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L’importanza di un appendiabiti

Locali –

Nella stagione invernale i clienti apprezzano le soluzioni che evitano di lasciare i cappotti sulle sedie

Nella stagione fredda i clienti arrivano con giacche, sciarpe e cappotti, che in genere, in mancanza di una sistemazione migliore, appoggiano sullo schienale della propria sedia. Una faccenda tutt'altro che comoda per il cliente, specie quando i capi sono lunghi e finiscono per “spazzare” il pavimento. Molto meglio, quindi, attrezzarsi per offrire agli avventori un posto dove appendere i capi di vestiario; una piccola attenzione che contribuirà a formare il quadro complessivo di comfort e qualità con cui il cliente ricorderà il locale.

Una varietà di soluzioni
Le soluzioni utilizzabili per consentire di riporre cappotti & affini sono varie e per lo più condizionate dallo spazio che si ha a disposizione. Se nel locale c'è la possibilità di creare un piccolo vano dedicato al guardaroba, basteranno un robusto bastone appendiabiti fissato a muro e una serie di appendini. Se questo non è possibile, ecco allora che diventa necessario scegliere fra piantane polifunzionali, appendiabiti a muro, attaccapanni estensibili, ganci modulari… In generale è buona regola scegliere prodotti durevoli e robusti, capaci di durare nel tempo. È necessario verificarne la resistenza e la stabilità, considerando che potranno essere sovraccaricati più del dovuto. Oltre a essere solidi, non devono presentare elementi che si staccano facilmente né avere elementi, come ad esempio ganci troppo piccoli, che possano rovinare la stoffa dei capi appesi. La scelta dei materiali è vasta: dal legno, resistente e che comunica una sensazione di calore, tradizione e naturalità, al metallo, materiale robusto e ideale per trasmettere contenuti di design, per arrivare ai polimeri plastici, spesso colorati e dalle forme innovative.

Gli spazi guidano le scelte
Le piantane sono comode da piazzare vicino all'ingresso e basta un piccolo spazio per dare adeguata collocazione a un buon numero di cappotti. Meglio ancora se l'oggetto è anche portaombrelli (in questo caso meglio verificare che la vaschetta alla base della piantana abbia capienza sufficiente a contenere l'acqua che sgocciola). Questo tipo di complemento va scelto in modo coerente con gli arredi, dato che ha una sua visibilità nel locale, specie quando è sgombro dai capi di vestiario. Un'alternativa alla piantana sono gli appendiabiti a parete a più ganci, da fissare con chiodi a espansione. Sono un'ottima soluzione per sfruttare al meglio gli spazi, ma non vanno collocati troppo vicini ai tavoli, perché l'andirivieni di chi lascia o preleva cappotti non disturbi chi è seduto “sotto”. Sempre a parete, è possibile dotarsi di ganci modulari, che hanno il pregio di poter essere aumentati in caso di necessità, acquistandone dei nuovi.

Chiusura dell’attività per più di 30 giorni

Chiudo per due mesi, ho deciso di provare ad aprire un’attività in un altro paese, più caldo, cosa devo fare?

Per una chiusura superiore ai 30 giorni, è necessario scrivere al Comune, specificando quanto segue:



Il sottoscritto _________________________________________ in qualità di titolare/legale rappresentante della Società ____________________________________________________________________________ intestataria dell'autorizzazione amministrativa per l'attività di somministrazione di alimenti e bevande

sito in via ________________________________ n. __________ - telefono _________________________ in ottemperanza a quanto disposto dall'art 17 della Legge Regionale n. 14/2003





C O M U N I C A



- di effettuare la chiusura del sopracitato esercizio per un periodo superiore a 30 giorni e non superiore a 12 mesi, precisamente:



dal ________________________________ al __________________________________ compresi.



Addì ____________________ In fede



________________________________




Clienti molesti: posso rifiutarmi di servirli?

La legge italiana vieta ogni forma di discriminazione

In linea generale, secondo la legge italiana il gestore di un bar non può stabilire arbitrariamente chi servire o meno nel proprio locale. In particolare non è ammissibile nessuna forma di discriminazione razziale o religiosa. Tuttavia, la legge prevede espressamente che il servizio possa essere rifiutato nel caso di persone ubriache, di minori e di infermi di mente.

Diversamente si rischia la sospensione dell'esercizio e una ammenda di alcune centinaia di euro.

Il mutuo: uno strumento per investire

I principali fattori da considerare nella scelta del mutuo e le novità apportate dalla legge Bersani-bis

Il contratto di mutuo viene stipulato tra le parti in forma scritta utilizzando, solitamente, i moduli pre-stampati predisposti dagli istituti di credito. Detti moduli possono talvolta risultare di difficile comprensione.

Si consiglia pertanto di procurarsi in anticipo il testo del contratto e, soprattutto, il libretto delle "condizioni generali" proposte dalla banca, così da poterne valutare il contenuto attentamente e senza fretta.

Per la scelta del mutuo, oltre al tasso di interesse, altri fattori da considerare attentamente sono la durata del mutuo ed il peso complessivo che le rate avranno sul bilancio del mutuatario.

In particolare, è fondamentale informarsi sulla differenza tra tasso d'ingresso - più basso per le prime scadenze (mensili, trimestrali o semestrali) - e tasso a regime - applicato per tutta la restante durata del finanziamento.

Un basso tasso di ingresso può essere allettante, ma riservare la sgradita sorpresa di tassi a regime molto alti; analogamente, un tasso fisso conveniente al momento della stipula del contratto può rivelarsi molto oneroso dopo qualche tempo.

Al fine di evitare possibili brutte sorprese devono, poi, essere valutate con attenzione le c.d. spese accessorie, tra cui rientrano le spese di istruttoria della pratica, le spese notarili, e le varie assicurazioni - più o meno imposte - con le quali la banca si garantisce contro il rischio di danni/incendio dell'immobile o morte del mutuatario.

Si ricorda, infine, che con la legge n. 40/2007 - meglio nota come legge Bersani-bis - è stato introdotto il divieto di penali in caso di estinzione anticipata di mutui contratti a partire dal 2 febbraio 2007. Per i mutui contratti in precedenza è stata invece prevista la possibilità di rinegoziare le eventuali penali previste al momento della stipulazione.

