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«Meno pippe da barman, più sorrisi». A lezione di ospitalità da Franco Tucci Ponti

Franco Tucci_ph 21 House of Stories
Franco Tucci Ponti sulla terrazza I Mirador, lo sky bar di 21 House of Stories Navigli. Franco ricopre la posizione di bar manager
La nostra intervista al bar manager de I Mirador, sky bar con vista su Milano all'ultimo piano di 21 House of Stories Navigli. Tra filosofia dell'accoglienza (ispirata da Vadrna), t-shirt, tatuaggi e una drink list corta ma efficace

A fine luglio Franco Tucci Ponti ha lasciato I Mirador. Questa è la nostra intervista prima della sua decisione di abbandonare il ruolo di bar manager dello skybar di 21 House of Stories Navigli

«Milano è piena di posti che fanno da bere molto bene, io preferisco che sia l’accoglienza a fare la differenza. E l’accoglienza da noi è t-shirt a righe, zero formalismi, quasi vietato dare del “lei”, libertà dei nostri ragazzi nell’essere sé stessi, dalle spille appuntate al petto alle sneakers, per capirci». Parola di Franco Tucci Ponti, 50 anni il prossimo gennaio, uno dei volti storici del bartending milanese. Volevamo fare un’intervista a bordo piscina molto chic, con i navigli e il tramonto su Milano a fare da sfondo, a I Mirador, la terrazza di 21 House of Stories Navigli, dove appunto Tucci Ponti è bar manager. Invece finiamo in un angolino, seduti davanti a una fioriera; un passaggio di servizio dove lo staff prepara e smista i vassoi carichi di finger food. Vicino alla piscina la musica disturbava la registrazione, ma almeno siamo accanto ai ragazzi di cui ci parla Franco.

Una reputation da costruire

L’occasione è il party che inaugura la bella stagione de I Mirador, la doppia terrazza panoramica con - appunto - piscina e vista top sulla città. Franco va strappato all’intensa attività di pubbliche relazioni che la serata impone. «Sto lavorando molto per la reputation dello sky bar», spiega. Saluta vip e amici, si siede a bordo… fioriera con noi, a raccontare cosa ha capito di nuovo e di buono dell’arte dell’ospitalità in questo primo anno abbondante da bar manager al 21 House of Stories, “hub di hospitality ibrida” con hotel di lusso, coworking, bistrot e sky bar. Dove si mescolano con classe business meeting in giacca e cravatta e Tinder date.

Pacifica convivenza

«Se hai impostato uno stile di accoglienza professionale e easy, entro i giusti confini, allora quelle due anime possono convivere», spiega Franco. Ovvietà? «No. L’ospitalità oggi è fatta di genuinità. Quando ho iniziato io a lavorare i tatuaggi erano ancora una notizia nei bar d’albergo e nelle location esclusive, oggi sono sdoganati (e io stesso sono tatuato dappertutto). È giusto che ogni luogo abbia le sue regole, che costruisca il suo immaginario. Però non esiste un solo stile vincente, esiste la capacità di valorizzare l’identità che ci si è scelti. Guarda che signore è Ago Perrone, guarda quanto è diverso quello che ti trasmette lo staff di Sips, mettili accanto ai ragazzi di Monica Berg al Tayēr +Elementary e a quelli del Paradiso. Sono tutti al top e sono tutti diversi». Il trucco è non far percepire barriere, anche in uno skybar lussuoso. «Vogliamo che i ragazzi siano rilassati e sorridenti. Non vogliamo assolutamente prendere in giro l’ospite con overprice che non hanno senso. Nel costruire la nuova drink list ci siamo continuamente chiesti “tu te ne berresti un altro?”. Se la risposta era sì, allora quel drink funzionava».

Drink list in stile "tiki mediterraneo"

Appunto, la drink list. Sei rivisitazioni di classici, improntate a uno stile che Tucci Ponti chiama "tiki mediterraneo". Ossia: «Ispirazione tiki riadattata con ingredienti del nostro mare e del nostro clima. E italiani. Il segreto è conoscere bene i prodotti: se sai che in Italia ci sono, invento, 15 diverse varietà di arancia, potrai pensare di far bere 15 proposte diverse, o quasi. E questo vale per il limone, per le olive…». Qualche esempio: il Jungle Tomato con Vodka Ketel One, Rum Zacapa 23, Fusetti, Yuzu, succo di pomodoro, succo di pompelmo, succo d’ananas salato; il Rose Negroni, Negroni alla rosa (molto presente al naso) con Tanqueray n. Ten, Campari, Mancino Rosso; il Blue Hawaiian, con Rump@blic White Blend, succo d’ananas, cocco, Blue Curaçao e succo di lime. Ai due banconi bar delle terrazze Mirador i signature vanno dai 16 ai 18 euro, lo Spritz a 10 euro, le due proposte alcohol free a 14 euro. «Proponiamo anche uno special a cadenza settimanale, abbiamo avuto buon riscontro con un Manhattan con gelato alla crema e ciliegie, per esempio. E poi, i classici».

In piscina, intanto, galleggiano barchette rosa. Un selfie dopo l’altro, gli ospiti fanno su e giù tra i due livelli della terrazza. Il nome "I Mirador" richiama appunto le omonime terrazze iberiche, che hanno rigorosamente vista a 360 gradi. Tucci Ponti parla e intanto fa il pr, salutando a distanza altri ospiti. «Sto poco dietro il banco e molto a contatto con il pubblico, posso permettermelo grazie al lavoro del mio secondo, Simone Molaro (ex Camparino, ndr), super preparato. Mi guarda lui le spalle». Franco guida un team di 16-18 persone, per uno skybar aperto dal settembre dello scorso anno e che ora punta a gestire fino a 250 presenze al giorno, aperto da aprile a ottobre tempo permettendo.

