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Per il successo delle serate non occorrono i Pr

Nuove formule –

Un gestore di Rho, nel milanese, ha deciso di non delegare alle figure esterne l’organizzazione degli eventi. Con ottimi risultati

Spesso per organizzare una serata ci si affida a Pr o a direttori artistici, a persone cioè che possano costruire e organizzare le serate garantendo la presenza di un certo pubblico. Ma c'è chi ha scelto una terza via, quella del fai da te, e con buoni risultati. Il signore in questione è Salvatore Bongiovanni, food & beverage manager dell'Extrò Grill Cafè di Mazzo di Rho, spazio multifunzionale che offre intrattenimento dal pranzo all'aperitivo, alla cena. Nel suo locale l'F&B deve affrontare una realtà complessa. «Offriamo - spiega Bongiovanni - quattro serate a tema, dal mercoledì al sabato e un aperitivo musicale la domenica. Ho deciso di prendere in mano la gestione diretta degli artisti e del personale che lavora per me e con me all'Extrò». Nasce così l'idea di “Eventi Stupefacenti”, un vero marchio delle serate a tema organizzate nel suo locale che contraddistingue tutta l'attività manageriale intrapresa da Bongiovanni nelle gestione degli spettacoli e degli artisti che li interpretano.

Un team tutto interno
«Dagli anni '80 in poi la figura del Pr che crea serate e porta gente in un locale è vista come indispensabile. A mio parere invece oggi è possibile agire diversamente e creare un team di lavoro che controlli tutta la gestione di un evento, compresa la parte artistica. Per questo, con “Eventi Stupefacenti” abbiamo dato vita a un nuovo modo di gestione degli artisti, sviluppando un prodotto ben fatto e adatto al mio locale ma nello stesso tempo vendibile anche altrove. Proprio perché organizzato e gestito in modo professionale». Ecco allora che Bongiovanni oggi è non più solo gestore e promotore di un locale ma anche manager artistico con ottimi risultati. Durante le serate a tema con animazione e con musica live infatti le presenze nel locale aumentano in media sempre del 30-40% e in alcuni casi raddoppiano. Le sue “Ragazze Stupefacenti” inoltre non solo animano per due venerdì al mese le serate dell'Extrò con spettacoli in stile “Coyote Ugly” o “Moulin Rouge”, ma sono protagoniste di un piccolo tour anche in altri locali italiani.

Cachet differenziati
Il cachet per un loro spettacolo parte dai 120 euro ad artista, escluse le spese di trasferta. Allo stesso modo girano i musicisti “Stupefacenti” che suonano per Bongiovanni jazz e bossanova nelle serate live e negli aperitivi musicali. Per una loro performance servono dai 180 ai 600 euro a seconda del numero di musicisti. Ma per fare questo salto in avanti dal ruolo di puro manager e arrivare a organizzare e gestire in toto una serata cosa non deve mancare? «Un briciolo di fantasia e tanta comunicazione - conclude Bongiovanni. La comunicazione è fondamentale e curo personalmente ogni aspetto dell'immagine, comprese locandine e menu. E non dimentico Internet. Oggi la Rete è una risorsa indispensabile: grazie al portale Myspace, per esempio, posso fare provini virtuali e contattare artisti senza alzarmi dalla scrivania. E su Facebook ho creato una pagina del locale garantendomi migliaia di contatti».

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Lavoro flessibile anche nei bar

Risorse umane –

Picchi stagionali, week end, ricorrenze. In certi periodi serve più personale. Ecco quali forme di lavoro flessibile e a costo ridotto il gestore del locale può adottare in tutta tranquillità

Stagione estiva o feste natalizie, weekend, periodi “di punta”. Sono queste le situazioni in cui molti locali pubblici italiani possono aver bisogno di personale extra, che lavori magari per un tempo limitato, ma sia inquadrato nel momento giusto e, soprattutto, sia efficiente, preparato e facile da reperire. Non stiamo parlando di un'esigenza rara. Secondo un'indagine della Fipe, la Federazione italiana dei pubblici esercizi, il bar italiano ha una media di 2,9 dipendenti. È, insomma, nella stragrande maggioranza dei casi, una microimpresa, a conduzione familiare, che in qualsiasi momento può aver bisogno di una mano in più. E non solo nei periodi caldi dell'anno, ma anche per una malattia o l'assenza di anche uno soltanto degli addetti.
Quali sono allora le forme di inquadramento temporaneo applicabili e in quali limiti temporali? Siccome negli ultimi tempi sono state introdotte delle modifiche ad alcuni tipi di contratto, abbiamo chiesto un aggiornamento a Giampiero Falasca, docente di Diritto del lavoro e della previdenza sociale, e avvocato nello studio legale internazionale Simmons & Simmons nonché collaboratore della Guida al lavoro de Il Sole 24 Ore.
«I contratti di lavoro temporaneo più adatti ai locali pubblici - spiega Giampiero Falasca - sono il contratto a termine, il lavoro intermittente e il contratto di apprendistato, con costi e regole differenti. Il contratto a termine è indicato per periodi di lavoro di durata superiore al mese, e inferiore ai tre anni. Lo stesso vale per l'apprendistato, con la sola differenza della durata massima, che può arrivare a quattro anni. Se il locale ha bisogno di prestazioni realmente saltuarie sia nella dislocazione temporale, sia nella durata, non c'è dubbio che il contratto più adatto è quello di lavoro intermittente. Questo contratto garantisce la possibilità di richiedere lo svolgimento della prestazione lavorativa nei soli periodi in cui c'è bisogno».
Attenzione però, perché bisogna fare alcuni distinzioni. «Il contratto - sottolinea Falasca - può essere stipulato da qualunque impresa, e con qualunque lavoratore, per il lavoro nel week-end o in periodi predeterminati come le ferie estive, le vacanze natalizie o quelle pasquali. Se invece le prestazioni sono richieste in periodi diversi da questi, il contratto può essere stipulato solo con lavoratori con meno di 25 anni o con più di 45 anni, anche pensionati».