La medesima legge ha poi esteso il concetto di "portabilità" ai mutui: qualsiasi mutuatario può ora trasferire liberamente il proprio mutuo presso un'altra banca, che gli pratichi condizioni più favorevoli. In proposito, tuttavia, si deve segnalare che l'esercizio di questi diritti è spesso "ostacolato", per ovvi motivi, dalle banche.


Dop penalizzati dalla dimensione

Mercato –

L’Italia è la nazione europea con il maggior numero di prodotti tipici, ma le singole aziende spesso sono troppo piccole per ottenere un buon export

Ci consideriamo il paese del mangiar bene per eccellenza. Ci riteniamo la patria della dieta mediterranea. Ci vantiamo di avere produzioni agricole uniche e di elevata qualità. E siamo anche la nazione europea con il maggior numero di denominazioni Dop e Igp: ben 164, pari al 21,6% del totale. Dunque, perché dubitare che l'Italia sia in grado di diventare il distretto mondiale dell'alimentare? In realtà, se dalle parole, dai numeri e dalla storia si passa all'analisi dei fatti, la risposta positiva non è così scontata. E la situazione mostra molte ombre.

Lo studio di Nomisma: numeri troppo piccoli
Partiamo dalle denominazioni d'origine concesse dall'Unione Europea: siamo sicuri che servano davvero e abbiano automaticamente un risvolto commerciale? Guardando al giro d'affari dei prodotti Dop e Igp non sembra affatto così. Secondo le stime di Nomisma (www.nomisma.it), i primi 10 prodotti Dop e Igp italiani coprono l'85% del valore alla produzione dei prodotti a denominazione d'origine, che ammonta a 4.600 milioni di euro. In altre parole, i restanti 154 alimenti Dop e Igp fatturano complessivamente alla produzione solo 690 milioni di euro. Ossia 4,5 milioni l'uno. Numeri ridicoli per prodotti che dovrebbero rappresentare i gioielli del made in Italy sul mercato nazionale e nel mondo. Sarebbe interessante a riguardo fare un censimento delle denominazioni “giacenti”, un po' come lo Stato ha fatto di recente per i conti correnti bancari. Sicuramente se ne scoprirebbero delle belle, a partire dalle denominazioni esistenti solo sulla carta o richieste per mero spirito di politica locale o campanilismo. «Le denominazioni Dop e Igp - dice Denis Pantini di Nomisma - sono punti di partenza e non di arrivo: il consumatore non è disposto a pagare di più un prodotto con il bollino se non lo conosce. Occorre affiancare al riconoscimento comunitario uno sviluppo promo-commerciale dei prodotti a marchio».

Una scarsa commercializzazione
A maggior ragione questo discorso vale sui mercati esteri. Se guardiamo a quanto vale l'export italiano di Dop e Igp arriviamo a 936 milioni di euro contro i 2.200 milioni totali del comparto alimentare. Meno di un prodotto tipico su cinque (per la precisione il 18%) viene venduto fuori dalle nostre frontiere. Le ragioni? Innanzitutto la struttura frammentata del settore, come rileva uno studio condotto da Bain&Co e presentato a in un convegno organizzato da Metro Italia, e la conseguente incapacità di mettere in atto adeguate strategie di crescita che permettano di affermarsi sul mercato globale. Un dato che dice tutto sulla situazione in cui versano le nostre produzioni è il seguente: a commercializzare i prodotti tipici sono solo poco più di 3mila imprese contro le oltre 107mila che si occupano solo di produzione.

I casi dell'olio Monti Iblei e del Chianti
Ma, nonostante questa forbice, per i tipici c'è spesso anche un problema di quantità. Emblematico il caso dell'olio extravergine di oliva Monti Iblei Dop, che manda all'estero circa il 25-30% della produzione, nella scorsa campagna pari a 1.600 quintali di olio, ma che vive nell'export una fase di stasi, anche perché non avrebbe nemmeno i numeri per soddisfare un aumento della richiesta. Eppure si tratta di un prodotto Dop citato in diversi studi come una case history d'eccellenza. Altro esempio su cui riflettere è quello dell'olio extravergine di oliva Chianti Classico Dop, che, pur molto richiesto all'estero, non può soddisfare la domanda per mancanza di prodotto. Se questo può rivelarsi un atout vincente nello sviluppo di un'economia del territorio, diventa un limite alla crescita sui mercati esteri. Anche perché, come sottolinea Bain&Co, l'offerta di articoli esclusivi è uno dei requisiti indispensabili per fare il successo di un'impresa all'estero.

La necessità di un impegno a lungo termine
Le imprese che vanno meglio nel mercato globale sono quelle che hanno un business fondato su elementi distintivi e profittevole. Ma che hanno anche manager aperti al rischio e pronti a scommettere sul futuro, nonostante la piccola dimensione dell'azienda alimentare italiana rimanga una barriera all'espansione internazionale. «Anche se siamo strutturalmente svantaggiati, il nostro alimentare mantiene quota nel commercio mondiale ed è su una traiettoria positiva - commenta Marco Costaguta di Bain&Co -. Certo, ognuno (manager, imprenditori, istituzioni) deve fare la sua parte, perché non si riesce ad avere successo senza uno sforzo collettivo. Il punto chiave è progettare su un orizzonte di lungo termine». Occorre, dunque, un lavoro di squadra, altrimenti questa volta rischiamo veramente di rimanere al palo.

Gli spumanti fermentano anche al sole

Tradizioni –

La spumantistica dell’Italia centrale e meridionale offre interessanti produzioni che sfruttano i vitigni autoctoni

I pregiudizi sugli spumanti prodotti nelle zone calde del centro e sud Italia sono ancora piuttosto diffusi. Di solito si tende, infatti, a considerarli poco freschi e fruttati, e si pensa siano nati più per emulare i risultati ottenuti nel settentrione, piuttosto che per esprimere originali caratteristiche organolettiche.
Eppure oggi la spumantistica dell'Italia centrale e meridionale è più attiva che mai e, a fianco di etichette che ormai possiamo definire storiche, hanno fatto la loro comparsa interessanti novità, spesso ottenute da varietà autoctone.

