Home Blog Pagina 224

TuttoFood per la riduzione dello spreco alimentare

Spreco alimentare
Produzione, distribuzione, punti vendita, consumo ed educazione sono gli snodi su cui intervenire per assicurare una decisa riduzione degli sprechi alimentari, tanto più necessaria visto il moltiplicarsi della popolazione mondiale. Il tema della sostenibilità alimentare al centro della prossima edizione del salone TuttoFOOD Fiera Milano da 8 all'11 maggio prossimi.

Adottare buone pratiche di filiera per rendere più incisivo il contrasto allo spreco alimentare. Questo l’obiettivo del convegno organizzato a Milano presso il Mudec- Museo delle Culture da Fiera Milano e TuttoFOOD (salone alimentare di Fiera Milano), con la partecipazione di Banco Alimentare, Comune di Milano e FAO (Food and Agriculture Organization of The United Nations).

La produzione agroalimentare rappresenta quasi il 10% delle emissioni di gas serra, sottolinea la FAO, e quindi lo spreco di cibo contribuisce ai cambiamenti climatici. Oggi il 14% della produzione va perso già nella fase di raccolta e distribuzione e il 17% nel consumo, mentre i rifiuti alimentari generano 49 milioni di tonnellate di metano. È su questi numeri che la FAO chiede a tutti gli attori della filiera di avere un impatto per raggiungere gli obiettivi fame zero e spreco zero.

Questi sono solo alcuni numeri emersi, presentati dal direttore di Sky TG 24, Giuseppe De Bellis e approfonditi da Maurizio Martina, vicedirettore FAO; Maximo Torero Cullen, Chief Economist FAO; Anna Scavuzzo, vicesindaco di Milano; Enrico Bartolini, chef e Ambasciatore del Gusto; Marco Lucchini, segretario generale Banco Alimentare; Luca Palermo, amministratore delegato e direttore generale Fiera Milano.

 

Nel suo esordio, il vicedirettore FAO  Maurizio Martina ha affermato che, da una ricerca FAO che riunisce 194 Paesi, lo spreco di cibo prima che arrivi in tavola assomma al 14% della produzione.

Con un intervento video internazionale, Maximo Torero Cullen, Chief Economist FAO, ha presentato alcuni dati relativi all'Agribusiness Best Practices from The Supply Chain to prevent Food Waste. I momenti critici di spreco su cui dover intervenire sono relativi a tutte le fasi della catena alimentare, dalla produzione, alla trasformazione, logistica, punto vendita, consumo. Tenendo conto che entro il 2050 il 70% della popolazione mondiale si stima vada concentrarsi nelle città, diventa urgente definire una più accurata Urban Food Agenda. Alla base di tutto  il discorso della riduzione degli sprechi c'è la necessità di una maggiore educazione e conoscenza alimentare, sia per favorire una dieta equilibrata per evitare obesità, sovrappeso o malnutrizione, sia della scelta dei prodotti come della loro trasformazione in cucina e recupero degli alimenti cotti con sistemi di sottovuoto e utilizzando meglio la catena del freddo.

A parere dello scrivente, bisogna tener conto che l'aumento demografico è praticamente raddoppiato dal 1974 al 2022, passando da circa 4 a 8 miliardi circa di persone. In particolare, mentre il tasso di natalità è in diminuzione in quasi tutti i Paesi europei e nordamericani, in molti Paesi asiatici e africani è in rapida crescita, frenata solo da problemi sanitari ed economici e dalle più scarse prospettive di vita. Un tasso di incremento a cui la produzione alimentare stenta a tener dietro. 

Anna Scavuzzo, vicesindaco di Milano e assessore all'Istruzione e delegata alla Food Policy e Agricoltura, ha rivendicato il ruolo delle refezioni scolastiche comunali fin dal 2015 nella riduzione degli sprechi e nella messa a punto di menu più sostenibili e l'approntamento di 5 hub di quartiere contro lo spreco alimentare (Gallaratese, Isola, Lambrate, Centro, Vittoria) in linea con il progetto internazionale Milan Urban Food Policy Pact, realizzato in collaborazione con il Politecnico di Milano, che raggruppa 78 Paesi, più di 250 città per un totale di 460mila abitanti, iniziativa che è valso il riconoscimento Earth Shot Prize Winner 2021.

Enrico Bartolini, chef stellato e Ambasciatore del Gusto (oltre che gestore del Mudec Bistrot e del Ristorante al terzo piano del Mudec) per ridurre gli sprechi ha sottolineato l'importanza di ricorrere a prodotti alimentari di stagione e a km0, in particolare per il fresco come frutta e verdura. In ogni caso i titolari dei ristoranti sono da sempre attenti a non sprecare alimenti, oltre che per un fatto di civiltà, per un fattore economico, da cui molto dipende la marginalità dell'impresa. Molte ricette (a cominciare da quelle del Menù del Giorno) sembrano create apposta per recuperare alimenti non utilizzati o sottoutilizzati, grazie anche all'impiego di sistemi per il sottovuoto o della catena del freddo di cui sono generalmente dotati tutti i locali. Infine si possono prevedere riduzioni non solo per chi prenota il tavolo ma sopratutto per chi fa una prenotazione di un particolare piatto scelto dai menu digitali con QR Code.

Marco Lucchini, Segretario generale Banco Alimentare, ha citato l'importanza e il ruolo di una iniziativa come Banco Alimentare, nata negli Usa nel 1967 e approdata in Italia nel 1989. A oggi in Italia sono operative circa 7.600 organizzazioni che riescono a recuperare e a distribuire a persone indigenti o a enti benefici (circa 1.600mila) circa 43mila tonnellate di alimenti invenduti, provenienti da cooperative, mercati generali, aziende di produzione e vendita, navi da crociera e pubblici esercizi. Con il massimo rispetto delle norme di igiene per gli alimenti e grazie a un largo uso della digitalizzazione per indirizzare al meglio raccolta e distribuzione secondaria.

Luca Palermo, amministratore delegato e direttore generale Fiera Milano, ha sostenuto il contributo che può dare la certificazione della sostenibilità degli eventi, a cominciare dalle grandi manifestazioni come TuttoFOOD & Host Fiera Milano che, per l'edizione 2022, ha raccolto 2.700 espositori (11% stranieri) e 150mila visitatori. L'obiettivo è ridurre al minimo gli sprechi relativi alla presentazione dei prodotti in esposizione e in degustazione, oltre agli sprechi relativi ai consumi nei bar e ristoranti presenti in fiera. TuttoFOOD infatti offre 84 punti di ristoro, 10mila sedute per un totale di 5 milioni di clienti serviti, 10 format di ristorazione temporanea e 900 servizi di catering.

Per il rinfresco finale, lo chef stellato Enrico Bartolini ha proposto una gustosa spuma di patate con uova di salmone, salsa bernese, dragoncello e granella di uova marinate.

 I numeri di TuttoFOOD

Organizzato da Fiera Milano, il salone TuttoFOOD 2023 si terrà da 8 a 11 maggio prossimi e saranno presenti migliaia di brand provenienti da 35 Paesi del mondo. Nato nel 2007, TuttoFOOD non è solo una piattaforma internazionale d'incontro B2B tra domanda e offerta in campo alimentare, ma anche un momento di formazione, condivisione e riflessione, in particolare sul tema della sostenibilità (evento TuttoGood), tra i quali Retail Plaza by TuttoFood, Better Future Award in collaborazione con le testate GDOWeek e MarkUp dell'editore New Business Media/Tecniche Nuove, Taste Arena (in collaborazione con l'Associazione Italiana Ambasciatori del Gusto) ed Evolution Plaza.

 

Semifinale Artista del Panino, ecco i concorrenti selezionati. In palio uno degli 8 posti della finalissima

L'elenco dei 30 semifinalisti che sono stati selezionati dalla nostra giuria per partecipare all'evento che si terrà a Genova il prossimo marzo

E alla fine eccoli. Sono i trenta semifinalisti che il 21 marzo a Genova si contenderanno uno degli 8 pass per la finale. In palio, ovviamente, il titolo di Artista del Panino 2022, il concorso organizzato da Vandemoortele, con i prodotti a marchio Agritech, in collaborazione con Bargiornale. La selezione, avvenuta davanti a un funzionario della Camera di Commercio di Milano lo scorso 31 gennaio, ha così decretato quali ricette la nostra giuria valuterà nel capoluogo ligure il primo giorno della prossima primavera.
Pesci,carni, tanti vegetali e anche qualche ingrediente orientaleggiante nel paniere dei semifinalisti. E poi spazio a grigliature, fritture ma anche affumicature dei pesci o lessature delle carni per quella che già si preannuncia come una delle semifinali più interessanti e varie, merceologicamente parlando, degli ultimi anni.
Ecco dunque, in rigoroso ordine alfabetico, l’elenco dei 30 semifinalisti.

Argentiero Vincenzo, del Clover di Ostuni, con il panino Red Salentino
Astori Alessandro, della Birreria 81 di Fidenza, con il panino WM
Barone Errico, del Barone Pollo & Co di Rimini, con il panino Il Calabrese limonato
Bersani Adis, del Caffè San Micheli di Verona, con il panino Lo scaligero
Calzolari Carlotta, del Kinotto Bar di Bologna, con il panino Il giorno dopo
Capuzzo Alessandro, del Racconti di Cucina di San Martino Di Venezze (Ro) con il panino Mondial Style
D'Orazio Chiara, del Depero Club di Rieti, con il panino The Wanderer
Di Girolamo Luca, del Bar L'Iseo di Triuggio (Mb), con il panino Manzetto
Di Stefano Davide, de La Taglieria di Bologna, con il panino La rossa, la dotta, la grassa
Ducci Luigi, del DuMorsi di San Marcello Piteglio (Pt) , con il panino Montagna Pistoiese
Fumarola Giuseppe, del Bar Nuove Dimensioni di Crispiano (Ta), con il panino Ngumaridd
Giuliani Luca, del Porco Rosso di Colleferro (Roma), con il panino Non son Gino
Labriola Antonio, del Mind en place (società di consulenza) di Torino, con il panino Fishing flavors
Le Donne Marco, dell'Hambre Burger di Torino, con il panino Kote Sando
Locatelli Michele, del 18B di Brescia, con il panino "Lo sapevo che avrei dovuto svoltare a sinistra ad Albuquerque"
Lotto Giulia, della caffetteria Bakery Cerchio di Ivrea (To), con il panino Trotoast
Maffeo Carlo, del Birricomio di Serra de' Conti (An), con il panino Ipa Burger
Maretu Cristian, del Paradise di Jesi (An), con il panino My paradise
Montibeller Mario, del Al Goloso di Roncegno (Tn), con il panino Sapore Trentino
Muscolo Lorenzo, del Twain di Milano, con il panino Sole d'Oriente
Petragallo Pasquale, dell'Epoqua di Santeramo in Colle (Ba), con il panino La bombetta di coniglio
Rapisardi Marcello, della Pasticceria Rapisardi di Milano, con il panino Unagi
Santinello Elia, de Le Cortiselle di Este (Pd), con il panino Scampagnata Saporita
Savini Stefano, del Pozzacci di Sant'elpidio a mare (Fm), con il panino Toto 2.0
Sorrentino Domenico, del Soulfud di Alessandria, con il panino Stream Burger
Tarducci Matteo, del Caffè delle Stanze di Sansepolcro (Ar), con il panino Barby in The Beach
Valente Alessia, dell'Hangover di Carbonera (Tv), con il panino L'intruso ligure
Vagge Stefano, del Matamà di Genova, con il panino Capponmagro???
Zaccarelli Roberto, del Yogurtlandia di Brindisi, con il panino Sapori di Puglia
Zora Fabio, del Cocobar di Capoterra (Ca), con il panino Barrosu

Liberté, soluzioni smart per la boulangerie di 25 mq

Liberté
Nicchie, bancone, illuminazione: gli elementi che rendono unica questa boutique 100% francese nel cuore di Parigi, firmata da Emmanuelle Simon

Che siamo in Francia, non ci sono dubbi. Lo si legge da quell’aria elegantemente retrò degli arredi, dalla vetrina in legno scanalato bianco, dal pavimento in pietra blu che ricorda i lastricati parigini. Lo si legge da quello stile tipicamente francese di abbinare le forme tradizionali al design minimale, sempre con un gusto impeccabile e un pizzico di nostalgia. E qui, infatti, siamo nel cuore del cuore della Ville Lumiere, nel celeberrimo e superchic 7° Arrondissement, all’ombra della Tour Eiffel e accanto all’aristocratico Museo Rodin. Una posizione che è già motivo di grazia per Liberté, la boulangerie che anche nel nome sottolinea la sua francesità, rimandando al motto storicamente simbolo della Rivoluzione. La catena, perché questo è il nuovo locale dei 5 presenti in città, è stata fondata da Mickael Benichou, che ha dato carta bianca all’architetto d’interni Emmanuelle Simon, progettista franco-israeliana amante delle linee morbide e del design pulito. È un locale dalle dimensioni piccolissime, solo 25 mq, ma amplificate da soluzioni intelligenti sia di spazio che di arredo. D’altra parte, trovare soluzioni ad ambienti minuti sembra essere diventata una sfida irrinunciabile per qualsiasi progettista e, si sa, è nell’arguzia dello studio dei centimetri che si misura la vera creatività, soprattutto in città, dove i metri quadrati sono diventati il vero lusso dei nostri tempi.