Imparare dall'esperienza e correggere gli errori: l'esperienza de I Mirador

Dopo un anno di esperienza si fanno inevitabili aggiustamenti. Gli chiediamo che cosa pensa di aver sbagliato e che cosa ha potuto correggere per migliorare il servizio. «Avevamo un’offerta food da ristorante, anche in terrazza, ma abbiamo deciso di dare importanza al ristorante Domenica e di puntare, qui sopra, su snack, piccola pasticceria salata  e bite di ispirazione mediterranea. Quasi una piccola preview di quello che si può trovare al ristorante. Stuzzichini e snack sì, purché di qualità. Stesso discorso “meno e meglio” (questa viene fuori spontaneamente, lo giuriamo, anche se guarda caso richiama un tema che ci è tanto caro…) lo abbiamo applicato alla drink list. Lo scorso anno era più lunga, abbiamo deciso di proporre meno cocktail. E stessa filosofia sull’immaginario e sull’identità della location. Non vogliamo tirarcela, per essere chiari. Non esclusivi, ma inclusivi. Non vogliamo essere il “place to be”, non ci piacciono quei posti dove un ragazzo di 20 anni si sente fuori luogo».

A lezione dal fuoriclasse Vadrna

A proposito di ragazzi: Tucci Ponti vede il mezzo secolo. Inevitabile un bilancio, in questa fase della vita. «Ho iniziato da giovanissimo, ho scoperto che era l’unico modo per poter viaggiare ed essere indipendente. Mi sono laureato in Scienze politiche in Statale, poi via! California, Germania, Francia, poi sono rientrato nel 2001. Sono stato bar manager di Cuore e del bar della allora Piscina Argelati. Ho rilevato l’Atomic Bar nel 2005 e l’ho tenuto aperto, da titolare, fino al 2016. Nel mentre, nel 2013 vado a seguire una masterclass di Stanislav Vadrna, Global Brand Ambassador di Nikka, con l’amico Agostino Galli de L’Acerba. Vadrna basa tutta la sua visione sull’ospitalità e lì ho capito che dovevo fare qualcosa in più». Dopo altre esperienze, Tucci Ponti diventa docente alla Food Genius Academy, segue il The Doping Bar di piazza XXIV maggio fino al 2019, macina altre consulenze all’estero e, dopo lo stop per la pandemia, rientra in gioco al 21 House of Stories.

«Tre cose che ho capito gestendo un cocktail bar»

L’Atomic Bar resta l’esperienza più intensa della sua vita professionale. «Era un disco bar, con un bel contatto con i clienti. Lì ho capito che non basta dare bene da bere». E torniamo all’inizio della chiacchierata. «L’approccio con le persone, il lato umano, sono molto più importanti». Altri consigli per i colleghi, magari lezioni tratte proprio dall’esperienza con l’Atomic? «Gran parte degli stimoli arriva dai clienti e dagli amici della industry. Coltivate pochi contatti, ma che siano buoni. Sono importantissimi. Da ultimo: zero pippe da barman. Io ancora oggi leggo, studio naturopatia, vorrei diventare mastro distillatore e imparare altre cose nuove in ambito tecnico. Ma al bar e con i clienti bisogna avere un approccio pratico».

La nuova drink list del Surfer’s Garden di Milano: solo cocktail low alcol

Si intitola «Quando cala la notte racconta sempre una fiaba» il nuovo menu low alcol pensato da Yuri Gelmini del Surfer's Garden di Milano
Yuri Gelmini

Anche se quest'anno il clima a Milano non è propriamente clemente e il surf sembrerebbe più che altro servire per calvalcare le nuvole. Il Surfer’s Garden, locale estivo della movida milanese a due passi dalla Bocconi, si è comunque adoperato per dar vita alla nuova drink list, che ha come titolo: «Quando cala la notte racconta sempre una fiaba». Particolarità di questo menu è l'essersi concentrati su cocktail beverini, fatti solo con prodotti rigorosamente sotto i 21° Abv, cavalcando l'onda - per rimanere in tema surf - del bere miscelato low abv.

«L’idea - racconta il titolare Yuri Gelmini - è nata perché negli ultimi due anni i nostri drink più venduti erano preparati con prodotti low alcol e, forti di questa richiesta, abbiamo creato un menu che seguisse questo fil rouge. A portarmi su questa strada anche il mio ruolo di ambassador per Schweppes, che mi ha dato ancora di più la conferma della richiesta globale di bere drink con sodati di qualità, ma sempre tenendo sotto controllo il tenore alcolico».

Il titolo del menu e i titoli dei drink (la parola "titoli" non è casuale) prevedono un piccolo gioco nascosto: «Sono l’incipit di una fiaba breve - spiega Gelmini - che il cliente potrà scrivere, a partire dal titolo del drink, nell’attesa che lo stesso gli venga servito».

Le migliori 24 fiabe brevi verranno poi raccolte ed esposte qui al Surfer’s, aggiunge Gelmini. Le illustrazioni sono a cura di Bianca Fiorentino, che già aveva collaborato con il locale milanese e che per l’occasione ha realizzato anche delle stampe a tiratura limitata delle tavole, che sono disponibili per chi volesse portarsi a casa la sua fiaba preferita.

La Lake Como Cocktail Week si tinge di rosso con Campari

Giunta alla quinta edizione, la manifestazione si svolge dal 1 al 9 Luglio e si conclude con il The Red Party a Villa Geno per assegnare il Premio Campari

Campari main sponsor della Lake Como Cocktail Week. Giunta alla quinta edizione, la manifestazione si svolge dall'1 al 9 luglio nelle più esclusive location del Lago di Como e quest'anno il tema dell'evento è "Fantastic Classic". Chiusura in bellezza con il Premio Campari, che si terrà il 9 Luglio durante il “Closing Party” a Villa Geno.

