A fare il caffè o un drink si impara. Nell'ospitalità, si punta sempre più sulle soft skill: ecco le più importanti (anche se magari non sono scritte nell'annuncio di lavoro)
Dal saper fare all'essere: le doti che un imprenditore del mondo dell'ospitalità cerca sono cambiate nel tempo. Se nel passato si era molto attenti alle capacità professionali (saper fare i cocktail, il caffè ecc.), oggi l'attenzione è concentrata in via prioritaria sulle cosiddette soft skill.
Oscar Galeazzi, fondatore di LavoroTurismo.it
«Si è capito - spiega Oscar Galeazzi, fondatore di LavoroTurismo.it, sito di ricerca di personale online, usato da circa 6.000 aziende e 240.000 persone - che insegnare come si fa un caffè, un panno o un drink, almeno per quel minimo che consente di entrare nell'operatività, è molto più veloce e facile rispetto a sapere trattare con i clienti, avere uno spirito collaborativo o essere flessibili. Ecco perché la ricerca si concentra sulle caratteristiche personali».
Da dove si parte? «Un requisito indispensabile - spiega Galeazzi - è una buona prediposizione fisica e mentale: il lavoro nei locali è fisicamente impegnativo e si svolge a contatto con il pubblico. Due elementi che sono imprescindibili».
Con l'aiuto di Galeazzi, abbiamo steso un elenco di cinque (+1) caratteristiche che fanno di una persona il collaboratore perfetto per un imprenditore dell'ospitalità. Utili per chi ci tiene a un lavoro e vuole mettere in evidenza le proprie qualità (imbrogliare, qui, non serve).
Ma c'è anche una seconda possibile lettura: se le cose in un locale non vanno come dovrebbero, questa diventa una check list delle cose da controllare e su cui, appena possibile, mettere mano.
1. Relazione e orientamento al cliente
Il settore dell’ospitalità si basa sul contatto diretto con il cliente. Un atteggiamento positivo, cortese e professionale è determinante per offrire un servizio di valore. Occorrono ascolto empatico, sorriso, buona comunicazione, lingue (inglese in primis). Soddisfare il cliente non è solo servire cibo o bevande, ma creare un clima accogliente e saper gestire eventuali criticità con empatia. Questo favorisce il passaparola, migliora la reputazione, sviluppa fidelizzazione.
2. Affidabilità e puntualità
L’affidabilità è la base di qualsiasi rapporto lavorativo, ma nel settore bar e ristoranti diventa ancora più cruciale. I locali operano con orari spesso intensi e turni organizzati per garantire copertura continua. Un dipendente affidabile garantisce che il team funzioni senza intoppi, evitando disservizi o necessità di sostituzioni dell’ultimo minuto. La puntualità evita ritardi nelle preparazioni, nell'apertura e chiusura dei locali, permettendo di programmare al meglio il lavoro.
In generale, poter far affidamento sul rispetto degli impegni presi e della parola data rende il lavoro più facile e più funzionale.
3. Teamworking e spirito collaborativo
Un bar o ristorante è una macchina complessa che funziona solo se ogni ruolo collabora armoniosamente. Il lavoro è spesso frenetico e stressante; uno spirito di squadra aiuta a distribuire carichi, supportare chi è in difficoltà e mantenere un ambiente sereno. I dipendenti che si aiutano a vicenda velocizzano i processi e riducono gli errori.
4. Flessibilità e capacità di adattamento
Il lavoro in bar e ristoranti è dinamico e può cambiare da un momento all’altro: variazioni nei flussi di clienti, eventi speciali, cambi di turno o emergenze sono all’ordine del giorno. Per un po' sei fermo in attesa dei clienti e poi devi correre. Gli imprevisti sono all'ordine del giorno. Il dipendente flessibile è pronto a rispondere ai cambiamenti senza perdere efficacia né motivazione: essere disposti a coprire orari diversi, cambiare mansione o gestire momenti di alta pressione permette al locale di mantenere un servizio di qualità anche in situazioni impreviste.
5. Proattività e spirito d’iniziativa
Essere in grado di agire in autonomia, di anticipare i problemi, di pensare e proporre miglioramenti mette le persone un passo avanti (in realtà, molti di più) rispetto a chi si muove solo dietro istruzioni, anche se poi magari le porta a termine in modo impeccabile.
Chi lavora con spirito d'iniziativa e intraprendenza propone soluzioni, sa trovarne di rapide e ragionate, prende decisioni efficaci quando deve gestire un imprevisto. Attenzione: saper agire in autonomia non significa essere una scheggia impazzita, ma un elemento funzionale al meccanismo generale e capaca di generare una spinta propulsiva.
Perché 5+1?
Fin qui le cinque caratteristiche chiave che un imprenditore cerca in un dipendente (e che servono a un dipendente per misurare il proprio valore).
Non abbiamo voluto aggiungere una sesta per un semplice motivo: chi mette in campo le doti di cui abbiamo parlato, è molto probabile che sia mosso da grande motivazione e passione per il proprio lavoro, quei valori aggiunti che trasformano un lavoro faticoso in una fonte di soddisfazione e crescita.
«Un dipendente motivato - conclude Galeazzi - affronta meglio le difficoltà, propone miglioramenti e contribuisce a creare un ambiente positivo. E la passione si traduce in cura dei dettagli, voglia di apprendere e nel rispetto delle procedure».
In conclusione: se è vero che di Superman in giro ce ne sono pochi, è altrettanto importante per un imprenditore individuare, stimolare e premiare chi ha le caratteristiche indicate.
E se un dipendente ha queste doti, ma non gli vengono riconosciute nel posto dove lavora? Beh, sappia che la fuori, sul mercato, c'è gente che ha bisogno di lui e lo sta cercando.
La vicenda di Clemente Queirolo, nato a Taggia nel 1897, emigrato negli Stati Uniti intorno al 1913 e tradizionalmente indicato come "inventore" del Martini Cocktail. Ad Arma di Taggia una targa in suo onore
C'è un filo nella storia che lega la scintillante New York dei Roaring Twenties alla quieta riviera ligure. È un filo che parte da un giovane contadino di Taggia (Imperia), Clemente Queirolo, e arriva fino all'iconica coppetta che ancora oggi è simbolo di stile ed eleganza in tutto il mondo. Con l'evento "Martini Day", tenutosi il 6 giugno, Arma di Taggia ha voluto celebrare il suo illustre concittadino, gettando le basi per rivendicare con orgoglio e visione la paternità del cocktail più famoso al mondo.
Un emigrato italiano tra i grandissimi
La storia, affascinante come le leggende che spesso avvolgono la mixology, racconta di Clemente Queirolo, nato a Taggia nel 1897, emigrato negli Stati Uniti intorno al 1913. Giunto a Ellis Island, adottò il cognome materno, Martini, più semplice per gli americani. La sua ascesa lo portò dietro al bancone del bar del prestigioso Knickerbocker Hotel di Manhattan, un crocevia di celebrità come Francis Scott Fitzgerald, Giacomo Puccini e il tenore Enrico Caruso, che vi risiedeva. Fu lì, secondo la tradizione riportata anche dall'hotel stesso, che una sera servì al magnate John D. Rockefeller un drink innovativo, battezzandolo sul momento: Cocktail Martini.
