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Bargiornale gennaio 2011

Archivio copertine Horeca –

LOCALIcase history 8      Le Sablon, Padova. Innovazione in pasticceria, con          un occhio di riguardo al cioccolato14    Capitano Rosso, Milano. E dopo il gelato, ecco        torte e dessert22    Lutèce, Torino. Un gruppo,  quattro locali. Ora        anche a Roma dal mondo 26    Milk&Honey, Londra…

LOCALI
case history
8      Le Sablon, Padova. Innovazione in pasticceria, con
         un occhio di riguardo al cioccolato
14    Capitano Rosso, Milano. E dopo il gelato, ecco
        torte e dessert
22    Lutèce, Torino. Un gruppo,  quattro locali. Ora
        anche a Roma dal mondo
26    Milk&Honey, Londra. Tutti i segreti del Best Bar
        2010
tendenze&progetti
31    Cibo in mostra come fosse al museo. Il progetto  
        di Forma 4.1
34    Matteo Ragni: spazi emozionali e l’arte del
         recupero attività
40    I “magnifici 6”ovvero la nostra lega di barman a  
        caccia di trend
48    Sveliamo l’anima slow del bar. Con suggerimenti 
         e  nuove idee
52    Cosi cambia la notte italiana
56    Musica, più che un contorno, una risorsa
         scacciacrisi
58    L’età d’oro degli anni Settanta nella one night
        Flower Power tecnologia
60    Contro il caro acqua, rubinetti ecologici e magari
        di design
giochi&scommesse
66    Videolottery e new slot, una convivenza possibile
68    il gastronauta
70     layout   
72     cliente misterioso   
74     protagonisti

PROFESSIONE
gestione
77 Tempi di pagamento ai fornitori. I bar non sono un
     esempio. Colpa, anche, della crisi
79 Quattro colori per “catalogare” i clienti
norme&fisco
80 Videojukebox: istruzioni per l’uso
81 Musica e vicinato. Ecco come comportarsi
82 Più garanzie con le indicazioni geografiche
83 Etichette Gda, gli italiani leggono e apprezzano
84 Prorogato ancora per due anni l’indennizzo per chi
     decide di cessare l’attività
85 Addio all’Irap per i piccoli imprenditori? Ecco cosa
      cambierebbe
formazione
86 Corsi su misura da Bar University
88 Professionisti del bar “made in Fipe”
FOOD&DRINK
prodotti
90 La dolcezza su misura, tra vari tipi di zucchero,
     dolcificanti e mieli
ricettario
94 Cocktail invecchiati in vetro o affinati in barrique.
      Non è una stravaganza, ma una tendenza che partita
      da Londra sta conquistando i bartender Usa
98 Reportage dal concorso nazionale Aibes di Mestre-
      Venezia: vince Caterina Lasagna con una ricetta
      formato export
100 drink da raccontare    
102 birra&co   104 vini al bar   106 l’angolo del caffè   108 letti al bar
IMPRESE&MERCATI
top management
110 Giovanni Spadola, presidente Moak, ribadisce il
       ruolo strategico della formazione e del   
       merchandising
zoom
114 Il mercato soft drink in Europa e Italia. Dopo un periodo di calma si torna a crescere
aziende
116 Piper e Charles Heidsieck, in cerca di un nuovo
       timoniere
119 Brugal, re dei Caraibi
120 Buy Wine, mille etichette per la carta dei vini
121 AsSso: il cash votato al servizio
122 La proposta Eraclea sbarca al Sigep. In due ricchi 
       stand
123 giù il cappello   
125 agenda   
126 annunci   
128 indirizzi

Infusioni e spezie lanciano i nuovi cocktail d’autore

Concorsi –

Disaronno è stato al centro del concorso The Mixing Star, in concomitanza con il Festival Internazionale del Film di Roma. Il vincitore volerà a Hollywood