Nel corso degli otto giorni a tutta mixology, eventi, tasting, presentazioni e guest shift nei migliori cocktail bar del Lago. Dall'Aperitivo Italiano da Ceccato Garden Bar (4 luglio), che avrà come ospite il bartender Federico Turina di Ceresio 7 di Milano alla densissima serata di sabato 7 Luglio, durante la quale si svolgeranno una cena in pairing a quattro mani dal titolo "An extraordinary dinner experience" da Musa Lago di Como, che avrà come ospiti lo chef Enrico Croatti e il bar manager Giovanni Allario di Moebius di Milano; lo stesso giorno, da PopUp ci sarà un pairing "Pizza&cocktails" che avrà come ospiti lo chef Lorenzo Sirabella e il bar manager Edris Almalat di Dry Milano; e ancora, sempre sabato, la "Campari Negroni Take Over", in due diverse location: Krudo, che ospiterà il vincitore della CBC 2024 Alessandro D’Alessio del Rita’s Tiki Room di Milano, e il Vintage Jazz Food&Wine, che ospiterà uno dei tre finalisti della CBC 2024 Edoardo Cipriani del Soda Jerk di Verona.

Chiusura in bellezza con The Red Party, martedì 9 Luglio, a Villa Geno, che si colorerà di rosso in occasione del Closing Party. Nel corso dell'evento, i tre cocktail a base Campari più votati durante la competition che ha aperto la manifestazione il 1 luglio verranno assaggiati dal pubblico presente che decreterà il vincitore del “Premio Campari”. Seguirà una guest shift di Martino Premi di Carico Milano, che porterà una signature cocktail list, accompagnata da una proposta cocktail dedicata ai grandi classici a base Campari.

In Germania, Eatrenalin è l’esperienza food&beverage “più eccitante al mondo”

Da Eatrenalin per provare un menu fine dining su sedie che portano gli ospiti in un'ambientazione diversa per ogni portata: il roallercoaster gastronomico è a Rust, in Germania

La descrivono come «l’esperienza gastronomica più eccitante al mondo» e probabilmente c’è un pizzico di presunzione in questo. Però effettivamente nel campo delle esperienze immersive e multi-sensoriali, le sedie che camminano e che ti portano da una stanza all’altra ad ogni cambio di portata hanno poca concorrenza in fatto di originalità. Stiamo parlando di Eatrenalin, ristorante situato all’interno dell’Europa-Park Resort, che altro non è che la parte alberghiera dell’omonimo parco di divertimenti tedesco, situato a Rust, vicino Friburgo.

È uno dei maggiori parchi nel suo genere in Europa, secondo per numero di visitatori solo a Disneyland Paris, ed è proprio in questo contesto che è stata pensata questa esperienza da “rollercoaster” gastronomico. Raccontano, infatti, che ai due fondatori, Oliver Altherr e Thomas Mack, l’idea sia venuta proprio durante una visita al Voletarium dell’Europa-Park, dove si possono sorvolare i paesi europei: in poche parole, perché non perché non combinare un viaggio del genere con una cucina fine dining? Il nome è quindi una crasi delle parole Eat (mangiare) e Adrenalin (adrenalina).

Le opzioni (e i prezzi, da un minimo di 255 euro a persona) sono diverse e vanno da una cena da otto portate a versioni più luxury, come quella con l’abbinamento vini o ancor con il pairing con lo champagne, con la partnership della maison Laurent Perrier. E ovviamente si può anche pernottare nel resort. Poi c’è la lounge, il dj-set del dopo cena e il cocktail bar: insomma, ce n’è per tutti, a tutte le ore.

Il percorso gastronomico di Eatrenalin porta (fisicamente, visto che l’ospite è seduto sulle floating chair) ad assaggiare un susseguirsi di piatti da alta cucina, in ambienti sempre diversi, con suoni e videoinstallazioni che coinvolgono gli altri sensi. In cucina troviamo i giovani e promettenti chef Juliana Clementz e Ties van Oosten: austriaca lei, più concentrata sul reparto pasticceria, olandese lui, impegnato più nel salato, ma entrambi reduci da diverse esperienze stellate.

Il commento di qualcuno? Sembra di stare nel film “The menu”. Spoiler: alla fine non muore nessuno.

AmaroBello, l’amaro contemporaneo di Riccardo Soncini

AmaroBello 1
Il bartender e imprenditore emiliano firma questo amaro "senza fronzoli", che reinterpreta la tradizione e strizza l'occhio alla mixology

Ricco, variegato e con secoli di storia alle spalle, il mondo dell’amaro italiano è anche estremamente vitale. A confermarlo, insieme al successo delle storiche etichette anche fuori dai confini nazionali, la fioritura di nuovi prodotti che continuano ad arricchire il panorama, non di rado con proposte che rileggono la tradizione in chiave contemporanea. In questa categoria rientra decisamente AmaroBello, arrivato sul mercato alla fine dello scorso di maggio.

Un amaro d’autore: a firmarlo è Riccardo Soncini, nome di rilievo del panorama bartending italiano e internazionale, e imprenditore, già titolare di The Craftsman a Reggio Emilia, premiato come Bar Rivelazione dell’Anno ai Barawards 2016, ora chiuso, e attualmente di due locali, sempre nella stessa città: Disco, un “disco cocktail bar”, che ha visto la luce lo scorso anno (leggi Disco scende in pista a Reggio Emilia) e di Caboose, una birreria arredata e ispirata ai vecchi vagoni ferroviari denominati, appunto, “caboose”, aperta lo stesso anno. E ora anche produttore di spirit.

