La linea ODK Smoothie, con tutto il sapore della frutta per il bar diurno, e Stillabunt Supersour, un acidity booster per la mixology d’alta gamma, le nuove creazioni che arricchiscono l'offerta dell'azienda
Il mondo delle bevande accoglie due nuove proposte firmate Orsadrinks, pensate per soddisfare esigenze diverse e conquistare consumatori con gusti raffinati. Da un lato, la linea ODK Smoothie, un’esplosione di freschezza perfetta per il mercato diurno; dall’altro, Stillabunt Supersour, un innovativo acidity booster destinato alla mixology d’alta gamma.
ODK Smoothie: freschezza e gusto in ogni sorso
Disponibili in sei irresistibili gusti, gli smoothies ODK sono l'alleato perfetto per una pausa gustosa e rinfrescante, ideale in qualsiasi momento della giornata. Confezionati in pratiche pouches, si preparano in un attimo: basta versare il prodotto, aggiungere ghiaccio, frullare... e assaporare un delizioso smoothie!
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Senza conservanti né coloranti artificiali, gli smoothies ODK sono realizzati esclusivamente con polpa di frutta di alta qualità, garantendo un mix di genuinità e bontà. Perfetti per chi cerca un’alternativa sana e naturale, conquistano anche chi è attento al benessere senza rinunciare al piacere.
Stillabunt Supersour: il tocco audace della mixology di alta gamma
Stillabunt Supersour è un prodotto innovativo, sviluppato nei laboratori Orsadrinks: un mix di sali e acidi, creato come esaltatore di acidità.
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Può essere usato concentrato in gocce, come tocco finale nei cocktail prima di servirli, per conferire un boost di acidità.
In alternativa, può essere utilizzato diluito per sostituire il succo di limone o lime quando la consistenza degli agrumi freschi non è necessaria, oppure per la preparazione di super juice.
La sua versatilità lo rende un ingrediente prezioso per signature cocktail, capaci di ridefinire l’esperienza sensoriale nel mondo della miscelazione.
Orsadrinks continua a dimostrare il proprio impegno nell’innovazione, offrendo prodotti che non solo rispondono alle richieste del mercato, ma anticipano le nuove tendenze nel settore beverage.
Con ODK Smoothie e Stillabunt Supersour, la qualità incontra la creatività in due proposte destinate a lasciare il segno.
Charterhouse ha ceduto il gruppo italiano, attivo nel mercato del gelato artigianale, della pasticceria e del bere miscelato, a un gruppo di investitori guidato da Terlos. Tra i partner della cordata anche Javier Ferrán, attuale presidente di Casa Optima
Cambio di proprietà per Casa Optima. Charterhouse Capital Partners, proprietaria del gruppo italiano attivo nel mercato del gelato artigianale, della pasticceria di eccellenza e del bere miscelato con i suoi con i suoi otto marchi, Mec3, Giuso, Modecor, Pernigotti Maestri Gelatieri Italiani, Florensuc, Ambra’s, Blend e DOuMIX?, ha raggiunto un accordo per la sua cessione a un gruppo di investitori guidato da Terlos. È questa una società di investimento privata specializzata in marchi consumer europei, che ha come partner nell’operazione Javier Ferrán, attuale presidente di Casa Optima, e una controllata interamente posseduta da Abu Dhabi Investment Authority, uno dei più grandi fondi sovrani di investimento al mondo, di proprietà dell'Emirato di Abu Dhabi.
Il valore dell’operazione si aggira sui 900 milioni di euro, cifra rilevante che testimonia la centralità del gruppo italiano, che ha sede principale a San Clemente (Rimini), nei mercati di riferimento. Gruppo che oggi serve oltre 30.000 gelaterie e 6.000 pasticcerie in oltre 150 Paesi nel mondo, ha cinque siti produttivi e oltre 1000 collaboratori, dei quali circa 700 in Italia.
Una crescita spettacolare
A partire dal 2016, anno della sua acquisizione da parte di Charterhouse Capital Partners, Casa Optima è stata protagonista di uno spettacolare processo di crescita, che ne hanno fatto una realtà di riferimento a livello globale con un portafoglio completo di ingredienti di alta qualità per gelati artigianali, pasticceria e bevande.
Una crescita sia per linee interne sia tramite acquisizioni strategiche di alcuni dei principali marchi del settore, come Modecor, Giuso, Blend Coberturas e Pernigotti Maestri Gelatieri Italiani, ai quali qualche anno fa si è aggiunto il nuovo nato DOuMIX?, con il quale il gruppo ha fatto il suo ingresso nel mercato beverage e della miscelazione. Operazioni accompagnate da importanti investimenti in ricerca e sviluppo e dal rafforzamento del team manageriale, con la nomina di Francesco Fattori nel ruolo di ceo e di Javier Ferrán come presidente (leggi Javier Ferrán è il nuovo presidente del Cda di Casa Optima).
Proseguire l'espansione del gruppo
Un percorso di sviluppo che ora proseguirà con il supporto della nuova proprietà. «Da quando ho fatto il mio ingresso nel Consiglio di amministrazione di Casa Optima, sono rimasto molto colpito dalla forza del gruppo e dal valore del suo management, e dalla portata e dalla qualità delle opportunità strategiche che si prospettano per la società nel prossimo futuro – ha commentato Ferrán in una nota che annunciava l’operazione -. Intendiamo ora continuare la collaborazione con Francesco e con il team di gestione per capitalizzare la nostra leadership e rafforzare il posizionamento raggiunto dall'azienda negli ultimi anni sotto la guida di Charterhouse».
«Grazie al continuo supporto di Charterhouse, negli ultimi anni, Casa Optima è stata in grado di realizzare un’espansione solida sia a livello di ricavi sia di utili, grazie a forti piani di internazionalizzazione, a numerose acquisizioni strategiche e allo sviluppo di marchi e prodotti di successo – ha aggiunto Fattori -. Siamo entusiasti di continuare a lavorare con Javier, insieme a Terlos, mentre continuiamo a perseguire i nostri ambiziosi piani di crescita organica e inorganica».
