Zero zuccheri aggiunti, zero dolcificanti e 100% naturali le tre referenze della nuova linea di analcolici a base frutta del marchio. Una proposta che guarda ai consumatori attenti al benessere, ma ottima anche per la miscelazione
Leggermente frizzante e alla frutta. È la nuova linea di analcolici Santàl Fruitz!, con la quale il marchio del Gruppo Lactalis, non solo consolida la sua posizione nel mercato delle bevande a base frutta, ma compie un ulteriore passo in aventi: l’entrata nel mondo dell’aperitivo.
Sviluppata per rispondere alle esigenze di un consumatore sempre più attento al benessere, la nuova gamma si presenta con una lista ingredienti 100% di origine naturale, alta percentuale di frutta, priva di zuccheri aggiunti, dolcificanti, coloranti e conservanti. Esigenze che si stanno facendo strada anche nel momento dell’aperitivo, che va evolvendo verso proposte più naturali e senza compromessi. Una domanda, come rileva una ricerca di TradeLab, particolarmente forte presso la GenZ.
Un'alternativa analcolica, ma ottima anche per la miscelazione
In questo contesto si colloca il lancio della nuova linea, che guarda a un pubblico trasversale, dai più giovani agli adulti, e composta da tre referenze in bottiglia di vetro da 200 ml: Arancia Rossa Mix, con il 58% di frutta e caratterizzata dal sapore intenso e vibrante dell’agrume; Pompelmo Mix, dove il contenuto di frutta sale al 78% donando alla bevanda un sapore deciso e fresco; Pesca Mix, con il 50% di frutta e dove protagonista è la naturale dolcezza della pesca.
La leggera frizzantezza rende i tre prodotti piacevoli da gustare da soli come alternativa analcolica, ma anche ideali per la miscelazione. Ogni gusto si presta infatti ad abbinamenti creativi con le principali basi alcoliche, facendone soluzioni trasversali all’intero di un locale: la PescaMix con il Prosecco, il Pompelmo Mix con il gin e l’Arancia RossaMix con il bitter. Un esempio sono le tre ricette proposte da Santàl, Blood Orange Spark, Grapefruit Sunrise e Peach Bellini, facili e veloci da replicare in ogni bar.
Le ricette
Peach Bellini
Ingredienti: 45 ml Santàl Fruitz! Pesca Mix, 15 ml prosecco, ghiaccio tritato Preparazione: build Guarnizione: fetta di pesca Bicchiere: flûte
Blood Orange Spark
Ingredienti: 45 ml Santàl Fruitz! Arancia Rossa Mix, 15 ml bitter alcolico, 30 ml prosecco (o soda), ghiaccio tritato Preparazione: build Guarnizione: fetta d’arancia Bicchiere: calice
Grapefruit Sunrise
Ingredienti: 45 ml Santàl Fruitz! Pompelmo Mix, 15 ml gin, ghiaccio tritato Preparazione: build Guarnizione: fetta di pompelmo Bicchiere: tumbler alto
C'è tempo fino al 31 luglio per partecipare alla quinta edizione del contest che promuove la mixology sostenibile nel mondo. La sfida quest'anno è interpretare in chiave moderna e green un grande classico a propria scelta. A settembre la finale italiana a Madrid e chi vince va in Nicaragua per la finalissima globale
Creatività e sostenibilità. È su questo binomio che si gioca la Road to Las Isletas, la Sustainable Cocktail Challenge, il cocktail contest dall’anima green di Flor de Caña, del quale si sono aperte le iscrizioni per l’edizione 2025. Un concorso nato per ispirare e promuovere la mixology sostenibile nella comunità globale dei bartender in linea con i valori del rum super premium del Nicaragua, distribuito in Italia da Velier: il primo distillato al mondo certificato Carbon Neutral e Fair Trade e prodotto utilizzando solo energia rinnovabile, con le emissioni di CO2 generate durante la fermentazione che vengono catturate e riciiclate.
Aperta agli artisti della miscelazione di oltre 30 Paesi di tutto il mondo, la quinta edizione del contest coincide con il 135° anniversario del marchio. Per l’occasione la sfida lanciata ai bartender è di lasciarsi ispirare da un grande classico, per crearne un'interpretazione in chiave sostenibile e moderna, che abbia Flor de Caña Rum 12 annicome protagonista.
Per quanto riguarda l’Italia, è possibile prendere parte alla sfida fino al prossimo 31 luglio, iscrivendosi sul sito della Sustainable Cocktail Challenge (dove è disponibile il regolamento completo), inserendo i propri dati e quelli del locale dove si lavora. La ricetta deve essere composta da massimo 6 ingredienti, decorazione e rum inclusi, utilizzando obbligatoriamente Flor de Caña Rum 12 yo in una quantità pari almeno a 45 ml. Gli altriingredienti devono comunque soddisfare almeno uno di questi requisiti: che sia certificato Fair Trade, stagionale, prodotto localmente o derivato dal recupero di scarti alimentari. È possibile utilizzare altri spirit, ma con un tenore di alcol inferiore al 25% in vol, senza specificarne la marca. Liquori, aperitivi, vini fortificati e tinture sono permessi se autoprodotti e per una quantità che non superi i 30 ml. Ma sostenibiledeve essere anche il contenitore nel quale il cocktail viene servito.
Inoltre, il drink deve essere presente nel menu del locale per almeno un mese e promosso attraverso il proprio Instagram e/o del locale stesso con gli hashtag: #flordecanachallenge@flordecanarum. Ai fini della classifica della selezione il concorrente deve dimostrare di lavorare attivamente nel locale.
La finale globale in Nicaragua
Tra tutte le ricette candidate ne verranno selezionate e comunicate on line tre e i loro autori si sfideranno nella finale nazionale, in programma a Madriddal 22 al 24 settembre. Il vincitore si aggiudicherà un biglietto per il Nicaragua, dove parteciperà alla finale mondiale del concorso, che si terrà a febbraio del prossimo anno e assegnerà il titolo di titolo di World’s Most Sustainable Bartender e un premio di 10.000 dollari. Titolo lo scorso anno andato a Jez Carreon dell’Employees Only di Singapore, piazzatosi davanti ad Andrea Pagliarini del Paradiso di Barcellona e a Simone Sacco de Il Piano 35 di Torino.
Ma non finisce qui. Perché a fare fronte comune in nome della mixology sostenibile, a Flor de Caña si sono unite Drink Factory di Bologna e la bartender community di The prince factory. Grazie a questa collaborazione, i primi 15 classificati della selezione online del concorso parteciperanno a un workshop sul tema il prossimo 30 settembre presso il Laboratorio di Drink Factory, dove insieme al team della scuola svilupperanno nuove creazioni green. E la sera i bartender, con le loro creazioni sostenibili, saranno protagonisti di una multipla guest bartending in alcuni dei migliori locali della città.