Tra profondità e dinamismo

La boulangerie Liberté è piccola, è vero, però la sua pianta rettangolare è scavata da nicchie su ambo i lati, 4 per parete, dando un’immediata profondità ottica allo spazio. Non solo, le nicchie con la loro sagoma ad arco sembrano addolcire l’uniformità squadrata e netta delle superfici, dando l’illusione di un ambiente più articolato di quello che in realtà è. Ma partiamo con ordine, e partiamo dalla vetrina che, con la sua vetrata e con la porta d’accesso a vista, crea una continuità visiva con l’esterno “prolungando” visivamente il locale. Dopodiché, varcato questo confine apparentemente labile, ci si trova davanti il bancone: in uno spazio così piccolo era necessario che questo fosse l’unico vero punto di riferimento, il fulcro e l’anima del locale. Non c’è lo spazio sufficiente per altri espositori, per altri banchi, nè per tavoli e sedute, perciò, lo stile del bancone doveva essere impeccabile, riassumere su di sé l’estetica e l’equilibrio di tutto il locale. E così è stato. Posizionato longitudinalmente proprio nel centro, il banco divide il locale in due zone distinte ma senza nette separazioni, senza elementi verticali che creino barriere visive. Il suo design è essenziale, con un basamento in legno rivestito nella parte superiore da doghe in piastrelle raku. Sul top, solo un espositore in vetro che racchiude i dolci sfornati dal laboratorio. Tutto molto essenziale e minimal. Le nicchie non sono state lasciate semplicemente a vista ma sono state sfruttate al centimetro. In particolare, quelle dietro al bancone rispondono a due esigenze precise: da una parte la necessità di avere dello spazio da usare come contenitore, dall’altro devono dare maggiore profondità e dinamismo ad uno spazio dalle dimensioni così contenute. Ecco, quindi, che questa duplice funzione è stata ottenuta realizzando su misura un elemento contenitore fino a una certa altezza, comunque nascosto dalla mole del bancone, mentre il resto della nicchia è aperto, rivestito dalle stesse piastrelle a stecca in ceramica raku. Due delle nicchie che fronteggiano il bancone, invece, sono state trasformate in piani d’appoggio, rispondendo all’esigenza di avere delle sedute per aspettare il proprio turno o consumare un dolce. Sulla parete frontale, proprio di fronte all’ingresso, una stretta apertura verticale lascia intravedere il laboratorio.

Emmanuelle Simon
Emmanuelle Simon

La progettista: il profilo di Emmanuelle Simon

L’architetto d’interni e designer franco-israeliano Emmanuelle Simon ha iniziato la sua carriera lavorando su progetti prestigiosi in tutto il mondo, accumulando esperienza nella progettazione sia di progetti pubblici che di abitazioni private. Nel 2017 ha creato il suo studio e da allora ha accumulato premi e riconoscimenti con la realizzazione di negozi e locali. Sia il rivestimento del bancone, sia quello delle nicchie sono formati da piastrelle raku che richiamano le staccionate e aggiungono ritmo a un bancone che altrimenti risulterebbe imponente. Come spiega Emmanuelle Simon: «Questa tecnica della ceramica giapponese che prevede la rimozione delle piastrelle dal forno ancora calde produce una superficie ad effetto craquelé che riprende la consistenza del pane caldo». Questo non è il primo degli interventi di Simon in cui le forme e i materiali si ispirano al wabi-sabi, stile giapponese che fa dell’imperfezione e della transitorietà una forma di bellezza. «Mi piace accostare la natura grezza dei materiali al minimalismo perché penso che riesca a trasmettere autenticità e una nota poetica». L’idea in più: tra le piastrelle che rivestono le nicchie sono state incastonate bacchette in legno sporgenti da usare come mensole per esporre pane e ciambelle.

Miscelazione: i nostri top trend per il 2023

top trend 2023
Le tendenze del presente, le ricette del futuro. La fotografia e gli approfondimenti di dieci trend che riguardano il mondo della miscelazione

L'inizio dell'anno è tradizionalmente il periodo della ripartenza. Il momento dove si formulano le liste di buoni propositi e si fissano gli obiettivi da reggiungere. Ma è anche il momento in cui si cerca di intuire che cosa ci riserva il futuro: quelle che vi raccontiamo nelle righe che seguono sono dieci tendenze che ci riguardano. Ognuno dei trend è accompagnato da un “totem”. Ovvero un cocktail che, in qualche modo, è lo specchio di quella tendenza. E a ogni cocktail abbiamo associato uno specchietto delle tendenze che rappresenta.

Usiamo il plurale perché, per definizione, il cocktail è poliedrico. Quindi è un soggetto difficile da inquadrare in un’unica categoria. Un hard seltzer, per esempio, può essere allo stesso tempo incasellabile nella tendenza dei “low abv”, in quella dei “ready to drink” e/o tra “i figli del vino” se prodotto con vermouth, grappa o brandy.

#aprovadambiente

In cima alla lista dei trend abbiamo messo i cocktail a prova d’ambiente. Quella dei cocktail sostenibili non è certamente una moda passeggera, ma un fenomeno destinato a essere sempre più diffuso. Il tema è difficile da racchiudere in due righe. Ma qualcosa possiamo dirla. Per convenzione si parla di un approccio sostenibile alla miscelazione, o di miscelazione circolare, come di quell’insieme di buone pratiche che includono la riduzione degli sprechi; l’impiego di ingredienti stagionali e del territorio; la sensibilizzazione del pubblico/cliente verso un progetto sostenibile.

Tutto perfetto. Ma abbiamo imparato anche che il riutilizzo ha un costo. E che la lavorazione degli scarti ha un peso specifico di cui dobbiamo tenere conto. È quindi necessario fare una riflessione in più prima di decidere se è veramente redditizio (e utile in termini di sostenibilità) recuperare la buccia di banana per produrre sciroppi e fake bacon o utilizzare lo scarto dei pomodorini per sode, polveri e crusta. In altre parole, non basta cavare tutto il possibile da un limone (scorza, polpa, semi) per sentirsi in pace con l’ambiente. Un bar che vuole essere davvero sostenibile potrebbe e dovrebbe fare di più. Limitando, per esempio, l’impiego di carni e inserendo in menu più specialità plant-based. Regolando la climatizzazione degli ambienti per evitare picchi di caldo o di freddo. Occupandosi con maggiore scrupolo della raccolta differenziata. Rivolgendosi a un fornitore di energia che usi le rinnovabili (anche se costa di più). Scegliendo attrezzature ed elettrodomestici efficienti. L’elenco delle buone pratiche non è certo concluso, ma questo sarebbe certamente un buon inizio.

#readytodrink

Tra i segnali più interessanti del periodo segnaliamo il grande fermento dei ready to drink. In Italia, l’Osservatorio Tracking Grossisti Iri parla di una crescita, negli ultimi due anni, pari al 192% a volume e del 70% a valore. Nel nostro Paese il segmento è ancora residuale - si tratta di una super nicchia che registra lo 0,8% del mercato a volume e il 0,1% a valore - ma appena mettiamo il naso fuori dai nostri confini, i segnali di crescita sono inequivocabili. L’incremento medio annuo, secondo l’Istituto di ricerca londinese Iwsr, si attesta intorno all’8% nei 10 maggiori mercati mondiali. Questo mercato, cresciuto soprattutto negli ultimi due anni, coinvolge diversi tipi di produttori: liquorifici, grandi aziende del beverage, piccole imprese, gestori di locali hanno dato vita a un mercato che non c’era. I ready to drink rappresentano un’alternativa non solo per il consumatore finale, ma anche per tutte quelle attività - dagli high volume bar agli après-ski - che hanno necessità di sfornare tanti drink in tempi rapidi. Le tipologie di destinatari sono davvero tante: minibar degli alberghi, ristoranti, organizzatori di catering, concerti, convention, sfilate e altro.

I ready to drink non sono certo una novità. Le loro radici risalgono addirittura all’Ottocento. Quello che è cambiato è che dai comuni alcopop, molto popolari tra gli anni Novanta e Duemila, siamo passati negli ultimi tempi a drink, non solo pronti da bere, ma di ottima fattura. Per dirlo nella lingua del marketing stiamo assistendo, anche in questo ambito, a un processo di premiumization: la ricerca di prodotti che siano sempre più di qualità. La famiglia dei drink pronti da bere include tante anime diverse. Al suo interno ci sono drink in lattina, sottovuoto, in bottiglia, ma anche i cocktail messi in fusto e destinati al servizio alla spina. Questi ultimi sono a tutti gli effetti dei pre-batched. Miscelati preassemblati che hanno diversi plus. Accelerano i tempi di servizio, semplificano il lavoro degli addetti alla somministrazione, rendono più snella la logistica del bar e, ultimo ma non per importanza, permettono di garantire uno standard in termini di gusto o di diluizione. Sicuramente continueranno a far parlare di loro anche quest’anno.

#revival ‘80-’90

La classifica dei 50 drink classici più venduti nei migliori bar del mondo, stilata come di consueto da Drinks International in occasione di The World’s 50 Best Bars, ci offre degli interessanti spunti su quali potranno essere i drink da “batchare”. I bestseller della generazione degli antichi, che noi preferiamo definire “forever young”, comprende cocktail come Negroni (1° posto), Old Fashioned (2°), Dry Martini (3°). In classifica ci sono anche modern classic (l’Espresso Martini di Bradsell) e drink che hanno segnato passaggi epocali. Parliamo, per esempio, del Cosmopolitan (39°). Quel drink in rosa che ha rappresentato un passaggio tra gli anni Novanta e i Duemila. Divenuto una star ai tempi di Sex and the City, massacrato nei primi anni Duemila dalla generazione speakeasy che aveva bannato la vodka dai propri locali e, infine, ritornato sul banco dei migliori del mondo. Non a caso lo abbiamo scelto come “totem” per parlarvi del revival degli anni ’80 e ’90.

#doitbitter

In questo borsino dei cocktail più venduti spiccano i drink a base di bitter. Non solo liquori aperitivi, ma anche amari. Amari che in questi ultimi anni hanno avuto un successo straordinario. Amari che non sono più quelli di una volta. Nella stragrande maggioranza dei casi hanno un tenore alcolico molto inferiore rispetto a un tempo. E questo è uno dei fattori che li ha resi molto più interessanti per l’impiego in miscelazione.

#ifiglidelvino

Prodotti che dalla notte dei tempi vanno a braccetto con i figli del vino, dal vermouth al brandy. I nonni della miscelazione classica che oggi spopolano anche tra la Gen Z.

#foreveryoung

Sempre nella classifica dei “bestselling classic cocktails” 7 drink classici con vermouth, due a base di Pisco (Pisco Sour e Pisco Punch) e tre classici aperitivi italiani preparati con bitter. Oltre al Negroni, parliamo di Aperol Spritz (6° drink più venduto) e Americano (16°). Drink che potremmo definire forever young, perché intramontabili e indimenticabili.  Al terzo posto del podio anche il “nostro” intramontabile Dry Martini.

#quelfenomenodigin

Altro re della nostra top ten è “quel fenomeno di gin” presente in 10 dei 50 classici più venduti al mondo. Ci riferiamo a Negroni, Dry Martini, Gimlet, Gin Fizz, Ramos Gin Fizz, Vesper, Corpse Reviver #2, Last Word, Bee’s Knees e Clover Club. All’appello manca solo un miscelato. Il Gin Tonic che è il vero volano di questa crescita. Basti dire che in Italia, grazie al traino del distillato, le toniche sono cresciute del 15,8% a volume nel serale (con un +24,4% a valore) in assoluta controtendenza rispetto al mondo delle bevande gassate.

Ma la vera impresa di quel fenomeno di gin è stata la sua crescita monster capace da fare da traino a tutto il settore degli spirits. Secondo i dati forniti a Bargiornale da Marco Carbone, responsabile dell’Osservatorio Tracking Grossisti di Iri, le vendite di gin da parte dei grossisti nel canale serale nel 2021 sono più che raddoppiate rispetto all’anno precedente. Rispetto al 2019, i volumi di gin venduti dai grossisti sono cresciuti del 40% nel canale serale e del 30% nel diurno.  A questo si lega anche la crescita esponenziale dei brand di gin prodotti in Italia. Si parla di 800 etichette, ma attenzione al numero. Qui non si tratta di produttori, ma di etichette. «Quello di 800 è un numero che include anche chi produce 50 bottiglie e si improvvisa produttore aprendo una pagina sui social», ha precisato all’agenzia Askanews Vittorio D’Alberto, fondatore del sito ginitaly.it, ricordando che «il movimento del gin italiano è nato nel 2013, anno in cui a theGINday, la più importante kermesse italiana dedicata al gin, si presentarono tre produttori di gin Made in Italy».

#lowabv

Altro fenomeno del momento è la categoria No&Low, prodotti senza alcol o moderato tenore alcolico, che nel mondo ha raggiunto la cifra record di 10 miliardi di dollari. Non si parla solo di birre analcoliche (che rappresentano una quota volume del 75%), ma di un’ampia gamma di prodotti. Come i cosiddetti non alcoholic spirits, distillati e non distillati, ispirati ai vari botanical spirit, agli amari, ai vermouth e agli aperitivi. Prodotti a prova di palloncino destinati a chi ha adottato uno stile di consumo consapevole, ai guidatori, a chi per motivi di salute o religiosi non può bere, a chi vuole partecipare a momenti conviviali, ma senza bere alcolici. Lo mette nero su bianco una recente ricerca Iwsr: il 43% degli adulti in tutti i mercati di riferimento dicono di preferire i No&Low agli alcolici per non astenersi completamente dall’alcol e bere con moderazione durante le occasioni di convivialità.

#healthy

Di questa scuderia fanno parte, oltre ai già citati hard seltzer e ready to drink, le bevande fermentate come kefir, kombucha, lassi, miso giapponese ecc. Una categoria che secondo gli analisti dovrebbe passare, su scala mondiale, dai 23,1 miliardi di dollari del 2017 ai 35,6 miliardi di dollari entro la fine di quest’anno.

Sulla linea di confine dei No&Low troviamo un altro grande territorio destinato inevitabilmente ed espandersi. È catalogato dagli istituti di ricerca come “juicing” e include succhi di frutta, matcha e tè, soda drinks, acqua aromatizzate e, in generale, tutti gli healthy drink. Le ragioni di questo successo? Pare, sempre secondo gli analisti, che siano legate principalmente a questioni psicologiche. Nei momenti di incertezza, e tutte le volte che la vita appare più complicata, i consumatori vanno alla ricerca di conforto nei gusti più semplici e nelle bevande percepite come salutari. La stessa ricerca della cosiddetta "etichetta trasparente" dimostra quanto sia importante per il consumatore avere un’idea chiara del prodotto che ha di fronte.