Pasticceria, formazione e inclusione si legano nel progetto solidale La Brioche perfetta della Maestro Martino Food Academy per il locale milanese che supporta le attività della Fondazione Tog
Tra gli ingredienti della brioche perfetta c'è anche la solidarietà. Che è uno dei muri portanti del progetto della Maestro Martino Food Academy, presieduta dallo chef Carlo Cracco, per Tog Bistrot, locale nato a Milano per affiancare e supportare Fondazione Tog, realtà d'eccellenza nella riabilitazione di bambini con patologie neurologiche. Proprio nel bistrot si possono assaggiare le diverse declinazioni, dolci e salate, di La Brioche perfetta, messa a punto da studenti dell'accademia guidati da tutor come Daniele Fiora, pastry chef di Cracco in Galleria.
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La brigata del Tog Bistrot
Daniele Fiora, pastry chef di Cracco in Galleria a Milano
«Ci siamo confrontati chiedendoci cosa rende, per noi, un prodotto perfetto», racconta Fiora. Vale a dire gusto, consistenza e bellezza. «Per il gusto abbiamo puntato su materie prime di alta qualità, come la farina di Molino Dallagiovanna, che dà elasticità e permette di garantire uno standard qualitativo costante. Abbiamo poi usato tre vaniglie per dare un bouquet aromatico più completo, con note di caramello speziate e fresche, e un burro molto tecnico che permette di avere una ottima plasticità e uno sviluppo alveolato». La consistenza ricercata voleva essere friabile all'esterno e morbida all'interno, mentre a livello estetico si è puntato molto su una bellezza classica ma riconoscibile.
Bontà dolci e salate
Il risultato è una linea ben riuscita di brioche di ispirazione francese, realizzate con lievitazione naturale e farciture fresche. Tra le proposte da provare al Tog Bistrot ci sono pistacchio, lamponi, crema pasticcera e albicocca (brioche vuota 1,80 euro, farcita 2,30 euro). O, passando al salato (4,50/6,50 euro), bresaola con caprino e mandorle, speck con brie, mela verde e miele, caponata con hummus di cannellini, olive nere e basilico, salmone affumicato con avocado e cetriolo (in questo caso con impasto alle alghe). Al momento le brioche, che sono abbattute da crude prima della lievitazione, possono essere assaggiate solo al locale in zona Derganoo nel catering solidale proposto da Tog Bistrot.
Tutto il gusto della solidarietà
Non bisogna infatti dimenticare l'ingrediente chiave del progetto: la solidarietà. L'attività di Tog Bistrot e del suo catering promuovono l'inserimento lavorativo di studenti degli istituti alberghieri e sostengono il lavoro della Fondazione Tog, che garantisce percorsi riabilitativi gratuiti e d'eccellenza (anche tecnologica) ai bambini con patologie neurologiche. Mentre Maestro Martino Food Academy, accademia promossa dall'associazione culturale Maestro Martino presieduta da Carlo Cracco che gestisce anche il ristorante didattico Villa Terzaghi alla porte di Milano, forma le nuove generazioni della ristorazione garantendo un'educazione gratuita agli studenti meritevoli e facilitando l'ingresso al mondo del lavoro a persone con disabilità.
Tra i partner coinvolti nel progetto, che ha visto al lavoro dieci studenti dell'istituto professionale Ial Lombardia, ci sono Molino Dallagiovanna con la sua linea di farine tecniche di alta gamma, RoboQbo, azienda italiana specializzata in tecnologie avanzate per la trasformazione alimentare, Irinox, leader nelle tecnologie per la conservazione e il freddo, Koppert Cress, specializzata in crescioni e fiori edibili e che si è occupata della vaniglia e delle alghe, e Valko Italia, riferimento nella produzione di attrezzature per la cottura e conservazione sottovuoto.
Grazie alla collaborazione tra le due realtà i robot camerieri Mars di Roboost ora integrano la piattaforma Qodeup, che permette ai clienti di consultare il menu, ordinare e pagare in autonomia
Alta tecnologia a servizio dei locali. È questo l’obiettivo della collaborazione tutta italiana tra Robooste Qodeup. Il primo è il marchio di robot diAlascom, pioniera nella robotica industriale, mentre la seconda è una startup che ha sviluppato una piattaforma di self-ordering per il settore del fuoricasa. Collaborazione grazie alla quale i robot camerieri Mars di Roboost saranno dotati sul loro schermo led frontale della piattaforma Qodeup, che combina menù digitale multilingue, ordinazione self-service e pagamento contactless in un’unica soluzione.
Un tale connubio di tecnologie rende i Mars dei robot camerieri tuttofare, capaci non solo di consegnare i piatti ai tavoli e ritirare le stoviglie sporche. Grazie all’integrazione della piattaforma, i robot consentono alla clientela, anche internazionale, di visionare l’offerta del locale, ordinare e saldare il conto in autonomia dal tavolo. Il tutto senza necessità di scaricare app, ma utilizzando semplicemente il proprio smartphone e un browser.
Migliorare la gestione del flusso ai tavoli
Una partnership che nasce dunque con l’obiettivo di supportare e i gestori nella loro attività, snellendo e velocizzando il lavoro all’interno del locale, riducendo le attese, migliorando la gestione del flusso ai tavoli e offrendo un’esperienza futuristica e distintiva ai clienti. Con la piattaforma Qodeup ogni tavolo diventa infatti un punto di pagamento virtuale, semplificando l’intero processo per sia per i clienti sia per gli operatori. Il sistema consente, tra l’altro, di dividere il conto e di concludere la transazione in pochi secondi, con carta o wallet digitale, mentre i gestori possono monitorare tutte le operazioni in tempo reale attraverso una dashboard integrata con il gestionale di cassa.
