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Bacche e frutti esotici, il gelato estroso è servito

Sperimentazioni –

Un locale di Bolzano crea spesso nuovi gusti utilizzando ingredienti speciali che arrivano dall’Africa e dall’Asia

Un folletto dietro a una fragola fa capolino dall'homepage del sito Web della gelateria Avalon di Bolzano e guida i visitatori ai segreti di Paolo Coletto. Il maestro gelatiere è portavoce di quella che lui chiamala metafisica del gelato artigianale: un'arte che si compone di natura e cultura, passione e creatività, con un'attenzione quasi maniacale per le materie prime. Dal 1981 l'affollata gelateria di Corso della Libertà ha infatti ampliato l'offerta: dai classici a oltre 34 specialità differenti, in un percorso di sapori preparati con ingredienti naturali e di altissima qualità, frutto di un'intensa attività di ricerca e sperimentazione svolta da Coletto nel suo laboratorio artigianale dove testa ogni materia prima, esaminandone attentamente le proprietà organolettiche e ricercando inedite sinergie di gusto.

Premiato dai consumatori
La nota che contraddistingue la lavorazione è l'assenza di coloranti, conservanti, emulsionanti, aromi artificiali e latte in polvere. Queste caratteristiche, insieme alla trasparenza delle informazioni fornite alla clientela, sono state recentemente premiate dal Centro tutela consumatori sudtirolese. Fondamentale dunque l'importanza attribuita alla scelta dei fornitori: tutti scoperti e controllati uno ad uno dal maestro gelatiere. Dai masi della zona provengono latte vaccino e panna fresca pastorizzati ma non omogeneizzati, come il latte di capra fresco, disponibile solo da Pasqua a fine agosto (latteria di Lagundo) e le uova biologiche (maso Gampenhof di Aldino). Anche gli approvvigionamenti di frutta provengono da aree locali come le fragole biologiche dalla Val Passiria, le albicocche dalla Val Venosta o i mirtilli selvatici dalla Val Pusteria. La scelta delle materie prime si amplia fino anche a comprendere eccellenze italiane come la nocciola tonda gentile delle Langhe, il pistacchio di Bronte, le noci siciliane e i meloni mantovani numerati (Lorenzini Natura Amica).

Cioccolato extra e vaniglia dal Madagascar
Tra gli ingredienti che provengono dall'estero spiccano la profumata vaniglia Bourbon dal Madagascar, i datteri israeliani e i manghi del Pakistan. Un discorso a parte meritano i cru 100% di cioccolato fondente Domori: le qualità Apurimac (Perù), Carenero Superior e Sur del Lago Clasificado (Venezuela), insieme al Sambirano (Madagascar) abbinato a cardamomo e peperoncino, danno vita a quattro richiestissime varianti di gusto. Richiesti soprattutto d'estate, i sorbetti alla frutta, anche questi realizzati con ingredienti naturali al 100% . Nella gelateria aperta dalle 13 alle 22.30 in orario continuato, Coletto è coadiuvato dalla moglie indonesiana Rani: i prezzi partono da 1,10 euro e sono utilizzate esclusivamente coppette e cucchiaini in plastica di mais biodegradabili. Tra le creazioni più recenti, l'esotico Bombay Dream: gusto ottenuto miscelando riso Basmati, cocco, cannella, cardamomo, pepe rosa, nero e bianco, anice in semi e olio essenziale di rose bulgare. Altre specialità nascono durante vere e proprie performance creative dove il gelatiere utilizza l'azoto liquido per creare nuovi gusti, mentre un dj seleziona brani di musica techno indiana.

Tutto crudo sì, ma con disciplina

Cucina –

Da New York a Londra, da Berlino a Istanbul, il crudismo raccoglie proseliti. Lo chef Chad Sarno spiega le regole e i concetti di base della nuova cucina raw food

Raw Food, o se preferite cibo crudo: non è una moda bensì un movimento culinario nato negli Stati Uniti e appena approdato a Londra e, che presumibilmente, farà proseliti anche in Italia, dopo aver già trionfato in Germania e in Turchia.
Si tratta di un concetto assolutamente innovativo e per certi versi rivoluzionario: preparare cibi deliziosi ma non cotti, che scoppiano di energie vitali e mantengono tutti gli enzimi, le vitamine e le proprietà organiche degli ingredienti. Inoltre riducono il colesterolo, sono ipocalorici e totalmente vegani, ovvero non contengono assolutamente alcun prodotto di origine animale. Il profeta di questo nuovo movimento si chiama Chad Sarno, 30enne americano di lontane origine italiane, che è noto come “il Gordon Ramsay della cucina vegana” e che è executive chef del ristorante Saf, appena aperto nella capitale inglese, dove vengono serviti esclusivamente piatti vegani, secondo i programmi delle diete detox (vedi glossario in questa pagina) e i precetti del raw food.
Mr. Sarno, cosa significa Saf?
È un acronimo di “Simple Authentic Food” (cibo semplice e autentico, ndr) e vuole dire anche “puro” in lingua turca. Non a caso abbiamo aperto il nostro primo ristorante a Istanbul, la capitale della Turchia.

