
Non è stato un Amarcord. O meglio: non solo. La sfida organizzata da Paola Mencarelli per il decimo anniversario della Florence Cocktail Week (Fcw) è stata qualcosa di più di una friendly competition: un raduno consapevole come “il bere” di chi, dieci anni fa, ha acceso una miccia e oggi si ritrova a guardare l’incendio - controllato, elegante, internazionale - che quella miccia ha generato. Al Locale Firenze, nel pomeriggio, sotto la guida attenta del bar manager Fabio Fanni e del suo team, è andata in scena una gara, presentata da Giacomo Iacobellis, che aveva il ritmo del gioco e la sostanza del mestiere.
Il primo atto risale al 2016. Bargiornale c’era, allora come oggi, a fare quello che sa fare: osservare mentre le cose accadono. E nel 2016 a Firenze stava nascendo qualcosa. Non un evento, ma un movimento. Paola Mencarelli, in questo, è stata il centro di gravità. Non solo Florence Cocktail Week: negli anni ha dato vita anche a format come Tuscany Cocktail Week e Venice Cocktail Week, contribuendo a costruire un sistema, una rete, una geografia liquida fatta di relazioni, ospitalità e visione. Ha messo insieme locali, talenti e linguaggi. E soprattutto persone. Che è sempre la parte più difficile. In giuria, come nella prima edizione, Patrick Pistolesi (Drink Kong), Luca Pirola (Bartender.it) e il sottoscritto. Nel 2016 c’erano anche Walter Gosso, Alberto Lupini e chef Cristiano Tomei: una formazione più ampia che racconta quanto, già allora, il progetto fosse preso sul serio.
Più gioco che competizione
Le regole? Una mistery box, coppie di bartender, improvvisazione controllata. Più gioco che competizione. Un format che toglie il rumore e lascia il gesto. Come direbbe Charles Bukowski, alla fine conta come stai dentro al fuoco. E dietro un banco, si vede subito. Edoardo Sandri è l’esempio perfetto. Dieci anni all’Atrium Bar del Four Seasons Florence, sempre lì, stessa casa, stessa traiettoria. Oggi con più responsabilità, ma con quella capacità rara di far funzionare un drink anche quando gli ingredienti sembrano usciti dal cilindro di un mago al posto del coniglio. Non a caso, la stessa sera Sandri ha festeggiato i suoi dieci anni in grande stile, con molti dei protagonisti della scena nazionale e internazionale. Un cerchio che si chiude. O forse che si allarga. Julian Biondi, vincitore nel 2016 e anche in questa edizione 2026, ha fatto quello che fanno i professionisti veri: ha anticipato il tempo. Due coppette in freezer prima ancora che il competitor accanto entrasse nel vivo. Sciolto, preciso, dentro la scena. Uno che i concorsi li conosce - da protagonista e da presentatore - e che da anni è anche il volto sul palco del tour Baritalia.
Paolo Ponzo ha dimostrato che le buone maniere non vanno mai in pensione. Oggi è nell’impresa familiare di pelletteria, con un negozio Clamori di Firenze, ma il gesto resta quello di un bartender raffinato, di quelli che non fanno rumore ma lasciano traccia. Daniele Cancellara, il “signor Rasputin”, oggi tra i massimi esperti italiani di whisky, ha trovato nella mistery box anche una palla a tentacoli. Non utilizzabile nel drink, ma perfetta come copricapo. E in quel momento il banco si è trasformato in un piccolo teatro. Surreale, ma perfettamente credibile. Manuel Petretto, oggi al Love Craft, ha portato il suo spirito rock and roll, quella capacità di improvvisare che è metà tecnica e metà attitudine. E poi Matteo Di Ienno, tornato per l’occasione dietro il banco del Locale, dove è stato protagonista per anni. Oggi impegnato con Biondi nel progetto Fermenthinks, distilleria sartoriale che lavora su piccoli lotti e produzioni su misura per bar e ristoranti. Un’idea semplice: dare identità liquida ai luoghi.
Tra i partecipanti anche un numero 10 della scena: Luca Picchi. Classe 1961, cinquant’anni di bar alle spalle, per quasi vent’anni capo barman del Caffè Rivoire. Oggi tra i più profondi conoscitori al mondo del Negroni. Il suo pensiero, ribadito di recente anche su Bargiornale.it nella rubrica Bar Confidential, è netto: prima di essere mixologist, bisogna tornare a essere osti. Meno ego, meno spettacolo fine a sé stesso, più accoglienza, ordine e mestiere quotidiano. Un richiamo quasi controcorrente in un’epoca che spesso confonde complessità con valore. Come in ogni gara che si rispetti, c’erano anche le curve. Tra i più seguiti Christian Pampo, da poco approdato nel nuovo Claris, negli spazi dell’ex Harry’s Bar sul Lungarno Vespucci, che ha giocato con la memoria riproponendo lo scatto iconico dello shaker fantasma. Elegante, completo nero, presenza scenica impeccabile. Assenti giustificati Luca Manni, lo “Sceriffo”, impegnato con eventi cittadini, Sabina Galloni (oggi spirits specialist per Prinz Beverage), Thomas Martini (oggi vicedirettore ristorazione per Villa Petriolo) e Robert Pavel, passato da The Fusion Bar a globetrotter enthusiast per Proposta Spirits. Ultimo a esibirsi Roberto Sibilano, che ha confermato quello che si sapeva già: tecnica e buone maniere possono convivere. E oggi, forse, le seconde valgono più della prima.
Non un podio, ma una fotografia
La gara si è chiusa come era giusto che fosse: con un abbraccio collettivo, magnetico, quasi fisico. Non un podio, ma una fotografia di gruppo. Di quelle che non servono a ricordare il passato, ma a capire dove si è arrivati. E tutto questo nasce da una storia personale che sembra un racconto. Paola Mencarelli lo dice con naturalezza: «Fino a 35 anni non avevo mai bevuto alcol. Poi, per caso e per amicizia, sono arrivati i primi drink. Americano, Negroni, Martini. È stata infatuazione pura. E non è mai finita». Dieci anni dopo, quella infatuazione è diventata sistema. Firenze non è più una promessa. È una realtà. E il bello, probabilmente, è che non ha ancora finito di raccontarsi.