I robot camerieri Mars
Da parte loro i robot camerieri Mars ottimizzano le operazioni in sala. Dotati di quattro ripiani, consegnano i piatti e ritirano le stoviglie in modo autonomo, trasportando pesi fino a 40 kg, 3 volte superiori a una persona, garantendo un servizio più veloce e affidabile anche durante i picchi di lavoro. Lavorano fino a 10 orecontinuative, 7 giorni su 7, si ricaricanoin 3 ore e si muovono in autonomia su qualsiasi superficie e in qualsiasi ambiente, anche complesso, grazie alla visione a 180° e a sensori e telecamere Lidar avanzati che mappano l’ambiente e consentono loro di evitare gli ostacoli e di seguire percorsi ottimizzati per risparmiare tempo.
A evitare errori nella consegna al tavolo provvedono i vassoi intelligenti che indicano al cliente, tramite codice colore dei led laterali, il ripiano corretto dal quale prendere ciò che ha ordinato. Inoltre, l’ampio display frontale consente anche di gestire comunicazioni, come messaggi promozionali o di eventi, menù o prenotazioni. In questo modo i robot camerieri offrono un contributo importante all’attività e ai loro colleghi umani, aiutandoli nei lavori ripetitivi e noiosi e permettendo loro di concentrarsi sugli aspetti più importanti del servizio in sala: la cura dell’ospite.
Un blend di sali e acidi, che fa da esaltatore di acidità, al servizio della mixology d’alta gamma. È il nuovo Stillabunt Supersour, l’ultimo prodotto lanciato da Orsadrinks, azienda di Marene (Cn), attiva dal 1992 e specializzata in soluzioni innovative per la miscelazione. I prodotti della linea Stillabunt sono pensati per «aggiungere un tocco di magia ai drink in poche gocce», come afferma l’azienda piemontese.
Il nuovo prodotto Supersour può essere usato concentrato in gocce, come tocco finale nei cocktail, per dare al drink un boost di acidità. In alternativa, se diluito, può servire per sostituire il succo di limone o il lime, quando la consistenza degli agrumi freschi non è necessaria, oppure per la preparazione di super juice.
Disponibile inflacone di vetro da 95 ml, è un prodotto senza alcol, composto di materie prime 100% naturali, garantito vegano e gluten-free e con una lunga shelf life. Supersour va ad aggiungersi agli altri prodotti della linea Stillabunt, composta da cocktail foamer, come il Magic Velvet, che risolve con un prodotto vegano le criticità legate all'utilizzo dell’albume fresco, e la gamma di bitter naturali, che aggiungono sapore e profumo in poche gocce.
Dal 27 al 29 settembre a Parigi la ventunesima edizione della manifestazione, tra le principali a livello internazionale dedicate ai whisky e agli spirit. Ad attendere professionisti e appassionati centinaia i brand che nelle 7 aree tematiche presenteranno le loro novità e un ricco programma di seminari e masterclass
Fervono a Parigi i lavori per la ventunesima edizione del Whisky Live Paris, tra le maggiori manifestazioni internazionali dedicate al whisky e agli spirit. L’evento, che lo scorso anno ha accolto oltre 22.500 visitatori, è in programma a la Grande Halle de La Villette da sabato 27 a lunedì 29 settembre, con le prime due giornate aperte a tutti e l’ultima solo ai professionisti.
La tre giorni, sui suoi 16.000 m² di superficie, proporrà anche quest’anno un viaggio immersivo nel mondo degli spirit che si snoda attraverso 7 aree tematiche. Al centro della scena i whisky, protagonisti del Tasting Plateau. Qui i visitatori troveranno centinaia di brand da tutti i Paesi produttori del distillato, dalla scozia al Giappone passando per gli Usa, che presenteranno e proporranno in assaggio le loro etichette e le novità fresche di lancio o in arrivo sul mercato. Spazio poi agli altri distillati, con la Rhum Gallery, dedicata ai “figli” della canna da zucchero, il Gin Lane che offrirà un’ampia panoramica della produzione gin mondiale, spirit, sempre di forte tendenza, il Saké District, con una selezione dei maggiori marchi giapponesi, e il Patio des Agave, area interamente dedicata a tequila e mezcal, categorie in forte ascesa. Completano il viaggio il French Pavillion, novità di questa edizione, che porterà sotto i riflettori le produzioni francesi di whisky, cognac, armagnac e altro ancora, riunendo sia gli storici produttori sia i marchi emergenti, e la Vip area, dove si potranno trovare nuove prestigiose uscite, edizioni limitate e imbottigliamenti indipendenti.
Formazione e cocktail
A soddisfare la sete di conoscenza dei visitatori contribuirà il ricco programma(in aggiornamento) di masterclass, workshop, seminari e tavole rotonde, come quelle dedicate alla nuova era dei whisky artigianali giapponesi, al mondo rum, ai grandi distillati della tradizione francese, al panorama delle distillerie scozzesi, che animerà il Masterclass Forum, dove a salire in cattedra e a confrontarsi saranno personaggi di primo piano della scena beverage mondiale.
Ovviamente al Whisky Live Paris non mancherà la mixology, con l’ottava edizione della Cocktail Street, che renderà omaggio al meglio della scena mixology francese e internazionale. Una grande festa della miscelazione, che unisce cocktail, street food e musica.
Assaggi d'eccezione
Ma la nuova edizione della manifestazione porta con sé anche un altro evento chiave per gli appassionati del bere di qualità, la Golden Promise Week, con la quale dal 25 settembre al 2 ottobre, l'esperienza del Whisky Live Paris si estende al rinomato Golden Promise Whisky Bar di Parigi. Per tutta la settimana nel locale verrà proposto uno speciale menu con una selezione di oltre 1.000 distillati rari, dai prestigiosi single malt scozzesi ai whisky giapponesi e americani a rum da collezione.
