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Professione barista: perché conviene fare esperienza all’estero

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E' quanto si porta a casa da un'esperienza a Londra o a Berlino. I consigli degli esperi e di coloro ai quali il lavoro in una caffetteria estera ha cambiato la vita

Il bartender e lo chef lo sanno molto bene: un’esperienza all’estero stampata sul curriculum è importante perché apre la visione del mondo, consente di capire il livello generale della professione, le nuove tendenze e di tornare a casa con un bagaglio professionale più ricco che apre a nuove e migliori, anche economicamente, prospettive di lavoro.

Risulta più difficile intravvedere questi vantaggi in una realtà come è quella del bar o della caffetteria italiani, dove chi sceglie di fare il barista lo fa spesso per ripiego.
Ed è naturale in questi casi che la sua professionalità non venga compresa e valorizzata. Ma anche qui qualcosa sta cambiando, a piccoli passi. Anche perché si sta scoprendo che alla base del successo di bar o caffetterie di nuova generazione c’è che quasi sempre un responsabile o un barista con una solida esperienza in un Paese straniero. E non sono pochi i docenti o i gestori che abbiamo intervistato nella nostra inchiesta che la considerano talmente indispensabile che la vorrebbero obbligatoria. A giovani poco avvezzi all’avventura e alla voglia di arrangiarsi, quella che più di uno  dei nostri testimoni ha definito un’“esperienza pazzesca” ha aperto gli occhi e la mente. Non solo. I più ammettono di essere tornati più maturi e più attrezzati a livello professionale e, soprattutto con la conoscenza “vera” di una lingua: una competenza che la scuola dell’obbligo, nella maggior parte dei casi, non garantisce.

La meta più gettonata è senza dubbio Londra, seguita da altre città europee, quali Berlino e Amsterdam, e dal sogno della maggior parte dei coffee lover: l’Australia.
Più di un barista in trasferta ha raccontato che si è sentito il “primo della classe” al suo ingresso in un locale di catena (una realtà estremamente diffusa all’estero) o in una caffetteria, solo per il fatto di provenire dalla patria del caffè. Dovendosi però ricredere quasi subito, scoprendo in realtà di non sapere granché del caffè e della sua trasformazione.
Emblematica, a questo proposito, la testimonianza di Alessandro Giammatteo, trainer presso la Mumac Academy di Binasco (Mi): «Sono cresciuto nel mondo del bar e mi sono formato con l’Aibes: i barman dicevano di essere cresciuti professionalmente all’estero e li ho ascoltati. Quando sono arrivato in Inghilterra e ho cominciato a lavorare da Caffè Nero pensavo, da italiano, di conoscere già bene la professione e invece avevo molto da imparare, non avevo un criterio. La cosa più interessante che ho imparato sono stati gli standard di servizio, le linee guida da osservare dall’arrivo del cliente fino alla sua uscita dal locale».

Istruzione, formazione, training

Il problema della mancanza delle basi è un “vizio” storico della professione che non a caso ha portato, diversamente dal passato, molti aspiranti giovani baristi a frequentare scuole specializzate o, una volta assunti, a vivere la loro prima parte della professione in una sala di formazione e di training, imparando le basi del prodotto, la sua trasformazione, le ricette dei prodotti ecc.
In quest’ultimo caso, il novello barista all’estero entra a lavorare in un locale solo quando ha acquisito le basi, sapendo che andrà a far parte di una squadra, di cui deve essere un elemento attivo e produttivo. Nelle catene questa modalità di ingresso nel mercato del lavoro è quasi sempre la regola. All’estero, infatti, ogni preparazione, ogni attrezzatura è oggetto di precisi standard: dalla grammatura del macinato fino al peso del liquido in tazza da erogare in un numero di secondi stabiliti.

Per chi è abituato all’improvvisazione, questo approccio è spesso un trauma e può causare sconforto e delusione. Eppure è ormai acclarato che queste buone pratiche non solo agevolano i tempi di lavoro (ad esempio, il dispenser dei tovaglioli di carta posizionato in determinato punto del banco e con un particolare orientamento per evitare sprechi e rendere più fluido il servizio) ma è garanzia di buona gestione. Illuminante, a questo proposito, la testimonianza di Andrea Pinturi, brand ambassador e trainer di Caffè Milani: «Ho lavorato a Londra in una catena di bakery e ci sono voluti 4 mesi per arrivare alla macchina espresso: ho fatto formazione, affiancamento e frequentato corsi. Ho imparato a mettere al primo posto la qualità, la replicabilità e la pulizia; un bagaglio che mi è risultato fondamentale al rientro in Italia».

In mezzo a tutto questo i nostri giovani baristi non hanno proprio nulla da insegnare? Certo: la cordialità, l’empatia e quel calore che spesso manca oltre frontiera e per il quale gli italiani sono spesso ricercati all’estero. Ma è evidente che, oggi, simpatia e disponibilità da soli non bastano.
Ci sono poi molti casi di baristi italiani che sono diventati anche assistant o store manager, entrando in contatto con il back office e con la gestione economica-finanziaria del locale. Imparando a raffrontare e ponderare costi e ricavi, a coordinare il personale e, soprattutto, a supervisionare i diversi step che accompagnano ogni fase del servizio; ad esempio con l’approssimarsi della chiusura del locale, lo staff deve procedere con gradualità alla pulizia delle macchine, arrivando a fine giornata con una sola campana e un gruppo attivi (gli altri macinacaffè e gruppi devono essere già stati puliti), così da riuscire ad effettuare la chiusura rapidamente e senza intoppi.

Il bagaglio formativo

Ciò che colpisce nei locali all’estero, come emerge più volte dalle interviste, è proprio questa programmazione rigorosa del lavoro con una condivisione totale degli obiettivi.
Dopo queste esperienze si torna in Italia, spesso con l’intenzione di aprire un proprio locale o di trovare un lavoro qualificato presso caffetterie o nelle aziende della filiera del caffè. Queste ultime cominciano solo oggi a comprendere l’importanza di avvalersi di personale formato oltrefrontiera per seguire e formare i professionisti in erba e anche i consumatori finali. Purtroppo ancora poche sono disposte a fare investimenti a lungo termine sulla formazione e la consulenza, nonostante a conti fatti sia un impiego di risorse fruttifero.

C’è, dunque, chi decide di mettersi in proprio con  la volontà di mettere subito a frutto le competenze acquisite e cercando di replicare lo stile e la disciplina imparati oltrefrontiera. È il caso, ad esempio, di Dario Fociani, barista e socio fondatore di Faro di Roma: «Ho vissuto 2 anni a Melbourne, 2 anni a Londra, uno e mezzo a Berlino. In Australia ho scoperto le caffetterie in cui i baristi parlano di quello che fanno e la latte art è obbligatoria. A Londra ho deciso di lavorare nel mondo del caffè: nell’insieme un ambiente più commerciale di quanto si pensi e orientato al marketing. L’esperienza berlinese è stata radicale: qualità costante, tanto studio tecnico e niente zucchero. Al Faro con i miei soci cerchiamo di portare il rigore tedesco, l’atmosfera australiana e il senso britannico nel saper vendere e comunicare». Detto questo, una volta rientrati in Italia, non sono tutte rose e fiori. Non è, infatti, facile aprire una caffetteria di nuova generazione nel nostro Paese, soprattutto se si vogliono applicare le nuove regole della cosiddetta “third wave”: la clientela fatica a comprendere le peculiarità di un caffè filtro o di uno specialty. Non parliamo, poi, dell’impegno speso quotidianamente a “giustificare” il prezzo maggiore di un espresso o di una preparazione alternativa della caffetteria frutto di un’estrazione particolare. Per chi è o si sente fuori tempo massimo per un’esperienza all’estero, rimane l’opportunità di rapidi “coffee trip”: viaggi nelle città più rinomate per la presenza di caffetterie e catene, da visitare cogliendone le peculiarità, le tendenze e cercando il confronto con baristi e gestori locali, spesso molto disponibili. La raccomandazione è di non essere timidi e di sfruttare ogni occasione a disposizione per  avvicinarsi a realtà che possono offrire spunti interessanti per il proprio business. Occorre porsi, come racconta Elisa Urdich, in “modalità spugna” e imparare a non avere pregiudizi e atteggiamenti di superiorità. Ricordandosi, sempre, che all’estero si va ad imparare.

