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La Cina investe sui budget hotel

Turismo –

Il settore albeghiero cinese è in rapida crescita, non solo a favore delle grandi strutture, ma anche nel prosperoso segmento budget

Chi viaggiava per lavoro in Cina, fino a dieci ani fa non aveva molte possibilità di scelta. Fu salutata, quindi, con grande soddisfazione l'apertura a Shanghai nel 1997 dei primi budget hotel, strutture confortevoli, accoglienti, economiche, pulite, con una classificazione da una a tre stelle. China Hotel Association afferma che oggi sono un migliaio i budget hotel, con un coefficiente d'occupazione che va dall'85 al 96%, contro un coeficiente del 50% di buona parte delle strutture a due stelle, a un costo per notte di 138-198 renminbi (13-18 euro), cioè dal 15% al 30% in meno degli hotel a 3 stelle.

Le catene cinesi e straniere
La prima catena di alberghi economici in Cina, Meilongzhen Jinjiang Inn, facente capo al gruppo Jinjiang International Hotels, alla fine del 2006 aveva 139 strutture operative ed ha pianificato di raddoppiare il numero delle unità nei prossimi tre anni. Nei primi mesi del 2007, la percentuale di riempimento ha sfiorato il 97%. Questa catena ha compreso, fra le prime, l'ascesa del turismo cinese al di fuori del paese, annunciando l'apertura di una struttura in Russia, a San Pietroburgo. Home Inns è una società che possiede 134 hotel operativi in 39 città della Cina, oltre a 48 strutture in gestione. Al terzo posto, nel segmento budget, c'è la catena di Shanghai Hotel, che da 6.926 stanze prevede di raggiungere presto le 13mila.

Non solo imprenditori cinesi stanno sviluppando questo mercato. L'americana Super 8, duemila motel nel mondo, è sbarcata in Cina nel 2004 con 30 hotel e pianificando l'apertura di altri 68. Accor prevede 50 hotel Ibis entro il 2008. Oltre ai colossi mondiali, ci sono anche imprenditori a carattere regionale interessati al segmento, come 7Days Inn a Guangzhou e Jin'n Inn a Nanjing. Le previsioni per i budget hotel sono molto buone, anche perché rappresentano solo il 2-3% dell'offerta complessiva, contro il 70% dell'Europa e degli Stati Uniti.

Olimpiadi e turismo
Le Olimpiadi di Pechino e il World Expo di Shanghai nel 2010, contribuiscono a spingere il mercato. Per i Giochi, Pechino prevede di ricevere 4,63 milioni di turisti. Il villaggio olimpico dispone anche di 253 hotel non stellati per gli spettatori. Questo numero crescerà nel 2008 fino a 1000 per 50mila camere. Oggi Pechino conta 658 hotels “stellati” per un totale di 109mila camere; per i Giochi dovrebbe arrivare a circa 800 hotel (di cui 37 saranno a cinque stelle e 83 a quattro) per 130 mila camere. Gli altri alberghi sono 4000.

L'Organizzazione Mondiale del Turismo sostiene che dal 2020 la Cina avrà l'8% del turismo planetario, la quota maggiore rispetto a qualsiasi altro paese. I rischi legati a questo settore sono dovuti al mantenimento della qualità tipica del comparto, con conseguente controllo dei costi: infatti le barriere all'entrata sono molto basse, e il mercato è in crescita. Ciò potrebbe spingere operatori senza sufficiente copertura finanziaria ad aprire unità con offerte ancora più basse delle maggiori catene, a scapito della filosofia che definisce i budget hotel. Altri ostacoli allo sviluppo del mercato, sono soprattutto i costi delle aree edificabili destinate a nuove strutture. Gli investitori indipendenti sono svantaggiati rispetto alle catene perché non possono acquistare, ma solo affittare i terreni, con conseguente lievitazione dei costi di gestione.

Il vino italiano conquista la Florida

Export –

Nel 2007 le esportazioni italiane sono state superiori a quelle francesi, con un giro d’affari pari a oltre 83 milioni di dollari

Il vino italiano batte quello francese, perlomeno in Florida. È quanto segnala l'Enterprise Florida, l'Ente di sviluppo economico dello Stato del Sud degli Stati Uniti, che ha recentemente rilasciato i dati aggiornati relativi alle importazioni di vino nei due distretti doganali di Miami e Tampa. I primi 11 mesi del 2007 indicano che l'Italia è diventata il principale paese esportatore di vino con un valore di oltre 83 milioni di dollari, superando il dato della Francia che nei primi undici mesi del 2007 ha esportato vino in Florida per circa 79 milioni di dollari. Il dato è ancora più significativo se si considera che il totale delle importazioni di vino italiano negli USA è stato -nel 2006 e 2007- di circa di un miliardo di dollari: il mercato della Florida conta per circa l'8%.

La crescita delle importazioni
In generale, le importazioni globali di vino in Florida sono aumentate negli ultimi anni in maniera significativa, passando dal valore di 238 milioni di dollari nel 2004 agli oltre 287 milioni di dollari nel 2006. Nei primi mesi del 2007 il totale delle importazioni di vino in Florida ha raggiunto la cifra record di 288 milioni di dollari, pertanto è facile prevedere che il dato finale del 2007 supererà ampiamente quello del 2006. I principali concorrenti dell'Italia sul mercato del vino della Florida sono la Francia, che nel corso dell'intero 2006 aveva esportato vino nello Stato per un valore di 82 milioni di dollari (a fronte di un valore nello stesso periodo delle esportazioni italiane pari a 81 milioni di dollari). Seguono l'Australia con 49 milioni di dollari, la Spagna con 21 milioni , il Cile con 21 milioni e l'Argentina con 9 milioni.