La targa commemorativa dedicata a Clemente Queirolo Martini
Una targa in onore di Queirolo, ideatore del Martini Cocktail
Per onorare questa incredibile vicenda, l'amministrazione comunale di Taggia, guidata dal sindaco Mario Conio, in collaborazione con l'Associazione Italiana Bartender e Sostenitori (AIBES), ha svelato una targa commemorativa dedicata a Queirolo. L'evento è stato arricchito da un convegno a Villa Boselli, che ha visto la partecipazione di figure di spicco del settore come Giorgio Fadda, presidente onorario dell'International Bartenders Association, Angelo Donnaloia, presidente AIBES, e giornalisti del settore. Durante il dibattito è emersa la statura quasi mitologica del Martini, definito "il re dei cocktail". Un drink letterario, amato da premi Nobel come Ernest Hemingway, che ne creò una sua versione, il "Montgomery", e cinematografico, reso immortale da James Bond con il suo "shakerato, non mescolato". Ma è stato anche un drink politico, considerato da Nikita Chruščëv "l'arma più micidiale degli Stati Uniti".
Un legame con il territorio ligure
La giornata non è stata solo una celebrazione del passato, ma un trampolino di lancio per il futuro. La vera notizia emersa dai panel e dalle discussioni è la volontà di legare indissolubilmente il Martini al suo territorio d'origine, trasformando questa eredità storica in un volano per la promozione e il turismo, con proposte concrete. La prima, e più immediata, è l'istituzione di un "Black Martini", una variante che sostituisca la classica oliva verde con una pregiata oliva Taggiasca, simbolo gastronomico della zona. Un'idea che conferisce un'identità locale inconfondibile a un drink globale. La seconda proposta è ancora più audace: sfruttare un'altra eccellenza del territorio, il Moscatello di Taggia. L'idea è quella di creare una versione del cocktail che utilizzi questo vino aromatico – da cui si sta lavorando per produrre un vermouth locale – al posto del classico Vermouth Dry.
Autorità, delegazione Aibes ed esperti presenti all'evento ad Arma di Taggia (Imperia)
Meta per appassionati del bere miscelato
L'obiettivo è chiaro: fare del "Martini Day" un appuntamento annuale fisso e trasformare Arma di Taggia in una meta per gli appassionati e gli studiosi del bere miscelato. Non più solo un aneddoto storico, ma un progetto di valorizzazione territoriale che, partendo da una targa, punta a creare un'esperienza unica, un Martini "sartoriale" che parli la lingua della sua terra natale. Come ha sottolineato il giornalista Marco Cremonesi, tra i relatori del convegno, il Martini è la «pallottola d'argento che fa calare il sipario tra la giornata di lavoro e tutto il resto». Arma di Taggia ora ha la sua "pallottola d'argento", per affermarsi tra le rotte del bere miscelato.
Ideata da Gian Maria Bianco, bar manager di Villa Cimbrone, la nuova carta è un percorso in dieci signature che valorizzano i prodotti dell'orto della villa
Si ispira alla smorfia napoletana la nuova drink list di V Lounge, il cocktail bar dell’hotel Villa Cimbrone a Ravello. Un salotto anni Venti, con 80 posti a sedere, con poltrone e tavolini sistemati in una parte del giardino, che delinea i confini del locale. Dieci signature cocktail che ripercorrono in modo fluido la tradizionale arte partenopea dell’interpretazione dei sogni. La scelta del drink viene lasciata al destino. Al tavolo, infatti, insieme al menu, in cui i signature sono proposti a 26 euro, viene consegnato un dado sulla cui superficie sono incisi i numeri principali della smorfia.
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Cocktail Autoritratto
42 O' Cafè
22 O' Pazz'
19 O' Spass?
O' Mbriaco
72 A' Maraviglia
O' Curniciell
Ecco quindi che al 72 corrisponde A’ Maraviglia, un twist sul Tommy’s Margartita con tequila, Amaretto Adriatico, succo di limone, sciroppo di zucchero e kiwi lattofermentato. «Molti degli ingredienti che utilizziamo nei nostri cocktail - spiega Gian Maria Bianco, bar manager di V Lounge e ideatore della drink list - provengono dal nostro orto, come nel caso del numero 72 e di altri». Un approccio Farm to Bar che punta l’attenzione sulla sostenibilità, la qualità degli ingredienti, la stagionalità e l’eliminazione dello spreco. «Nel caso di A’ Maraviglia mettiamo a fermentare i kiwi per tre settimane con acqua, zucchero e sale in assenza di ossigeno. Attraverso questo processo di lattofermentazione, i lactobacilli vanno ad equilibrare l’acidità del kiwi per ottenere un sapore più morbido, più tondo». L’orto è anche presente nel 49 O’ Curniciell (l'immancabile corno portafortuna napoletano) con mezcal, cordiale di peperone arrostito, sciroppo di agave e succo di limone. «Anche qui abbiamo una nostra interpretazione del classico Margarita, con note più affumicate date dal mezcal, ma soprattutto dal peperone, che viene arrostito, passato in padella per pochi minuti e con cui viene fatto uno sciroppo home made». Il cocktail viene guarnito con una bordatura di sale nero. Servito in un tumbler alto decorato con pittura alimentare è O’Pazzo, che corrisponde al numero 22. Un drink realizzato con vodka, aperitivo Venturo, Amaretto Adriatico, Paragon Labdanum, tonica Brillante, succo di limone e composta di albicocca del Vesuvio home made.
Omaggia, infine, un dei prodotti iconici delle terre della Costa D’Amalfi l’89, O’Mbriaco (l’ubriaco), fatto con tequila, succo di lime, riduzione di vino Tintore, l’uva autoctona e secolare di Tramonti, e pere, con crusta di sale di Maldon affumicato. «Essendo io originario di Tramonti, non potevo non realizzare un cocktail che valorizzasse il Tintore, il vino che viene prodotto nella parte alta della Costiera Amalfitana, e che fa parte del patrimonio enologico del borgo. Usiamo un vino biologico che viene da Tramonti, messo in infusione con le pere. Successivamente le pere vengono estratte, messe a essiccare e usate come garnish. Il vino poi viene versato in un pentolino a cui vengono aggiunti 150 grammi di zucchero per litro. Il tutto poi viene messo a ridurre lentamente sul fuoco a un temperatura controllata fino a ottenere uno sciroppo infuso di Tintore dalle note di pera».
La cocktail list include anche i grandi classici (tutti a 23 euro) fra cui Paloma, Penicillin, Tommy’s e Pornstar Martini, 4 mocktail (19 euro) e un drink fuori menu che cambia in base a ciò che l’orto ha da offrire stagione dopo stagione. «Questo mese - sottolinea Bianco - proponiamo il daiquiri alla ciliegia, con ciliegie appunto che raccogliamo direttamente dalle nostre piante».
La storia di V Longue si amalgama e si fonde completamente con i racconti e le leggende che da secoli avvolgono Villa Cimbrone. Il nome del bar, infatti, raccoglie le iniziali di tre donne che hanno reso celebre la villa. Parliamo di Violet Keppel, Vita Sackville-West e Virginia Woolf, tre amiche, tre anime legate da una trama di forte desiderio, passione e mistero. È nel loro immaginario febbrile che il V Lounge trova la sua essenza, e fra i loro simboli nascosti nelle loro vicende di vita e di narrazione prende corpo la smorfia.