Distribuito, come il fratello maggiore, da Rinaldi 1957, il nuovo nato del marchio filippino di gin prende vita da una ricetta dove gli agrumi fanno la parte del leone, con il pomelo protagonista. Fresco, accessibile e, insieme, sofisticato, permette di sperimentare giocando con profumi, contrasti e accostamenti azzardati anche per la creazione di drink a bassa gradazione
È il re degli agrumi, il pomelo, così considerato perché il più grande di questa tipologia di frutti e, insieme a cedro e mandarino, una delle tre specie “primarie” dalle quali derivano tutti gli agrumi, il protagonista di Santa Ana Pomelo Gin, il nuovo nato di Santa Ana Gin, il marchio filippino noto per il suo gin floreale ispirato alle atmosfere della Manila degli Anni Ruggenti.
Distribuito in esclusiva in Italia, come il fratello maggiore, da Rinaldi 1957, il nuovo arrivato è un distilled gin (alc 40% in vol) prende vita da una ricetta che prevede 16 botaniche, tra le quali gli agrumi, sia tropicali sia mediterranei, giocano la parte del leone. Il pomelo, che resta al centro della ricetta, si trova infatti in ottima compagnia: a esaltare il suo gusto dolce e delicato c’è l’acidità e la freschezza del calamansi, noto anche come lime filippino e dalle note piuttosto pungenti, e dall’arancia dalandan, a completare la parte tropicale, mentre per quella mediterranea ci sono il limone e l’arancia amara. Zenzero e pepe, con le loro note pungenti e speziate aggiungono calore e profondità, mentre le classiche botaniche del gin, tra le quali l’indispensabile ginepro, il coriandolo, la radice di angelica e radice di iris, conferiscono complessità.
Santa Ana Gin e Santa Ana Pomelo Gin
Particolarità di Santa Ana Pomelo Gini è che le botaniche vengono distillate sottovuoto nella regione della Charente, in Francia, con una tecnica ispirata alla profumeria. Il ricorso a questa tecnica ha l’obiettivo di preservare la delicatezza delle essenze, estraendo i sottili profumi senza alterazioni dovute al calore. Il risultato è un gin fresco, morbido e vellutato, dominato dagli agrumi, speziato e vivace con un finale tropicale caldo e avvolgente. Un prodotto luminoso e sofisticato, ma al tempo stesso, accessibile, che permette al bartender di sperimentare giocando con profumi, contrasti e accostamenti azzardati.
A tutta sperimentazione
E questa caratteristica rende il nuovo prodotto particolarmente adatto anche alla creazione di cocktail che incontrino la tendenza sempre più in ascesa del low alcohol, ma senza rinunciare a un alto impatto sensoriale. Come hanno mostrato Mattia Schiaretti e Luca Redolfini, bartender di Choice Cocktail Bar di Parma, in occasione dell’evento di presentazione di Santa Ana Pomelo Gin all’Hotel Indigo di Milano. Due i drink proposti dai bartender per l’occasione: Lost Around, un cocktail dal carattere avvolgente e deciso, dove il gin si miscela a liquore al chinotto e vino di mela e pera acidificato, che ne vanno a stemperare la freschezza agrumata; 50% SKL, dove invece sono andati a esaltare le note acide del nuovo prodotto, unendolo a un liquore alle mele e lime, kiwi, sedano chiarificati con kefir.
Il rilancio di Dreher inizia dalla Puglia. Prodotta nel birrificio di Massafra (Taranto), Dreher torna infatti alla ribalta dalle sue referenze principali, in una veste completamente rinnovata: L'Originale e La Radler, il cui nuovo packaging riprende i colori del sole, il rosso e il giallo, e il simbolo del celebre cameriere.
Bottiglia di Dreher, L'Adorata
C'è poi una novità per l'estate 2025, ovvero la nuova edizione limitata denominata “L’Adorata”: una lager corposa, dai sentori di malto, miele e cereali, profumo di erbe e una piacevole nota amara (grado alcolico 5,5% Abv, formato bottiglia da 30 cl), che sarà disponibile solo per quest’anno e solo nel Sud Italia.
L’intervento creativo porta la firma di Robilant, importante agenzia creativa italiana, a cui è stato chiesto di valorizzare gli elementi storici del brand, sia nelle referenze principali che nell'edizione limitata L'Adorata, che si presenta con una bottiglia dal look vintage. Obiettivo: trasformarli in un linguaggio visivo più riconoscibile, contemporaneo e coerente sia con il brand che con la sua "pugliesità".
«Abbiamo voluto rendere contemporanea l’immagine di Dreher valorizzando il suo heritage, che in realtà è più attuale che mai: frizzante, leggero, divertente. Ripartire dal Sud Italia è stata una scelta naturale: è qui che Dreher nasce ogni giorno, nel Birrificio di eccellenza di Massafra», afferma Michela Filippi, Direttore Marketing Heineken Italia.
E proprio la Puglia sarà l’epicentro di una serie di iniziative pensate da Dreher per festeggiare il suo rilancio. A luglio andrà in scena il “Portaci da Bere On Tour”: una serie di eventiche celebreranno l’animo goliardico di Dreher e animeranno spiagge e lungomari di quattro località tra le province di Lecce e Taranto.
A fare il caffè o un drink si impara. Nell'ospitalità, si punta sempre più sulle soft skill: ecco le più importanti (anche se magari non sono scritte nell'annuncio di lavoro)
Dal saper fare all'essere: le doti che un imprenditore del mondo dell'ospitalità cerca sono cambiate nel tempo. Se nel passato si era molto attenti alle capacità professionali (saper fare i cocktail, il caffè ecc.), oggi l'attenzione è concentrata in via prioritaria sulle cosiddette soft skill.
Oscar Galeazzi, fondatore di LavoroTurismo.it
«Si è capito - spiega Oscar Galeazzi, fondatore di LavoroTurismo.it, sito di ricerca di personale online, usato da circa 6.000 aziende e 240.000 persone - che insegnare come si fa un caffè, un panno o un drink, almeno per quel minimo che consente di entrare nell'operatività, è molto più veloce e facile rispetto a sapere trattare con i clienti, avere uno spirito collaborativo o essere flessibili. Ecco perché la ricerca si concentra sulle caratteristiche personali».
Da dove si parte? «Un requisito indispensabile - spiega Galeazzi - è una buona prediposizione fisica e mentale: il lavoro nei locali è fisicamente impegnativo e si svolge a contatto con il pubblico. Due elementi che sono imprescindibili».