Il lavoro a chiamata

Esiste però un altro problema. Se individuo un valido collaboratore per il mio locale, che mi serve però soltanto a singhiozzo, quanto posso contare sulla sua disponibilità? Dover cambiare ogni volta persone, soprattutto per un locale che può trovarsi spesso nella necessità di un rinforzo, non è un fatto positivo: si tratta ogni volta di inserire l'addetto da zero, con perdite di tempo, incomprensioni e inevitabili tensioni. Il contratto di lavoro a intermittenza prevede in qualche modo anche questa eventualità. Innanzi tutto stabilisce, come ci fa osservare Falasca, che «il lavoratore sarà pagato solo per le prestazioni di lavoro svolte e che il datore di lavoro, potrà chiedere, previa “chiamata”, di lavorare solo quando ne ha bisogno. La legge prevede anche che il lavoratore possa rifiutare la “chiamata”, a meno che non si sia obbligato in precedenza a rendersi sempre disponibile. In questa ipotesi, tuttavia, il datore di lavoro dovrà corrispondere un'indennità, che andrà a compensare la disponibilità e che ammonta a circa il 20% della retribuzione mensile di un lavoratore a tempo pieno». Insomma, se si vuole utilizzare a intermittenza sempre la stessa persona bisogna comunque in qualche modo “comprare” i suoi servizi anche nel tempo in cui resta inattivo.
Tutto ciò non basta però. Chi svolge un lavoro con contratto di somministrazione è anche tenuto infatti a sottostare a una formazione che deve essergli impartita dall'azienda e che deve riguardare sia il modo di trattare gli alimenti sia l'igiene personale. Fino a novembre del 2007 le imprese avevano 120 giorni di tempo per colmare un eventuale “vuoto” di formazione riscontrato nel proprio dipendente, ma poi la legge è cambiata, e gli operatori alimentari, anche quelli precari, devono poter dimostrare una formazione piena e completa.
E tale concetto è ribadito anche l'avvocato Falasca: «I lavoratori temporanei devono essere formati come tutti gli altri. Il gestore risponde per tutti gli illeciti causati dai propri dipendenti verso i terzi; quindi, è bene curare la preparazione dei dipendenti. Se il locale svolge attività per le quali il personale deve essere fornito di specifiche abilitazioni, il lavoratore temporaneo deve disporre di questi titoli, al pari degli altri».
Come ovviare al problema? Innanzi tutto verificando, all'atto dell'assunzione temporanea, il livello di formazione del dipendente. Altrimenti, sottolinea Giampiero Falasca, «può essere utile ricorrere al contratto di apprendistato che, a seguito delle modifiche introdotte con la manovra d'estate (DL 112/2008), non ha più una durata minima. L'apprendista potrà quindi svolgere una prestazione stagionale (così anche Circolare del Ministero del Lavoro 10.11.08), svolgere formazione professionale utile all'azienda, e garantire sostanziosi risparmi sul costo del lavoro (circa 20% di contributi previdenziali in meno, retribuzione ridotta)».

Creativi e fruttati, i cocktail delle regine

Mixability –

A Milano, l’ultima edizione di Lady Drink conferma il primato di una mixability rosa che ha saputo ritagliarsi uno spazio proprio con drink beverini, fruttati e finemente decorati

Cinque anni fa abbiamo incontrato all'edizione di Lady Drink di Bibione barlady alle prime armi che oggi sono campionesse e professioniste affermate. E, quest'anno, all'ultima edizione (per la cronaca, la dodicesima), all'Enterprise Hotel di Milano, barmaid di grande esperienza hanno ribadito un primato tutto femminile nell'arte della miscelazione.
Una cocktellerie ormai distinta da quella maschile e senza complessi d'inferiorità. A cominciare dai gusti. Tra i cocktail presentati a Lady Drink in questi 12 anni, più o meno 1.500 ricette (120 circa per ogni edizione), emergono miscele create su misura per un pubblico femminile, drink da signore per signore. Cocktail dolci, ma non “sdolcinati”, completati per alleggerirli con soda spumanti e ready to drink.
Drink beverini, dove la frutta, in sciroppo, succo, nettare, è la vera regina. E poi le decorazioni. Il luogo comune vuole che le donne in questo campo siano più portate dei colleghi maschi. Il luogo comune ha un certo fondamento.
Il bicchiere, complemento fondamentale
Le concorrenti di Lady Drink (tutte con “patente” Aibes o aspiranti) hanno dimostrato una mano d'artista nell'intaglio della frutta e, soprattutto, una particolare attenzione al bicchiere: ci pensano due volte prima di addobbarlo come un elegante albero di Natale. E hanno stile. Come dimostra la ricetta, ideata insieme al mixologist Fabio Bacchi, della trionfatrice assoluta a Lady Drink 2008, Lucia Milone dello Scimlis di Bari. Una versione riveduta del classico Whiskey Sour (nel box la ricetta), realizzata con tecnica sartoriale. «Ho usato - spiega Lucia Milone - quattro boston, uno per cocktail, per miscelare e per shakerare. Così ho amalgamato al meglio tutti gli ingredienti. Per completare l'opera ho aggiunto foglie di menta e gocce di oli essenziali di lime, ma senza shakerarli insieme al resto per non rovinare l'equilibrio». Un bella prova di professionalità. In rosa.

