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La cocotte con garanzia

News Cucina & Tavola –

Novità a Host per la Francese Emile Henry

ar passare un piatto dal forno al frigorifero. Scaldarlo direttamente sullo scaldavivande. E magari servirlo dritto dritto in tavola. Sono le prestazioni della nuova linea Emile Henry (www.emilehenry.com) dedicata a ristorazione e hotel. L’azienda francese, che vanta una tradizione secolare nella ceramica, ha creato una serie per il buffet, taglieri da presentazione, stoviglie monoporzione e vassoi jumbo. Il tutto realizzato in Rectons, una ceramica innovativa resistente agli urti, agli shock termici (da -20 a + 250°C) e alla fiamma diretta, a scheggiature o rigature. Facili da pulire in lavastoviglie, godono di una garanzia di tre anni.

Pentole e Padelle ad alta resistenza

News Cucina & Tavola –

A host le grandi novità di Ballarini

Grandi novità a Host per Ballarini, l’azienda mantovana che da 120 anni è fra i protagonisti europei nella produzione di pentole. La manifestazione milanese è stata il palcoscenico su cui presentare Ballarini Professionale, un nuovo ramo d’azienda dedicato alla produzione di attrezzi di cottura per lo chef (www.ballarini.it). «Non si tratta - affermano da Ballarini - di una semplice trasposizione di linee casalinghe adattate al mondo della ristorazione, bensì di una vera e propria azienda, con struttura commerciale e produttiva dedicata». Nasce così il programma Alta Cucina, che consta di ben 700 referenze suddivise in 11 linee, con oltre 150 forme differenti a disposizione, per tutte le esigenze di cucina. Da sottolineare l’aspetto innovativo delle pentole. Le padelle antiaderenti, ad esempio, sono forgiate con stampatura a freddo, il che migliora la durata nel tempo del rivestimento; sono realizzate con bordo e fondo rinforzati, per ottenere una migliore conduzione del calore e i manici sono dotati del dispositivo Safe Point, per la segnalazione della temperatura nel manico stesso. Inoltre le linee di pentole antiaderenti sono rivestite con Kerastone, materiale studiato appositamente per l’alta resistenza richiesta dagli usi professionali (declinato nelle versioni Titanio, Superior, Profi e Granito).

Valpolicella, l’identità forte dei vini Gerardo Cesari

Cantine Strategie –

La storia dell’Amarone passa da Cavaion. Da qui Gerardo Cesari è partita per diffonderlo nel mondo. Con passione, intuito, controlli di processo ed etica.

Ha aperto la strada alla creazione del mito dell'Amarone nel mondo, in un non sospetto anno "di grazia" 1975, con le prime 100 casse. Pioniere dell'export in grande stile, ma anche marchio in conslidamento nella penisola...

Il surgelato vince e convince ma è finita l’era del sospetto

Attualità Conservazione –

Per l’ennesimo anno crescono i consumi a casa soprattutto di verdure, pesce e carne. Al ristorante però permangono vecchi pregiudizi. Eppure la qualità è solo fuori discussione: va solo comunicata

Sono utili, rapidi da preparare, ricchi di proprietà nutritive ma, nei ristoranti scontano ancora un pregiudizio. Sono i surgelati, che nei menu vanno per legge, segnalati con un asterisco, una sorta di marchio che troppo spesso induce nei consumatori il sospetto di qualità inferiore.