«Il progetto di AmaroBello è nato nel 2022, poi messo in pausa per dedicarmi all’apertura dei locali, e ripreso lo scorso anno con la messa a punto degli ultimi dettagli della ricetta, con l’idea di innovare la tradizione dell’amaro – spiega Soncini a bargiornale.it -. Il mondo dell’amaro italiano è popolato da ricette secolari e da etichette che hanno fatto e continuano a fare la storia di questa categoria di prodotti. Il mio desiderio era però di proporre qualcosa del tutto nuovo: un amaro contemporaneo, che si ponesse quasi sul confine della tradizione, ma che insieme rendesse omaggio e rappresentasse il gusto italiano».

Elegante, morbido e piacevole

Un omaggio che comincia già dal nome “Bello”, un aggettivo riconoscibile in tutto il mondo, e che prosegue nel sapore, risultato di una selezione di botaniche provenienti da tutta la Penisola. Un sapore contemporaneo, che segna uno stacco con la tradizione: su un fondo amaricante, dato dal rabarbaro e dalla genziana, a spiccare sono però le morbide note di mandorla, accompagnata da quelle di chinotto, completate da una parte oleosa data dal rosmarino e dal ginepro. Al naso invece a dominare sono i sentori agrumati di arancia dolce e bergamotto e quelli floreali di melissa e fiori di sambuco.

«È un amaro facile, senza fronzoli, piacevole e beverino, anche per il suo tenore alcolico non elevato (alc 24% in vol), che consiglio di servire liscio, a una temperatura di 11-12 °C, o con ghiaccio per una bevuta ancora più fresca», suggerisce Soncini.

Un amaro da miscelare

Considerando le caratteristiche e il suo autore, è inevitabile che AmaroBello si rivolga anche al mondo della miscelazione. «È molto versatile. Si può utilizzare in sostituzione dei bitter nei grandi classici dell’aperitivo italiano o come ingrediente aromatizzante in altri drink  - spiega Soncini -. Ma lavora molto bene anche nei sour, utilizzato come base al posto dei distillati, per un risultato più morbido e con un più basso tenore alcolico, o nei sodati».

Un esempio sono i signature ideati dallo stesso bartender (in fondo all’articolo le ricette complete), come Negrello, twist sul Negroni, dove si unisce a vermouth rosso e London dry gin, Bello e Tonico, dove invece si completa con acqua tonica e una fetta di arancia. Bellissillin, reinterpretazione del Penicillin, dove si miscela a liquore allo zenzero, Scotch whisky torbato, honey mix e succo di limone fresco, o Sex Symbol, creazione originale ispirata insieme al Boulevardier e al Paper Plane e fatta con AmaroBello, vermouth rosso, bourbon e succo di limone fresco.

Il tour nella Penisola

Custodito in una bottiglia dal design minimal (70 cl), realizzata prevalentemente da vetro riciclato che le dona delicate sfumature azzurre, con un’elegante etichetta nera e classica, anche questi omaggi allo stile italiano, AmaroBello al momento è presente in alcune aree della Penisola, quali Emilia Romana, Toscana, Veneto e Lombardia, distribuito da operatori regionali. «Stiamo stringendo accordi per estendere la distribuzione ad altre regioni, ma nel frattempo lavoriamo per portarlo all’estero, cominciando da alcuni Paesi europei entro il prossimo anno – racconta Soncini -. Intanto, è in partenza il tour AmaroBello goes to, una serie di serate dove con Matia Natale saremo ospiti di diversi locali di tutta Italia e proporremo la drink list di signature. Si comincia il 4 luglio da casa, ossia da Disco, per poi riprendere a ottobre».

Le ricette

Negrello
Ingredienti:
30 ml AmaroBello, 30 ml Vermouth Rosso, 30 ml London Dry Gin
Tecnica:
build
Bicchiere:
Old Fashioned o tumbler basso
Guarnizione:
una fetta di arancia

Bello e Tonico!
Ingredienti:
50 ml AmaroBello, Acqua Tonica
Tecnica:
build
Bicchiere:
tumbler alto
Guarnizione:
scorza di limone

Bellissillin
Ingredienti:
45 ml AmaroBello, 15 ml liquore allo zenzero, 10 ml Scotch whisky torbato, 20 ml honey mix, 20 ml succo di limone fresco
Tecnica:
shake and strain
Bicchiere:
Old fashioned o tumbler basso

Sex Symbol
Ingredienti:
45 ml AmaroBello, 15 ml vermouth rosso, 15 ml bourbon, 15 ml succo di limone fresco
Tecnica:
shake and double strain
Bicchiere:
coppa champagne

Dieci domande a Cynthia Vargas: la signora del Ron Matusalem

Un viaggio nel mondo di Ron Matusalem con Cynthia Vargas, master blender della rinomata hacienda della Repubblica Dominicana. Che ci racconta il suo approccio alla produzione e le innovazioni e i cambiamenti previsti nel futuro del distillato

In questa video intervista incontriamo Cynthia Vargas, master blender di Ron Matusalem, in occasione del cambio di look di Matusalem Gran Reserva 15 e Matusalem Gran Reserva 23 (leggi Cambio di look per gli iconici rum Matusalem). L’appuntamento con la Signora del rum è a Il Marchese di Milano. È il suo primo tour lontano dall’hacienda e questa è solo la prima fermata.

Cynthia ci racconta del suo viaggio nel mondo dei distillati, iniziato con una transizione dall'enologia alla produzione di rum, un percorso ricco di sfide e conquiste. Ci parla delle sue impressioni sul cambio di immagine delle bottiglie e di tanto altro.