La sommellerie è bella online

Blog –

Andrea Gori, vicecampione d’Europa dei sommelier, ha anche un’altra passione: l’informatica. E la sfrutta per dar vita a un ricco blog o crearsi una rete di amici che poi riesce a portare al Burde di Firenze

Ad Andrea Gori, che lo scorso maggio ha ottenuto a Londra il titolo di Vice Campione Europeo Sommelier, piace definirsi un “sommelier informatico.” Con un primo pc a otto anni, un’email già nel ‘95 e un sito personale dal ‘98, computer e internet sono venuti prima del vino, sebbene la sua sia una famiglia di ristoratori da 4 generazioni.
Oggi è certamente il sommelier italiano più presente nel web 2.0, andando oltre il sito internet e dritto verso blog e social network. Internet per lui è fonte di informazione e aggiornamento, ma anche luogo dove confrontare le esperienze fatte sul campo. Una presenza che, sia ben chiaro, non è adatta a tutti. Perfetta per chi ama il proprio lavoro e ha voglia di condividere le opinioni, ma poco non compatibile a chi non ama mettersi in discussione (il blog è aperto anche ai commenti negativi). Non solo. Sostiene Andrea: «Se non metti in conto di investire minimo due ore al giorno per almeno 6 mesi, non ha senso nemmeno iniziare a bloggare» perché essere blogger vuol dire anche partecipare ai blog degli altri.

Informazioni in rete
Oltre al blog, Gori diffonde i suoi pareri sul vino anche con video, foto e file audio pubblicati su Flickr o Youtube. Da qui poi gli enonauti arrivano sul suo sito. «Molti appassionati che cercando informazioni su un vino - spiega Gori, che lavora da Burde a Firenze - ne trovano la video degustazione su Youtube o sul mio sito e così conoscono il locale. E magari quel vino vengono a berlo qui». Al tempo stesso, Gori riesce a entrare in contatto diretto con le aziende vitivinicole italiane e straniere che apprezzano questo tipo di presenza online. Certo, non sempre si riesce a realizzare un video “virale” (ovvero filmati particolarmente riusciti che si diffondono tra gli appassionati con la velocità dei virus, da cui il nome), ma qualche link fortunato può fare la differenza.

Network di eno appassionati
Un’altra area particolamente sfruttata da Gori è quella dei social network, siti nati con lo scopo di creare luogo di conoscenza tra gli iscritti. Ce ne sono di generici come Facebook e MySpace e di dedicati al vino, come Corkd, Cellartracker e l’italiano Vinix. Entrambe le categorie permettono a Gori di creare proprie “reti di amici” e quindi, in un secondo momento, attrarre clientela nuova, anche completamente digiuna di vino e gastronomia, al Burde.
E gli investimenti pubblicitari su internet per il vino? Secondo Andrea, con la frammentazione che c’è in questo mercato, la presenza online deve essere già solida quando si comincia a investire in pubblicità online. Altrimenti si rischia di disperdere questi sforzi economici.

Turismo, a Natale si viaggerà ma spendendo meno

Scenari –

L’indagine Confesercenti-PublicaRes-Swg dice che 15 milioni di italiani si muoveranno ma diminuirà la spesa individuale. Gli operatori prevedono una netta flessione degli arrivi per tutto l’inverno

Potrebbero essere circa 15 milioni gli italiani in viaggio nelle prossime vacanze natalizie, ben due milioni in più rispetto al 2007. La previsione ottimista è frutto di un'indagine Confesercenti-PublicaRes-Swg sulle intenzioni dei consumatori, secondo cui a muoversi saranno prevalentemente gli abitanti del centro-nord (+4% rispetto allo scorso anno), mentre al sud (con partenze in calo del -2%) si preferirà trascorrere il periodo di risposo tra le mura domestiche.
I segnali di crisi, però, arrivano dal fatto che i viaggi saranno in media più economici, dato che le previsioni di spesa individuale si attestano sui 593 euro a persona, al di sotto della media del 2007. La spesa totale prevista è comunque pari a 9 miliardi di euro, 1,3 miliardi in più rispetto allo scorso anno.
Il risparmio individuale deriverà anche dal fatto che aumenterà la quota di chi alloggerà presso amici o parenti (30%), seguita da un 25% di intervistati che sceglieranno come soluzione albergo o pensione. In aumento dell'11% il numero degli italiani che prediligeranno, invece, l'accoglienza dei bed and breakfast. Rispetto al 2007, inoltre, cresce la quota (39%) di quanti faranno da sé, prenotando il viaggio attraverso internet o il telefono.
L'attenzione al risparmio emerge anche dalla scelta delle mete turistiche. Rispetto al 2007, infatti, si registra una minore propensione a viaggiare in Europa, mentre la meta preferita è la vacanza italiana: la sceglie il 76% degli intervistati con preferenze che si concentrano soprattutto su Lazio, Trentino Alto Adige, Lombardia e Veneto.