Leggeri, profumati e dolci i drink Aibes dell’anno

Ricettario –

Al 60° Nazionale a Sorrento sono arrivati 500 delegati da tutta Italia e dall’estero. Concorsi classici, flair e in partnership si sono svolti in una cornice tutta nuova. Che fa tanto tivù

Pensate a un teatro di gara con bottiglie colorate alte come pali della luce. E sullo stesso palco bicchieri luminosi, delle dimensioni di un banco bar. Immaginate che a seguire l’evento ci sia una troupe televisiva. Alla singolare visione aggiungete una schiera di concorrenti liberi. Liberi di indossare una divisa o i jeans, un Borsalino o un cappello di paglia. Liberi soprattutto di raccontarsi, al pubblico e alla giuria, attraverso un microfono ad archetto. No, non è un sogno chimico, né la nuova trasmissione di Ambra Angiolini e Boncompagni. Che ci crediate o meno è l’istantanea scattata al 60° Congresso Nazionale Aibes, andato in scena al Grand Hotel Vesuvio di Sorrento.
Aria di nuovo
Spira un nuovo venticello sul Golfo. Una bella rinfrescata al tradizionale appuntamento voluta dall’Associazione italiana barmen e sostenitori e dal suo presidente Giorgio Fadda, uno giovane dentro, come lo definiscono molti suoi “ragazzi”, giunti in 500 dall’Italia e dall’estero. A spegnere le candeline con Aibes c’erano i vertici delle altre associazioni europee, che con l’associazione italiana sono state le fondatrici dell’Iba nel ’51: Magdalena Watzl (Danimarca), Daniel Crebess (Uk), Harry Granas (Norvegia) e Martin Bergqvist (Svezia), guidati dal vicepresidente Iba per l’Europa, Ron Busman, e dal presidente Derrick Lee. Per la cronaca, la gara di cui parlavamo all’inizio era ospitata da Aibes ma voluta da Wirspa, l’associazione che riunisce i rum dei Caraibi: ha vinto Mattia Pastori del Park Hyatt di Milano, con un drink buono per l’estate e per l’inverno. Il suo Carribean Sun (salvia, zucchero, lime, Orange bitter, frullato di ananas, Eldorado 15 anni) può essere infatti proposto sia in versione fredda sia in versione hot drink. Nelle altre gare, a parte la scenografia, la musica, la tv e Andrea Casta, il bravo presentatore, tutto si è svolto secondo le regole ufficiali. Cocktail dell’anno è Italico, preparato da Tommaso Colonna (a fianco la sua ricetta), base vodka aromatizzata all’arancio con sorbetto al limone: un trionfo di agrumi, a Sorrento, era quasi scontato. Alle spalle di Colonna si è classificata Valentina Saccà. Entrambi protagonisti di molte gare degli ultimi anni, tra cui Barfestival di Bargiornale nel 2008.
Il barman dell'anno e gli altri
Barman dell’anno, dopo aver affrontato una prova teorica e pratica (la realizzazione di un drink), è Andrea Balleri, capobarman della Grotta Giusti di Monsummano Terme (Pt). La gara per la migliore decorazione è stata vinta da Luca Caliani con un orologio di frutta e verdura, mentre nella gara di bartender skill tecnique (ex flair) ha trionfato Carmine Nasti; nello show bartender vittoria a Gianmario Barlocco, che rappresenterà l’Aibes al Mondiale. Si ricorderanno di questa edizione anche Andrea Fidora da Ferrara, categoria under 28. Fidora vince il premio Angelo Zola e stacca il biglietto per il Training center di Singapore, il master di formazione più rinomato tra i bartender.    

In birreria spira un vento tutto nuovo

Dal mondo –

A Warstein, in Germania, dall’alto di una mongolfiera, abbiamo guardato il nuovo mondo delle birrerie. Quanti cambiamenti tra ambienti, formule, menu e intrattenimenti

Dalle birrerie tradizionali, nate ai tempi che Berta filava, siamo arrivati ai salotti della birra o, se preferite le parolacce, ai “lounge-beer”. Nei decenni sono cambiate atmosfere, formule e servizi offerti. Senza dissotterrare le tabernae di epoca romana siamo passati almeno attraverso tre fasi di colonizzazione. Gli anni Settanta e Ottanta con l’arrivo delle prime birrerie, d’ispirazione tedesca o inglese, con tavoli e sedute in legno che sembravano studiati apposta per inciderci sopra i nomi di fidanzate e amici, campi per le freccette (darts) e un menu di piatti marginale rispetto alla birra, l’unica vera protagonista. Poi sono arrivati i tempi dei locali prefabbricati. Negli anni Novanta dal Regno Unito arrivavano tir carichi di arredi in fotocopia, quadri di caccia e le tipiche spine delle public house vittoriane. La proposta si faceva più ampia. Non solo pinte e tornei di dardi, ma musica live e serate tematiche. Non più soltanto panini fatti con quello che passava il convento, ma pasti completi.