Seconda puntata del nostro reportage del 2030: dopo un primo passaggio con il quale abbiamo profetizzato come cambierà il cliente di qui a cinque anni e, dunque, come sarà e che aspettative avrà l'avventore che si siederà al di là del bancone, stavolta proviamo a ragionare su che forma avrà... il bancone stesso. In altre parole, come sarà concepito il locale di domani.
In cerca di spunti per capire il domani
Breve ripasso: durante la settimana di TuttoFood, nell’arena di Mixology Experience, abbiamo interpellato tre esperti, coinvolti nell’incontro intitolato appunto “Il mercato del beverage 2030”, perché ci dessero degli spunti utili a capire quali buone opportunità per il futuro si possono cogliere se si è in grado di guardare avanti.
Uno di loro è Giorgio Triani, firma della rubrica Stravagando sull'edizione cartacea di Bargiornale, sociologo, docente all'Università di Parma. Abbiamo sfruttato la visione di un sociologo per fare uno sforzo creativo da architetti, per osare un pochino e senza nulla togliere alla categoria dei professionisti del design, ci mancherebbe.
Invece di partire dall'immagine di un bar con arredi futuristici, materiali freddi, toni di grigio e robot che servono drink, l'esperto porta l'esempio di Cluely, un assistente digitale basato su intelligenza artificiale sviluppato da due ex studenti della Columbia University e salito in cronaca nelle ultime settimane perché ci propone l'idea di una società in cui non serve più sapere nulla e in cui le relazioni sociali sono totalmente e definitivamente affidate alle macchine. Un chatbot evoluto proietta in tempo reale le sue risposte su un pannello invisibile e permette di "barare" alla grande di fronte a qualsiasi domanda. Per capire meglio basta cercare l'ormai famosissimo spot di lancio di questa tecnologia: la scena immaginata è quella di un ragazzo che flirta con una ragazza (guarda un po') al tavolino di un bar. Lui usa l'A.I. per spulciare i profili social di lei e carpire informazioni che lo facciano ben figurare. Poi bara sulla sua età, viene beccato ma cerca di uscirne (ne esce, ma poi rovina tutto e va in bianchissimo, giusto per il gusto di spoilerare).
Implicazioni a parte di questa tecnologia (per alcuni una meraviglia, per altri demoniaca, di sicuro dirompente e accompagnata da un claim programmatico "Invisible A.I. to cheat on everything", ossia "L'intelligenza artificiale per imbrogliare su qualsiasi cosa"), fa riflettere l'idea che il bar resti ancora un luogo privilegiato per le relazioni sociali e che, insieme, quella mediazione tecnologica estrema - che conosciamo tutti anche senza schermi invisibili - ci lasci, alla fine, un po' più soli. Proprio come accade a quel ragazzo dello spot. «La scommessa - dice il sociologo - è rifare la società, ripensare la convivialità. Soprattutto per andare incontro ai giovani, che si sentono soli, un bel po' sopra media rispetto alle altre generazioni».
Cinque caratteristiche dei locali di domani
Allora, vediamo come l'esperto ha sintetizzato le caratteristiche che dovranno avere i locali nel 2030 per valorizzare quel che davvero servirà al cliente. Legati da un senso comune: favorire un ambiente accogliente dove le persone possano incontrarsi, condividere interessi e sentirsi parte di una comunità.
1. Spazi fluidi e multifunzionali
Dimentichiamo la rigida distinzione tra bar, caffè, enoteca. Il 2030 vedrà locali camaleontici, capaci di trasformarsi durante la giornata.
2. Tecnologia invisibile
La tecnologia sarà onnipresente, ma discreta. Ordinazioni tramite app o comandi vocali, ma anche macchinari intelligenti che automatizzano le preparazioni e aiutano i professionisti. Illuminazione e musica adattabili all'umore e all'ora del giorno. Schermi interattivi mostreranno info su prodotti, eventi o opere d'arte.
3. Biocompatibilità e sostenibilità
Materiali riciclati e riciclabili, arredi modulari e longevi, illuminazione a basso consumo, elementi naturali come piante verticali o piccoli giardini interni per migliorare la qualità dell'aria. Sistemi intelligenti per la gestione dei rifiuti e orientati al risparmio energetico.
4. Sensorialità
Il bar non sarà solo un luogo dove consumare, ma un'esperienza a 360 gradi. Realtà aumentata per visualizzare origine dei prodotti o preparazione dei cocktail, profumi d'ambiente, suoni avvolgenti e playlist che varieranno col succedersi dei momenti di consumo nel corso della giornata.
5. Flessibilità
Diverse zone pensate per diverse esigenze: aree più intime per conversazioni private, tavoli condivisi per socializzare, postazioni individuali con prese e connessione per chi lavora o studia, spazi esterni attrezzati e confortevoli utilizzabili tutto l'anno.
Va da sé che, sullo sfondo, deve rimanere un'offerta di alto livello di food & beverage. Ma quella è la base, altrimenti non ha senso stare a parlare di esperienza di comunità. E a quel povero ragazzo dello spot non avremo lasciato proprio speranza alcuna.
Quando nel pieno della pandemia si navigava a vista e il settore dell’ospitalità (come quasi tutti) era alla ricerca di una bussola, Milo Occhipinti ha deciso di fare le cose alla sua maniera. Nel 2020 ha infatti aperto Unseen, a Milano: un locale come non si era mai visto, che nel giro di pochissimo è diventato l’indirizzo più ricercato dalla comunità notturna della città, gremita di artisti underground, creativi, sex workers, musicisti, grafici, alla ricerca di un luogo completamente nuovo e in qualche modo spiazzante. Lo abbiamo incontrato poco dopo gli ultimi Barawards, un buon momento per una “intervista scomoda”.
A inizio anno i Barawards in Italia, nel corso dei mesi fioccano le premiazioni internazionali. Ti piacciono questi eventi?