Locali storici: incentivi e iscrizione nell’elenco regionale

I locali storici in possesso dei requisiti possono godere di vari incentivi regionali

Bar, caffé e pubblici esercizi storici rappresentano un grande patrimonio sociale e culturale, che deve essere opportunamente tutelato e valorizzato.

In Italia la tutela dei locali storici non è disciplinata in maniera uniforme da una singola legge nazionale, ma è rimessa alle singole regioni, le quali regolamentano la materia attraverso apposite leggi regionali.

Nonostante le inevitabili differenze da regione a regione, in linea generale sono considerati locali storici gli esercizi commerciali aperti al pubblico con almeno settanta anni di vita, contraddistinti dalla presenza di valori storici, artistici ed ambientali.

Tra i requisiti solitamente richiesti dalle varie leggi regionali per l'attribuzione della qualifica di "locale storico" vi sono la localizzazione all'interno di un edificio di comprovato pregio architettonico e/o il possesso di arredi e strumenti di valore storico-artistico.

Ogni regione prevede poi un apposito elenco dei locali storici, volto a garantire ai locali iscritti la possibilità di richiedere finanziamenti regionali per il recupero e la valorizzazione dei locali, degli arredi, della conformazione degli spazi interni, delle vetrine e di ogni altro elemento di decoro.

Per richiedere l'iscrizione, è necessario inviare al Comune, entro la data dallo stesso prefissata, il relativo modulo domanda, solitamente scaricabile da internet.

Le pizzerie cambiano identità e aspetto

Locali –

Spazi polifunzionali, orari dilatati e offerte più ampie con nuove formule gastronomiche: i consigli per rilanciare l’attività

Le pizzerie stanno cambiando o, piuttosto, hanno capito meglio se stesse e si sono accorte di poter essere più locali polifunzionali e meno semplici ristoranti. Funzionano bene a mezzogiorno, in prima serata, spesso lavorano benissimo anche dopo le undici di sera. Sfornano pizze, ovvio, ma offrono anche primi e secondi di qualità. Qualcuna ci aggiunge un po' di intrattenimento, molte sondano nuove formule gastronomiche specializzandosi, oltre che su margherite e quattro stagioni, su antipasti o insalatone. Il tutto partendo da un vantaggio che i ristoranti classici non hanno: sono viste dai clienti come locali nei quali ci si può accomodare sempre con tranquillità dal punto di vista economico. Certo, in qualche caso il conto può essere più salato che altrove, ma tutto sommato gli euro per una pizza non mancano mai a chi decide di pranzare fuori casa.

Ambienti eleganti o casual
Insomma, è un mondo complesso, dal punto di vista gastronomico e dell'offerta in generale, quello delle pizzerie. E tale complessità si riflette anche negli arredi. Tanto che la filosofia progettuale della pizzeria è ben diversa da quella che vige nel ristorante. Dal ristorante top il cliente si aspetta arredi di un certo livello, mobili eleganti, posateria e cristalli di un certo tipo. «In pizzeria invece no - dice Franco Costa, titolare di Costa Group -. Le aspettative del cliente della pizzeria, per quanto riguarda gli ambienti, sono molto elastiche. Non ha preconcetti e gradisce sia arredi informali e disinvolti, sia ambienti di charme e più raffinati. Non si spaventa davanti a un ambiente elegante né si avvilisce a uno più semplice». Insomma, le regole per creare il giusto ambiente in pizzeria non ci sono. O meglio dipendono da vari e molteplici fattori che concorrono tra loro contemporaneamente.

I progettisti di pizzerie
«Il lavoro del progettista - dice Francesco Ciccotti, dell'omonimo studio di architettura romano - deve ispirarsi a una precisa idea scenografica che renda il locale inconfondibile. Inoltre deve offrire all'esercente una proposta coerente in funzione di ubicazione, superficie a disposizione, servizio da offrire e budget stanziato». E oggi, proprio per rispondere alle esigenze polifunzionali delle pizzerie, nascono corsi dedicati ai designer capaci di fornire linee progettuali moderne e “scientifiche”. Esempio il primo master in Pizza experience design tenuto da Poli.Design del Politecnico di Milano. Nicola Ticozzi, direttore dei corsi di specializzazione post universitaria Experience Design di Poli.design spiega: «I primi elementi che un progettista deve analizzare sono, oltre alle caratteristiche dello spazio e le aspettative del committente, sono l'analisi del territorio, del tipo di pubblico e delle esigenze di fruizione a cui il locale vorrebbe riferirsi. Queste variabili influenzano in modo radicale e molto differenziato le scelte progettuali, e quindi anche l'arredamento, i codici cromatici, l'illuminazione. Personalmente non ritengo che esistano oggi delle linee guida per le pizzerie all'italiana. Piuttosto, se un tempo esistevano standard più o meno seguiti ripetitivamente da tutti, oggi l'innovazione, il design e l'evoluzione dei gusti modificano radicalmente questa situazione statica».