All’epoca del boom dei tradizionali

Nello stesso periodo si affermava anche il modello bavarese. Il caso Kapuziner, due locali in Lombardia, ha fatto scuola: tanto legno chiaro ovunque, pareti addobbate con corna e bersagli, cameriere in abiti tradizionali (Dirndl), crauti, würstel e stinco di maiale affumicato. Il pubblico? Scanzonato e caciarone come fosse all’Oktoberfest: famiglie, ingegneri e operai, tutti fianco a fianco. Infine sono proliferate le microbirrerie, regni veri o a volte solo di facciata, di produzioni artigianali.

Strategie per avvicinare i giovani

Ai modelli tradizionali, diffusi con diverse insegne dal nord al sud del mondo, si sono affiancati concept contemporanei. Per riavvicinare i giovani, nel frattempo migrati verso altri spazi, come cocktail bar e discoteche, e per arginare la diminuzione dei consumi degli ultimi anni (se si esclude il segmento premium), molti gestori hanno cambiato arredi, menu e tecnologie per offrire cose nuove. A Warstein, nord ovest della Germania, cittadina conosciuta nel mondo più per la Warsteiner Brauerei che per aver fatto parte nel Medioevo della Lega Anseatica, abbiamo toccato con mano entrambi i modelli. A cominciare dalla Warsteiner Brauhaus Domschänke & Sudhaus, dove in un ambiente più tradizionale che si può, il ventaglio dei prodotti offerti si allarga per catturare anche i più giovani. Scorrendo la lista passiamo da freschi beer mix come Warsteiner Premium Lemon all’analcolica Warsteiner Premium Fresh 0,00% alcol, lanciata con successo circa un anno fa anche in Italia. Dall’ampliamento del menu nel locale tradizionale, si passa a un cambio di immagine radicale nel nuovo Centro Visitatori, voluto dell’azienda tedesca. Nel moderno stabilimento birrario, la storia e la produzione della birra sono raccontate attraverso un museo multimediale, che ha le sembianze di un cinema e le tecnologie di un ottovolante.

Nuova immagine per i locali

Nel locale, sempre all’interno del Centro, spariscono i tavoloni per fare spazio a tavolini alti con sgabelli, schermi, spazi minimal, luminosi, che favoriscono il dinamismo, la rotazione del pubblico. Qui il mondo della birra c’è, si sente, ma non è invadente. Si tratta anche qui di “Innovazione dalla tradizione”, come recita il claim aziendale, ci fa notare Paolo Dal Gallo, direttore marketing di Warsteiner Italia. Come a mettere in evidenza che la frase in questione non riguarda solo lo storico marchio Warsteiner Premium Verum, ma l’intera filosofia del gruppo che si sta distinguendo in Germania per eventi come il Warsteiner Liquid Cube, spazio temporaneo dove il logo è appena visibile, che ospita performance di djing e vjing per calamitare quel pubblico di amanti della dance e cultori di nuovi media (leggi “geek”), che in birreria vanno di rado. «Un format - come annuncia in anteprima Dal Gallo - che nel corso del 2010 approderà anche in Italia».