C’è una tazza di caffè con panna che fuma sul tavolino stretto di un bar di Soho, l’ex enclave a luci rosse divenuto nei decenni uno dei quartieri più cosmopoliti e vivi della Londra notturna. Roberta Mariani le siede davanti, mentre ripercorre le tappe della sua carriera e punta i fari su temi caldi come benessere dei bartender, inclusività, formazione. Ex bar manager del Bar Termini e successivamente Global Brand Ambassador per Martini, con cui si è affermata come una delle maggiori esperte di vermouth e aperitivi nel mondo, Mariani rappresenta oggi Italicus e Savoia come Global Advocacy Director, facendosi ambasciatrice dell’aperitivo italiano e della cultura del bere responsabile: è lei l’ospite della nuova puntata di Off the record.
Siamo a pochi metri dal Bar Termini, dove hai costruito e consolidato la tua carriera. Ti manca il banco?
Mi manca la routine del bar, nello stesso modo in cui non mi manca. Mi manca l'umanità che si incontrava ogni giorno, gli ospiti abituali che prendevano il caffè alla mattina e il drink alla sera, la comunità che avevamo creato in uno spazio per tutti i giorni, tutto il giorno. Il bar in sé e per sé, onestamente, non mi manca così tanto, anche perché continuo a far parte della comunità in cui sono cresciuta e ne vivo la parte più bella e creativa, senza la monotonia del quotidiano.
«Lavorare al bar è come viaggiare su una giostra, non è facile rendersi conto di quello che succede»
Cosa non ti manca affatto?
Dover seguire regole e principi dettati da altri e che io ho realizzato troppo tardi di non condividere. Lavorare al bar è come viaggiare su una giostra, paradossalmente non è mai facile rendersi conto di quello che succede nel quotidiano: avevo finito con il portare avanti una linea di lavoro, con dipendenti e colleghi, che non mi rappresentava. Non mi manca l’idea di mantenere degli standard irreali, la pressione messa su ragazzi spesso giovanissimi: allora più di oggi si entrava in meccanismi per i quali si finiva per “sacrificare” le persone per un obiettivo più alto. Avrei voluto capirlo prima per aiutare il mio team meglio.
Nove anni fa ormai, nel 2016, il passaggio in azienda: è questa l'unica evoluzione naturale per la carriera di un bartender?
Assolutamente no, anzi. Esistono molte strade per rimanere nell’industria del bar: se sì è creativi si può lavorare nelle PR, nel design, nella fotografia di settore. Ci sono vari sbocchi, il brand ambassador è il ruolo più appariscente perché ai più sembra una vita da rockstar, ma dietro c'è una mole di lavoro invisibile. Si può lavorare in distilleria, in produzione: è limitativo pensare che l'alternativa al fare le tre di notte sia lavorare per un brand, a maggior ragione se ci si svende per farlo.
Roberta Mariani
Cosa intendi? Essere brand ambassador significa rappresentare un'azienda in ogni momento, per cui serve credere nel prodotto e nei suoi valori o standard, altrimenti si diventa merce a nostra volta e si rischia di sgretolare la nostra credibilità. Se lavori per dieci anni in un tiki bar e poi finisci a fare l’ambassador di un gin, a miscelare Martini Cocktail, non ha senso. Io sono passata da un aperitivo bar a rappresentare l'aperitivo italiano, e credo questa coerenza sia fondamentale: serve comprendere che si dovrebbe dire di no più spesso.
A proposito di aziende in generale: come giudichi l'operato dei player più importanti, in tema di formazione e sviluppo dei professionisti? Credo esistano dei cicli. Molte aziende hanno proposte interessanti, ma sono limitate nello spazio e nel tempo, come se progetti del genere fossero una spunta da mettere su una lista, “cose che vanno fatte”. Serve invece continuità: la cosiddetta advocacy non ha effetti immediati, è un investimento sulla connessione che l’azienda crea con i bartender e spesso le aziende stesse non lo comprendono. Di conseguenza gli investimenti si riducono, sia per denaro che per tempo.
C’è una responsabilità da parte degli ambassador stessi? Magari non direttamente delle figure specifiche. Ma in media le risorse che lavorano per i brand ricoprono un ruolo per due anni, prima di richiedere o rincorrere uno scatto di carriera. In molte realtà è presente un sistema di obiettivi da raggiungere a breve termine, per cui non interessa a nessuno creare programmi a lungo termine.
«Si rischia di ridurre ogni interazione a una sterile transazione»
Più di una grande azienda sta di fatto spostando le attività degli ambassador dall’advocacy al commerciale, riducendo il ruolo di ex bartender a quello di venditori. Ci sono rischi? L'obiettivo ultimo di ogni azienda è vendere, questo è indubbio ed è giusto sia così. Ma si perde di vista il ruolo dei bar e dei bartender: le aziende dimenticano che il consumatore finale si fida delle raccomandazioni dei professionisti. Sono loro che suggeriscono novità, intuiscono quali prodotti spingere in base ai gusti degli ospiti, e così via. Si rischia di ridurre ogni interazione a una sterile transazione, per lo più a breve termine e dettata da brand con grandi budget da allocare. L'investimento sulla formazione dei bartender ha un ritorno dieci volte maggiore rispetto alla singola vendita del prodotto, fosse anche solo per il passaparola tra professionisti. Purtroppo però non è una grandezza tangibile, non ci sono report in merito; eppure è fondamentale.
Uno degli argomenti per i quali ti batti di più è il cosiddetto well-being, il benessere a tutto tondo dei bartender. A che punto siamo in merito? C'è sufficiente consapevolezza, ma nel pratico si fa poco o nulla. Bisognerebbe parlarne di più, per cominciare, e poi implementare le pratiche di cui c’è bisogno. È facile puntare il dito sui problemi, ma quando si guarda alle soluzioni se ne trovano ben poche e altrettanto poco si fa per cercarle.
Quindi chi dovrebbe spingere su questi temi? I bartender, gli imprenditori, le aziende? È una combinazione di fattori. Dopo il Covid ci si è resi conto di quanto per certi versi estrema sia la professione del bartender: i ritmi sono forsennati, si dorme poco e male, l'alimentazione è scorretta, si abusa di caffè e alcool. Ci si è resi conto che si può stare meglio, ma a fronte delle richieste, le azioni sono poche. Sì, i proprietari dei locali devono mettere il proprio staff nelle giuste condizioni, ma tu bartender, cosa fai per stare meglio? Vai a dormire a orari consoni, quando puoi? Tra patatine fritte e verdure cosa scegli? Fai esercizio fisico regolarmente? Nel tuo giorno libero vai a bere o ti dedichi a qualche altra attività costruttiva? Perché solo se fai il tuo massimo, puoi pretendere il massimo.
Ci sono degli esempi tangibili di questo, peraltro. Ne ho parlato recentemente con Carina Soto Velasquez (proprietaria di Candelaria a Parigi e Equal Parts a Londra, ndr), che per i suoi dipendenti aveva organizzato un programma di yoga, con piani stretching e meditazione. Ha finito per interromperlo dopo pochi mesi, perché solo una minima percentuale di dipendenti partecipava. Manca l'impegno dall'interno del nostro sistema.
