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Licenziamenti e contratti nulli: nove mesi per opporsi

Lavoro –

Con il Collegato lavoro diventa facoltativo il tentativo di conciliazione nella controversie individuali e si riducono i tempi per il contenzioso giudiziario: al massimo 270 giorni, decorrenti una volta scaduti i 60 giorni per l’impugnazione

Entrato in vigore lo scorso novembre, il Collegato lavoro mira a ridurre, tra l'altro, i termini per la soluzione delle controversie tra dipendenti e datori di lavoro. Chiunque abbia impugnato licenziamenti, contratti a termine, collaborazioni, trasferimenti, nullità del termine del contratto a tempo determinato ecc. ha ora nove mesi di tempo per depositare il ricorso presso il Tribunale, all'arbitro ovvero presentare istanza di conciliazione. E la novità sta proprio qui: il tentativo di conciliazione - prima obbligatorio - diventa una fase eventuale, ad eccezione del solo contratto certificato, ovvero quella procedura volontaria mediante la quale le parti possono chiedere alle cosiddette Commissioni di certificazione un accertamento sulla natura e le caratteristiche del contratto da loro adottato.

La procedura arbitrale

L'istanza di conciliazione va presentata invece alle apposite commissioni istituite presso la direzione provinciale del Lavoro (Dpl). Se la controparte accetta la procedura di conciliazione, deposita entro 20 giorni dalla richiesta una memoria con le proprie difese ed eccezioni. Nel caso non si arrivi a un'intesa, tocca alla commissione formulare una proposta di conciliazione, che si potrà rifiutare accompagnando la decisione con adeguate motivazioni di cui il giudice terrà conto in sede di giudizio.

Il ricorso al giudice

Se il tentativo di conciliazione non va a buon fine, il lavoratore può depositare il ricorso entro 60 giorni dal rifiuto o dal mancato accordo. Se invece la via conciliativa non viene neppure tentata, il ricorso al giudice deve essere presentato - come per il tentativo di conciliazione - entro 270 giorni dall'impugnativa del licenziamento. Una scadenza di gran lunga ridotta rispetto ai 5 anni previsti dall'articolo 144 del codice civile in tema di prescrizione ordinaria. Senza contare i termini ancora più lunghi previsti - secondo l'orientamento prevalente della magistratura - in caso di licenziamenti nulli e inefficaci, come quello della lavoratrice entro un anno dalla celebrazione del matrimonio o dalla nascita di un figlio.
Durante il tentativo di conciliazione, le parti possono anche affidare alla commissione conciliativa l'incarico di risolvere la lite in via arbitrale: mostrano le proprie posizioni e indicano un termine per l'emissione del lodo (non superiore ai 60 giorni). Si tratta di un arbitrato cosiddetto irrituale, perché vale come un vero e proprio contratto tra le parti e non è impugnabile anche nel caso deroghi a disposizioni di legge o a contratti collettivi.
Il Collegato lavoro introduce anche altre forme di arbitrato: quello previsto dai contratti collettivi sottoscritti dalle associazioni sindacali, quello presso le camere arbitrali costituite dagli organi di certificazione e quello che si svolge innanzi a un collegio di conciliazione e arbitrato irrituale, costituito, su iniziativa delle parti, per risolvere una specifica controversia.

Ristoranti – Imprese del Gusto febbraio 2011

Archivio Copertine Horeca –

News 12 Gli eventi nei locali attirano la clientela. Come far bene i conti e organizzarsi 13. I “Perché” di Martino Ragusa. 14 Cuochi a confronto, grandi vini in degustazione a Gusto in Scena. A Lugano.16 Dalla coda alla vaccinara al Qubo. La cucina di Antonello Colonna svelata.18  Novità in tema di formaggi, pasta e salumi pregiati. 19. Pezzi facili per rinnovare l’arredo del locale.20  Il Forum Acquavitae a maggio in Franciacorta, farà il punto…

News


12 Gli eventi nei locali attirano la clientela. Come far bene i conti e organizzarsi
13. I “Perché” di Martino Ragusa.
14 Cuochi a confronto, grandi vini in degustazione a Gusto in Scena. A Lugano.
16 Dalla coda alla vaccinara al Qubo. La cucina di Antonello Colonna svelata.
18  Novità in tema di formaggi, pasta e salumi pregiati. 19. Pezzi facili per rinnovare l’arredo del locale.
20  Il Forum Acquavitae a maggio in Franciacorta, farà il punto sul mondo delle acqueviti.
21. Martini crea il suo esclusivo e-store di accessori griffati.
22  Grandi progetti per rafforzarsi all’estero e una nuova sede in arrivo per Lavazza.