Durante la conversazione, spiega il sistema solera, un metodo fondamentale per la produzione del rum Matusalem, distribuito in esclusiva da Gruppo Montenegro, e condivide le esperienze e le difficoltà affrontate nella creazione di Insolito, il primo rum rosé al mondo. Cynthia ci racconta come il suo approccio alla produzione del rum si è evoluto dal 2002, anno in cui è entrata a far parte di Matusalem, e quali sono gli aspetti più gratificanti del suo ruolo di master blender. Descrive una sua giornata tipica e le attività che svolge quotidianamente per garantire la qualità del suo ron.

Infine, ci confida i momenti più memorabili della sua esperienza come prima persona al di fuori della famiglia Alvarez a custodire i segreti della cantina secolare di Matusalem, e ci offre uno sguardo sulle innovazioni e i cambiamenti previsti per il futuro del rum, spiegando come intende contribuire a questi sviluppi.

Scopriamo insieme la passione e la dedizione di Cynthia Vargas, una figura chiave dietro la rinomata hacienda di rum della Repubblica Dominicana.

“Calamaretto di Saronno”, “Branchia Menta”: le vetrine comiche del pescivendolo poeta di Trieste

Pescherie Davide
Con le sue originali vetrine poetiche, Davide Scala, titolare delle Pescherie Davide ha adottato una strategia di comunicazione on site a costo ridotto ma di grande efficacia

La mitteleuropea Trieste è sempre ricca di spunti stimolanti: ne sono un esempio lampante le Pescherie Davide che uniscono il potere solido della storia alla creatività dell’innovazione. “Salvate il salmone Ryan”, “Un giorno in frittura”: la mattina, Davide Scala scrive sulle vetrate dei suoi negozi i versi che la notte gli ha ispirato, utilizzando antica polvere di Vienna mescolata con acqua, pratica e facile da cancellare.

“Una cozza per amico”, “Il buono, il brutto e il branzino”, “Polp fiction” sono alcuni dei riferimenti ittici a canzoni, film, programmi televisivi che hanno un forte richiamo per i curiosi e creano un legame emotivo: il sorriso spinge il pubblico a scattare foto e selfie, ma anche a entrare per conoscere l’autore. Da qui all’acquisto, il passo è breve.

I due punti vendita situati in via Conti 44 e piazza Garibaldi 8, tengono viva una tradizione che si tramanda da generazioni, sia per la qualità dell’offerta sia per le originali vetrine che attraggono l’attenzione dei triestini e dei turisti.

Un locale storico dal fascino unico

Il negozio di piazza Garibaldi 8 detiene un primato singolare: è l'unico locale storico adibito a pescheria in Friuli Venezia Giulia. Questo punto vendita mantiene intatte le antiche vetrine, che sono diventate un vero e proprio punto di attrazione per i passanti, così come accade in via Conti.

L’eredità di famiglia

Davide, il pescivendolo poeta, prosegue la tradizione iniziata da suo padre Arnoldo, il primo in città ad avere un'impresa di import-export di prodotti ittici con le vicine zone dell’ex Jugoslavia. L’eredità di famiglia si riflette nella qualità e nella freschezza del pesce offerto, che arriva direttamente dal mercato ittico di Trieste.

“A qualcuno piace crudo”: l’efficacia della comunicazione on site

Le vetrine delle Pescherie Davide non sono semplici espositori di prodotti, sono un allegro biglietto da visita che racconta l’identità del negozio. Hanno il cosiddetto stopping power nei confronti dei passanti: una strategia di comunicazione on site a costo ridotto ma di grande efficacia. Attraverso le vetrine, cioè, si racconta una storia e si crea un percorso che, tramite battute scritte a lettere cubitali come “C’era una piovra in America” e “Canocia meccanica” conduce facilmente all'acquisto.  Un biglietto da visita che racconta l'identità precisa del negozio e, allo stesso tempo, un motivo di richiamo che, non solo sollecita l’attenzione dei consumatori, ma li coinvolge emotivamente, creando un legame duraturo in grado di avere ripercussioni positive sul fatturato.

 

Cioccolato d’estate: quattro modi per proporlo in pasticceria

Tante creazioni artigianali per destagionalizzare un prodotto difficile da lavorare col caldo

Il 7 luglio si celebra la Giornata Mondiale del Cioccolato. La data non sembra scelta a caso. Infatti, la ricorrenza stimola la creatività dei maestri cioccolatieri per proporre creazioni pensate per la stagione calda. Ecco una selezione dei progetti migliori per gustare il cioccolato anche d'estate.

Fabio Tuccillo

Il Tucci Stecco è il primo gelato ad entrare in bakery. Alla golosità del gelato alla nocciola e gianduja, con inserto di gelato alla Nutella, si unisce la delicata glassa al cioccolato e la granella di nocciole. A metà strada tra un gelato e una torta c’è poi la Cheescake alla Nutella su stecco. Infine, ci sono i Marineve farciti con crema pasticcera con ricotta zuccherata siciliana e glassati cioccolato fondente o al pistacchio.

Pasticceria Antoniazzi

La Pasticceria Antoniazzi propone una monoporzione dal titolo Lingotto Africano. Si tratta di una mousse cremosa al cioccolato al latte e fondente, adagiate su un biscotto al cacao.

Sisu

Sisu propone una monoporzione composta da una base di frolla al cacao, con crema da cottura con cioccolato 85% (Abinao di Valhrona) e una namelaka con cioccolato 66% (Caraibe di valhrona). Abinao è un grand cru, con un altissimo contenuto di cacao che ha come caratteristica principale l’amaro. Il Caraibe è sempre un grand cru ma come caratteristica un gusto molto più rotondo che rimanda a delle spezie dolci e alla frutta secca.