«Il cambiamento? Se non lo chiedono i bartender di oggi, come potrebbero comprenderlo quelli di ieri»
In definitiva, qual è l'ostacolo maggiore per il raggiungimento di una maggior consapevolezza sul tema well-being?
Far capire alla vecchia scuola che esistono nuovi modi per lavorare al bar. Tantissimi proprietari di locali vengono da generazioni che lavoravano sedici ore di fila, c'erano i clopening(turni di chiusura alla notte e riapertura al mattino, consecutivi) e quindi pretendono si faccia lo stesso. Se il cambiamento non viene richiesto dai bartender di oggi, però, quelli di ieri non lo comprenderanno mai.
C’è qualcosa di positivo che viene dalla vecchia scuola?
C’era molta più fame, più voglia di “combattere” per affermarsi. I bartender di oggi studiano meno, perché paradossalmente avere tutto il materiale possibile a disposizione, facilmente, li rende pigri. Quando c’era da aspettare mesi per poter avere un libro, magari andarlo addirittura a cercare nelle librerie dell’usato, non si vedeva l’ora di affrontare nuovi argomenti continuamente, aggiornandosi e formandosi senza sosta. Oggi ne vedo molti che si limitano a fare il compitino e cercano visibilità a tutti i costi, come se essere riconosciuti a prescindere fosse più importante del motivo per cui si finisce per essere, appunto, riconosciuti.
Cosa vorresti vedere di più, nel settore del bar?
Collaborazione. È la chiave di tutto, è così che si riesce a creare una industria sana, per scambiare informazioni, generare consapevolezza, ottenere una solida rappresentazione formale di fronte agli enti governativi. Finché si fa la guerra dei poveri, c'è poca strada da fare.
Cosa di meno?
Meno passività di fronte alle cose che non funzionano, su tutti i fronti ma soprattutto sulle dinamiche interne al bar. I commenti fuori luogo (e spesso sessisti) su colleghi e ospiti, il comportamento irresponsabile sul lavoro (bere in servizio), sono tutti elementi che si danno per scontati perché il mondo della notte è per definizione un ambiente propenso agli eccessi, ma non devono essere considerati normali.
Definiresti il settore del bar, le persone che lo compongono, le conversazioni che lo riempiono, come interessanti?
Le persone sono sempre interessanti e lo rimarranno, è talmente vario il background da cui provengono i professionisti del bar. Forse faccio più fatica a trovare delle novità, anche se può essere dovuto all’essere "nel giro" da così tanto tempo.
A proposito: in tutti questi anni, è cambiata la dimensione per le donne nell'industria del bar? Decisamente. Quando ho iniziato eravamo pochissime, era difficile trovare spazio, la predisposizione mentale era diversissima, soprattutto in Italia. Oggi ci sono molte più bartender e sono felice di vedere enti e realtà che si battono sull'argomento.
«Avere donne in team non è di per sè abbastanza: l'inclusività è metterle nelle condizioni per dare il loro meglio»
Continuano a esserci parecchie difficoltà, però. I conflitti derivano dall'incomprensione: trovo ancora colleghi che giustificano le poche possibilità date alle donne con "non sono forti abbastanza". E in ogni caso, aprire la porta per l’ingresso delle donne nell’industria non è neanche sufficiente, perché le pari opportunità sono un'altra cosa: avere un team che conti anche donne non è inclusività, finché quelle donne non saranno messe nelle condizioni migliori possibile per dare il loro meglio, come per chiunque altro.
Ci sono differenze tra mondo bar e mondo aziende, sul tema?
Sì: nelle aziende, soprattutto all'estero, è molto più facile: paradossalmente c’è quasi una discriminazione al contrario, perché molti brand implementano progetti specifici che prevedano la presenza di donne, a prescindere dal valore o dall’esperienza.
È giusto?
Non credo lo sia, è importante sia data l'opportunità a tutti, ma poi è il merito a dover fare la differenza. Già a partire dai panel, dai partecipanti alle competizioni o dalle giurie: chi merita va avanti, certo. Il primo vero passo è assicurarci che più donne abbiano la possibilità di accedere alle stesse posizioni, opportunità e luoghi dei colleghi uomini.
Consiglieresti a una donna di iniziare una carriera nel bar? Ora più che mai è indubbiamente facile per una donna entrare nel settore, perché la nostra presenza è richiesta e se si è svegli e si lavora duro ci sono diverse occasioni per emergere. Spessissimo si trovano bartender del tutto impreparate, eppure portate in palmo di mano da aziende e colleghi per la mancanza di rappresentazione. C’è spazio, insomma. Ma da qui a essere rispettate, ci passa ancora una vita.
È di nuovo quel momento dell’anno: a spasso per il campo sperimentale del Consorzio di tutela della ciliegia di Vignola Igp, all’Agriturismo Montecuccoli di Vignola (Mo), Gin Tabàr dà il via alla raccolta delle perle rosse che andranno a caratterizzare l’ultima edizione della gamma. Sono ormai tre anni che la storica distilleria Casoni collabora con il consorzio ciliegie di Vignola Igp, e all’inizio della stagione di raccolta si alza il velo sul prodotto, resistendo al sole di metà mattinata, muniti di cestino per la raccolta e gran forza di volontà per non cadere nella tentazione di mangiare ogni ciliegia direttamente tra i filari.
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Se Casoni è ormai una colonna della liquoristica italiana, fondata nel 1814 a Finale Emilia e oggi con una distribuzione in più di 35 paesi, con 33 milioni di bottiglie prodotte e più di 60 milioni di euro di fatturato, Tabàr Gin è appena al suo ottavo compleanno: «Avevamo come obiettivo quello di creare il primo gin distillato tra i fiumi Secchia e Panaro - spiega Manuel Greco, Trade Marketing Manager di Casoni -, conservando la caratteristica leggera punta di anice in degustazione, dato che Casoni nasce proprio come distillatore di anice».
L’edizione Ciliegia di Vignola Igp è solo una delle cinque che Tabàr (dal nome del tabarro, mantello usato dai vecchi del luogo per ripararsi dalla nebbia) ha in gamma: all’originale leggermente aniciata si sono aggiunte nel tempo una versione al bergamotto, un’edizione limitata alla Pera Igp di Ferrara e un London Dry gin. Imbottigliato a 45°, è il risultato di un processo che prevede una infusione delle ciliegie in soluzione idroalcolica per cinque giorni, seguita dalla distillazione, un affinamento di un mese in botte di acciaio, il blend con altre botaniche e la diluizione, fino all’ulteriore affinamento di 15 giorni in acciaio prima della filtrazione. «È la dimostrazione del nostro forte legame con il territorio, la nostra ciliegia è uno tra i prodotti più importanti dell’agricoltura in Italia e la sua lavorazione è tutt’altro che semplice perché richiede equilibrio e delicatezza».