Con l'aiuto di Galeazzi, abbiamo steso un elenco di cinque (+1) caratteristiche che fanno di una persona il collaboratore perfetto per un imprenditore dell'ospitalità. Utili per chi ci tiene a un lavoro e vuole mettere in evidenza le proprie qualità (imbrogliare, qui, non serve).
Ma c'è anche una seconda possibile lettura: se le cose in un locale non vanno come dovrebbero, questa diventa una check list delle cose da controllare e su cui, appena possibile, mettere mano.
1. Relazione e orientamento al cliente
Il settore dell’ospitalità si basa sul contatto diretto con il cliente. Un atteggiamento positivo, cortese e professionale è determinante per offrire un servizio di valore. Occorrono ascolto empatico, sorriso, buona comunicazione, lingue (inglese in primis). Soddisfare il cliente non è solo servire cibo o bevande, ma creare un clima accogliente e saper gestire eventuali criticità con empatia. Questo favorisce il passaparola, migliora la reputazione, sviluppa fidelizzazione.
2. Affidabilità e puntualità
L’affidabilità è la base di qualsiasi rapporto lavorativo, ma nel settore bar e ristoranti diventa ancora più cruciale. I locali operano con orari spesso intensi e turni organizzati per garantire copertura continua. Un dipendente affidabile garantisce che il team funzioni senza intoppi, evitando disservizi o necessità di sostituzioni dell’ultimo minuto. La puntualità evita ritardi nelle preparazioni, nell'apertura e chiusura dei locali, permettendo di programmare al meglio il lavoro.
In generale, poter far affidamento sul rispetto degli impegni presi e della parola data rende il lavoro più facile e più funzionale.
3. Teamworking e spirito collaborativo
Un bar o ristorante è una macchina complessa che funziona solo se ogni ruolo collabora armoniosamente. Il lavoro è spesso frenetico e stressante; uno spirito di squadra aiuta a distribuire carichi, supportare chi è in difficoltà e mantenere un ambiente sereno. I dipendenti che si aiutano a vicenda velocizzano i processi e riducono gli errori.
4. Flessibilità e capacità di adattamento
Il lavoro in bar e ristoranti è dinamico e può cambiare da un momento all’altro: variazioni nei flussi di clienti, eventi speciali, cambi di turno o emergenze sono all’ordine del giorno. Per un po' sei fermo in attesa dei clienti e poi devi correre. Gli imprevisti sono all'ordine del giorno. Il dipendente flessibile è pronto a rispondere ai cambiamenti senza perdere efficacia né motivazione: essere disposti a coprire orari diversi, cambiare mansione o gestire momenti di alta pressione permette al locale di mantenere un servizio di qualità anche in situazioni impreviste.
5. Proattività e spirito d’iniziativa
Essere in grado di agire in autonomia, di anticipare i problemi, di pensare e proporre miglioramenti mette le persone un passo avanti (in realtà, molti di più) rispetto a chi si muove solo dietro istruzioni, anche se poi magari le porta a termine in modo impeccabile.
Chi lavora con spirito d'iniziativa e intraprendenza propone soluzioni, sa trovarne di rapide e ragionate, prende decisioni efficaci quando deve gestire un imprevisto. Attenzione: saper agire in autonomia non significa essere una scheggia impazzita, ma un elemento funzionale al meccanismo generale e capaca di generare una spinta propulsiva.
Perché 5+1?
Fin qui le cinque caratteristiche chiave che un imprenditore cerca in un dipendente (e che servono a un dipendente per misurare il proprio valore).
Non abbiamo voluto aggiungere una sesta per un semplice motivo: chi mette in campo le doti di cui abbiamo parlato, è molto probabile che sia mosso da grande motivazione e passione per il proprio lavoro, quei valori aggiunti che trasformano un lavoro faticoso in una fonte di soddisfazione e crescita.
«Un dipendente motivato - conclude Galeazzi - affronta meglio le difficoltà, propone miglioramenti e contribuisce a creare un ambiente positivo. E la passione si traduce in cura dei dettagli, voglia di apprendere e nel rispetto delle procedure».
In conclusione: se è vero che di Superman in giro ce ne sono pochi, è altrettanto importante per un imprenditore individuare, stimolare e premiare chi ha le caratteristiche indicate.
E se un dipendente ha queste doti, ma non gli vengono riconosciute nel posto dove lavora? Beh, sappia che la fuori, sul mercato, c'è gente che ha bisogno di lui e lo sta cercando.
La vicenda di Clemente Queirolo, nato a Taggia nel 1897, emigrato negli Stati Uniti intorno al 1913 e tradizionalmente indicato come "inventore" del Martini Cocktail. Ad Arma di Taggia una targa in suo onore
C'è un filo nella storia che lega la scintillante New York dei Roaring Twenties alla quieta riviera ligure. È un filo che parte da un giovane contadino di Taggia (Imperia), Clemente Queirolo, e arriva fino all'iconica coppetta che ancora oggi è simbolo di stile ed eleganza in tutto il mondo. Con l'evento "Martini Day", tenutosi il 6 giugno, Arma di Taggia ha voluto celebrare il suo illustre concittadino, gettando le basi per rivendicare con orgoglio e visione la paternità del cocktail più famoso al mondo.
Un emigrato italiano tra i grandissimi
La storia, affascinante come le leggende che spesso avvolgono la mixology, racconta di Clemente Queirolo, nato a Taggia nel 1897, emigrato negli Stati Uniti intorno al 1913. Giunto a Ellis Island, adottò il cognome materno, Martini, più semplice per gli americani. La sua ascesa lo portò dietro al bancone del bar del prestigioso Knickerbocker Hotel di Manhattan, un crocevia di celebrità come Francis Scott Fitzgerald, Giacomo Puccini e il tenore Enrico Caruso, che vi risiedeva. Fu lì, secondo la tradizione riportata anche dall'hotel stesso, che una sera servì al magnate John D. Rockefeller un drink innovativo, battezzandolo sul momento: Cocktail Martini.
La targa commemorativa dedicata a Clemente Queirolo Martini
Una targa in onore di Queirolo, ideatore del Martini Cocktail
Per onorare questa incredibile vicenda, l'amministrazione comunale di Taggia, guidata dal sindaco Mario Conio, in collaborazione con l'Associazione Italiana Bartender e Sostenitori (AIBES), ha svelato una targa commemorativa dedicata a Queirolo. L'evento è stato arricchito da un convegno a Villa Boselli, che ha visto la partecipazione di figure di spicco del settore come Giorgio Fadda, presidente onorario dell'International Bartenders Association, Angelo Donnaloia, presidente AIBES, e giornalisti del settore. Durante il dibattito è emersa la statura quasi mitologica del Martini, definito "il re dei cocktail". Un drink letterario, amato da premi Nobel come Ernest Hemingway, che ne creò una sua versione, il "Montgomery", e cinematografico, reso immortale da James Bond con il suo "shakerato, non mescolato". Ma è stato anche un drink politico, considerato da Nikita Chruščëv "l'arma più micidiale degli Stati Uniti".