Le produzioni del centro
Una delle prime regioni del centro-sud a sviluppare una propria tradizione spumantistica sono state le Marche. Il medico Ubaldo Rossi, vissuto a Jesi all'inizio dell'Ottocento, racconta per esempio che in zona si produceva già all'epoca uno spumante “alla maniera del vino Champagne”, e in suo onore la cantina di Colonnara (Ancona) ha ideato circa dieci anni fa un omonimo Brut Metodo classico millesimato, ottenuto da sole uve verdicchio. Sempre dalla provincia di Ancona proviene anche il Brut Riserva di Gioacchino Garofoli, ancora una volta un verdicchio in purezza.
In Abruzzo, invece, la cantina Dora Sarchese ha da poco lanciato un innovativo spumante rosato da uve montepulciano, disponibile in bottiglie sia trasparenti (Rosè Osè) che scure (Rosè Privè).
Da un più tradizionale uvaggio chardonnay e pinot nero, seppure declinato in percentuali variabili, si ottiene poi lo spumante marchigiano Velenosi Brut, al quale è stata recentemente affiancata anche una versione rosata, piuttosto che l'umbro Lungarotti Brut.
In Toscana, invece, si racconta che Antinori abbia iniziato a produrre il suo primo spumante già nel 1905, in seguito alla visita presso le cantine di San Casciano da parte del produttore di Champagne Lucien Charlemagne.

E quelle del sud
L'incontro con un celebre enologo di Epernay, Anselme Selosse, ha portato alla nascita anche di una nuova gamma di metodo classico prodotti in Irpinia dalla Feudi di San Gregorio: sono le tre etichette Dubl Falanghina, Dubl Rosato di Aglianico e Dubl Greco. «Mi interessava - ha spiegato Selosse a questo proposito - dare una diversa espressione ai vitigni locali lavorando con le bollicine”.
E c'è chi lo spumante lo produce da sempre, come la Duca di Salaparuta che fin dal 1971 dà vita al Brut Riserva, da uve grecanico e chardonnay. Sempre in Sicilia, Tasca d'Almerita propone invece dai primi anni '90 l'Almerita Brut, metodo classico ottenuto da chardonnay in purezza, al quale si è recentemente affiancata anche una versione rosata da pinot nero. In Sardegna, infine, si torna all'autoctono: Sella e Mosca produce un Brut da varietà torbato.

La cucina cambia per il caro-acciaio

Materiali –

Sul mercato si stanno affacciando nuove leghe in grado di garantire prestazioni almeno pari a quelle dell’inox

Quando si tratta di allestire una cucina o un banco bar sono tanti gli aspetti da considerare. L'estetica per esempio, la funzionalità, il design. Ma il più importante di tutti è il materiale. Parlando di superfici che vanno a contatto con il cibo, infatti, è fondamentale avere la certezza di avere scelto una soluzione che risponda alle norme igieniche e sia approvata dalle norme.

Non c'è solo l'inox
Fino a poco tempo fa le alternative erano poche e la risposta era quasi sempre una sola: acciaio inox, il materiale più sicuro, più igienico e più diffuso. Ora non è più così, o almeno non in tutti i punti di un locale. Da un lato perché nascono materiali sempre più tecnologici e sofisticati che in molti casi possono andare altrettanto bene. Dall'altro perché il costo dell'acciaio, così come quello di altre leghe o metalli, sta vertiginosamente crescendo sul mercato mondiale, rendendolo antieconomico per molte realizzazioni. Dell'argomento si è occupato Angelo Po, il marchio modenese di cucine professionali, che ha organizzato una tavola rotonda sul mercato dell'acciaio nell'ambito di Host. «Il fatto è - ha spiegato Giuseppe Salamone, del gruppo ThyssenKrupp Terni Acciai Speciali - che non esiste un solo acciaio inox, ma un'incredibile varietà di tipologie che differiscono tra loro in base alle percentuali di componenti contenute. L'acciaio inox è infatti una lega di ferro e altri elementi, come cromo, nichel, titanio, carbonio e altri. La loro diversa modulazione produce leghe con caratteristiche anche molto diverse tra loro». Perché è importante conoscere questo aspetto? L'acciaio finora considerato migliore in assoluto è il 304, caratterizzato da un bassissimo contenuto di carbonio (lo 0,05%), il 10% di nichel e il 18% di cromo. Il 304 è altamente igienico, ha un'alta resistenza alla corrosione, ma soprattutto è molto facile da lavorare. Fa parte della categoria degli acciai inossidabili “austenitici”. «Ma - spiega Salamone - per realizzare una cucina professionale si possono usare anche altri acciai inossidabili, senza per questo perdere in qualità o igienicità. Si tratta, insomma, di non fissarsi su un determinato tipo di prodotto e di fare effettivamente la propria scelta sulla base delle reali necessità».
 
Le nuove leghe
I produttori oggi puntano su leghe meno costose, i cosiddetti acciai inox ferritici, che un tempo erano sinonimo di bassa qualità e oggi, grazie anche alla ricerca, hanno migliorato sensibilmente le loro prestazioni. «Oggi - dice ancora Salamone - si producono acciai ferritici come quelli con le sigle 441 o 444, che hanno una resistenza alla corrosione superiore agli acciai austenitici». Ma per scegliere queste nuove leghe occorre superare alcuni preconcetti. «Il più diffuso - sottolinea l'esperto - è che un acciaio magnetico, cioè che attira una calamita, sia di bassa qualità. Non è vero, esistono leghe con questa caratteristica che forniscono prestazioni elevate». È un falso mito anche quello che l'acciaio inossidabile non si ossidi. In realtà a lungo andare la maggior parte di quelli in commercio finisce per annerirsi, a causa proprio della reazione con l'ossigeno contenuto nell'aria.
 