#gastrodrink

In tante tendenze che riguardano il bere, ce n’è una che riguarda il mangiare. O per meglio dire il rapporto tra drink e food. Gli abbiamo dato l’etichetta di gastrodrink. Sono la bandiera che in qualche modo unifica sala e cucina, bar e ristorante. Sono le ricette di cocktail realizzate con metodi di produzioni e attrezzature tipiche della cucina. È la cucina liquida, ma è anche l’arte del pairing. Non è una cosa nuova. Anzi è antichissima. L’aperitivo liquido (drink) accompagnato dall’aperitivo solido esiste dai tempi de L’Ora del Vermouth.  Un rito antico della città di Torino durante il quale si usava sorseggiare il vermouth con un goccio di soda. Lo chiamavano il vermuttino. Da questo paleo-aperitivo ottocentesco nasce il rito dell’aperitivo moderno, evoluzione di una tradizione contadina piemontese conosciuta come merenda sinoira. Una cerimonia mondana nella quale si accompagnava il vermouth con stuzzichini dolci e salati della tradizione. Stuzzichini, dicevamo, non apericene.

1Non chiamare vecchio quel cocktail sempreverde

Quando i drink hanno una bella storia, è più facile che facciano la storia, nel nostro caso della miscelazione. Il Vieux Carré è uno di quei drink che hanno attraversato la linea del tempo rimanendo “forever young”, complici una ricetta indovinata, natali interessanti da raccontare  e quegli accadimenti della storia che finiscono per fare la fortuna di alcuni e l’oblio di altri.
A raccontarceli è Ezio Falconi, profondo conoscitore di storia e storie della miscelazione, che ha voluto inserire il Vieux Carré tra i drink che meritano di essere conosciuti del suo ultimo libro Storia dei cocktail dimenticati (Tecniche Nuove).

«Il cocktail - racconta - è nato a New Orleans, culla del bere miscelato e fucina di grandi drink come Sazerac, Grasshoper, Hurricane e compagnia, e negli anni ’90 ha beneficiato - come diversi altri, penso al Manhattan o al Martinez - di quella riscoperta delle antiche ricette di drink a base Vermouth innescata dal vero e proprio boom di questa bevanda in quegli anni, quando sono usciti sul mercato oltre una ventina di nuovi prodotti di qualità superiore rispetto a quanto aveva fino a quel momento offerto il mercato». Ovviamente, la ricetta di oggi non può essere la stessa delle origini. E questo vale per tutti i drink storici: «Spesso, nei ricettari di inizio ’900, si indicava la merceologia e non la marca. E questo è un primo elemento che necessità di un adattamento. In altri casi - non per il Vieux Carré - alcuni prodotti non esistono più e vanno sostituiti. E poi la qualità degli spirit - e la varietà disponibile - oggi è infinitamente superiore a quella dei prodotti di cui disponevano i nostri colleghi bartender agli albori della miscelazione. E questo da un lato rende molto più facile il nostro lavoro, a patto di conoscere a fondo gli spirit con cui lavoriamo, e dall’altro può richiedere aggiustamenti nelle dosi».

Come accade per la maggior parte dei drink che resistono al passare del tempo, il “segreto” del Vieux Carré è «una buona ricetta, facile da replicare, che oggi si può fare con prodotti di grande qualità capaci di esaltarne il gusto. In più fa parte della lista Iba, se ne parla da almeno un decennio, mescola ingredienti di provenienze diverse, consentendo a più persone di vari Paesi di sentirlo un po’ come proprio, ed è ricco di gusto e di profumi».

Ma c’è di più: «Oggi la stragrande maggioranza dei clienti preferisce i cocktail on the rocks più beverini rispetto a quelli filtrati. I motivi? Si impiega più tempo a bere, “dura di più”: permette un consumo più tranquillo e rilassato, complice magari un cubo di ghiaccio che rallenta la diluizione, durante il quale posso “giocare” con il mio bicchiere, mostrarlo. Finendo con il bere un drink che, grazie alla diluizione, risulta meno alcolico».

Il cubo di ghiaccio è un altro di quei dettagli che possono fare la differenza: «Oggi le persone hanno una competenza e una conoscenza molto maggiore dei clienti del passato. E quelli con un palato decisamente più educato sono in aumento. Per noi è un vantaggio, perché abbiamo interlocutori competenti con cui possiamo costruire percorsi di conoscenza e di esperienza interessanti. Ma questo ci impone da un lato di essere sempre più aggiornati, dall’altro di prestare attenzione ai dettagli, a tutte le componenti del cocktail. Il ghiaccio è un esempio: un tempo era ghiaccio e basta, oggi bisogna ragionare sulla sua qualità, sulla temperatura, sulla diluizione».

Quali sono, insieme o più del Vieux Carré, i cocktail sempreverdi che garantiscono buone vendite? «Sicuramente Negroni e Manhattan, ma direi anche il Boulevardier. Qui il lavoro del bartender, ancora una volta, fa la differenza, sotto forma di capacità di creare e proporre twist che permettano al proprio bottigliere di ruotare adeguatamente e al cliente di assecondare il proprio desiderio di novità senza allontanarsi troppo dai percorsi e dai gusti che conosce ed apprezza». A.M.

2Oltre il Gin Tonic

Un discorso importante non si risolve in un fraseggio e il discorso sulla miscelazione a base gin non si risolve con un Gin Tonic. Concorda anche Samuele Ambrosi, titolare di tre locali a Treviso, consulente, formatore e grande esperto di gin (al quale ha dedicato anche un libro, Anthologin). «Possiamo andare oltre, per rimarcare la grande forza di questo distillato nel mondo della miscelazione di oggi e di domani. Tre parole: Sour, Fizz e Collins, delineano per me i prossimi anni. Però dobbiamo stare attenti a non sottovalutare la forza, a livello comunicativo, del Gin Tonic. Resta un drink forte, “a prova di analfabeta” della mixology, e la sua popolarità è dovuta non solo alla sua grande bevibilità ma anche al fatto che in qualsiasi locale il cliente vada - dal bar di quartiere al 5 stelle lusso - resta un drink accessibile a tutti. Gin, tonica, ghiaccio, garnish. Popolare e facile da mettere insieme».

Fatti i dovuti omaggi al popolarissimo cocktail, Ambrosi va oltre. «Il gin si presta veramente a tante preparazioni nell’ambito miscelazione, anche molto semplici. Si sta aprendo mercato per uno studio sui classici nel quale i professionisti possono mettere la loro creatività». Quale drink scegliamo a simboleggiare tutto questo? «Il Gimlet, un cocktail altrettanto semplice (gin e cordiale al succo di limone) che trae la sua forza dalla sua storia. «Stiamo parlando di un Sour, e secoli di esperienza ci dicono che questo tipo di bilanciamento era già nel Dna del nostro palato. Si basa su un’idea di bilanciamento quasi naturale, perché è nato per necessità. Nel 1761 si scoprì che la causa dello scorbuto era la mancanza di vitamina C, che si assume con gli agrumi, ma la patologia rimase un problema per i marinai perché la mancanza di una tecnologia che mantenesse i prodotti freschi impediva la conservazione e il consumo di agrumi sulle navi. Un secolo dopo Lauchlan Rose riuscì a capire come conservare il succo di agrumi, stabilizzando e commercializzando un cordiale di agrumi. Questa scoperta, uno sciroppo ricco di vitamina C, finì nel carico obbligatorio delle spedizioni mercantili. Ed ecco che un marinaio, con a disposizione il gin e questo sciroppo, trovò naturale metterli insieme». Un sistema di bevuta che è sempre esistito, prima che il drink venisse codificato in miscelazione, nella prima parte del ‘900.

«Visto lo stile di bevuta dei consumatori di oggi, credo che si lavorerà molto su questi concetti Sour e molto su Fizz e Collins. Il Fizz è uno degli stili semplici che può aprire ancor di più un mercato importante nel mondo del gin. Non è difficile da impostare». E di nuovo torniamo al tema della semplicità: «Non c’è, in questo, la volontà di evitare ricette complesse. Però dobbiamo tenere prensente che siamo un Paese ancora in crescita dal punto di vista palatale, al di fuori delle grandi città dove l’offerta di miscelazione si è elevata molto. Se oggi il Sour esplode, Fizz e Collins rappresentano due concetti di grande bevibilità, sui quali si possono attuare strategie di vera sostenibilità e, non ultimo, strategie di prezzo abbordabili, visti anche i costi di produzione per nulla proibitivi di questi cocktail».

Buon senso e cura dell’aspetto economico, insomma. «Il prezzo va contestualizzato rispetto alla piazza e alle caratteristiche della struttura, naturalmente. Al netto di questo, in un bar di città Gimlet e Gin fizz si collocano tra i 7 e i 10 euro. A chi lo vendo? A un consumatore classico, ma il target si restringe se propongo una mia versione creativa. Oggi proporre un Gimlet significa azzeccarci al 99%, ma se dietro il banco c’è un “nome” il cliente si aspetta una firma particolare su quel drink».

Qualche indicazione concreta su come twistare senza strafare? «Consiglio di prepararsi in casa un cordiale al limone, magari trasformandolo in un cordiale agli agrumi, sempre con grande attenzione alla stagionalità. Tagliare il limone con del mandarino o con il melograno può dare un carattere speciale al drink. E poi, la shakerata: fondamentale che sia energica, direi esplosiva. Gli ingredienti si devono emulsionare alla perfezione».

Questo cocktail ci fa assaggiare anche il tema della sostenibilità e del rispetto dell’ambiente. «Si può lavorare - conclude Ambrosi - sulla territorialità, perché il limone è un prodotto tipicamente italiano. Altro punto fermo: noi compriamo il limone, non solo il suo succo. Quello che si può fare con lo scarto del limone una volta estratto il succo è tantissimo. In tutte le mie attività ho cercato e trovato dei modi per abbattere lo spreco. A partire dalla polpa rimasta dopo la spremitura: faccio macerare la polpa con un distillato ottenendo una vodka aromatizzata senza doverla acquistare. Facendo essiccare gli scarti con lo zucchero creo delle cialde, sorta di biscotti o cracker da usare come garnish. Con le bucce posso produrre uno sciroppo di oli essenziali, mettendole sotto zucchero e senza bisogno di macchinari particolari, o anche delle chips. Lo scarto alimentare, così, è quasi azzerato». Va massimizzato, invece, il valore del tempo: «Sponsorizzo da sempre l’utilizzo dei pre-batched, come sistema di lavoro per velocizzare preparazioni complesse, garantire linearità e poter dedicare il tempo ad altre cose, sempre inerenti al servizio: il cliente, la cura dei dettagli del cocktail». E.B.

3Meno è meglio

Il grande ritorno degli Highball e dei cocktail low alcol. Che, va detto, non ci avevano mai abbandonati, ma la loro presenza nelle cocktail list e nel cuore dei clienti è in costante crescita, di pari passo con la crescita del bere responsabile e con la sempre maggiore attenzione alla forma fisica. Ridurre il grado alcolico dei drink è sempre più un imperativo categorico e va di pari passo con il trend del Gin Tonic, che ha fatto da apripista, seguito dal Moscow Mule, dal Vermouth&soda e dal whisky&soda.

«Bevande semplici, gustose e da meditazione», chiarisce Federico Tomasselli, consulente food&beverage di Pastificio San Lorenzo a Roma e brand ambassador Spirits di Coca-Cola Hbc Italia. Da lui ci siamo fatti aiutare per tracciare innanzitutto una panoramica storica e un’evoluzione di questa tipologia di drink, distinguendo anche i “fratelli”, come per esempio la categoria dei buck, di cui fanno parte i Mule, nonché la derivazione giapponese dei Mizuwari. Caratteristica comune: un rapporto in cui la parte sodata (o comunque la diluizione) è preponderante rispetto a quella alcolica, rappresentata dal distillato. Mediamente parliamo di rapporto 1 a 3.

Nella sua ricerca a ritroso, presentata ai bootcamp dell’ultima edizione di Baritalia, Tomasselli intravede un primo nucleo di questa tipologia di drink in un passaggio che lo storico David Wondrich ha scovato fra le strofe del Don Giovanni di Lord Byron. Una prima pubblicazione incompleta di questo poema è datata 1819 ed è qui che fra i versi si legge di un vino bianco tedesco con aggiunta di soda. Un vino “spritzato”, quindi, alla maniera degli austro-ungarici, che porteranno questa moda nel regno Lombardo-Veneto fra il 1830 e 1840, aprendo la strada all’uso di allungare con soda o prosecco o altro, che ci riportano all’attuale Spritz, tuttora di gran moda.

Rimaniamo sulla metà dell’Ottocento, ma andiamo dalle parti dell’Inghilterra, dove già intorno al 1840-1850 era di moda bere il brandy&soda. «Possiamo dire che è il primo mix che formula il concetto di Highball. Nasce quindi in Inghilterra, ma è quando spopola in America che si afferma realmente». Nel frattempo la produzione del brandy subisce un brusco stop causato dal dramma della fillossera, (insetto che aggredisce le viti, ndr) ma rapidamente si individua nello Scotch scozzese (o l’Irish irlandese, a seconda dei gusti) un degno sostituto di questo drink da meditazione: nasce così lo scotch&soda. È il 1851 quando in piena Esposizione universale di Parigi viene installata al centro del Crystal Palace una fontana che dà acqua tonica, a celebrare l’invenzione della carbonatura. «Ma ancora il nome Highball non è codificato», avverte Tomasselli, che è andato a curiosare nelle prime tre edizioni del Bartenders’ Manual di Harry Johnson. Nella primissima uscita, datata 1882, si trova il brandy&soda, che è ancora lì nel 1888, anno della seconda edizione. È alla terza edizione del 1900 che scompare il brandy&soda, sostituito dallo scotch&soda e compare la parola Highball, che fa riferimento al bicchiere alto e stretto con cui si serve il drink. Va da sé che, una volta sbarcato in America, lo scotch&soda viene rapidamente adattato al distillato locale di riferimento, ovvero il Bourbon. Successivamente un altro libro sacro della miscelazione Bartender’s Guide di Hoffman House, uscito nel 1905, torna a nominare l’Highball per lo scotch&soda. «Questa guida - dice Tomasselli - è frutto della collaborazione tra due importanti personaggi dei primi del Novecento: Charley Mahoney e Richard K. Fox. Mahoney è stato prima bartender e poi manager dell’Hoffman House Bar, un locale che già aveva il suo signature in carta, l’Hoffman highball, che specifica con quali marchi veniva preparato il drink della casa».