Mixology trend dal Sud America, la nuova frontiera della miscelazione

Mixology trend Sud America
La classifica 2019 dei World’s 50 Best Bar certifica l’ascesa dell’America latina nella mappa dell’eccellenza del bere miscelato. Nonsolococktails li ha invitati in Italia: e noi abbiamo cercato di carpirne segreti e visioni

Per il mondo della miscelazione, l’America Latina è stata una frontiera finora poco esplorata. Ci ha pensato la classifica dei World’s 50 Best Bars 2019 a puntare i riflettori su questa area del mondo, innalzando ai vertici mondiali una nutrita pattuglia di locali sudamericani. Per alcuni, come il Floreria Atlantico di Buenos Aires o il Guilhotina di San Paolo, si è trattato di una, peraltro in ascesa, riconferma; per altri come il peruviano Carnaval di Aaron Diaz, di un ingresso trionfale nell’Olimpo più ambito dai professionisti del settore.
Quindi, secondo il panel che dà vita all’ambita classifica, la nuova frontiera della mixology andrebbe cercata a cavallo delle Ande, in un continente dove le influenze culturali, native ed europee, si sono integrate da secoli e dove la natura da millenni regala colori, profumi e sapori che contribuiscono a dare una marcia in più anche ai cocktail.
Qualche mese fa Milano ha avuto l’occasione di ospitare, in occasione del lancio di Nonsolococktails-La scuola, il nuovo progetto educativo di Mattia Pastori e Alessandro Melis, una straordinaria masterclass con i migliori barman sudamericani saliti all’onore delle cronache recenti. Ne è venuto fuori una sorta di simposio dove talento e tecnica si sono mescolate a consigli di management e di comunicazione.
Tutti i protagonisti non solo gestiscono locali di riconosciuto successo, ma viaggiando e collaborando con altre realtà e colleghi sparsi nel mondo, compongono un punto di osservazione privilegiato per scovare i nuovi trend nel mondo del bere miscelato: da quali distillati godranno secondo loro di nuovo successo a quali sono i segreti per gestire un bar dalla risonanza internazionale.
A seguire, pensieri e parole di Roberto Berdecia (La Factoria, San Juan, Porto Rico, 32mo nei 50 Best), Márcio Silva (La Guilhotina, San Paolo, Brasile 15mo), Aaron Diaz (Carnaval Bar, Lima, Perù, 13mo) e Renato “Tato” Giovannoni (Floreria Atlantico, Buenos Aires, Argentina, terzo).

Roberto Berdecia, La Factoria - San Juan (Porto Rico)

Semplicità, replicabilità, coerenza: sono i pensieri che stanno alla base di come Roberto Berdecia, a capo di un “piccolo paese” come La Factoria (sei locali in uno, mille clienti al giorno) vede il futuro della miscelazione. Un futuro in cui la cura del cliente, sempre più consapevole e informato («Abbiamo sempre investito tempo e risorse nella trasmissione della cultura del cocktail»), sarà sempre più importante rispetto alla cura dei cocktail. Che, a loro volta, cambiano faccia: «Un paio d’anni fa si cercava l’ingrediente raro, “l’arancia particolare che cresceva solo in un angolo della Cina”, ma oggi si preferiscono ingredienti facili da reperire e da usare, che ti rendono la vita più facile e ti assicurano il mantenimento di uno standard. Noi cerchiamo di usare più prodotti locali possibili, ma la cosa più importante resta la freschezza.  A Porto Rico diciamo che la gente “mangia con gli occhi”. Ciò significa che la presentazione, per un cocktail, è fondamentale: dev’essere attraente. Fare presentazioni semplici ma molto eleganti oppure creative? C’è spazio per entrambe le strade».  Nessun dogma neanche per la cocktail list: «Può essere lunga o breve, cambiare spesso o meno: l’importante è che sia il menu che funziona meglio nel tuo bar». Nel campo degli spirit, Berdecia è pronto a scommettere sul rum: «Ai Caraibi resta il leader, ma sta crescendo in tutto il mondo. Crescono velocemente anche Tequila e mezcal, ma hanno ancora molta strada da percorrere».
Le parole su cui costruire il successo? «Consistenza e passione. Senza la seconda inutile nemmeno provarci. La prima va costruita e mantenuta giorno dopo giorno. E fa la differenza fin dal primo giorno. A patto che uno si impegni a offrire sempre il meglio: parlo di ingredienti, musica, servizio ecc. Le persone lo riconoscono. Ma senza esagerare con i ricarichi».

Márcio Silva, Guilhotina – San Paolo (Brasile)

Per Marcio Silva il cocktail è un ingrediente, quasi un pretesto. Perché nel suo locale quello che si distilla e si dispensa è altro: puro divertimento. «Il cuore del nostro lavoro non sono gli spirit o i cocktail, sono le persone. Quindi il nostro compito è di essere le persone migliori possibili e imparare a gestire i collaboratori in modo da creare un team esuberante. Il successo di un locale si costruisce sul rapporto umano, con chi lavora e con gli ospiti che ci vengono a trovare».
Quanto ai cocktail «Al Guilhotina mescoliamo tanti stili diversi, ma il nostro obiettivo resta di essere così minimalisti da riuscire a diventare semplicemente “wow”.  Naturalmente il tipo di proposta dipende dal locale: noi siamo in una città dove fa caldo tutto l’anno, quindi cerchiamo di proporre cocktail rinfrescanti e di creare ricette che ci permettano di mantenere lo stesso standard in tutte le stagioni». Le tendenze che Silva identifica nella miscelazione sono il diffondersi delle nuove tecniche di lavorazione rese possibili dallo sviluppo delle tecnologie e la crescita dell’utilizzo di spirit invecchiati. «La creazione di home made permette ai bartender di sviluppare nuovi modi per esaltare gli ingredienti del proprio Paese, diffondendo il sapere e la cultura del posto dove vivono e lavorano. Per questo credo che avrà un ruolo sempre più rilevante.
Parlando di spirit, credo che vedremo un uso ancora più importante dei distillati invecchiati in miscelazione, sulla scia di quanto sta già avvenendo con i rum e i whisky. Ma nei cocktail bar crescerà molto anche la presenza di aperitivi e di vini».

Aaron Diaz, Carnaval Bar – Lima (Perù)

La cocktail list Alquimia, marchio di fabbrica del Carnaval Bar, è un prodigio di inventiva e di ispirazione: dalla ciotola con dipinta sul fondo la “notte stellata” di Van Gogh al drink servito in un cobra in assetto d’attacco, ogni contenitore è una scultura che contribuisce in maniera determinante a rendere ogni drink unico e inimitabile. Una lucida follia capace di convivere perfettamente con una drink list di classici presentati in maniera altrettanto “classica”.
«La sperimentazione è l’anima di un bar - spiega Aaron Diaz, la mente creativa e organizzativa del Carnaval Bar -, ma non deve mai essere fine a se stessa».
Non per niente, i suoi “tre comandamenti” sono un misto di mente, cuore e anima: «Essere organizzati. Essere stimolanti. Essere accoglienti».
Come reagiscono i clienti alle “provocazioni” che propone il menu Alquimia? «Fortunatamente sono molti che si lasciano tentare. La curiosità è decisamente in crescita, ma anche una certa consapevolezza al momento della scelta. La maggior parte dei nostri clienti sa cosa scegliere e non ha bisogno di essere consigliato».
E la consapevolezza è la parola chiave nella costruzione della drink list:  «Noi usiamo tutto ciò che riteniamo utile per definire al meglio un determinato cocktail: prodotti locali, preparazioni home made ecc.». E gli spirit? «Siamo fieri che il nostro prodotto nazionale, il Pisco, sia tornato ad avere un ruolo da protagonista. Ma al Carnaval proponiamo drink con gin, vodka, rum e whisky e abbiamo una lista specifica per Tequila e Chartreuse».