Banzai cocktail, da Tokyo la carica dei sake drink

Dal mondo –

Sake, Shochu e soju: i distillati giapponesi e coreani hanno conquistato anche gli shaker occidentali. Le ricerche dei “maestri” Vince Ang di Singapore e del giapponese Eiji Miyazawa

Ormai sushi e happy hour fanno parte del vocabolario di ogni milanese sotto i quarant’anni. Termini che presto potrebbero soppiantare nel lessico la cadrega (sedia) o lo sprüsaa, il classico bianchino spruzzato col Bitter. Parole che, a cominciare dal 2000, hanno fatto stringere amicizia tra il figlio del signor Brambilla e quello del signor Tanaka, il signor Rossi dei giapponesi. Spesso il programma tipo di una serata milanese per la fascia 20-40 anni prevede almeno due tappe. Si parte con l’aperitivo rinforzato e poi si passa a una cena rilassata al “giappo”(nese). La felice combine tra sashimi e cocktail, tra sushi chef e barman meneghini, ha prodotto risultati inaspettati. Al lounge-restaurant Mizu di corso Sempione, una delle zone più nottambule di Milano, il barman Derryl propone drink rivisitati come il Mojito Sake, col distillato di riso al posto del rum o il Passion Sake, unione felice degli aromi secchi del sake con quelli morbidi del frutto della passione. Per inciso Derryl del Mizu, seppur bravissimo, non è il solo a darsi da fare con questo genere di drink.
Sake, bevanda dall’aura sacra

Tanti altri hanno sperimentato la miscelazione col distillato nipponico e l’abbinamento dei cocktail con la cucina del Sol Levante. Dal Soho Fish Bar di Genova al Sushisen di Roma. Quando raccontiamo questo retroscena a Eiji Miyazawa, super barman all’Ally’s di Tokyo, rimane un po’ stranito. «Da noi il sake ha l’aurea di una bevanda sacra. Tutte le cerimonie più importanti per un giapponese, religiose e civili, sono suggellate brindando con un bicchiere di sake». L’interprete di Miyazawa finisce di tradurre. E a giudicare dallo sguardo del barman, scuro come quello di un samurai, temiamo di aver fatto una gaffe.

Fenomeno da esportazione

Per fortuna non è così, anzi il barman riparte tutto orgoglioso: «Il fenomeno del sushi e dei cocktail, abbinati o preparati con prodotti giapponesi, ha contribuito a far conoscere e diffondere nel mondo la nostra bevanda alcolica tradizionale. Al Sushi Groove di San Francisco, per esempio, hanno in carta degli short che mimano i classici: dal Saketini al Sake Cosmo, alternative con sake al Vodkatini e al Cosmopolitan». Naturalmente - come sottolinea lo stesso Miyazawa - ogni drink vuole il suo sake, un termine che tradotto signfica “bevanda alcolica”. Perché le varietà di sake, detto anche “vino di riso” (è ottenuto dalla fermentazione del riso), sono tante. In linea generale, prodotti come il nigori sake, dolce e non filtrato, si usa per i cocktail a base di frutta, mentre i sake filtrati e secchi sono adatti alle miscele più robuste. Col sake ci si può giocare in mille modi. Conosco almeno 60 buone ricette. Ho provato con successo a miscelarlo con qualche goccia di succo di limone, vodka, succo d’arancia e Grand Marnier. Oppure insieme al Cognac e allo Chambord».

Un cugino sempre più famoso

Della famiglia allargata dei sake fa parte anche il cugino Shochu. Nativo dell’isola di Kyushu, ma prodotto in tutto il Giappone, viene distillato a partire dalle patate dolci, dall’orzo ma anche, e qui la parentela col sake, dal riso. Normalmente il suo grado alcolico è di 25% vol. Per i drink si usa di norma la versione pluridistillata, solitamente più robusta. Tra i maggiori interpreti dei cocktail con Shochu c’è Vince Ang, barman in forza all’Emerald Hill Group, una delle più importanti catene di locali di Singapore, che precisa: «In realtà la paternità del Shochu si disputa tra Corea e Giappone. A Seul lo chiamano soju, in Giappone Shochu, ma si tratta di prodotti simili. Anche quello coreano viene distillato con orzo, patate e riso. Cambia il grado alcolico, che è più elevato. Le ricette a base di soju vanno dal semplice Hito (menta, soju, lime, soda e succo di limone) ai più complessi Pom-Pom, con soju, succo di melagrana e succo di limone e Mount Fuji, con fettine di zenzero pestate e sweet&sour». Nell’elenco dei cocktail proposti da Vince Ang non possono mancare dei classici.
Classici per il Giappone, s’intende.
Qui si usa il Shochu mixato con tè Oolong o succo di frutta, o diluito in acqua calda o on the rocks. Da provare anche il Chuhai. Si prepara con Shochu soda, ghiaccio e aromatizzanti come limone, mela o ume (il frutto dell’albicocco giapponese).
Non resta che rimboccarsi le maniche e augurare banzai, cioè “diecimila anni di vita”, ai barman in vena di esperimenti.

