spalla, tre autentici "cattivoni" del mondo bar, hanno scelto di unire le loro forze per combattere il solito cliché dell’ospitalità in giacca e guanti bianchi. La loro missione è dare vita a uno spazio fuori schema, fuori giri, fuori orario. In altre parole, del tutto "fuori". Il nuovo locale, che inaugura il 20 marzo, è stato battezzato Dirty. Sporco. E siccome noi esseri umani, per stare sereni, abbiamo bisogno di affibbiare un’etichetta a tutto, lo hanno definito "cocktail bar". Se avessero usato la parola “asteroide” o “deltaplano”, sarebbe cambiato poco. Dirty si trova a Milano, in viale Regina Giovanna 14, a ridosso di Porta Venezia. Il trio di villains è composto da Mario Farulla, Gigi Tuzzi e Carola Abrate. Al terzetto si aggiunge il quarto fondatore: Paolo Coppola, imprenditore nel settore dell'ospitalità. Il punto di partenza è il seguente: “Dirty non nasce da un’idea, ma da un’esigenza”. Il nuovo locale arriva al culmine di un percorso iniziato un anno fa. «A un certo punto - sottolinea Farulla - ci siamo guardati intorno e ci siamo sentiti circondati. Intorno a noi vedevamo un’ammucchiata tanti bar con cose buttate a caso. Sembrava una gara di ostentazione fine a sé stessa. Così abbiamo messo la retromarcia e abbiamo iniziato a far fuori il superfluo. Tenendo premuto il tasto “canc” abbiamo eliminato le sovrastrutture, che hanno snaturato e allontanato pian piano il cliente dalla vera essenza del bar: il divertimento». Dirty è un bar pensato per chi non ha voglia di farsi fare una testa così dal bartender coi super poteri. È l’oasi per chi si è stufato di tecnicismi, storielle e altre cose da addetti ai lavori spiegate al tavolo. È un luogo di piacere, per bere, per star bene: non per assistere a “cocktail class” non richieste. Dirty è una riserva indiana presidiata da tre bartender che non si arrendono ai cowboys. «Al Dirty usiamo l’articolo "noi" e vogliamo abolire l’io. Siamo controcultura al bar, non da bar. Quindi non vogliamo educare o istruire nessuno. Siamo solo uno strumento al servizio di chi vuole passare una bella serata senza troppi pensieri. Noi facciamo da bere, in tempi rapidi, senza cerimonie e cerchiamo di farlo al meglio. “Ebbasta”. La drink list è corta e semplice, basata su drink della casa e grandi classici, più qualche extra. Il tutto è accompagnato da un’offerta di cibo fatto per godere «Perché al Dirty - dicono i tre bartender - serviamo cibo da lupi. Da noi puoi trovare Champagne e mortadella, carne in scatola, hot dog, pane e salsiccia fresca, ma anche banane a un euro. Perché la frutta fa bene. E poi noi crediamo nel potassio». Ovviamente anche lo stile e gli arredi di Dirty sono allineati al suo pensiero. Il progetto, realizzato in collaborazione con Nick Maltese Studio, è più graffiante della Stratocaster di Jimi Hendrix a Woodstock. Una tenda da macellaio divide la sala in due aree. Da una parte il bar più pop, dall’altra una zona più intima dotata di ogni comfort. Inclusa una bar station dedicata. Gli ambienti di Dirty sono ispirati alla corrente Brutalista, un movimento architettonico del XX secolo caratterizzato da edifici dalle forme geometriche semplici e un forte senso di massa e peso. La “brutalità, intesa come onestà. Il Brutalismo è stato il marchio di fabbrica dell'architettura dell’Unione Sovietica degli anni '50 e '60. Gli architetti sovietici adottarono il Brutalismo per creare edifici pubblici monumentali e simbolici che esprimevano il potere e la grandezza dello Stato. Il cemento armato grezzo e le forme geometriche semplici erano in linea con l'ideologia comunista della semplicità e dell'uguaglianza. Questo stile è stato miscelato con elementi grafici, disegnati da Antonio Dalla Guardia, ispirati alle opere di Jean-Michel Basquiat, artista che ha spesso utilizzato immagini di genitali maschili nella sua arte come simboli di potere e virilità. Sulla griglia di lavoro così come sul banco, entrambi realizzati da Vincenzo Vitolo, sono impressi le forme stilizzate di organi sessuali. Tutto questa attenzione al banco perché sarà lui la stella polare del locale. «Abbiamo scelto di eliminare la bottigliera e di tenere in vista solo prodotti a marchio Dirty. Il nostro stile di miscelazione si concentra nell’offrire la migliore esperienza gustativa. Non ci interessa utilizzare le etichette o le bottiglie blasonate come specchietti per le allodole. Siamo nudi e crudi. Questo non significa che da noi non si trovano bottiglie pregiate. Semplicemente non le teniamo in vista e le usiamo solo quando, e se, ce le chiedono. Come già detto, la nostra priorità è soddisfare l’ospite. Quindi se ci chiede qualcosa facciamo di tutto per accontentarlo. Anche fare la spesa».