Renato “Tato” Giovannoni, Floreria Atlantico – Buenos Aires (Argentina)

«La nostra forza, mia e dei miei colleghi, è nell’autenticità e nel voler valorizzare le nostre radici. Il che significa per esempio studiare e utilizzare al meglio ciò che la nostra natura e il nostro territorio hanno da offrire». Renato “Tato” Giovannoni è la punta di diamante della miscelazione sudamericana. La sua Floreria Atlantica, aperta nel 2013, ha scalato anno dopo anno le classifiche dei World’s 50 best fino ad installarsi nel 2019 alla terza posizione. «Il segreto? Qualità assoluta dei prodotti e accuratezza delle tecniche d’esecuzione, insieme all’estro creativo, sono le basi del nostro lavoro.  Usiamo molto i prodotti argentini: fiori, piante, radici. È sempre stato un pilastro della filosofia del nostro locale la valorizzazione delle materie prime locali come la yerba mate, la quinoa o la muña. Vogliamo valorizzare una mixology che sia argentina, quindi identificativa». Questo passa anche per la produzione in proprio della versione locale di diversi spirit:  dal gin Príncipe de los Apóstoles con yerba mate, pomelo ed eucalipto alla nuova vodka di frumento in arrivo.
Dal gusto alla presentazione: «L’estetica è importante. Lo dimostra anche l’attenzione con cui scegliamo i bicchieri che usiamo. Tuttavia quello che ricerchiamo è l’equilibrio visivo piuttosto che gli effetti speciali scenografici».
Il mix ideale non va però cercato solo all’interno del bicchiere: «Ogni bar dovrebbe curare un mix di cose che creano l’atmosfera e permettano di stare bene, di divertirsi. Noi vogliamo che chiunque entri al Floreria si trovi a proprio agio, a prescindere da come è vestito, da quello che beve o da quanto può spendere».

Mixology trend: visioni e previsioni dall’Europa

Mixology trend Europa
Il botanico, l’illusionista, il fotografo, i due globetrotter. A Speak Easy di Vantguard a Barcellona si è parlato del futuro del bartending visto da occhi diversi

In un mondo che cambia, l’innovazione è la base del successo”. Così si è aperto Vantguard Speak Easy, evento tenutosi di recente a Barcellona che ha riunito baristi e professionisti del settore provenienti da Italia, Spagna e Portogallo. Speak Easy di Vantguard (nota per Gin Mare, Capucana cachaça, Tequila Curado e altri craft brands) è un programma ambizioso nato allo scopo di offrire spunti, contenuti e punti di vista alternativi alla bar industry. Nell’appuntamento di Barcellona, il secondo dopo quello di Londra, sono stati esplorati aspetti diversi del nostro settore, dalle materie prime necessarie per la distillazione alla costruzione di una carriera di successo, dal corretto impiego di ingredienti passando per le idee più fuori schema per promuovere il proprio cocktail menu attraverso l’utilizzo di immagini efficaci. Ai Vantguard Speak Easy di Barcellona sono intervenuti Carlos Magdalena, orticoltore e ricercatore scientifico al Kew Royal Botanic Gardens di Londra; Edwin van Eijk, esperto di distillazione e fondatore di iStill; Jorge Balbontin, brand development specialist di Vantguard; Joe e Daniel Schofield, giovani ma già rinomati bartender vincitori di numerosi riconoscimenti internazionali per la loro attività lavorativa e Addie Chinn, fotografo esperto in lifestyle che ha immortalato brand, cocktail e bar di tutto il mondo. Tutti hanno illustrato gli aspetti chiave per comprendere il passato, il presente e, ed è per questo che eravamo lì, il futuro di questo settore. Ecco alcune analisi tra le più rappresentative.

Giacomo Giannotti, co-fondatore del Paradiso a Barcellona

Bartender Italiano all’Estero dell’anno ai Barawards 2019, è stato tra gli ospiti dell’evento di Vantguard.  «Fare delle previsioni sul futuro è la nostra attività quotidiana. Quando si pensa a un menu si cerca di guardare oltre a quello che sta andando di moda. Il lavoro di squadra è utile per fare emergere idee nuove. Siamo passati in pochi anni (il Paradiso è aperto dal 2015) attraverso fasi diverse. Quando abbiamo aperto la novità stava nella formula. Un cocktail bar nascosto dietro una paninoteca che fa pastrami. Nel primo speakeasy di Barcellona abbiamo iniziato a introdurre i twist on classics. E solo quando abbiamo capito che il nostro pubblico era davvero pronto alle novità  le abbiamo inserite in carta. L’ultimo menu è giocato sull’Illusionismo. C’è il Cavallo di Troia, la Ghigliottina, il menu retroilluminato, i cocktail fluorescenti. Per creare qualcosa di nuovo devi prendere il meglio che c’è intorno a te. Lasciare spazio all’immaginario. Per esempio l’idea del menu retroilluminato viene da una lampada vista nel bookshop del Moma, a New York. Continueremo su questa strada: creativi, originali, ma mai troppo estremi. I cocktail devono avere qualche ingrediente sorprendente capace di dare un’esperienza unica, ma devono essere sempre comprensibili e compresi dagli ospiti». Nella terra di Ferran Adrià e delle grandi avanguardie contemporanee in cucina chiediamo a Giannotti se sono in atto o in divenire nuovi progetti legati all’unione cibo-cocktail.
«Sono ancora rari i locali che propongono sperimentazione in cucina e nei cocktail. Al Tickets di Ferran Adrià e l’Enigma di Albert Adrià gli esperimenti di questo genere non mancano, ma sono spazi che appartengono a un altro circuito. Prossimi al mondo della gastronomia, meno a quello dei cocktail.
In futuro questo genere di sperimentazioni potrebbero attirare anche i cocktail bar “normali”, ma siamo ancora distanti».

Addie Chinn, fotografo esperto di still life di cocktail e foto di locali

In una società dove la maggior parte dei messaggi viene veicolata attraverso le immagini, il ruolo della fotografia sarà sempre più rilevante. Si è passati da un tipo di fotografia estremamente realistica e senza troppi fronzoli, a scatti di nuova generazione che narrano il cocktail, la sua genesi, quella del barman che l’ha creata e/o del locale in cui è nato. «Quando fotografo un cocktail - sottolinea Addie Chinn, guru britannico della fotografia di bar e drink - non mi limito alla bevanda. Nel mio still life deve essere presente il contesto e la storia del cocktail che ho di fronte. Il committente deve raccontare tutto del drink che devo immortalare. Una volta si diceva “fai una foto”. Oggi è necessaria la narrazione. Il cocktail ha una sua personalità quindi serve sapere quando, come e perché è stato creato. Poi bisognerebbe fare chiarezza su chi si lamenta dei costi di una bella fotografia. Il nostro lavoro non si limita alla scelta della lente, al tipo di macchina utilizzata, ma comporta anche voci legate a fattori come il tipo di set utilizzato o il lavoro e i tempi della post-produzione. Sui social troviamo milioni di foto di cocktail, ma solo quelle che hanno un racconto dietro riescono a bucare l’obiettivo.
Gli investimenti in immagini di buona qualità torneranno utili a chi della qualità fa il proprio mestiere quotidiano. Non esistono foto che costano troppo. Esistono foto fatte bene e foto fatte male. Nel futuro la differenza sarà dettata da scelte mature».

Carlos Magdalena, botanico e orticoltore ai Royal Botanic Gardens di Londra

Lo chiamano il Messia delle Piante, ma non per meriti religiosi. Carlos Magdalena ha girato il mondo per difendere la ricchezza della natura, salvando in ogni continente specie vegetali a rischio estinzione. È abituato al silenzio della sua Tropical Nursery, vivaio tropicale dei Royal Botanic Gardens di Kew, a Londra. È anche docente e conferenziere internazionale, presidente della International Waterlily and Water Gardening Society. Quando parla in pubblico è capace di illuminare qualsiasi tipo di platea.
Ed è quanto successo anche durante la sua lezione all’evento Speak Easy di Vantguard. «Il punto di partenza è molto semplice: dietro ogni bevanda alcolica c’è una pianta. Almeno una. L’agave e il Tequila, i cereali per il whisky o il gin. Lo studio dei vegetali potrà sicuramente rappresentare uno step in più. Sia in cucina sia al bar. Innanzitutto, perché conoscere le varietà vegetali significa rispettarle. Secondo perché il loro studio permette di evitare errori grossolani nel loro utilizzo. Prendi il peperoncino. Ne esistono 50.000 varietà in tutto il mondo. Con un grado piccante che va da zero a 2.200.000 della Scala Scoville. Se sbagli la scelta non solo cambi l’aroma del drink, ma puoi trasformare dei comuni mortali in draghi fumanti.
Quando prendiamo una pianta dobbiamo saper riflettere. Quale pianta sarà la mia ispirazione? Quale parte della pianta dovrò utilizzare, con quale metodo, mescolandola con cosa? Lo studio della botanica può aiutare un bartender a trovare le risposte giuste».