Pasticceria Maresi

La Pasticceria Maresi ha declinato il cioccolato in tre strati - fondente, al latte e bianco - creando la Bavarese ai tre cioccolati. Ogni strato offre una consistenza cremosa. Alla base c'è un biscotto morbido al miele e vaniglia, uno speciale pan di Spagna che aggiunge una nota di intensità e struttura al dolce.

Dopo il Woc, Fensore e Villa raccontano la loro esperienza

Manuela Fensore
Manuela Fensore
Secondo, terzo, quarto e sesto posto: questi i piazzamenti degli italiani nelle discipline del World of Coffee che si è concluso a Copenhagen. Grande soddisfazione per tutto il mondo del caffè e Sca Italy.

Il World of Coffee di Copenhagen (Danimarca) ha dato molte soddisfazioni al mondo dei baristi italiani e a Sca Italy. Le competizioni hanno infatti visto Manuela Fensore posizionarsi al secondo posto mondiale nella Latte Art, Andrea Villa al terzo nel Coffee in Good Spirits, Emanuele Bernabei al quarto nel Cezve/Ibrik ed Emanuele Tomassi sesto nel Coffee Roasting Championship. Sono risultati che sottolineano l’alto livello tecnico raggiunto, frutto di costanza, dedizione e un aggiornamento continuo; un esempio da seguire per tutta la community.

Abbiamo raggiunto Manuela Fensore al suo ritorno a Milano, già attiva presso la scuola di formazione World Latte Art & Coffee Center (leggi Latte art e cultura del caffè nella nuova scuola di Fensore e Clemente) di cui è titolare con Carmen Clemente, campionessa mondiale di Latte Art 2022. Dopo il primato mondiale nel 2019, Fensore è felice del secondo posto al mondiale da poco ottenuto e orgogliosa della sua gara; la differenza con il primo classificato, Yi-Chen Xie - Taiwan, è stata di soli 7 punti, davvero un soffio. La competizione ha avuto molti elementi di novità, a cominciare dalla macchina superautomatica Thermoplan che ha realizzato gli espressi, per proseguire con tazze con un’apertura superiore inferiore alle classiche da gara e l’utilizzo dl latte vegetale in una figura nel preliminary.  I tempi più lunghi di estrazione hanno imposto una diversa modulazione della gara: «avevo 30-40 secondi che mi davano l’opportunità di offrire qualcosa di nuovo - afferma Fensore -. Ho pensato a delle filastrocche, che nessuno aveva mai preso in considerazione. Ho realizzato il concept insieme a Cristina Caroli, artefice delle poesie, che aveva realizzato già due giorni dopo averle esposto la mia idea». 

Così, dato il via a macinatura, pressatura ed estrazioni che avvenivano automaticamente, Manuela ha recitato baby tales che avevano quali protagoniste le figure che avrebbe realizzato: una giraffa che faceva il suo snack mangiando le foglie degli alberi, una volpe intenta a prendere l’uva che a fine giornata era riuscita nel suo intento, l’elefante che trasportava il suo carico di mele e si dedicava una merenda, rubandone una, avvolta nella proboscide, la zebra aspetta un amico in ritardo con cui poi condivide un espresso. Questo nuovo modo di presentare le tazze è piaciuto molto, come pure la narrazione dei movimenti e dei singoli elementi composti a ogni versata «A farlo per prima fu Carmen (membro fondamentale del team sempre accanto a Manuela in fase di preparazione con  i suoi interventi e suggerimenti tecnici, ndr), che descrisse le tazze nei minimi particolari: ai giudici piace perché li coinvolge e li tiene con gli occhi incollati alla versata; così abbiamo deciso di proseguire». 

Un mondiale più facile o difficile di quello di cinque anni fa? «Più facile: mi sono sempre allenata molto seriamente, ma per questa competizione ho potuto fare tesoro di tutta l’esperienza accumulata nel campionato precedente e in questi ultimi anni. C’è stato più lavoro di team con Carmen Clemente, Cristina Caroli e mio figlio che è stato parte fondamentale di tutta la preparazione, ma anche con il team di Sca Italy e tanti sponsor che mi hanno supportata. Tutto ciò mi ha dato molta sicurezza e mi permesso di raggiungere un risultato davvero buono. Ora continuo ad allenarmi perché voglio mantenere la memoria muscolare: e poi gareggiare (dunque migliorare continuamente) e preparare routine di gara è parte integrante della mia quotidianità, per me e per gli altri». Fensore potrebbe puntare a un nuovo mondiale: «questo secondo posto per me è un punto di partenza, non di arrivo. Che non sia l’anno prossimo, ma il successivo, so che continuerei ancora ad esprimermi e che ho ancora tanto da fare e da dire».

Quando lo raggiungiamo telefonicamente, Andrea Villa, titolare della caffetteria M10Café di Lesmo (MB), formatore Aicaf e membro del Cbc - Coffee & Beverage Community di Victoria Arduino, è ancora a Copenhagen, felicissimo per il terzo posto mondiale raggiunto nel Coffee in Good Spirits e per la bellissima esperienza vissuta con il team Bugan, ben diversa e molto più coinvolgente delle finali del 2022 a Milano. L’elemento vincente di Villa, accanto alla qualità eccellente delle sua preparazioni è stata senza dubbio l’empatia, per la quale ha ricevuto complimenti da tutti. «Ho preso i giudici per mano e li ho condotti in un viaggio. Siamo stati al centro della terra, da cui siamo usciti per toccare i quattro elementi - terra, acqua, aria e fuoco - e infine l’ultimo che per i filosofi è il più alto e incorruttibile e per me è stato l’irish coffee che ho presentato, ma che in realtà è la mia famiglia». Negli spiris ha realizzato un drink con il cognac e il viaggio è stata la goccia che dall’alto scende dal cielo e tocca vari elementi tra cui un fiore, un frutto, una foglia, un ronco e infine va al centro della terra: ogni cosa toccata era rappresentata da un prodotto floreale, fruttato, realizzato con l’estrazione dalle foglie o filtrato dalle rocce come il caffè versato su di esse per raffreddarlo. I caffè provenivano da due farm colombiane: Finca Las Flores varietà Chisoro per lo spirit bar e Finca El Diviso, varietà Ombligon, che hanno dato caffè particolarmente fruttati il primo e floreali il secondo. «I drink secondo me parlavano da soli, avevano una grande unicità nei loro sapori; era molto facile distinguerli all’interno del drink e offrivano un vero viaggio, i giudici me lo hanno confermato». 