 

Il servizio è incentrato sul divertimento e sul coinvolgimento dell’ospite. «Abbiamo solo 35 posti e, volente o nolente, ogni cliente è attore protagonista delle nostre serate. Non usiamo jigger per misurare le quantità di prodotto, ma tutto viene versato a mano libera. Nessuna omologazione. Nessun cocktail fotocopia. Qui si miscela per il gusto di fare le cose ad arte. Ogni drink ha la sua anima ed è irripetibile. Per questo anche la nostra attrezzatura è volutamente ridotta al minimo. Anche in questo siamo “brutalisti”. Perché per far bene da bere non hai bisogno di chissà quali bar tools. Servono solo gli attrezzi giusti e la mano buona. Siamo tornati agli anni 2000 con le soda gun al posto delle bottigliette, ma se ce lo chiedete abbiamo anche quelle. Il bar, essendo un bar del popolo, creato per la classe operaia come noi, avrà prezzi popolari, con il Gin Tonic della casa proposto a 8 euro. Il prezzo massimo? 15 euro per alcuni drink della casa. I signature riprendono il nome del locale e sono incentrati sullo studio delle salamoie e della salinità come esaltatore di sapori. In qualche rappresentano la nostra piccola arma segreta per dare l’extra kick al gusto dei drink. Anche in questo andiamo controcorrente. In un mondo, quello della mixology, dove tutto è concentrato sullo studio delle fermentazioni (e quindi sul deterioramento), noi viriamo verso i metodi di conservazione.

 

Il nostro drink iconico? È il Super Dirty, un Martini Cocktail mangia e bevi che viene versato direttamente in una coppa colma fino all’orlo di diverse varietà di olive. Ai drink si aggiunge una selezione di tre birre alla spina servite in bicchieri ghiacciati. Lo sappiamo, tecnicamente è il servizio più sbagliato che ci sia. Ma a noi interessa poco, la birra ghiacciata è più buona». Dirty, la cui comunicazione è curata da Studio Maigiu, apre alle 19 e chiude alle 4. La sua missione dichiarata è dare conforto a tutti i viandanti, nottambuli e lavoratori della notte. “C’è una no-reservation policy: chi arriva prima si siede, ma proveremo sempre a soddisfare tutti. Piuttosto faremo i letti, o meglio gli sgabelli, a castello”. Il sound di Dirty è un altro dei suoi punti di forza. La playlist spazia tra vari generi. Si spazia dall’Hip-Hop anni 2000 fino a cose più estreme. Punk, hardcore, roba forte. Proprio come quei tre terribili bartender dietro al banco.

«Il tempo, la nostra risorsa più importante. E costosa»

Javier Guillen
Javier Guillen con i dolci proposti alla masterclass che ha tenuto nel 2022 al Simposio Ampi
L'evoluzione dell'alta pasticceria vista da Javier Guillen, pastry chef con la testa da imprenditore

Più facile, più naturale, più gustosa. Con meno zuccheri e meno grassi. Più buona per i clienti, più redditizia per i pasticceri. Più sana per tutti: per chi la mangia e - in un altro verso - per chi la produce, che potrà finalmente liberarsi dalla “schiavitù del laboratorio”. È l’evoluzione della pasticceria secondo Javier Guillen, pastry chef e imprenditore giramondo, che all’ultimo Simposio Ampi ha presentato la sua ricetta di brioche salvatempo. Una necessità, visto che con la sua catena Cacau Noir ne sforna migliaia al giorno, oltre a macaron e praline.

Who’s who - Javier Guillen

Javier Guillen, spagnolo, è un pastry chef e imprenditore di fama internazionale. Dopo aver lavorato per grandi chef (Ferran Adrià, Oriol Balaguer, David Bouley) e da Pierre Hermé, ha creato la catena di cioccolaterie e pasticcerie Cacau Noir in Brasile (29 negozi) e - nel 2022 - il marchio di gelateria Sweet Monkey in Spagna. È responsabile della formazione dell’Ecole Valrhona in Italia e Spagna e collabora con Sosa per la parte di sviluppo di nuovi prodotti.

«Dobbiamo riorganizzare il lavoro: non è una brutta notizia»

Il tempo, sostiene Guillen, è la risorsa più preziosa e più costosa, soprattutto se misurato in ore lavoro: «Conosco tanti pasticceri che fanno prodotti fantastici, ma lavorano come matti e guadagnano molto poco, anche con fatturati importanti - spiega -. È un problema di produzione e di organizzazione, che nel futuro sarà ancora più rilevante, visto che la maggior parte dei giovani non è più disposta a fare giornate di lavoro interminabili e spesso nemmeno a lavorare nel weekend. Questo impone una riorganizzazione del lavoro. E non è necessariamente una brutta notizia». L’invito di Guillen è a fare bene i conti: «La maggior parte dei pasticceri si lamenta perché il prezzo del burro o della farina sta crescendo vertiginosamente. Guarda la fattura e si dispera. Ma è un falso problema. L’incidenza delle materie prime non arriva al 20%, mentre il personale vale il 50%. La vera questione è ripensare alle ricette, al processo, alla produzione.