Come ristrutturare il locale
E chi sta pensando a ristruttura il locale, dunque, come si deve orientare? «Le pizzerie - spiega Costa - sono una delle poche categorie di locali che si possono arredare come più si preferisce. Non si possono definire tendenze in atto ed è impossibile dare consigli generici. Funzionano bene locali che hanno deciso di darsi ambienti carichi di colore, oppure minimal o, ancora, caldi oppure fusion. Da questo punto di vista, almeno per noi progettisti, le pizzerie rappresentano davvero un oasi felice perché permettono grande creatività. Partendo però sempre, a mio avviso fondamentale, da un concetto. La pizzeria deve rispecchiare la personalità, le capacità e le volontà imprenditoriali del titolare. Il bravo progettista deve capire il cliente che ha di fronte. Chi lavora deve vivere nel suo ambiente, trovarsi a proprio agio per trasmettere questo benessere al cliente. Insomma, bisogna offrire alla pizzeria un vestito su misura, un ambiente che vesta la personalità del gestore». In sostanza, l'ambiente non deve essere adattato alle aspettative o alle convinzioni, magari sbagliate, del gestore. È l'errore che molti fanno. Chi si persuade che uno stile, magari perché ha visto un locale di successo durante il suo ultimo viaggio, possa essere il motivo del successo sbaglia. Non è il vestito che si fa indossare alle pareti di un locale a stabilirne il successo, ma molti fattori che concorrono tra loro. Certo è che ci sono aspetti del locale che non vanno mai trascurati e sui quali i progettisti interpellati concordano. Su tutti il benessere, il calore che l'ambiente deve saper trasmettere. E poi anche un equilibrato grado di personalizzazione necessario a rendere individuabile e immediatamente ricordabile al cliente quella certa pizzeria.

La teatralizzazione dell'ambiente
Come si raggiunge l'obiettivo? Per esempio mettendo in risalto alcune zone del locale. «Il forno a legna - spiega Costa - è spesso il giusto elemento da mettere in evidenza. Il come può variare. Il forno può essere immediatamente visibile all'entrata della pizzeria, oppure anche quando, per motivi legati alla struttura del locale, è posto in una zona all'apparenza meno in risalto può essere evidenziato da luci e arredi oppure può essere sopraelevato rispetto al pavimento. Ma soprattutto bisogna sapere mettere in evidenza l'operatore, la sua gestualità, gli atti che compie per preparare una buona pizza. Una teatralizzazione necessaria, anzi fondamentale, che può dare davvero qualcosa in più alla pizzeria». Altro aspetto importante è la zona d'attesa e l'accoglienza del cliente. Oggi, proprio perché la pizzeria sta cambiando volto, diventando anche luogo di incontro, deve avere dei luoghi di attesa dove il cliente può accomodarsi e venire accolto in modo adeguato. Allo stesso modo deve essere evidenziato e facilmente identificabile lo spazio riservato a chi accoglie il cliente. Quest'ultimo, quando entra in pizzeria deve trovare subito chi lo accoglie e lo accompagna al tavolo o lo fa accomodare in attesa che si liberi un posto. Il cliente comodo è un cliente che non se ne andrà perché stanco di aspettare.

Meglio un lavoro coordinato
Consigli per chi vuole ristruttura il locale? «Partendo dal presupposto che in questi anni si è imposta la necessità di sfruttare il locale a tutte le ore - sottolinea Ciccotti - la proposta del progettista deve essere organica e comprendere l'elaborazione dell'immagine e il programma di comunicazione. Tra l'altro, grazie a questo lavoro coordinato possono essere realizzati significativi contenimenti di costi». «E laddove non si può procedere con una vera ristrutturazione - conclude Costa - si può lavorare sul buon gusto anche con semplici accorgimenti. Chi è bravo a fare un prodotto e lo presenta con una buon servizio, un bel menu, una giusta divisa avrà successo. Anche se gestisce un ambiente semplice, purché accogliente e pulito».

Lusso informale all’Andaz di Londra

Hotel –

Il nuovo gioiello della famiglia Hyatt punta le sue carte sullo stile personale, abbattendo le barriere tra staff e ospiti

Andaz significa “stile personale” in lingua hindi ed è proprio su questo che punta il nuovo brand della catena Hyatt, che vuole conquistare una grossa fetta del mercato del settore business e leisure giovanile, sopra i 30 anni.
L'Andaz di Londra, il primo ad aprire al mondo (nel 2009 sarà il turno di New York e nel 2010 del Texas), si trova nell'East End della capitale, un tempo quartiere di trafficanti e prostitute ai confini della City ed ora zona diventata artistica e trendy dopo una lunga riqualificazione. L'albergo è a dieci metri dalla metropolitana, dove arrivano anche i treni express dall'aeroporto di Stansted. La location, che fu del Great Eastern Hotel, è ideale per clienti giovani ma danarosi che di giorno hanno riunioni di lavoro nella City e di sera vogliono visitare i locali del quartiere.

In hotel come a casa
Come si contraddistingue l'Andaz dagli altri hotel Hyatt? Simon Warrington, marketing manager della catena, spiega la nuova filosofia: «Un detto molto conosciuto è che i lussi della prima generazione diventano le necessità della seconda. L'Andaz è nato proprio per prendersi cura della clientela che magari è cresciuta andando nei Park Hyatt o negli Hyatt Regency con i genitori, ed ora è abituata al 5 stelle ma vuole qualcosa di meno formale e meno rigido».
L'Andaz è quindi un 5 stelle pieno, che offre casual luxury senza compromessi e punta molto sul design.

L'ambientazione è quella di una casa privata. In questo contesto, la lobby diventa ufficialmente un salotto, decorato con opere d'arte originali ma discrete che arredano senza sembrare un museo, comode poltrone in alcantara e un bar con bevande e biscotti biologici offerti gratuitamente ai clienti dell'albergo. Warrington sottolinea il desiderio di eliminare tutte le barriere che normalmente si ergono tra cliente dell'hotel e management: «Da noi non esistono più la reception, il concierge, il portabagagli, perché i nostri clienti ci hanno dimostrato che non vogliono aspettare in coda dietro un bancone ed essere trattati come degli estranei». L'accettazione avviene con personale in giacca e cravatta che accoglie i clienti all'entrata della reception-salotto, per fare il check-in nel giro di un minuto.