Le previsioni sul semestre
Per l'inverno 2008-2009 (novembre 2008-aprile 2009) le percezioni rilevate presso gli operatori del settore forniscono un quadro del turismo poco incoraggiante. L'indagine congiunturale Ciset/Federturismo Confindustria dello scorso novembre, infatti, mette in luce una probabile netta diminuzione del turismo in Italia, sia straniero che domestico, in linea con quanto già registrato nella scorsa stagione estiva.
Gli operatori italiani intervistati prevedono per il semestre una diminuzione complessiva del 2,5% degli arrivi di turisti stranieri e dell'1,8% delle presenze rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Per quanto riguarda gli italiani, invece, gli arrivi dovrebbero registrare una flessione del 2,8% e le presenze del 2,0% .
Gli associati di Federturismo Confindustria si attendono la stessa tendenza negativa ma più accentuata: prevedono una diminuzione del 5,0% degli arrivi stranieri (del 6,3% delle presenze) mentre per quanto riguarda gli italiani gli arrivi dovrebbero registrare una flessione del 3,3% e le notti del 4,6% rispetto all'inverno 2007-2008.
Il turismo domestico subirà un cambiamento nelle abitudini dei consumatori, che rinunceranno alle vacanze invernali o ridurranno la durata del soggiorno, optando per mete più vicine oppure per soluzioni di vacanza più economiche (ad esempio, in casa di parenti ed amici). Su questo quadro influirà, inoltre, l'andamento dei prezzi, sul quale secondo gli operatori si gioca la capacità dell'Italia di competere con i principali concorrenti esteri, sia sul fronte del turismo internazionale che su quello domestico.

Il locale sceglie la formula resort

Club –

Il Pes.Co di Venezia gioca la carta dell’intrattenimento, spaziando tra sfilate, dj set e serate a tema. E il food non è da meno

Da Slow Food a Show Food. Blunotte, celebre gruppo di imprenditori veneti attivi dal 1992, ha unito i concetti di cibo e spettacolo in una proposta originale di ristorazione “animata” che costituisce il punto di forza di Pes.Co, il nuovo locale polifunzionale nato a Tessera (Ve), poco distante dall'aeroporto Marco Polo. 13. 000 mq di shop, serra e parco di proprietà di Benetazzo Group sono stati convertiti per un concept innovativo, un villaggio votato all'intrattenimento aperto tutti i giorni (tranne il lunedì sera), simile a un resort a 5 stelle.

Per le consumazioni c'è la drink card
 L'accesso al locale, dalle 9 alle 2, è libero e strutturato con il pratico metodo della drink card da utilizzare per i vari tipi di consumazione. Il fulcro dell'offerta rivolta a un target di pubblico trasversale è la cucina di qualità. Per questo motivo, spiega Fabio Quadrelli di Blunotte, è stato scelto uno chef executive esperto come Remo Marchiori, con il compito di guidare la brigata di 8 chef e creare piatti “multisensoriali”. Il Food Classic, con menu à la carte, aggiornato ogni 15-20 giorni, presenta pasta fatta in casa, piatti vegetariani, pietanze a base di pesce e carni selezionate provenienti da allevamenti del Nebraska, fiorentine, tagliate, spiedi alla griglia (conto, 35-40 euro). I vini d'accompagnamento sono locali, italiani e internazionali (da 12 a 600 euro), disponibili anche al calice. Per il pesce freschissimo (Zanon Seafish) si segue un preciso rituale: il cliente lo sceglie dal banco della “pescheria” per una grigliata ad hoc, cotta a vista. Particolare successo riscuote inoltre l'alternativa orientale, il sushi, per il quale è stata creata appositamente un'ambientazione etnica. Le materie prime fanno la differenza anche nelle pizze classiche e creative che preferiscono la mozzarella di bufala e altri prodotti di nicchia, da abbinare a una selezione di birre artigianali italiane e belghe.

Spettacoli per tutti i gusti
Bocconi raffinati anche nel buffet e in versione finger food, serviti con aperitivi, drink e cocktail innovativi. Rispetto alla versione estiva con piscina e solarium, l'aspetto invernale del Pes.co è improntato su sale interne e giardino botanico, arredati secondo uno stile sempre in bilico tra passato, presente e futuro. I vasti spazi comprendono due bar scenografici, zone dedicate alla ristorazione, salotti confortevoli, aree per esposizioni. Al ristorante si associa dunque l'intrattenimento in una formula che supera il tradizionale dinner&dance: ad esempio, balletti sfilate di moda e concerti anticipano l'immancabile dj set. Al momento dell'aperitivo si svolgono spesso presentazioni d'arte, moda e design, mentre le serate a tema trasformano completamente il locale che, improvvisamente, cambia colori e scenografie.