«Alla ricerca di alternative naturali sane e facili da utilizzare»

Non è un caso se l’alta pasticceria degli anni ’90 creava monoporzioni fatte di 10 strati sovrapposti, che richiedevano sei ore di lavoro. Oggi si fanno tre strati: base, crema, mousse e stop: 20 minuti in tutto. Puntando su materie prime strepitose, oggi ampiamente disponibili, si creano prodotti eccellenti». La ricerca della semplicità e la tecnologia disponibile, per Guillen, indirizzano naturalmente la pasticceria su una strada vegana. «Non ha più senso usare l’uovo come legante. Ci sono ingredienti naturali molto più performanti. Lo uso se mi serve come uovo. Lo stesso per gli addensanti: le alternative naturali sono più sane e di più facile utilizzo». La qualità della materia prima da sola non basta più: «Sempre di più, specie le nuove leve, non chiedono solo prodotti intrinsecamente eccellenti, ma si interessano dell’origine degli ingredienti e della qualità del processo di trasformazione. E vogliono sapere cosa fanno le aziende fornitrici per la sostenibilità. Niente non è più una risposta possibile».

Il futuro è nel gelato senz'aria

Sweet monkey, azienda lanciata in Spagna da Guillen nel 2022, produce 45 gusti con una shelf life di sei mesi. e li vende (per ora) ai ristoranti

«Il nostro è un gelato senz’aria, 100% sapore». Così Javier Guillen descrive Sweet Monkey, l’azienda produttrice di gelato che ha lanciato in Spagna a inizio 2022 con base a Madrid. «Partiamo da una selezione maniacale delle materie prime. L’obiettivo è di creare un gelato che mantenga la propria cremosità anche dopo 6 mesi, che è la shelf life che garantiamo a una temperatura di conservazione di -15 °C. Per riuscirci, abbiamo ridotto al minimo l’uso delle proteine del latte, aumentiamo la percentuale di materie prime e riduciamo la quantità di zucchero. Abbiamo utilizzato oltre 900 litri di latte per fare tutti i test e mettere a punto le ricette migliori. Nel nostro pistacchio, per esempio, c’è il 35% di materia prima contro una media di mercato dell’11%. E gli zuccheri sono solo il 12%, anche se in Spagna per legge si potrebbe arrivare al 21%». In questa fase di lancio, Sweet Monkey fa solo b2b, in tutto il territorio spagnolo: «L’80% della produzione va ai ristoranti. Tra i clienti abbiamo diversi stellati, come ad esempio Robuchon. Il rimanente 20% si ripartisce tra distributori gourmet e gelaterie: queste ultime ci chiedono quei sapori speciali che abbiamo solo noi». Il best seller è la vaschetta da 2,5 kg, gli altri formati disponibili sono i vasetti da 300 e 500 grammi e le vaschette da 5,5 kg; 45 i gusti disponibili, tra gelati, sorbetti 100% frutta e dessert monoporzione, venduti a prezzi che vanno dagli 8 agli 11 euro al litro (o al chilo, visto che un litro di gelato equivale a un chilo). Il prossimo passo? «Aprire un punto vendita». Uno?

Caffè Corsini contro gli sprechi per la sostenibilità

Caffè Corsini
Sul sito della torrefazione un’apposita sezione propone una gamma di prodotti ancora adatti al consumo, prossimi alla scadenza per il consumo.

Un’analisi di Coldiretti presentata in occasione della Giornata nazionale di prevenzione contro gli sprechi alimentari lo scorso 5 febbraio, ha evidenziato che ogni anno nel mondo viene gettato complessivamente oltre un miliardo di tonnellate di cibo, pari al 17% di tutto quello prodotto, con un impatto devastante sull’ambiente e sull’economia, ed un grande problema etico in un mondo in cui ci sono oltre 800milioni di persone affamate. Una prima risposta è arrivata dall’app To Good To Go, che permette a bar, ristoranti, forni, pasticceri, supermercati e hotel di vendere online a un tezo del prezzo originale il cibo venduto, “troppo buono per essere buttato”.

In occasione della Giornata internazionale dei diritti dei consumatori, in programma il 15 marzo, Caffè Corsini, che nel 2021 è entrata a far parte del gruppo internazionale Melitta ha infatti deciso di inaugurare, all’interno del proprio store online, una pagina “Outlet” che raccoglie caffè ed altri prodotti della Torrefazione ancora perfettamente conformi alla vendita, ma con un termine minimo di conservazione più ravvicinato rispetto al ciclo di vita degli alimenti solitamente commercializzati dall’azienda. In ogni scheda prodotto viene indicato il termine minimo di conservazione del lotto scelto al momento dell’acquisto nello shop online. L’iniziativa si propone di ridurre gli sprechi, garantendo allo stesso tempo al consumatore importanti occasioni di risparmio, che possono arrivare fino al 60% in meno, rispetto al tradizionale prezzo di vendita dei prodotti.