La sua cucina si ispira ai precetti del raw food che cos'è esattamente?
Mi piace pensare che sia una rivoluzione nella gastronomia. Nasce da un'attenzione alla salute e al benessere ed è un movimento che ora si è evoluto, diventando ricercato e altamente gastronomico. Lavoriamo con ingredienti freschissimi, vivi, pieni di energia e li prepariamo conservando appieno le loro proprietà organiche e i loro enzimi, che sono importantissimi. Siamo il primo ristorante vegano di raw food ad aprire a Londra e di questo vado molto fiero.

Come si è avvicinato a questo tipo di cucina?
Mi sono avvicinato al raw food per ragioni di salute. Da giovane soffrivo d'asma e dopo aver sperimentato di tutto (ero già vegetariano a 17 anni) ho provato a eliminare tutti i latticini dalla mia dieta, e a seguire un regime alimentare vegano, e l'asma è sparita. Poco dopo ho iniziato a cucinare diete vegane ad alto contenuto energetico per pazienti che soffrivano di tumore o di altre gravi malattie, a cui venivano prescritte diete di cibo crudo. Da lì ho cominciato a studiare la materia e a scoprire sempre di più e mi sono appassionato. Ora, la cosa che mi diverte di più sono le possibilità gastronomiche di questa cucina che è molto innovativa e ad alto contenuto di creatività.

Il fatto che molte star di Hollywood seguano diete vegane non fa del raw food solo una filosofia culinaria di moda?
Uno dei miei più cari amici è Woody Harrelson - star di Larry Flint e Non è un Paese per Vecchi - che fin dall'inizio è stato uno dei miei più grandi fans. Ma c'è di più: in California questa cucina va per la maggiore perché aiuta a sentirsi giovani, a sentirsi pieni di energia ed è ipocalorica, quindi contribuisce a tenere giù il peso corporeo.

Quali sono i concetti di base del raw food?
Le due componenti principali sono l'attenzione agli ingredienti, che devono essere trattati in modo da conservarsi pieni di energia, con una cottura non superiore ai 48°C, temperatura che distrugge gli enzimi nel cibo. E la creatività. In cucina, per esempio, abbiamo solo un forno convenzionale (alcuni piatti li serviamo ancora caldi) e ben sei disidratatori, noti come forni a crudo. Con alcuni trucchi riusciamo a preparare piatti finora impensabili per i vegani, come il gelato, i formaggi e la pasta. Quando crei un nuovo piatto con questa cucina, sei quasi certo che nessuno prima di te l'ha mai fatto e questo mi riempie di gioia.

Un esempio?
Il nostro “formaggio”, fatto con anacardi, mandorle o noci pecan, attraverso un procedimento complesso e lungo, ma che ci ripaga in termini di unicità del prodotto. Oppure la nostra “pasta”, come le linguine fatte con zucchine o i ravioli fatti di barbabietola ripieni di “formaggio” di anacardi avvolto nelle erbe.
Insomma cosa vi rende unici?

Soprattutto il tipo di cucina, ma anche la voglia di distanziarci dai soliti café vegani e di creare alta gastronomia, accompagnata da eccellenti vini esclusivamente biologici o biodinamici, che contribuiscono a rendere una cena o un pranzo da noi davvero unici. Abbiamo anche dei cocktail originali, realizzati a partire dai succhi più puri preparati qui da noi e con i liquori migliori trovati sul mercato.

Prossimi progetti?
Per ora mi sono trasferito a Londra e voglio superivisionare bene il lancio di Saf. Apriremo anche dei take away qui in Inghilterra, tipo pranzi ottimi e salutari da prendere e portare via. Poi ci sono in programma aperture di ristoranti a Ginevra e Stoccolma.

Il vino seduce? Eccome, ora il marchio è registrato

Vino –

A Manhattan (New York) piaccione le degustazioni in cui s’insegna a utilizzare il vino come strumento di seduzione. Si chiamano Wine Seduction Tasting e ad organizzarle è un’esperta di vino e pierre, l’italiana Alessandra Rotondi

Nelle storie d'amore il vino ha sempre un ruolo fondamentale: serve a creare l'atmosfera e a trovare la sintonia giusta per far scoccare la scintilla della passione. Il vino come una pozione magica, insomma, dotata di poteri che pochi conoscono. C'è qualcuno però che ha approfondito il discorso, ha sviscerato gli aspetti che legano il vino all'amore e ha capito che potevano diventare oggetto di veri e propri corsi, speciali tasting o seminari, capaci di coinvolgere un ampio pubblico e di diventare occasione di business per cantine e ristoratori. Il personaggio in questione è Alessandra Rotondi, esperta di vino e di pubbliche comunicazioni, giornalista da anni trasferitasi a New York, dove conosce tutti i personaggi chiave della ristorazione e del jet-set. Non è un caso che abbia curato la scelta dei vini per l'ultimo matrimonio di Ivana Trump.
Degustazione fa rima con seduzione

