
Ci sono viaggi in cui si prendono appunti. Altri in cui si scattano foto sbiadite, video e selfoni destinati a reel più o meno riusciti. E poi ce ne sono alcuni in cui, dopo un po’, smetti di scrivere, abbandoni da qualche parte penna e telefono e cominci semplicemente a guardarti intorno, a parlare con gli altri, dei drink, del bere, di Sinner che batte Zverev, del pianeta. Senza soluzione di continuità. E sai bene che Joyce apprezza questo elemento.
Due giorni tra Firenze, Chianciano Terme e la Val d’Orcia con Santoni L’Aperitivo sono andati così. Un invito al reportage più che una presentazione. Un percorso costruito con l’idea precisa di trasformare un prodotto in un paesaggio emotivo. E forse anche in un piccolo pezzo d’Italia da esportazione sentimentale. Del resto, Firenze è fatta apposta per questo. Ogni pietra, al pari di una celebrity hollywoodiana, sembra avere un agente dedicato. Ogni strada una luce già pronta per il cinema. Piazze gremite di colombe, chiacchiere affollate come stormi di Paloma (in rosa). Negroni che, un tanto al nitro, si trasformano in Nitroni. Come in un crescendo Wagneriano.
A guidare il gruppo c’era Mario Gesù Fantacci, guida, staffetta, direttore d’orchestra urbano e uomo capace di attraversare Firenze con quaranta persone senza perdere nessuno. Che già solo traghettare una compagnia di giornalisti da tutto il mondo e bartender internazionali tra Piazza della Repubblica, Piazza della Signoria e il Four Seasons, equivale a un miracolo minore. Di quelli che il Vaticano forse non certifica, ma i pierre sì. Il gruppo sembrava il casting internazionale di un film sul bere bene. Li citerò in ordine sparso, così come sparse sono state le nostre chiacchiere: Luca Hu di Chinese Box Milano, Steve Schneider del Sip & Guzzle, Mattia Capezzuoli dello Stravinskij Bar di Roma, Camilo Jimenez di Aqua Group, Nicholas Peratinos del Chiltern Firehouse, Sara Moudolaud di Bar Nouveau, Matt Maretz di EO, Diego Giacalone del Gloria, Stefano Catino del Maybe Sammy, Giacomo Giannotti di Paradiso, Giuseppe Esposito del Franco’s Bar, Alessio Lupo del Don’t You Worry delle Sirenuse, Ludovico Chiumello di Ceresio 7, Davide Diaferia di Nucleo Roma, Luca Manni del Caffè Gilli, Edoardo Sandri del Four Seasons Hotel Firenze, Sacha Mecocci della Lungarno Collection, Antonio Sciortino del Giacosa, Luca Chicone del Gradisca, Dario Tortorella de L'Antiquario, Federico Pavan del Donovan Bar, Ricardo Mendoza del Mauro Bar. E naturalmente Salvatore Calabrese. Che più che entrare in una stanza, lui, il maestro della liquid history, sembra farle cambiare epoca.
Una mappa emozionale
Il viaggio era costruito come una mappa emozionale. “L’incontro”, “L’armonia”, “Il passaggio”, “L’eleganza”, “La condivisione”. Un itinerario che prendeva Firenze e la versava dentro il racconto del nuovo Santoni L’Aperitivo. Prima tappa dallo “sceriffo” Luca Manni al Caffè Paszkowski. Dove i cocktail avevano nomi che sembravano usciti da un cinema italiano anni Sessanta: Negroni che Passione, Turbo Paloma, Delicatissimo. Quest’ultimo, in realtà, delicato non era affatto. Dentro ci finivano gin toscano, fernet, pesca, liquore al caffè e yogurt alla vaniglia. Una specie di equilibrio impossibile riuscito per grazia ricevuta. Ad accompagnare i drink - perché qui il pairing non era “piatto”, ma carezza laterale, spalla gastronomica del cocktail - arrivavano crostini integrali con foie gras e passion fruit, mousse di mortadella e pistacchio, pappa al pomodoro con cipolla in agrodolce, hummus con carotine e piccoli bottoni di pan brioche con robiola e tartufo. Bocconi da aperitivo elegante. Di quelli che finiscono troppo in fretta e ti fanno guardare il cameriere con la stessa speranza con cui si aspetta un bis a Natale.