Vanno osservati e valutati su due piani differenti: è piacevole avere occasioni dove ritrovare l'industria e fare network in modo leggero, perché considerando il tipo di vita che facciamo non è mai facile vedere spesso i volti che vorremmo. Umanamente hanno senso, è l'aspetto dell'assegnazione di valore ad averne meno: non sono un grande fan del giudizio, se qualcuno è stato migliore vuol dire che qualcuno è stato peggiore, non apprezzato o addirittura escluso. Io non ho mai fatto grande attività sociale o promozionale, è vero, ma Unseen non è mai stato considerato per nessun premio relativo all’innovazione o alle rivelazioni, cosa che mi sembra sinceramente strana.
In che modo Unseen ha spaccato il mercato? È stato il contrario di tutto ciò che si vedeva prima. Un progetto per certi versi violento, che si è imposto in un momento storico molto poco inclusivo come quello relativo alla pandemia, dimostrando che le cose potevano farsi in maniera nuova. È stato il contrario degli speakeasy, che non detesto ma prendo come capostipiti di un trend, sono stati anche maestri per certi versi. Unseen è stato capostipite dell’esatta antitesi: prima di Unseen non esistevano in Italia bar che lavorassero così, di certo per la parte grafica e per la struttura con uno sharing table e senza bottigliera, ma anche per una comunicazione social dirompente, un team fatto da una sola persona, cocktail completamente innovativi, dato che nel 2020 nessuno lavorava con fermentazioni o ricette disco.
Pensi che ci vorrebbero mille Unseen, che sia un modello da replicare per tutti i locali? Assolutamente no. Diventerebbe altrettanto noioso, mentre per fortuna quelle come Unseen sono aperture che si susseguono ciclicamente, e ci sta che siano episodi sporadici e magari rari, altrimenti non sarebbero così dirompenti. Penso servirebbe un panorama più eterogeneo, tutto qui.
«emozioni e stupore? a milano non li provo più da anni»
Della recente (ri)apertura del 1930, noto speakeasy milanese, hai ironicamente detto: “Se ne sentiva il bisogno”. Perché?
Ho evidentemente un problema personale con la tradizione e la convenzionalità. Dieci anni fa alcune cose erano avanguardistiche, oggi sono mainstream. Quelle stesse menti geniali che hanno partorito idee simili dieci anni fa, possono riproporre solo loro stessi? Secondo me potrebbero fare molto di più.
Di cosa si sente il bisogno allora?
Ho girato molto nell'ultimo anno, alcune cose mi hanno stupito ed emozionato. A Milano sono svariati anni che non provo più queste emozioni e questo stupore: servirebbero idee che possano guardare oltre, perché tutte le nuove aperture sono fatte di qualità eccelsa, certo, ma nulla di così audace da farmi emozionare.
Una parola per descrivere il sistema bar italiano.
Acerbo.
Perché?
Perché sento che ci sono molta voglia, potere, potenziale, intraprendenza, ma non vedo le effettive manifestazioni di queste cose. Ci sono talenti giovani, tentativi di innovazione, metodo e storia, poi alla fine ci ritroviamo sempre i soliti quattro gatti a dire le stesse cose. C'è forse troppa timidezza, ci vorrebbe qualcosa di potente.
Milo Occhipinti
Serve più trasgressione?
La trasgressione fine a se stessa non basta. Servono trasgressione e potenza, anche da un punto di vista economico magari. Unseen è nato con tanta trasgressione e potenza medio-bassa, intendo proprio in termini di mezzi a disposizione, però sono soddisfatto. Mi piacerebbero più progetti a unire queste due grandezze.
Unseen ha una politica relativamente rigida riguardo alle richieste degli ospiti, che non possono chiedere nulla che non sia in menu. Cosa che in qualche modo contrasta con l’idea generale di bar, dove anche i classici fuori carta si possono richiedere sempre, tranquillamente. È ospitalità anche questa?
Questo è un aspetto naturale. Non siamo più negli anni Venti, durante i quali talmente pochi erano i luoghi dove bere che potevi chiedere qualsiasi cosa. Adesso siamo super saturi, l'unico modo per offrire qualcosa di diverso, è offrire qualcosa di diverso: perché una persona dovrebbe venire da me, se non per quello che ho da offrire io, operando una scelta?
Qual è la cosa che più detesti del bar in questo momento? Le classifiche e le competition perché includono delle classifiche. Cerco di combattere questo senso comune di egoriferimento, di arroganza.
Quale, invece, quella che apprezzi di più?
Apprezzo che l’industria si stia depurando molto, la qualità dell’accoglienza sta migliorando. E che ci sia varietà umana. L’ospitalità è un fedele specchio della società ed è positivo vedere come sempre più personalità ci si approccino.
Questa positività si può coltivare? Sì, ma è necessario un cambio generazionale in qualche modo. Vorrei magari che i bartender più esperti della industria italiana mollassero un po' la sedia, facessero più da mentori che da protagonisti, e in generale ci fosse più spazio per i giovani.
Come fanno i giovani a potersi affermare, senza sufficiente esperienza?
Non esiste solo l'esperienza: certo ha un valore enorme, ma a volte contano allo stesso modo il coraggio, un'idea ardita, il fare qualcosa che nessuno ha fatto prima.
«non sono interessato ai cocktail. mi piace prepararli, ma non berrei nemmeno i miei»
Ci sono degli esempi di bar che ti piace frequentare?
In questo momento non sono molto interessato al mondo dei cocktail; mi piace prepararli, ma non berrei nemmeno i miei. È più una questione umana, che di contenuto dei bicchieri. Ho adorato ad esempio un locale di Tokyo dove ho trovato due bartender che fumavano dietro al banco, versavano solo vodka, soda e birrette, e mi permettevano di mettere la mia playlist.
Cosa serve alla industry italiana per una spinta?
Maggiore apertura verso l'estero, siamo indietro sotto più punti di vista, anche se va detto che il consumatore è il primo a dover essere meno conservatore, sperimentare. Ed è importante che la vecchia guardia molli la presa, dia spazio ai giovani e i brand si fidino di più della creatività delle nuove leve.