72 Storia della Franciacorta e dei vignaioli che l’hanno trasformata in zona di eccellenze: un volume ricco e utile.
73. Piccole cantine toscane in mostra a Buywine.
74. Duca di Salaparuta mette in cantiere un gran tour di cene e degustazioni in tutta Italia.
75. Cambio al vertice in Agivi, arriva una donna.
76. Cuvée in rosa per Ca’ del Bosco.
Ristorazione
9 Il gastronauta Posti per mangiare o ristoranti? Davide Paolini riflette sul proliferare di tante catene.
10 Società Dal convegno Nardini una serie di spunti sui riflessi dell’evoluzione demografica.
24 Cucina low cost Abbattere gli sprechi con l’uso attento degli scarti di carne, frutta e verdura. Una cucina anticrisi dall’anima ambientalista.
28 Servizio & cortesia Da 50 anni a Milano, il toscano Da Giacomo declina cucina regionale e tendenze urbane. Un marchio in crescita.
51 Costi elettrici Dossier per orientarsi fra fornitori e autoproduzione, tariffe e riduzione dei consumi.
Fare impresa
31 SUMMIT HORECA
Esperti di mercato, ricercatori, docenti e formatori hanno fornito gli strumenti alla ristorazione per affrontare i cambiamenti nei consumi, nella struttura dell’offerta, nelle tecnologie.
39 EVENTI Gli appuntamenti per gli appassionati di cibo attirano consumatori finali in concorrenza con i ristoranti. Come reagire?
40 FIDELIZZAZIONE Nella competizione vince chi si differenzia e chi anticipa le esigenze dei clienti. Per farli tornare.
41 CUCINA Il foodservice alla prova costo: alcuni esempi analizzati da un esperto.
42 DIPENDENTI Perché è un grave errore considerare la divisa del personale di sala un elemento marginale.
43 CANTINA Quando il fornitore è esclusivo: dalla Germania un esempio virtuoso.
NORMATIVE
44 Dal collegato lavoro un passo a-vanti per misurare lo stress da lavoro.
44. Il Wi-fi libero apre opportunità di servizi gratuiti.
AZIENDE E MERCATI
45 L’identificazione con il territorio alla base del successo del modello Prosecco.
46 Dal Barilla Center for Food & Nutrition un nuovo indicatore alternativo al Pil.
47  Norda acquisisce Gaudianello.Spumador passa a Rifresco.
48 Assso con Vip Catering al servizio dell’horeca.
Made in Italy
56 Salumi Le due anime del Consorzio del Culatello di Zibello Dop, tra passato e modernità.
60 Cucina Abbiamo analizzato le ricette di 75 chef stellati Michelin. Ecco che cosa abbiamo scoperto.
62 Enologia È aperto il dibattito sui vini low alcol, ormai una realtà.
64 Vini Il mercato premia i vitigni d’origine e si moltiplicano le iniziative per promuoverli.
66 Promozione Il QR code si legge col cellulare e dà accesso al web.
68 Comunicazione Santa Margherita dialoga con ristoratori e consumatori attraverso tutti i media.
70 Territorio Cantina Senatore tra uve di Calabria e internazionali.
Strumenti
88 Cucina & design Il training di Alberto Zanoletti al Bocuse d’Or, col sostegno di Alessi e dei designer.
92 Espositori Nuove cantine climatizzate Ip, per dare valore alla proposta di vini e spumanti.
93 Utili Le pulizie sono facili con la macchina per il vapore Pawnwee.
93 Utili Star Plus Direca, il nuovo Pos versatile che velocizza la gestione.
Food&beverage
94 Conserve Otto i tipi di pomodori Cirio, che suggerisce come usarli nel ricettario Pomodoro Spumeggiante.
95 Utili Nuova panna cotta alle nocciole di Nestlé Professional.
95 Utili Tortellini e formati della tradizione firmati La Lanterna.
Vino
79 IL VINO DEL MESE Cuvée Annamaria Clementi Franciacorta Extra Brut, Rosé 2003, Ca’ Del Bosco.
80 SPUMANTI Bollicine rosa facili da abbinare e da proporre per San Valentino.
84 PASSITI Sorprendenti aromatici a doppia valenza, per intenditori e curiosi.
Birre
86 PILS La classica bionda in tre declinazioni dal gusto secco e dalle note amare.
Spirits
87 ITALIANS Grappa del Nord o del Sud e un nuovo liquore al caffé con accento d’anice per un fine pasto di giusta intensità.