Istituita dalle Nazioni Unite nel 1986, la Giornata Internazionale dei Diritti dei Consumatori non tratta solo i diritti e i doveri del consumatore consapevole, ma promuove anche tematiche come la tutela dell’ambiente e la salute dell’economia in generale. Si tratta di una ricorrenza che intende rappresentare un’occasione per spronare tutte le forze di mercato a rispettare e accrescere la sicurezza dei consumatori, in quanto parte attiva dell’economia, alla quale la Torrefazione di Badia al Pino (AR) ha deciso di aderire offrendo il suo personale contributo. 

I prodotti della sezione Outlet di Caffè Corsini sono disponibili al link diretto www.caffecorsini.com/it/catalogo/18542/outlet.

L’App di Brita per una filtrazione dell’acqua su misura

Nuova App Brita
L’App Professional Filter Service riunisce le funzioni di consulente per i filtri, assistente per l’installazione, guida multimediale e offre impostazioni personalizzate.

L’identificazione dei giusti valori dell’acqua e degli strumenti di filtrazione corretti per ottenerla è fondamentale per chi vuole offrire in ogni momento eccellenti estrazioni e valorizzare al meglio ogni caffè.

L’App Professional Filter Service di Brita è la soluzione pratica e funzionale per raggiungere questo risultato: un vero assistente virtuale per le specifiche soluzioni di filtrazione dell’acqua. È uno strumento pratico, completo e utilissimo per il barista e il tecnico al fine di determinare capacità e tipologia del filtro adatto alle esigenze specifiche della caffetteria.

Fornisce le linee guida per l’installazione (utili ai tecnici dell’assistenza), calcola quando i filtri devono essere sostituiti e dispone di numerose funzioni, tra cui video tutorial, manuali e schede tecniche di prodotto.

Osserviamo nel dettaglio le funzioni dellApp Professional Filter Service di Brita.

Consulente per i filtri: identifica il filtro adatto alle esigenze del singolo operatore in pochi passaggi, permettendo di selezionare il campo di applicazione; inserire la qualità dell’acqua; inserire il consumo annuo; ricevere suggerimenti sul filtro adatto a ogni esigenza specifica.

Assistente per l’installazione: fornisce assistenza per l’installazione e imposta i promemoria per la sostituzione del filtro. Inoltre permette di selezionare l’impostazione corretta di bypass; conoscere la data di sostituzione del filtro; impostare promemoria per la sostituzione del filtro con notifiche via e-mail o dal calendario.

Guida multimediale: permette l’accesso completo a manuali, video, brochure, schede tecniche e tabelle relative alle capacità del filtro installato.

Impostazioni su misura: è impossibile personalizzare l’interfaccia scegliendo tra 9 opzioni di lingua, nonché impostare l’unità di misura della durezza dell’acqua preferita.

Tutte le funzioni dell’App Professional Filter Service di Brita sono riassunte nel video di presentazione L'App Professional Filter Service - il tuo assistente tascabile ideale! - YouTube

 Per saperne di più visitare il sito App BRITA Professional Filter Service | BRITA® 

A fine marzo torna Sublime Experience, la due giorni di formazione per il fuoricasa

Sublime Experience
Il 26 e il 27 marzo presso l'Academy l’Academy innovation centre di Micro Onda Group la due giorni di formazione dedicata a professionisti e imprenditori del fuoricasa. In cattedra tanti big dell'ospitalità italiana e internazionale

Torna a fine marzo l’appuntamento con Sublime Experience, la due giorni a tutta formazione, gratuita, dedicata al fuoricasa. La seconda edizione dell’iniziativa, organizzata da Micro Onda Group, il centro di formazione professionale specializzato in ambito Food&Beverage e nell’ospitalità internazionale, si terrà il 26 e il 27 presso l’Academy innovation centre della scuola, a Cardano al Campo (Varese).

Pensato come un vero e proprio congresso internazionale per professionisti e i gestori di attività del fuoricasa, Sublime Experience proporrà un fittissimo programma di incontri, presentati da Christopher Grassini, presidente di Micro Onda Goup. Per ogni giornata, dalle ore 10 alle 18, sono infatti in programma 3 o 4 seminari ogni ora, che si svolgeranno nei vari laboratori dell’Academy, per un totale di circa 30-35 relatori per ogni giornata.

Dalla mixology alle opportunità finanziarie

Gli incontri, spazieranno su tutte le principali tematiche del mercato dell’ospitalità, dalla miscelazione al flair, dal mondo caffetteria, compresa latte art, brewing e specialty coffee, alla birra, dalla panificazione e pizzeria alla gestione e formazione del personale, dalle nuove tendenze nell’interior design alle lezioni su come aprire un locale fino alle opportunità finanziarie per gli imprenditori del settore.

Non mancheranno anche le presentazioni e degustazioni di prodotti food & beverage e di tecnologie (forni, macchine per caffè, sistemi di erogazione e filtrazione dell’acqua, ecc).