Le nuove normative
Anche altri materiali classici stanno attraversando una fase di rinnovamento. È il caso del Corian, il composito inventato dalla multinazionale DuPont ormai 40 anni fa, duro come la pietra, liscio e quindi facile da pulire e, soprattutto, facilmente modellabile. Del resto, le aziende produttrici sono costrette a prestare sempre maggiore attenzione ai materiali utilizzati per il contatto con il cibo. Le normative si fanno sempre più restrittive, com'è il caso per esempio dell'alluminio, per il quale è stato emanato lo scorso giugno un regolamento ufficiale, prodotto dal ministero della Salute, che ne regola usi e modo di produzione. Per la maggior parte degli alimenti, per esempio, è vietata la conservazione in contenitori di alluminio a temperatura ambiente per più di 24 ore. È invece consentito l'impiego dell'alluminio nella refrigerazione. Fanno eccezione alimenti come caffè, zucchero, cereali, paste alimentari non fresche, funghi e verdura secca, prodotti di panetteria e confetteria che possono comunque essere tenuti in alluminio. La norma vale anche per le pellicole di alluminio, per leghe e per contenitori rivestiti.

Le nuove pellicole resistenti
Anche tutto il settore delle pellicole per uso alimentare è in ebollizione. Sulle pellicole in materiale plastico, per esempio, è appena partito un progetto italiano, curato dal laboratorio Ismac del Cnr di Milano, per sviluppare materiali che garantiscano una miglior conservazione del cibo. Il colosso della chimica Basf ha invece sviluppato una pellicola ultraresistente che ha la proprietà di essere particolarmente elastica ma al tempo stesso di ritornare allo stato iniziale senza mostrare deformazioni. Ma l'elenco delle innovazioni potrebbe davvero durare all'infinito. Si va dallo sviluppo di materiali ceramici per le lame di coltelli, all'impiego di prodotti plastici flessibili per usi alimentari, dalla ricerca di materiali siliconici per cotture ad alta temperatura a quello di nuovi vetri ultraresistenti per strumenti di cottura e piani di lavoro facili da pulire. E già si parla dell'arrivo di materiali nanotecnologici.

Nei consumi c’è già l’integrazione

Immigrati –

Secondo numerose ricerche i comportamenti d’acquisto degli stranieri sono ormai molto simili a quelli degli italiani

Il processo di integrazione degli immigrati regolari in Italia, circa 3,6 milioni, all'interno della società italiana è molto più avanzato di quanto si possa pensare. Tanti i segnali di questa “fusione” presi dalla realtà di tutti i giorni. Ad esempio, in un take away milanese gestito da algerini, fa bella mostra di sé in menu la “pizza kebab”. Ossia un trancio di italianissima pizza margherita, avvolto stile rotolo, farcito con la celebre carne cotta al girarrosto e arricchito della tradizionale salsa piccante harissa di origine nordafricana. Un best seller, assicurano i ragazzi che lavorano dietro al bancone, amato soprattutto dagli immigrati, quasi a realizzare un ponte alimentare tra due culture: mediterranea e maghrebina.

I progetti d'integrazione
Il cibo, dunque, come strumento di conoscenza delle culture “altre” e come veicolo di interrelazione fra i popoli: ne sanno qualcosa, ad esempio, le scuole italiane, in particolare le elementari, in cui la crescente presenza di allievi stranieri rimette in discussione sia la didattica che l'organizzazione interna. A partire dal cibo, con giornate o menu etnici volti ad insegnare anche a tavola ai valori della multirazzialità. Vedi il progetto “Ogni mese...un Paese”, avviato nelle mense scolastiche della capitale, frequentate da circa 30mila bambini e ragazzi di 170 nazionalità diverse, circa il 9% del totale (www.comune.roma.it). Se, dunque, da una parte gli italiani stanno scoprendo con piacere nuovi stili alimentari abituandosi al mix di tradizioni della società multietnica, dall'altra gli stranieri si stanno caratterizzando sempre di più come un target di consumo strategico anche per la comunicazione pubblicitaria, con stili d'acquisto, scelte e bisogni propri. Una fascia di mercato in grado potenzialmente anche di ridisegnare la mappa dei comportamenti nei canali dell'extradomestico.

I numeri del fenomeno
Sono oltre 3,6 milioni gli immigrati regolari in Italia, secondo il dossier immigrazione firmato da Caritas-Migrantes (dossierimmigrazione.it). Un dato che pone l'Italia vicino, in termine di numerosità di immigrati, a Paesi europei, come Spagna o Regno Unito, di più antica tradizione immigratoria. Nonostante la convinzione diffusa, solo cinque immigrati su 10 sono extracomunitari: forte, infatti, è la presenza di cittadini Ue che risiedono in Italia, compresi gli abitanti di quei Paesi dell'Europa orientale che solo recentemente sono diventati comunitari, come Romania e Polonia. Proprio la Romania è il Paese più rappresentato, con 500mila persone munite di regolare permesso di soggiorno, seguita da Marocco e Albania (circa 400mila immigrati ciascuno), da Ucraina (200mila presenze) insieme alla Cina e da Moldavia, Tunisia, India e Polonia con 100mila presenze ognuno. Oggi il rapporto tra immigrati e italiani è di 1 a 16, ossia ogni 16 italiani vi è un cittadino immigrato. Ma tutti gli indicatori fanno pensare a un continuo aumento del numero degli stranieri residenti in Italia: «Il nostro - spiega Franco Pittau, coordinatore del Dossier statistico immigrazione Caritas-Migrantes - è un Paese destinato a superare i 10 milioni di cittadini stranieri. Qualche tempo fa si prevedeva che questo numero si sarebbe raggiunto verso la metà del secolo in corso, ora si pensa molto prima. Questo maggiore afflusso eviterà, come già sta avvenendo, una brusca diminuzione della popolazione causata dal crollo delle nascite. E determinerà un progressivo aumento dell'incidenza della popolazione straniera sul totale complessivo dei residenti che potrebbe arrivare al 20%. Una percentuale già raggiunta oggi dalla vicina Svizzera». Quella che si prefigura, quindi, è una nuova Italia, nella quale gli immigrati, nel loro status di “nuovi italiani” diventano anche consumatori a tutti gli effetti.