Questo è un dettaglio da non sottovalutare, perché è grazie agli agenti di commercio che solcano le strade d’America e alla pubblicità che si diffondono i soft drink e gli Highball prendono definitivamente piede. A questo punto l’argine alla fantasia è definitivamente rotto: «Si moltiplicano le varianti, contemporaneamente si diffonde il Gin Tonic, spopola la Coca-Cola e con essa si iniziano a bere il whisky&Cola, oppure nella metà degli anni Cinquanta in Messico va forte il Batanga cocktail (tequila, lime e Coca-Cola, con una bordatura di sale sul bicchiere)», racconta Tomasselli. È dei primi del Novecento la ricetta di quelli che venivano definiti Buck (il primo esperimento è con il gin), in cui la parte sodata era rappresentata dalla ginger ale, con succo di lime: «L’antesignano del Moscow Mule, in cui la ginger beer ha preso il posto del ginger ale e la vodka ha sostituito il gin, ma la struttura e la filosofia del drink è la stessa», commenta Tomasselli. A.T.

4Drink gagliardi o toccasana?

Il menu autunno-inverno 2022/2023 del Mag Navigli e del Mag La Pusterla di Milano è un po’ Jeckyll e un po’ Hyde. Da una parte la Baddy List, dall’altra la Goody List. Una è per indulgere, l’altra per star bene. Entrambe per godere. Questo il fil rouge. Come una diade nella quale le due parti non si escludono, ma sono complementari al progetto. Come una moneta. Che se non avesse le due facce sarebbe solo un pezzo di metallo senza testa né croce. Senza niente da raccontare a chi le osserva. E invece le facce parlano. Eccome. Raccontano, in questo caso, delle nostre mille personalità. Baddy è il tipo che tua mamma vorrebbe che smettessi di frequentare. Goody è il compagno che tua mamma vorrebbe che sposassi. A te la scelta. Sempre che tu non decida di frequentarli entrambi. Partiamo dai “cattivi”.

Al Mag Navigli scopriamo la Baddy List che, come sottotitolo, recita “lasciati andare e goditela”.  Al suo interno ha 11 drink tonici, gagliardi, senza pudore, per peccatori. Un’ammucchiata di cocktail malandrini ispirata ai super classici. Perché va bene sperimentare, ma alla fine una bussola è giusto fornirla anche a chi di miscelazione ne sa meno di zero.  C’è il Breakfast Tai, stile Mai Tai, con lo sciroppo di Pan di Stelle. Il Negroni del Gladiatore che in romanesco grida “ahò!” ed è condito con acqua di cacio e pepe. Un drink - come indicato in carta - che per smaltirlo devi fare due giri der Colosseo. E proseguendo, in un’epoca di fake, il Cuba Libre chiamato Fake Cola elaborato con ginger beer, cordiale al tamarindo e bitter al cardamomo. Il dito scorre su Sancio Panza preparato con Charanda Rum alle ribs, cordiale di birra, guacamole, salsa ranciero e pico de gallo. Ed è subito fiesta. Nella list dei ragazzi terribili c’è un Old Pressioned, drink con rum blu elettrico, sciroppo di liquirizia, guaranà e sale, bitter al mate e cacao amaro. Roba da cardiopalma.

E via con il lieto sciallo del Cheesecake Margarita; del Torno Subito (tempo di una sigaretta, ndr) con vermouth al tabacco e del Bau’s Margarita con sciroppo di patatine e crusta di sale alle Fonzies da far leccare al cucciolo. Il sour dolce della casa si chiama Bounty Sour e ha come attori protagonisti Bitter Fusetti al cioccolato e acqua di cocco. Mentre Tic-Tac Side contiene uno sciroppo di Tic-Tac e l’Aromatico di Farmily.

Girando il menu scopriamo il lato angelico della faccenda: i nuovi dieci drink del Mag La Pusterla. Il locale si trova a un quarto d’ora a piede dal Mag di Ripa di Porta Ticinese. Una passeggiata ristoratrice, concessa agli ospiti, per liberarsi dai sensi di colpa e liberarsi da quel diavoletto sulla spalla che li ha convinti a fare troppi strappi alla regola.

Ci accoglie il bar manager Francesco Bonazzi che subito ci mette sull’avviso: «Le due linee di cocktail sono diverse. Non troverete da noi i drink del Mag Navigli, così come al Mag La Pusterla non ci sono i drink del Mag Navigli». Qui solo cose buone dal mondo, come recitava una pubblicità dei tempi dei boomer. La Goody List della Pusterla gioca sulla moda degli healthy drink. Gioca perché nell’elenco dei 10 drink non ci sono né mocktails, preparazioni zero alcol, girandole di low-fi cocktail, pozioni medicamentose, bevande funzionali o tisane da centro benessere, ma specialità destinate, citiamo testualmente: “per il vostro benessere psicofisico…anche tra le lenzuola!”. E così iniziamo subito da Sex Better and More. Una bomba afrodisiaca, ispirata al Negroni, in cui spiccano griffonia e passiflora (entrambi alleati del buonumore) e la carica della cioccolata. Il drink è accompagnato da frutto della passione e una scatolina dal messaggio esplicito: “Non è importante con chi vai, ma con chi vieni”. Mais una Gioia è segnalato come un rimedio antidepressivo. Se c’è la sfortuna, tanto vale scherzarci su. Ed è così che questa interpretazione del classico Boulevardier viene accompagnata non da un biscotto della fortuna, bensì da un biscotto della sfiga. Sul quale sono impresse frasi che piacerebbero ad Arthur Bloch, quello della Legge di Murphy. Scarti e trovi scritto “Il problema sei tu” o “Novità sul lavoro? Lo perdi”. Per riacquistare qualche diottria il Mag La Pusterla propone Can’t See Me, una sorta di Bloody Mary arricchito con carota, peperone e pomodoro. Il tutto servito con un occhio inquietante fatto col daikon. Come rimedio antinfluenzale la casa suggerisce Hei, Boccasana! Preparato con bourbon, cachaça con liquirizia e miele, timo, zenzero e lime. Un toccasana, anzi un boccasana, che “se ti provoca più di un brivido, è influenza!”.

L’impianto narrativo di entrambe le liste è sorprendente. Alterna il bene e il male, il bianco e nero, classicismo e romanticismo. Dicotomie che si risolvono in drink come Skin Care che “fa bene alla pelle, ma meglio berlo che spalmarselo addosso”. S.N.

5Quelli che gli anni Novanta

Il naming è l’arte sottile e complessa di dare un nome appropriato alle cose. Una di quelle attività per le quali intere schiere di divisioni marketing, manager della comunicazione, agenzie e pensatori vari si spremono le meningi fino a trovare la formula giusta e gridare: Eureka! Salvo poi ricredersi il giorno dopo. Il naming è usato per vendere qualsiasi servizio e prodotto. Cocktail inclusi. Oggi un menu con le voci giuste è il minimo sindacale per un locale di successo. A volte metti la parola azzeccata e il cocktail inizia a vendere. A volte sbagli e ti penti. In certi casi va, semplicemente, di fortuna. Avete presente il Pornstar Martini di Douglas Ankrah? Doveva chiamarsi Maverick Martini. Poi Ankrah ebbe un ripensamento. E con il ripensamento arrivò il successo planetario. Sono storie che càpitano solo ai migliori capitani. E Ankrah fu uno di quelli.

Negli anni Ottanta nacque un cocktail chiamato Cosmopolitan. Simbolo di un’epoca e destinato ad avere successo. Il nome lo aiutò. Di più, il suo soprannome. “Cosmo” divenne l’unico cocktail degli ultimi anni del ventesimo secolo a raggiungere lo status di “brand”. Non era più solo un drink, ma un cosmo intero. Un nuovo idolo capace di convertire un’intera generazione di bevitori di birra e vini alla religione dei cocktail. Alcuni definiscono il Cosmo come l’anello di congiunzione tra i decenni bui della miscelazione e l’inizio del revival dei cocktail artigianali. Il drink passe-partout. Il Cosmo è diventato un fenomeno di costume in forma liquida.

La sua epopea glamour non è immediata. Risale a metà degli anni Novanta e inizia così. È una sera del 1996. Al Rainbow Room di New York arriva Madonna, reduce di un grande successo come attrice per il film Evita Perón e di un Golden Globe. La signora Ciccone siede ovviamente nel posto migliore del locale gestito da Dale DeGroff, the King of Cocktails di New York. Fotografi e paparazzi la immortalano con il “Cosmo” in mano. Da lì in poi il nostro drink schizza nell’empireo. La consacrazione definitiva come icona glamour avviene nella serie tv della HBO Sex and the City, grazie a Sarah Jessica Parker che interpreta una scoppiettante Carrie Bradshow assettata di gustose miscele in rosa. Ed è così che il Cosmo diventa il “cocktail seriale” della serie tv.

La formula del drink è semplice. Un sour, nipotino del Kamikaze, a base di vodka aromatizzata al limone (storicamente Absolut Citron), succo di lime fresco, Cointreau e succo di mirtillo rosso. Come succede ai cocktail più famosi, ha una storia confusa e controversa, con bariste e baristi americani che, da costa a costa, ne rivendicano l’invenzione o la diffusione. Questa è la sintesi in tre comodi passaggi. Sembra che la prima versione sia del 1985 e porti la firma di Cheryl Cook, bartender attiva tra il 1985 e il 2000 e conosciuta a Miami come “The Martini Queen of South Beach”. Toby Cecchini è colui che nel 1988 ha creato la versione semplificata e oggi più nota e diffusa, mentre Dale DeGroff è il bartender che ha reso celebre il “Cosmo” nel mondo.

La ricetta che divenne famosa e servita come Cosmopolitan in tutto il mondo fu molto probabilmente formulata nel 1988 dal bartender Toby Cecchini all’Odeon di TriBeCa, allora uno dei ristoranti più chic e famosi di Manhattan. Si dice che Cecchini chiese di fare un colloquio all’Odeon dopo aver visto la sua vetrina immortalata nella copertina di “Le Mille Luci di New York”, bestseller di Jay McInerney che raccontava la storia di un giovane giornalista intrappolato nella New York delle quattro “c”: cocaina, cinismo, cash e casual sex.

Torniamo a Cecchini e al suo Cosmo. Cecchini ha dichiarato di aver preso ispirazione da un drink di San Francisco. Un cocktail riportato anche in un articolo del San Francisco Chronicle, a firma Jesse Salvin, che scrisse di aver incrociato quel «Kamikaze con succo di mirtillo rosso servito in un bicchiere da cocktail» al Julie’s Supper Club nel 1987. Cecchini fece tre sostituzioni su quattro ingredienti. Prese al posto della vodka Absolut Citron (lanciata nel 1988), succo di lime fresco invece di Rose’s Lime Juice e il Cointreau al posto del più economico triple sec. C’è un fatto curioso e poco noto. Si racconta che la dose precisa di cranberry fosse scelta a discrezione del cliente. “Quanto lo vuoi rosa?”, chiedeva il barman. Se l’ospite lo avesse desiderato “carico” allora il barman avrebbe aggiunto succo di mirtillo rosso fino a sentire la parola “stop”. Come tutte le belle storie anche questa ha avuto i suoi alti e bassi.

Il periodo di decadenza è arrivato verso la fine dei Duemila. Aprivano i primi craft cocktail bar e le nuove generazioni non volevano sentirne parlare. Cecchini ha raccontato che in posti come il Milk & Honey (il primo neo speakeasy di New York) arrivarono a rifiutarsi di acquistare succo di mirtillo rosso, in modo da non essere costretti a preparare il drink. Il Cosmopolitan non ha fatto una piega e ha attraversato quel periodo infischiandosene dei commenti degli altri. Oggi lo ritroviamo tra i primi quaranta cocktail più bevuti nel mondo. S.N.

6Famolo bitter

Se fino a poche stagioni fa poteva definirsi un trend, oggi è una certezza. Parliamo dell’utilizzo degli amari in miscelazione, una realtà ormai completamente sdoganata. Parliamo forse dei prodotti più identitari d’Italia che affondano le proprie radici fino addirittura al 1100, anno di fondazione della Scuola Medica di Salerno. Dalla Campania, il sapere liquido si è preso diffuso a monasteri e conventi che lo hanno tramandato fino all’epoca moderna tanto che oggigiorno è pressoché impossibile visitare qualsiasi zona o regione del Belpaese senza imbattersi in una versione autoctona di un amaro, a certificare il legame fortissimo tra produzione e territorio.

Storicamente consumati come digestivi dopopasto, gli amari hanno dunque finalmente oltrepassato la linea di demarcazione tra tradizionale e moderno e molto del merito di questa rivoluzione si deve ai bartender statunitensi, che sulla scia della riscoperta della miscelazione classica, iniziata a metà anni Duemila, hanno rispolverato prodotti fino ad allora poco considerati come vermouth, rye whiskey e, appunto, amari. «Non la definirei una novità in senso assoluto - obbietta Paolo Sanna, proprietario del Banana Republic di Roma, intervenuto a una masterclass su Amaro Averna all’ultimo Bar_to_Be di Catania, del quale il brand del portfolio di Campari Group era main sponsor -. Storicamente parlando, l’amaro è sempre stato utilizzato anche dai primi miscelatori come Harry Johnson o Jerry Thomas e lo si ritrova nella Bibbia del Savoy Cocktail Book».