Jorge Balbontin, brand development specialist di Vantguard

Jorge Balbontin, originario del Cile, è uno dei più apprezzati e coinvolgenti divulgatori in materia di mixology. Dal 2016 è il Global Brand Ambassador per Vantguard Group e si è occupato di sviluppo in 47 Paesi. Un elemento, in particolare, ha distinto la sua carriera: la capacità di avvicinare il mondo professionale a quello dei clienti. Con le sue lezioni di mixology per tutti ha rotto la parete sottile che divideva i professionisti dai cocktail aficionado. «Abbiamo bisogno di parlare con i premium consumer, offrendogli delle esperienze indimenticabili. Allo stesso tempo cerchiamo di coinvolgere i bartender come veicoli per entrare in comunicazioni con i clienti». Il futuro si gioca lavorando sul doppio binario bartender-ospite. «Nel corso della mia carriera ho capito che la curiosità e lo studio sono fondamentali per affrontare con successo il nostro lavoro. I viaggi per visitare le distillerie sono stati alla base della mia ricerca. Le esperienze sul campo sono le migliori per chi vuole affrontare in modo cosciente questo lavoro». Un altro aspetto fondamentale e distintivo del lavoro di Balbontin è la ricerca sul tema gastronomia e mixology. Sua è la paternità di molte iniziative nate per creare un collegamento tra bartender e chef. Ha lavorato con alcuni dei migliori chef stellati (come Albert Adrià dei noti Ticket ed Enigma di Barcellona) nella costruzione e realizzazione di format come il Mediterranean Inspiration by Gin Mare, che tra i punti di forza ha un ricco programma formativo che prevede seminari e laboratori curati da rinomati chef.

Joe e Daniel Schofield, bartender e globetrotter

La storia dei giovani fratelli Schofield è fatta di talento, ingegnosità imprenditoriale e una buona dose di fortuna. Spesso, per loro stessa ammissione, si sono trovati al posto giusto nel momento giusto. Joe era all’Hotel Savoy di Londra sotto la guida di Erik Lorincz nel 2017, l’anno in cui l’American Bar balzò al primo posto dei World’s 50 Best Bars e lui fu indicato come “the one to watch”. Si è poi trasferito a Singapore per lavorare con lo chef Ryan Clift, proprietario del pluripremiato Tipping Club. Da questa unione di talenti nascono i menu multisensoriali. Prima la carta Memory Triggers basato sulla forza evocativa degli aromi sul cervello, seguito dal primo menu commestibile fatto con Gummy Bears, orsetti gommosi al sapore di cocktail. «Con Daniel stiamo progettando di aprire a Manchester, la nostra città natale. Per costruire il locale ci baseremo sulle nostre esperienze, sulla costruzione di reti di contatti con aziende non strettamente del settore (Joe collabora con V-Zug, azienda svizzera di cucine domestiche di lusso), sulla realizzazione di prodotti che parlano del nostro territorio. Collaboro con la giovane azienda londinese Asterley Bros. come direttore creativo. Insieme ai nostri amici di Londra abbiamo creato lo Schofield’s Dry Vermouth e altri prodotti che mettono in mostra il meglio dei botanicals britannici e dei nostri vini. La gamma comprende Dispense Amaro, Britannica Fernet ed Estate Vermouth». Dall’unione di forze, nelle sinergie tra i diversi soggetti della bar industry (aziende, bartender, ma anche chef) possono nascere ottime cose. I fratelli Schofield lo hanno intuito e si sono mossi. Un funambolismo che costituisce la loro matrice stilistica. Basta guardarsi intorno per capire quanto queste collaborazione si stiano moltiplicando. Noti bartender, aziende più o meno mature, stanno aprendo la strada alla ricerca e sviluppo condiviso di prodotti.

 

La Musa Nera, sostenibilità del caffè dal chicco alla tazzina

Rwanda La Musa Nera

C’è un nome nuovo nel mondo dei caffè di qualità: “La Musa Nera”, microtorrefazione siciliana che ha nella sostenibilità un suo punto di forza. Il suo nome deriva dalla storia e dalla cultura della Sicilia, che è stata protagonista di molti miti antichi, tra cui racconti sulle muse, figure divine che rappresentavano tutte le arti. Con l’apertura dei primi caffè letterari a Palermo, la nera bevanda divenne una vera musa ispiratrice per letterati, artisti e scrittori; di qui il suo nome: “la musa nera”. Una sua immagine stilizzata (un viso di donna con i capelli la cui forma ricorda un chicco di caffè) è il logo della microtorrefazione.

Caffè La Musa Nera, ideali in espresso e filtro
Caffè La Musa Nera, ideali in espresso e filtro

La Musa Nera è un progetto che va oltre il biologico, i suoi caffè sono naturali, selezionati direttamente nei paesi d’origine attraverso la collaborazione con i piccoli produttori, nel rispetto di chi lavora nelle piantagioni e delle comunità locali. La raccolta delle drupe è manuale e il rispetto per la materia prima e per l’ambiente prosegue all’interno della roastery, dove viene effettuata una tostatura artigianale ed ecosostenibile tramite un processo ad aria calda pulita, che consente la trasmissione del calore per convenzione e conduzione, permettendo di abbattere le emissioni in atmosfera. Questo processo inoltre consente di esaltare le proprietà organolettiche di ogni origine e valorizzare il profilo sensoriale tipico di ogni singolo terroir.

La gamma che fa capo a La Musa Nera è numerosa; osserviamo cinque singole origini di Arabica d’altura di recente presentate a Milano; tra di esse due specialty coffee, il Ruanda e l’Honduras.

Ruanda Twongwerekawa Coko Women Coffee

Il Ruanda Twongwerekawa Coko Women Coffee (punteggio Sca 84) è coltivato a duemila metri di altitudine nella regione del Northern Province, distretto di Gakenke, lavato e con doppia fermentazione di 24 ore. Questa origine fa parte di un progetto dedicato alla valorizzazione della donna nei luoghi di produzione in Africa. La cooperativa Twongerekawa Coko è guidata da una presidente e formata da 134 produttori, di cui 96 sono donne.

L’Honduras La Antena Natural Oscar Rodriguez (punteggio Sca 87) è prodotto a 1700 metri nella regione di Capucas e processato con metodo naturale. È un caffè dall’aroma di pandolce e bergamotto, con corpo pieno e morbido. Gusto fruttato e di sciroppo d’acero, nel retrogusto lievemente vinoso si fondono sentori di frutta rossa matura.

Il Guatemala washed Finca Alto Refugio, coltivato a Santiago Atitlàn, nella regione del lago di Atitlàn, a 1600 metri, fa parte di piccoli lotti di qualità elevata coltivati nel rispetto del delicato ecosistema vulcanico che li accoglie. È un caffè dal corpo elevato, con una struttura aromatica composita, in cui l’acidità amabile dell’arancia incontra la dolcezza del miele e dell’ananas fresco.

Il Costarica Tarrazù Tirra Honey coltivato a 1500 metri in una piantagione di 4 ettari, processato con metodo Honey e asciugato al sole. La combinazione fra altitudine e clima presente in questa regione contribuisce ad un risultato in tazza con un giusto equilibrato tra corpo, dolcezza e acidità.

LEthiopia Natural Yirgacheffe Kochere, prodotto a 2 mila metri, è frutto del lavoro di 650 famiglie. È un caffè dalle intense note fruttate e floreali, piacevolmente dolce, il gusto ricorda gli agrumi ed il tè nero, il retrogusto speziato è piacevole e persistente.