Una popolazione con abitudini simili a quelle degli italiani
Lo mette in luce una recente indagine, realizzata da TomorrowSwg (tomorrowswg.it) e prodotta da Etnocom, che traccia un identikit degli immigrati in Italia: una popolazione giovane, amante del nostro Paese e con una buona propensione alla spesa per quanto riguarda il tempo libero. Con un'età media di 35 anni (il 40% ha tra i 25 e i 34 anni), gli immigrati mostrano di avere interiorizzato le abitudini degli italiani su come spendere il proprio tempo libero: il 54% degli intervistati dichiara di andare al cinema, il 22% dei quali una volta al mese. Molto amata anche la discoteca, che raccoglie i consensi del 37% degli immigrati. Addirittura il 6% si dichiara un assiduo frequentatore, visto che si reca a ballare nei locali della notte una volta la settimana. Ma è nel “sedersi a tavola” che gli immigrati riducono ulteriormente le distanze dagli italiani: il 62% afferma di mangiare nei fast food (77% dei quali da Mc Donald's e il 31% da Spizzico), mentre il 76% dichiara di recarsi in pizzeria-ristorante: un 15% tutte le settimane e un 34% almeno una volta al mese. Una dichiarazione d'amore per la cucina italiana che si deduce anche dall'utilizzo della pasta, apprezzata e consumata dal 79% degli intervistati. Una tendenza avvalorata anche da un altro studio promosso da Coldiretti (Nomisma-Demetra 2007, www.coldiretti.it), dove emerge che acquistare alimenti di provenienza italiana è importante per il 31% degli stranieri, mentre solo l' 8,5% indica come prioritario il prodotto del proprio Paese. Ennesima dimostrazione di un elevato livello di integrazione, anche se ben il 20% di immigrati dichiara di acquistare prodotti alimentari presso negozi gestiti da stranieri. Certo, l'adesione a stili occidentali non è pacifico. Quale che sia l'etnia di appartenenza, la professione esercitata o la struttura del nucleo familiare, gli immigrati extracomunitari di prima generazione vivono in continua oscillazione tra il desiderio d'integrazione e quello di salvaguardia della propria identità culturale.

Un comportamento ambivalente
«Osserviamo, nei confronti della cucina - dichiara Daniela Ostidich, presidente di Marketing&Trade, società milanese che ha svolto per il mensile Mark Up l'indagine “Immigrazione e commercio” sul comportamento di consumo dei “nuovi italiani” nella piazza di Milano (www.mark-up.it) - un atteggiamento ambivalente: durante la settimana gli immigrati che lavorano adottano una dieta mediterranea, più facile da reperire, da condividere con i colleghi di lavoro, veloce da preparare e da digerire. Invece, durante il weekend o nelle giornate di festa, lo straniero preferisce tornare ai piatti tradizionali, cucinati insieme all'interno di un gruppo di connazionali, parenti o amici». Ed è proprio questa dimensione “comunitaria” che caratterizza il tempo libero di molte comunità; e se c'è un prodotto che accomuna italiani e immigrati in un unico consumo collettivo, questo è la birra. Naturalmente divergono i luoghi: se per gli italiani il bar e la birreria sono due approdi naturali, per la folta comunità di immigrati, esclusi quelli che per precetti religiosi non possono bere alcolici, le panchine dei parchi o le piazze si trasformano in bar “plein air” dove socializzare. «Generalizzando un po' - prosegue Ostidich - si tratta di comunità che vivono gli spazi pubblici non come veloci luoghi di passaggio, ma come luoghi da vivere. La grigliata tra amici è possibile solo al parco, dove si può prendere il sole oppure stringere nuove amicizie. Certo, ciò espone la città a problemi di decoro o di ordine pubblico, ma questo è un modo caldo di vivere la città, molto latino. Non c'è per forza il degrado, ma è frutto della mentalità di vivere la metropoli come un contenitore che va riempito».
Quello che, infine, si profila, al di là delle specifiche etniche e locali, è un orizzonte di integrazione che subirà un'accelerazione con gli immigrati di seconda e terza generazione. «Per gli immigrati - dichiara Stefano Grezzi, responsabile della ricerca di TomorrowSwg - più che di un'italianizzazione si può parlare oggi di un'omologazione nei confronti della società occidentale e questo fenomeno lo si vede dal successo di cinema e fast food. Parallelamente, vediamo un processo di acquisizione da parte degli italiani di stili e abitudini alimentari alternative, grazie all'affermarsi nella ristorazione di una piccola imprenditoria soprattutto cinese e nordafricana». Come si conviene, giustamente, a una società multietnica.

La ristorazione è pronta al futuro

Tecnologia –

Locali automatizzati, soluzioni self service, piattaforme che consentono al cliente di ordinare da chioschi o di navigare nei menu come fossero dei blog. Si moltiplicano modelli basati su standard aperti e modellabili

Sembra di stare sul set di un nuovo episodio di “Guerre stellari”, ma non è così. Siamo in Franconia, territorio della Baviera settentrionale, e precisamente nella romantica città di Norimberga. Qui si trova il futuristico 's Baggers (www.sbaggers.de), ristorante che tra gli addetti ai lavori è già considerato un modello dell'ospitalità che verrà, con schermi touch screen posizionati su ogni tavolo per ordini e pagamenti (tramite cellulare o carta di credito-debito) e una rete ingegnosa di binari in acciaio che grazie alla forza di gravità trasporta i piatti ai tavoli.