I bar? Cattivi pagatori

Gestione –

Il settore è tra i meno puntuali in Italia nei pagamenti. Segno di crisi ma anche cattiva abitudine da correggere

Com’è la situazione finanziaria dei locali pubblici italiani? Non molto brillante se si considera un indicatore eloquente come la puntualità nel pagamento dei fornitori. Un’analisi di quanto siano precise le imprese italiane nel saldare i propri debiti è stata fornita da Cribis D&B, società del gruppo europeo Crif specializzata nella business information. Prende in considerazione dati aggiornati a maggio 2010 e riguardanti tutte le merceologie di commercio al dettaglio.
Il quadro che emerge non è confortante. La media nazionale di aziende che saldano le fatture alla scadenza è di appena il 42%; ma i bar vanno molto peggio, con solo il 20,7%.
Un po’ meglio i ristoranti, con il 28,2% di imprese virtuose. Peggio dei bar fa soltanto la grande distribuzione, con uno striminzito 23,1% di aziende solventi alla data stabilita.
La gran parte dei locali pubblici (il 57,5%) salda le fatture entro 30 giorni dalla scadenza, ma resta preoccupante la quantità di chi paga con ritardi maggiori: tra 30 e 60 giorni (l’11,3%) e tra i 60 e i 90 giorni (il 7,2%). Quasi l’1% va addirittura oltre i 120 giorni.

I fornitori reagiscono

Un quadro preoccupante, insomma, perché mette in evidenza la difficoltà del settore. Non solo. Le cattive performance nei pagamenti bollano tutto il comparto come “rischioso”, spingendo i fornitori, specie le grandi aziende, a mettere a punto politiche di prezzi e di riscossione del credito aggressive e sempre più difficili per i gestori.
«I comportamenti di pagamento sono uno strumento basilare per tastare il polso delle aziende - afferma Marco Preti, amministratore delegato di Cribis D&B -, perché rappresentano un’istantanea puntuale e forniscono una rappresentazione dell’azienda in costante evoluzione, che consente di fare previsioni a breve e medio termine». Soprattutto i grandi gruppi usano queste informazioni e tendono a esternalizzare il recupero crediti, mettendolo in mano ad aziende specializzate che spesso non vanno molto per il sottile. Chi non paga o paga male, pensando così di dare respiro all’attività, non fa quindi altro che crearsi condizioni ancora più difficili per i mesi a venire.

Più precisi i piccoli

Dai dati Cribis D&B emerge anche un altro dato significativo: i più piccoli sono anche più virtuosi. Fa scalpore per esempio il dato che indica come, nella gdo, solo il 4% dei marchi di maggiori dimensioni paga con puntualità. Commenta ancora Preti: «È vero, riscontriamo che tendenzialmente le realtà più piccole sono più regolari nel rispetto degli impegni assunti. La spiegazione sta nel minor potere contrattuale che alcuni operatori hanno nei confronti dei propri fornitori, specie quando questi hanno un ruolo strategico».
Quindi il “piccolo” è costretto, per sopravvivere, a essere più puntuale di un “grande”, anche a costo di sacrifici molto pesanti. Questo i fornitori lo sanno e spesso tendono a essere inflessibili con le aziende di dimensioni ridotte e molto più elastici con quelle più grandi.
Non sempre però questa politica è adeguata. A volte può essere meglio lasciare un po’ più di respiro a chi comunque si è sempre dimostrato un solido pagatore, a prescindere dalle dimensioni. Ma questa idea fa fatica ad attecchire, anche perché molte aziende fornitrici mancano di una politica corretta di gestione del credito.
«Quando i comportamenti di pagamento sono meno virtuosi - continua Preti - si tende a creare un circolo vizioso che si riflette sull’intero bacino di imprese che operano sul territorio o all’interno di un comparto. In altre parole, se i miei clienti mi pagano in ritardo plausibilmente sarò costretto a essere a mia volta meno puntuale nei confronti dei miei fornitori. Per questo, quando lo scenario di mercato si confronta con difficoltà economiche che acuiscono l’incertezza, diventa fondamentale adottare un’efficace politica di risk management. Solo spostando il focus dalla gestione del singolo cliente alla gestione del portafoglio, anche in termini di impatto sulla finanza aziendale, è possibile migliorare i processi interni e prendere decisioni sul singolo cliente, più consapevoli ed efficaci».

Utili e dilettevoli

Design –

Creare luoghi e oggetti che stimolino la relazione e l’affezione per le persone e gli oggetti: è la caratteristica di Matteo Ragni, convinto sostenitore del recupero

Lo si potrebbe definire un tranquillo rivoluzionario. Perché per Matteo Ragni, architetto e designer con alle spalle oggetti di food design già diventati “immortali” e un lungo sodalizio con il binomio Depero-Campari, la chiave del suo lavoro di progettazione sta in una parola apparentemente di scarso appeal: recuperare. Che non vuol dire riciclare. «Sprecare, oggi - afferma -, è davvero grave. Per questo dobbiamo andare oltre la logica dell'usa e getta, sia nel rapporto con gli oggetti sia con le persone, e riaffezionarci, sia alle cose e sia alle persone» Per aiutare le persone a riaffezionarsi alle cose, usa spesso un cocktail fatto di utilità e divertimento, come nel caso della posata Moscardino o del bicchiere Clic, entrambi pensati per essere riutilizzati (o portati a casa, a seconda del grado di feticismo dei clienti). «Avere cura per ciò che ci circonda ci aiuta a ridurre lo spreco, la spazzatura. La progettazione, oggi, deve essere per forza sostenibile. Designer e produttori hanno una responsabilità sociale cui devono attenersi».
A Ragni abbiamo chiesto la sua visione sul rapporto ottimale tra committente e architetto-designer e sulle caratteristiche che i locali dovrebbero avere.