Se questo non avviene, in che direzione si va?
Si mantiene lo status quo.
E va bene così?
Questo lo decide il pubblico. Ma se si ha un atteggiamento così conservatore, la storia insegna che ci saranno derive estreme come quella di Unseen, perché non ci si può fossilizzare per sempre. Tutta questa tradizione, che è preziosa, corre anche il rischio di essere fonte di smarrimento.
Metti una sera in un bar di Istanbul, lato “asiatico”, nel quartiere di Kadıköy, fra un gatto che si lascia accarezzare, un cocktail che pizzica la lingua e una serie di meze ad accompagnare. È l’occasione di vivere un’esperienza da local, con la guida dei soci del Mathilda’s, cocktail bar fra i migliori della “capitale in pectore” turca: Vedat Akar, uno dei fondatori insieme a Murat Güney, è fra i bartender più noti sulla scena turca, ha partecipato più volte alla World Class di Diageo nel suo paese, sfiorando la vittoria un paio di volte; insieme a Deniz Olcay Turgut, l’head bartender di Mathilda’s, che ci ha accompagnato nel viaggio di scoperta di questa nuova frontiera della miscelazione.
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Staff del Mathilda's
Vedat Akar, co-fondatore di Mathilda's
Deniz Olcay Turgut, head bartender di Mathilda’s
The Leon
Tesla X
Mystic Fusion
Cucina e cocktail: da Mathilda's vanno di pari passo
Aperto nel 2019, Mathilda’s è un locale moderno, in cui si uniscono un’ottima mixology e una cucina di stampo internazionale. Il nome? Un omaggio al film Leon e all’indimenticabile caschetto di una giovanissima Natalie Portman. Non è un caso, quindi, che uno dei drink più rappresentativi sia The Leon: vodka che incontra il gusto dolce delle albicocche secche, un tocco speziato con rosmarino e un cordiale di uva sultanina, infine una chiusura amara (e un omaggio alla tradizione italica) con Fernet Branca. Se la batte con Tesla X, un twist “elettrico” sul Martini, che fa frizzare le papille gustative, che sembra abbiano subito uno choc (il trucco è il pepe di Sichuan) dopo aver incontrato questo mix di gin, liquore al kumquat, cardamomo, camomilla e un mix di amari.
La proposta è stata pensata non tanto per un cliente straniero, ma proprio per quei giovani turchi contemporanei e, possiamo dire, secolarizzati. Sono i turchi che bevono (anche piuttosto forte), a dispetto delle regole musulmane che impongono l’astensione e delle accise sugli alcolici imposte dal “sultano” Recep Tayyip Erdoğan: una sorta di tassazione religiosa che affligge gli spirits di ogni ordine e grado. Questo rende i drink (almeno quelli ben fatti, diffidare dagli indirizzi turistici) in Turchia particolarmente costosi, al punto che un cocktail costa praticamente quanto un main course di carne o pesce: calcolando il cambio fra lira turca ed euro, siamo a circa 17 euro per un drink contro i 20 di una portata principale. Questo è il motivo, ci spiega Vedat, per cui il trend del low alcohol non attecchisce in Turchia: «I turchi che bevono vogliono cocktail in cui l’alcol sia ben riconoscibile, solo a questi danno più valore». Il ruolo di cocktail bar come il Mathilda's è quello di far entrare i conterranei nel terzo millennio della miscelazione: «Noi andiamo oltre le mode, perché siamo convinti che i cocktail per prima cosa devono essere ben fatti e contemporanei, nelle tecniche e nella presentazione. Qui da noi sono di moda ingredienti come il passion fruit, per esempio, ma nella costruzione di un cocktail la nostra scelta è di non prediligere ciò che ci chiede il pubblico, ma ciò che chiede il drink», aggiunge l'head bartender Deniz Olcay Turgut.
La cura delle presentazioni, un ambiente piacevole su due piani, in cui il bancone è predominante, il dj-set sempre operativo fanno il resto, rendendo l’esperienza piacevole e memorabile. La cucina è parte integrante del progetto, con un mix intelligente fra gastronomia turca, che torna specialmente negli starter, e ispirazioni internazionali. Come si diceva, Mathilda’s ha un pubblico soprattutto local e non avrebbe senso proporre solo cucina tipica. Altro tema degno di nota: fra bancone, sala e cucina, una dozzina di collaboratori, sia uomini che donne. E in un paese come la Turchia non è affatto scontato vedere una donna dietro al bancone.
Se a Kadıköy non abbiamo dubbi, è Mathilda’s il posto giusto per bere, per gli altri indirizzi da consigliare in città abbiamo chiesto consiglio alle nostre guide. Dal lato “europeo” di Istanbul, a due passi dalla Torre di Galata, merita la citazione il Moretender’s Cocktail Crib, l’unico ad essere presente in una classifica internazionale, quella della Top 500 Bars del 2024 (ma scommettiamo che presto vedremo comparire anche il Mathilda’s, che già milita nella listadei migliori bar di Gault&Millau). Non lontano, c’è la terrazza del ristorante stellato Mikla's, dove andare per un’esperienza fine dining, ma anche per ammirare, cocktail alla mano, una vista magnifica sul Bosforo. Per chi ha la possibilità di accedervi, segnaliamo il cocktail bar della Soho House, più per l’atmosfera che per i drink. Ospitato all’interno di quella che fino a qualche tempo fa era stata l’ambasciata americana, un bellissimo palazzotto di fine Ottocento, nel fine settimana si accende, diventando il place to be più glamour della città.
In attesa del raddoppio del Mathilda's promesso da Vedat: «Fra qualche mese - anticipa - apriremo dal lato europeo». Tornare a Istanbul sarà un piacere!