Un legame con il territorio ligure
La giornata non è stata solo una celebrazione del passato, ma un trampolino di lancio per il futuro. La vera notizia emersa dai panel e dalle discussioni è la volontà di legare indissolubilmente il Martini al suo territorio d'origine, trasformando questa eredità storica in un volano per la promozione e il turismo, con proposte concrete. La prima, e più immediata, è l'istituzione di un "Black Martini", una variante che sostituisca la classica oliva verde con una pregiata oliva Taggiasca, simbolo gastronomico della zona. Un'idea che conferisce un'identità locale inconfondibile a un drink globale. La seconda proposta è ancora più audace: sfruttare un'altra eccellenza del territorio, il Moscatello di Taggia. L'idea è quella di creare una versione del cocktail che utilizzi questo vino aromatico – da cui si sta lavorando per produrre un vermouth locale – al posto del classico Vermouth Dry.
Autorità, delegazione Aibes ed esperti presenti all'evento ad Arma di Taggia (Imperia)
Meta per appassionati del bere miscelato
L'obiettivo è chiaro: fare del "Martini Day" un appuntamento annuale fisso e trasformare Arma di Taggia in una meta per gli appassionati e gli studiosi del bere miscelato. Non più solo un aneddoto storico, ma un progetto di valorizzazione territoriale che, partendo da una targa, punta a creare un'esperienza unica, un Martini "sartoriale" che parli la lingua della sua terra natale. Come ha sottolineato il giornalista Marco Cremonesi, tra i relatori del convegno, il Martini è la «pallottola d'argento che fa calare il sipario tra la giornata di lavoro e tutto il resto». Arma di Taggia ora ha la sua "pallottola d'argento", per affermarsi tra le rotte del bere miscelato.
Ideata da Gian Maria Bianco, bar manager di Villa Cimbrone, la nuova carta è un percorso in dieci signature che valorizzano i prodotti dell'orto della villa
Si ispira alla smorfia napoletana la nuova drink list di V Lounge, il cocktail bar dell’hotel Villa Cimbrone a Ravello. Un salotto anni Venti, con 80 posti a sedere, con poltrone e tavolini sistemati in una parte del giardino, che delinea i confini del locale. Dieci signature cocktail che ripercorrono in modo fluido la tradizionale arte partenopea dell’interpretazione dei sogni. La scelta del drink viene lasciata al destino. Al tavolo, infatti, insieme al menu, in cui i signature sono proposti a 26 euro, viene consegnato un dado sulla cui superficie sono incisi i numeri principali della smorfia.
1 di 10
Cocktail Autoritratto
42 O' Cafè
22 O' Pazz'
19 O' Spass?
O' Mbriaco
72 A' Maraviglia
O' Curniciell
Ecco quindi che al 72 corrisponde A’ Maraviglia, un twist sul Tommy’s Margartita con tequila, Amaretto Adriatico, succo di limone, sciroppo di zucchero e kiwi lattofermentato. «Molti degli ingredienti che utilizziamo nei nostri cocktail - spiega Gian Maria Bianco, bar manager di V Lounge e ideatore della drink list - provengono dal nostro orto, come nel caso del numero 72 e di altri». Un approccio Farm to Bar che punta l’attenzione sulla sostenibilità, la qualità degli ingredienti, la stagionalità e l’eliminazione dello spreco. «Nel caso di A’ Maraviglia mettiamo a fermentare i kiwi per tre settimane con acqua, zucchero e sale in assenza di ossigeno. Attraverso questo processo di lattofermentazione, i lactobacilli vanno ad equilibrare l’acidità del kiwi per ottenere un sapore più morbido, più tondo». L’orto è anche presente nel 49 O’ Curniciell (l'immancabile corno portafortuna napoletano) con mezcal, cordiale di peperone arrostito, sciroppo di agave e succo di limone. «Anche qui abbiamo una nostra interpretazione del classico Margarita, con note più affumicate date dal mezcal, ma soprattutto dal peperone, che viene arrostito, passato in padella per pochi minuti e con cui viene fatto uno sciroppo home made». Il cocktail viene guarnito con una bordatura di sale nero. Servito in un tumbler alto decorato con pittura alimentare è O’Pazzo, che corrisponde al numero 22. Un drink realizzato con vodka, aperitivo Venturo, Amaretto Adriatico, Paragon Labdanum, tonica Brillante, succo di limone e composta di albicocca del Vesuvio home made.
Omaggia, infine, un dei prodotti iconici delle terre della Costa D’Amalfi l’89, O’Mbriaco (l’ubriaco), fatto con tequila, succo di lime, riduzione di vino Tintore, l’uva autoctona e secolare di Tramonti, e pere, con crusta di sale di Maldon affumicato. «Essendo io originario di Tramonti, non potevo non realizzare un cocktail che valorizzasse il Tintore, il vino che viene prodotto nella parte alta della Costiera Amalfitana, e che fa parte del patrimonio enologico del borgo. Usiamo un vino biologico che viene da Tramonti, messo in infusione con le pere. Successivamente le pere vengono estratte, messe a essiccare e usate come garnish. Il vino poi viene versato in un pentolino a cui vengono aggiunti 150 grammi di zucchero per litro. Il tutto poi viene messo a ridurre lentamente sul fuoco a un temperatura controllata fino a ottenere uno sciroppo infuso di Tintore dalle note di pera».
La cocktail list include anche i grandi classici (tutti a 23 euro) fra cui Paloma, Penicillin, Tommy’s e Pornstar Martini, 4 mocktail (19 euro) e un drink fuori menu che cambia in base a ciò che l’orto ha da offrire stagione dopo stagione. «Questo mese - sottolinea Bianco - proponiamo il daiquiri alla ciliegia, con ciliegie appunto che raccogliamo direttamente dalle nostre piante».
La storia di V Longue si amalgama e si fonde completamente con i racconti e le leggende che da secoli avvolgono Villa Cimbrone. Il nome del bar, infatti, raccoglie le iniziali di tre donne che hanno reso celebre la villa. Parliamo di Violet Keppel, Vita Sackville-West e Virginia Woolf, tre amiche, tre anime legate da una trama di forte desiderio, passione e mistero. È nel loro immaginario febbrile che il V Lounge trova la sua essenza, e fra i loro simboli nascosti nelle loro vicende di vita e di narrazione prende corpo la smorfia.