 

Amaranca, l’amaro siciliano “medaglia d’oro eccezionale” all’Iwsc

Amaranca Romeo Vini

Continuano a mietere successi le eccellenze della liquoristica italiana nelle principali competizioni internazionali di settore. Tra queste Amaranca Amaro Nobile dell’Etna prodotto da Romeo Vini, che all’ultima edizione dell’International Wine & Spirit Competition (Iwsc), tra i maggiori concorsi a livello mondiale dedicate ai vini e agli spirit, si è aggiudicato la prestigiosa Gold Outstanding Medal nella categoria Liqueurs – Bitters. Si tratta del massimo riconoscimento che viene attribuito nel settore dei liquori e che viene assegnato alle referenze con caratteristiche di equilibrio e complessità eccezionali e che si distinguono nettamente dagli altri prodotti della loro categoria.

Un risultato che premia l’eccellenza di questo amaro, nato nel 1998 ad opera di Santo Romeo, fondatore dell’azienda con sede a Santa Venerina, in provincia di Catania, perfezionando un’antica ricetta di famiglia, tenuta rigorosamente segreta. Ricetta che prevede l’utilizzo di ingredienti e materie prime uniche e tutte strettamente legate al territorio nel quale l’amaro prende vita. Amaranca è infatti il frutto della lavorazione artigianale dell’arancia selvatica siciliana (citrus aurantium), chiamata anche Melangolo, una varietà rara di agrume originaria dell’Estremo Oriente e arrivata in Sicilia intorno all’anno Mille, molto probabilmente per opera dei crociati. Ingrediente al quale si aggiungono gli estratti di erbe officinali e radici raccolte alle pendici dell’Etna.

Un singolare mix di materie prime che regala a questo amaro (alc 30% in vol) le sue caratteristiche uniche, quali un bouquet fruttato e intenso, nel quale spiccano i sentori agrumati, e un gusto piacevole e dalla raffinata persistenza, che si presenta al palato con delicate note dolci e agrumate subito incalzate da quelle più robuste e amare date dalle erbe. Caratteristiche che si esprimono al meglio quando Amaranca viene servito liscio, sia a temperatura ambiente sia freddo, e ancora meglio se accompagnato in un tumbler basso da una scorza di arancia e qualche foglia di menta fresca. Disponibile in tre diversi formati, ovvero le eleganti bottiglie a forma di anfora da 50 e 70 cl e la più classica bottiglia cilindrica da 1 l, si fa apprezzare anche come base di originali long drink, semplicemente miscelandolo con una tonica premium.

L’importante risultato ottenuto all’ultima edizione dell’Iwsc, competizione che ha visto in gara referenze provenienti da oltre 90 paesi di tutto il mondo, e nelle quali ogni prodotto è sottoposto a un rigoroso processo di valutazione che prevede una doppia sessione di assaggi alla cieca, da parte di un panel di 400 esperti riconosciuti a livello internazionale, e una successiva e dettagliata analisi chimica per garantirne l’integrità e la coerenza, è solo l’ultimo successo ottenuto dall’amaro siciliano. Sempre nel 2019 Amaranca si è infatti aggiudicato anche la medaglia d’oro all’International Spirits Challenge, altra prestigiosa competizione internazionale alla quale hanno preso parte più di 1700 prodotti da più di 70 paesi, mentre nel 2018 ha conquistato la medaglia d’argento ancora all’International Wine & Spirit Competition.

Amichetti al prosciutto cotto, la novità di Surgital per i piccoli clienti

Surgital Amichetti prosciutto cotto

C’è una nuova divertente e gustosa novità dedicata ai più piccoli firmata Surgital. L’azienda di Lavezzola (Ravenna) ha ampliato la linea di pasta fresca ripiena di Laboratorio Tortellini Kids, pensata specificamente per la baby clientela, con gli Amichetti al prosciutto cotto, new entry che si affianca alla tradizionale versione degli Amichetti ai formaggi.

Pochi, semplici e selezionati gli ingredienti della nuova ricetta per offrire un prodotto improntato alla massima qualità e genuinità. La sfoglia è infatti preparata solo con semola di grano duro, uova di galline allevate a terra e acqua e custodisce un gustoso ripieno fatto con ricotta, prosciutto cotto, mozzarella, pangrattato, formaggio e un pizzico di sale. Trattandosi di un prodotto dedicato ai bambini, l’azienda non ha trascurato neanche l’aspetto visivo, puntando su forme accattivanti. Gli Amichetti al prosciutto cotto, come la versione ai formaggi, si presentano infatti nella divertente forma ad animaletto in quattro soggetti: pesciolino, geco, tartaruga e paperella.

Ulteriore valore aggiunto degli Amichetti è poi la loro grande versatilità. Facili e veloci da preparare, bastano infatti solo 2/3 minuti di bollitura per avere un piatto subito pronto da completare con tutti i sughi più comunemente utilizzati e molto amati dai bambini, a partire da super classici come sugo di pomodoro o burro. Con un po’ di fantasia e creatività però si possono proporre in un’infinità di ricette dolci e salate, dando vita a originali piatti unici, merende e altre preparazioni in grado di conquistare i piccoli clienti. Per esempio, si possono friggere, per presentarli come sfiziosi snack, oppure accompagnare, sempre fritti, con salse dolci, come crema, cioccolato, confetture servendoli su una tavolozza come quella dei pittori, oppure con salse salate, come maionese e ketchup. Altrettanto bene si sposano con verdure e formaggi, così come si possono proporre in versione street food, presentandoli in un cartoccio. Ad aiutare gli operatori in questo sforzo di fantasia, ci sono comunque i menu forniti insieme al prodotto e messi a punto dal team Chef del Gusto, ricchi di tanti originali suggerimenti per creare suggestive presentazioni e abbinamenti.

Disponibili in confezioni da 3 kg e con una shelf life di 18 mesi (conservazione a -18 °C), aiutano inoltre a tenere sotto controllo il food cost: sono infatti facilmente porzionabili (peso consigliato per porzione 80 g) perché surgelati pezzo per pezzo con il metodo Iqf (Individually quick frozen), consentendo così di evitare sprechi e utilizzare solo le quantità necessarie.

Quel caffè troppo amaro

Rossella De Stefano, direttrice di Bargiornale

Macchine volanti, telefoni cellulari, trasmissioni senza fili e altre diavolerie simili. Il primo a profetizzarne l’avvento, in un’intervista rilasciata il 30 gennaio 1926, fu Nikola Tesla, fisico, ingegnere, inventore e futurista. Il lungimirante signor Tesla predisse anche che entro un secolo caffè, tè e tabacco non sarebbero più stati di moda, mentre l’alcol sarebbe stato ancora consumato.

Bargiornale gennaio 2020Come dargli torto: nel numero di Bargiornale di gennaio 2020 otto esperti di miscelazione provano a verificare e approfondire l’ultima profezia. Per nostra fortuna, invece, la previsione di Tesla riguardo al caffè è stata smentita dai fatti, nonostante i cambiamenti climatici e le oscillazioni dei futures, in caduta libera da anni, abbiano messo in ginocchio i piccoli coltivatori dei Paesi d’origine.

Le fonti di settore non hanno dubbi e dichiarano che la crisi dei prezzi del caffè sta creando non pochi problemi ai produttori che, soprattutto in America Centrale e Sud America, si stanno sostanzialmente arrendendo. E al bar cosa succede? Da anni il prezzo della tazzina è fermo o subisce incrementi minimi, scontrandosi con la soglia psicologica dell’euro. Che fare dunque? Aumentare il prezzo della tazzina (Starbucks con l’euro e ottanta a Milano ci dice chiaramente che si può fare) e dare alla miscela italiana la dimensione che aveva un tempo. Parola di Francesco Sanapo, forndatore di Ditta Artigianale. Ma per fare questo occorre sensibilizzare e informare i professionisti. Ne discuteremo al Sigep, sabato 18 gennaio 2020 alle 16.30, nel corso dell’incontro “Chiediamo un prezzo equo per il caffè” ospitato presso la Vision Plaza, chiamando a raccolta tutte le associazioni di categoria. Non mancate!