Prezzi e servizi
I prezzi (511 euro per la Queen, 538 per la King e 752 per la Suite, tasse escluse) includono dei costi normalmente considerati extra, come la colazione, l'uso del mini-bar (non alcolico) in camera, internet wi-fi, tutte le telefonate locali, il servizio di tintoria e stiratura e la visione di film a scelta sulla Tv digitale in camera. Una chicca è il sistema hi-fi porta-iPod in ogni camera e, per chi se lo fosse dimenticato, ci sono iPod in prestito alla reception, con playlist compilate da celebrità (modelle, artisti, comici, cantanti).

Al centro del salone c'è una cupola ascensionale che sembra copiata dal Museo Guggenheim di New York, ricoperta da scritte o citazioni artistiche create apposta per l'hotel dal gruppo Eastern Thinking, un team di artisti dell'East End che si esprime attraverso l'arte delle parole. Warrington spiega: «Abbiamo puntato molto su questo tipo di arte scritta che viene ripresa dappertutto nell'hotel, persino nelle camere. Fa parte di quei “tocchi tipici” della zona che piacciono molto ai nostri clienti».

Bar e ristoranti che offrono cucine diverse, a partire da Catch, dedicato al pesce, collegato al vivace Champagne Bar. Sullo stesso piano, c'è anche un tipico pub inglese, George, che serve tradizionale cucina anglosassone, con salsicce biologiche e l'immancabile “ale” prodotta da una birreria nel Suffolk. Miyako è il ristorante giapponese che funziona anche come take-away, mentre Aurora è quello super-elegante con bar e ingresso privato. Per i più giovani c'è poi Eastway, una brasserie con piatti semplici e due bar.

Chef ambulanti per stuzzicare i clienti

Idee –

I pasticceri iniziano a proporre i loro dolci su furgoni itineranti: l’esempio del Dessert Truck a New York

L'idea è quella del negozio itinerante, il “temporary shop” per dirla all'americana. Arriva direttamente dal mondo della moda, dove alcune griffe innovative hanno deciso di cercare i clienti a casa, o in ufficio, grazie a negozi mobili collocati su caravan o camper. È un trend anche milanese, dove Ape Malandra, marchio bon ton per donne e bambini, vende i propri prodotti sulle tre ruote di un fiammante Ape Car, piazzato in zone strategiche della città. Ambulante, quindi, ma non per questo sinonimo di bassa qualità. Così non stupisce che anche dei maestri pasticceri siano stati catturati da questa formula di marketing.

Il Dessert Truck
È il caso di Jerome Chang (31 anni), diplomato al French Culinary Institute, ex vice chef al Le Cirque di Sirio Maccioni, che a New York ha trovato un partner in Chris Chen (23 anni), studente di business alla Columbia University. I due hanno acquistato un furgoncino, lo hanno attrezzato (con 2 forni a convezione, un microonde, 2 frigoriferi e un freezer) e l'hanno parcheggiato in University Place, nel quartiere universitario. È proprio lì che ogni giorno, dalle 18 ad esaurimento mercanzia (verso mezzanotte), Chang e Chen vendono dessert ai newyorchesi.

«Non c'è nessun ambulante in grado d'offrire piatti da gran ristorante - dichiara Chang - ecco perché ho creato il Dessert Truck. La nostra missione è semplice: servire dessert deliziosi usando i migliori ingredienti». Diventano così accessibili ai passanti creazioni di alta qualità, senza necessità di prenotare o fare lunghe attese per un tavolo.
I dolci sono serviti su contenitori d'alluminio e tazze Ecotainer, riciclabili e costano 5 dollari (mentre nei ristoranti top di Manhattan non scendono mai sotto i 12 dollari).

Dolci sfiziosi nelle strade di New York
Due i bestseller: il bread pudding al cioccolato, affogato nella crema inglese (prenotabile anche per 6-8 persone su desserttruck.com) e la torta al cioccolato dal cuore di ganache, con sale marino, pistacchi e un tocco d'olio d'oliva. “An Apple A Day” è invece un dessert caldo alla mela con cannella e cranberry; mentre “Da Bomb” sono bomboloni ripieni di crema alla vaniglia.
«Tutti i dessert sono preparati in laboratorio - spiega Chen - e sul furgone ci limitiamo alla finitura». Descrive così la sua giornata: «Verso le 16 iniziamo a caricare il furgone; partiamo e verso le 18 siamo sul posto, operativi; le code si formano tra le 20 e le 21. E ormai molti sono diventati clienti affezionati».

Dal 1 gennaio 2008 aumentano gli interessi legali

La nuova misura fissata al 3% su base annua

Con un decreto del Ministero dell'Economia e delle Finanze del 12 dicembre 2007 è stata modificata la misura del saggio degli interessi legali, di cui all'articolo 1284 del Codice Civile.

Il decreto citato dispone la nuova misura del 3% (precedentemente era del 2,5%) in ragione d'anno a decorrere dal 1 gennaio 2008.

La variazione produce effetti, ad esempio, nei confronti di chi versa le imposte in ritardo avvalendosi dell'istituto del ravvedimento operoso.

Questo è disciplinato dall'art. 13 del D. Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472 e consiste nella possibilità data dall'ordinamento a favore del contribuente per regolarizzare, di propria iniziativa, violazioni ed omissioni commesse nel versamento dei tributi.