Liquore dolce ottenuto dall'infusione in alcol di mandorle ed erbe officinali, Disaronno è protagonista della mixability internazionale. Sponsor del Festival Internazionale del Film di Roma, Disaronno è stato al centro del concomitante concorso di cocktail The Mixing Star. Oltre 500 i concorrenti, solo dodici i finalisti: Gerardo Calippo, Giovanni Di Somma, Alessandro Bonventi, Francesca Raviola, Mattia Pastori, Mario La Pietra, Ciro De Georgio, Gabriele Fedeli, Maria Grazia Licursi, Leonardo Leuci, Francesco Cione, Riccardo Nattero. Tre le prove: preparazione di un classico come Disaronno Sour e due ricette personali per Disaronno Signature Cocktail e Disaronno Shot. Presentata da Andrea Costa, la finalissima si è tenuta il 29 ottobre nel Ristotheatre Centrale. Vincitore è risultato il barman mixologist Leonardo Leuci, 34 anni, gestore dei 4 cocktail bar Friends di Roma e socio di Speakeasy. Dedicato a un amore perduto (Fabiana), il cocktail Faby Kiss ha convinto la giuria per il bilanciamento dei gusti di frutta, con una nota piccante.
Da sottolineare la preparazione di Disaronno Shot in una teiera d'argento con Disaronno ghiacciato, aromatizzato con scorze d'arancia e servito in tazzine in cui sono state aggiunte (con il contagocce) essenze di torba e bitter alla ciliegia, oltre a un mix di crema e fragole. La premiazione si è tenuta alla terrazza dell'Hotel Bernini Bristol, alla presenza dell'ad di Ilva Saronno, Augusto Reina, e della madrina Gaia Bermani Amaral. In premio una settimana a Hollywood e una parte in un film come bartender.

Non si vive di solo design

Dal mondo –

Arredi griffati, Champagne, cocktail e piatti fieramente britannici. Al 34° piano del Centre Point di Londra il nuovo locale di Tom Dixon

Design Week di Milano del 2006. Tom Dixon, mito del design britannico, presenta al Superstudio di via Tortona il suo temporary bar per Bombay Sapphire. Lo battezza Blue Room. In quegli anni gli arredi vintage iniziavano a invadere i locali.
E quel “bar a tempo”, coi suoi arredi rétro, era come un frammento di passato catapultato nel presente: dalle sue Rubber Band chair, una sedia con bande elastiche in gomma “rubata” ai bar-latterie d’antan, alle tappezzerie in stile psichedelico anni ‘70.
Si trattava di una combinazione di elementi capace di creare un’atmosfera a metà tra un lounge e un vecchio domestico. Come può succedere osservando certe immagini del fotografo Martin Parr, un maestro nel descrivere la Britannia di serie B: quella fatta di caminetti di plastica, divani Chesterfield consumati e moquette spesse tre dita. Nel 2008 quel concept temporaneo di Dixon, seppur riveduto e corretto, ha preso vita nel centro di Londra. Il locale si chiama Paramount, regala una vista a 360° sulla città, e occupa i tre piani più alti di uno dei palazzi più iconici e amati della città, il Centre Point. Il polifunzionale accoglie uno spazio per eventi al 31° piano, un bar e ristorante al 32° e una Champagnerie al 33°. I proprietari Pierre e Kathleen Condou hanno affidato a Dixon l’intero progetto.
Ne è venuto fuori un locale di grande stile, all’interno del quale gli ospiti possono bere, mangiare e intrattenersi, in un ambiente dal design ardito che riflette lo stile sofisticato e modernista di Richard Seifert, l’architetto che negli anni dei Beatles e della Swinging London progettò questo palazzone di 117 metri a due passi da Tottenham Court Road.