Alessandra Rotondi è l'ideatrice di una formula unica, denominata Wine Seduction, che può strutturarsi in varie forme (dal tasting al corso, dalla cena al seminario) ma che ha un'unica finalità: insegnare a utilizzare il vino come strumento di seduzione, secondo criteri di scelta che non solo devono tenere conto dell'abbinamento con i cibi, ma anche dell'atmosfera e della situazione. Ed è da lei che ci siamo fatto spiegare il meccanismo di questi eventi, di grande successo a Manhattan: «La formula più comune è una cena seduti di almeno quattro portate per degustare quattro vini in abbinamento, iniziando dalle bollicine (spumante, Champagne o Prosecco) per poi passare, in sequenza, a un bianco, a un rosso e a un vino dolce. Ma si possono prevedere più portate e naturalmente più categorie di vini». Dapprima la descrizione è tecnica, con le informazioni sull'etichetta, uva o uvaggi, lavorazione, descrizione organolettica e cenni sull'azienda, ma poi si passa alla descrizione delle potenzialità seduttive.
«Il pubblico - spiega Alessandra - viene invitato sin dall'inizio a immaginare il wine tasting a cui sta partecipando come un corteggiamento, di cui ogni vino diventa uno “step”, una fase, uno scalino: quindi c'è un approccio, una scoperta, una conferma, un lieto fine. Ma si possono avere Wine Seduction Tasting anche senza cena, in forma di seminari. A seconda del tema dominante o della location (accademie, boutique, librerie) descrivo in che modo il vino possa diventare “strumento di seduzione” culturale, commerciale o letteraria».
Una divertente occasione di business

Il nome Wine Seduction è un marchio registrato, la metodologia è coperta da copyright e gli eventi sono condotti da Alessandra, senza l'intervento di altri, a eccezione del proprietario o del responsabile del locale, che ospita e introduce la serata. «Se partecipa un'azienda vitivinicola - spiega la nostra istruttrice di “wine seduction” - faccio modo che ci sia un suo rappresentante, come il titolare, l'enologo o il distributore, perché possa curare di persona i rapporti commerciali che automaticamente ne conseguono».
E qui veniamo all'altro aspetto interessante di questi eventi, quello commerciale (chi volesse organizzarne uno in Italia può prendere contatti attraverso il sito Wine Seduction). Quali sono i vantaggi per un ristoratore? «I Wine Seduction Tasting - spiega Alessandra Rotondi - sono ideali per una clientela alta o medio alta che cerchi un tocco di glamour e una situazione diversa dal solito, istruttiva ed elegante al tempo stesso. Il ristoratore ne trae vantaggio perché il Wine Tasting Seduction si trasforma in un evento poliedrico, con sfilata di abiti, accessori, citazioni letterarie, brani musicali, interazione dei clienti. Il tutto incuriosisce i media e ne fa scrivere. Il successo della serata moltiplica le prenotazioni all'evento successivo e i profitti di coloro che ne sono coinvolti. E c'è un vantaggio anche per la cantina che ha a disposizione un'ottima vetrina».
Però attenzione, non tutti hanno i requisiti adatti: «Un ristorante - dice Alessandra - deve avere una sala per almeno 40-50 persone con possibilità di movimento tra i tavoli. La cucina deve far uscire le portate per tutti contemporaneamente, senza attese tra un tavolo e l'altro. La cena è a prezzo fisso con menu e vini prestabiliti».

Ristorazione Collettiva settembre 2008

Archivio Cover Horeca –

 Il Punto                                  9     Un modello in cerca di rilancio Made in Italy alla riscossa        I prodotti alimentari e la cucina italiana possono recitare         un ruolo importante come “ambasciatori” dell’ecc…

 Il Punto                                 

    Un modello in cerca di rilancio Made in Italy alla riscossa


       I prodotti alimentari e la cucina italiana possono recitare 
       un ruolo importante come “ambasciatori” dell’eccellenza
       nazionale. Purché ci sia un’effettiva unità d’intenti


 Business News                    
10    Panorama
  
        Armadi ad alta tecnologia. Le novità Mercatus Italia al SIA 
        Guest di Rimini



21    Techno


        Porcellane per sempre: garantisce Cifa



24   Mondo Food



       Consorzio di tutela. L’Asiago Stravecchio Presidio Slow  
       Food
 Educazione        
31  Tutti a scuola di cibo


      Un corretto stile di vita si impara fin da piccoli: da questa
      convinzione nasce il progetto Nutrikids di Nestlé, che è 
      partito nelle scuole primarie milanesi. E per 11.000 alunni
      l’alimentazione non avrà più segreti


   Speciale Hostelco                                
35  Panorama attrezzature


      La 14ª edizione di Hostelco si svolgerà nel quartiere fieristico
     di Montjuïc dal 17 al 21 ottobre, con orario 10-18. Riservato
     agli operatori, il Salone è organizzato dalla Fiera di  
     Barcellona e dalla Felac. Gli espositori previsti sono oltre
     1.000 (con 2.300 aziende rappresentate), i visitatori attesi
     circa 100.000. Una grande occasione per scoprire le nuove
     tendenze e le tecnologie più efficienti
      