Il vantaggio per il contribuente "ravveduto" è dato dal dover pagare una sanzione ridotta, oltre ovviamente agli interessi moratori calcolati secondo il tasso legale.

A seguito dell'entrata in vigore della nuova misura, in caso di versamento, in data 17 febbraio 2008, di una imposta che era in scadenza il 17 dicembre 2007, gli interessi dovranno essere calcolati al tasso del 2,5% dal 18 dicembre al 31 dicembre e al tasso del 3% dal 1 gennaio 2008 fino al giorno del pagamento.

A Madrid l’hotel seduce gli ospiti

Tendenze –

Il marchio Me della catena alberghiera spagnola Melia Hotels & Resort strizza l’occhio ai clienti con tecnologia, comfort, cucina e arte

José Arenas porge il biglietto da visita: senior experience manager. Il suo compito è intercettare gli ospiti e accompagnarli nell'esplorazione dell'albergo: storia, architettura, comfort, tecnologia, leasure. Siamo al Me by Melia di Madrid, l'hotel che esprime i nuovi concetti d'accoglienza della catena spagnola Melia Hotels & Resort, con più di 400 unità in 45 paesi.

Gli experience manager sono un'estensione della reception, e rappresentano l'abbattimento delle barriere tra staff e ospiti. Sono anche l'elemento più visibile del neonato brand "Me", che punta l'attenzione sul servizio e sui dettagli come colonne sonore, design, cucina e bar trendy.
La tendenza deriva dagli altri marchi del colosso alberghiero come Tryp Hotels, Sol Hotels Always Fun, resort Paradisus, Vacation Club, Luxury Lifestyle. «È la risposta ai viaggiatori che amano la musica, l'arte, la cucina intrigante e che in albergo non vogliono perdere il proprio stile di vita», dichiara Sebastian Escarrer, vice presidente Sol Melia.

La storia del Me Madrid
Me Madrid ha appena compiuto un anno di vita, ricostruito sull'impianto dello storico Grand Hotel Reina Victoria, la cui prima pietra fu posta nel 1919. Dietro la bianca facciata in stile modernista, tutto è stato rivisitato, ma in modo accorto, per tramandarne la storia. L'edificio, ad esempio, è sorto sulle ceneri di un palazzo in cui Prosper Merimée cominciò a scrivere la Carmen. Negli ultimi sessant'anni ha accolto i più famosi toreri, da Dominguin a Palomo Linares, da Bombita a Mazantini, per il rito della vestizione prima di scendere nell'arena di Plaza de las Ventas e per celebrare la vittoria, testimoniata dalla testa di toro mozzata. Negli anni '90, quando l'albergo si chiamava ancora Tryp Reina Victoria, sostavano i rockers spagnoli, Loquillo y los Trogloditas, Luz Casal, Joaquin Sabina e il cantautore Pablo Milanes. Il bar, allora chiamato Taurino (oggi Midnight Rose), è stato una delle location del film di Pedro Almodovar "Parla con lei", Oscar 2002 per la sceneggiatura. Le teste di toro sono ancora qui, ai lati del lungo bancone bar, inserito in una lobby che grazie alle vetrate sembra proiettarsi nell'antica Plaza Santa Ana.

I valori del nuovo marchio alberghiero
Me Madrid ha una posizione strategica nella capitale. È nel distretto degli affari e dello shopping, a due passi da Plaza Mayor, Puerta del Sol, Parlamento, museo del Prado, parco del Retiro e da una miriade di birrerie, pasticcerie, bar e ristoranti che alimentano l'eterna movida madrilena. Nella mappa dei posti trendy l'albergo ha inserito tanto il Midnight Rose, quanto la Penthouse, la magnifica terrazza bar sul tetto del palazzo: al settimo piano, offre cocktail e tapas, vista a 360 gradi sulla città e scelte musicali chill out.

La tecnologia nascosta e friendly è uno dei punti di forza del nuovo concept: wi-fi diffuso ovunque, tv al plasma interattivo da 32 pollici, lettore cd e dvd con sistema home theatre, una vasta libreria di titoli a disposizione, Ipod a richiesta, con 900 brani inclusi. Tutte le 192 camere vantano innumerevoli plus: letto king size anatomico in fibre naturali, selezione di cuscini, doccia e vasca idromassaggio, serizio 24 ore su 24, e un "maxibar" con set per i cocktail, gadget firmati Me by Melia, biscotteria e snack sfiziosi. Le bevande tengono naturalmente conto del target cui si rivolge l'albergo, con un'ampia selezione di succhi, vini e alcolici mignon d'alta gamma. Tutto è a portata di mano, tranne il ghiaccio, che si preleva da una macchina a incasso nei corridoi. C'è anche un centro business notturno con internet, stampanti, computer e scanner.

La Galizia reinventa la cucina di mare

Food –

Un territorio pescosissimo per quantità e varietà di specie. Mercati del pesce fra i più grandi d’Europa. E un drappello di giovani chef capaci di unire intelligenze ed esperienze

La cucina galiziana si è fatta conoscere nel mondo attraverso il suo popolo migrante, quando nel secolo scorso i transatlantici carichi di manovalanza solcavano gli oceani per raggiungere le Americhe in cerca di fortuna, per aprire bodegas che esportavano empanadas (fagottini ripieni), zuppe galiziane, stufati di carne cocidos (bollito) e l'immancabile polpo nel Nuevo Mundo. Con il tempo le cose sono cambiate: chi è rimasto in patria ha continuato a lavorare la terra, iniziando a produrre vini di sempre miglior qualità, recuperando l'allevamento di razze autoctone come il cerdo celta (una razza suina) con il quale si preparano i pregiati insaccati di Lugo.