Otto ciliegie per bottiglia, 26 kg per 500 bottiglie, la matematica necessaria. Grado alcolico importante, smorzato dalla dolcezza rotonda della ciliegia che come dovrebbe essere, è protagonista e lascia una scia zuccherina riconoscibile e amabile, pressoché inconfondibile. Unico è anche il frutteto da cui vengono raccolte, rigorosamente a mano, le ciliegie destinate alla produzione, sotto la supervisione del direttore del Consorzio di tutela ciliegia Igp di Vignola, Walter Monari: filari bassi (a fronte degli oltre quattro metri di alberi degli anni Ottanta, garanzia di incidenti a detta di chi c’era), un impianto a doppia rete che non solo ripara dalla pioggia ma combatte la Drosophila Suzukii, il principale parassita nemico del frutto. Nei primi due anni di sperimentazione è stato risparmiato il 78% dei trattamenti insetticidi rispetto alla coltura tradizionale: che a giudicare dalla qualità di ogni singola ciliegia, è solo l’inizio prima di raggiungere altre vette.
I bicchieri Pulcinella e Venezia, ispirati alle maschere italiane, e quattro nuovi calici arricchiscono, rispettivamente, le linee Tiki e Timeless dell'azienda di Colle Val d'Elsa
Due bicchieri della serie Tiki e quattro calici della linea classica Timeless sono le ultime novità, versatili ed esteticamente accattivanti, sviluppate da Rcr Cristalleria Italia per il mondo del fuoricasa.
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Pulcinella e Venezia, i nuovi bicchieri della collezioni Tiki ispirata alle maschere italiane
I quattro nuovi calici che arricchiscono la collezione timeless, dalle linee senza tempo
Ispirati alle maschere italiane, i bicchieri Tiki Pulcinellae Tiki Venezia portano ulteriore colore e carattere alle creazioni dei bartender. Impilabili, versatili e ideali per i cocktail, ma anche per succhi e bevande analcoliche, i nuovi arrivati completano una collezione che interpreta in modo originale e in chiave italianale iconiche tiki mug, valorizzando la nostra tradizione. Una collezione, di grande fascino, vincitrice del prestigioso Tableware International Award of Excellence 2024 nella categoria Casual Glassware (leggi I Tiki di Rcr trionfano al Tableware International Award of Excellence 2024). Pensati per coniugare estetica e performance, i nuovi arrivati si aggiungono alle altre due soluzioni già presenti nella gamma, Tiki Etruria e Tiki Sardinia, offrendo un’esperienza di collezionismo unica per bartender e appassionati.
Un rapporto sempre più forte con la mixology
«Il rapporto tra il mondo della mixology e i nostri prodotti è iniziato con un colpo di fulmine tra le caratteristiche del nostro materiale, il Luxion®, il nostro vetro sonoro superiore brevettato, e le esigenze tecniche ed esteticherichieste dai bartender – commenta Roberto Pierucci, Ceo di Rcr -. Siamo diventati non solo produttori di vetro di qualità, ma creatori di strumenti ideati dai professionisti stessi».
A conferma di questo impegno verso il mondo della mixology, Rcr dal 2020 collabora con l’International Bartenders Association (Iba) in un percorso volto a valorizzare il talento dei bartender a livello globale. Grazie a questa sinergia, i bicchieri Rcr sono stati scelti per il libro ufficiale dell’Associazione, 101 cocktail Iba, una risorsa di riferimento per il settore.
I nuovi calici dell’iconica linea Timeless
Ad ampliarsi è anche la linea Timeless, simbolo di eleganza e Made in Italy, che rappresenta un esempio di come l’azienda di Colle di Val D’Elsa (Siena) coniughi innovazione e classicità. Quattro nuovi calici, T23 (capacità 23 cl), T45 (45 cl), T55 (55 cl) e T65 (65 cl) arricchiscono l’iconica collezione che con il suo design distintivo impreziosisce le tavole di locali e ristoranti.
«Rcr vuole portare innovazione all’interno dell’arredo tavola, aiutando gli operatori del settore a esprimere uno stile riconoscibile e unico – spiega Fabio Lupi, Sales & Marketing Director Rcr -. I nostri nuovi lanci consentono ai professionisti di avere a disposizione prodotti che coniugano performance a design distintivi, versatilità e alta qualità, tutto Made in Italy».
Stefano Nincevich - Photo courtesy Questa mia Milano
La storica distilleria veneta entra nel mondo del gin con un London dry artigianale, elegante e dalla forte identità, realizzato con 9 botaniche distillate con il prezioso alambicco a bagnomaria della casa
C’è chi apre un garage per rimettere in sesto un vecchio Maggiolino e chi, come Nardini, lo fa per distillare il futuro. Succede a Bassano del Grappa, dove da 246 anni si lavora in silenzio, lasciando che a parlare sia l’alambicco. Ma quando anche i maestri del silenzio decidono di entrare nel rombante mondo del gin, vuol dire che qualcosa di interessante sta per succedere. Si chiama Garage Gin ed è l’ultima creatura della storica distilleria veneta. Ma guai a chiamarlo “nuovo prodotto”. Sarebbe come dire che David Bowie era solo un cantante. Garage Gin è un’identità, un progetto, una dichiarazione di intenti. «Volevamo creare un gin che sapesse distinguersi per eleganza, profondità e versatilità, senza compromessi sulla qualità», spiega Michele Viscidi, amministratore delegato di Distilleria Nardini. E lo hanno fatto alla loro maniera: distillando nove botaniche con il prezioso alambicco a bagnomaria della casa.
Il gin, si sa, fa più views di una frase motivazionale su Instagram. Ma Nardini non si è fatta tentare dalle mode. Ha aspettato. Ha ascoltato. E poi ha parlato. Con un London dry autentico, rigoroso, artigianale capace di far ballare il tango anche a uno scozzese. «Un progetto che avevamo nel cassetto da tempo - racconta ancora Viscidi - e che abbiamo deciso di far nascere davvero quando è arrivata in azienda Alice Lucchi, responsabile marketing di Distilleria Nardini. Con lei abbiamo dato gas». E che gas. Garage Gin è prodotto interamente a casa, a Bassano. Niente outsourcing, niente trucchetti da illusionista. Alcol da cereali italiani e nove botaniche selezionate: ginepro, coriandolo, cardamomo, anice verde, finocchio dolce, verbena, melissa, elicriso e scorza d’arancia amara.
Per chi cerca autenticità e stile
A detta di Andrea Manzoli, il mastro distillatore, la difficoltà vera è «distillare tutte le nove botaniche contemporaneamente, bilanciando i tempi di rilascio e le proporzioni. Soprattutto quando hai a che fare con elementi delicati (e locali) come melissa e verbena». È un lavoro da artigiani della nuance, non da alchimisti improvvisati. E l’alambicco a bagnomaria, con la sua delicatezza termica, è lo strumento ideale per conservare questi equilibri aromatici, «come se il calore ti accarezzasse invece di bruciarti».