   Strutture                                 


76 Il progetto? Dev’essere bello e buono


     Dalla raccolta del prodotto all’eliminazione dei rifiuti: le   
     strutture della ristorazione collettiva richiedono una
     progettazione globale. Antonio Montanari, architetto
     specializzato e docente universitario, fa il punto della

   
situazione e spiega perché in Italia c’è ancora tanto da fare


 Fuoritalia                           


81   Alla giapponese, ma senza sushi


      Alla base del successo di questa insegna c’è la selta di un
      posizionamento corretto. Che continua a piacere anche oggi
      che Wagamama è stato esportato un po’ in tutto il mondo


 Tendenze                       



84 Il bar della stazione cambia pelle


     Di là la stazione ferroviaria, con l’abituale andirivieni di 
     viaggiatori, di qua la città, che passeggia, vuole pranzare o
     bere l’aperitivo. E in mezzo, con la missione di servire al
     meglio entrambe, il bar-caffetteria a insegna Mokà
           


 Processi                                    



89   Cottura e pastorizzazione


      La microbiologia e conservazione degli alimenti è una  
      materia complessa, che può risultare di non facile   
      comprensione. Ecco come districarsi in alcuni suoi  
      principi  base

 SaporiDiCinema                           



92 Il menu fa spettacolo


     Icif, Scuola di cucina italiana per stranieri, ha ospitato il  
     festival basato sul connubio fra film e ristorazione. Un doppio
     piacere per gli ospiti



 _ Fast news                            
  94     Idee servizio


  97     Gare & appalti


  98     Leggi


100     Formazione


104     Fiere & Convegni


110     Da leggere, da guardare


 




C’è la crisi ti vengo incontro

Promozioni –

Reagire al calo dei consumi con operazioni sconto, promozioni, carte fedeltà e una gestione intelligente del magazzino. Un ventaglio di direzioni di lavoro per contrastare i venti della crisi

Allegati

/wp-content/uploads/sites/4/2014/10/promozioni.pdf” target=”_blank”>C’è la crisi ti vengo incontro
Ottobre 2008 / pdf / Numero pagine: 4 / Lingua: Italiana /

L’emporio, volano della cucina

Risto-boutique –

Allestito come un emporio di specialità, l’Envy di Amsterdam mette tutto in mostra, dalle materie prime alla cucina. Stile informale, staff selezionato e menu per tutte le tasche.

L’idea è quella di un delicatessen bar, ispirato per la varietà e originalità delle proposte a uno dei tanti piccoli ristoranti italiani che Bert Van Der Leden, il proprietario dell’Envy di Amsterdam, ha avuto modo di visitare nei suoi frequenti viaggi nel nostro Paese. L’impronta infatti è quella di un emporio del gusto con in bella mostra bresaole della Valtellina, culatelli di Zibello, mortadelle, salami e, poi, formaggi francesi e prosciutti spagnoli. Tutto questo in un locale lungo e stretto con una parete fitta di frigoriferi (ben 26!) che fanno intravedere i tesori alimentari del ristorante. Un’esposizione ad altezza occhi posizionata davanti a un lungo banco in legno allestito per spuntini e cene veloci. I vantaggi sono evidenti: il cliente può quasi toccare con mano le materie prime che poi ritrova nel menu e il suo appetito durante la consumazione è continuamente stimolato dalla visione di tante golosità.

Uno staff che fa consulenza ai clienti

Il menu, che cambia ogni settimana, è composto da un tagliere di affettati con tanti assaggini, l’Envy Deli Meats (prezzo medio 5 €); da uno di formaggi, l’Envy Cheeses, e da due proposte degustazione strutturate su cinque portate (52,50 €) o quattro portate (45 €). Esistono inoltre piatti “unici” (prezzo medio 10 €) come la tartare di filetto di vitello, carciofi, parmigiano Reggiano, rucola e sottaceti o il tonno, marinato e condito con erbe fresche con contorno di avocado. Infine, una sezione della carta è dedicata ai dolci: l’Envy Dessert (7 €), con cinque proposte che ruotano giornalmente. Per accompagnare le portate, il ristorante ha creato un’ampia lista di vini internazionali con una discreta proposta di etichette al calice. Ovviamente, visto la particolarità delle specialità in menu, lo staff è adeguamente addestrato sull’origine e la storia dei prodotti in degustazione. Devono essere infatti in grado di rispondere alle domande di clienti curiosi e desiderosi di sperimentare specialità che non fanno parte del loro bagaglio enogastronomico. Motivo per cui lo staff viene aggiornato sulle novità del menu e partecipa a riunioni periodiche con la brigata e il management per mettere a punto nuove idee a livello di servizio.
Look da locanda e prezzi competitivi
Frequentatissimo, aperto per pranzo e cena, il successo dell’Envy è dovuto al suo stile informale e al concetto di trasparenza: non solo le materie prime sono visibili, ma anche la preparazione dei piatti avviene sotto gli occhi della clientela.
Entrando nel locale la prima cosa che si nota è infatti la cucina a vista, pensata anche come vetrina dell’Envy, essendo affacciata sulla Prinsengracht, una delle arterie più importanti di Amsterdam. Gli arredi, che sono stati curati dallo studio Concrete Design, sono una combinazione di complementi in legno dalle tonalità dark, che donano all’ambiente un’atmosfera di rifugio o di vecchia locanda. Inoltre, la presenza all’interno della lunga fila di frigoriferi posizionati sulla parete destra del locale suggerisce l’idea di un posto autentico dove si punta tutto sulla “sostanza”. La zona consumazione con tavoli in legno scuro può ospitare fino a 54 coperti: qui, visto il numero limitato di posti, è d’obbligo la prenotazione. Non è invece necessario prenotare se si vuole mangiare o prendere un drink seduti al lungo bancone centrale di fronte ai frigoriferi. La clientela è in ogni caso varia, giovani, anziani, gourmet, tutti comunque attirati dall’originalità del menu e, soprattutto, da listini abbordabili. Un atout indispensabile in un città come Amsterdam.