Firmata dal pluripremiato mixologist, la nuova gamma è composta da quattro bicchieri per cocktail e un mixing glass, dal design elegante e funzionale perfetto per ogni bartender
È un perfetto connubio di estetica sofisticata e alta funzionalità Bar/Giani, la nuova collezione di bicchieri e mixing glass di Nude. Una collezione d’autore: è frutto, infatti, della collaborazione tra il marchio di design di Şişecam, uno dei principali operatori mondiali del settore vetro, e Giorgio Bargiani, pluripremiato Assistant Director of Mixology all’altrettanto pluripremiato Connaught Bardi Londra.
Nata per celebrare l'arte della mixology, la nuova linea è stata progettata per esaltare la drink experience, dando vita a una raffinata reinterpretazione dei tradizionali bicchieri da cocktail pensata per una varietà di occasioni e contesti. Quattro i bicchieri che la compongono: un Martini Glass, dal design ricurvo che dona un’eleganza senza tempo al servizio del re dei cocktail, un Cocktail Glass Long, un highball dalla silhouette slanciata che aiuta a mantenere freschi i long drink, un Cocktail Glass Short dalla apertura ampia per valorizzare aromi importanti, e un elegante Cocktail Glass Long Stem per servire drink leggeri e rinfrescanti, permettendo il perfetto equilibrio tra ghiaccio e liquido.
Design curato in ogni dettaglio
Ogni pezzo è stato meticolosamente progettato per esaltare sia i cocktail classici sia le nuove creazioni, con un design tanto originale quanto versatile che si adatta al gusto e allo stile di ogni bartender. Ulteriore aspetto distintivo della collezione Bar/Giani è il gambo, presente in tutti i bicchieri, anche in quelli che tradizionalmente sono privi di stelo, conferendo a ogni pezzo un tocco di stile in più.
Completa la gamma il Mixing Glass, soffiato a bocca e dal design ergonomico, che fonde tradizione e stile contemporaneo, garantendo che il versamento e la miscelazione degli ingredienti sia comoda e fluida.
Un invito a esprimere la propria creatività
«Cerco sempre nuovi modi per creare un'esperienza di degustazione personalizzata per i miei ospiti e desideravo realizzare un design elegante che non appartenesse a un unico stile o ambiente – ha raccontato Giorgio Bargiani, spiegando la genesi del progetto -. Ogni persona può fare propria questa collezione e adattarla ai propri gusti e contesti. Che si tratti di servire un classico come un Negroni o un Martini, o di presentare una creazione esclusiva, ho progettato questa linea con la visione di incoraggiare le persone a esprimere la propria creatività, proprio come faccio io con i miei drink e i miei ospiti».
Curata in ogni dettaglio, come da tradizione di Nude, la collezione Bar/Giani è realizzata in cristallo senza piombo, materiale che garantisce massima brillantezza e trasparenza, leggerezza, robustezza e longevità: caratteristiche che soddisfano in pieno le esigenze dei bartender più esigenti.
Un lago, ventidue bartender e undici canoe. Nella cornice di Umoya, immersa nell’Ecoparco del Mediterraneo a Castel Volturno, si è svolta la prima edizione italiana di Ruta Maya Rum Challenge. Una competizione sui generis, organizzata per il lancio del brand caraibico in Italia, che ha visto barman e barlady provenienti da tutta la Campania sfidarsi in una competizione in canoa. No shaker o mixing glass, ma pagaie e acqua dolce per raccontare il legame profondo tra il rum e il territorio da cui proviene, il Belize. Questa particolare sfida, infatti, si ispira alla celebre Ruta Maya Belize River Challenge, una gara fluviale che ogni anno attraversa la foresta pluviale del Belize lungo 290 km, da San Ignacio al Mar dei Caraibi.
«Lo scopo di questa gara- racconta Alfonso Califano, brand ambassador Italia di Ruta Maya e co-fondatore di Cinquanta Spirito Italiano di Pagani - era quello di far immergere i partecipanti nell’essenza del marchio, trasmettere le emozioni positive che creano connessione con i valori legati alla sostenibilità, all’outdoor experience al contatto con la natura, tipici del brand, piuttosto che vederli competere nelle classiche batterie».
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Il podio della Ruta Maya Challenge
Alfonso Califano, brand ambassador Ruta Maya e titolare di Cinquanta Spirito Italiano a Pagani (Sa)
Lontano, quindi, dai soliti contesti competitivi legati al bar, i vincitori di questo primo contest sul lago sono stati al primo posto, i ragazzi del Kong Experience di Salerno, che voleranno a Londra il prossimo autunno per una guest bartending al Savage Garde; al secondo posto, invece, il team del Pepi Vintage Room di Napoli che avrà modo di prendere parte a una guest bartending in Italia (location da definire); al terzo posto Nick & Nora, sempre di Napoli, che ha portato a casa le bottiglie di Ruta Maya Rum.
Artefici del progetto sono Olivier Scaramucci e Danilo Tersigni di Boutique Brands, imprenditori il primo francese e il secondo italiano, che hanno sviluppato il brand e le ricette, affidando la produzione alla storica Travellers Distillery a Belize City, fondata 70 anni fa da Don Omario e oggi gestita dalla Famiglia Pedromo, da un team tutto al femminile. Ogni fase – dalla melassa al blend finale – coinvolge attivamente comunità agricole e artigiani locali. Il 10% dei profitti del brand è destinato alla tutela dei corsi d’acqua e della biodiversità del Belize, confermando un impegno concreto verso la sostenibilità.