Pausa pranzo tra modelli e realtà

Zoom –

Il 63% dei lavoratori europei aspira a pasti sani e bilanciati. In realtà, però, solo il 27% a tavola fa scelte corrette. La strada verso una pausa pranzo “light” è ancora lunga ma aumenta il desiderio di saperne di più su calorie e ingredienti

Tendono a saltare la colazione, a mezzogiorno si abboffano di pasta e, se non hanno a disposizione una mensa aziendale, scelgono di pranzare al ristorante o in pizzeria: et voilà il profilo delle abitudini alimentari dei lavoratori italiani così come viene delineato nella ricerca condotta in 6 Paesi (Italia, Francia, Spagna, Belgio, Svezia e Repubblica Ceca) su oltre 4.500 tra uomini e donne. Uno studio che rientra nell’ambito del progetto europeo Food, promosso da Accor Services e realizzato in collaborazione con l’Unione Europea, il cui obiettivo è promuovere la corretta alimentazione e contrastare l’obesità, partendo appunto dalla constatazione di come si comportano gli europei costretti a mangiare fuori casa per ragioni di lavoro. La prima evidenza è che dalla Svezia all’Italia, dalla Spagna alla Francia, le abitudini alimentari quotidiane si somigliano sempre di più: si preferisce una pausa pranzo tranquilla e comoda, consumata fra bar e ristoranti, si pasteggia ad acqua e si fa strada una maggiore consapevolezza della necessità di nutrirsi in modo corretto e di seguire un’alimentazione bilanciata. Ma anche la certezza che le proprie abitudini a tavola sono ancora imperfette.

A pranzo primeggia il piatto di pasta

Su questo affresco di fondo rimangono delle differenze nazionali piuttosto marcate. A partire dal primo pasto della giornata, la colazione: in media solo un europeo su quattro tende a saltarla, mentre ben il 68% ha l’abitudine di iniziare bene la giornata con il corretto apporto calorico. Ben diversa la situazione in Italia, dove il 13,9% di lavoratori non fa mai colazione e il 25,2% la fa solo qualche volta: dunque, anni e anni di campagne informative martellanti sull’importanza e la necessità di fare una corretta colazione ancora non hanno prodotto i risultati sperati. Ben 4 italiani su 10, infatti, si accontentano di una sosta veloce al bar o alla macchinetta dell’ufficio per un caffè. E così rischiano di arrivare stanchi e affamati al pranzo, dove si fanno conquistare da un sostanzioso piatto di pasta, cibo che rappresenta il menu del mezzogiorno nel 45,3% dei casi.