L’antico maniero è un castello di idee

Multifood –

Grande esperienza e tanta passione. Così Gerhard Stecher e Andreas Amort hanno trasformato un maniero medievale, vicino a Bolzano, in un polo che cucina attrazioni a tutte le ore.

Due nomi, un castello, nessun fantasma. A Bolzano, dove quasi tutto ha il doppio nome, italiano e tedesco, Castel Flavòn - Haselburg non fa eccezione. Il castello di origine medievale domina la città da un colle e unisce l’appeal della sua gloriosa storia alla location panoramica. Dopo l’intervento di restauro e ricostruzione storica (2000-2002) a opera dell’architetto Dietmar Dejori, sono riapparsi mura, affreschi, un pozzo, i resti di un torrione e altri preziosi reperti, ora integrati nell’ampia struttura che accoglie ristorante, bar, sale congressi, terrazze e giardino. Bargiornale ha incontrato Gerhard Stecher e Andreas Amort, gli attuali gestori.

Come vi è venuto in mente di organizzare un servizio di ristorazione all’interno di un castello?
Da clienti abbiamo pensato che il fascino della struttura antica e la sua posizione strategica, a soli dieci minuti di auto dalla città, erano richiami efficaci per calamitare il pubblico. Noi, ovviamente, ci abbiamo aggiunto la nostra esperienza, in quanto entrambi proveniamo dall’hotellerie. I primi contatti con il proprietario, l’imprenditore Heiner Oberrauch, sono avvenuti nel 2002. Gli abbiamo esposto il progetto di un locale polifunzionale in grado di fondere ristorazione tradizionale e banqueting: una formula eclettica inserita nei circuiti turistici e dotata di un servizio di lounge bar per catturare anche un target di clientela giovane e di tendenza.
Quali le difficoltà iniziali?
Il giorno dell’inaugurazione, lo scorso 15 marzo, abbiamo testato per la prima volta dal vivo i principali problemi nella gestione di un castello-ristorante. Prima di tutto logistici. Ad esempio, sale, terrazze e giardino (per un totale di 350 coperti) sono situati su diversi piani e raggiungibili attraverso scale e corridoi che non possono essere ampliati o modificati. E, poi, nessun ascensore. Abbiamo ovviato con uno staff giovane e atletico, professionale e, ovviamente, bilingue.
Avete fatto dei cambiamenti rispetto alla vecchia gestione?
Abbiamo ampliato l’orario di apertura: ora il castello è accessibile dalla mattina alla sera, con fasce orarie in cui la cucina è attiva a pieno regime (12.00-14.00 e 19.00-22.30). Orari ideali anche per ospitare i turisti che includono Castel Flavòn nel loro itinerario, rifocillati con spuntini a base di prodotti tipici locali, come speck e formaggi al tagliere (10-11 €).
È stata rinnovata anche la linea di cucina?
Certo, con un ritorno alla tradizione. Dunque, ricette altoatesine rilette in chiave attuale e ingredienti del territorio provenienti da fornitori locali. Frutta e ortaggi provengono in parte dall’orto del castello. I piatti sono del terroir come il prosciutto di cervo e lardo con rotolini di formaggio caprino (13 €), gli spätzle agli spinaci (8 €) o le costolette di agnello con patate al rosmarino (18 €). In menu anche piatti per bambini e vegetariani.

Come siete organizzati a livello promozionale?
Castel Flavòn è diventato in breve tempo una macchina per eventi, feste, concerti, spettacoli teatrali, degustazioni tematiche. Senza contare l’attività di banqueting che genera il 10% del business. Abbiamo individuato come canali promozionali preferenziali radio e stampa locale, oltre al nostro sito internet in continuo aggiornamento.

Colazione al sacco ma riveduta ed eco-corretta

Asporto –

Catturare anche chi non va al bar ma si rintana dietro la scrivania. È ciò che fanno da Up Box a Londra, take away multietnico ed ecologico.