Nel frattempo, Alice Lucchi sorride e puntualizza: «Si pronuncia come vuoi Garage alla francese o Garage alla Fast&Furious. Ma ognuno lo chiami come vuole, ed è bello anche così». Lei ha le idee chiare, non solo sulla pronuncia. London dry, filiera corta, packaging sostenibile e design che grida Bassano con la raffinatezza di chi sa che la tradizione non è una catena, ma una bussola. La bottiglia in Wild Glass, vetro riciclato al 100%, è una carezza alla coscienza ecologica. Il logo in rilievo e la mappa stilizzata della città sul retro-etichetta sono invece un bacio al territorio. «Il rispetto per la nostra terra è nel Dna di Nardini - continua Lucchi - non volevamo solo un buon gin, ma un gin che raccontasse da dove arriva e perché esiste». Garage Gin non è nato per piacere se non a tutti a molti. È nato per chi cerca «autenticità e stile», per chi ama quei prodotti che raccontano qualcosa di vero. È come far ballare il tango a uno scozzese. E a chi storce il naso pensando che Nardini, patria della grappa, si metta a fare gin, rispondono così: «Gli alpini possono stare tranquilli: la grappa resta il nostro cuore. Ma il gin è la nostra mente che esplora».
Metodo antico e spirito contemporaneo
La presentazione ufficiale al Dry Milano è stata un brindisi al coraggio. Nei bicchieri, tre signature drink: Garage Gin Tonic, Nardini Gimlet e NardiniGin Basil. Dietro il bancone, Edris Al Malat, bar manager pluripremiato e molto veneto, che ha guardato il bicchiere, poi l’etichetta, poi di nuovo il bicchiere e ha sussurrato: «Ci credevo e all’assaggio Garage ha dimostrato tutto il suo carattere da duro col cuore tenero». Gli si sono illuminati gli occhi. Quelli di uno che ne ha viste tante. Compreso il Premio Nardini Bar Manager dell’anno agli ultimi Barawards di Bargiornale.
Garage Gin esce con un prezzo al pubblico di 23,90 euro. Una scelta non casuale, spiega Lucchi: «È una fascia di mercato poco presidiata ma in crescita. Vogliamo portare qualità e carattere a un pubblico che cerca il meglio senza spendere una fortuna». È una sfida alla banalità, al marketing usa-e-getta, ai prodotti che si dimenticano prima ancora di finire la bottiglia. In fondo, Garage Gin non è solo un gin. È un’idea limpida, distillata con metodo antico ma spirito contemporaneo. È nato nel “Garage Nardini” dove le intuizioni si accendono come fari nella nebbia e ha preso forma in un alambicco vero, sotto lo sguardo paziente di chi lavora con il tempo, non contro. È la prova che anche chi porta 246 anni di storia sulle spalle può dire qualcosa di nuovo e farlo senza urlare. Qui non si riparano motori: si raddrizzano sguardi. E quando stappi la bottiglia, non esce solo gin. E qui esce una domanda sottile, quasi balsamica: quanto costa, oggi, restare autentici?
Campari presenta “Tu che Spritz sei?”, una settimana per celebrare l’aperitivo più amato dagli italiani, che si svolgerà dal 18 al 22 giugno, presso Pandenus Gae Aulenti. Con l'occasione, i consumatori potranno brindare con le due novità che si sono aggiunte alla gamma Spritz di Campari Group: Sarti Rosa e Mondoro.
Una location d'eccezione, grazie al dehors affacciato sul parco della Biblioteca degli Alberi e la vista a 360° sui grattacieli della nuova Milano, che sarà il set di questa iniziativa dedicata all'aperitivo che dall'Italia si è lanciato alla conquista del mondo, anche nei gusti rinnovati da referenze come le ultime della gamma Spritz Campari, già comparse da qualche settimana sulle bottigliere dei principali bar italiani: Sarti Rosa, che esalta il lato fruttato e fresco dell'aperitivo italiano, e Mondoro, che con la sua delicata nota di fiori di sambuco si rivolge agli amanti dei gusti floreali e dello Hugo Spritz. A questo si aggiungono i grandi classici amati da tutti, Campari Spritz eAperol Spritz, nonché il gusto pungente del Cynar Spritz, che pure vanta la sua schiera di estimatori.
Sbarcato sul mercato a partire dal mese di giugno, Sarti Rosa è un tributo allo spirito di reinventarsi e al genio creativo di Casa Sarti, fondata a Bologna nel 1885. Un ponte fra la storia della liquoristica italiana e i trend della miscelazione, che oggi premiano i cocktail low alcohol e il colore rosato dei drink. Questa nuova referenza valorizza il lato fruttato e fresco dell'aperitivo italiano: Sarti Spritz promette di diventare lo Spritz che sorprende e che conquista anche i palati più raffinati.
Mondoro nasce rivisitando storiche ricette gelosamente custodite per ottenere un prodotto fresco e floreale, che unisce la qualità super-premium a un prezzo accessibile. Un blend esclusivo di botaniche e fiori di sambuco, accuramente selezionati, prodotto ideale per dar vita a un rinfrescante Hugo Spritz.
Un vuoto di mercato che è stato colmato, come spiega Dario Cuccurullo, senior channel and customer marketing Director Campari Group: «Sempre attenti ad anticipare le esigenze dei nostri consumatori e in costante dialogo con i nostri partner, in particolar modo i bartender, abbiamo voluto cogliere una nuova opportunità di mercato contribuendo, insieme a loro, ad ampliare ulteriormente un trend in crescita e che ci vede da sempre protagonisti, quello della categoria dello Spritz». Una tendenza, quella dello Spritz, in costante crescita, sia in Italia che all'estero e che si rinnova, grazie alle nuove ricette. «Campari Group può contare su un’offerta ancora più ampia quando si parla di Spritz, grazie a eccellenti brand che raccontano personalità e posizionamenti distinti», aggiunge Alberto Ponchio, senior marketing director Campari Group.
Con un evento al Giardino Cordusio di Milano, lo storico salumificio emiliano ha festeggiato il suo primo secolo di vita che lo ha visto diventare da piccolo laboratorio di provincia a realtà con una proiezione internazionale. Ora il nuovo traguardo è crescere nel fuori casa, affermandosi come riferimento per l'aperitivo di qualità
100 anni di attività rappresentano un grande traguardo per ogni azienda, ma per alcune anche l’occasione per fissare nuovi e ambiziosi traguardi. Così è per Veroni, storico salumificio emiliano, che quest’anno ha raggiunto il suo primo secolo di vita, anniversario celebrato con un evento nella suggestiva cornice del Giardino Cordusio, elegante bistrot e cocktail bar nel cuore di Milano. Il nome dato all’evento, L’Aperitivo del Secolo, è indicativo del nuovo traguardo che l’azienda si è posta: crescere nel fuori casa e affermarsi come marchio di riferimento per l’aperitivo in stile italiano, target quest’ultimo già raggiunto nel mercato Usa.
Da piccolo laboratorio a gruppo internazionale
Nato nel 1925 come piccolo salumificio locale a Correggio (Reggio Emilia) ad opera dei cinque fratelli Veroni, Fiorentino, Francesco, Paolo, Adolfo e Ugo, oggi Fratelli Veroni è un gruppo consolidato con circa 190 milioni di euro di fatturato registrati nel 2024, sei stabilimenti produttivi, tutti dislocati in Emilia-Romagna e specializzati per tipologia di prodotto: a Correggio, che ne è rimasta la sede e dove si producono mortadelle, prodotti da libero servizio e per il take away; a Langhirano, Sala Baganza e Capoponte (Parma) i prosciutti di Parma e tutti i prosciutti crudi stagionati; a Gazzata di S. Martino in Rio (Reggio Emilia) i prosciutti cotti e arrosto; a Borgo Tossignano (Bologna) i salami tradizionali e la salsicceria. A guidarla Guido e Marco Veroni, della quarta generazione della famiglia, rimasti al comando dell’azienda anche dopo il suo ingresso, nel 2023, nel gruppo americano SugarCreek Packing, tra i principali operatori nel settore della lavorazione della carne.