Sanna, che cura anche il programma beverage del Relais dei Monaci delle Terre Nere, a Zafferana Etnea (Ct), affianca il momento positivo vissuto dagli amari allo sviluppo parallelo di cocktail bar e locali dedicati.

Tra questi, c’è l’Amaro Bar di Londra. Nel ruolo di senior bartender si trova Victor Maggiolo, italo-paraguayano, che vanta  una lunga esperienza dietro al leggendario bancone del Savoy e che conferma come gli amari in miscelazione siano un ingrediente incredibilmente versatile. «In Italia - spiega - esiste una varietà di prodotti impressionante, ciascuno con caratteristiche proprie e interessanti. Ma attenzione, il loro utilizzo è meno semplice di quanto possa ssembrare. La difficoltà sta, infatti, nel farli integrare con gli altri ingredienti, senza coprirne i sapori. In un cocktail, tutti gli elementi devono essere riconoscibili e l’amaro va accostato con cautela perché piuttosto impattante».

La versatilità dell’amaro deriva anche dalle sue molteplici modalità d’uso. «L’amaro  in miscelazione dona in genere una maggiore profondità di bevuta - prosegue Sanna - e può essere utilizzato come base per dare corpo a miscelati “leggeri” che acquisiscono così anche più freschezza grazie al largo uso nelle infusioni di radici, erbe, spezie, molto spesso balsamiche e mediterranee. Inoltre, l’amaro si miscela perfettamente con sciroppi o succhi, dando vita a bevande spiritose e beverine». Numerose possono infine essere le varianti di cocktail classici dove il distillato della ricetta ufficiale può essere rimpiazzato da un amaro. Non solo. Secondo Maggiolo, l’amaro può anche essere anche impiegato come modifier, al posto quindi dei soliti liquori, contribuendo all’abbassamento del tenore zuccherino complessivo del cocktail.

Da considerare, infine, che le formulazioni degli amari contemporanei, orientate tendenzialmente a un abbassamento del grado alcolico, li hanno resi più idonei a un utilizzo in miscelazione. Questa amaro revolution che  sta facendo viaggiare gli amari sui binari di consumi non più solo legati all’idea di digestivo va comunicata con savoir faire e professionalità. «Il consumatore tipo, magari di una certa età, è generalmente più restio a cambiare idea - ammette Sanna -. I più giovani sono invece più disposti a provare un’esperienza inedita, a fidarsi del professionista che sta dietro al banco, anche perché sono già sintonizzati sulla tendenza del “bere meno e meglio”. E, quindi, è con loro che si può davvero fare un discorso nuovo». C.C.

7Un esercito di martiniani

Nei suoi cento e più anni di storia, quante parole sono state spese sul Martini? A questo cocktail si sono dedicati attori, scrittori, vincitori di premi Nobel, ma anche bellimbusti e filibustieri. L’allure che regna intorno all’iconico drink sembra non scorgere tramonto. Eppure, questo cocktail, considerato complesso, è di per sé semplicissimo. Essenziale. Composto da soli due ingredienti. Ma se così fosse, gli scaffali dei supermercati e i freezer di tutte le case sarebbero custodi di un rituale riproducibile e fruibile a tutti. Eppure, nemmeno i più arditi produttori di ready to drink si sono mai sognati di mettere in produzione un Martini bell’e fatto e finito, a uso e consumo in qualsiasi momento (a onor del vero, negli anni ’50 esistevano diverse versioni di Martini già pronti, ma nessuna ha veramente avuto successo). Questo perché il cocktail, e in particolare questo cocktail, è il risultato non solo di una mescola degli ingredienti scritti in ricetta, ma di un insieme di altri fattori che ne determinano il risultato.

Il Martini ha una caratteristica che lo rende particolarmente difficile da domare: è bevuto da un particolare tipo di persona: il “Martiniano”. Appartiene sì al nostro mondo, è talvolta un personaggio insospettabile, ma si aggira tra noi con la fiera consapevolezza di saper perfettamente come deve essere fatto un Martini: e la risposta è: «Come lo voglio io». Di Martini e Martiniani ne hanno discusso, in un pomeriggio in laguna, un decano della miscelazione del calibro di Walter Bolzonella con il filosofo Massimo Donà.

Siamo sull’isola di San Giorgio, nell’omonimo caffè, all’interno della settimana di Venice Cocktail Week. Mentre il ghiaccio scivola sulle pareti di un freddo mixing glass, Bolzonella parla di esperienze legate al Martini e intanto ne prepara una sua variante, a base di salamoia di erbe di laguna e vodka ghiacciata. Gli ingredienti, dicevamo, sono due, più la decorazione. Intorno a questi entrano però in gioco tutti quelli che sono gli ingredienti emozionali; e sono proprio questi i più difficili da dosare. Sono loro che fanno sì che il Martini cambi sempre, sia sempre unico e fine a se stesso. Il Martini è eterno perché cambia continuamente. Ci sono sfumature tecniche, che sono frutto dell’interazione tra barman e cliente. Quando giri lo spoon nel mixing glass guardi il cliente negli occhi e lui guarda te, e capisci senza bisogno di cenni o parole che devi smettere di mescolare e versare il tutto in un bicchiere. Quando si incontra un nuovo Martiniano, inizia un rituale di conoscenza discreta, in cui il barman cerca di parlare il meno possibile, lasciando parlare il cliente. Il Martiniano ha bisogno di essere ascoltato, e il barman di saper ascoltare. Il Martini lo si impara dai clienti, non dai colleghi esperti. È un intreccio di linguaggi, di gesti, di comunicazioni non scritte né verbali che avvengono tra i due. Quando hai servito bene un Martiniano, ricevi una grande energia da lui. Non è un caso che i Martiniani un tempo si sedessero quasi esclusivamente al banco, come non è a caso che alcuni grandi alberghi si siano dotati di un carrello per i Martini; per non rompere il legame di fiducia. La conclusione di Bolzonella è che, più di ogni altra cosa, sono gli ingredienti emozionali quelli determinanti.

Secondo Donà, occorre capire innanzitutto qual è la ragione per cui un cocktail abbia bisogno di questi elementi “invisibili”. La ragione è che il cocktail è un’immagine straordinaria e felice di ciò che noi siamo. Ognuno di noi è una miscela di elementi intellettuali, fisici, corporei ma anche psichici. Secondo la filosofia eraclitea del divenire, tutto scorre e nulla è mai identico a se stesso. La verità non è statica, e solo nel mutamento si manifesta ciò che siamo. E in questo contesto, cosa fa il cocktail? Cerca quell’armonia di elementi che ci consente di ambire prima all’equilibrio, e poi al bello. Non si dovrebbe mai definire un cocktail buono, ma bello. Perché il primo termine si applica a qualcosa che fa del bene e che è essenziale, necessario. L’acqua, per esempio. Il “bello” invece ha a che fare con un piacere che va al di là dei nostri bisogni, è fine a se stesso, e per questo è un’esperienza puramente estetica. È in questo senso che il barman potrebbe esser definito un artista: l’arte infatti non conosce quale sarà il suo esito, ma ha come unico fine il fornire qualcosa di bello a colui che la fruisce. Il Martini, nella sua semplicità, consente un bel gioco all’improvvisazione. Essendo meno condizionato dalla molteplicità degli ingredienti, è forse il modo più diretto di arrivare a quell’ideale di bellezza non complessa che, in fondo, è esattamente ciò che il Martiniano va cercando. J.B.

8Fantasie hard

Ne abbiamo parlato per la prima volta più di un anno fa, come trend soprattutto nei Paesi anglosassoni, con gli Stati Uniti che nel 2019 hanno generato un giro d'affari da 1,5 miliardi e che hanno chiuso il 2021 con 4.6 miliardi di dollari di lattine vendute. I numeri italiani sono briciole a confronto, ma gli hard seltzer stanno trovando timidamente uno spazio anche nel Belpaese, per quanto sia ancora difficile prevederne la dinamica futura.

Tecnicamente sono bevande moderatamente alcoliche e dal basso contenuto calorico. Gli ingredienti sono pochi e semplici: acqua gassata, un'aromatizzante (perlopiù fruttato, speziato o floreale) e una base alcolica. Quest'ultima talvolta è il risultato di una fermentazione degli zuccheri, altre volte è semplicemente alcol aggiunto agli altri ingredienti. Occorre, infatti, distinguere tra due categorie di hard seltzer. Nel mercato mainstream dei grandi volumi, gli hard seltzer sono di fatto ready-to-drink prodotti spesso da grandi marchi di spirits o da colossi della birra. Il loro fascino risiede nel fatto che si tratta di mix che combinano caratteristiche capaci di attrarre un target allargato rappresentato dai fan delle bevande a basso contenuto calorico (un hard seltzer da 330 ml ha circa 100 calorie), dagli amanti delle bevande semplici e con etichette di facile comprensione (pochi ingredienti e scritti in modo chiaro) e da coloro che prediligono preparazioni a basso tenore alcolico. L’alcol di un hard seltzer è paragonabile a quello di una birra light, ma con molti meno carboidrati.

La seconda grande categoria di hard seltzer raggruppa prodotti molto diversi, normalmente ideati da piccoli birrifici e appassionati fermentalisti: prodotti che derivano da una fermentazione, quindi dall’azione di lieviti su una base di acqua e zucchero. Il principio è lo stesso della birra e la gradazione è simile, quindi potremmo definirle come “birre-non-birre”.

In Italia una delle prime aziende a realizzare hard seltzer di questo tipo è stata Fermentati del Coppe, azienda produttrice di sake italiano (sì, avete letto bene). E poiché il fermentato di riso è una preparazione tipicamente invernale, d'estate l’azienda dedica il proprio impianto produttivo alla creazione di hard seltzer a base di frutti come pesca bianca, ribes o albicocca.

Sul tema hard seltzer abbiamo sentito Dario Comini del Nottingham Forest di Milano. Un argomento sul quale il pioniere italiano della miscelazione di ricerca ha le idee chiare: «Di base una bevanda di questo tipo nasce per essere consumata da sola, come alternativa a una birra. Metterla all'interno di un cocktail contraddice quella che è la sua natura». Tuttavia non mancano eccezioni. E nell'approccio ponderato e creativo al quale ci ha abituato, Comini ci racconta un cocktail semplice ma con una logica ben precisa, l'Hard Paloma. Solo due ingredienti: Tequila blanco e hard seltzer al pompelmo, perfezionato con una crusta di sale rosa. L'idea di fondo è che il Paloma, drink molto apprezzato negli ultimi anni, sia essenzialmente piuttosto dolce, dato l'utilizzo delle grapefruit soda, che hanno generalmente un elevato quantitativo di zuccheri.

Per proporre un'alternativa più secca, l'hard seltzer è, in questo caso, un ottimo alleato, dato che gli zuccheri all'interno sono stati tutti consumati dai lieviti e dato che di per sé il prodotto stesso ha un'acidità che rende superflua l'aggiunta di succhi di agrumi, come avviene con il lime nella ricetta tradizionale. In via alternativa il drink si presta anche all'utilizzo di un Tequila reposado, le cui note di cacao e vaniglia che si abbinano bene al pompelmo, hanno in questo caso un risalto maggiore, accentuato dai minori zuccheri all'interno del cocktail.

Qualora voleste cimentarvi nella creazione di un hard seltzer dietro il banco, la sua realizzazione è piuttosto semplice, anche se alcune problematiche potrebbero incorrere nel mantenimento delle bollicine al suo interno. Il consiglio è quello di preparare un batch di alcuni litri, e di usare un semplice gasatore per carbonarne di volta in volta porzioni da un litro.

Gli ingredienti aromatizzanti possono essere di vario tipo; normalmente, per mantenere cristallino il prodotto finale, vengono utilizzati gli oli essenziali, che sono facilmente reperibili in erboristeria. Una ricetta base per un litro di prodotto, è la seguente: 860 ml acqua, 0,2 ml estratto di lime, 0,2 ml estratto di limone, 30 ml succo di arancia chiarificato, 1 g acido citrico, 140 ml vodka. Una volta uniti e mescolati gli ingredienti, aggiungere l'anidride carbonica e servire. E se è vero che per ora questi prodotti - in entrambe le loro declinazioni - non sembrano essere l'alleato migliore per la miscelazione, il mercato degli hard seltzer ha ancora molto da dire (soprattutto in Italia), e lo farà sicuramente nei prossimi anni.

Anche la birra una volta non veniva usata in miscelazione e pure il kombucha sembrava essere nato per essere bevuto da solo... ma le vie dello shaker - lo sappiamo bene - sono infinite. J.B.

9Il tempo delle mele

Tra le parole più amate nel mondo del fuori casa, “stagionale” occupa un posto in prima fila. Termine presente in molti menu dei ristoranti e sempre più spesso nelle carte cocktail dei bar. Lavorare con prodotti all’apice della loro maturazione e reperibilità è giusto sotto tanti punti di vista, siano essi etici, economici o qualitativi. Abbiamo chiesto all’“ingegnere del cocktail” Giovanni Ceccarelli qual è l’approccio migliore per dedicarsi alla creazione di un drink o di un menu di stagione, e quali possono essere le criticità.

Innanzitutto, quando si parla di stagionalità si può operare in due modi, e uno non esclude l’altro: la prima modalità è quella di scegliere prodotti di facile reperibilità, che sono disponibili localmente o che appartengono alla propria zona climatica, per poi inserirli in un drink. D’estate le pesche, d’autunno i cachi e così via.

Esiste poi un altro livello di lettura, che è quello di richiamare nella memoria delle persone quelli che sono i sapori e i profumi di una determinata stagione: spesso sono ingredienti correlati alla stagione, ma non sempre. Per esempio, la cannella viene considerata “invernale” ma non necessariamente lo è; anche le mele sono associate all’inverno, eppure si colgono ad agosto. Non sempre una stagionalità “percepita” corrisponde ai tempi di Madre Natura; sapevate, per esempio, che gli avocado hanno il periodo di maggiore maturazione in dicembre? Nonostante ciò, vengono considerati un frutto tipicamente estivo.