Per molti lei è “l'architetto di Campari”.

Merito della proficua collaborazione che abbiamo instaurato quando mi hanno chiamato per dar vita alle iniziative per la celebrazione dei 100 anni del futurismo, poi proseguita con il progetto del bar Camparitivo per i 150 anni dell'azienda. In realtà lavoro nel food design da anni e collaboro con più aziende. Mi interessa intraprendere lunghi percorsi di identità e credo nelle relazioni che durano a lungo. Quando lavoro per un'azienda, cerco prima di tutto di appropriarmi della sua storia, con un approccio non di rottura, ma rispettoso. Cerco di conoscerne la storia, i materiali utilizzati, le tecnologie, le ispirazioni per aiutarla a valorizzare la propria identità, a svilupparla.
Solo dalle buone relazioni tra le persone possono nascere buone idee e buoni prodotti. Credo che per un architetto la cosa più importante sia andare fuori a cena con i propri clienti, instaurare un buon feeling.

Per il Camparitivo lei ha disegnato tutto, compresi lampadari e sedie. A cosa si è ispirato?

In realtà, il bar era parte di un progetto più ampio, “Futuro meraviglioso”, in cui ho cercato di immaginare come potrà essere il mondo tra 150 anni riassumendolo in dieci parole, dieci valori da scrutare attraverso un finto telescopio. Quanto al Camparitivo, credo che, per un locale, poter progettare tutto dia un risultato migliore.
Io mi sono ispirato alla bottiglia di Campari Soda disegnata da Depero, una vera icona del design, per creare gli arredi, le decorazioni, gli oggetti. Per il locale ho cercato di recuperare il più possibile la struttura esistente e, nello stesso tempo, di creare un luogo che favorisca la relazione tra le persone. Così ho ricoperto le colonne di specchi, un modo per far sì che anche quando si è in pochi ci si senta in compagnia ma anche per consentire alle persone di “sbirciare” gli altri senza doverli subito guardare in faccia.
Anche le sedie sono pensate e realizzate per favorire la relazione: obbligano a sedersi o da una parte o dall'altra e quindi ad avvicinarsi alla persona che occupa il posto accanto. Sono scomode per il cliente ma comode per chi lavora, perché sono leggere e impilabili.

Quali sono le caratteristiche che un locale oggi dovrebbe avere? E quali sono gli errori più comuni che trova frequentando i bar?

Due elementi fondamentali in un locale sono l'acustica e la luce. Credo che, per far star bene un cliente, occorre fargli percepire la sensazione che il tempo sia rarefatto, che possa stare quanto gli pare. Bisogna recuperare l'elemento della convivialità, far sì che le persone si possano parlare. Troppo spesso invece c'è molto rumore o la musica a volume eccessivo. Anche la luce è fondamentale per creare un'atmosfera di intimità che favorisca la socialità. Penso che il locale del futuro debba recuperare la piacevolezza dello stare insieme.

La lega dei talenti

attività –

Oltre cento voli (low cost) in sei per scoprire personaggi, prodotti, ricette, cocktail book, metodi di lavoro. Ora per i nostri sei giovani mixologist con la valigia è tempo di bilanci