Nonostante il tempo, spesso inclemente, gli inglesi impazziscono per i picnic e, appena si affaccia un raggio di sole, i parchi e i giardini delle città si riempiono di fanatici del pasto sull’erba. Per soddisfare questa passione nazionale è appena nato a Londra Up Box, dove “up” sta per Urban Picnic, che propone ricette internazionali da asporto. La novità sta nel proporre dei box (scatole) ciascuno dedicato a un Paese diverso. C’è la box italiana, con ricette nostrane: involtini di pollo, prosciutto e fichi, insalate capresi e così via. C’è poi quella greca, marocchina, libanese, americana, francese e così via. In totale sono 13 i Paesi finora rappresentati, a rotazione ogni settimana in base alla disponibilità del mercato. Ogni scatola è in cartone biodegradabile, con una mappa del mondo raffigurata all’interno e un’immagine ironica del paese di origine sul coperchio.
«La scatola piace molto - spiega Nick Alfille, contitolare insieme alla moglie Ines - e siamo felicissimi per i commenti positivi che abbiamo ricevuto in così poco tempo. All’inizio facevamo solo scatole per pranzo, che sono ideali non solo per picnic ma anche per pasti in ufficio, ma da metà luglio abbiamo deciso di lanciarci anche nelle colazioni, partendo con brioche e muffin, un ottimo caffè (Fairtrade Union Coffee, ndr) torrefatto nell’East End della City e dei favolosi tè della Rare Tea Company. Poi passeremo anche agli yogurt, ai cereali ecc».

Le virtù della filiera corta e ingredienti bio
Nick e Ines Alfille, lui inglese di origini mediorientali, lei irlandese con nonni colombiani, già si occupavano di catering da più di un anno, con la società Up and Out, quando hanno avuto l’idea di fondare Up Box. «Prima ancora lavoravo come avvocato nella City - racconta Nick - e mi ricordo innumerevoli pranzi consumati dietro una scrivania. Così ho pensato di offrire qualcosa di diverso ai tanti professionisti e impiegati della città. Abbiamo voluto impegnarci a essere il più ecocompatibili possibili - racconta Nick - quindi non solo le nostre scatole sono biodegradabili, ma anche il vassoietto all’interno e le bottiglie di acqua che serviamo (Belu, ndr) sono in plastica degradabile e le posate in legno».
Per quanto riguarda gli ingredienti, il team - marito e moglie, coadiuvati da uno chef e due aiutanti in cucina, più 2 addetti al negozio - si avvale di cibi il più possibile provenienti dall’Inghilterra, con carni e verdure biologiche e pesce proveniente da allevamenti sostenibili. Quali sono le scelte più popolari? «Finora sono piaciute di più le proposte mediorientali, quindi le scatole di Marocco, Libano, Turchia e Grecia. Anche la box americana è andata bene e quelle francesi e italiane sono sempre richieste». Da sottolineare anche l’attenzione per i vegetariani con box dedicati e la corretta politica dei prezzi in una città cara come Londra: 6 sterline a box (circa 8 euro) e 50 p (70 centesimi) la bottiglietta d’acqua.

Dagli Stati Uniti l’happy hour che ci mancava

Gusti –

In rassegna al Fancy Food Show di New York i prodotti di tendenza per il 2009. Buone idee per l’aperitivo.

Ennesimo successo per il 54ª Fancy Food Show di New York: 32.000 mq, 180.000 prodotti food and beverage, 26.000 i visitatori. Organizzato dalla Nasft (National association for speciality food trade), si valuta che l’87% dei contratti annuali del settore vengano siglati durante la questa fiera. Quali sono dunque i prodotti campioni di vendita? O, se preferite quelli che detteranno le tendenze nel 2009?
In linea generale si confermano le direzioni di lavoro già in atto: attenzione al salutismo, tipicità, con un pizzico di creatività in più. Così i nuovi fiori di ibisco in sciroppo di acqua e zucchero di canna, oltre a guarnire le bevande, si possono mangiare rilasciando note di rabarbaro e lamponi. Fiori edibili dunque che si conservano intatti per due anni a barattolo chiuso (wildhibiscus). Curioso anche l’Ume Blanc Wine, da non confondersi con il vino californiano Fumé Blanc. Ume (si pronuncia “wu-meh”) è un frutto originario della Cina simile alla prugna, con cui l’industria giapponese Choya realizza bevande alcoliche, sfruttandone la sua elevata acidità citrica. Sono molto salutari perché le proprietà del frutto facilitano il recupero da sforzi fisici, stimolano la digestione e le funzioni intestinali. Da servire freddo come aperitivo o vino da dessert (500 ml a 12.99$).
Più vicini al gusto italiano i crackers al vino. Tre i gusti: al Vino Rosso e Pepe Nero; al Vino Bianco, Scalogno e Cayenna; al Chianti, Origano e Peperoncino tritato. Da servire accompagnati con formaggi, paté, crudité o all’interno di zuppe e insalate. Mary-Lynn Mondich, chef e proprietaria della azienda avviata nel ‘90 a Long Island, assicura che il non ricorrere all’uso di ingredienti in polvere, fa sì che non si sbriciolino e che mantengano freschezza e consistenza (americanvintage). Da segnalare infine i Mini Cono Saporiti. Cialde da farcire con paté e mousse di 5 sapori diversi: Grigliata Mista, Pomodoro e Basilico, Aglio, Prosciutto, Naturale al Sale (270 coni a 30.99 $ yohay).

Elogio del shochu, distillato giapponese

Spirit –

Derivato dalla distillazione di patate dolci, orzo, riso o sesamo, il shochu ha preso il sopravvento sul più famoso sake. Piace il gusto assai caratterizzato e l’alcolicità ridotta.