Mensa e ristorante i luoghi preferiti

In Francia predominano la carne (39,2%) e i formaggi (44,3%), in Spagna gli insaccati e i salumi (72%), mentre in Svezia e in Repubblica Ceca la regina incontrastata della pausa pranzo è la zuppa (rispettivamente 46,9% e 69,2%). Se in fatto di gusti gli europei non sono ancora un unico popolo, in fatto di approccio alla pausa pranzo sono già abbastanza concordi nell’essere fautori dello slow food. Gli intervistati sembrano poco sedotti dal fast food e dai sapori etnici: preferiscono sedersi a un tavolo, in un bar o in ristorante, e concedersi un momento di relax. Anche in Italia il trend sembra confermato: oltre un lavoratore su quattro pranza al ristorante o in pizzeria, il 18% va al bar-tavola calda, il 2,7% al fast food e solo l’1,2% nei ristoranti etnici. Ove possibile, il riferimento dei pranzi dei lavoratori resta comunque la tradizionale mensa aziendale (35,8%), mentre meno di un lavoratore su cinque si porta il pranzo da casa e lo consuma in ufficio. La vicinanza al posto di lavoro resta il criterio più importante con cui gli italiani scelgono dove pranzare (55,9% delle risposte) e surclassa alla lunga la convenienza economica (32%), la varietà del menu (30,5%) e la velocità del servizio (28,3%). Se la decisione di dove andare a mangiare viene fatta preventivamente e in modo razionale, la scelta di cosa mettere nel piatto viene invece presa al momento e per ragioni prevalentemente emotive. Sei intervistati su dieci decidono quando sono già nel locale, in base all’offerta e senza considerare l’apporto calorico e l’equilibrio nutrizionale degli alimenti.

Più informazioni su menu e piatti

Solo il 27% dei lavoratori europei, invece, compie scelte consapevoli e nutrizionalmente corrette, e si tratta soprattutto di 18-35enni (in particolare le donne), mentre gli over 45 e i maschi sembrano più propensi a concedersi un peccato di gola quotidiano. Ancora una volta, dunque, tra il sapere e il fare c’è di mezzo il mare. Infatti il concetto di alimentazione bilanciata sembra essere largamente conosciuto e accettato: il 63% degli intervistati ritiene importante nutrirsi in modo variato, con porzioni moderate e consumate possibilmente in un luogo piacevole, mentre il 60% considera essenziale mangiare cibo insieme sano e buono. Poi ci sono le due frange estreme: il 21% per cui il cibo sano è quello light o dietetico, e il 18% per cui la “buona cucina” in quanto tale è automaticamente sana. Insomma, mentre aumenta la consapevolezza rispetto alla necessità di mangiare bene e in modo corretto, nella pratica quotidiana la strada da percorrere è ancora lunga. Un gap di cui un po’ tutti sono consapevoli, tanto che la stragrande maggioranza degli intervistati vorrebbe migliorare la propria alimentazione, a cominciare proprio dalla pausa pranzo, considerato il momento migliore per correggere le cattive abitudini. E così dallo studio escono indicazioni interessanti per chi lavora nell’horeca. Per esempio, un lavoratore su due vorrebbe che sul menu venissero evidenziati i piatti meglio bilanciati e nutrizionalmente corretti. Il 40% vorrebbe sapere l’esatto apporto calorico di ogni piatto, mentre un terzo degli intervistati chiede addirittura che ogni piatto sia associato alla tabella nutrizionale completa, analoga a quella che si trova sulle confezioni degli alimenti venduti al supermercato.

L’attacco silenzioso delle macchinette

Zoom –

Ogni giorno in Italia i distributori automatici servono 21 milioni tra caffè, bibite e snack. Una minaccia per i pubblici esercizi? Un’indagine del Censis esplora il settore e i margini di crescita