Nel caso del cocktail Una nonna in Tennessee Ceccarelli unisce entrambi gli approcci. La materia prima di riferimento è la mela cotogna, che viene unita a sentori e profumi tipicamente invernali, come la cannella presente nel Tennessee Whiskey Jack Daniel's Fire e il burro di arachidi, altro elemento legato a un’idea di stagione più che a una vera stagionalità: rimanda al periodo invernale, sia per il gusto e la densità, sia per l’associazione mentale che abbiamo con la frutta a guscio sulla tavola del Natale. Il drink viene servito caldo, rientrando in una categoria di cocktail spesso sottovalutata, ma anch’essa evocativa ed emozionale, oltre che decisamente stagionale.

Talvolta si parla di “spirits stagionali” facendo riferimento al fatto che alcuni distillati sono percepiti come appartenenti a una stagione o a un determinato periodo dell'anno: ad esempio, un rum giovane si pensa in genere legato all’estate, mentre un Cognac o un Armagnac si collocano spesso in una dimensione invernale. Un approccio troppo limitante, come dimostra di nuovo Ceccarelli con un secondo cocktail. Si tratta del Vietnam Winter Punch, a base di gin Saigon Baigur, cordiale al tè di gelsomino e latte di cocco: un mix che gioca sul fatto che gli hot cocktails siano associati a distillati diversi dal gin e a spezie calde tipiche dei brown spirits, ma la provocazione di questo singolare punch vietnamita sta nel ricordare che il gin, con il suo ampio bouquet aromatico, è in realtà un alleato perfetto per un cocktail caldo, soprattutto se affiancato a ingredienti delicati come un cordiale a base di tè.

In questo drink si gioca, dunque, su una stagionalità percepita e su inedite e originali associazioni di gusto, più che sulla scelta degli ingredienti del momento.

I vantaggi del lavorare seguendo e rispettando il ciclo delle stagioni li conosciamo, anche perché esiste una sterminata letteratura sull’argomento. Meglio, dunque, concentrarsi sulle problematiche: se è vero che ci sono prodotti disponibili durante tutto l’arco di una stagione, ve ne sono altri (come la celebre pesca bianca del Bellini) che si trovano sul mercato solo per poche settimane. Non potendo contare a lungo su una materia prima, se la vogliamo impiegare come ingrediente bisognerà pensare a integrazioni della drink list con proposte temporanee o “speciali della settimana”. Lavorare rispettando le stagioni significa inoltre cambiare quattro menu l'anno, ed essere in grado di programmare le proprie idee in anticipo, per poi applicarle solo quando si avranno a disposizione gli ingredienti: quindi, cominciare a pensare al menu di primavera quando si è in inverno, ma riuscire a testarlo solo con l'inizio della nuova stagione. Una capacità organizzativa e tecnica che richiede un po’ di allenamento, ma che può dare belle soddisfazioni. J.B.

10Sempre più contaminazioni con la cucina

Non ci facciamo scudo di slogan semplicistici o di paroloni altisonanti, perché parliamo di un tema molto concreto, quello della collaborazione e della simbiosi tra cucina e banco bar, tra studio del cuoco e impegno del bartender. Una realtà, sotto molti punti di vista. Dom Carella, con il suo Carico in via Savona, alle porte del distretto milanese del design, sta tracciando il suo personale rapporto tra cucina e miscelazione. A partire da un serio lavoro di pairing. «Quando al bar abbino a un Margarita un’ostrica o un club sandwich non vuol dire che stiano bene assieme. È solo per incentivare la bevuta, dargli un sostegno, con un boccone grasso, dal gusto intenso, capace di resistere all’alcolicità. Del tutto diverso è il lavoro di food pairing: un abbinamento studiato che sia complementare, in un vicendevole sostentamento di armonie». Il lavoro, dunque, deve essere fifty-fifty, a metà tra cucina e bancone. Un po’ come la carriera di Carella, approdato al bar dopo una decennale esperienza da chef. «Per questo dico che Carico non potrebbe esistere senza il suo cuoco, Leonardo d’Ingeo e tutto lo staff, che comprende anche Giuseppe Caffo in cucina e Cristian Teducci, Francesco Polo e Giacomo Scotti al bar. Il nostro è un lavoro di brainstorming senza confini, se non quelli del gusto. E non è vero che, come sento dire spesso oggi, la miscelazione sia fortemente influenzata da tecniche di cucine, perché in realtà il loro utilizzo nei drink è pratica antica». Piuttosto, possiamo lanciare una provocazione sostenendo il contrario, sempre con Carella: «La cucina è sempre più influenzata dalle tecniche del bancone».

Il risultato di questo pairing può dare risultati entusiasmanti. «Il mondo del bere miscelato si affaccia a un profilo di aromi e gusti più ampio di quella che è l’offerta usuale a tavola. Un vino, più o meno buono che sia, offre una diversificazione ridotta. Un cocktail ampia gli orizzonti, offre incroci nuovi, e tocca dei punti che naturalmente il mondo del vino non può avvicinare. Ma bisogna fare attenzione all’alcolicità, perché qualora fosse troppo spinta, inibirebbe la percezione del gusto del piatto. E quella dei cocktail si percepisce diversamente da quella del vino: i 14% vol di un rosso si sentono meno rispetto ai 14% vol di un Margarita». Di tutta questa premessa, il Mediterraneum, uno dei drink in carta al Carico, è un esempio particolarmente significativo. «Il drink parte dalla lavorazione del pomodoro: centrifughiamo i pomodori freschi per ottenere l’acqua di pomodoro, mentre il restante finisce in cucina per realizzare salse e condimenti. L’acqua ottenuta viene infusa con basilico, e poi lavorata in prebatch con il gin, il vermouth e il marsala. Il riposo del prebatch per 24 ore permette di legare tutti i gusti: questa tecnica infatti non è solo utile per velocizzare il servizio, ma anche per compenetrare al meglio le molecole. Il risultato è un cocktail che non arriva a 10%, pensato per l’abbinamento con la seppia, il suo fegato al nero, intingolo di bieta, avocado arrosto». E i risultati sono sorprendenti. «Il pomodoro dà particolare enfasi al magnetismo della seppia e del nero. Il marsala con la sua ossidazione inibisce alcuni gusti ma enfatizza la parte marina, mentre il gin garantisce una leggera spinta alcolica che apre il palato». Un pairing perfetto, 100% sostenibilità e low alcol: benvenuti nella miscelazione contemporanea. A.R.

Il regolamento di Baritalia 2023: scopri come partecipare

Baritalia
Gian Maria Ciardulli. suo il miglior drink dell'edizione 2022 di Baritalia
Il tema della sfida di Baritalia 2023 è “A Drink for the Planet”. Crea il tuo cocktail sostenibile con i prodotti del paniere e scopri come partecipare: candidature, selezione, esibizione, valutazione, scelta. I migliori si sfideranno nel final show di Cannes

Diffondere la cultura del bere miscelato di qualità è dal 1979 una delle mission di Bargiornale. Baritalia è l’evento itinerante - giunto alla ottava edizione - che ogni anno gira l’Italia per scovare e valorizzare i nuovi talenti della miscelazione all’opera dentro i banconi della nostra Penisola (e all’estero).

Elemento cardine di Baritalia è Baritalia Lab, riservato ai bartender maggiorenni: un laboratorio di miscelazione in cui i professionisti - selezionati dalla giuria tecnica di Bargiornale sulla base delle candidature pervenute in redazione - sono chiamati a raccontare e preparare il cocktail che hanno creato. L’obiettivo: interpretare al meglio il tema (sostenibilità) valorizzando i prodotti degli sponsor della manifestazione.

Il tema di Baritalia Lab edizione 2023

Anche per quest'edizione il tema sarà A drink for the planet. Perché la sostenibilità non è una moda, ma il filo rosso che sta guidando la trasformazione del fuori casa (e del pianeta).

Ogni concorrente dovrà elaborare un cocktail sostenibile che valorizzi il prodotto sponsor e rispetti uno o più dei seguenti principi:
riduzione degli sprechi;
stagionalità;
territorialità, intesa come luogo di appartenenza del prodotto sponsor o luogo di provenienza del candidato;
sensibilizzazione del pubblico/cliente verso un progetto sostenibile

- speech I candidati selezionati, nel corso della presentazione davanti alla giuria, potranno raccontare (è una loro facoltà) quale sia il livello di attenzione del proprio bar verso le buone pratiche. Perché non basta cavare tutto il possibile da un limone (scorza, polpa, semi) per sentirsi in pace con l’ambiente. Un bar che vuole essere davvero sostenibile potrebbe e dovrebbe fare di più. Limitando, per esempio, l’impiego di carni e inserendo in menu più specialità plant-based. Regolando la climatizzazione degli ambienti per evitare picchi di caldo o di freddo. Occupandosi con maggiore scrupolo della raccolta differenziata. Rivolgendosi a un fornitore di energia che usi le rinnovabili (anche se costa di più). Scegliendo attrezzature e elettrodomestici efficienti. L’elenco delle buone pratiche non è certo concluso, ma questo sarebbe certamente un buon inizio.

 Come aderire a Baritalia Lab

  • Per iscriversi i bartender dovranno compilare il form sul sito di Bargiornale.
  • Tutti i bartender professionisti e maggiorenni possono partecipare al laboratorio/gara inviando una o più ricette (fino a 5, ma non più di una per prodotto sponsor) con l’indicazione del prodotto sponsor scelto.
  • Le ricette - cocktail originali o twist on classic - dovranno contenere il prodotto sponsor e un almeno un altro prodotto inserito nel paniereNon si potranno utilizzare spirit/bevande di brand diversi da quelli presenti nel paniere, salvo il caso in cui nel paniere non ci sia lo spirit che si vuole utilizzare (per esempio: se nel paniere c’è un gin o un’acqua tonica, la ricetta contenente gin o acqua tonica dovrà prevedere l’uso di quello specifico brand. Se la ricetta prevede un mezcal e nel paniere non è presente nessun prodotto, si potrà scegliere liberamente la marca preferita).
  • Ogni sponsor metterà a disposizione fino a tre prodotti per tappa da inserire nel paniere di riferimento.
  • Nelle ricette dovrà essere indicato anche la tipologia di ghiaccio che si intende usare, scegliendo tra i formati disponibili indicati nel form di candidatura.
  • Tutti i prodotti del paniere, insieme al fresco e al ghiaccio, saranno messi a disposizione dall’organizzazione. Eventuali altri prodotti o ingredienti, così come gli elementi di servizio (bicchieri, sottobicchieri ecc.) e gli strumenti di preparazione del drink (shaker, ecc.) andranno portati dallo stesso bartender.
  • Sono ammessi ingredienti “home made” solo se etichettati con la dichiarazione di ingredienti e data di produzione.
  • La redazione di Bargiornale provvede a raccogliere le candidature e a selezionare i bartender per ciascuna tappa.
  • I bartender selezionati verranno avvisati per mail/telefono e dovranno confermare la loro presenza.
  • Si segnala che a fini organizzativi saranno contattati fino a un massimo di 60 bartender per tappa da suddividere in classi omogenee per numero fino a un massimo di 10 per ogni prodotto sponsor.
  • I candidati possono inviare le loro ricette per una o per più tappe.

Come funziona Baritalia Lab

Durante ciascuna tappa i bartender candidati si sfidano in più batterie. Ciascun bartender ha 2 minuti di tempo per raccontare la propria ricetta e 5 minuti di tempo per preparare la propria ricetta e presentarla alla giuria.
Dovranno essere preparati due drink.

In giuria siede un ambassador per ognuna delle aziende partner più uno o più giudici d’onore, selezionati tra i migliori bartender della città/regione che ospita la tappa.

Alla fine di ogni batteria i giudici esprimeranno un giudizio qualitativo sui drink assaggiati e compileranno una scheda di giudizio che sarà la base su cui verranno selezionati i migliori drink.

Criteri e parametri di valutazione

Ogni giudice assegnerà a ogni drink assaggiato un punteggio da uno a dieci secondo i parametri indicati (tra parentesi il peso di ogni voce nel conteggio finale):

Gusto (40%): equilibrio, piacevolezza, bevibilità.
Sostenibilità (30%): attinenza al tema dato e sua valorizzazione;
Comunicazione (20%): capacità di presentare il proprio drink in modo da valorizzarlo e invogliare all’assaggio;
Servizio (10%): tecnica e mise en place.

Sulla base dei voti ottenuti, alla fine di ogni tappa verranno proclamati i tre migliori drink per ogni prodotto sponsor. La foto dei drink e dei loro autori verranno pubblicati sul primo numero di Bargiornale raggiungibile.

Per ogni prodotto sponsor, il bartender che avrà ottenuto il punteggio più alto avrà diritto a partecipare al final show di Cannes il 13 novembre 2023.

Al termine di ogni tappa, verrà nominato un solo "A Drink for the Planet", ovvero il cocktail che avrà ottenuto il punteggio complessivo più alto alla voce sostenibilità.

Attrezzature e ingredienti

L’organizzazione mette a disposizione dei bartender: ghiaccio, frutta e i prodotti del paniere.

Diritti e licenze

I singoli bartender partecipanti dal momento della richiesta di adesione e iscrizione dichiarano di essere consapevoli del fatto che si impegnano a concedere a Bargiornale (New Business Media Srl) il diritto e la licenza, senza nessun compenso, di utilizzare, adattare, pubblicare, riprodurre sia la ricetta sia le immagini ad essa collegate. Bargiornale pubblicherà i resoconti delle relative tappe.

L’adesione è gratuita e non sussistono premi per i bartender individuati come migliori durante il laboratorio.

Tutto Baritalia 2023

Sorrento; 04/04/2022: Bargiornale, Baritalia, concorso ©Riccardo Gallini /GRPhoto
Baritalia Lab e il suo regolamento, le città protagoniste, i seminari e le serate di Baritalia Off. La nostra guida per viaggiare sicuri sulle strade di Baritalia 2023. Riparte il laboratorio itinerante di miscelazione guidato da Bargiornale  

Il tema di Baritalia 2023 è A drink for the Planet! Vi sembra un déjà-vu? Lo è. Perché la sostenibilità non è una moda, ma il filo rosso che sta guidando la trasformazione del fuori casa (e del pianeta). Quelle che cambiano sono le tappe del nostro roadshow. Come da tradizione, ogni primavera, ripartiamo per città diverse.