A salire in cattedra saranno tutte personalità di primo piano del mondo dell’ospitalità italiana e internazionale. Così come tante saranno le special guest, al momento però top secret, che prenderanno parte all’evento.

Gli appuntamenti per il bar

Per quanto riguarda il mondo bar, in particolare, da segnalare i seminari sulla miscelazione tenuti da Pietro Rizzo, bar director dell’Aubrey del Mandarin Oriental Londra, da Francesco Bonazzi, Mario Farulla, e Federica Geirola sul flair. Quelli sul caffè con Luigi Pillitu, Dario Ciarlantini e sulle birre homemade con Loreno Michielin. E poi ancora gli incontri sulla gestione e formazione delle risorse umane con Edoardo Zerrilli, sulla progettazione dei locali con Paolo Albano e sugli aspetti finanziari con Francesca Leanza.

Il programma completo della due giorni è disponibile a questo link

Ma oltre che tanta formazione, l’evento propone anche momenti di relax all’insegna del bere bene: a chiudere la giornata del 26 un party esclusivo (a pagamento) al Mandarin Oriental di Milano con i drink di Pietro Rizzo.

Come partecipare a Sublime Experience

Sublime Experience è in programma il 26 e il 27 marzo, dalle 10 alle 18, presso l’Academy innovation centre di Micro Onda Group, in via Generale Cantore a Cardano al Campo (Varese).

La partecipazione è gratuita, ma occorre prenotarsi in quanto i posti sono limitati, compilando il form al link https://microonda.it/iscrizione-sublime-experience/

Ginepraio lancia la terza referenza, in omaggio al Mar Mediterraneo

GINEPRAIO_Credit STUDIO MAIGIU
foto: Studio Maigiu
Levante Spirits ha presentato Ginepraio Organic Mediterranean Dry Gin, con tre tipi di ginepro toscano e sentori di mandarino e lentisco

Un gin marcatamente toscano, che omaggia il mare: Ginepraio ha presentato e annunciato la distribuzione internazionale di Ginepraio Organic Mediterranean Dry Gin, terzo gin della famiglia Levante Spirits di Fabio Mascaretti ed Enzo Brini, anch'esso 100% biologico. La nuova referenza è stata presentata a Milano in collaborazione con il team di Carico, proprio nel cocktail bistrot di Dom Carella in via Savona. Il prodotto è distribuito da Rinaldi 1957.

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LA bottiglia da 70 cl di Ginepraio Organic Mediterranean Dry Gin (foto: Studio Maigiu)

Tre tipi di ginepro per il gin del Mediterraneo

Come i fratelli maggiori London Dry Gin e Navy Strength, Mediterranean resta fedele all'idea di un prodotto ancorato al territorio toscano. Il distillato a base di tre tipologie di ginepro si unisce alle essenze naturali di Podere Santa Bianca, eccellenza toscana in oli essenziali. Nasce così un prodotto che esalta le fragranze della macchia mediterranea. La creazione di Ginepraio Organic Mediterranean Dry Gin è il risultato di un anno e mezzo di lavoro insieme a Claudio Gaiaschi e Benedetta Tecchio di Podere Santa Bianca. Una ricerca volta a catturare gli aromi e i sapori macchia toscana: i tre ginepri che contraddistinguono Ginepraio sono il ginepraio della Valtiberina, del Chianti e della riviera maremmana; questi, invece, gli oli estratti dalle botaniche mediterranee di Podere Santa Bianca: mandarino verde, arancia amara, foglie di limone, carota selvatica, lentisco, origano, maggiorana.

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Il drink "Gimlet style" proposto dal team di Carico alla presentazione della nuova referenza di Ginperaio

Un gin polivalente, con botaniche prevalenti di mandarino e lentisco

Il distillato (con gradazione alcolica 43% vol.) ha come botaniche predominanti mandarino e lentisco, con un finale sapido e agrumato. Jacopo Misiano, brand ambassador di Ginepraio (oltre cche responsabile bar del Loco Comodo di Pistoia), si è soffermato con Bargiornale sui consigli di utilizzo in miscelazione del Ginepraio Organic Mediterranean Dry Gin: «È polivalente, buono per un Gin tonic, per un White Lady, per un Negroni, magari utilizzando un Vermouth leggermente balsamico che aiuta il prodotto ad essere più completo». Il team di Carico ha proposto, oltre a un Gin tonic, anche un drink "stile Gimlet" con Ginepraio Mediterranean, con un cordiale al tè giapponese come base e soluzione acida di Vermouth Lillet Blanc e Italicus.