In trattoria solo bottiglie in formato magnum

Nuove proposte –

Un locale di Bologna sceglie lo standard extralarge, ma il prezzo del calice è abbordabile

Mignon il locale, magnum le bottiglie. Sì, alla Trattoria Bertozzi, appena 20 coperti nascosti in una storica via commerciale di Bologna, via Andrea Costa, i titolari Alessandro Berti e Fabio Gozzi hanno pensato bene di trattare il vino con un approccio insolito. Con reverenza ma anche informalità: solo bottiglie magnum, fanno bella mostra dagli scaffali. E solo da questi grandi formati servono vino al calice. In allegria, ma correttamente, senza alcun sussiego o cerimoniosità: non c'è carta dei vini scritta. Si sceglie a vista, ma più spesso è Alessandro Berti, in sala, a raccontare i vini e a guidare opportunamente il cliente.

Buona idea di origine francese
 «È un'idea che abbiamo “copiato” pari pari da un locale visto in Francia - ammette con schiettezza Alessandro Gozzi -. Stavamo giusto per aprire questo nostro locale (a settembre 2007), dopo varie esperienze nel settore, e così abbiamo adottato questa modalità di servizio, che dà importanza al vino, gratifica il cliente, e permette di realizzare alcune economie di scala». Con una certa rotazione periodica, con innesti graduali, vengono individuate 7-8 magnum di rosso e 7-8 di bianco. Da questa dotazione, visibile appunto a scaffale, sono proposti e serviti i calici. «Il prezzo del bicchiere è unico, 3,50 euro. Lo calcoliamo da una sorta di media fra le varie bottiglie prescelte in quel periodo. Ciò ci permette di semplificare i conti, di ottenere un giusto ricarico, ma anche di offrire un prezzo abbordabile, che così è invitata a ordinare un secondo o terzo vino. Magari, cambiando completamente tipologia». La rosa di bottiglie da usare al calice naturalmente si colloca in una fascia di prodotto medio, tenendo conto che le etichette in magnum sono già di per sé di un certo pregio. «Qui da noi, comunque, è anche possibile ordinare una magnum intera - interviene il “compare” Fabio Gozzi - in questo caso prelevata però da una gamma di etichette (un'ottantina) di ancora maggior valore, cioè riserve e selezioni, di prezzo importante. E se la bottiglia non viene terminata diamo la possibilità di portarla a casa».

Approvvigionamenti laboriosi
Per quanto riguarda la gestione della cantina, per certi versi è un pochino più più difficoltosa, perché l'approvvigionamento è più dispersivo e laborioso. Sono infatti relativamente poche le aziende che hanno magnum in gamma, e ciò richiede di lavorare con più rappresentanti per ordini piccoli. Ma con gli abbinamenti come se la cavano da Bertozzi? La cucina è assolutamente tradizionale, ma di alta qualità: cotoletta alla bolognese, polpette, zucchine ripiene sono fra i cavalli di battaglia, oltre alla pasta fatta in casa. Il tutto permesso dal piccolo numero di coperti e dal fatto che la Trattoria Bertozzi non ha altro personale oltre ai due soci.

Un'offerta ampia
Tornando ai vini va sottolineato che l'offerta è piuttosto ampia e non solo legata al territorio: si va dal Verdicchio Salmariano di Marotti Campli a un Montepulciano d'Abruzzo di Masciarelli, da un Gavi di Gavi Villa Sparina a rossi come Gutturnio dei Colli Piacentini, Sangiovese di Romagna, Orcia Doc del senese e così via.

Riscontri positivi in breve tempo
Il servizio magnum è stato ben accolto, da subito, dai bolognesi, che pur essendo abbastanza tradizionalisti sono anche sensibili alle mode in fatto di vino. Anzi, la formula 'solo magnum' permette al duo Bertozzi di fare anche una certa “scena” nel servizio, il che in una trattoria non guasta.

Affari d’oro con la pizza a prezzi bloccati

Locali –

Una pizzeria di Roma punta sul target famiglie e propone una formula per quattro persone a 10 euro