Poi il corteo, in ordine rigorosamente scomposto, si è mosso verso Piazza della Repubblica e il Gucci Giardino di Martina Bonci, assente, ma solo per cause ferroviarie (si mormora che abbia perso il treno). Firenze intorno continuava a fare Firenze: finestre aperte, taxi col beep, turisti in braghe corte, ombre lunghe del tardo pomeriggio. Dentro il Gucci Giardino invece tutto sembrava calibrato al millimetro. Botta e Risposta, con kefir al melograno e lampone; Cosmogonie, aromatico e balsamico; Mary Poppins, dove Talisker 10 Year Old, single malt torbato dell’isola di Skye, intenso e marino, e aceto balsamico facevano pace in un unico bicchiere. Accanto arrivavano piccoli accompagnamenti pensati per stare al fianco del drink senza rubargli la scena: toast di tonno con maionese al miso e tartare di cetriolo e pomodoro, l’ormai celebre croque monsieur della casa con besciamella al parmigiano, ratatouille dentro una frolla salata. Finger food? Sì. Ma con quella schiettezza fiorentina che ti fa sembrare naturale anche il lusso.
E poi il Four Seasons Hotel Firenze in Borgo Pinti. Che a Firenze è un po’ come dire: adesso si entra nel terzo atto. Qui Edoardo Sandri, padrone di casa del bar, aveva l’aria di chi sta preparando qualcosa. E infatti, insieme a Salvatore Calabrese, ha orchestrato uno dei momenti più assurdi e smargiassi, dell’intero viaggio. Dopo un passaggio notturno nei Giardini della Gherardesca, il Maestro è salito in alto fino al cantorio del Conventino, alto almeno cinque metri e mezzo. Sotto, Stefano Santoni con la coppetta in mano. Accanto a Salvatore Calabrese, Edoardo Sandri a dirigere tempi, traiettorie, respiro. Poi il lancio. Un Martini volante. Letteralmente. Per un attimo il bicchiere è sembrato fermo in aria, come certe scene dei film di Sorrentino dove nessuno parla perché la bellezza sta già facendo il suo. Millesimi di oncia persi. Il resto centrato. L’applauso è stato lungo, sincero e anche un po’ sbronzo.
Intanto uscivano piccoli assaggi firmati dalla cucina del Four Seasons: riso al salto con tartare di mazzancolla del Mar Tirreno, rabarbaro marinato e gel d’arancia; falafel di ceci e cipollotto verde con maionese al cumino; crocchette di francesina di pollo con maionese di oliva leccina; straccetti al germe di grano dell’Antico Pastificio Morelli con genovese di vitello e perle di Amaro Santoni. E cocktail chiamati Caramella, Highball, il classicone Vesper, pensati per raccontare il lato contemporaneo dell’aperitivo. Perché il progetto è tutto lì.
L’aperitivo internazionale dall’accento toscano
Santoni L’Aperitivo vuole stare dentro il rito italiano senza sembrare nostalgico. Vuole parlare il linguaggio dell’aperitivo internazionale senza perdere l’accento toscano. È un bitter-sweet premium da 16 gradi costruito intorno al rabarbaro cinese, con 34 botaniche naturali, tra le quali iris e foglia d’olivo. In Italia è distribuito da Velier. La nuova bottiglia, progettata da Stranger & Stranger e disegnata da Andrea Battello Hung, è invece un pezzo di Firenze trasformato in vetro. Le scanalature richiamano la cupola di Santa Maria del Fiore, il tappo riprende la geometria della lanterna del Duomo, l’etichetta nasce dai rilievi della Porta Nord del Battistero di San Giovanni. Una bottiglia pensata non per stare nascosta dietro un bancone, ma per essere guardata e usata. Come certe persone che entrano in un locale e senza fare nulla spostano la luce.