En Shochu a New York, il ristorante-lounge Shochu a Chicago e Shochu Lounge a Londra. Locali con un unico denominatore comune: rendono omaggio tutti all’omonimo distillato giapponese che negli ultimi tempi raccoglie i più ampi consensi. «Abbiamo faticato non poco a trovare distributori e importatori - osserva Lynn Wallack del Shochu, e aggiunge - ma oggi tutto è più facile perché sempre più consumatori richiedono il shochu. Gli occidentali lo paragonano alla vodka, pur con tante differenze. È meno alcolico e con evidenti aromi primari».

Risultati di vendita migliori del sake
«Sempre più shochu e sempre meno sake», esordisce Monica Samuels di Southern Wine & Spirits di New York ed ex sommelier del sake per Sushi Samba, la catena di ristoranti giapponesi-brasiliani-peruviani (a New York, Miami, Chicago, Dallas e Tel Aviv) ed aggiunge: «Si presta meglio alla vita notturna; ma solo di recente i giapponesi hanno iniziato a considerarlo rispettabile e trendy, grazie proprio ai shochu più pregiati. Tradizionalmente era la bevanda dei poveri e anni addietro era considerato uno spirit per anziani». L’origine esatta del shochu è sconosciuta, ma il primo documento che lo cita fu trovato nell’isola di Kyushu, nel sedicesimo secolo. Si pensa che la distillazione sia arrivata lì via Tailandia, dove altri dicono giunse dalla Cina, attraverso la Corea. Ancora oggi il shochu è prodotto in tutto il Giappone; ma in particolare nell’isola di Kyushu, la più meridionale. Nella prefettura di Kagoshima, a Kyushu, niente sake o altre bevande alcoliche, solo shochu. A differenza del sake, che molti ritengono adatto al cibo, è più indicato per cocktail o drink dopo-pasto. Così a Las Vegas, Luigi Albergnanti, sommelier di sake e shochu al Shibuya, all’Mgm Grand Hotel & Casino, spiega: «Tra i cocktail più richiesti c’è il Raspberry Shizuku, con lamponi freschi, shochu e succo di limone, servito in una coppa Martini».
Un’infinita gamma di aromi
Il ristorante En Japanese Brasserie, nel West Village di Manhattan, ha un piccolo shochu bar, l’En Shochu. Takahiro Okada, manager del settore bevande, nota: «Quand’ero bambino la gente non voleva bere il shochu da patate dolci perché il profumo e il gusto erano troppo forti; mentre apprezzavano quello d’orzo; ora invece la patata dolce trionfa!». Tra le marche preferite: Satoh (da patata dolce), da un piccolo produttore di Kagoshima, dove il clima caldo e il suolo vulcanico ben si prestano alla coltivazione (10$ a bicchiere); il delicato “Gankutsu Oh” (da riso) da Kumamoto (9$); il “Beni Otome” (da sesamo) da Fukuoka (6$), ideale per cocktail.

L’ambizione del gelato: valorizzare il territorio

Gelaterie –

Materie prime biologiche e il menu dei gusti in italiano e in romagnolo. Così i fratelli Ceccarelli hanno fatto della gelateria Biodelirio di Rimini un caso scuola

La sera ci vanno i giovani aspettando l'ora della discoteca, ma per tutto il giorno è un pellegrinaggio incessante di famiglie, ragazzi, anziani. E se Rimini, capitale della movida romagnola, ha eletto la gelateria Biodelirio a locale cult, un motivo ci deve essere. “Cius snà e de ad Nadel”, cioè chiuso solo a Natale, è scritto sul cartello con gli orari dell'esercizio (dalle 11 alle 2). Un'indicazione in dialetto in linea con la filosofia dei titolari, i gemelli Fabrizio e Francesco Ceccarelli: «Il dialetto - dicono - è un patrimonio che va salvato e usato».

Elenco dei gusti in dialetto

Per questo l'elenco dei gusti del gelato (a 16 euro al kg) è in romagnolo: “baleusa imbariega”, (castagne affogate), “còcli s'i dàtar” (noci con datteri), “mòinta” (menta) o “arcòta s'al zròisi” (ricotta e amarene), con tanto di traduzione. Il gelato dei Ceccarelli è prodotto con ingredienti biologici (e sono in corso le pratiche per ottenere la certificazione bio per il gelato da parte dall'ente autorizzato), che selezionano attentamente le loro materie prime e ci tengono a farle conoscere ai clienti: «Spiegare la provenienza degli ingredienti e come nasce il gelato - assicurano - è fondamentale perché il cliente abbia coscienza di come è stato prodotto». I due gemelli approdano al mondo del gelato nel 2000 con Arcobalenobio, mininegozio controcorrente: mentre il mondo della gelateria proponeva gusti estrosi, loro andavano alla scalata del mercato solo con fiordilatte, nocciola e cioccolato fondente. Tre soli gusti, ma davvero molto speciali.
Da un paio d'anni i due hanno inaugurato un nuovo locale nel centro storico, ma la filosofia produttiva è immutata: il punto di partenza sono materie prime da coltivazioni biologiche.
Spiega Fabrizio: «Biologico vuol dire soprattutto naturale. Non ci devono essere aromi artificiali e anche con i dolcificanti bisogna starci attenti: sciroppo di glucosio, zucchero bianco e invertito sono al bando. Usiamo solo dolcificanti biologici come miele, melata di bosco, succo di mele, mosto d'uva, malto di riso e succo d'agave messicano. L'unico addensante che a volte usiamo è naturale: il kuzu, una radice giapponese ricca di amido». Ma non basta. «Per anni - continua Fabrizio - abbiamo servito i gelati solo in coppa: era l'unico modo per non “inquinarli”. Ora abbiamo trovato un'azienda della Garfagnana che prepara cialde biologiche di farina di riso arrotolate a mano: il cono ideale per il nostro gelato».