Crisi dei consumi, ma la pizza rimane ancora un porto sicuro, un'occasione per le famiglie che non vogliono rinunciare al fuoricasa. Lo sa bene Michele Marturano, 34 anni, proprietario a Roma di sette punti Mary Pizza e ideatore della formula “Pala Family”, una pizza a forma di pala per quattro persone: pesa 1,5 kg e viene venduta a 10 euro. Rossa, capricciosa o margherita non fa differenza, il prezzo non cambia. Il cliente può scegliere tra 40 tipi di pizza e sempre a sua scelta può farla preparare in tre gusti diversi, tutto sulla stessa “pala”. Si può consumare sul posto, portar via, oppure aspettarla comodamente a casa. E, senza costi aggiuntivi, c'è la consegna a domicilio. «Questa formula è stata introdotta quattro anni fa e ha avuto un immediato successo. Nell'ultimo anno però anche a causa del costo della vita abbiamo registrato un incremento del 25-30% di ordinazioni, con dei picchi tra il 20 e il 30 di ogni mese, quando lo stipendio sta per finire - sottolinea Marturano, che aprirà a breve due nuovi Mary Pizza nella capitale -. Il nostro guadagno è di appena di 1 euro a “pala”, però riusciamo a recuperare i nostri margini con la vendita di bevande e altri cibi, come supplì e crocchette. La pizza al taglio invece ci permette di recuperare un margine del 35%». Mary Pizza è una classica pizzeria al taglio con alcuni posti a sedere. I sette locali sono accomunati da un logo comune in rosso, da interni gialli e da una trentina di coperti. Il grosso del business di Mary Pizza proviene dalla pizza al taglio, però la “Pala Family” inizia a rosicchiare “quote di mercato”: ogni giorno ne vengono infatti sfornate in media un centinaio a punto vendita. Per l'impasto la base di partenza è la farina di grano tenero “manitoba” del Nord America ricca di proteine e in grado di assorbire più acqua e di rendere più elastica la base. Per la farcitura sono utilizzati solo prodotti freschi.

Primi laureati per Bar University

Formazione –

Gestori di locali e manager hanno affollato i primi corsi del nostro centro di formazione specializzato nel mondo del bar. Con idee e trucchi da applicare all’istante

Posti esauriti, aule affollate, allievi attenti a non perdersi nemmeno una parola: il ciclo autunnale dei corsi di Bar University, il centro di formazione di Bargiornale specializzato sull'universo dei bar, si è chiuso con successo. Abbiamo chiesto al direttore dei corsi, Oscar Cavallera, un bilancio a caldo di questa stagione d'esordio.

Offrire una formazione il più possibile pratica era l'obiettivo di partenza di Bar University. Lo ritiene raggiunto?

Il complimento più bello che ho ricevuto da un gestore, al termine di uno dei corsi che abbiamo fatto, è stato: “Finalmente una scuola dove si imparano cose che posso mettere in pratica già da domani nel mio locale”. Era quello che volevamo. Ci siamo posti fin dall'inizio l'obiettivo di far capire ai gestori di oggi che il mondo del bar è molto cambiato negli ultimi anni. E che per stare sul mercato guadagnandoci è necessario un approccio molto più professionale, direi imprenditoriale, rispetto a un tempo.

Quali sono le caratteristiche di fondo che hanno accomunato i vari corsi?
Qualunque fosse l'argomento trattato, dalle tecniche di vendita, agli standard di servizio, alla promozione, ci siamo sforzati di fornire una panoramica completa di quali sono le trasformazioni in atto e le problematiche che i bar devono affrontare per poi proporre una serie di suggerimenti su come migliorare e rendere più profittevole la propria attività. Abbiamo fatto ad esempio lo sforzo, parlando di marketing, di prendere le teorie di visual merchandising già applicate con successo dai supermercati e dai grandi negozi e di tradurle in termini applicabili in realtà diverse come i bar. Ogni concetto teorico è stato prontamente tradotto in esempi pratici di immediata applicazione.

Qual è il profilo di chi ha frequentato i corsi?

Abbiamo avuto gente giovane e motivata, desiderosa di migliorare la propria professinalità e attenta a cogliere ogni possibile spunto per migliorare. Accanto a baristi “evoluti” e a titolari o gestori di locali, abbiamo avuto una buona presenza anche di manager delle aziende del food&beverage. Questa mescolanza è stato, sorprendentemente, un ulteriore valore aggiunto che i nostri corsi hanno fornito. Il fatto di trovarsi fianco a fianco, in un contesto conviviale e senza che ci fossero interessi commerciali immediatamente in gioco, ha infatti permesso agli uomini d'azienda di conoscere più in profondità chi sono i loro interlocutori, cosa pensano, quali esigenze hanno e come si possono soddisfare al meglio.
Chi lavora nei locali, inoltre, ha potuto avere un ampio e ripetuto scambio di idee e di esperienze con i colleghi di altre città. Il fatto di non viversi reciprocamente come concorrenti ha facilitato una franchezza e disponibilità che di norma difficilmente si trovano. Senza contare che - in alcuni casi - i partecipanti ai corsi hanno potuto confrontarsi e “carpire i segreti” di alcuni dei più grandi professionisti del settore a livello mondiale, da Salvatore Calabrese a Francesco Lafranconi, a Peter Colin Field.

Cosa è piaciuto di più ai corsisti?

Oltre all'utilità pratica già ricordata, l'aver trovato un ambiente stimolante, in cui ciascun docente cercava il dialogo con chi era seduto sui banchi e si sforzava di stimolare lo scambio di esperienze e il confronto. La Bar University ha reso tutti i partecipanti dei veri protagonisti.