Un sistema in grado di generare risparmio
Il tutto comandato da un sistema brevettato che governa ogni tipo di operazione: ordini (il cliente è identificato tramite una carta Rfid che viene consegnata all'entrata del ristorante e che può essere utilizzata anche per il pagamento), flussi di lavoro, transazioni e azioni di fidelizzazione. Dai buoni sconto per i clienti più fedeli rilasciati dal sistema stesso al momento della registrazione a una vera e propria carta fedeltà, la Friends Card, che consente al cliente di interagire con il sistema e ricevere dal management non solo bonus, ma anche consigli e suggerimenti riguardo menu, nuovi piatti o servizi ecc. Ad esempio, i clienti possono visionare le “pagelle” lasciate dai precedenti visitatori in modo da valutare piatti e menu o l'affidabilità del servizio. Un ristorante ad alta tecnologia dunque, ma distinto da una cornice di design e con una carta di specialità locali ed internazionali da fare invidia a un locale top, con tanto di preparazioni low fat o che utilizzano prodotti da agricoltura biologica. I prezzi sono estremamente competitivi e variano per piatto da 1 a 7 euro, a seconda della tipologia o dell'origine degli ingredienti. Al 's Buggers il personale di sala c'è, ma è esclusivamente dedito al ricevimento degli ospiti e alla spiegazione del funzionamento del sistema, mentre il resto è concentrato in cucina dove opera un'intera brigata. Insomma, a differenza di modelli analoghi (vedi il format uWink, pag. 22 di Bargiornale Gennaio), qui tutto è automatizzato, con soddisfazione dei consumatori e dello stesso imprenditore. Implementare questo sistema - dichiarano i promotori - può ridurre il personale di sala del 60-80% e si può arrivare a un risparmio di circa 200 mila euro all'anno. Insomma, quello che si dice una soluzione efficiente dal punto di vista gestionale, allo stesso tempo, spettacolare. La tecnologia, in questo caso, può valere quanto un interno di Philippe Starck e trasformarsi in una leva di seduzione, come già avviene in altri ambiti. Ad esempio nei punti vendita del settore moda, dove le tecnologie interattive o polisensoriali aiutano il consumatore ad andare oltre al prodotto, per cogliere un'immagine più completa della marca o dell'insegna (es. schermi di nebbia sui quali sono proiettate immagini di varie dimensioni o cabine di prova multisensoriali con tecnologie audio, video e olfattive).

Una tendenza globale verso l'automatizzazione
Il modello tedesco d'altronde non è un caso isolato. L'informatizzazione del ristorante con l'impiego di soluzioni self service, come chioschi interattivi e video touch screen o con sistemi gestionali che consentono di ricevere e processare ordini inviati on line o via telefonino è una realtà. Oltreoceano, le più note catene della ristorazione veloce (McDonald's, Taco Bell, Pizza Hut, Burger King ecc.) hanno già sviluppato soluzioni self service e un recente studio realizzato da Next Choice (fornitore di software per soluzioni self service per la ristorazione), indica che circa due terzi degli operatori americani stanno già testando o pensano di implementare a breve termine dei sistemi basati su tecnologie interattive. Ma c'è addirittura chi osa di più e prevede che entro l'anno 2015 ogni ordinazione o transazione al ristorante avverrà attraverso sistemi automatici interattivi senza la necessità di intervento umano. Già oggi, d'altronde, il ristorante perde in alcuni casi la connotazione di luogo fisico e diventa una grande piattaforma interattiva e navigabile, dove tutto è “open”, modellabile a proprio piacimento e scaricabile: dal menu alla lista degli ingredienti, ogni tipo di proposta è gestibile dal cliente attraverso cellulare o iPod. Come nel caso del circuito GoMobo (www.gomobo.com), dove l'utente si seleziona dal telefonino il ristorante, scarica il menu, lancia l'ordine e paga. Ma futuro, secondo alcuni esperti, non farebbe necessariamente rima solo con tecnologia. «Non si può non parlare dell'emergenza ambientale - spiega Thomas Bialas, presidente di NemoLab, laboratorio culturale di esplorazione sulle tendenze future - che condizionerà non solo gli stili di vita, ma avrà un impatto pesante anche sull'industria dell'ospitalità. Un settore dove il binomio “fast and good” (veloce e buono) sarà non solo all'insegna di tecnologie in grado di velocizzare il servizio e rendere più efficiente la catena operativa, ma anche capaci di ridurre gli sprechi, di impiegare energie rinnovabili e di concorrere a uno sviluppo economico sostenibile».

Il ritardo della ristorazione italiana
Questo è quanto ci aspetta, ma se facciamo un passo indietro e ci caliamo per un attimo nella ristorazione italiana, lo scenario cambia radicalmente. Non è un mistero che sul fronte dell'implementazione di programmi o software gestionali il settore sia in ritardo. Non parliamo poi dell'applicazione di soluzioni self service che nel nostro Paese rappresentano ancora una tecnologia di frontiera. gap. «Nel prossimo futuro - dice Massimo Giordani, docente di integrazione dei media del Politecnico di Torino e amministratore di Time&Mind - lo scarto sarà tra le catene e i piccoli ristoratori indipendenti. Le prime hanno già attivato o sperimentato piattaforme gestionali con connettività wireless, mentre i secondi guardano ancora con diffidenza a questo tipo di soluzioni. Una resistenza dovuta non tanto al problema di ammortizzare l'investimento per l'acquisto del sistema, quanto a fattori culturali e di mentalità».

Sulla stessa lunghezza d'onda anche Mauro Santinato, presidente di TeamWork: «La tecnologia si sta diffondendo a una velocità incredibile e molti operatori non riescono a stare al passo. Nella ristorazione, in particolare, c'è la difficoltà a passare da un modello artigianale, basato su creatività ed esperienza personale del patron, ad uno standardizzato e più efficiente. Come si può, ad esempio, migliorare la performance del proprio personale di sala se non si è in grado di misurarne la produttività? Certo la tecnologia da sola non risolve tutti i problemi e credo che anche in futuro sarà sempre mediata dal fattore umano». E continua: «Anche oltreoceano le soluzioni self service, ad esempio i chioschi per gestire negli hotel pratiche di registrazione e di uscita, sono integrate da personale di ricevimento che, libero dalla burocrazia del check in/out, può dedicarsi ai rapporti con la clientela, vendendo servizi aggiuntivi, upgrade ecc.». Gli esperti ne sono convinti: è solo questione di tempo. La tecnologia diventerà pane anche per i denti dei ristoratori. D'altronde il mondo ci sta abituando a cambiamenti velocissimi: basti vedere gli ultimi numeri sul commercio elettronico. Dopo anni di cautela, gli acquisti in Rete sono esplosi anche in Italia con una crescita del 30% nel 2007. E sono affari per tutti, grandi e piccoli.