Porte aperte al bar. Il tempo dei segreti, neanche fossero il tesoro di Tortuga, è fuori moda. La nuova parola d'ordine è “condivisione”. Lo scambio di informazioni sembra infatti l'unica strade praticabile per chi vuole crescere e far crescere il movimento dei barman. Tra la Rete e il mondo reale vince chi si scambia informazioni. Sugli ingredienti dei cocktail, le tecniche di vendita, i metodi di organizzazione del lavoro. Non si tratta di dichiarazioni da hippy in notevole ritardo sui tempi e non vogliamo dire che i baristi siano diventati tutti buoni amici. Piuttosto che, tra Internet, Facebook e mega raduni di barman, l'unico segreto custodibile è quello di Pulcinella. A New York e a Londra i migliori cocktail bar pubblicano la loro lista sui loro siti e i voli aerei iniziano a riempirsi di appassionati di bar show.
Viaggi di lavoro
Di questo circolo virtuoso fanno parte diversi talenti italiani. Tra loro ne abbiamo selezionati sei che rappresentano la punta di diamante di un movimento molto più ampio. In queste pagine, trovate i ritratti e le visioni della lega dei talenti: Mario La Pietra, Leonardo Leuci, Guglielmo Miriello, Antonio Parlapiano, Mattia Pastori e Teo Rizzolo. In realtà dovevano essere sette. Il settimo, Oscar Quagliarini, è assente giustificato. Mentre scriviamo si trova nello stato africano del Benin per insegnare la cocktailerie a un gruppo di bartender locali. Accennavamo che si tratta di un gruppo di barman con la valigia o, detta all'inglese, di “travelling mixologist”.
Confronto e ricerca
Segugi dal fiuto fino che negli ultimi anni hanno fatto più volte il biglietto per volare insieme verso i bar show più importanti. Alcuni come spettatori, altri come relatori. Si scambiano i bar books Tiki come figurine, organizzano seminari coi guru del settore, setacciano librerie ed Amazon alla ricerca dell'ultima ristampa. Non lavorano? Macché. Prendono permessi su permessi, sfruttano le giornate libere, rinunciano a qualche uscita. Investono il giusto, solo biglietti low cost, e raccolgono molto. «Il confronto con i protagonisti del settore - dice Guglielmo Miriello del Fooding di Peschiera Borromeo - è indispensabile per chi fa questo mestiere. Aiuta a conoscere, migliorarsi, emergere. Non consiglierei un viaggio al Bar Convent di Berlino o al Bar Show di Londra, soltanto a un tipo di persona: il rassegnato. Il rassegnato è quel genere di barman che ritiene inutile spendere soldi e tempo per una buona drink list quando tanto tutti ordinano solo il Mojito». Condividiamo: è una figura che bisognerebbe abolire per legge, insieme a un'altra, quella del tuttofare.
La strada della specializzazione
Si dice che il barman dovrebbe essere barista, ma anche psicologo, intrattenitore, buttafuori e buttadentro. Insomma, una specie di essere mitologico dotato di mille teste. «In Inghilterra - sottolinea Leonardo Leuci, artefice del Jerry Thomas Project - ci sono almeno tre figure specializzate e con ruoli precisi. Il bartender (o mixologist) che si occupa della preparazione dei cocktail, il bar manager che sovrintende alla sala e alle grane, e l'head bartender che è abile nelle pubbliche relazioni e nelle vendite. Tutti sono barman, ma ognuno ha la sua specialità. Non si può costringere una persona riservata a diventare espansiva, e viceversa. È contro natura».
Filosofia del caminetto
Il tema dell'organizzazione del lavoro e delle tecniche di vendita è tra le questioni più sentite dai nostri sei talent scout. Mattia Pastori del Park Hyatt di Milano è un seguace della filosofia del caminetto. «Dobbiamo accogliere l'ospite come in un salotto. Non basta vendergli un buon prodotto-cocktail. Essere un buon miscelatore di ingredienti è soltanto una piccola parte del nostro lavoro. È l'emozione ciò che permette di vendere. Una buona esperienza si può offrire con un lavoro scrupoloso e attento sugli standard dell'accoglienza. Lavorando su una serie di dettagli. Penso a un saluto cortese ma mai troppo confidenziale, a un abito da lavoro curato, alla scelta di un bicchiere particolare, a un drink preparato al carrello e, in genere, a tutti quei piccoli gesti capaci di far rilassare l'ospite. Cerco sempre, per esempio, di memorizzare il nome del cliente. Se lo chiami per nome si sente a suo agio ed è più disponibile a ritornare».
Menu che cantano
Come avrete notato il prodotto-cocktail resta sullo sfondo della discussione. In primo piano c'è il buon management. Che è più importante di una buona shakerata. C'è un elemento strategico come la drink list che rimane ancora un oggetto misterioso, trascurato e poco sentito. A sottolinearlo è Mario La Pietra, di recente approdato al banco del Clandestino@Maison Moschino di Milano, dopo due anni intensi al Lab di Senigallia. «Detesto le liste fotocopia. Non mi piace chi si limita a scaricare e incollare le 60 ricette mondiali Iba giusto per piazzare qualcosa sulla carta. Anche perché, chi fa così, spesso non sa nemmeno prepararle. Il menu efficace è quello “cantato”. Non funziona quello che descrive in modo sommario le ricette. E poi penso che la lista debba essere rimodulata secondo le tendenze. Oggi uno dei termini più ricorrenti nei bar show è “renaissance”, un filone che mira al restauro delle ricette più antiche. Si riscoprono classici come il Sazerac, drink formidabili come il Pisco Punch, la cultura del punch e delle Punch House, l'universo in technicolor dei Tiki cocktail. E tutta questa ricerca andrebbe riversata in tante carte che sanno di muffa».
Una finestra sugli Anni Ruggenti
A La Pietra fa eco Antonio Parlapiano. Uno che a vederlo da vicino, coi suoi baffoni a manubrio, il Borsalino e il doppio petto, sembra uscito da una pellicola degli Anni Ruggenti. «A sedici anni sono stato bocciato e mi hanno spedito a lavorare al bar. Ho avuto un grande maestro e ho iniziato a saccheggiare le librerie. A Roma si trovavano un sacco di vecchi bar book americani, quando ancora la moda dei ricettari antichi non era scoppiata. Da lì è partita la mia ricetta sui classici degli anni Venti, sulle miscele che hanno fatto la storia e che oggi sono di nuovo in voga. Old Fashioned, Manhattan, Sidecar». Quando gli facciamo presente che si tratta di miscele un po' difficili da promuovere tra il popolo dei Mojitos, lui alza le spalle: «Bisogna giocare, stupire con l'hard shake, invogliare al consumo con un bicchiere vecchio stile, usare quella che noi chiamiamo la Sprezzatura, la classe e nonchalance nel porgersi al pubblico».
Molecolare da maneggiare con cura
E insiste sulla ricerca. Ma non quella esasperata, perché il molecolare di Comini, Beke o Conigliaro, è un'arma a doppio taglio. O lo sai fare, o è meglio che punti sul classico.
Il primo a esserne convinto è proprio Teo Rizzolo, allievo da quattro anni di Dario Comini al Nottingham Forest di Milano e collezionista di miglia aeree per le sue ricerche legate alla mixologia. «La prima lezione che ho imparato dal maestro è quella dell'umiltà e della cultura. Poi abbiamo ripassato le regole base. Infine è arrivato il molecolare. Ci sono tappe obbligate che consiglio di non saltare. La formazione si fa sui classici. E ve lo dice uno che tra molecole e sferificazioni varie, s'identifica nel più tradizionale degli aperitivi: il Martini Cocktail». Ovviamente in versione Mondrian.