Una scultura al bar

All’ingresso del Paramount il visitatore s’imbatte in un grande banco rivestito in rame. In effetti definirlo “banco” è riduttivo. Si tratta di una vera scultura, multisfaccettata e piena di angoli spigolosi sul fronte. Un messaggio implicito che suona, più o meno così: “non sederti, questo bel bancone serve solo per preparare cocktail. Accomodati più avanti, c’è un salottino riservato”. Il resto del locale è uno showroom di Tom Dixon: lampade pendenti, poltroncine coniche, un sistema di luci basse per godere del panorama della città dall’alto. Nel menu del bar, dalla grafica coordinata con l’immagine del locale, spicca la sezione dedicata ai Prosecco Cocktails (vedi Bellini) e Champagne Cocktails. A un prezzo medio di 12 sterline (14 euro) sono proposte specialità come il French 75 o lo Champagne Cocktail, un classico senza tempo preparato con Cognac, zollette di zucchero bagnate nell’Angostura Bitters e completato con Billecart-Salmon Champagne. Tra i drink più apprezzati, specie dal palato femminile, segnaliamo il Roseberry Fizz, che il menu definisce efficacemente come “a decadent opulence in a glass”, una lussuria nel bicchiere. Una coppetta con una base di lamponi freschi, sciroppo di rose e liquore di licci shakerati, completata con Champagne.
Al ristorante lo chef Colin Layfield ha puntato su un menu tipicamente inglese, una soluzione insolita in una metropoli cosmopolita come Londra. Nel menu troviamo: quaglia, insalata di patate e fagiolini con noci; piccione con polenta, grana e rucola; merluzzo con burro, gamberetti e limone e terrina di limone con spuma di lamponi e sorbetto di Champagne. Una cena completa si aggira sui 35-40 euro.

Premio a pagamento

Un’ultima nota. Il locale è nella rosa dei candidati per le categorie Migliori interni, Locale innovativo e Migliore sistema d’illuminazione del Restaurant and Bar Design Awards. Si chiama così il premio attribuito da una giura composta da stampa britannica, creativi e architetti. Un trofeo speciale in tutti sensi. Per partecipare, e aspirare alla candidatura, si devono compilare una scheda sul sito www.restaurantandbardesignawards.com e versare la cifra di 75 sterline (90 euro). In questo modo si può ricevere la visita dai critici gastronomici e degli altri giudici. Il fatto, sarà saltato all’occhio, è che si paga per essere inseriti tra i candidati. E tutti pagano la stessa cifra. Vuoi che sia l’unico modo per garantire trasparenza ed equità di giudizio? Magari è proprio questa l’unica strada percorribile per evitare combine, querelle, attribuzione di stelle, incoronazioni, scappellamenti e crisi isteriche a cui abbiamo assistito negli ultimi anni.

Dal vigneto all’aperitivo

Top management –

Paolo Fontana, ad di Gancia, svela la sua strategia. Tra master per bartender, Bar Gancia e scouting internazionale di nuovi prodotti

Sono passati 160 anni da quando Carlo Gancia, il fondatore, tornò in Italia con i segreti e le tecniche del metodo classico francese detto “champenoise”. Da allora l’azienda F.lli Gancia & C. non ha mai smesso di occuparsi di bollicine. In tempi recenti (2009) l’azione di rebranding è stato il primo passo di un percorso evolutivo in cui vanno inseriti una nuova campagna di comunicazione (Sganciamoci) e il lancio di nuove linee di prodotti premium, tra cui Cuvée Gancia Metodo Classico per l’horeca. La gamma attuale copre diverse esigenze. Va dagli spumanti ai vini, dagli spirit agli Champagne, dai distillati alle acque. Ai marchi di Casa Gancia, l’azienda affianca brand dei quali è distributrice. Tra gli spirit, in particolare, vanta un portfolio con prodotti molto apprezzati nelle bottigliere dei cocktail bar. Tra i fiori all’occhiello Angostura, Galliano, Plymouth gin, Stolichnaya. In generale, negli ultimi anni, dal Gruppo Spi a Bols, sono stati diversi e importanti i gli accordi di distribuzione.