Una ricchezza che viene dal mare
Ma la fortuna della Galizia è arrivata soprattutto con uno sfruttamento intelligente del suo mare, pescosissimo, che neppure il disastro ecologico causato della petroliera Prestige, naufragata a 250 chilometri dalle coste galiziane nel 2002, ha potuto oscurare. Il grave incidente - al quale hanno prontamente reagito le popolazioni locali - ha invece innescato una maggior attenzione alla tutela dell'ambiente marino e alla salvaguardia delle sue specie. Le mareggiate atlantiche hanno spinto verso nord l'onda inquinante e da allora una serie di provvedimenti sulla circolazione del traffico di mercantili e petroliere lungo le coste, insieme ad un rispetto rigorosissimo dei tempi di fermo della pesca e del divieto di raccolta di frutti di mare e pesci sotto misura, ha avuto l'effetto di implementare la flotta di pescherecci e il lavoro dei pescatori, senza impoverire i mari. Basta fare una visita alle prime luci del giorno alla lonja di La Coruña, il secondo più importante mercato del pesce all'ingrosso di tutta la Spagna, oltre che uno dei principali d'Europa, per rendersi conto della generosità in termini di qualità e quantità e varietà dei suoi prodotti.

Il rinnovamento culinario
Sull'onda del successo della nuova cucina basca e catalana, da una decina d'anni è iniziato in Galizia un nuovo fermento culinario. Il tutto grazie ad un piccolo gruppo di giovani chef, figli d'arte, che hanno iniziato a riscrivere e reinterpretare i grandi classici di una cucina di sostanza, caratterizzata un tempo da lunghe cotture e da una gran varietà di prodotti di mare e di terra. Preparazioni di altissima qualità, ma sovente in passato scarsamente valorizzate oppure cucinate con tecniche che non ne esaltavano più di tanto le virtù. In Galizia dunque il rinnovamento non è arrivato grazie all'influenza della vicina Francia, come invece è avvenuto per i cugini baschi e catalani, favoriti dalla vicinanza dei rispettivi confini. Per le condizioni di particolare isolamento geografico della Galizia - che confina con il Portogallo, Paese che non eccelle per le sue tradizioni gastronomiche - il cambiamento è iniziato grazie ai fermenti sviluppatisi all'interno della Spagna, soprattutto per i meriti e la lezione di Ferran Adrià il quale, pur nutrendo un debole per questa importante cucina regionale, non ha risparmiato in passato critiche allo stato di arretratezza culturale in cucina, a fronte di un territorio ricco di eccellenze. I giudizi dello chef hanno così contribuito ad innestare una vera e propria rivoluzione che oggi mostra orgogliosa i suoi frutti.

Il Gruppo Nove
Nel dicembre 2003 dieci tra i migliori innovatori della cucina gallega, riunitisi in associazione, si presentarono al Museo di Arte Contemporanea di Vigo, come “Grupo Nove”, uniti con l'intenzione di rappresentare l'avanguardia galiziana nell'arte culinaria. Nove nell'idioma galiziano significa “nuovo”. L'azione spettacolare suscitò l'interesse dei media, che diedero molta visibilità all'iniziativa. Il forte senso d'identità e la voglia di riscattare una cucina fino ad allora sottovalutata ha portato il gruppo a lavorare insieme e a raggiungere traguardi importanti, prima di aggiudicarsi la recente “pioggia di stelle” attribuite dalla guida Michelin a sette ristoranti galiziani.

La cucina minimalista di Marcelo Tejedor
Tra le figure più carismatiche del Grupo Nove spicca per talento e simpatica follia il giovane Marcelo Tejedor di Casa Marcelo, una stella Michelin, invitato a rappresentare la Galizia in importanti convention internazionali come il Festival Culinaire Bernard Loiseau 2007 nell'isola di Mauritius. «I miei migliori maestri mi hanno insegnato a dubitare delle cose ovvie e a non pormi limiti», spiega Marcelo parlando delle sue esperienze professionali passate al fianco di personalità prestigiose come Juan Mari Arzak, Jacques Maximin o Alain Ducasse. Allegro e scanzonato, Marcelo manda in tavola con disinvoltura sublimi sardine cotto-crudo all'olio extravergine d'oliva servite in scatolette riciclate, incredibili pomodori confitados (canditi) ripieni di salsa corallo, ogni tipo di pescato scottato a bassa temperatura, per non parlare del suo millefeuilles, leggero come una nuvola. Una cucina minimalista, molto tecnica e basata sui migliori prodotti di terra ma soprattutto di mare. Un locale dove la splendida cucina a vista regala un colpo d'occhio indimenticabile per i clienti.

Le ricette marinare
Attualmente i rappresentanti del Grupo Nove sono diventati diciotto, con l'imbarazzo di tentare una classifica: tra le new entry c'è Gonzalo Rey del Mercadito di Santiago, chef che sottomette il suo menu a quello che l'antico mercato della Plaza de Abastos gli propone nelle diverse stagioni dell'anno. Maniaco della tipicità, Gonzalo lavora esclusivamente prodotti galiziani freschissimi, con una predilezione per gli abbinamenti mare-terra: eccellenti vieiras (cappesante) al tartufo nero, mix tempura con peperoncino verde di Padron, alghe delle Rias Baixas e mariscos (frutti di mare) atlantici. Ma per apprezzare appieno la nuova cucina marinara meglio spostarsi a Cambados, lungo la costa, dove Antonio Botana del Pandemonium ha reinventato il modo di cucinare e servire il pulpo (polpo), montandolo su una deliziosa schiuma di peperoncino, immerso in una riduzione eccelsa del suo brodo di cottura. Per non parlare della coda di rospo, scottata a vapore e servita a medaglioni, con una tecnica che la rende incredibilmente simile per gusto e consistenza alla coda d'aragosta: un piatto “recuperato” da un'antica ricetta utilizzata dai ristoratori negli anni '60, che ingannavano in questo modo i gourmet meno esperti. Il tutto in un locale moderno, colorato e minimalista, decisamente raffinato nei dettagli. Come la sua cucina.