La Pasta madre

Novità Libri –

64 ricette illustrate di pane dolci e stuzzichini salati

Questo libro nasce con l'intento dell’autrice - Antonella Scialdone - di trasmettere la sua esperienza, raccontata in modo del tutto personale attraverso le ricette e presentando il risultato di quanto appreso sui comportamenti, a volte un po' capricciosi, di questo prezioso lievito. I capitoli descrivono come produrre, mantenere e conservare in casa la propria pasta madre, con spiegazioni molto dettagliate; raccontano attraverso ricette un percorso tra tradizione e creatività e tante immagini accompagnano il lettore in questo meraviglioso viaggio. Edizioni Edagricole

Nasce Aperol Spritz

Novità beverage –

Il segreto della ricetta del perfetto Aperol Spritz disponibile anche per il consumo domestico

Aperol Spritz, l’aperitivo dal gusto unico, che dal Triveneto ha conquistato l’Italia intera, finalmente entra nelle case: un prodotto nuovo, perfettamente dosato, per vivere tutta la vivacità di Aperol Spritz anche tra le pareti domestiche. L’idea di realizzare Aperol Spritz risponde all’esigenza di accontentare i numerosissimi fan dello Spritz con Aperol, dando loro la possibilità di gustarlo perfetto anche a casa. 3,2,1… Aperol Spritz! 3 parti di Prosecco D.O.C, 2 parti di Aperol, 1 spruzzo di seltz sono gli ingredienti già miscelati e pronti per essere gustati insieme ad amici e parenti.
Grazie al nuovo Aperol Spritz già pronto, con l’aggiunta di qualche cubetto di ghiaccio e una fettina d’arancia, si potrà servire in un attimo, la ricetta originale di Aperol Spritz anche a casa propria.
Per Aperol Spritz un packaging facile grazie al tappo “easy open”, distintivo per la forma unica della che racchiude la quantità ideale (17,5 cl - 1 bottiglietta = 1 bicchiere) e contenuta in un cluster da 3 pezzi, facile da trasportare e da condividere.
Aperol Spritz sarà disponibile in Grande Distribuzione da fine febbraio.

Per il Parmigiano tornano le quotazioni del 2003

Bilanci –

Il formaggio made in Italy più blasonato chiude il 2010 con una risalita del 12% per l’export e del 19% per i prezzi all’origine