C’è una tazza di caffè con panna che fuma sul tavolino stretto di un bar di Soho, l’ex enclave a luci rosse divenuto nei decenni uno dei quartieri più cosmopoliti e vivi della Londra notturna. Roberta Mariani le siede davanti, mentre ripercorre le tappe della sua carriera e punta i fari su temi caldi come benessere dei bartender, inclusività, formazione. Ex bar manager del Bar Termini e successivamente Global Brand Ambassador per Martini, con cui si è affermata come una delle maggiori esperte di vermouth e aperitivi nel mondo, Mariani rappresenta oggi Italicus e Savoia come Global Advocacy Director, facendosi ambasciatrice dell’aperitivo italiano e della cultura del bere responsabile: è lei l’ospite della nuova puntata di Off the record.
Siamo a pochi metri dal Bar Termini, dove hai costruito e consolidato la tua carriera. Ti manca il banco?
Mi manca la routine del bar, nello stesso modo in cui non mi manca. Mi manca l'umanità che si incontrava ogni giorno, gli ospiti abituali che prendevano il caffè alla mattina e il drink alla sera, la comunità che avevamo creato in uno spazio per tutti i giorni, tutto il giorno. Il bar in sé e per sé, onestamente, non mi manca così tanto, anche perché continuo a far parte della comunità in cui sono cresciuta e ne vivo la parte più bella e creativa, senza la monotonia del quotidiano.
«Lavorare al bar è come viaggiare su una giostra, non è facile rendersi conto di quello che succede»
Cosa non ti manca affatto?
Dover seguire regole e principi dettati da altri e che io ho realizzato troppo tardi di non condividere. Lavorare al bar è come viaggiare su una giostra, paradossalmente non è mai facile rendersi conto di quello che succede nel quotidiano: avevo finito con il portare avanti una linea di lavoro, con dipendenti e colleghi, che non mi rappresentava. Non mi manca l’idea di mantenere degli standard irreali, la pressione messa su ragazzi spesso giovanissimi: allora più di oggi si entrava in meccanismi per i quali si finiva per “sacrificare” le persone per un obiettivo più alto. Avrei voluto capirlo prima per aiutare il mio team meglio.
Nove anni fa ormai, nel 2016, il passaggio in azienda: è questa l'unica evoluzione naturale per la carriera di un bartender?
Assolutamente no, anzi. Esistono molte strade per rimanere nell’industria del bar: se sì è creativi si può lavorare nelle PR, nel design, nella fotografia di settore. Ci sono vari sbocchi, il brand ambassador è il ruolo più appariscente perché ai più sembra una vita da rockstar, ma dietro c'è una mole di lavoro invisibile. Si può lavorare in distilleria, in produzione: è limitativo pensare che l'alternativa al fare le tre di notte sia lavorare per un brand, a maggior ragione se ci si svende per farlo.
Roberta Mariani
Cosa intendi? Essere brand ambassador significa rappresentare un'azienda in ogni momento, per cui serve credere nel prodotto e nei suoi valori o standard, altrimenti si diventa merce a nostra volta e si rischia di sgretolare la nostra credibilità. Se lavori per dieci anni in un tiki bar e poi finisci a fare l’ambassador di un gin, a miscelare Martini Cocktail, non ha senso. Io sono passata da un aperitivo bar a rappresentare l'aperitivo italiano, e credo questa coerenza sia fondamentale: serve comprendere che si dovrebbe dire di no più spesso.
A proposito di aziende in generale: come giudichi l'operato dei player più importanti, in tema di formazione e sviluppo dei professionisti? Credo esistano dei cicli. Molte aziende hanno proposte interessanti, ma sono limitate nello spazio e nel tempo, come se progetti del genere fossero una spunta da mettere su una lista, “cose che vanno fatte”. Serve invece continuità: la cosiddetta advocacy non ha effetti immediati, è un investimento sulla connessione che l’azienda crea con i bartender e spesso le aziende stesse non lo comprendono. Di conseguenza gli investimenti si riducono, sia per denaro che per tempo.
C’è una responsabilità da parte degli ambassador stessi? Magari non direttamente delle figure specifiche. Ma in media le risorse che lavorano per i brand ricoprono un ruolo per due anni, prima di richiedere o rincorrere uno scatto di carriera. In molte realtà è presente un sistema di obiettivi da raggiungere a breve termine, per cui non interessa a nessuno creare programmi a lungo termine.
«Si rischia di ridurre ogni interazione a una sterile transazione»
Più di una grande azienda sta di fatto spostando le attività degli ambassador dall’advocacy al commerciale, riducendo il ruolo di ex bartender a quello di venditori. Ci sono rischi? L'obiettivo ultimo di ogni azienda è vendere, questo è indubbio ed è giusto sia così. Ma si perde di vista il ruolo dei bar e dei bartender: le aziende dimenticano che il consumatore finale si fida delle raccomandazioni dei professionisti. Sono loro che suggeriscono novità, intuiscono quali prodotti spingere in base ai gusti degli ospiti, e così via. Si rischia di ridurre ogni interazione a una sterile transazione, per lo più a breve termine e dettata da brand con grandi budget da allocare. L'investimento sulla formazione dei bartender ha un ritorno dieci volte maggiore rispetto alla singola vendita del prodotto, fosse anche solo per il passaparola tra professionisti. Purtroppo però non è una grandezza tangibile, non ci sono report in merito; eppure è fondamentale.
Uno degli argomenti per i quali ti batti di più è il cosiddetto well-being, il benessere a tutto tondo dei bartender. A che punto siamo in merito? C'è sufficiente consapevolezza, ma nel pratico si fa poco o nulla. Bisognerebbe parlarne di più, per cominciare, e poi implementare le pratiche di cui c’è bisogno. È facile puntare il dito sui problemi, ma quando si guarda alle soluzioni se ne trovano ben poche e altrettanto poco si fa per cercarle.
Quindi chi dovrebbe spingere su questi temi? I bartender, gli imprenditori, le aziende? È una combinazione di fattori. Dopo il Covid ci si è resi conto di quanto per certi versi estrema sia la professione del bartender: i ritmi sono forsennati, si dorme poco e male, l'alimentazione è scorretta, si abusa di caffè e alcool. Ci si è resi conto che si può stare meglio, ma a fronte delle richieste, le azioni sono poche. Sì, i proprietari dei locali devono mettere il proprio staff nelle giuste condizioni, ma tu bartender, cosa fai per stare meglio? Vai a dormire a orari consoni, quando puoi? Tra patatine fritte e verdure cosa scegli? Fai esercizio fisico regolarmente? Nel tuo giorno libero vai a bere o ti dedichi a qualche altra attività costruttiva? Perché solo se fai il tuo massimo, puoi pretendere il massimo.