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Guido Veroni, amministratore delegato dell'azienda con il fratello Marco
La mortadella più grande del mondo, prodotta da Veroni nel 1996 ed entrata nel Guinnes dei Primati: pesa 2680 kg e dal diametro di oltre 2 m
Dal 2016, è presente anche negli Stati Uniti con l’impianto di Logan, in New Jersey, dove vengono affettati e confezionati i salumi importati dall’Italia, mercato nel quale l’azienda reggiana ha registrato una crescita del 25% all’anno nell’ultimo quinquennio, affermandosi come primo marchio italiano di affettati.
Focus sull’aperitivo
«L’esperienza americana è stata un’ottima palestra per il riposizionamento del brand – spiega Guido Veroni -. Siamo entrati nel mercato Usa quando gli americani cominciavano a scoprire la passione per l’aperitivo in stile italiano e abbiamo puntato su questo momento, con le nostre specialità 100% made in Italy diventate protagoniste degli charcuterie board, i taglieri di salumi creativi, una proposta di grande tendenza in tutto il Paese, con la quale abbiamo portato al pubblico Usa un’esperienza tutta italiana, fatta di gusto autentico e convivialità. Una proposta di aperitivo che abbiamo sperimentato con successo anche nelle lounge dei tornei di tennis che sponsorizziamo da qualche anno, come il Bnp Paribas Open a Indian Wells. Un’esperienza che vogliamo ripetere anche nel contesto italiano, aprendoci al fuori casa, un segmento di mercato per noi quasi nuovo».
Il progetto per i locali
Per dare vita al progetto, per ora focalizzato sulle grandi città e su locali di fascia alta, l’azienda sta lavorando su diversi fronti. «Abbiamo attivato un servizio di delivery express, già operativo su oltre 120 indirizzi a Roma e che da giugno si estende anche a Milano – spiega Emanuela Bigi, marketing manager di Veroni -. Il servizio, attivo dal lunedì al sabato, è pensato per andare incontro all’esigenza dei locali di fare ordini anche piccoli, garantendo loro consegne rapide e prodotti di altissima qualità».
Al mondo dei locali l’azienda si rivolge infatti con una selezione di specialità premium, tra le oltre 600 referenze del suo assortimento. Come la Mortadella 1925, preparata solo con carne italiana e secondo la ricetta originaria del salumificio, una delle punte di diamante della produzione. Ad accompagnarla altre eccellenze quali il Rosalto, un prosciutto crudo, sempre da suino italiano, preparato con il sale rosa dell’Himalaya, che durante la stagionatura lo arricchisce di note sapide, floreali e fruttate, il prosciutto cotto arrosto Il Focolare, aromatizzato con una selezione di erbe fresche e spezie, e ancora il Salame Felino Igp, la Coppa di Parma Igp e il Tacchino nazionale aromatizzato al miele.
«Oltre ai prodotti con il servizio di delivery forniamo materiali dedicati come grembiuli, taglieri e gadget, per costruire esperienze d’aperitivo coerenti, riconoscibili e su misura – prosegue Bigi -. A questo scopo sulle due piazze abbiamo anche un brand ambassador per supportare i locali nella scelta dei prodotti, nella creazione di taglieri, nello studio di abbinamenti con i drink o nella organizzazione di eventi. Inoltre, stiamo lavorando anche allo sviluppo di packaging e formati più mirati al canale».
La sostanza dell'aperitivo
A supporto del progetto, e filo conduttore delle celebrazioni del centenario, la campagna di comunicazione e di urban advertisingLa Sostanza dell’Aperitivo, finalizzata, appunto, a consolidare il marchio come riferimento per l’aperitivo di qualità. Partita l’anno scorso da Roma, la campagna ha debuttato quest’anno aMilano, dove, per oltre due mesi in primavera, i wrapping dai colori vibranti e dai visual d’impatto di Veroni hanno vestito i vagoni delle linee Rossa e Gialla della metropolitana. Contemporaneamente, è stata riproposta anche nella Capitale, sui mezzi di trasporto pubblico, dall’Eurotram ai Gulliver elettrici.
Il brand di birra sarda ha portato nella capitale dell'aperitivo la sua campagna contro l'abbandono del vetro nell'ambiente. Azioni di pulizia nelle zone simbolo della socialità e una mega affissione del muralista Sardomuto al centro dell'iniziativa
La bottiglia di birra, simbolo di convivialità, può trasformarsi in un problema se abbandonata. Un problema che aumenta con l’arrivo della bella stagione, quando cresce la voglia di stare insieme fuori casa e, purtroppo, aumentano anche i comportamenti sbagliati. A contrastare questi comportamenti sbagliati da anni Ichnusa è impegnata in Sardegna con la campagna contro l’abbandono del vetroSe deve finire così, non beveteci nemmeno. Una campagna dal messaggio forte e chiaro che quest’anno lo storico marchio di birra sarda ha esteso anche a Milano, dove l’iniziativa è approdata unendo arte urbana, sostenibilità e azioni concrete per sensibilizzare al riciclo e al rispetto dell’ambiente e del territorio.
La campagna a Milano
Il debutto milanese del progetto, che punta ad assumere valenza nazionale, si è tradotto in una serie di iniziative, a partire da un’importante azione di pulizia condotta nelle zone simbolo della socialità cittadina, realizzata insieme a Legambiente.
Ad accompagnarla il murale Polpo a rendere, realizzato a Quartu Sant’Elena (Cagliari) dal muralista sassarese Andrea D’Ascanio, in arte Sardomuto, opera anch’essa sbarcata a Milano sotto forma di una imponente affissione urbana di 160 mq nel cuore di Ripa di Porta Ticinese, una delle zone simbolo del divertimento in città. Nel murale è raffigurato un grande polpo che avvolge con i suoi tentacoli bottiglie abbandonate, simbolo di un gesto irresponsabile che mette a rischio la bellezza dei paesaggi. Il gesto del polpo diventa così un invito collettivo alla consapevolezza e all’azione, esortando ognuno a fare la propria parte: una parte fatta di piccoli gesti, come raccogliere e affidare al giusto contenitore una bottiglia abbandonata, o impegnarsi a smaltirla correttamente dopo il consumo, che se compiuti da tutti possono generare un cambiamento. A dominare la scena, rafforzando ulteriormente e in modo diretto il messaggio, lo slogan che dà anche il nome alla campagna, “Se deve finire così, non beveteci nemmeno”, che porta la firma dell’agenzia creativa LePub.