Come adeguare i locali ai nuovi trend

Gestione –

Più qualità e prezzi accessibili: secondo uno studio di Astra Ricerche, sono questi gli elementi per sviluppare il settore in un periodo di crisi

Per fortuna abbiamo lasciato alle spalle questo 2007. Un anno nero, falcidiato da un cataclisma dopo l'altro: la faccenda dei mutui, i rincari sui prezzi delle materie prime, latte e grano in testa, il caro euro. Un po' tutti ne hanno fatto le spese: consumatori e gestori, industrie e distributori.
Peggio: dati alla mano, solo il 26% degli italiani guarda al 2008 con ottimismo contro, per esempio, il 42% degli svedesi (fonte Europarlamento). Non bisogna farsi prendere dal panico e abbandonarsi al pessimismo. È necessario correre ai ripari, o prendere il toro per le corna.

Lo studio di Astra Ricerche
Le prossime mosse vanno giocate tenendo conto di moltissime varianti: la stagnazione dei consumi, i cambiamenti demografici, le questioni sociali. A considerarle tutte c'è uno studio predittivo sui mega trends rilevanti per l'Italia, vale a dire sulle tendenze di medio termine (a 5-7 anni), condotto da Astra Ricerche nella prima metà del 2007 per conto di tre distretti (Prosecco Doc di Conegliano Valdobbiadene, Metadistretto calzaturiero Veneto e Mobile classico di Verona).

L'economia del nostro paese è caratterizzata da un esercito d'imprese piccole e medie: la prova è che il fatturato dell'intero comparto alimentare deriva per il 22% da imprese con meno di 20 dipendenti (fonte Bain & Co). Quindi la maggior parte delle aziende non ha la dimensione per competere sul mercato internazionale (la percentuale di esportazioni per le aziende da 10 a 19 addetti è pari al 7,1%).

Un esempio: il Prosecco di Valdobbiadene
È allora indispensabile passare dall'ottica individuale a quella di sistema, coinvolgendo anche enti, istituzioni e, se possibile, tutto il circondario.
Il Prosecco si è incamminato su questa strada. Negli ultimi anni, lo spumante di Conegliano Valdobbiadene ha messo a segno una carrellata di performance di tutto rispetto, in un panorama nazionale tutt'altro che soddisfacente: -4,22% la media italiana dei consumi di bevande nel 2007 (fonte Consorzio Distributori Alimentari). Dai dati raccolti dal centro studi del distretto, presentati lo scorso dicembre, invece risulta costante l'aumento dell'export (+ 34,4 % contro il 16,4 del 2003). La produzione complessiva si è assestata su 49,2 milioni di bottiglie, di cui 40,2 milioni di spumante, pari all'81,5%.

I mega trend in Italia
Bisogna identificare il consumatore ideale da qui al 2013. Dei trends emersi dallo studio, il primo riguarda appunto l'evoluzione demografica. Da registrare una veloce diminuzione delle fasce d'età giovanissime. Gli over 65 sono oltre 11 milioni e nel 2020 saranno il 23,6% della popolazione. Di più: gli over 80 sono quasi il 5% degli italiani (fonte Altraetà). Di conseguenza, si resta giovani e indipendenti più a lungo: si avranno di fronte post-adulti vivaci e attivi, oltre che moderni consumatori. In secondo luogo, per l'allungamento della vita media (attiva), il cosiddetto baricentro dell'innovazione si sposta più avanti: oggi a 36 anni si è appena acquisita un'autonomia reddittuale.

La classe media e medio bassa ha dovuto ridurre l'acquisto di beni e servizi, pur privilegiando la difesa della qualità di pochi di essi per non cadere in depressione. Ma il principio del “less but better” (meno ma meglio) vale anche per la classe medio-alta, per la quale ridurre gli acquisti di prodotti di qualità dipende spesso da mancanza di tempo, o dalla consapevolezza che la felicità sia acquisibile con esperienze che richiedono transazioni non economiche, extra-mercato (rileggere, rivedere, riflettere, passeggiare, riposare).
Insomma: il reddito spiegherà sempre meno i comportamenti d'acquisto, salvo che nelle aree della povertà. I consumatori diventeranno più imprevedibili. Sarà più utile fissare una scala di prezzi verticale, che contempli proposte più dispendiose e altre più economiche, mentre si rivelerà inutile adottare politiche di pricing in base al target.

I nuovi valori dei consumi
«I consumatori - secondo Enrico Finzi, presidente di Astra Ricerche - saranno meno propensi agli eccessi e più attenti al salutismo, un calice di Prosecco come aperitivo sarà preferito alle abbuffate al banco dell'happy hour. Niente luci stroboscobiche e più luci tenui, musica chill out e non house. E ancora: due italiani su tre sono sensibili a stimoli soft: se un terzo ama i gusti forti e persistenti, due terzi prediligono gusti morbidi e dolci; se un terzo si ubriaca, gli altri bevono responsabilmente; se un terzo va pazzo per abiti modaioli, due terzi preferiscono un look meno shouting».

La naturalità, la sicurezza e costanza della qualità saranno i valori più ambiti; il brand e l'origine controllata saranno garanzie chiave. «In questo scenario - dichiara Finzi - diverrà strategico anche il ruolo dei professionisti dell'ospitalità. Il barman o cameriere potrà farsi garante dei prodotti proposti. Lo chef potrà rassicurare gli ospiti sulla sicurezza di questo o quel formaggio d'alpeggio, sull'autenticità di un certo vino, selezionato personalmente presso il produttore. In una società sempre più dominata dall'incertezza e dalla virtualità dilagante, si rafforzerà il bisogno di contatto diretto: il cosiddetto human touch sarà, ancora una volta di più, fondamentale».

Il consiglio a baristi e ristoratori per affrontare con serenità il prossimo lustro è di praticare la strada di un'innovazione moderata, senza eccessi. Quindi una politica di prezzi moderata e un servizio attento e cortese: in futuro più che mai, il sorriso di un barman potrà fare la differenza, così come il fatto che si ricordi il nome di ogni cliente o l'ordinazione.

Pannelli solari per i vini siciliani

Ambiente –

La cantina Donnafugata ha installato un impianto fotovoltaico nel suo sito produttivo: l’investimento da 280mila euro coprirà il 50% del fabbisogno energetico dell’azienda

A Marsala (Trapani), dove la cantina Donnafugata imbottiglia tutti i suoi vini, è attivo da ottobre un nuovo impianto di 320 metri quadrati di pannelli solari tecnologicamente all'avanguardia. La struttura ha una potenza di 50 kW di picco e copre circa la metà del fabbisogno energetico della fabbrica marsalese. Da questo edificio escono infatti le 3 milioni di bottiglie prodotte con le uve delle tenute siciliane dell'azienda, da Contessa Entellina (Palermo) all'isola di Pantelleria (Trapani).