A Paolo Fontana, amministratore delegato, chiediamo innanzitutto quali saranno le prossime mosse.

«I marchi internazionali acquisiti dopo Maxxium - come Spi e Bols - sono stati in questi anni i nostri cavalli di battaglia e ci hanno permesso di creare un portfolio forte e diversificato. Molte sono state le iniziative legate a questi marchi. Quest’anno, per esempio, apriremo a Roma il primo Elit Bar dedicato alla vodka premium Spi. Un’iniziativa d’impatto per promuovere un marchio che in Italia - con Stolichnaya e Moskoskaya - già riscuote apprezzamenti superiori alle nostre più rosee aspettative. Continuiamo in ogni caso il nostro scouting internazionale di brand e prodotti alla ricerca di marchi sinergici con il nostro nuovo posizionamento e capaci di ampliare le nostre quote di mercato. Le sinergie messe in atto ci hanno permesso di conseguire ottimi risultati e ben sperare in termini di prospettiva di crescita per questi nuovi marchi internazionali. Ancor meglio che con Maxxium - e forse grazie al fatto che coordiniamo internamente anche il marketing di questi prodotti - siamo riusciti a integrare questi marchi nel nostro portfolio con risultatati eccellenti che hanno aperto nuove e significative prospettive di consumo».

Le vostre attività per il mondo dei locali: bilanci di quelle realizzate e progetti futuri.

Il bar in Italia - fulcro della socialità e della vita quotidiana di ciascuno di noi - è divenuto per Gancia un punto di riferimento strategico per riposizionare il mondo delle bollicine verso un pubblico diversificato - e talvolta più giovane - che può apprezzare i nostri prodotti a pasto o per l’aperitivo. Se Gancia è ancora numero uno in termini di volumi con prodotti gdo, per il mondo dei bar abbiamo oggi a disposizione una serie di prodotti nuovi e di più alta gamma che riteniamo perfetti per questo canale. Stiamo in tal senso sviluppando nuove iniziative fra cui anche dei test di nuovi format come il “Gancino”, bar recentemente aperto a Milano in Via Tortona che, proprio nel nome, recupera il tipico aperitivo a base di spumante brut che Gancia introdusse negli anni Settanta e che oggi intende recuperare e rilanciare nel nostro Paese.

State pianificando iniziative specifiche per i bartender?

Molte. Gancia in tal senso ha una tradizione consolidata - quella del Gancia Flair Challenge - che ci viene riconosciuta e che intendiamo recuperare. Attraverso master specifici offriremo l’opportunità ai professionisti italiani di interagire con i migliori bartender internazionali in una riscoperta della mixability di qualità che per noi è sinergica col nuovo portfolio, ricco e diversificato. Ma vi sono anche iniziative internazionali di spessore. Penso alla recente apertura in Germania di un Bar Gancia dall’atmosfera del tutto simile al nostro Spazio Gancia a Milano - interamente dedicato alle nostre bollicine di qualità. Un bar che è collocato all’interno di uno dei più importanti grandi magazzini di Monaco: il Ka de We (Kaufhaus des Westens), che dal 1907 è un illustre punto di riferimento per la città. Al suo interno il Bar Gancia propone le nostre bollicine più raffinate a un pubblico che mostra di apprezzarle.

Chiudiamo con un tema caldo. Il cosiddetto “bere responsabile”. Quale impatto hanno avuto le nuove regole sul vostro mercato?

Come ha dichiarato recentemente Federvini, in Italia la cultura del “bere mediterraneo” è più efficace di qualsiasi regola imposta. In Italia si beve con moderazione e con una particolare sensibilità verso la qualità dei prodotti che beviamo. Se ci confrontiamo con Paesi come il Regno Unito e la Germania, è evidente che il nostro modo di bere è prevalentemente legato a una sana convivialità, alla buona tavola e alla moderazione. Solo una quota minoritaria di persone eccede con l’alcol, ma per questo bisogna continuare a promuovere il nostro “modo tradizionale” di affrontare il bere in modo sano e conviviale, ovvero moderato. In questo - nella diffusione di una cultura della responsabilità - Gancia crede fortemente.