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Ruta Maya Blanco, da melassa Fairtrade
Ouro Rum, blend naturale di rum invecchiati 3-5 anni in botti ex-Kentucky bourbon
Cocolime Liqueur Rum, arricchito con cocco tostato artigianale e lime fresco della Belize Citrus Factory
Coffee Liqueur Rum, infuso con caffè del Belize
Quattro le referenze destinate al mercato italiano: Blanco Rum, da melassa Fairtrade e fermentato naturalmente, viene distillato a colonna per una maggiore armonia, si presenta con un profilo morbido, leggermente dolce, con note fresche di agrumi; Ouro Rum, blend naturale di rum invecchiati 3-5 anni in botti ex-Kentucky bourbon, esprime note di caramello salato, legno tostato e una chiusura agrumata; Cocolime Liqueur Rum, una base leggera, filtrata due volte, arricchita con cocco tostato artigianale e lime fresco della Belize Citrus Factory; infine, Coffee Liqueur Rum, infuso con caffè Pacamara, Catuai e Bourbon, coltivati oltre i 1000 m in Guatemala, tostati in loco e macerati in rum ad alta gradazione.
I numeri del Report Assobirra 2024: 21,5 milioni gli ettolitri consumati, con un +0,9% nel fuoricasa e una crescita del 13,4% del segmento low&no alcohol
A leggere i dati dell’Annual Report di AssoBirra sembrerebbe un annus horribilis, eppure il sentimento generalizzato è di fiducia. Si assiste a una flessione dei principali indicatori di mercato, che registrano nel 2024 il segno meno sia nella produzione (-1,27%) che nei consumi (-1,54%), nonché, in maniera più marcata, su export (-7,82%) e import (-4,95%). Fa eccezione solo il segmento low&no alcohol, che cresce del 13,4% nel 2024 rispetto all’anno precedente (qui i dati 2023). Positivo anche l'impatto sul fuoricasa, che registra un ulteriore aumento rispetto all’anno precedente in termini di incidenza sul totale dei consumi (38,5% vs 37,6% nel 2023) e compensa il calo del consumo domestico (61,5% nel 2024 vs 62,4% nel 2023).
Da sinistra, Federico Sannella e Alfredo Pratolongo, rispettivamente vicepresidente e presidente di Assobirra
Sebbene la maggior parte degli indicatori siano caratterizzati dal segno meno, per i big di Assobirra i dati sono da leggere in maniera più ampia e approfondita, per scoprire un settore, quello brassicolo, complessivamente solido. Per quanto riguarda la produzione, tiene rispetto ai livelli livelli pre-pandemici, con la produzione che ha raggiunto 17,2 milioni di ettolitri (erano 17,3 milioni nel 2019). Ancor meglio i consumi, che rapportati ai valori pre-Covid vedono il segno più: i 21,5 milioni di ettolitri del 2024, che vedono una lieve contrazione rispetto all'anno precedente, che va di pari passo con il calo del consumo pro capite (36,4 litri vs 37,1 litri nel 2023), sono superiori al 2019 (21,2 milioni) e segnano una crescita di oltre il 20% rispetto a dieci anni fa (17,6 milioni), indice di una domanda oggi più strutturalmente solida. Anche la diminuzione delle importazioni (-4,95%) non va vista negativamente: è un segnale di maggior attenzione che i consumatori rivolgono alle birre territoriali. I dati dell'export sono invece da considerare in un quadro internazionale complesso e mutevole.
«Solidità, resilienza e investimenti», lo slogan pronunciato dal presidente Alfredo Pratolongo. Che aggiunge: «Dopo un decennio di crescita e due anni segnati da rallentamenti, il settore mostra segnali di maturità e visione strategica, mantenendo saldo il proprio ruolo economico e culturale. L’Italia è oggi uno dei Paesi europei con la reputazione più alta in ambito birrario, risultato raggiunto grazie alla varietà dell’offerta, alla qualità dei prodotti e alla capacità di adattamento ai gusti e alle culture locali». Sugli investimenti, quantificati in circa 100 milioni di euro all’anno, spesi in innovazione, sostenibilità e sviluppo della filiera, si sofferma Federico Sannella, vice presidente di Assobirra, con delega alla Transizione Ecologica e Sostenibilità, che rimarca le sfide legate alla transizione ecologica, che ha un chiaro obiettivo: «Individuare le soluzioni più efficaci per rendere il comparto più efficiente, sia nella sua dimensione complessiva, sia nell’operatività quotidiana delle singole aziende, sempre più attente a contenere consumi, emissioni e sprechi». Il valore della sostenibilità si riflette anche sul percepito dei consumatori, specialmente nel caso delle generazioni più giovani, ma non solo, se è la Gen X (nati fra 1965 e 1980) quella più influenzata dalla comunicazione sostenibilte (41%). «La sostenibilità è una scelta di consumo», commenta Sannella, esponendo il dato che mostra che più del 50% degli italiani è disposto a pagare fino al 10% in più per una birra sostenibile.
E, sempre a proposito di prezzi, resta cruciale il tema accise: la tassazione incide fino al 40% del prezzo finale nel formato più popolare e venduto in Italia, la 66 cl. Nel 2024 le accise sulla birra hanno superato i 714 milioni di euro, in crescita di oltre 20 milioni rispetto all’anno precedente, principalmente a causa dell’aumento dell’aliquota, considerando il calo nei consumi. La riduzione delle accise è proprio una delle richieste avanzate dal presidente Pratolongo: «Servono interventi mirati: un alleggerimento strutturale della fiscalità sulla birra, una legge sulla birra più attuale, un supporto concreto alla produzione nazionale di materie prime».
In questo contesto, si inserisce la richiesta di AssoBirra di riconoscere ufficialmente la birra come bevanda da pasto, come effettivamente stabiliscono i dati Censis: per l'istituto di ricerca nazionale, la birra è consumata in oltre il 60% dei casi durante i pasti. Dato favorito anche dalla prevalenza di scelte di consumo collegate alla moderazioneda parte degli italiani, che preferiscono le lager (di solito sotto il 5% Abv) e che sono sempre più orientati a scelte low&no alcohol. Secondo il Report Assobirra, il 50% degli italiani apprezza queste varianti, il 40% le considera un'opzione valida per il consumo quotidiano ed è la Gen Z a guidare la tendenza, che al 53% ne apprezza il profilo aromatico.