Produzione in moderata crescita (+2,44%, per un totale di 3.018.260 forme), export in ripresa a doppia cifra (+12%, il 5% in più del 2009), e quotazioni in decisa risalita (+19%). Grazie all’andamento dell’esportazione, la quota di Parmigiano Reggiano destinata all'estero sale al 30%, con incrementi record negli Stati Uniti (secondo mercato dopo la Germania) con un + 30% e in Giappone (+20%), mentre nella Ue la crescita è stata dell’8,9%, in linea con quella del 2009.
Questi sono i numeri che caratterizzano il 2010 del Parmigiano Reggiano, positivi soprattutto per ciò che riguarda il prezzo del parmigiano all'origine, che era sceso nel 2008 a 7,40 euro al chilo, riportandosi a fine 2010 intorno a 9,14 euro, vicino ai valori del 2003. Tali valori sono peralro destinati a crescere: se le quotazioni del 2010 riferite alla produzione 2009 sono andate oltre i 9 euro/kg, la produzione dei primi mesi 2010 commercializzata nello stesso anno ha fatto segnare una media di 10,34 euro/kg. Il momento positivo del Parmigiano, dopo un biennio almeno all’insegna del segno meno, è confermato dal fatto che le giacenze, lo scorso novembre, risultavano in calo del 13,3% sull’anno precedente.
«Dopo anni di quotazioni al di sotto dei costi di produzione - ha dichiarato il presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano, Giuseppe Alai - il 2010 ha finalmente segnato una decisa inversione di tendenza, ed è un evento tutt’altro che casuale: tre anni di flessione produttiva, l’ottimo andamento delle esportazioni e le azioni di ritiro effettuate nel 2008 e nel 2009 da parte dell’Agea, associate a quelle messe in atto dallo stesso Consorzio per le azioni promozionali sui mercati esteri (131.000 forme nel biennio), hanno consentito una forte riduzione delle scorte e il conseguente rilancio del mercato, confermando il fatto che una gestione ordinata dei flussi produttivi resta la più efficace arma per la tutela dei redditi dei produttori».

PIÙ RICCO IL PLATEAU DEI FORMAGGI

fine pasto/menu –

L’ampia gamma di specialità francesi è nota ovunque. In Italia, in particolare, sono sempre più apprezzati

Sulle tavole dei francesi il formaggio
non manca mai. I francesi sono
soliti bere vino a cena e per terminare
la bottiglia degustano spesso
un buon pezzo di formaggio.
E il plateau dei formaggi è vanto di ogni ristorante. Come
dare loro torto: è un alimento completo e nutritivo,
ricco di preziosi elementi (proteine, calcio, fosforo,
potassio, magnesio, vitamine A, B, D) per una sana
alimentazione a qualsiasi età. Dalla loro, i francesi,
hanno anche la possibilità di scegliere tra oltre mille
varietà, dal più dolce al più saporito. Ogni regione,
ogni città o villaggio possiede, in Francia, un suo formaggio,
fonte di orgoglio. Un Camembert morbido,
un Pont-l'Evêque potente, un Saint-Nectaire tenero...
ogni formaggio rivela un terroir, un allevamento, una
tecnica di lavorazione particolare.
Gli italiani apprezzano in particolare i formaggi a
pasta dura: nel 2009, ne sono state importate 12.858
tonnellate, di cui 5.362 di Emmental e di Gruviera.
Nella categoria dei formaggi a pasta molle e dei caprini
(12.453 tn importate), il Brie continua a essere il
preferito con 6.393 tonnellate importate. In queste pagine
trovate gli spunti per conoscere e apprezzare anche
altre varietà. Ricordate che nel comporre il vostro
vassoio sono sufficienti 3 o 4 tipologie, cominciando
dai formaggi più delicati (Brie, Pouligny Saint-Pierre),
proseguendo con quelli più saporiti (Emmental, Beaufort) e terminando con quelli piccanti (Munster,
Maroilles, Roquefort). Naturalmente, si può scegliere
anche una sola varietà di formaggio, magari accompagnandola
con pane, olio, miele, frutta secca o fresca,
marmellate per trovare nuove armonie di gusto.

LA CARNE BOVINA SICURA E SAPORITA

menu/portate principali –

La produzione tradizionale e il “savoir-faire” della filiera sono garanzia di qualità per i consumatori italiani