Whisky cocktail vecchi e nuovi

Mixability –

Dai classici di Chris McMillian alla ricerca di Gianmario Artosi: gli insegnamenti di due grandi barman per chi vuole cimentarsi nella miscelazione

New Orleans sta al cocktail come Chris McMillian sta alla storia della miscelazione a base di whisky. La creatività dei bartender al lavoro nella celebre città della Louisiana ha generato alcune tra le bevande miscelate più famose al mondo. Qui si dice sia nato il primo cocktail a base di whisky, il Sazerac (vedi ricetta in basso): deriva quasi sicuramente dal Brandy Cocktail. Quando venne a mancare il Cognac, a causa della fillossera, fu sostituito con il rye whiskey, mantenendo come principio amaricante l’assenzio e il Peychaud’s bitter. La carica amara fu stemperata nel bicchiere (la storia vuole fosse un coquetelle) da una zolletta di zucchero.
Nella città sulle rive del Mississippi, culla del bere miscelato, dove ha sede un’istituzione come il Museum of the American Cocktail, Chris McMillian è un punto di riferimento per gli amanti del whisky: per esperienza, per cultura, per competenza e… anche per la stazza fisica (è una sorta di gigante). Senza contare che è tra i fondatori del Museum. Lo abbiamo incontrato allo Slow Fever Cocktail Bar, spazio di mixology realizzato da Velier in collaborazione con Slow Food nell’ambito dell’ultima edizione del Salone del Gusto di Torino.
Le specialità di McMillian sono Sazerac, Mint Julep, Ramos Gin Fizz. I suoi cocktail sono i classici: in questi crede e questi studia, risalendo alle loro origini.
Variazioni sul tema non le concepisce proprio. Guarda con occhio benevolo le nuove tendenze, in cui vede crescere presenze aromatiche come cetriolo, rabarbaro, sedano; gusti più sapidi; specialità alcoliche, succhi e topping innovativi con cui creare bevande per le nuove generazioni.
«Per i giovani barmen che vogliono esprimere la propria creatività è un periodo bellissimo - afferma McMillian -. Ma un mio cocktail non ha più di tre ingredienti e possiede un gusto semplice e appagante». Con questi soddisfa i clienti del Bar UnCommon, ospitato all’interno del 1925 Renaissance Pere Marquette Hotel, albergo storico trasformato in una struttura raffinata tutta dedicata al jazz.
Valorizzare la tradizione non è però l’unica strada per chi vuole fare miscelazione con il whisky. Evoluzione e contaminazione sono le strade scelte da Gianmario Artosi, barman all’Hotel Marriott di Milano. La sua ricerca parte da 4 whisky e altrettante ricette classiche legate a essi. Come il Rob Roy, in cui lo scotch si fa morbido al palato grazie alle erbe e spezie del vermouth rosso. Il gusto forte e delicato rende il whiskey irlandese il più adatto a unirsi al caffè, lo zucchero e la panna nell’Irish Coffee. Nel Manhattan, la rotondità del rye è esaltata dal vermouth rosso e due gocce di Angostura. La “dolcezza” del bourbon emerge nell’Old Fashioned. Perché innovare? «I miei maestri pensavano che fosse difficile inventare nuove ricette valide. Ma gli umani hanno scoperto che con l’aereo si vola più lontano e ci si stanca meno che con i piroscafi. Viaggiando hanno scoperto nuove piante, spezie, prodotti naturali e anche chimici. La complicità dei barmen ha fatto scaturire nuove creazioni e nuove mode».

Variazioni sul tema classico

Ed ecco due variazioni sul tema whisky frutto della ricerca di Artosi. Fanno riferimento al mondo Irish Coffee le sue preparazioni che uniscono al whiskey, creme di liquore, yogurt e gelati. L’Old Fashioned si presta per accogliere altra frutta, oltre alle guarnizioni codificate (arancia, limone, ciliegine). E il Rob Roy? «Non c’è rivisitazione che possa oscurare la ricetta originale».