Per i suoi 50 anni, ISM premia il made in Italy dolce

ism 2020 2

Si terrà dl 2 al 5 febbraio l'edizione del cinquantenario di ISM, a Colonia (Germania) e premierà il made in Italy. Si tratta di una storica fiera del settore degli snack e dei prodotti dolciari, con superficie espositiva di 120mila metri quadrati dove sono attesi 38mila visitatori, che si terrà in contemporanea con ProSweets, il salone internazionale delle forniture per questi due macrocomparti dell’industria alimentare.

Premio a chi innova prodotto e packaging

Per l'amministratore delegato di Koelnmesse Italia Thomas Rosolia, «saranno poco meno di 180 gli espositori italiani presenti negli stand di ISM. Ci saranno molti “top exhibitors”: Babbi, Balconi, Elah Dufour, Majani, Melegatti, Paluani, Paolo Lazzaroni & Figli, Pastiglie Leone, Pernigotti, Roberto Industria Alimentare, San Carlo e molti altri. Una partecipazione che dimostra quanto sia apprezzata la formula della collettiva e soprattutto quanto ISM risponda alle necessità di una industria in continua trasformazione, per rispondere a un mercato alla ricerca di nuovi prodotti, di nuove idee, di nuovi valori che stanno cambiando i paradigmi dell’alimentazione». Alle aziende italiane più smart nel campo dell'innovazione è dedicata la terza edizione degli ISM Awards “L’eccellenza del Made in Italy”, che premiano le aziende italiane che si sono distinte per il miglior packaging e per l’innovazione di prodotto. La serata è in programma per il 3 febbraio, nella lounge di Koelnmesse Italia.

Un racconto in 60 secondi

La cinquantesima edizione di ISM includerà l’area New Snacks divisa in due “sezioni”. Da un lato i “Trend snacks”, dove saranno in scena le proposte “di tendenza”; dall’altro i “Natural Snacks”, ovvero merendine, dolci, tè, caffè o ingredienti esenti da additivi. Prevista un'altra novità, la Social Media Start-up Challenge. Uno spazio dedicato alle nuove realtà imprenditoriali del settore, che potranno presentarsi agli operatori presenti in fiera proponendo un video di 60 secondi. Un racconto breve ed efficace per portare la propria storia al mercato.    

Anna Caffè, bontà sostenibile con un’anima etica

Logo Anna Caffè

Anna Caffè è un’impresa sociale che non solo si è posta l’obiettivo di acquistare e vendere un caffè verde sostenibile, ma anche quello di essere socialmente responsabile in Italia. Il caffè di Anna Caffè, infatti, è coltivato nella finca Rio Colorado, una piantagione in Honduras, gestita con i criteri di elevata sostenibilità ambientale da produttori e coltivatori onduregni giustamente retribuiti. Da questa piantagione, che si trova ad un’altitudine che va dai 1100 ai 1300 metri, si ottiene un caffè specialty 100% arabica, totalmente raccolto a mano nei mesi che vanno da novembre a febbraio. In tazza, invece, il profilo regala aromi di cioccolato fondente, biscotto con scorze di limone, caramello e agrumato di mandarino, con una buona acidità arrotondata da una piacevole dolcezza, un corpo medio e un retrogusto elegante e persistente.

Rio Colorado specialty per moka

Il lavoro, le persone e la loro dignità sono al centro del progetto di Anna Caffè non solo in Honduras ma anche in Italia. Il Rio Colorado, infatti, viene tostato e confezionato nella regione del Mugello (Toscana) all’interno del progetto Articolo1 della Cooperativa Sociale Convoi Onlus, una realtà mista che ha esperienza nella gestione dei servizi alla persona e di attività produttive orientate all’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, con lo scopo di creare nuove opportunità di lavoro con il caffè. L’obiettivo è di ripopolare i “capannoni abbandonati”, luoghi di lavoro dove si forma una vera e propria comunità con un proprio senso d’identità e non, come si pensa, solo un luogo fisico dove si lavora.

Infine, la qualità della gamma di caffè di Anna Caffè, che oltre lo specialty Rio Colorado contiene anche una miscela Honduras e una miscela El Salvador, è garantita dalla supervisione del coffee espert Andrej Godina e dall’associazione Umami area, della quale Godina è presidente. «Anna Caffè rappresenta un progetto sostenibile per l’intera filiera, che dimostra come comprare un caffè di buona qualità aiuti lo sviluppo sostenibile delle piccole comunità di produttori nei paesi d’origine. L’obiettivo è coinvolgere nel progetto il maggior numero di soggetti per migliorare la qualità di vita delle persone svantaggiate, come lo sono i coltivatori di caffè e tanti nostri concittadini qui in Italia» ha affermato dimostrando come ad Umami area stiano molto a cuore il tema della sostenibilità e della qualità del prodotto, due caratteristiche che, per quanto riguarda il mondo caffè, è importante che siano sinonimi.

Fuori casa: digitale e retail i grandi fattori del cambiamento

trend fuori casa
Lo sviluppo dei consumi fuori casa continua, ma con nuove modalità: cresce il take away nella gdo. E le ordinazioni diventano "touch"

Per una volta, siamo campioni di crescita. L’analisi degli andamenti del mercato fuori casa nei cinque principali Paesi europei (Russia compresa), presentata da The Npd Group al recente Aperitivo Crest di Milano, evidenzia due primati per l’Italia: la maggiore spesa pro capite annua (siamo gli unici sopra i mille euro) e, ancor più confortante, una crescita delle visite - negli ultimi 12 mesi - superiore a quella degli altri Paesi: +1,7%.
«Nonostante un lieve rallentamento del mercato - ha affermato Matteo Figura, responsabile della divisione Foodservice di The Npd Group Italia - stimiamo che il 2019 si chiuderà con una crescita del 2,2% della spesa e con visite in aumento dell’1,5%. E riteniamo che nel 2020, grazie all’effetto combinato della spinta dei prezzi e di una maggior propensione ai consumi, la spesa fuori casa registrerà un ulteriore crescita del 2,2%».

Jochen Pinsker, senior vice president Foodservice Europe di The Npd Group, ha evidenziato i principali “movimenti tellurici” che stanno cambiando un mercato apparentemente piuttosto statico, dove le crescite sono contenute e la distribuzione delle visite nel corso della giornata è rimasta sostanzialmente immutata negli ultimi dieci anni. Quattro i fenomeni da tenere d’occhio: il forte sviluppo del digitale, la concorrenza del retail, la crescita delle catene Fast casual (con qualche caduta) e il fenomeno del cosiddetto “solo dining”.

Digitalizzazione: non solo delivery

«Le ordinazioni digitali negli ultimi quattro anni sono quasi triplicate: da 5,9 a 15,9 miliardi di euro - spiega Pinsker -, passando dal 2% del totale della spesa al 5%».
Se il delivery è l’elemento più evidente e numericamente più rilevante, le esperienze di consumo che abbinano digitale e presenza fisica nei locali sono il fenomeno in maggior crescita, nella duplice modalità del “click&collect” (ordino al cellulare e passo a ritirare nel locale) e dell’ordine digitale nei terminal installati all’interno dei locali: «Nell’ultimo anno - afferma Pinsker - a fronte di una crescita del 10% nel delivery, il click&collect è cresciuto del 18%, mentre gli ordini ai terminali all’interno del locale hanno fatto segnare un +21%. Merito della combinazione tra una forte spinta delle catene verso l’utilizzo di queste modalità e dell’apprezzamento dei clienti. In particolare, le ricerche sui clienti che ordinano ai terminali installati nei punti vendita evidenziano come questi portino a scontrini medi più alti, tasso di soddisfazione migliore e maggiori percentuali di ripetizione della visita. I clienti apprezzano la velocità e l’efficienza del processo insieme alla facoltà di ordinare con i propri tempi e i propri ritmi».