A Cagliari l’hotel sul mare ha un aspetto demodé

Ospitalità –

L’offerta del Miramare prevede venti camere una diversa dall’altra, accoglienza friendly, prodotti tipici per ospiti internazionali

A ricevere chi arriva all'Hotel Miramare, oltre ai professionisti della reception, c'è Modesto. Si tratta di un meraviglioso levriero afgano scelto dalla proprietà per l'eleganza e il buon carattere della razza, che rende familiare l'atmosfera, quasi a voler ricreare il calore di casa. Sorprendente accoglienza, che ben contraddistingue la filosofia di un autentico relais di charme ubicato lungo la marina e centralissima via Roma di Cagliari, città che sta vivendo un periodo di forte impulso, anche grazie ai progetti innovativi della zona portuale.
Una sfida imprenditoriale
Curiosa e cinematografica la storia dell'Hotel Miramare. Nel 2000 Nicola Mele, allora giovanissimo dirigente di una nota catena di fast food, sfogliando un giornale di annunci, legge della vendita di un pacchetto d'azioni di un albergo. Così racconta l'inizio di questa avventura: «Solo telefonando, mi rendo conto che è l'hotel di cui mi ero invaghito dieci anni prima. Chiudere l'affare non è stato facile e una volta concluso, dopo aver impegnato tutti i risparmi, ero ai piedi della salita. L'albergo rappresentava la possibilità di affrancarmi dal lavoro dipendente, di sentirmi padrone del rischio, provando la libertà. Acquistai la maggioranza della società e iniziai ad occuparmi dell'hotel che al tempo disponeva di sette camere di cui due senza bagno. Quel periodo della mia vita è stato uno tra i più intensi e belli. Altrettanto unica l'occasione di conoscere gli ultimi avventori dell'alberghetto, anche casa d'appuntamenti». Nel 2005 è entrato in gioco Giuliano Guida, anche per lui colpo di fulmine, che riprende il discorso del socio aggiungendo: «Con gli ultimi lavori, siamo arrivati a venti camere, una diversa dall'altra con un rapporto 2 a 1 tra camere e personale: noi due proprietari (difficile staccarsi dalla propria creatura), quattro portieri, un barman e quattro signore che si occupano della pulizia». L'Hotel Miramare rappresenta un modello che ben si differenzia dal tipo di investimento e dalle modalità organizzative di una holding. Qui si tratta dell'impegno di due imprenditori. Si pensi che il restauro ha superato i 500 mila euro. E che l'hotel ha un fatturato di circa 700 mila euro l'anno. Un esempio di determinazione, creatività e ottimismo.

Il fascino della storia, i pregi della tecnologia
Alti soffitti che sfiorano i sei metri e conseguentemente finestre e porte vetrate che moltiplicano spazio e luce. Ognuna delle venti stanze, divise tra deluxe, con vista mare, classiche e junior suite, ha una superficie che varia dai venticinque ai venti metri quadrati. Immancabile la tecnologia: l'albergo è completamente area wi-fi, così da essere pronto anche alle esigenze dei clienti business. L'arredamento scelto e studiato nel dettaglio, rappresenta lo stile dei primi Novecento, con mobili liberty in cui lo slancio floreale e decorativo ha un accento locale, di solida compostezza borghese. Quando non è stato possibile recuperare pezzi d'epoca, Giuliano Guida ha disegnato personalmente l'occorrente, inserendolo con gusto e con il minimo impatto. Immancabili i tocchi contemporanei qua e là. È evidente che la proprietà ha mirato al recupero, evitando il tanto comodo contract. Con questa scelta all'Hotel Miramare si respira un'atmosfera unica, né esotica né banale, né vecchia, né eccessivamente marina.

Un boutique hotel, dove tutto è in vendita
Facile appassionarsi alle storie che si celano dietro ad ognuna delle porte delle venti camere. Ciascuna di esse è, infatti, dedicata ad un giudice, antico sovrano dell'isola in epoca medievale. Tra i personaggi citati: Brancaleone Doria, Enzo di Sardegna, Adelasia Di Torres, Eleonora di Arborea. L'idea della proprietà, fin dall'inizio, era proporre un relais di charme, un luogo dove vivere un viaggio di scoperta. «È un autentico boutique hotel», spiegano i due patron, «sia nel senso che tutto quello che è al Miramare è in vendita, sia per l'attenzione al dettaglio. Il tratto distintivo, per noi, è l'atmosfera. Un po' mediterranea, un po' ventosa, un po' misteriosa, un po' demodé». Nota speciale: la serra, dove ammirare una trentina di orchidee (fiore scelto come logo dell'hotel) tra esemplari esotici e isolani, quasi voler significare un ponte tra Sardegna e resto del mondo. L'ambiente è indiscutibilmente “stiloso”, ma resta basilare rispondere alle diverse esigenze pratiche dell'ospite. A disposizione mezzi di vario genere: auto, bicicletta, motorino, barca, motoscafo; servizi diversi: estetista, massaggiatore in camera, baby sitter di madre lingua inglese. L'hotel offre anche l'aspetto fitness, essendo convenzionato con la palestra dell'Amsicora Stadium. L'albergo è privo di ristorante, ma ha un servizio di prima colazione ventiquattr'ore su ventiquattro, in sala o in camera. Notevole il servizio pasto, sia per qualità, composto da prodotti non confezionati e non precotti, che per varietà. Per i più golosi: torte di Capobianco e dolci sardi fatti in casa o del vicino forno Durke, in abbinamento a marmellate e miele. E a sostituire i soliti croissant: i biscotti savoiardi. Per i salutisti invece: frutta cotta home made; frutta fresca, ma solo di stagione e yogurt locale. Infine, per chi ama il salato: pane fresco, pecorino e salsiccia rigorosamente sardi. Alla domanda sui risultati ottenuti, Giuliano Guida risponde: «In quest'anno performance eccellenti, una media di oltre l'80% di occupazione delle camere con l'unica eccezione a gennaio, quando i viaggiatori si diradano».