Lo spumante italiano batte lo champagne

Classifiche –

I dati 2010 di Assoenologi confermano il sorpasso della produzione Made in Italy grazie a un boom dell’export

L'Italia finalmente sorpassa la Francia nelle bollicine. Secondo quanto rivelano i dati di Assoenologi, nel 2010 nel nostro Paese sono state prodotte 380 milioni di bottiglie di spumante, dato che ci pone al primo posto nella classifica mondiale in termini di quantità di prodotto venduto. Grazie soprattutto alle vendite di Prosecco e Asti, risultati positivi si registrano su tutti i principali mercati europei , dalla Germania (+9%) al Regno Unito (+3%) mentre negli Usa la crescita è a doppia cifra (+16%). Indicazioni favorevoli arrivano anche da alcuni nuovi mercati come la Russia, dove le spedizioni italiane sono più che raddoppiate (+115%), così come in Brasile (+102%) e nella Repubblica Ceca (+136%).

La leadership del fatturato rimane transalpina
I produttori italiani hanno sorpassato così i concorrenti d'Oltralpe, che con 370 milioni di bottiglie, soprattutto Champagne, si devono accontentare del secondo posto nonostante un 2010 brillante: i dati ufficiali Civic (che rappresenta tutti i produttori di Champagne transalpini) a ottobre segnalavano un +12,4%, che si trasforma in un +22% per le vendite nei paesi europei. Considerato il prezzo medio notevolmente superiore delle bottiglie francesi, la leadership nel giro d'affari è comunque saldamente in mano transalpina (circa 4,5 miliardi di euro di fatturato contro gli 1,2 miliardi degli spumanti italiani). La Spagna è invece terza nella classifica delle bollicine in termini di quantità, con 320 milioni di bottiglie, per la maggior parte Cava.

Il Natale aiuta i consumi interni 
Il periodo natalizio, ovviamente, sarà caratterizzato da un forte consumo di bollicine: Assoenologi stima che tra il 10 dicembre e il 10 gennaio si stapperanno o si regaleranno nel mondo 150 milioni di bottiglie (40 milioni in Italia) di bottiglie di spumante italiano, il 40% del totale prodotto nel 2010. I brindisi per le festività dovrebbero aiutare anche i consumi interni: gli italiani, infatti, consumano “solo” 3,5 bottiglie procapite all'anno, contro le 6 dei tedeschi, le 5 dei francesi e le 4 degli spagnoli; anche i dati relativi alla prima parte del 2010 non evidenziano una particolare impennata delle vendite interne (+1,1% nella Gdo). Sotto le feste la situazione dovrebbe invece migliorare: «Nelle festività gli italiani spenderanno in vini e bollicine, al supermercato, in enoteca o al ristorante, circa 1 miliardo di euro - ha dichiarato Giuseppe Martelli direttore generale di Assoenologi - . In questo periodo, come accaduto lo scorso anno, si prevede un incremento delle vendite di confezioni regalo di vini e spumanti che, nonostante il periodo di crisi, faranno registrare un +3% rispetto al 2009».

Piatti e panini solo su misura

Nuovi format –

Il gruppo Emme Sei ha lanciato il Mò Comfort Café, italian snack food con un’offerta diversificata per orario e tipologia di clienti