Fast casual tra sviluppo e inciampi

Uno dei fenomeni che negli ultimi anni hanno maggiormente cambiato il panorama dell’offerta è stato lo sviluppo delle catene cosiddette Fast casual: «Dal 2013 al 2018 - afferma Pinsker - queste insegne hanno registrato un incremento medio annuo delle visite del 15%». Merito di una proposta incentrata su ingredienti freschi, preparazioni a vista (vissute come un fattore di trasparenza dell’offerta), pasti personalizzabili, atmosfera piacevole e convenienza, che ha saputo rispondere a due degli elementi che hanno sempre più guidato le scelte delle persone sui locali dove andare: la qualità (percepita) del cibo e il desiderio di socializzazione. «Il successo del format Fast casual non significa però che tutti i format abbiano avuto successo - precisa Pinsker -: lo dimostrano le difficoltà di un colosso globale come Vapiano e di diverse altre insegne minori. Per sviluppare una catena occorrono spalle finanziariamente larghe».

La concorrenza del retail

Altrettanto rilevante è stata la crescita degli acquisti food per un consumo fuori casa nel retail, un’etichetta che racchiude elementi molto diversi: dai supermercati ai negozi di alimentari, dalle rosticcerie a panetterie, macellerie e simili.

  «Nei cinque mercati considerati - afferma Pinsker - gli acquisti di prodotti food&beverage per immediato consumo nel retail dal 2012 al 2017 sono cresciuti senza sosta, passando da   22,4 a 27 milioni di euro».

I clienti tipo sono i giovani adulti, dai 20 ai 39 anni, che vedono in questa modalità una soluzione conveniente, pratica e veloce per consumare soprattutto i pranzi dei giorni feriali.

«Per il retail si tratta di un segmento di mercato doppiamente interessante - spiega Pinsker -. In primo luogo perché sono dei clienti molto più fedeli degli altri, visto che la media di visite annue nel punto vendita è di 95 l’anno contro  le 46 del cliente-tipo. Secondo, perché va tenuto presente come a fronte di una spesa media per consumo immediato pari a 3,91 euro, il loro scontrino medio arriva a 12,14 euro. Il che significa che approfittano del passaggio nel negozio per fare anche altre spese».

Sandwich pronti (33%), prodotti di panificazione (20%) e insalate (17%) sono le tre più frequenti tipologie di ordini.

Il fenomeno "solo dining"

L’ultimo elemento che Pinsker invita a tenere in considerazione è la crescita del cosiddetto “solo dining”, ovvero dei clienti che cenano da soli. «Il 44% di tutti gli scontrini fa capo a clienti singoli. Si tratta di un segmento che negli ultimi tre anni è cresciuto in maniera sostenuta: si tratta in larga prevalenza di uomini dai 20 ai 49 anni, con una particolare concentrazione nella fascia d’età 30-39».

Pinsker suggerisce un ripensamento dell’offerta per andare incontro alle esigenze di questi clienti: «Più tavolini, una maggiore attenzione alla personalizzazione dell’esperienza e al coinvolgimento del cliente, focus sulla riduzione dei tempi d’attesa e lo sviluppo di menu dedicati, lavorando anche sulla quantità delle porzioni offerte».

Ottenere il massimo dai collaboratori? Scopri come fare

collaboratori

Quando si chiede al titolare di un bar un commento sui propri collaboratori (ma la stessa cosa vale per buona parte degli imprenditori), la prima reazione spesso è uno sbuffo, un alzare gli occhi al cielo o simili segnali di sofferenza (o insofferenza...). Della serie: “Potessi farne a meno...”. Peccato che non è possibile. E che, invece, sono proprio i collaboratori la chiave per fare di una attività un’attività di successo.

E allora, che si fa? Maurizio Papa, di professione business coach, ha ideato il metodo “Time to lead” per affiancare gli imprenditori nel percorso che li porta a trasformare la relazione con le persone che lavorano per loro da insoddisfacente o conflittuale a funzionale e proficua. Non per bontà d’animo, ma per far sì che l’attività funzioni, funzioni meglio, funzioni con più soddisfazione (gestire un bar non può essere vissuto come una condanna...).

Dal fare al gestire

«Spesso i titolari dei bar si concentrano sulle cose da fare anziché sulla gestione del locale - afferma Papa -. Il risultato è che finiscono per essere in balia degli eventi, affaticati, con poco tempo a disposizione, concentrati sulle piccole necessità di scarsa importanza e privi delle energie necessarie per concentrarsi sullo sviluppo della propria attività».

Quanto alla gestione dei collaboratori: «Se nella mente del titolare il collaboratore non può essere una persona capace, autonoma, dotata di una propria personalità, nella realtà non potrà accadere niente di diverso - spiega Papa -. Il dipendente, alla fine, è il risultato della mentalità del titolare. Se voglio che un dipendente sia la mia fotocopia, difficilmente potrà dare del valore aggiunto al titolare e alla sua attività».

La trappola del cercare il colpevole

Una delle situazioni in cui Papa si imbatte più frequentemente è quella in cui, quando le cose cominciano a non funzionare, si comincia a cercare “di chi è la colpa” o si attribuiscono i cattivi risultati a qualcosa di esterno: la crisi, la politica, la sfortuna, quando non addirittura i clienti.

Per uscire da questa trappola autocostruita, il business coach suggerisce di cominciare a chiedersi che tipo di locale si vuole: «Occorre spostare l’attenzione dai gesti tecnici, da “come faccio il caffè”, a “che tipo di locale voglio che il mio bar sia”. O, ancor meglio, cominciare a chiedersi qual è il locale che serve nella zona in cui sono, qual è il valore che posso dare al quartiere. “Cosa devo offrire” e “quale esperienza voglio che il cliente che entra nel mio bar viva” sono domande che bisognerebbe farsi ogni giorno».

Cominciare a farsi la domanda, secondo Papa, è un primo, fondamentale passo: «Se ho chiaro in testa cosa voglio diventare, cosa voglio che il mio locale diventi potrò cominciare a ragionare sul percorso necessario per arrivarci. E avrò anche più chiaro quale tipo di competenze ricercare o sviluppare nei miei collaboratori. Voglio un bar informale, di quartiere, o un servizio elegante? Punto su un’accoglienza calorosa o un servizio rapido? La risposta a queste domande orienterà il tipo di collaboratori che cercherò di attrarre».

E se uno i collaboratori ce li ha già? «Se ho sempre avuto delle aspettative basse nei confronti dei miei dipendenti - spiega Papa - tipo: “ti ho assunto per fare i caffè. Devi essere veloce e non sporcare”, è chiaro che la persona sarà attenta solo a quello. Se comincio a raccontare il sogno, il progetto, potrò puntare a un coinvolgimento del collaboratore nella realizzazione. All’inizio probabilmente sarà complicato, incontrerò delle resistenze date dalla sensazione che si voglia qualcosa in più senza volerlo pagare. Occorre mettersi seriamente in gioco».

Da comandare a coinvolgere

Condivisione e coinvolgimento sono, per Papa, le parole chiave: «Una volta esplicitato il tipo di locale che voglio, potrò chiedere ai collaboratori che cosa vorrebbero trovare, da clienti, in un locale di quel tipo. Spesso succede che sarà il collaboratore per primo a definire le competenze occorrenti - spiega Papa -. Quando si coinvolgono i dipendenti, è importante esplicitare il criterio con cui si valuteranno le idee e le proposte; non ne esistono di sbagliate, ma sono utili o non utili, sostenibili o non sostenibili, più o meno prioritarie. Non si scarta, ma si ringrazia del contributo e si spiega perché si preferisce uno all’altro».

Una volta definite, con il contributo di tutti, le competenze necessarie da sviluppare per creare il tipo di locale voluto, è il momento di mettersi all’opera. «Qui è fondamentale rispettare una regola apparentemente semplice, ma che fa la differenza - sottolinea Papa -: la regola del “Chi fa cosa entro quando”. Implica da parte dell’imprenditore la capacità di delegare e di trasformarsi in un coach, in un trainer che aiuta le persone a sviluppare e consolidare sempre nuove competenze».

Anche sul come farlo ci sono delle regole precise: «Va costruito un progetto fatto di gradini successivi - spiega Papa -, evitando di pretendere tutto e subito. Si conquista e consolida un pezzo per volta».