Più clienti col ristorante sul Gps?

Tecnologia –

Sette italiani su dieci considerano indispensabile il navigatore satellitare: crescono le iniziative dei produttori per segnalare ristoranti, bar e pizzerie

C'era una volta un oggetto superfluo, ma oggi il 68% degli italiani lo considera indispensabile. Si tratta del navigatore satellitare, strumento ambito non solo sulle auto ma anche su palmari e cellulari. Tra la fine del 2007 e l'inizio del 2008 è stato tra gli oggetti più acquistati: questo può avere i suoi risvolti positivi, soprattutto per ristoratori e albergatori.

I produttori di navigatori, infatti, fanno a gara nell'integrare i loro prodotti con servizi supplementari. Ci sono quelli che informano sul traffico o sui lavori in corso, e quelli che aggiornano sulle condizioni del tempo. Tra le funzioni più apprezzate c'è quella dei cosiddetti “pdi”, i punti d'interesse, tra cui figurano naturalmente i locali.

Le iniziative dei produttori
Garmin, una delle marche più diffuse, ha da poco aggiornato i suoi modelli con un database gratuito, scaricabile dal sito della società, che contiene il calendario delle sagre e delle fiere enogastronomiche italiane. ViaMichelin, che commercializza anche navigatori (anche se sta dismettendo la produzione propria), ha il vantaggio di aggiornare le sue mappe con i ristoranti delle guide. Il Touring Club Italiano ha messo in commercio un suo Gps con 12.000 punti d'interesse (hotel e ristoranti in prima fila) ricavati dalle sue pubblicazioni. Tom Tom, altro marchio tra quelli che vanno per la maggiore, ha stretto un accordo con Slow Food per un'edizione limitata di un navigatore venduto insieme alle guide “Osterie d'Italia” e “Locande d'Italia”.

Il ruolo delle guide
Di fronte a questo profluvio d'iniziative, è però difficile stabilire quanto giovi veramente a un ristoratore il fatto di essere segnalato su un navigatore. Non esistono infatti statistiche sul numero di clienti che scelgono dove mangiare in base al proprio Gps. Secondo un'indagine realizzata a fine 2007 dalla società milanese Telesurvey, il 19% degli italiani possiede un navigatore e il 46% sta pensando di acquistarlo. Per il 58% degli italiani, inoltre, è un oggetto facile da usare e adatto a tutti. La sua diffusione è destinata a crescere. È importante quindi riuscire a farsi includere negli elenchi dei punti d'interesse, che sono file scaricabili da internet, tramite il sito del produttore.

Google Maps
Questi elenchi, di solito, sono sviluppati da terzi, come il caso di Slow Food per i Tom Tom. Essere segnalati in una delle guide che vanno per la maggiore è quindi un'ottima opportunità per ritrovarsi inseriti all'interno dei navigatori. Per chi non è recensito nelle guide, l'asso nella manica è Google Maps, il servizio fornito dal più potente motore di ricerca di Internet. È iniziato come una semplice rassegna di mappe di tutto il pianeta, integrato con foto da satellite zoomabili fino alla definizione di una singola casa. Poi si è arricchito di funzioni, tra cui quella dell'indicazione dei servizi commerciali, tra cui ristoranti, bar, pizzerie.

Da poco il servizio è disponibile anche per i telefoni cellulari con Gps incorporato. Questi telefonini sono utili, perché individuano con buona approssimazione la zona di provenienza del segnale e consentono quindi la ricerca dei locali anche a chi cammina per la strada. La registrazione è gratuita, basta compilare la scheda per rendersi così virtualmente raggiungibili da un numero infinito di clienti.

Le cantine scommettono sul 2008

Vino –

Secondo un sondaggio VinItaly-Winews, la maggioranza delle aziende vinicole nazionali si aspetta una crescita tra il 5 e il 15%

Le aziende vitivinicole italiane scommettono su un incremento dei fatturati, sostenuto soprattutto da un solido e positivo trend delle esportazioni: lo segnala un sondaggio VinItaly-Winews condotto su 50 importanti aziende vitivinicole nazionali. Secondo il 50% del campione, infatti, il 2008 sarà un anno positivo per l'intero comparto, il 45% lo reputa in prospettiva abbastanza positivo e solo un 5% si prepara ad un 2008 negativo. A sostenere queste aspettative è soprattutto la forza dell'export, che ha consentito all'intero settore di raggiungere risultati importanti nel 2007.