 

Gelato al gusto di grillo: cosa ne pensano i professionisti

Thomas Micolino
Thomas Micolino/Facebook
I Maestri Giancarlo Timballo e Stefano Guizzetti commentano la ricetta prodotta in Germania da Thomas Micolino

I clienti dell'Eiscafè Italia a Rottenburg sanno che sapore ha il gelato al gusto di grillo, lanciato dal gelatiere italiano Thomas Micolino. In Italia la notizia ha fatto sollevare più di un sopracciglio. Ma anche da noi la farina ottenuta da questo insetto è una realtà. È possibile acquistarla e lavorarla. Unico ostacolo: il pregiudizio culturale. Abbiamo chiesto a Giancarlo Timballo e Stefano Guizzetti che cosa ne pensino delle farine a base di insetti.

Il gelato al grillo di Thomas Micolino

Thomas Micolino ha creato un gusto artigianale partendo dalla farina di grillo e condendo il prodotto finale con insetti essiccati. All'interno del gelato ci sono farina di grilli, panna, estratto di vaniglia e miele. Il prodotto è stato bersagliato da critiche, ma anche tanti complimenti. Micolino ha lavorato alla sua creazione per tutto l'inverno. È partito da una scommessa ed è giunto a creare quello che potrebbe diventare "il dessert del futuro".

Il punto di vista di Giancarlo Timballo

Proverebbe gli insetti nel suo gelato? Faccio corsi da molti anni e, quando mi presento, ci tengo a sottolineare che qualsiasi ingrediente può essere trasformato in gelato. Ma ci vuole equilibrio. Detto ciò, questi nuovi alimenti sono al centro del dibattito. Si tratta di un freno culturale. Io non lo farei, ma credo che si tratti di un modo come un altro per attirare l'attenzione dei clienti. Cosa si potrebbe fare per aprire la strada ad un gelato al grillo per un pubblico scettico come quello italiano? Secondo me sarà difficile far mangiare insetti a un italiano. Abbiamo una biodiversità incredibile: quindi non sono convinto che la necessità di ripiegare su questi alimenti potrà mai fare presa. Nel nostro ambito ci vorrà tanto tempo affinché questo tipo di ingredienti possano entrare nel nostro raggio d'azione. Ma magari a Hong Kong il gelato ai grilli potrebbe avere un grande successo. Quindi potrebbe essere una scommessa per i gelatieri italiani: andare lì e mettere la nostra arte al servizio di questi ingredienti alternativi, che qui hanno mercato.

Il punto di vista di Stefano Guizzetti

Utilizzerebbe la farina di grillo per creare un gelato? Grazie alla mia collaborazione con il corso di laurea in Scienze Gastronomiche dell'Università di Parma, ho già realizzato diversi gelati partendo da farine di grillo, cavallette e formiche. Nei corsi di Etnogastronomia si racconta di ciò che succede nel mondo, dove si mangiano tante cose da noi non edibili. Ciò che cambia è la cultura. Per questo ho fatto più gusti partendo da farine a base di insetti. Assaggiandole con gli studenti dei corsi, ho riscontrato che il gusto è ricorda caffè, orzo e nocciola perché queste farine sono tostate. Abbiamo così realizzato un gelato al grano arso. Il prodotto finale è stato apprezzato. In più, è sostenibile. A cosa abbinerebbe questo ingrediente? Ripenserei queste farine come si fa con l'orzo o il caffè. Si potrebbero abbinare a fave Tonka, vaniglia, caramello, cioccolato, che vanno ad ingentilire il risultato. Secondo lei come si potrebbe sdoganare questo prodotto in un Paese scettico come l'Italia? Il problema è sempre l'idea che l'ingresso di ingredienti nuovi possa soppiantarne altri. Ma l'enogastronomia italiana ha ricevuto influssi da culture diverse nei secoli. Basti pensare agli spaghetti al pomodoro, il piatto più italiano e al contempo meno italiano per origine di tutti. Gli insetti possono contribuire a rendere più interessante una ricetta. Bisogna puntare su un'educazione alimentare di ampio respiro, che veda la tipicità contaminarsi con altri ingredienti.

Master Coffee Grinder, si delinea la seconda edizione

La consegna del premio
Fabio Verona ha tracciato le prime tappe e confermato la finale milanese per il nuovo corso del premio dedicato alla macinatura.

La consegna del premio - un macinacaffè Grindie dal design esclusivo - al vincitore del Master Coffee Grinder è stata l’occasione per fare un bilancio della prime edizione di questa competizione inedita, ma soprattutto per guardare al futuro.

Luca Bernardoni, brand ambassador e responsabile qualità Hardy ha voluto radunare sponsor e sostenitori nella Academy di Assago (MI), dove ha ricevuto il premio dalle mani di Daniele Colizza, responsabile ricerca, sviluppo e design di Grindie, affiancato da  Eleonora Bardoni, business developer. 

Il bilancio del 2022 è decisamente positivo: quattro tappe, la finale a The Milan Coffee Festival, ma soprattutto tanto interesse e tanta partecipazione nei confronti dell’ultima nata tra le competizioni “parallele” ai più strutturati circuiti nazionali e internazionali.