L’obiettivo era arrivare in finale: «Con un team alla spalle che ha fatto molta esperienza a livello internazionale raggiungendo ottimi risultati, sentivamo di potercela fare, anche se ogni gara è una cosa a sé, nei 10 minuti della competizione può succedere di tutto - conclude Andrea Villa -. La squadra mi ha dato molta sicurezza: se salendo sul palco mi sentivo pronto al 98%, quel 2% l’ha colmato lei: è davvero fondamentale per i piccoli imprevisti ed anche per aiutare a tenere la mente libera. Ci siamo divertiti molto, creando un clima bellissimo». Gareggiare ancora? Chi può dirlo… se arriverà un concept interessante, ci si potrà pensare.

I Gianduiotti 4.3 e Fondenti di Giraudi saranno riconosciuti Igp

Dopo una lunga battaglia, il Comitato del Gianduiotto di Torino Igp ha accolto la richiesta di 40 aziende e maestri artigiani del cioccolato

Dopo una notevole fase istruttoria iniziata nel 2017, anche i Gianduiotti 4.3 e Fondenti della cioccolateria Giraudi di Castellazzo Bormida (AL) potranno fregiarsi del riconoscimento Igp. La vittoria giunge per il brand che, insieme a 40 aziende e maestri artigiani del cioccolato, ha sin da subito richiesto il riconoscimento al Comitato del Gianduiotto di Torino Igp.

Un lungo cammino

La richiesta dell’Indicazione Geografica Protetta è stata presentata alla Commissione Europea. Una volta accettata, tutti i gianduiotti prodotti in Piemonte, con solo nocciola (dal 30 al 45%), zucchero semolato di barbabietola o di canna raffinato (dal 20 al 45%) e cacao (min. 25%), senza la presenza di latte in polvere, possono essere riconosciuti come Igp. «Il Gianduiotto di Torino è un’eccellenza del territorio piemontese e, come tale, va riconosciuta sia in Italia che all’estero - ha dichiarato Giacomo Boidi, maestro cioccolatiere di Giraudi - L’Igp è un’importantissima etichetta che ci consentirà di dare maggior valore al prodotto e di comunicarlo con più facilità. Il riconoscimento non sarebbe esclusiva conseguenza della centenaria tradizione cioccolatiera regionale, ma anche delle indiscusse proprietà qualitative della Nocciola del Piemonte, altra IGP del territorio».

La storia del Gianduiotto

Il gianduiotto è nato per merito di Napoleone. È proprio in seguito al Blocco Continentale da lui imposto nel 1806 – che impediva alle navi provenienti dal Regno Unito e alle colonie di attraccare nei porti dell'impero francese e alleati - che i maestri cioccolatieri ebbero l'idea che diede vita all'ormai celebre cioccolatino. Infatti, in seguito alla difficoltà di reperire il cacao, si pensò di sostituire questa pregiata, e ai tempi rara materia prima, con la nocciola. Nasceva così il gianduiotto. Tuttavia, solo nel 1865 avrebbe acquisito la classica forma che conosciamo ancora oggi: quella di parallelepipedo smussato o di barchetta rovesciata. Nel corso degli anni, ormai oltre 150 dalla sua nascita, la ricetta non ha mai cambiato forma né ingredienti. Tuttavia,  ci sono stati diversi cioccolatieri, come Giacomo Boidi, che ne hanno creato una versione personale. I Gianduiotti 4.3 e Fondente di Giraudi Sia il Gianduiotto 4.3 che il Fondente targato Giraudi beneficerebbero dell'etichetta "Gianduiotto di Torino Igp". Premiati agli International Chocolate Awards 2017, con il secondo posto a livello mondiale, i Gianduiotti Fondenti si caratterizzano per una presenza di nocciole Piemonte IGP tostate in percentuale del 40%, assieme a zucchero di canna, burro di cacao, cacao amaro in polvere e fave di cacao. Questi ultimi due ingredienti, assieme, costituiscono una percentuale non inferiore al 29% di cacao, superando ampiamente, come anche nel caso della nocciola, gli standard minimi imposti dall’Igp. Premiati agli International Chocolate Awards 2020, con la medaglia d’argento nell’area geografica Italy/Med, i Gianduiotti 4.3 rappresentano la ricetta identitaria di Giraudi. Il nome è dovuto alla percentuale di nocciole presenti (43%). Queste vengono miscelate con zucchero di canna, burro di cacao e una percentuale uguale o superiore al 30% di cacao della varietà Trinitario. Quest'ultimo ingrediente proviene da Venezuela Sur del Lago. In questo caso è composto dalle sole fave. Il risultato? Un gusto più pieno e intenso della variante fondente, con una minore amarezza.

Il racconto di Orogel esalta La Cultura del Noi

La presentazione del libro con il giornalista Massimo Borgnis, l'autrice Letizia Magnani e Bruno Piraccini, presidente Orogel
Presentazione del Libro "La Cultura del Noi" alla Libreria Rizzoli di Milano sui 50 anni di attività di Orogel, protagonista italiano delle verdure surgelate.