L'asta on line
Ma l’impegno di Ichnusa prosegue anche con un’iniziativa solidale che unisce la buona pratica del recupero e riutilizzo all’arte. Quindici bottiglie di vetro abbandonate, recuperate e sanificate, sono state trasformate in pezzi unici da sei artisti sardi, Maurizio Brocca, Chiara Foddis, Marinetti, Teresa Podda, Sardomuto e Stella Ziantoni, grazie alla collaborazione con Urban Center, un’organizzazione interdisciplinare con sede a Cagliari, che punta sull’innovazione e la creatività come strumenti per creare cambiamento e migliorare i territori. Le bottiglie sono state donate da Ichnusa a LegambienteSardegna che promuoverà un’asta benefica online, prenderà il via il 23 giugno sulla piattaforma Ebay. I fondi raccolti verranno utilizzati per supportare azioni a sostegno della cultura del rispetto ambientale.
A proseguire saranno anche le giornate di raccolta del vetro abbandonato che, dopo la tappa milanese, preceduta da quelle in Sardegna che ha toccato Cagliari, Nuoro, Olbia, Sassari e Carbonia, hanno come prossimo appuntamento il 19 giugno a Bologna.
Fatto con i migliori whisky di malto e di grano distillati e invecchiati in Scozia, Campbell The Noble è perfetto anche per la mixology. Scopri l'e-mag con le ricette e i suggerimenti di quattro bartender d'eccezione
Lo spirito indomito della Scozia incontra i maestri della mixology. Quattro baristi esperti hanno messo alla prova del bancone il whisky Campbell The Noble, distillato secondo la tradizione scozzese nelle Highlands, terre d'origine del Clan Campbell. Un'antica famiglia che tiene vive le tradizioni della Scozia e che lega il suo nome a un Blended Scotch Whisky adatto anche per la miscelazione, come dimostrano le ricette che trovate nell'e-mag ideato da Clan Campbell e Bargiornale Studio.
Luca Manni, bar manager di Caffè Gilli, Move On, Giacosa e Caffè Paszkowski di Firenze, ha creato per esempio Clan International Fashioned, un Old Fashioned dalle note umami adatto anche all'aperitivo, mentre Edoardo Sandri, mixology manager di Atrium Bar Four Seasons Hotel Firenze, con Clan Campbell Swizzle ha dato vita a un drink dall'intenso colore rosse. Campbell Soup di Paolo Sanna, gestore di Banana Republic a Roma e bar director di Convivium Bar al relais Monaci delle Terre Nere di Zafferana Etnea (CT), è una proposta in cui presentazione e coinvolgimento del cliente hanno un ruolo centrale e Great Breakfast Tonic di Antonio Tittoni, fondatore e bar manager di Depero Club a Rieti, è una interessante rilettura della colazione di chi viaggia nella verde Scozia.
Il fascino nobile della tradizione
Campbell The Noble è fatto con i migliori whisky di malto e di grano distillati e invecchiati in Scozia in selezionate botti di rovere ex Bourbon, dove riposa per almeno tre anni. Dal colore ambrato e dalle note dolci e di vaniglia, è un prodotto versatile, perfetto per essere degustato da solo o per essere usato per creare cocktail classici o innovativi. Parola del Duca di Argyll, che dal castello di Inveraray, dimora secolare della famiglia, garantisce che lo spirito e i valori del clan sopravvivano al tempo e vengano rispecchiati dal whisky che porta il nome dell'antica casata.
Mango, Maracuja e Strawberry, senza zuccheri aggiunti e con alta pecentuale di frutta, le new entry della gamma di premix Squeeze. Ideali per creare cocktail, mocktail e drink aromatizzati in linea con i nuovi desideri dei consumatori. Come le tre ricette suggerite dagli ambassador DOuMIX?
Negli ultimi anni la tendenza verso bevande senza zuccheri aggiunti ha guadagnato sempre più popolarità, riflettendo una crescente consapevolezza dei consumatori riguardo alla salute e al benessere. Il mercato globale delle bevande senza zucchero ha mostrato quindi una crescita significativa e le aziende del settore stanno rispondendo con una varietà di prodotti innovativi, proprio come le nuove referenze della linea Squeeze No Added Sugardi DOuMIX?.
Tre premix ai gusti Mango, Maracuja e Strawberry, ideali per cocktail, mocktail e drink aromatizzati come spanish latte, thè o granite. Le new entry della linea Squeeze si distinguono per la consistenza più fluida e per la maggiore percentuale di frutta all'interno, pari al 70%, rispetto alla gamma standard. Prodotti ideali per il bartender evoluto che desidera soddisfare la propria clientela aggiungendo nella drink list delle proposte in linea con il trend del senza zucchero e del senza zuccheri aggiunti, ma non rinunciando al gusto.
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Squeeze Mango No Added Sugar
Squeeze Maracuja No Added Sugar
Squeeze Strawberry No Added Sugar
Anche il packaging è stato creato per facilitare l’utilizzo da parte del professionista: il collo della bottiglia è infatti personalizzato con la frutta, per riconoscere ogni referenza al primo sguardo!
Una linea sempre più ampia
Con i nuovi gusti No added Sugar sale a 25 il numero dei premix della gamma Squeeze, con tantissima frutta pronta da squeezare per stupire ogni giorno dell’anno. Accattivanti ed evocativi anche nei nomi: Yellow Supermix, Green Apple Dive, Lime Mint Cooler, Pink Grapefruit Paradise, Raspberry Temptation, Peach Escape, Mulberry Crush, Mango Alphonso Glory, Coconut Emotion, Mixed Berry Luxury, Lemon Lime Power Sweet&Sour, Maracuja Passion, Blueberry Bloom, Strawberry Dream, Green Melon Breeze, Cranberry Love, Guapa Bonita, Kiwi Delight, Yuzu Desire, Watermelon Wave, Pomegranate Pop, Pineapple Sunshine.
L’unico ingrediente da aggiungere sarà la creatività del bartender! Come quella degli ambassador DOuMIX?, che hanno creato e sperimentato tre ricette classiche e irresistibili ma senza zuccheri aggiunti: Pornstar Martini, Strawberry CaipiroskaeMango Daiquiri.
Le ricette DOuMIX?
Pornstar Martini
Ingredienti: 5 cl vodka alla vaniglia
1,5 cl liquore al passion fruit
3 cl DOuMIX? Squeeze Maracuja No Added Sugar
1,5 cl DOuMIX? Syrup Vanilla Flavour Syrup S.F.
shot di Champagne Tecnica: shake
In uno shaker versa tutti gli ingredienti, tranne lo champagne. Shakera e filtra in una coppetta precedentemente raffreddata. A parte, servi uno shot di Champagne.
Strawberry Caipiroska
Ingredienti: 5 cl vodka
3 cl lime
3 cl DOuMIX? Squeeze Strawberry No Added Sugar Tecnica: muddle
In un tumbler basso pesta 1/2 lime. Aggiungi vodka e Squeeze Strawberry No Added Sugar. Miscela con una bar spoon e aggiungi ghiaccio tritato.
Mango Daiquiri
Ingredienti: 5 cl rum
2 cl succo di lime
5 cl DOuMIX? Squeeze Mango No Added Sugar
90 gr Ghiaccio tritato Tecnica: blend
In un blender versa tutti gli ingredienti. Frulla fino a ottenere una consistenza liquida. Versa il drink in una coppetta precedentemente raffreddata.