Il valore di errori e feedback

Un elemento su cui Papa pone l’accento è la valutazione dell’errore: «Non aspettarsi errori non funziona, perché porta le persone a non impegnarsi per paura di sbagliare. L’errore, al contrario, deve essere il benvenuto. Va visto come un’occasione per capire cosa modificare, qual è il punto debole, dove occorre migliorare».

Ultimo aspetto fondamentale è quello del feedback: «L’ideale - suggerisce l’esperto - è dedicare 10-15 minuti a fine giornata per fare il punto con i propri collaboratori. È fondamentale cominciare sempre complimentandosi per le cose che sono venute bene, e solo in un secondo momento prendere in esame le aree di miglioramento. Possibilmente facendo vedere il comportamento da modificare e quello corretto».

Un percorso virtuoso

Ma facendo così, viene da dire, non si creano dei “mostri”? «Certamente sì - sorride Papa -. È chiaro che nel momento in cui sono riuscito a mettere in piedi un meccanismo orientato all’apprendimento e al miglioramento continuo, ho creato una macchina che non può fermarsi. Del resto le competenze non vanno soltanto create, ma mantenute, sviluppate e coltivate. Anche perché, così come cambia il mercato, anche queste cambiano nel tempo». Vale la pena imbarcarsi in questa avventura: «Facendolo - conclude Papa - sarò ripagato, oltre che dai risultati economici della mia attività, anche in termini di soddisfazioni personali».

UN TEST DI AUTOVALUTAZIONE

1. Al di là di augurarti di fare più incasso possibile, hai chiaro che indirizzo vuoi dare al tuo locale?

2. Sai quale target di clienti vuoi sviluppare oltre a chi viene già naturalmente?
3. Hai chiaro quale tipo di esperienza vuoi che i clienti vivano nel tuo locale? È coerente con
le esigenze e i trend del momento?
4. I tuoi collaboratori sanno/hanno chiaro qual è l’indirizzo che vuoi dare al tuo locale?
5. I tuoi collaboratori si limitano a “servire il pubblico” o sono consapevoli che stanno facendo vivere loro un’esperienza?
6. La direzione che ha preso nel tempo il locale corrisponde a quella voluta o si è creata da sola?
7. Con i tuoi collaboratori parli solo di problemi o anche di ciò che funziona e della direzione verso cui state andando?
8. Che immagine hanno i tuoi collaboratori di te? Quella di un capo al passo con i tempi e orientato allo sviluppo?
9. Tu e i tuoi collaboratori partecipate ad almeno un evento di formazione all’anno?

 

Bargiornale e Dolcegiornale al Sigep: gli eventi per voi

Sigep

L'appuntamento ormai è più che prossimo: Rimini, 18-22 gennaio, 41esima edizione di Sigep, il Salone internazionale dedicato al mondo del gelato, della pasticceria, della panificazione artigianale e del caffè. E, naturalmente, ad accogliere gli attesi 170mila visitatori (tanti erano stati lo scorso anno) e i 135 mila buyer da 185 Paesi, ci saremo anche noi.

Dai concorsi ai seminari sul panettone, sull'home delivery "dolce" agli scenari sui mercati europei del gelato, ecco un riepilogo degli appuntamenti organizzati dalle nostre testate Dolcegiornale e Bargiornale.

Sabato 18 gennaio

Mercato spagnolo del gelato

ore 14 - Vision Plaza (Hall Sud)

Nella nuova area Vision Plaza (Hall Sud), dedicata a brevi sessioni di talk su diversi temi, sono in programma incontri dedicati a illustrare i macro trend del settore. Sabato 18 gennaio alle 14 in programma Stato dell'arte e prospettive nel mercato spagnolo del gelato: il ruolo delle catene, un intervento a cura di Sistema Gelato con la Media partnership di Dolcegiornale. 

Un prezzo equo per l'espresso

ore 16.30 - Vision Plaza (Hall Sud)

Sempre il giorno 18, alle 16,30, il dibattito Chiediamo un prezzo equo per l’espresso, a cura di Bargiornale, con interventi di protagonisti del mondo caffè e condotto dalla giornalista di Bargiornale Nadia Rossi.

Lunedì 20 gennaio

Oltre il Panettone

ore 14.30 - stand Bargiornale - Hall Sud, stand 004

Lunedì 20, presso lo stand di Dolcegiornale e Bargiornale nella Hall Sud, un interessante evento che vedrà protagonisti i tre vincitori dell’edizione 2019 del contest Panettone Day sul tema Oltre il Panettone: possibilità di innovazione e limiti alle proposte creative. Moderatore il direttore di Bargiornale e Dolcegiornale Rossella De Stefano.

Sweet&Shake Cup

ore 11 - stand Debic-FrieslandCampina Italy - Pad. B5 stand 120

Il giorno 21 alle 11 appuntamento allo stand Debic-FrieslandCampina Italy per la finale del concorso Sweet&Shake Cup, volto a valorizzare l'uso della panna in miscelazione. Si tratta della seconda edizione della gara: lo scorso anno hanno trionfato  Marco Pipp nella categoria Sweet drink e Lucio Serafino nella categoria Twist on classic, quest'anno presenti in veste di giudici d'onore insieme a Daniele Gentili, Davide Spinelli e Andrea Bonati. Sei i finalisti in gara, divisi nelle categorie Sweet drink e Coffee mix.

Artista del Panino

ore 14.40 - stand Vandemoortele - Pad. B7 stand 080

Sempre il 21, alle 14,40 l'appuntamento con gli otto concorrenti della finalissima del concorso Artista del Panino, organizzato da Vandemoortele e Bargiornale (Pad B7 stand 080). Quest'anno la competizione si è svolta in tour: durante ciascuna delle quattro tappe - Milano, Roma, Matera e Verona - si sono sfidati 30 concorrenti, ma soltanto i due vincitori di ciascuna tappa hanno avuto accesso alla finale al Sigep. L'edizione 2019 è stata vinta da Gianpietro Sartori (Caffè Roma a Marostica, Vicenza) con la ricetta "Marostica Brunch".

Il gelato delivery

ore 14 - Vision Plaza (Hall Sud)

Infine, il 21 gennaio alle 14, Il gelato delivery, spiegato bene, un focus sul mercato delle consegne a domicilio a cura di Sistema Gelato con la media partnership di Dolcegiornale.

Le grandi competizioni internazionali a Sigep 2020

In calendario al Sigep anche tanti altri eventi e concorsi di livello internazionale. Come la biennale Coppa del Mondo della gelateria, durante la quale saranno 12 squadre da tutto il mondo a contendersi il titolo, e per la precisione i team di Italia, Francia, Germania, Spagna, Ungheria, Polonia, Giappone, Singapore, Malesia, Argentina, Colombia e Messico. Una gara articolata in diverse prove (fra cui: vaschetta decorata di gelato al cioccolato, monoporzione, torta gelato, pezzi artistici e la prova di abilità mystery box). Molto seguiti i Pastry events, all’interno della Pastry Arena, articolati in differenti competizioni e giornate. Fra le gare più attese, il 18 gennaio si terrà The Star of Sugar, concorso internazionale dedicato all’arte dello zucchero, sul tema “Il viaggio del caffè tra storia e leggenda”; il 20 gennaio l’appuntamento è invece con il Campionato Italiano di Pasticceria Seniores 2020, valevole per la selezione della Coupe du Monde de la Pâtisserie di Lione 2021, mentre il giorno successivo è dedicato al Campionato Italiano Pasticceria e Cioccolateria Juniores, dedicato ai pasticceri under 22.

Non solo. Al Sigep sono in calendario tutte le finali delle competizioni dei professionisti del mondo caffè: il Campionato Italiano Baristi Caffetteria, il Campionato Italiano Latte Art, il Campionato Italiano Coffee in Good Spirits; e ancora Brewers Cup, il Campionato Italiano Cup Tasters, quello Italiano Ibrik e quello Roasting. E per il mondo della panificazione, si terrà Bread in the City, concorso internazionale che vedrà in sfida 8 squadre, composte da 2 candidati e 1 coach (i padiglioni fieristici saranno aperti per i visitatori dalle 9,30 alle 18, ticket giornaliero acquistato on line 65 euro).

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