Le tappe saranno ancora cinque. Qui selezioneremo i bravi (per loro merito) e i fortunati (per l’esperienza che potranno vivere) bartender che si guadagneranno il diritto a partecipare alla finale: partiremo da Napoli, dove torniamo per la terza volta (anche per scoprire ogni volta nuove location e nuovi locali di una città in grande fermento), per poi toccare - da Nord a Sud - quattro città che accolgono Baritalia per la prima volta, per appagare la nostra voglia di scoperta delle nuove realtà della miscelazione di qualità che stanno sorgendo in ogni città d’Italia.

Queste le tappe del nostro laboratorio itinerante di miscelazione: Napoli (20 marzo), Genova (17 aprile), Messina (12 giugno), Livorno (25 settembre), Brescia (23 ottobre). Per il gran finale, nel senso della finalissima, il palcoscenico sarà da red carpet. Per l’occasione ci spostiamo sulla Croisette di Cannes (13 novembre 2023).

Il meccanismo di Baritalia Lab

Anche quest’anno, ogni partecipante sarà chiamato a elaborare un cocktail sostenibile che valorizzi il prodotto sponsor e rispetti uno o più dei seguenti principi: riduzione degli sprechi; stagionalità; territorialità, intesa come luogo di appartenenza del prodotto sponsor o luogo di provenienza del candidato; sensibilizzazione del pubblico/cliente verso un progetto sostenibile.

Ai concorrenti di Baritalia 2023 sarà chiesto anche qual è il livello di attenzione del proprio bar verso le buone pratiche ambientali. Perché non basta cavare tutto il possibile da un limone (scorza, polpa, semi) per sentirsi in pace con l’ambiente. Un bar che vuole essere davvero sostenibile potrebbe e dovrebbe fare di più. Limitando, per esempio, l’impiego di carni e inserendo in menu più specialità plant-based. Regolando la climatizzazione degli ambienti per evitare picchi di caldo o di freddo. Occupandosi con maggiore scrupolo della raccolta differenziata. Rivolgendosi a un fornitore di energia che usi le rinnovabili (anche se costa di più). Scegliendo attrezzature e elettrodomestici efficienti. L’elenco delle buone pratiche non è certo concluso, ma questo sarebbe certamente un buon inizio.

La dinamica di partecipazione è semplice: si sceglie il prodotto base di una delle aziende sponsor, si selezionano i prodotti del paniere e il tipo di ghiaccio prescelto e si carica la ricetta attraverso l’apposito form. Gli autori delle ricette che Bargiornale riterrà più interessanti saranno chiamati a realizzarle a Baritalia Lab, nell’ambito dell’evento.

LEGGI IL REGOLAMENTO

Lo svolgimento di Baritalia Lab

i bartender si sfideranno in più batterie. Ciascuno avrà 5’ di tempo per preparare la propria ricetta e presentarla alla giuria, composta dai migliori professionisti della città/regione e un ambassador per ognuna delle aziende partner.

Ci sarà un vincitore che partirà con noi per Cannes. Uno per ogni azienda: il bartender che ottine il voto complessivo più alto tra quelli di tutti i membri della giuria.

I Boot Camp di Baritalia e Baritalia Off

Baritalia non è solo un laboratorio di miscelazione itinerante, è soprattutto un momento formativo: contestualmente alla gara-laboratorio, infatti, si svolgeranno i Boot Camp live, una serie di Masterclass sulle tecniche di miscelazione e i prodotti premium delle aziende partner a cui possono accedere gratuitamente tutti coloro che si sono registrati alla tappa.

Di più. Baritalia è diventato anche un evento diffuso, perché in ogni tappa coinvolge i professionisti più in vista della regione ospitante. E poi c’è il pre e post evento sotto l’egida di Baritalia Off: una serie di eventi collaterali nei locali della città ospitante che vogliono celebrare l’arrivo di Baritalia, accogliendo le sue aziende partner e i bartender provenienti da tutta Italia.

Parte integrante di Baritalia Off quest'anno sarà Speed&Taste Challenge, sfida di velocità e gusto riservata ai bartender che si svolgerà al termine di Baritalia, nella serata di domenica, promossa da Bartender.it in collaborazione con Mixology Experience e The Prince Factory.

Pubblicheremo il calendario di Baritalia Off nei giorni che precedono la tappa su questo sito.

 

Praline in serie limitata per la micro boutique di Charlotte Dusart

Charlotte Dusart vetrina
La boutique milanese di Charlotte Dusart
A tu per tu con la cioccolatiera belga, che dopo aver conquistato Milano con le sue limited edition progetta un futuro nel segno del gelato

Una boutique elegante, con un bancone in legno posto davanti a una parete bianca completamente piastrellata - ricorda quasi una vecchia latteria - e le altre pareti color pastello. Colori e delicatezza per ospitare i gioiellini in cioccolato di Charlotte Dusart, la maître chocolatier belga che ha portato le sue creazioni in via Eustachi, a Milano, nel 2019. Per dimostrare che, anche se la pralineria è ancora il punto debole nei banchi di tante pasticcerie italiane, uno spazio di mercato c’è per chi dà alla propria offerta una identità forte. Charlotte Dusart, classe 1988, arriva in Italia nel 2018 con alle spalle una formazione universitaria nel campo della comunicazione e un diploma di Artigiano cioccolatiere conseguito presso il Campus Ceria - Institut Roger Lambion di Bruxelles. Il primo lavoro è da Cioccolatitaliani, ma già l’anno successivo apre il negozio con laboratorio a vista in zona Porta Venezia rilevando una precedente attività. I cioccolatini proposti nella boutique Dusart sono 30, con un significativo ricambio stagionale. Ci sono anche tavolette, spalmabili, dragée, canditi, marshmallow e soggetti in cioccolato. Con un occhio al calendario, la giovane belga imposta le collezioni: Pasqua, Natale, San Valentino, feste della mamma e del papà hanno tutte le proprie serie limitate dedicate. «I nostri clienti affezionati ci scelgono per le nostre confezioni regalo - spiega Charlotte -; per questo abbiamo moltissima cura per il packaging e per la presentazione. I cioccolatini sono i nostri best seller: ogni mese cambiamo e proponiamo un “gusto del mese”, mentre ogni anno a settembre rinnoviamo il catalogo e proponiamo una decina di novità». Oggi la boutique milanese è nelle mani di un team tutto al femminile: Aurelie si occupa del negozio, Anna e Giulia del laboratorio. Charlotte segue lo sviluppo da lontano, perché nel frattempo si è spostata a Parigi con marito e figlie. «Il negozio funziona, ma non ho fretta di allargare gli orizzonti pensando a nuove aperture, non ora. Petit c’est joli, “piccolo è bello”, mi viene da dire. E il lavoro di continuo rinnovamento dell’offerta che facciamo in laboratorio è impegnativo. Preferisco continuare ad ampliare la gamma man mano e investire sull’e-commerce che ci ha regalato belle soddisfazioni negli ultimi anni».
Charlotte Dusart
Charlotte Dusart

L'intervista a Charlotte Dusart

Che cosa ti ha spinto a provare la strada della pasticceria proprio in Italia? Prima di aprire il negozio ho valutato bene l’offerta esistente, studiando tantissime pasticcerie italiane. Non posso dire di avere trovato la giusta considerazione per il  cioccolato. Spesso è confinato in un angolo, il cliente si avvicina e vede cioccolatini opachi proposti in scatole - lasciatemelo dire - brutte. Non si percepisce qualità. A queste condizioni è difficile che i cioccolatini abbiano mercato. Invece, con un’estetica ricercata, un packaging adeguato, una presentazione al cliente che richiami la dimensione di raffinatezza e di sogno che il cioccolato si porta dietro, si può avere successo. Che futuro vedi per la tua attività? Voglio continuare con il lavoro di ricerca per tenere sempre aggiornato il catalogo e proporre di volta in volta collezioni interessanti. Mi piacerebbe aggiungere l’offerta di gelato artigianale l’estate prossima, ma soltanto da asporto. Niente coni da passeggio, ma vaschette di gelato di qualità: secondo me si sposerebbe bene con le abitudini dei clienti affezionati, che comprano confezioni regalo. Hai una clientela prevalentemente “di quartiere”? Sì, con un 10% di super affezionati che valgono quasi l’80% delle mie vendite. Negli ultimi due anni, complice la pandemia, l’e-commerce è andato benissimo. Anche perché possiamo spedire sia in Italia che nel resto d’Europa. Le vendite online oggi valgono un terzo del fatturato».

Milano si prepara per Chocolove

Davide Comaschi
Davide Comaschi
Dal 10 al 12 febbraio Palazzo Bovara ospiterà la kermesse dedicata al cioccolato: ecco tutte le masterclass e le degustazioni in programma.

I grandi maestri e gli esperti del cioccolato saranno i protagonisti di Chocolove. L'appuntamento per tutti i chocolover sarà a Palazzo Bovara, in corso Venezia 51, Milano, dal 10 al 12 febbraio. Il 14 febbraio, in concomitanza con San Valentino, saranno annunciati i vincitori del Chocolove contest. Ad animare la kermesse ci saranno il Master Chocolatier Davide Comaschi e gli Ambasciatori Pasticceri dell’Eccellenza Italiana, guidati dal Maestro Iginio Massari e i Maestri di Apci.

Chocolove: tra masterclass e degustazioni

Chocolove è il primo evento dedicato alla cultura del cioccolato, firmato da BeeBest Consultancy e Chocolate Culture, brand guidato dal Master Chocolatier Davide Comaschi. Dal 10 al 12 febbraio Palazzo Bovara in corso Venezia 51, il Circolo del Commercio di Confcommercio Milano diventerà il luogo migliore per scoprire, conoscere e vivere tutti i segreti del cioccolato, ma soprattutto per gustarne tutti gli aromi. Nei tre giorni della manifestazione si terranno lezioni dedicate al cioccolato con le masterclass dei Maestri: Davide Comaschi, Domenico Di Clemente, Emanuele e Filippo Valsecchi, Denis e Andrea Buosi, Alessandro Servida, Fabrizio Galla, Guido Castagna e Maurizio Colenghi. Inoltre, sarà possibile partecipare a degustazioni sensoriali condotte da Monica Meschini di International Institute of Chocolate and Cacao Tasting, e dagli esperti di Chocolate Academy Milano come Alberto Simionato, Marta Giorgetti, Ciro Fraddanno e Diego Poli. Chocolove sarà aperto al pubblico dalle 10.30 alle 18.30. L'ingresso sarà consentito fino a esaurimento posti.

il cuore di san valentino
Il cuore di San Valentino di Davide Comaschi

Omaggio agli innamorati

Chocolove sarà anche l’occasione per scoprire le migliori proposte di praline e dolci confezionati delle pasticcerie milanesi pensate per la festa di San Valentino. Inoltre, durante il giorno dedicato alla festa degli innamorati, sarà possibile ammirare le creazioni dei dieci finalisti del contest "Chocolove: un dolce per San Valentino". Il vincitore sarà premiato il 14 febbraio dal Maestro Iginio Massari.

Le risposte di Gruppo Cimbali alle nuove richieste del mercato

Macchina espresso M200 de LaCimbali
LaCimbali M200
Offerta diversificata per scelte mirate, a misura di ogni locale con le macchine dei 4 brand del Gruppo: LaCimbali, Faema, Slayer e Casadio.

Funzionalità, sostenibilità, trasformazione digitale e risparmio energetico sono aspetti sempre più considerati dal barista in fase di acquisto delle macchine per la trasformazione del caffè. A queste esigenze Gruppo Cimbali, sottolinea Enrico Bracesco, direttore generale, risponde con apparecchiature all’avanguardia «e di servizi che mettiamo a disposizione dei nostri clienti, studiati appositamente per completare o migliorare le performance di tutti gli operatori del settore, all’insegna dell’innovazione e della sostenibilità». A ciò si uniscono nuovi macinacaffè.

Top di gamma si conferma LaCimbali M200 nelle versioni Profile e GY1, in cui una tecnologia avanzata garantisce espressi eccellenti, mentre la ricerca nel segno del rispetto dell’ambiente ha permesso adottare materiali riciclabili per il 93,4%, con un importante risparmio energetico (-42%) rispetto al modello precedente, che diventa del 50% in modalità energy saving.

Le superautomatiche hanno un posto sempre più importante nel mondo alberghiero e della ristorazione e, all’estero, anche nel canale bar; qui l’offerta è ampia, con la S60 tra le macchine ad alte prestazioni (fino a 600 tazze al giorno); alla lancia automatica  Turbosteam Cold Touch Milk4 con 4 ricette preimpostabili, ne unisce una una manuale con controllo a leva e sensore di temperatura integrato. La nuova S20 Fresh Brew con due macinadosatori integrati, permette di selezionare diverse temperature, così da potere gustare la bevanda estratta sia calda sia fredda con aggiunta di ghiaccio; inoltre, attivando l’opzione short mode, si possono aggiungere latte o panna per dare più gusto alla bevanda. La piccola S15 senza bisogno di allaccio alla rete idrica, offre flessibilità e qualità in tazza per hotel e small business, permettendo di realizzare grazie a un’interfaccia touchscreen e un menù personalizzabile, bevande a base di caffè, latte fresco o in polvere, e cioccolata solubile.

Il nuovo macinacaffè on demand G50 con dispaly touch capacitivo TFT3,5, è facile da utilizzare e completamente personaizzabili; assicura performance costanti nel tempo anche nei periodi di utilizzo intenso; la versione premium è dotata di sistema bluetooth e tecnologia PGS.