Un gusto nuovo ogni sei mesi

Quando hanno inaugurato il loro nuovo locale, il caso ha voluto che vi entrasse Piero Chiambretti. Tanto è bastato: il presentatore li ha voluti come ospiti fissi a Markette, poi al Dopofestival di Sanremo. La pubblicità è andata a ruota e i due gemelli sono stati ingaggiati per uno spot e anche il cinema ha fatto lo stesso (si sono visti in “L'allenatore nel pallone 2, vent'anni dopo”, con Lino Banfi, e quest'estate hanno girato “No problem”, con Vincenzo Salemme e Giorgio Panariello).
Eppure i due non si sono montati la testa: «Continuiamo a studiare - dicono - e non riusciamo mai ad aggiungere più di un gusto ogni sei mesi. Oggi siamo arrivati a una trentina, ma che fatica!».

Hong Kong e il vino esentasse

Export –

Hong Kong è la porta d’accesso per l’export di vino in Asia. La recente abolizione dei dazi ha già scatenato la concorrenza dei produttori europei. E l’Italia sta a guardare

Lo scorso febbraio l'amministrazione di Hong Kong ha eliminato in un colpo solo tasse e dazi sull'importazione di vino. Pochi giorni dopo, si muovevano dai porti europei navi container cariche di vini pregiati destinati al mercato asiatico. Nelle settimane successive, fiutato l'affare, molte società di distribuzione cinesi ed internazionali annunciavano l'apertura di una sede nella città di Hong Kong, divenuta la porta d'ingresso privilegiata per la commercializzazione del vino in estremo Oriente. Ma è anche lo stesso mercato di Hong Kong a fare gola a tanti: una città ricca, moderna, attenta alle mode e alle nuove tendenze, piena di ristoranti internazionali, ben 130 di cucina italiana. E soprattutto, una popolazione benestante con 30mila miliardari.

Wine futures e aste per milioni di dollari

Molti analisti sostengono che il business del vino in Asia si giocherà tra Hong Kong e Singapore, la rete della concorrenza è però più larga di quanto si pensi. A metà agosto anche l'ex colonia portoghese di Macao, oggi regione amministrativa speciale della Repubblica Popolare Cinese, ha eliminato in un sol colpo tasse e dazi sul vino. Secondo l'Hong Kong Trade&Distribution Council dal giorno dell'azzeramento fiscale ha preso a svilupparsi con grande vitalità anche un altro comparto, quello degli investimenti sul vino. Ovvero: titoli en primeur (i wine futures), aste e fondi di investimento. Un comparto che sta crescendo addirittura più velocemente del tasso d'importazione del vino.
Francesi all'attacco dell'Asia

Ben dieci aste sono in programma l'anno prossimo. «E per il 2008 - prevede William Chan, presidente della Hong Kong Wine&Spirit Industry Coalition - un valore in vini pari a 30 milioni di dollari sarà battuto all'asta».
Colte al volo le intenzioni, i più agguerriti Paesi produttori, Francia e Australia in testa, si sono mossi per tempo per consolidare (i francesi) o migliorare (gli australiani) le proprie quote di mercato. La Francia, che a Hong Kong promuove da anni una scuola di formazione sul vino, ad agosto ha siglato un accordo con il governo locale che prevede una collaborazione con la Camera di commercio di Bordeaux per favorire la formazione sul vino e la distribuzione. L'Italia, invece, stenta a dare un'immagine di sistema e soprattutto a essere presente e ben visibile sul mercato locale. A parte alcuni grandi nomi, come Gaja, Antinori e Masi, non riusciamo ad essere efficaci e fare gioco di quadra.
Abbiamo però un grande vantaggio, l'appannaggio dell'alta ristorazione di Hong Kong. Oggi nei top hotel di Hong Kong i ristoranti di alta qualità sono tutti italiani, dieci anni fa erano francesi. Il problema è che si mangia italiano, ma si beve francese. Non ovunque e non sempre, però la tendenza è questa. Inoltre siamo fiacchi sul marketing a confronto dei soliti australiani e francesi. Lo sostengono i più grandi importatori di Hong Kong e della Cina. La posta in gioco è molto alta. Il consumo di vino in Asia gioca al raddoppio: varrà 12 miliardi di dollari nel 2012 e 27 miliardi nel 2017. È in questo scenario che si inserisce la mossa di Hong Kong: intercettare il 24% del vino importato in Asia nel 2012 e il 33% nel 2017.

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