Buone le aspettative di crescita
Anche guardando tra le proprie mura, le aziende non cambiano sostanzialmente le loro previsioni: il 70% si aspetta un 2008 positivo, il 20% molto positivo e il 5% abbastanza positivo, mentre una stessa percentuale vede addensarsi nubi nere sulla propria azienda. Il dato è confortante: a sostenerlo le previsioni sul fatturato 2008, che indicano, a grandissima maggioranza (90%), una crescita che si attesterà su un incremento-percentuale compreso tra il 5 e il 15%; solo per il 10% delle imprese il fatturato 2008 resterà stabile su quello 2007. La grande maggioranza del campione ritiene anche che il 2008 sarà un anno positivo per l'export del vino con percentuali di sviluppo oscillanti dal 10 al 15%. Le aziende sondate contano soprattutto sui prodotti che occupano la fascia di prezzo tra i 5 e i 7 euro, indicati dal 50% del campione; importante anche la percentuale delle imprese che vede crescere la richiesta dei vini posizionati tra gli 8 e i 15 euro (30%), mentre il 12% indica in aumento la vendita dei vini che costano tra i 20 e i 30 euro; solo il 5% delle aziende ipotizza, invece, una crescita nella vendita dei vini tra i 2 ai 4 euro e il 3% di quelli tra i 15 e i 20 euro.

Gli Stati Uniti rimarranno il mercato straniero di riferimento
Le cantine interpellate hanno anche stilato una sorta di classifica dei Paesi/mercati più importanti per l'export della produzione italiana: al primo posto ci sono gli Stati Uniti (indicati dal 40% delle aziende), al secondo la Germania e la Russia a pari-merito (20%), al terzo il Giappone (17%), al quarto la Gran Bretagna (15%), al quinto il Canada (5%) e al sesto Cina e Corea (3%). Seguono poi Svizzera, Svezia, Austria, Paesi Bassi e Brasile. A questa classifica si contrappone la lista dei Paesi considerati poco adatti per le esportazioni italiane: per il 32%, la Germania è al primo posto, seguita dalla Gran Bretagna (30%), dalla Cina (15%), che non sembra ancora essere entrata a pieno regime nei meccanismi commerciali delle aziende, dalla Francia e dal Giappone (13%) e dall'Italia (10%), che resta un mercato ancora ingolfato; seguono poi India, Danimarca, Paesi Bassi, Spagna, Svizzera, Irlanda, Portogallo, Grecia, Dubai, Canada, Sud Africa, Argentina e Australia.

I canali di vendita
Le aziende vitivinicole, in tema di canali di vendita, hanno per lo più identificato l'horeca (hotel/ristoranti/catering) come quello migliore con il 45% delle segnalazioni, seguito da enoteche/wine bar (35%) e grande distribuzione (15%), ad ex-equo con la vendita diretta. A questa sorta di "borsino" dei canali di vendita più efficaci è contrapposta la classifica di quelli dalle performance meno incisive: in testa, per il 30% delle aziende sondate, c'è l'e-commerce, seguito dalla grande distribuzione (28%), dall'horeca (25%), dalla vendita diretta (10%) e dalle enoteche/wine bar horeca (7%).

Confezioni che coinvolgono i sensi

Packaging –

Belle, ecologiche, stimolano sensazioni tattili e olfattive: così 14 studenti di design immaginano le scatole del futuro

La parte più controversa di tutti i prodotti in vendita, dalle patatine alle bibite, dal caffè ai biscotti, è l'imballaggio. Materiale superfluo, che serve soltanto ad avvolgere e rendere più appetibile il cibo o l'oggetto, e che ha una vita effimera, destinata alla discarica. Gli imballaggi di oggi, però, lasciano a desiderare non soltanto per il danno ecologico, che li rende la più imponente frazione di rifiuti che produciamo. Spesso sono anche inefficaci, perché trasmettono poco del loro contenuto al consumatore. Sono, insomma, destinati a cambiare.

I progetti del Politecnico milanese
È proprio per stimolare una spinta creativa nei designer di packaging che ProCarton, l'associazione europea dei produttori e trasformatori di cartone e cartoncino, ha sollecitato un gruppo d'allievi del Politecnico di Milano a formulare nuove proposte. Così è nata una rassegna di 14 progetti, illustrati anche in un libro, realizzati da laureandi in Design della comunicazione dell'ateneo milanese.

Protagonista principale è il cartoncino, materiale interamente riciclabile e quindi ecologico, plasmabile in forme e consistenze diverse attraverso moltissimi processi di lavorazione e di stampa, resi possibili dalle nuove tecnologie. I progetti disegnano una tendenza che potremmo ritrovare presto nelle confezioni in vendita. «Con questo progetto - ha spiegato Piero Capodieci, presidente di ProCarton Italia - abbiamo voluto promuovere una dimensione polisensoriale. Gli studenti del Politecnico hanno elaborato concept in grado di esaltare le qualità globali del cartoncino sia visive che tattili, così da sviluppare packaging in grado di fornire un'anticipazione del contenuto, rispondendo, ad esempio, all'esigenza di coloro che appartengono alla numerosa comunità degli ipovedenti».

Confezioni multisensoriali
Le nuove confezioni hanno perso il connotato della scatola pura e semplice. Si richiamano di più al concetto di guscio, oggetti da tenere nelle due mani, da accarezzare, richiamandosi molto all'idea dell'origami. Soprattutto tè, caffè e cioccolato, hanno stimolato la fantasia dei progettisti. Confezioni di tè concepite come un baccello, al cui interno è già pronta una palettina per il dosaggio dell'infuso (progetto di Bonetti, Bontempi, Conti). Scatole per il caffè che si aprono con un gesto semplicissimo e sono studiate per versare comodamente la quantità di prodotto voluta direttamente nella caffettiera (di Busà, Colamaria, Dantona, De Luca). O ancora, confezioni monodose di cereali con tanto di maniglia, per agevolare il trasporto, capaci di richiamare al tatto gli stessi cornflakes (di Belleri, Cattaneo, Colombo). L'idea di base è stata di creare forme con più funzioni: seducenti alla vista ma anche al tatto e in grado di lasciare sprigionare gli aromi, una volta aperte, per interessare l'olfatto.

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