L’omino delle macchinette non è più il signor Nessuno. E il business dei distributori automatici di bibite e cibi è uno dei più floridi in Italia. Questo emerge da una ricerca condotta dal Censis, Centro Studi Investimenti Sociali, sul settore del vending, presentata di recente a Milano a un convegno organizzato da Confida, l’associazione italiana della distribuzione automatica.
Mentre soffrono bar ed esercizi classici, il vending è in piena espansione, con numeri da capogiro: 21 milioni di pezzi venduti ogni giorno per circa 15 milioni di clienti e un pubblico, che interessa il 42% della popolazione italiana, per il 25,3% composto da consumatori quotidiani e, per un altro 15%, da utilizzatori per almeno 2 o 3 volte la settimana.
Cosa devono fare i baristi? Preoccuparsi e considerare questo settore silenzioso come un concorrente o cercare alleanze e, magari, mettersi in casa anche loro un distributore?
«Le macchinette - spiega Francesco Estrafallaces del Censis, uno dei responsabili della ricerca - sono collocate in luoghi dove manca il tradizionale servizio bar: si trovano per il 41,1% all’interno di uffici e aziende, per il 31% in luoghi d’attesa come le stazioni, gli ambulatori, le pubbliche amministrazioni e per il 18,9% all’interno di luoghi di studio. E poi servono soprattutto caffè e derivati o bevande calde (oltre il 50%), e in misura minore bibite fresche (22-23%) e snack (16-17%). Si parla spesso di differenziare l’offerta, introducendo nuovi prodotti come pasti caldi o pizza, ma in realtà la clientela più fidelizzata dice che non è davvero interessata a un’offerta più sofisticata e completa e si limita alla scelta delle solite cose».
Insomma, non basta, nel settore del vending, pensare di installare la macchina che serve spaghetti perché l’idea piace a qualcuno, se poi non c’è la certezza che venga usata con frequenza quotidiana da molti clienti. Difficilmente quindi assisteremo a invasioni di campo e a un grande successo di distributori automatici al di là dei classici prodotti serviti.

Potenzialità di crescita

Il settore e le sue evoluzioni vanno però tenuti d’occhio. Giuseppe De Rita, presidente del Censis, definisce quello del vending «un settore arcipelago, che è un po’ dappertutto ma resta invisibile e non esercita quindi pressione a livello di opinione e di lobby. È un comparto con oltre 35.000 addetti che vivono completamente al di fuori della nostra attenzione.
Ma le potenzialità di crescita sono enormi». Quali sono i motivi che fanno pensare a un’ulteriore espansione in Italia? Oltre al fatto che possediamo l’industria più tecnologica in questo ambito, con il 75% degli apparecchi usati nel mondo prodotti entro i nostri confini, De Rita pone l’accento su aspetti di ordine sociologico. «L’Italia - dice - sta diventando il Paese dei non-luoghi, posti di passaggio presenti anche in molti quartieri urbani, dove spesso la macchinetta del vending o il punto vendita automatizzato diventano gli unici punti di socializzazione». E siccome stanno cambiando anche le abitudini alimentari degli italiani, non più abituati come una volta a sedersi a tavola a pranzo e cena, si può ipotizzare, aggiunge De Rita, che «l’uso della macchina automatica può accelerare ulteriormente la trasformazione del modo di mangiare in Italia. Non è detto che la realtà del vending debba restare uguale, la sua funzione cambia: per esempio, poter mangiare un pasto senza spendere troppo potrebbe essere una chiave importante per i giovani e per le donne, che oggi sono tra i settori della popolazione meno abituati a usare i distributori automatici».

Frammentazione di soggetti

Rischiamo quindi di trovarci un’ulteriore invasione di apparecchi automatici in grado di sostituire integralmente il bar? È improbabile. Per quanto ricco e in crescita anche questo settore sta vivendo momenti di difficoltà e di contraddizioni. Come emerge da una ricerca del Sose, la Società per gli studi di settore, che analizza i bilanci delle imprese per definire le regole fiscali a cui vanno sottoposte ma anche per interpretare le tendenze della piccola e media impresa italiana. Secondo Giampietro Brunello, presidente del Sose, «si legge una doppia tendenza nel settore. Da una parte la crescita di grandi gruppi che hanno iniziato dal 2006 ad accorpare società più piccole. D’altro lato osserviamo la crescita delle microimprese con un solo addetto, che sono ben il 55,2% del totale. Si tratta evidentemente di ex-dipendenti che decidono di mettersi in proprio, ma che hanno meno produttività, meno efficienza e meno capacità di imprimere cambiamenti».
E così, se da un lato quello del vending è uno dei pochi comparti in cui anche quest’anno si avrà un saldo positivo del numero delle imprese (quelle di nuova apertura sono più numerose rispetto a quelle che chiudono) la crescita degli apparecchi installati continua a riguardare i prodotti classici, cioè le bevande calde, e non si assiste quindi a un grande rinnovamento tecnologico. E anche i luoghi dove gli apparecchi vengono installati sono sempre gli stessi e cioè gli uffici e i luoghi pubblici, dove i bar non riescono ad arrivare.