Il giorno dopo la compagnia ha lasciato Firenze per entrare nella Toscana che sembra inventata da un direttore della fotografia innamorato delle colline. Prima la Faggeta di Pietraporciana, silenziosa come una cattedrale vegetale. Poi Castiglioncello del Trinoro e il Monteverdi Tuscany. Un hotel diffuso che più che ospitarti ti convince lentamente a riprendere fiato. Ad aspettare gli ospiti c’era il Rodolfo: Santoni L’Aperitivo, gin toscano, cordiale di fragole e basilico, soda, spuma acida. Fresco come una camicia di lino appena stirata. Poi il pranzo all’aperto. Sessanta persone sedute sull’erba davanti alle colline della Val d’Orcia. Un tavolo talmente lungo che a guardarlo da lontano sembrava il pranzo di nozze di una famiglia aristocratica toscana. O l’ultima cena di una confraternita molto elegante. L’executive chef Riccardo Bacciottini ha firmato il menu con i suoi pici all’aglione della Valdichiana. A chiudere il pranzo ci ha pensato l’executive pastry chef Luigi Margiovanni con una torta ricciolina dell’Amiata, nocciola, cacao e meringa. Sopra tutto quella luce toscana che ci ha accarezzati tra un cirro e l’altro.
L’arte dell’ospitalità
E in mezzo a questo viaggio costruito come un racconto c’era il trio meraviglia del progetto. Stefano Santoni, ceo dell’azienda Gabriello Santoni, presenza discreta, giacche dai colori vivaci come il suo entusiasmo, e attenzione continua ai dettagli; Simone Caporale, global ambassador partner, capace di trasformare ogni conversazione in un invito a bere meglio e vivere con più leggerezza; Luca Missaglia, managing director partner, motore rombante dell’organizzazione. Sembravano tre modi diversi di intendere l’ospitalità italiana. Uno più istituzionale, uno più visionario, uno più operativo. Insieme funzionavano come certi cocktail riusciti bene: nessun ingrediente prevale davvero, ma se ne togli uno il risultato cambia completamente.
Lo svelamento della nuova bottiglia a Casa Santoni
Infine, Chianciano Terme. La Porta del Sole restaurata grazie alla donazione di Stefano Santoni in memoria del padre Gabriello. Una porta che nel Quattrocento aveva ponte levatoio e torrione e oggi custodisce qualcosa di più raro: l’idea che il lusso possa ancora avere un volto umano. Poi Casa Santoni, col suo giardino botanico, l’alambicco tirato a lucido e Danny Del Monaco e la sua squadra dietro il bancone e i cocktail ideati da Chistian Ponziani del Sips Barcellona. Martina Ciceri, in arte Edmea, alla consolle, intenta a trasformare classici italiani in house elegante. Simone Caporale che attraversava il giardino come fanno certi padroni di casa inglesi nei film: salutando tutti, ricordandosi nomi, cose e città. Stefano Santoni e Luca Missaglia sempre presenti, mai invadenti. Attenti a ogni dettaglio, ma con quella leggerezza difficile da spiegare che hanno le cose fatte bene. E lì, nel mezzo di una tiepida serata di maggio, mentre i bicchieri riflettevano le luci e qualcuno ballava senza più preoccuparsi di sbagliare uno slide sul pavimento o di cadere nella giostra di un limbo improvvisato, è arrivato il momento finale. Presente per l’occasione tutta la famiglia di Stefano Santoni, compresa mamma Franca che ha raccontato degli esordi. Quando Gabriello Santoni lavorava sull’amaro e lei attaccava le etichette mentre era in dolce in attesa. Il tutto avveniva agli inizi degli anni Sessanta in un garage, con pochi soldi, tanta fatica, tante speranze, sogni di poter crescere una famiglia come si deve. E l’impresa è stata centrata.
Ma arriviamo al vero atto finale: allo svelamento della nuova bottiglia. Rossa come rosso è il rabarbaro. Scultorea. Luminosa. Una bottiglia con dentro un tramonto toscano di quelli che si vedono a luglio, anche se eravamo a inizio maggio. Una bottiglia che non ha bisogno di pavoneggiarsi, perché sa già di essere bellissima.
Post scriptum. Questo reportage (e questo viaggio) non sarebbero stati possibili senza il contributo di Marella Batkovic, Selene Maniero e tutto lo staff di Famiglia Santoni