L'attenzione ecologista del gruppo Donnafugata
Il gruppo Donnafugata (www. donnafugata.it) non è nuovo a iniziative di questo tipo. Già nel 2002 aveva realizzato un tetto fotovoltaico da 140 mq a Contessa Entellina, in grado di produrre 28 mila kWh l'anno, con un investimento da circa 135 mila euro. Per il nuovo impianto di Marsala la spesa, interamente coperta dall'azienda, ammonta invece a 280 mila euro. Un'analoga cifra è prevista per un terzo stabilimento, che in realtà servirà a sostituire la “vecchia” tettoia di Contessa Entellina, e ne raddoppierà la potenza. Questo nuovo impianto entrerà a regime a inizio 2008 e consentirà all'azienda di coprire il 65% del suo fabbisogno energetico con i raggi del sole. L'obiettivo è di arrivare al 100% entro il 2010, sempre che a Pantelleria cambi qualcosa. Nell'isola, infatti, severi vincoli paesaggistici impediscono di montare i pannelli solari piatti sui tetti a cupola dei “dammusi”, le classiche abitazioni pantesche. Saranno i nuovi pannelli a “film sottile”, in arrivo sul mercato, a risolvere il problema: si tratta di pellicole flessibili che possono essere collocate su qualsiasi superficie e prenderne la forma.

Energia pulite per le cantine
L'iniziativa di Donnafugata sfrutta i vantaggi previsti dal “Conto Energia”, il sistema di incentivazione introdotto in Italia nel 2005 e modificato all'inizio del 2007, che rende convenienti gli impianti di grossa taglia, con potenza superiore a 20 kW. La produzione di energia pulita è una strada battuta ormai da diverse cantine, come Lungarotti in Umbria con l'utilizzo degli scarti delle potature della vite, e Rizzi in Piemonte, passato al fotovoltaico. Per Donnafugata, che già con la vendemmia notturna ha ridotto i consumi energetici per il raffreddamento delle uve, la virata ecologista risponde a un preciso indirizzo di marketing.

L’ecologia entra in camera d’albergo

Sostenibilità –

Il turismo preme per hotel rispettosi dell’ecosistema. Il ministero dell’Ambiente risponde suggerendo nuove direzioni di risparmio

L'attenzione per l'ambiente cresce. E tocca ogni settore. Negli ultimi tempi abbiamo assistito a una vertiginosa escalation della soglia di preoccupazione: fino a due anni fa quasi nessuno si lamentava per le emissioni inquinanti o il riscaldamento globale, oggi ogni attività umana viene valutata in base all'impatto, reale o presunto, che ha sull'ambiente. L'accoglienza turistica non fa certo eccezione. Due anni fa aveva fatto notizia il Comune di Jesolo, il primo a dotarsi di una certificazione ambientale per attirare i turisti tedeschi, particolarmente sensibili alle istanze verdi.

L'hotel ecologico: il Nemo Next Hotel
Oggi si muove perfino il ministero dell'Ambiente con un progetto di hotel ultraecologico che prende in considerazione ogni momento dell'ospitalità, dal check in al check out. È un'idea ancora virtuale, a dir la verità, che si chiama Nemo Next Hotel ed è stata presentata a Host (il concept è stato studiato da Nemo Lab, www.nemolab.it). In sostanza tutto è pensato per ridurre le emissioni di anidride carbonica, a partire dal calcolo di quelle prodotte per raggiungere l'albergo in base alla lunghezza del viaggio e del mezzo di trasporto utilizzato. Appurato che per arrivare a destinazione l'ipotetico viaggiatore abbia prodotto 1.200 kg di CO2, gli vengono subito proposte dal concierge una serie di attività per compensare il suo impatto. Per esempio non utilizzare gli ascensori, secondo un programma di fitness che non prevede più palestra e pesi, ma qualche sana rampa di scale. A cena si potrebbero scegliere menu chilometrici, suddivisi non tanto per il loro contenuto calorico, quanto per la distanza percorsa dalle materie prime per raggiungere la tavola. Il progetto prevede menu a 12 km, a 33 km o a 99 km. E la stessa cosa si può fare per il vino, per cui è immaginata l'introduzione di una nuova denominazione Docc, a origine chilometrica controllata. Quest'idea si basa ovviamente sull'assunto che meno strada percorre un prodotto per raggiungere il luogo di consumo, meno inquinamento si produce. Alcuni suggerimenti del Nemo Next Hotel potrebbero essere applicabili fin da subito da un albergatore illuminato. Si può già pensare una stanza attrezzata con elettrodomestici che non possono essere messi in standby. Così come è possibile economizzare sulla lavanderia, riducendo i cambi di lenzuola.

La camera d'albergo sostenibile di Giacomini Concept
C'è chi ha anche pensato a disegnare un format di camera d'albergo attenta ai consumi energetici utilizzando arredi e tecnologie già esistenti e disponibili sul mercato. È il caso di Giacomini Concept (giacominiconcept.com), società che unisce le competenze di architetti e ingegneri nell'ideazione di un allestimento in linea con le direttive europee sulle prestazioni energetiche degli edifici. Il prototipo di camera è stato battezzato Low Energy Room e utilizza tutti i più moderni sistemi di edilizia e impiantistica per aumentare le prestazioni di isolamento termoacustico e risparmio energetico. Il riscaldamento, per esempio, è realizzato con pannelli radianti a parete o a soffitto, inseriti in separazioni in cartongesso che consentono di risparmiare sulle realizzazioni in muratura e garantiscono un ottimo comfort. L'illuminazione poi è affidata ai Led, anch'essi con consumi bassissimi ed è governata da un sistema domotico. Nel progetto è stata posta attenzione anche agli infissi, tutti con prestazioni elevate di isolamento termico e acustico, e ai sistemi di erogazione dell'acqua, con rubinetti provvisti di aeratori per ridurre gli sprechi fino al 50%.

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