Dopo una entrée (antipasto) a base
di salade (insalata mista) o
charcuterie (salumi), la carne, in
Francia, è la regina di ogni déjeuneur
e dîner (pranzo e cena) che
si rispetti, dai più allegri bistrot ai ristoranti più raffinati.
E, in Italia, non siamo da meno: il nostro Paese
si colloca al secondo posto dopo la Francia nella
classifica dei paesi consumatori di carne bovina in
Europa, con il Nord-Ovest e il Sud come principali
aree di consumo. Dati alla mano: nel 2009 le famiglie
italiane hanno acquistato 708.262 tec di carne bovina
(fonte: Jfk-Ubifrance), corrispondenti a circa 24,1 kg
di carne bovina pro capite l'anno. La carne piace, purché
sia buona e provenga da allevamenti al di sopra
di ogni sospetto. Non è un caso perciò che la carne
francese occupi un posto d'onore sulla tavola degli
italiani (le importazioni di carne bovina francese fresca
e refrigerata hanno rappresentato più di 90.000
tonnellate nel 2009). Partner d'indiscussa affidabilità,
la Francia possiede un “capitale” bovino fra i più ricchi
e variegati d'Europa e, grazie a oltre 13 milioni di
ettari di pascoli, conta più di 25 razze diverse, molte
delle quali allevate solamente per la carne, chiamate
anche nutrici. Le più note? Charolaise, Salers, Aubrac,
Blonde d'Acquitaine, Rouge des Prés, Parthenaise,
Limousine... Sono tutte vere “fuoriclasse del
gusto”. Merito di una filiera che segue disciplinari
molto elaborati, che sfiorano talvolta il concetto di
taglio «anatomico». Questa specificità consente di
sfruttare al meglio le potenzialità in termini di tenerezza
dei muscoli della carcassa, soprattutto perché
si va ad aumentare il numero di pezzi con un basso
contenuto di tessuto connettivo, ideali per le cotture
rapide. Così costate e filetti si trasformano in saporiti
piatti unici come l'entrecôte bercy (costata con
salsa al vino bianco) e lo châteaubriand (filetto alla
griglia). Senza dimenticare gli altri pezzi da brasare,
arrostire, stufare ecc.
Un consiglio: la temperatura raggiunta al centro della
carne in fase di cottura influisce enormemente sulla
tenerezza; si constatano inoltre un maggiore intenerimento
o indurimento a seconda del tipo di pezzo.
In genere, la cottura riduce la durezza riconducibile
al tessuto connettivo
(aponeurosi) e accentua
quella dovuta alle fibre
muscolari. Per ottimizzare
questi effetti, i pezzi
con un basso contenuto
di tessuto connettivo
devono essere scaldati a
una temperatura non superiore, nel centro, ai 60 °C
(pezzi cosiddetti a cottura rapida); gli altri, definiti a
cottura lenta, devono essere scaldati a una temperatura
superiore a 80 °C. Nelle pagine che seguono trovate
tante ricette di sicuro successo in grado di valorizzare
la qualità della carne, a partire dal giusto taglio.

I tagli ricavati da una carcassa
sono classificati secondo tre categorie:

prima categoria pezzi privi di osso,
con poco collagene; rappresentano
circa il 15% del peso della carcassa.
Cottura consigliata: rapida, pezzi
generalmente qualificati “da griglia”.
seconda categoria pezzi con osso,
ricchi di collagene; rappresentano
circa il 28% del peso della carcassa.
Cottura consigliata: lenta, pezzi
generalmente qualificati “da lesso”.
terza categoria pezzi molto variabili;
rappresentano circa il 17% del
peso della carcassa. Cottura consigliata:
intermedia.

TIPI DI COTTURE
FONDUE BOURGUIGNONNE
Preparazione culinaria a partire dalla
carne tagliata a cubetti (di 10-15 g
circa) ricavati da pezzi molto teneri
e consumati dopo averli immersi
in un bagno d'olio caldo.
ARROSTO
Cottura al forno a temperature che
variano da 220 a 250 °C, effettuata
su porzioni di un certo volume.
BISTECCA
Preparazione culinaria effettuata
a temperature di 250 °C in padella
o alla griglia. Si utilizza per fette
di carne più o meno spesse.
BOURGUIGNON
Preparazione culinaria a partire
da pezzi di carne di 50 - 100 g,
cotti in umido dopo essere
stati brasati. La cottura si fa
tradizionalmente con vino rosso
di Borgogna.
POT AU FEU
Preparazione culinaria a partire
da pezzi gelatinosi (geretto) e pezzi
grassi (costine di pancia) che vengono
lessati. Solitamente la cottura
è accompagnata da un bouquet
garni di erbe e verdure.

I PRODOTTI FRANCESI ESALTANO LA CUCINA ITALIANA

editoriale –

L’Italia e la Francia sono due Paesi vicini geograficamente e di estensione simile. E hanno in comune un’identità gastronomica riconosciuta. Di qui l’idea di una guida per valorizzare tale vicinanza. Conosciamoci meglio!

La Francia e l'Italia hanno in
comune il privilegio di apparire
agli occhi del mondo come
i due pilastri dell'arte culinaria.
Nei nostri due Paesi,
la gastronomia è un valore radicato, condiviso
dalla maggioranza delle persone, motivo
di orgoglio e aspetto importante di identità
culinaria. Alla base di tutto ciò, per rendere
possibile quest'arte, quest'alchimia della cucina,
troviamo prodotti di grande qualità.
Come gli italiani, i francesi sono molto attenti
alla scelta dei prodotti, mostrando interesse
per la provenienza, privilegiando la qualità,
sia in termini organolettici sia sanitari,
e apprezzandone la diversità. Una vicinanza
culturale tra i nostri Paesi incoraggiata anche
dai continui scambi. Così i prodotti francesi
completano e arricchiscono le varietà
italiane e viceversa. E ancora: il camembert
e il brie sono per gli italiani quello che il parmigiano
e il gorgonzola sono per i francesi.
All'insegna dell'arricchimento reciproco sono
dedicate le prossime pagine. Troverete
utili consigli e idee su come usare al meglio
i prodotti francesi, dalle carni alle patate, ai
rinomati formaggi. Senza dimenticare il giusto
accompagnamento con i vini.

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