In bottega ci sono anche gli chef

Store –

Al Cucchiaio di legno di Milano i clienti mangiano circondati da oggetti, prodotti gourmet e libri di cucina

La ristorazione si fa largo. Basta vedere come le insegne della grande distribuzione stanno interpretando in chiave espansiva la loro mission alimentare, spaziando dall'asporto alla somministrazione con corner o punti dedicati. Stesso discorso per il piccolo dettaglio alimentare dove “vendere” dei prodotti non basta più. Emblematico il modello de Il Cucchiaio di legno in via Ponte Vetero 13 a Milano, creato appena un anno e mezzo fa dai coniugi quarantenni Mauro e Barbara Magnoni, un eat &shop elegante posizionato in area “strategica” (tra Brera, corso Garibaldi e il Teatro Strehler), dove oggettistica, cucina e cultura del cibo convivono senza conflitti di interessi e che di recente, in quel di Chicago, si è aggiudicato il prestigioso Global Innovator Award 2008 (premio internazionale attribuito ai punti vendita dei cinque continenti che ogni anno si evidenziano per eccellenza e innovazione).
 
Il Cucchiaio di legno, ovvero, un punto vendita con un menu nutrito e un calendario fitto?
Sì effettivamente - conferma Mauro Magnoni - offriamo oggettistica da taglio e da cottura di qualità (Global, Berti, Zani&Zani, Riedel, Zak, Joseph & Joseph, Lekuè, Emile Henry, Staub, tanto per fare dei nomi), prodotti alimentari eccellenti (salumi di cinta senese, cioccolato Domori, chutney di Alpe Pragras, pasta di Gragnano, pelati La Monticella) e specialità gastronomiche griffate (Davide Oldani, Moreno Cedroni, Massimiliano Alajmo, Gualtiero Marchesi ecc.). Ma, nel nostro piccolo spazio cerchiamo di far vivere sia i prodotti che gli oggetti. Per questo organizziamo incontri, cene a tema, corsi di cucina, degustazioni (di recente ne abbiamo ospitata una di agnello scozzese organizzata da Food for Britain). Da poco abbiamo aggiunto inoltre la possibilità di degustare i nostri piatti a mezzogiorno, in negozio (dove abbiamo un tavolo con 12 posti), oppure d'asporto in eleganti lunch-box. E al banco ci sono pure sandwich e panini sfiziosi.

Da dove è nata l'idea di creare uno spazio dalle molteplici funzioni come il vostro?
 La mia famiglia possedeva un negozio di oggettistica per la casa da più di 60 anni, ma in tutt'altra zona di Milano. Nel corso degli anni notavo sempre più spesso che per vendere la cucina e la tavola mi toccava parlare tanto di cibo. Oggi forse avviene proprio il contrario, si vende il cibo attraverso gli oggetti e il design. Spaziando dalla vendita al dettaglio alla ristorazione come vi siete organizzati nella gestione? Purtroppo, siamo solo in quattro. Io e mia moglie Barbara (che si occupa soprattutto della comunicazione) selezioniamo i prodotti da mettere in vendita e studiamo anche i modi per riproporli in forma di degustazione o incontro ad hoc. Poi c'è il giovane (23 anni) e talentuoso chef Andrea Valentinetti (con esperienza a Le Calandre e da Peck) che crea i nostri piatti all'insegna di una cucina italiana semplice, leggera, poco cotta e profumata (ad esempio: spaghettino freddo con tartare di manzo, aneto e polvere di caffè, oppure, fiori di zucca ripieni alla ricotta con purea di cipolle di Tropea). Il menu cambia quasi giornalmente e i piatti sono tutti preparati al momento con materie prime freschissime e di alta qualità. Infine il jolly, Maurizio Berti (30 anni) che segue il banco del fresco, dai salumi ai formaggi, dalle centrifughe di frutta e verdura alle tartare di carne e pesce crudo.

Una rivoluzione che è stata compresa dal vostro target tradizionale di clientela?
Bisogna tenere conto che il nostro cliente di riferimento è l'appassionato di cucina - prosegue Barbara Magnoni - con un identikit ben preciso: uomo o donna tra i 30 e i 45 anni, preparato e attento, sensibile al buon gusto e al buon design con tanta voglia di provare. Tenga conto che i nostri piatti costano dai 7 euro in su, quindi prezzi decisamente accessibili anche all'ora di pranzo.

A livello autorizzativo quali passi avete fatto per essere in regola?
All'inizio avevamo una licenza di vendita per l'oggettistica, poi è stato necessario conseguire l'abilitazione professionale sia per la vendita degli alimentari che per la somministrazione, oltre alle varie licenze comunali. Lo store rispecchia la polifunzionalità del business: in tutto sono 180 mq di cui 30 di cucina e 70 tra esposizione e posti a sedere al piano terra. Altri 80 mq si trovano al piano inferiore con il laboratorio e il magazzino.

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