Sono oltre cento, in vari Paesi del mondo, i ristoranti “Fratelli La Bufala Casual Dining Restaurant”, un format di successo della holding Emme Sei dell'imprenditore campano Giuseppe Marotta. Forte di questa esperienza, il gruppo ha lanciato altri locali, da “Vulkania Fire and Store Neapolitan Pizzeria” a “Mamma Oliva Pizzaiola Extravergine”. Ultimo in ordine di tempo è il “Mò Comfort Café”, snack food informale dove è possibile mangiare a qualsiasi ora del giorno (dalle 7.30 alle 20) dalla colazione al lunch, dal tè del pomeriggio all'aperitivo serale, con un menu di stagione che cambia ogni due mesi. Il tutto servito in un'atmosfera familiare, con un arredo semplice ma confortevole, firmato dall'architetto Lelia Castellano.
«Il principio ispiratore dei nostri piatti - precisa Sandro Abeille, vicepresidente per lo sviluppo in franchising del gruppo Emme Sei - è l'elogio del cibo fresco e genuino, con prodotti di base tutti italiani». Il primo Mò Comfort Café è stato inaugurato all'interno del rinnovato magazzino Upim Pop di piazzale Corvetto, nella zona sud di Milano. Dotato di entrata indipendente, è stato ricavato nell'ampio seminterrato di 150 mq e ha 45 posti a sedere. Varie sono le tipologie di consumo. Sui lunghi tavoli da dieci posti e dal ripiano di marmo (come le cucine di una volta), è possibile gustare la prima colazione a base di pane fresco croccante appena sfornato, torte della casa, biscotti, marmellate e brioche mignon artigianali. Da segnalare la possibilità per il cliente di versarsi in tazza il caffè (Kimbo) direttamente dalle macchine moka, di varie capacità, servite appositamente in tavola (colazione completa a 6,90 euro).
Per cominciare bene la giornata sono disponibili quotidiani, cuffie wireless per ascoltare la musica preferita e collegamento free wi-fi per navigare in rete con il computer personale. Per un break salutare sono proposte diverse zuppe di verdura, senza conservanti o addensanti. Realizzate con prodotti di stagione grazie alla partnership con l'azienda specializzata Monzurò di Eboli (Sa), le zuppe possono essere arricchite con ingredienti come crostini, formaggi, erbette e condite con diversi olii di oliva extravergine italiani (5,90 euro). Le insalate sono preparate su misura per il cliente: al banco di servizio si seleziona l'insalata base, che va arricchita con ingredienti a scelta (6,90 euro). Farciti con i migliori salumi italiani, i panini possono essere di pane bianco o multicereali (6,90 euro). Da notare la presentazione in vetrina del panino aperto, per mettere in evidenza la farcitura. Per i clienti che desiderano un piatto completo, c'è la proposta Comfort (6,90 euro), mix di pasta fresca ripiena o di prosciutto e formaggio con contorno di verdure. Per i clienti wellness, è a disposizione una ricca scelta di spremute e centrifugati di frutta o verdura, oltre a yogurt a base di latte di bufala. Per completare la proposta gastronomica i bambini hanno a disposizione il menu kids (5,90 euro) mentre, per i più grandi, sabato e domenica (dalle 8 alle 15) viene servito il brunch (12 euro).

Una formula per il franchising

«Il nostro punto di forza - precisa Sabato Manzo, responsabile sviluppo del format Mò Comfort Café - è l'ottimo rapporto prezzo-qualità, realizzato con un'organizzazione del lavoro di tipo anglosassone. Non disponiamo infatti di licenza ristorante ma solo di bar, per cui ci limitiamo ad assemblare le proposte food o al massimo a scaldarle. Non essendoci manipolazione, in cucina non lavora un cuoco, ma solo un food maker, mentre il personale di servizio riceve una preparazione professionale multifunzione: può quindi servire al banco, ma anche portare ai tavoli piatti e panini realizzati al massimo in cinque minuti su prenotazione. Lavorano in base a uno scadenzario orario al fine di arrivare ai momenti “caldi” di consumo come il pranzo con tutti gli ingredienti disponibili. La nostra formula è ormai ben rodata, tanto che prevediamo altre aperture in franchising. Per il momento l'apertura del secondo Mò Comfort Café sarà all'interno di un altro grande magazzino, il Coin di piazzale Loreto, sempre a Milano».

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