Fabio Verona, che ha ideato e condotto con grande convinzione il primo ciclo, delinea i primi tratti del secondo che, nell’anno in corso, prevede tappe ad Albignasego (PD) presso Diemme, a Torino nell’ambito del Turin Coffee e due a Milano di nuovo nell’ambio di The Milan Coffee Festival tra il 2 e il 4 dicembre, la prima di selezione, il giorno dopo la finale. Dopo la vittoria, a Luca Bernardoni è stato assegnato un posto nella giuria, accanto a Luca Ventriglia. 

Ci sarà anche una tappa internazionale, nell’ambito del Cafe Show in programma a Seoul - Corea tra l’8 e l’11 novembre prossimo.

Tutti gli sponsor sono stati invitati a sostenere questo nuovo ciclo di competizioni «in cui non si chiede - come qualcuno erroneamente crede - di trovare la macinatura per preparare un espresso di 25 ml in 25 secondi con una dose standard di caffè - afferma Fabio Verona -. L’abilità consiste nell’interpretare il caffè (ogni tappa ha una diversa torrefazione che lo fornisce, ndr) decidendo sia la dose in polvere sia quella in estratto nel tempo ritenuto necessario, al fine di ottenere le sfumature aromatiche descritte dal torrefattore. Dunque, con una temperatura dell’acqua regolata per tutti a 93°C, i concorrenti devono variare la dose di caffè e il tempo di contatto. La prima è importante per avere la corposità e anche note aromatiche specifiche, talvolta anche solo mezzo grammo può fare la differenza; il secondo determina quali sostanze verranno estratte dal caffè ed è influenzato dalla dose e dalla granulometria del macinato, in genere con un rapporto proporzionale: maggiore è la dose, più grande sarà la macinatura. Non si tratta tuttavia di una regola fissa: solo l’assaggio consapevole del barista può confermare i parametri impostati». 

L’alto livello e il clima amichevole che la accompagnano sono un’altra chiave vincente del Master Coffee Grinder Championship, che unisce in un mix calibrato competizione e divertimento.

Cola e Cola Zero, le novità Alpex by Fonte Plose

Alpex Cola e Cola Zero Fonte Plose
Le due nuove referenze rendono sempre più completa la gamma di bevande sodate premium, fatte con soli ingredienti naturali, a marchio Alpex

Prosegue nel segno dell’innovazione questa prima parte dell’anno per Fonte Plose.  Dopo il lancio a febbraio dei cocktail analcolici ready to drink Alpex Hugo e Alpex Gin Tonic (leggi Alpex Hugo e Alpex Gin Tonic, i nuovi ready to drink analcolici di Fonte Plose) l’azienda altoatesina presenta ora altre due novità dedicate al fuoricasa che arricchiscono la linea di bevande sodate premium a marchio Alpex: Cola e Cola Zero.

Fresca e ricca di gusto, la nuova Alpex Cola rivisita la classica bevanda a base di cola ed è formulata con una ricetta rinnovata rispetto alla tradizionale referenza presente nella gamma Plose. Ad affiancarla Alpex Cola Zero, che della prima conserva tutto il sapore, ma guarda a quella fetta di clientela che preferisce una cola senza zucchero e priva anche aspartame, restando sempre appagante per il palato.

Entrambe le novità, come tutta la gamma Alpex, sono realizzate con una formula che prevede l’utilizzo di pochi e selezionati ingredienti, tutti naturali, senza uso di conservanti, edulcoranti ed aromi artificiali. E sono disposibili, in bottiglia rigorosamente in vetro, a rendere o a perdere, a seconda delle esigenze del locale, nel formato 25 cl.

Una gamma sempre più ricca

Il loro arrivo amplia la famiglia Alpex, mettendo a disposizione dei bar una gamma sempre più completa di bevande di qualità, sia per il servizio liscio sia per la mixology, per accontentare ogni esigenza di gusto dei consumatori che preferiscono bere analcolico. Gamma che già conta le referenze: Indian Dry Tonic Water, Italian Taste Tonic Water, Selected Natural Ginger Beer, Premium Natural Ginger Ale, Premium Taste Bitter Lemon, Premium Classic Soda Water, completata e i cocktail analcolici ready to drink Alpex Spritz, Alpex Hugo e Alpex Gin Tonic.

Ada Coleman, la donna che scrisse la storia del bartending

Ada Coleman
Ada Coleman
Un ritratto di Ada Coleman, regina del bartending vissuta a cavallo tra due secoli, prima head bartender dell’American Bar del Savoy Hotel di Londra