Ci sono degli esempi tangibili di questo, peraltro. Ne ho parlato recentemente con Carina Soto Velasquez (proprietaria di Candelaria a Parigi e Equal Parts a Londra, ndr), che per i suoi dipendenti aveva organizzato un programma di yoga, con piani stretching e meditazione. Ha finito per interromperlo dopo pochi mesi, perché solo una minima percentuale di dipendenti partecipava. Manca l'impegno dall'interno del nostro sistema.
«Il cambiamento? Se non lo chiedono i bartender di oggi, come potrebbero comprenderlo quelli di ieri»
In definitiva, qual è l'ostacolo maggiore per il raggiungimento di una maggior consapevolezza sul tema well-being?
Far capire alla vecchia scuola che esistono nuovi modi per lavorare al bar. Tantissimi proprietari di locali vengono da generazioni che lavoravano sedici ore di fila, c'erano i clopening(turni di chiusura alla notte e riapertura al mattino, consecutivi) e quindi pretendono si faccia lo stesso. Se il cambiamento non viene richiesto dai bartender di oggi, però, quelli di ieri non lo comprenderanno mai.
C’è qualcosa di positivo che viene dalla vecchia scuola?
C’era molta più fame, più voglia di “combattere” per affermarsi. I bartender di oggi studiano meno, perché paradossalmente avere tutto il materiale possibile a disposizione, facilmente, li rende pigri. Quando c’era da aspettare mesi per poter avere un libro, magari andarlo addirittura a cercare nelle librerie dell’usato, non si vedeva l’ora di affrontare nuovi argomenti continuamente, aggiornandosi e formandosi senza sosta. Oggi ne vedo molti che si limitano a fare il compitino e cercano visibilità a tutti i costi, come se essere riconosciuti a prescindere fosse più importante del motivo per cui si finisce per essere, appunto, riconosciuti.
Cosa vorresti vedere di più, nel settore del bar?
Collaborazione. È la chiave di tutto, è così che si riesce a creare una industria sana, per scambiare informazioni, generare consapevolezza, ottenere una solida rappresentazione formale di fronte agli enti governativi. Finché si fa la guerra dei poveri, c'è poca strada da fare.
Cosa di meno?
Meno passività di fronte alle cose che non funzionano, su tutti i fronti ma soprattutto sulle dinamiche interne al bar. I commenti fuori luogo (e spesso sessisti) su colleghi e ospiti, il comportamento irresponsabile sul lavoro (bere in servizio), sono tutti elementi che si danno per scontati perché il mondo della notte è per definizione un ambiente propenso agli eccessi, ma non devono essere considerati normali.
Definiresti il settore del bar, le persone che lo compongono, le conversazioni che lo riempiono, come interessanti?
Le persone sono sempre interessanti e lo rimarranno, è talmente vario il background da cui provengono i professionisti del bar. Forse faccio più fatica a trovare delle novità, anche se può essere dovuto all’essere "nel giro" da così tanto tempo.
A proposito: in tutti questi anni, è cambiata la dimensione per le donne nell'industria del bar? Decisamente. Quando ho iniziato eravamo pochissime, era difficile trovare spazio, la predisposizione mentale era diversissima, soprattutto in Italia. Oggi ci sono molte più bartender e sono felice di vedere enti e realtà che si battono sull'argomento.
«Avere donne in team non è di per sè abbastanza: l'inclusività è metterle nelle condizioni per dare il loro meglio»
Continuano a esserci parecchie difficoltà, però. I conflitti derivano dall'incomprensione: trovo ancora colleghi che giustificano le poche possibilità date alle donne con "non sono forti abbastanza". E in ogni caso, aprire la porta per l’ingresso delle donne nell’industria non è neanche sufficiente, perché le pari opportunità sono un'altra cosa: avere un team che conti anche donne non è inclusività, finché quelle donne non saranno messe nelle condizioni migliori possibile per dare il loro meglio, come per chiunque altro.
Ci sono differenze tra mondo bar e mondo aziende, sul tema?
Sì: nelle aziende, soprattutto all'estero, è molto più facile: paradossalmente c’è quasi una discriminazione al contrario, perché molti brand implementano progetti specifici che prevedano la presenza di donne, a prescindere dal valore o dall’esperienza.
È giusto?
Non credo lo sia, è importante sia data l'opportunità a tutti, ma poi è il merito a dover fare la differenza. Già a partire dai panel, dai partecipanti alle competizioni o dalle giurie: chi merita va avanti, certo. Il primo vero passo è assicurarci che più donne abbiano la possibilità di accedere alle stesse posizioni, opportunità e luoghi dei colleghi uomini.
Consiglieresti a una donna di iniziare una carriera nel bar? Ora più che mai è indubbiamente facile per una donna entrare nel settore, perché la nostra presenza è richiesta e se si è svegli e si lavora duro ci sono diverse occasioni per emergere. Spessissimo si trovano bartender del tutto impreparate, eppure portate in palmo di mano da aziende e colleghi per la mancanza di rappresentazione. C’è spazio, insomma. Ma da qui a essere rispettate, ci passa ancora una vita.
È di nuovo quel momento dell’anno: a spasso per il campo sperimentale del Consorzio di tutela della ciliegia di Vignola Igp, all’Agriturismo Montecuccoli di Vignola (Mo), Gin Tabàr dà il via alla raccolta delle perle rosse che andranno a caratterizzare l’ultima edizione della gamma. Sono ormai tre anni che la storica distilleria Casoni collabora con il consorzio ciliegie di Vignola Igp, e all’inizio della stagione di raccolta si alza il velo sul prodotto, resistendo al sole di metà mattinata, muniti di cestino per la raccolta e gran forza di volontà per non cadere nella tentazione di mangiare ogni ciliegia direttamente tra i filari.
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Se Casoni è ormai una colonna della liquoristica italiana, fondata nel 1814 a Finale Emilia e oggi con una distribuzione in più di 35 paesi, con 33 milioni di bottiglie prodotte e più di 60 milioni di euro di fatturato, Tabàr Gin è appena al suo ottavo compleanno: «Avevamo come obiettivo quello di creare il primo gin distillato tra i fiumi Secchia e Panaro - spiega Manuel Greco, Trade Marketing Manager di Casoni -, conservando la caratteristica leggera punta di anice in degustazione, dato che Casoni nasce proprio come distillatore di anice».