Edito da Mondadori Electa e scritto dalla giornalista Letizia Magnani, in libreria dal 28 maggio, il libro “La cultura del noi” è il racconto di una storia di tradizione, d’amore e di cooperazione agricola, unica nel suo genere, che non ha uguali in Italia.
Il libro è stato presentato alla Libreria Rizzoli di Galleria Vittorio Emanuele II di Milano alla presenza dell'Autrice Letizia Magnani, del giornalista Massimo Borgnis e di Bruno Piraccini, tra i fondatori dell'azienda di Cesena e attuale presidente della relativa Cooperativa di Soci Agricoltori.

 

Sono, infatti, le vicende delle persone che gravitano attorno al mondo Orogel, che hanno contribuito a farlo diventare il primo produttore di verdure surgelate in Italia, unitamente alle peculiarità del territorio in cui nacque oltre 50 anni fa, al rispetto e all’attento lavoro di selezione delle materie prime, e all’attenzione costante alla qualità, le protagoniste del primo libro dedicato alla realtà consortile romagnola.

Attraverso le memorie di Bruno Piraccini, fra i fondatori di Orogel e oggi presidente, e delle altre donne e uomini di Orogel, il volume narra un’avventura di successo. Un’impresa che dal 1967 ha a che fare con l’etica del lavoro e la fatica, con la tradizione e l’innovazione, con la terra e la cultura contadina, con l’intuizione e la passione, ma anche con la solidarietà e con la capacità di costruire ricchezza collettiva.

La “cultura del noi” è quella che si respira nel Gruppo Orogel, oggi leader di mercato nel settore delle verdure surgelate sia nel settore retail sia in quello food service. Una posizione costruita in oltre cinquant’anni grazie a un costante impegno nella ricerca, nello sviluppo tecnologico, nella valorizzazione della cucina italiana e nel rispetto della natura e delle sue regole.

In queste pagine emerge come, grazie alla collaborazione di tutti - quel noi che si cita nel titolo e che è il cuore dell’impegno e del modus operandi di Orogel - sia stato possibile realizzare un sogno che poi è diventato una missione e una promessa: portare sulla tavola degli italiani le meraviglie offerte dalla natura, abilmente conservate e protette dal freddo.

Red Bull Cliff Diving World Series: 40mila persone per la tappa di Polignano a Mare

Madeleine Bayon of France launches an armstand dive from the 21.5 metre platform during the final competition day of the third stop of the 2024 Red Bull Cliff Diving World Series in Polignano a Mare, Italy on June 30, 2024.
Il tradizionale appuntamento della competizione di tuffi da grandi altezze si chiude con affluenza monstre: vittorie per Iffland e Popovici

Dopo le tappe di Atene e Boston, la quindicesima edizione delle Red Bull Cliff Diving World Series torna a Polignano a Mare e sigla l'ormai tradizionale e attesissimo appuntamento della stagione degli action sports. Successo per la leggenda australiana Rihannan Iffland tra le donne (dai 21 metri) e per il rumeno Constantin Popovici tra gli uomini (dai 27 metri): rispettivamente settima e sesto gli unici italiani in gara, Elisa Cosetti e Andrea Barnabà.

Con ventiquattro atleti in gara equamente divisi tra donne e uomini, la centounesima tappa totale della manifestazione, lanciata nel 2007, è stata anche l'undicesima tenutasi a Polignano (in passato in Italia si era svolta per un paio d'anni al castello di Malcesine, sul Lago di Garda), con il pittoresco contorno della Lama Monachile a fare da sfondo: imponente la doppia piattaforma divenuta ormai simbolo della manifestazione, costruita sul terrazzo di un privato cittadino quasi a suggellare il rapporto tra la manifestazione e la città di Polignano a Mare.

Nel corso del fine settimana di gare, l’intero borgo è stato griffato Red Bull, con ben nove punti bar disseminati in aree strategiche e sviluppate in verticale: dalla tenda ragno ai piedi della statua dedicata a Domenico Modugno, passando ai chioschi perfettamente incastonati nelle scogliere a ridosso della spiaggia e della stazione di salto, fino al punto più alto di Polignano a Mare, la terrazza dell'albergo Covo dei Saraceni, allestita sia al piano terra che al quarto piano con il sostegno del food catering della Pasticceria Martinucci: forse la visuale più privilegiata per le evoluzioni dei tuffatori, che al picco delle loro performance raggiungono addirittura gli 85 km/h di velocità.

Ciascun punto bar è stato allestito dal brand ambassador Daniele Gentili, con due proposte diverse a seconda della destinazione d'uso: una più semplice e approcciabile per i luoghi di maggior volume, un'altra più complessa e ragionata, per quanto decisamente comprensibile, per gli outlet destinati a ingressi su invito e tenore esclusivo. In quest'ultime si sono viste le soluzioni che Gentili ha firmato per la drink strategy Red Bull: lo Spicy G (Gamondi Aperitivo fiori di sambuco, pompelmo rosa, sciroppo ai lamponi, Organics Ginger Beer), il Free Flo (Martini Floreale, Lime, sciroppo ai lamponi, menta, Red Bull Sugar Free) e le varianti analcoliche come il Summer Breeze (succo di mela limpida, lime, sciroppo al passion fruit, Red Bull Summer Edition) e il NoLo Spritz (Martini Vibrante, Organics Bitter Lemon).

La stagione delle Red Bull Cliff Diving World Series proseguirà con le tappe della Costa di Causeway (Irlanda), Oslo (Norvegia), Montreal (Canada), Antalya (Turchia) e Sydney (Australia), fino all’assegnazione dell’ambitissimo trofeo King Kahekili.

 

 

 

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