In occasione dell’8 marzo vogliamo omaggiare Ada Coleman (1875- 1966). Una donna che ha segnato la storia del bartending per i suoi drink, ma soprattutto per il suo altissimo concetto di ospitalità e savoir-faire. Vissuta a cavallo tra i due secoli, head bartender dell’American Bar del Savoy di Londra, donna di gusto inarrivabile, confidente di regnanti, politici, attori, ha rappresentato un paradigma per coloro che si sono succeduti al banco dell’American Bar. A partire dal “divino” Harry Craddock. Nel raccontarvi di Ada, detta Coley e originaria del Kent, non ricorreremo troppo a notizie biografiche, né confezioneremo la solita lezioncina. Anche perché le biografie si trovano in Internet. Quindi, a che serve ripetere il già detto? Piuttosto abbiamo l’obiettivo di fornire spunti più specialistici e raccontare il “forse non tutti sanno che...”. Lo faremo attingendo prevalentemente ad articoli recenti e, soprattutto, a interviste d’epoca che trovate sul nostro sito nella sezione Il Bibliotecario. Ada Coleman era protettiva verso il suo lavoro e verso se stessa. E doveva esserlo visto i tempi e la società in cui viveva. Gli attacchi al lavoro delle barmaid arrivavano da tutti i fronti. C’era il movimento londinese a favore dei diritti delle donne, la National Women Workers, che proponeva l’abolizione del lavoro di barmaid perché ritenuto osceno e poco onesto (New Age, febbraio 1903). Peggio andava solo negli Stati Uniti dove il problema l’avevano già eradicato visto che, in base a un censimento sulla popolazione lavorativa americana (1895), le donne che servivano liquori erano solo 147 su una popolazione di 55.660 uomini (The Wall Street Journal, 25 aprile, 2009). Una delle tante battute ricorrenti era: “Vi pare normale che la mano che dondola la culla mescoli il Whisky Sour?”. Harry Craddock, che prese il posto nel 1926 della Coleman, nel suo ricettario Savoy Cocktail Book, alla voce Sanctuary Cocktail, scrive: “...ancora oggi (nel 1930) le signore non possono accedere all’American Cocktail Bar del Savoy”. Il Savoy, quindi, era un “santuario” dove le donne non potevano accedere. Che sia humor (nero) e sessista, o solo una frase, va inquadrata nel periodo storico. Quel che è certo, come ho scritto in Cocktail Safari, è che al tempo una donna dietro al banco era merce più rara di un fan dei Metallica al concerto di Gigi d’Alessio. E all’American Bar del Savoy, detto così per il bar realizzato in stile americano dal bartender Frank Wells prima che arrivasse la Coleman, di donne in realtà ce n’erano due. L’altra era Ruth Burgess, detta Bunty (Variety, New York, 1926). La questione dei soprannomi, Coley e Bunty, non è di secondaria importanza. Tanti ospiti del Savoy erano americani che volevano essere serviti dalle mani di un uomo. Per proteggerle e tutelarle da clienti molesti, si usavano nomi di fantasia per proteggere i veri cognomi. Le due bartender non avevano un buon rapporto. Basti menzionare il titolo di un articolo uscito il 16 febbraio del 1926 sul quotidiano The Aspen Daily Times: “Due famose bar maids che hanno lavorato per vent’anni allo stesso banco vanno in pensione, senza essersi mai parlate”. In realtà Miss B, altro soprannome di Ruth Burgess, ci aveva provato ma pare senza grande successo. Le aveva chiesto le sue ricette di cocktail ma Ada, come dicevamo, era protettiva anche da questo punto di vista. Lo sapevano tutti, compreso Craddock, che nel 1920, tornato a Londra dagli Stati Uniti causa Volstead Act (Proibizionismo), scrutò per cinque anni la sua head bartender Ada Coleman. “Era rintanato dietro le quinte dell’American Bar del Savoy, sfornando cocktail dal bar di servizio” (Theodore Sutcliffe, Difford’s Guide). Ada è diventata famosa per il Coley anche detto Hanky-Panky (Variety, 1926) così battezzato dall’attore Sir Charles Henry Hautrey. In realtà, quando Ada appenderà lo shaker al chiodo, racconterà e sarà ricordata non solo per i drink, ma per il grande lavoro quotidiano che passava anche dai piccoli gesti. Come quello di avere sempre sul banco un vaso con i fiori freschi. L’articolo più completo ed esaustivo che abbiamo trovato sul suo conto è un paginone uscito sul Niagara Falls Gazette nel febbraio 1926 (è un’altra sorpresa che trovate nel nostro sito). “...Busy! Devo dire che ero impegnata tutto il giorno. Soprattutto poco prima dell’ora di pranzo e altrettanto prima di cena! Il maggior numero di cocktail che abbia mai servito è stato trecento in quindici minuti. Sembra incredibile, vero? Ma era per una grande cena e avevo già diversi shaker con gli ingredienti pronti. Aspettavo solo che mi dessero il via. Poi, man mano che questi venivano versati, inventavo e proponevo altri drink. Ricordo che dopo il mio braccio mi fece male per giorni!”. Questo il racconto di H.C. Norris, corrispondente da Londra del Niagara Falls Gazette: “Il desiderio di un lavoro meno faticoso, combinato con il “gomito del bartender” che la infastidiva di tanto in tanto, ha fatto sì che Coley, come è nota a migliaia di visitatori americani, si trasferisse nel negozio di fiori dell’hotel, da dove non è improbabile che possa aver preso la direzione di una piccola osteria di campagna. È stato nel negozio di fiori che l’ho trovata, l’altro pomeriggio, mentre languidamente osservava un vaso di erica rossa”. 

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