L’edizione Ciliegia di Vignola Igp è solo una delle cinque che Tabàr (dal nome del tabarro, mantello usato dai vecchi del luogo per ripararsi dalla nebbia) ha in gamma: all’originale leggermente aniciata si sono aggiunte nel tempo una versione al bergamotto, un’edizione limitata alla Pera Igp di Ferrara e un London Dry gin. Imbottigliato a 45°, è il risultato di un processo che prevede una infusione delle ciliegie in soluzione idroalcolica per cinque giorni, seguita dalla distillazione, un affinamento di un mese in botte di acciaio, il blend con altre botaniche e la diluizione, fino all’ulteriore affinamento di 15 giorni in acciaio prima della filtrazione. «È la dimostrazione del nostro forte legame con il territorio, la nostra ciliegia è uno tra i prodotti più importanti dell’agricoltura in Italia e la sua lavorazione è tutt’altro che semplice perché richiede equilibrio e delicatezza».
Otto ciliegie per bottiglia, 26 kg per 500 bottiglie, la matematica necessaria. Grado alcolico importante, smorzato dalla dolcezza rotonda della ciliegia che come dovrebbe essere, è protagonista e lascia una scia zuccherina riconoscibile e amabile, pressoché inconfondibile. Unico è anche il frutteto da cui vengono raccolte, rigorosamente a mano, le ciliegie destinate alla produzione, sotto la supervisione del direttore del Consorzio di tutela ciliegia Igp di Vignola, Walter Monari: filari bassi (a fronte degli oltre quattro metri di alberi degli anni Ottanta, garanzia di incidenti a detta di chi c’era), un impianto a doppia rete che non solo ripara dalla pioggia ma combatte la Drosophila Suzukii, il principale parassita nemico del frutto. Nei primi due anni di sperimentazione è stato risparmiato il 78% dei trattamenti insetticidi rispetto alla coltura tradizionale: che a giudicare dalla qualità di ogni singola ciliegia, è solo l’inizio prima di raggiungere altre vette.
I bicchieri Pulcinella e Venezia, ispirati alle maschere italiane, e quattro nuovi calici arricchiscono, rispettivamente, le linee Tiki e Timeless dell'azienda di Colle Val d'Elsa
Due bicchieri della serie Tiki e quattro calici della linea classica Timeless sono le ultime novità, versatili ed esteticamente accattivanti, sviluppate da Rcr Cristalleria Italia per il mondo del fuoricasa.
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Pulcinella e Venezia, i nuovi bicchieri della collezioni Tiki ispirata alle maschere italiane
I quattro nuovi calici che arricchiscono la collezione timeless, dalle linee senza tempo
Ispirati alle maschere italiane, i bicchieri Tiki Pulcinellae Tiki Venezia portano ulteriore colore e carattere alle creazioni dei bartender. Impilabili, versatili e ideali per i cocktail, ma anche per succhi e bevande analcoliche, i nuovi arrivati completano una collezione che interpreta in modo originale e in chiave italianale iconiche tiki mug, valorizzando la nostra tradizione. Una collezione, di grande fascino, vincitrice del prestigioso Tableware International Award of Excellence 2024 nella categoria Casual Glassware (leggi I Tiki di Rcr trionfano al Tableware International Award of Excellence 2024). Pensati per coniugare estetica e performance, i nuovi arrivati si aggiungono alle altre due soluzioni già presenti nella gamma, Tiki Etruria e Tiki Sardinia, offrendo un’esperienza di collezionismo unica per bartender e appassionati.
Un rapporto sempre più forte con la mixology
«Il rapporto tra il mondo della mixology e i nostri prodotti è iniziato con un colpo di fulmine tra le caratteristiche del nostro materiale, il Luxion®, il nostro vetro sonoro superiore brevettato, e le esigenze tecniche ed esteticherichieste dai bartender – commenta Roberto Pierucci, Ceo di Rcr -. Siamo diventati non solo produttori di vetro di qualità, ma creatori di strumenti ideati dai professionisti stessi».
A conferma di questo impegno verso il mondo della mixology, Rcr dal 2020 collabora con l’International Bartenders Association (Iba) in un percorso volto a valorizzare il talento dei bartender a livello globale. Grazie a questa sinergia, i bicchieri Rcr sono stati scelti per il libro ufficiale dell’Associazione, 101 cocktail Iba, una risorsa di riferimento per il settore.
I nuovi calici dell’iconica linea Timeless
Ad ampliarsi è anche la linea Timeless, simbolo di eleganza e Made in Italy, che rappresenta un esempio di come l’azienda di Colle di Val D’Elsa (Siena) coniughi innovazione e classicità. Quattro nuovi calici, T23 (capacità 23 cl), T45 (45 cl), T55 (55 cl) e T65 (65 cl) arricchiscono l’iconica collezione che con il suo design distintivo impreziosisce le tavole di locali e ristoranti.
«Rcr vuole portare innovazione all’interno dell’arredo tavola, aiutando gli operatori del settore a esprimere uno stile riconoscibile e unico – spiega Fabio Lupi, Sales & Marketing Director Rcr -. I nostri nuovi lanci consentono ai professionisti di avere a disposizione prodotti che coniugano performance a design distintivi, versatilità e alta qualità, tutto Made in Italy».
Stefano Nincevich - Photo courtesy Questa mia Milano
La storica distilleria veneta entra nel mondo del gin con un London dry artigianale, elegante e dalla forte identità, realizzato con 9 botaniche distillate con il prezioso alambicco a bagnomaria della casa
C’è chi apre un garage per rimettere in sesto un vecchio Maggiolino e chi, come Nardini, lo fa per distillare il futuro. Succede a Bassano del Grappa, dove da 246 anni si lavora in silenzio, lasciando che a parlare sia l’alambicco. Ma quando anche i maestri del silenzio decidono di entrare nel rombante mondo del gin, vuol dire che qualcosa di interessante sta per succedere. Si chiama Garage Gin ed è l’ultima creatura della storica distilleria veneta. Ma guai a chiamarlo “nuovo prodotto”. Sarebbe come dire che David Bowie era solo un cantante. Garage Gin è un’identità, un progetto, una dichiarazione di intenti. «Volevamo creare un gin che sapesse distinguersi per eleganza, profondità e versatilità, senza compromessi sulla qualità», spiega Michele Viscidi, amministratore delegato di Distilleria Nardini. E lo hanno fatto alla loro maniera: distillando nove botaniche con il prezioso alambicco a bagnomaria della casa.
Il gin, si sa, fa più views di una frase motivazionale su Instagram. Ma Nardini non si è fatta tentare dalle mode. Ha aspettato. Ha ascoltato. E poi ha parlato. Con un London dry autentico, rigoroso, artigianale capace di far ballare il tango anche a uno scozzese. «Un progetto che avevamo nel cassetto da tempo - racconta ancora Viscidi - e che abbiamo deciso di far nascere davvero quando è arrivata in azienda Alice Lucchi, responsabile marketing di Distilleria Nardini. Con lei abbiamo dato gas». E che gas. Garage Gin è prodotto interamente a casa, a Bassano. Niente outsourcing, niente trucchetti da illusionista. Alcol da cereali italiani e nove botaniche selezionate: ginepro, coriandolo, cardamomo, anice verde, finocchio dolce, verbena, melissa, elicriso e scorza d’arancia amara.