In casa Faema, spicca la vivacità della Faemina, la macchina a un gruppo le cui performance di alto livello sono state evidenziate nel corso dell’ultima edizione di Sigep, dove ha erogato espressi perfetti per gli esigenti roaster degli specialty coffee all’interno del Roasters Village. Si presenta con uno stile senza tempo la Faema President GTi, accanto a un’altra “inossidabile”, la E61 che ha segnato la storia della macchina espresso: oggi come ieri questa macchina a erogazione continua è simbolo di convivialità al banco bar. La E71 Touch semplifica il lavoro del barista con l’interfaccia touchscreen, le lance vapore ergonomiche e una funzione di purge che permette una pulizia istantanea della lancia automatica, mentre le macine al nitruro di titanio e il sistema di autoregolazione della dose assicurano costanza e precisione di macinatura e di dose nel nuovo macinacaffè on demand MD5000, disponibile in versione manuale e wireless.

Design avveniristico e tecnologie innovative accompagnano le macchine espresso Slayer, a cominciare dalla Espresso Single Group, con tecnologia brevettata con valvola a spillo per il massimo controllo della portata; le possibilità di personalizzazione sono numerosissime.

Soddisfa le richieste di alti flussi di lavoro con controllo di temperatura PID la Steam EP, macchina volumetrica a pulsanti intuitiva a affidabile.

Di nuovo un occhio di riguardo alle nuove tendenze nel settore horeca, soprattutto di ristoranti e hotel, nonché di piccole attività, nella macchina espresso Casadio Undici Caps, utilizzabile con capsule e cialde; la lancia vapore Easy Steam permette anche al barista meno esperto di realizzare un’eccellente latte montato a crema.

Unigrà, arrivano nuovi prodotti e nuovi corsi

Paolo sacchetti arena unica
Paolo sacchetti arena unica
Presentati a Sigep 2023 il progetto Martini Professional, la nuova gamma di prodotti dairy e i nuovi appuntamenti formativi targati Unica

Tante novità per Unigrà. Durante Sigep 2023 l'azienda di Conselice (Ra) ha presentato un riassetto dei suoi progetti e brand, svelando la nuova gamma di prodotti dairy e i nuovi appuntamenti formativi targati Unica. Da Martini Professional al rinnovato product portfolio di Master Martini, Unigrà si prepara a fornire un ampio supporto a tutti i professionisti della pasticceria.

Martini Professional, il riordino dei brand

Qualità, passione, innovazione, italianità: sono questi i quattro valori da cui nasce Martini Professional. Da ora in poi sotto questo nome si raccoglieranno i marchi Master Martini, Martini Linea Gelato, Olfood, Casa Giani e Martini Food Service. Martini Professional diventa così un punto di riferimento per le esigenze del settore, sia a livello artigianale sia ristorativo. Sotto il marchio si trovano i brand più specifici Master Martini, Martini Cioccolato, Martini Gelato, Martini Frozen e Martini Food Service, per rispondere con precisione e chiarezza ai bisogni di ogni professionista. Sarà affiancato un rebranding grafico, visibile su tutti i prodotti, accomunati sotto la dicitura Martini Professional. Inoltre, si è messo in atto anche un rinnovamento di tutti gli asset digitali degli attuali brand, culminante nel nuovo sito dedicato a Martini professional.

Master Martini: arriva la linea dairy

Tra le novità annunciate a Sigep 2023 ci sono i nuovi prodotti della linea dairy Master Martini. Negli anni Ottanta la sua gamma di margarine e grassi vegetali si è via via ampliata con i surrogati di cioccolato, il cioccolato, le creme spalmabili, i mix per la pasticceria e la panificazione. Nel 2015, l’ingresso in nuovi segmenti, quali le creme idrate e le glasse a specchio, la pasta di zucchero, le nocciole e la pasta di nocciole. Oggi arriva un'importante novità per Master Martini: entrano a far parte del portfolio prodotti di categoria dairy ovvero burro e panna.

vetrina burro
Master Martini: la vetrina dedicata al burro

Il burro e la panna targati Master Martini

Il Burro Master Martini è composto all’82% di materia grassa. È prodotto con materia prima di alta valenza tecnica, grazie all’impiego di un processo produttivo all’avanguardia che prevede anche una fase di lenta fermentazione con ceppi selezionati. Il formato in blocco da 2,5 kg o da 10 kg ha un punto di fusione di 30-32°C ed è particolarmente adatto alla produzione di creme, impasti, torte, frolle stampate e frolle montate a cui impartisce caratteristiche di palatabilità, sofficità o friabilità, unite ad un aroma e gusto speciali. Il formato piatto da 1 kg (superpiatto) o 2 kg, con punto di fusione di 34-36°C, è invece ideale per una laminazione facile e costante. La Panna Master Martini è l'altra novità legata a questo ramo dell'azienda. Ottenuta da latte italiano per centrifuga, è trattata termicamente con un processo che ne preserva le caratteristiche naturali di colore e aroma. Questa panna Uht è disponibile in più declinazioni, con contenuto di materia grassa diverso a seconda della tipologia ed applicazione. Si va da quella per pasticceria al 35% di m.g. e al 38% di m.g., a quella per cucina al 23% di m.g. È caratterizzata da un gusto eccellente e da un’ottima palatabilità. Non ultimo, la panna per pasticceria si rivela ottima anche addizionata da zucchero, per decorazione o farcitura di dolci.

La nuova linea Martini Cioccolato

Prima di Martini Professional la categoria cioccolato Unigrà era ricompresa nel marchio Master Martini con il suo sub-brand Ariba. In questa fase di riassetto l'azienda ha deciso di creare un’identità indipendente dedicata al prodotto. Nasce così Martini Cioccolato. Il core business è costituito da cioccolato per cioccolatieri, pasticceri, gelatieri, ristoratori. Il catalogo comprende cioccolato d’origine, Ariba Zero, gamma classica, decorazioni in cioccolato, materie prime.

Master Martini: il corner cioccolato
Master Martini: il corner cioccolato

Martini Frozen, dal dolce al salato

Casa Giani si trasforma in Martini Frozen, linea che offre un ampio assortimento di prodotti da forno surgelati di qualità artigianale. Crescente attenzione alle materie prime e ai processi di lavorazione, unite al saper fare della tradizione italiana, rendono i prodotti Martini Frozen in linea con i moderni trend di consumo. Pizza, panetteria, snack e aperitivo per il salato; colazione, pasticceria, gelato per il versante dolce: il catalogo Martini Frozen è in grado di soddisfare il canale Horeca, ma anche Gdo e industria.

Martini Gelato, valore di servizio con attenzione ai trend

Martini Gelato mira a offrire una gamma ampia e diversificata di prodotti, per assistere il lavoro dei gelatieri professionisti. Le soluzioni tecnologiche e innovative, garantite dall'opera del settore Ricerca & Sviluppo di Unigrà, opera per portare nei laboratori le migliori materie prime e il maggior valore di servizio di ogni prodotto, senza trascurare gusto, consistenze e valori nutrizionali.

Master Martini: il corner del gelato
Master Martini: il corner del gelato

Martini Food Service: selezione per il canale Horeca

Martini Professional sarà anche il brand di riferimento per il canale Horeca. I prodotti specifici del canale sono selezionati tra quelli delle linee Master Martini, Martini Cioccolato, Martini Gelato, Martini Frozen. L'obiettivo è dare risposte concrete e performanti a chef e operatori del fuori casa che trovano, in un unico brand, un interlocutore in grado di soddisfare le più diverse necessità della ristorazione.

Il 2023 di Unica - Food Innovation School

Presentata anche la nuova offerta formativa di Unica - Food Innovation School, la scuola di alta formazione targata Unigrà. Da febbraio ad aprile sono già in calendario molti appuntamenti dedicati alla formazione dei professionisti che vogliono approfondire le proprie competenze di pasticceria.

Daniele Reponi
Daniele Reponi
Non mancano i corsi sui trend, sui dolci pasquali e torte da cerimonia, ma anche mignon, macaron e cioccolateria. Tra le novità del trimestre in arrivo, due nuovi volti che vanno ad aggiungersi alla grande squadra dei docenti Unica: Francesca Speranza e Massimo Villa. Ogni giornata formativa si svolgerà dalle ore 9 alle 18. La modalità è in presenza, per consentire un confronto con il docente e la degustazione di quanto preparato e osservato, ma non manca la possibilità di fruizione anche online per i corsi dimostrativi.

Tornano le lezioni d’autore a Riva Pianeta Mixology

Hospitality_RPM Riva Pianeta Mixology
Dal 6 al 9 febbraio all'interno di Hospitality è di scena Riva Pianeta Mixology, l'area dedicata alle nuove tendenze del bere miscelato. Con una vasta offerta espositiva e un ricco programma di educational e masterclass: in cattedra tanti big del panorama bartending

È scattato il conto alla rovescia per Hospitality, il salone dell’accoglienza in programma dal 6 al 9 febbraio al Quartiere Fieristico Riva del Garda. E anche quest’anno, tra gli eventi caratterizzanti della fiera dedicata al mondo della ristorazione e dell’ospitalità, ci sarà RPM - Riva Pianeta Mixology, un’area tutta focalizzata sulle nuove tendenze dl bere miscelato.

L’area proporrà un vasto numero di aziende del settore che presenteranno il meglio del loro portafoglio di grappe e distillati e le ultime novità nel campo delle attrezzature per il bartending. Ma altro pezzo forte di Riva Pianeta Mixology è la ricca offerta formativa, con 7 educational condotti da alcuni dei più talentuosi ambasciatori dell’arte della miscelazione, ai quali si aggiungono 4 masterclass proposte dalle aziende.

Il programma di educational

Il programma di educational si apre lunedì 6 febbraio con l’incontro con Leonardo Veronesi, co-fondatore del Cloakroom Cocktail Lab di Treviso, e Samuele Ambrosi, titolare del Rivabar Cocktail Bar di Riva del Garda (Trento) su Gin Attitude – Road Map & Mixability (ore 13.30), tutto focalizzato sul gin.

Si prosegue martedì 7 con Leonardo Leuci, titolare del Jerry Thomas Speakeasy di Roma con l’educational Passato, presente e futuro della miscelazione classica (ore 13.30), seguito da Daniele Salviato, research&development per Cloakroom Cocktail Lab, che con Omakase Mixology (ore 15.30) condurrà in un viaggio nella cultura giapponese applicata al mondo bar.

Mercoledì 8 febbraio saliranno in cattedra Samantha Migani, titolare di Hawaiki Tiki Bar-Exotic Food, con Stai Tiki…in Hawaki (ore 13.30), focalizzato sulla miscelazione tiki e tropicale, e Claudio Riva con L’origine dello Scotch whisky (ore 15.30).

La sessione di educational si chiude giovedì 9 febbraio con The Soda Jerk Menu Cocktail 2023 (ore 14) di Claudio Peri, co-titolare di The Soda Jerk Cocktail Bar di Verona del qual è co-titolare, dedicato alle bevande sodate.

Le masterclass

Gli appuntamenti con la formazione firmata Riva Pianeta Mixology proseguono con le masterclass proposte dalle aziende.

Si comincia lunedì 6 con El Ron de Cuba…e le sue eccellenze (11-12.30) curata da Leonardo Veronesi. Martedì 7 l’appuntamento in programma è con Alberto Foletto e Filippo Festini, rispettivamente, titolare e brand ambassador di Liquori Foletto con la masterclass Miscelazione Officinale: fitoterapia ieri, mixologia d’avanguardia oggi. Mercoledì 8 sarà invece la volta di Juan Vall, bartender e fondatore di Fibar Valladolid, fiera spagnola punto di incontro internazionale del bartending, con The New Era of Spanish Mixology (ore 11 -12.30). Mentre giovedì 9 Francesco Angotti, brand activation manager di Vantguard chiuderà il ciclo con Vantguard: innovazione e versatilitá (ore 11-12.30).

Come partecipare

Sia gli educational sono a pagamento: 29 euro per un incontro, 41 euro per 2 e 136 per sei. I posti sono limitati e il prezzo include anche il biglietto nelle giornate di fiera nella quale si tiene l’educational. Il ticket può essere acquistato qui

Le masterclass sono invece gratuite (ma occorre acquistare il biglietto di ingresso in fiera), ma sempre a numero limitato. Ci si può iscrivere qui

Una crema pasticcera e nuovi percorsi di formazione: le novità di Eurovo

eurovo_crema front
A Sigep 2023 il marchio specializzato nella produzione di uova e ovoprodotti ha presentato una consulenza a 360 gradi per i settori Bakery e Horeca

Un Sigep ricco di novità per il Gruppo Eurovo. L'azienda specialista da oltre 70 anni nella produzione di uova e ovoprodotti, ha presentato le novità di prodotto e l'offerta formativa per il nuovo anno. Nello stand trasformato in una boutique del gusto, chef e maestri pasticceri hanno offerto dimostrazioni di utilizzo, utili sia al settore Bakery che all'Horeca.

Le novità del programma formativo 2023

Il nuovo programma formativo 2023 di Eurovo è stato pensato per rispondere in modo mirato alle diverse esigenze di ogni singolo cliente. Il formato rinnovato supporterà i settori Bakery e Horeca con demo tematiche, affiancamenti one-to-one presso i locali dei clienti per approfondire l'utilizzo e lo sviluppo del portafoglio prodotti di Eurovo. Inoltre, saranno presenti percorsi formativi tematici come "Mani in pasta", modulo dedicato alla pasticceria. Il fil rouge di queste attività è il portfolio di brand dedicati al mondo del food service.

La nuova Crema Pasticcera professionale

Sigep 2023 è stata l'occasione per presentare una novità di prodotto. Si tratta della nuova Crema Pasticcera professionale fresca Eurovo Service, disponibile nel formato da 1 kg. Il prodotto è pensato per gli operatori del settore Bakery, alla ricerca di un preparato che offra una texture equivalente a una crema prodotta al momento. La Crema Pasticcera professionale fresca garantisce un importante risparmio di tempo e costo. Alla ricetta tradizionale si affianca la versione Senza Lattosio, adatta agli intolleranti al lattosio e a chi segue una dieta gluten free. Le due versioni della Crema Pasticcera Professionale sono disponibili nel formato da 1 kg, che garantiscono una shelf life di 100 giorni.

css.php