Bar University aperte le iscrizioni a nuovi corsi presso la Fiera di Padova

Formazione –

Alla Fiera di Padova i corsi brevi e full immersion di Bar University, il brand di formazione per gestioni di successo.

Anche i buttafuori hanno il loro albo professionale

Professione –

Stop ai bodyguard tuttomuscoli. I nuovi addetti al controllo dovranno essere incensurati, dotati di self control e vantare un’adeguata formazione giuridica, tecnica e psicologica. Potranno intervenire solo in prima battuta, ma dovranno chiedere l’intervento delle forze dell’ordine

Un riconoscimento per chi si occupa della sicurezza nel mondo dell'intrattenimento. E allo stesso tempo un garanzia per gli esercenti e per i clienti stessi. La legge sicurezza approvata a luglio dal Parlamento (legge 94/2009) ha, infatti, disciplinato l'impiego di personale addetto ai servizi di controllo delle attività di intrattenimento e di spettacolo in luoghi aperti al pubblico o in pubblici esercizi, anche a tutela dell'incolumità dei presenti. A ulteriore garanzia, la legge ha stabilito che gli addetti debbano essere iscritti in un apposito elenco, tenuto anche in forma telematica dal prefetto competente per territorio, e ha demandato a un decreto attuativo del ministero dell'Interno di stabilire i requisiti per l'iscrizione nell'elenco, le modalità per la selezione e la formazione del personale, gli ambiti applicativi e il relativo impiego. Ebbene lo scorso 6 ottobre il responsabile del Viminale, Roberto Maroni, ha firmato il decreto attuativo.
Così l'aspirante buttafuori dovrà aver compiuto i 18 anni, dimostrare di essere in buona salute fisica e mentale e non fare uso di alcol e droghe. Non saranno necessari, però, solo i requisiti fisici. Perché l'iscrizione nell'elenco è vincolata all'assenza di condanne, anche con sentenza non definitiva, per delitti non colposi, e la mancata sottoposizione a misure di prevenzione. Infine sarà fondamentale la preparazione. Perciò bisognerà aver frequentato un apposito corso di formazione, organizzato dalle Regioni e che verterà su aree specifiche. Una giuridica, con riguardo in particolare alla materia dell'ordine e della sicurezza pubblica, ai compiti delle Forze di polizia e delle polizie locali, alle disposizioni di legge e regolamentari che disciplinano le attività di intrattenimento di pubblico spettacolo. Una seconda area tecnica, con particolare riguardo alla conoscenza delle disposizioni in materia di prevenzione degli incendi, di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, di nozioni di primo soccorso sanitario. E infine un approccio psicologico-sociale, avuto riguardo in particolare alla capacità di concentrazione, di autocontrollo e di contatto con il pubblico, alla capacità di adeguata comunicazione verbale, alla consapevolezza del proprio ruolo professionale, all'orientamento al servizio e alla comunicazione anche in relazione alla presenza di persone diversamente abili.
I “nuovi buttafuori” saranno chiamati a controllare che nel locale non circolino sostanze proibite, evitare l'intralcio alle vie di fuga, presidiare gli ingressi, verificare il possesso del biglietto e anche collaborare con le Forze dell'ordine nelle procedure di primo intervento.
Il personale dovrà essere munito di idoneo documento di identità e tenere esposto un tesserino di riconoscimento di colore giallo con la dicitura “assistenza”. Gli addetti già operativi alla data del decreto ministeriale hanno tempo massimo sei mesi per mettersi in regola. Soddisfatta Asso Intrattenimento (Confindustria), che ha partecipato alla discussione sui contenuti del decreto attuativo prima della sua emanazione.

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