Per chi cerca autenticità e stile
A detta di Andrea Manzoli, il mastro distillatore, la difficoltà vera è «distillare tutte le nove botaniche contemporaneamente, bilanciando i tempi di rilascio e le proporzioni. Soprattutto quando hai a che fare con elementi delicati (e locali) come melissa e verbena». È un lavoro da artigiani della nuance, non da alchimisti improvvisati. E l’alambicco a bagnomaria, con la sua delicatezza termica, è lo strumento ideale per conservare questi equilibri aromatici, «come se il calore ti accarezzasse invece di bruciarti».
Nel frattempo, Alice Lucchi sorride e puntualizza: «Si pronuncia come vuoi Garage alla francese o Garage alla Fast&Furious. Ma ognuno lo chiami come vuole, ed è bello anche così». Lei ha le idee chiare, non solo sulla pronuncia. London dry, filiera corta, packaging sostenibile e design che grida Bassano con la raffinatezza di chi sa che la tradizione non è una catena, ma una bussola. La bottiglia in Wild Glass, vetro riciclato al 100%, è una carezza alla coscienza ecologica. Il logo in rilievo e la mappa stilizzata della città sul retro-etichetta sono invece un bacio al territorio. «Il rispetto per la nostra terra è nel Dna di Nardini - continua Lucchi - non volevamo solo un buon gin, ma un gin che raccontasse da dove arriva e perché esiste». Garage Gin non è nato per piacere se non a tutti a molti. È nato per chi cerca «autenticità e stile», per chi ama quei prodotti che raccontano qualcosa di vero. È come far ballare il tango a uno scozzese. E a chi storce il naso pensando che Nardini, patria della grappa, si metta a fare gin, rispondono così: «Gli alpini possono stare tranquilli: la grappa resta il nostro cuore. Ma il gin è la nostra mente che esplora».
Metodo antico e spirito contemporaneo
La presentazione ufficiale al Dry Milano è stata un brindisi al coraggio. Nei bicchieri, tre signature drink: Garage Gin Tonic, Nardini Gimlet e NardiniGin Basil. Dietro il bancone, Edris Al Malat, bar manager pluripremiato e molto veneto, che ha guardato il bicchiere, poi l’etichetta, poi di nuovo il bicchiere e ha sussurrato: «Ci credevo e all’assaggio Garage ha dimostrato tutto il suo carattere da duro col cuore tenero». Gli si sono illuminati gli occhi. Quelli di uno che ne ha viste tante. Compreso il Premio Nardini Bar Manager dell’anno agli ultimi Barawards di Bargiornale.
Garage Gin esce con un prezzo al pubblico di 23,90 euro. Una scelta non casuale, spiega Lucchi: «È una fascia di mercato poco presidiata ma in crescita. Vogliamo portare qualità e carattere a un pubblico che cerca il meglio senza spendere una fortuna». È una sfida alla banalità, al marketing usa-e-getta, ai prodotti che si dimenticano prima ancora di finire la bottiglia. In fondo, Garage Gin non è solo un gin. È un’idea limpida, distillata con metodo antico ma spirito contemporaneo. È nato nel “Garage Nardini” dove le intuizioni si accendono come fari nella nebbia e ha preso forma in un alambicco vero, sotto lo sguardo paziente di chi lavora con il tempo, non contro. È la prova che anche chi porta 246 anni di storia sulle spalle può dire qualcosa di nuovo e farlo senza urlare. Qui non si riparano motori: si raddrizzano sguardi. E quando stappi la bottiglia, non esce solo gin. E qui esce una domanda sottile, quasi balsamica: quanto costa, oggi, restare autentici?
Campari presenta “Tu che Spritz sei?”, una settimana per celebrare l’aperitivo più amato dagli italiani, che si svolgerà dal 18 al 22 giugno, presso Pandenus Gae Aulenti. Con l'occasione, i consumatori potranno brindare con le due novità che si sono aggiunte alla gamma Spritz di Campari Group: Sarti Rosa e Mondoro.
Una location d'eccezione, grazie al dehors affacciato sul parco della Biblioteca degli Alberi e la vista a 360° sui grattacieli della nuova Milano, che sarà il set di questa iniziativa dedicata all'aperitivo che dall'Italia si è lanciato alla conquista del mondo, anche nei gusti rinnovati da referenze come le ultime della gamma Spritz Campari, già comparse da qualche settimana sulle bottigliere dei principali bar italiani: Sarti Rosa, che esalta il lato fruttato e fresco dell'aperitivo italiano, e Mondoro, che con la sua delicata nota di fiori di sambuco si rivolge agli amanti dei gusti floreali e dello Hugo Spritz. A questo si aggiungono i grandi classici amati da tutti, Campari Spritz eAperol Spritz, nonché il gusto pungente del Cynar Spritz, che pure vanta la sua schiera di estimatori.
Sbarcato sul mercato a partire dal mese di giugno, Sarti Rosa è un tributo allo spirito di reinventarsi e al genio creativo di Casa Sarti, fondata a Bologna nel 1885. Un ponte fra la storia della liquoristica italiana e i trend della miscelazione, che oggi premiano i cocktail low alcohol e il colore rosato dei drink. Questa nuova referenza valorizza il lato fruttato e fresco dell'aperitivo italiano: Sarti Spritz promette di diventare lo Spritz che sorprende e che conquista anche i palati più raffinati.
Mondoro nasce rivisitando storiche ricette gelosamente custodite per ottenere un prodotto fresco e floreale, che unisce la qualità super-premium a un prezzo accessibile. Un blend esclusivo di botaniche e fiori di sambuco, accuramente selezionati, prodotto ideale per dar vita a un rinfrescante Hugo Spritz.
Un vuoto di mercato che è stato colmato, come spiega Dario Cuccurullo, senior channel and customer marketing Director Campari Group: «Sempre attenti ad anticipare le esigenze dei nostri consumatori e in costante dialogo con i nostri partner, in particolar modo i bartender, abbiamo voluto cogliere una nuova opportunità di mercato contribuendo, insieme a loro, ad ampliare ulteriormente un trend in crescita e che ci vede da sempre protagonisti, quello della categoria dello Spritz». Una tendenza, quella dello Spritz, in costante crescita, sia in Italia che all'estero e che si rinnova, grazie alle nuove ricette. «Campari Group può contare su un’offerta ancora più ampia quando si parla di Spritz, grazie a eccellenti brand che raccontano personalità e posizionamenti distinti», aggiunge Alberto Ponchio, senior marketing director Campari Group.