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L’abc del contratto di catering

La normativa di riferimento

Il contratto di Catering non ha ricevuto riconoscimento da parte del legislatore, che si limita a menzionarlo nella legge n. 856/86.

Il contratto di Catering può assumere varie configurazioni, ma gli elementi costanti comprendono due differenti prestazioni di cui una è rappresentata da un "fare" (confezionamento dei pasti e l'altra da un "dare" (la consegna dei pasti al cliente).

I modelli legali di riferimento per individuarne la disciplina sono quelli del contratto di appalto di servizi e di somministrazione di merci.

Per quanto riguarda la disciplina dell'appalto di servizi, l'appaltatore ha l'obbligo di procurarsi l'organizzazione e la strumentazione necessaria a fornire il servizio di Catering ed in particolare deve procurarsi il personale competente a svolgere tali prestazioni.

La normativa sulla somministrazione trova applicazione in particolare con l'art. 1560 c.c. che regolamenta l'entità della prestazione.

La retribuizione può essere stabilita col criterio del forfait integrale comprensivo del prezzo del pasto distribuito e delle spese di fornitura, oppure col doppio forfait che prevede una suddivisione dei corrispettivi.

Vi sono varie applicazione del Catering nella pratica e possiamo avere le seguenti fattispecie:



A) Ristorazione mediante la preparazione dei pasti in loco

Viene utilizzato per soddisfare esigenze di collettività numerose quali le grandi imprese per le quali la società di Catering si obbliga ad una serie di prestazioni, di cui alcune di natura principale quali la preparazione e la somministrazione dei pasti e la pulizia dei locali, ed altre accessorie quali il rifornimento di generi alimentari e la loro conservazione.

La disciplina di riferimento è quella dell'appalto servizi in quanto la preparazione dei pasti non è fine a se stessa (come nell'appalto di opera), ma è finalizzata alla fornitura di un servizio.



B) Fornitura di pasti preconfezionati.

Trova applicazione per le imprese di non grandi dimensioni per le quali non è conveniente la predisposizione di locali e strutture per il servizio di mensa ai propri dipendenti.

Le scelte di pasto vengono effettuate dalla società di Catering ed il confezionamento avviene all'esterno della azienda-committente a cui vengono consegnati ad orari prestabiliti.

Le prestazioni a carico della società di Catering possono consistere nella semplice consegna dei pasti oppure possono prevedere anche il servizio di somministrazione e di pulizia dei locali: nel primo caso si applica la disciplina della somministrazione, mentre nel secondo dell'appalto di servizi.



C) Tickets restaurant

La fornitura del pasto avviene dietro presentazione di buoni pasto rilasciati dalla società di Catering che poi vengono rimborsati dall'impresa-cliente. La somministrazione può avvenire nelle sedi della stessa società di Catering oppure di un'altra azienda ad essa collegata: nel primo caso la disciplina di riferimento è quella dell'appalto di servizi mentre nel secondo si fa riferimento al sub-appalto.



D) Banqueting

Soddisfa le esigenze di organizzare feste, ricevimenti o banchetti in occasione di particolari eventi.

La prestazione principale della società di Catering è la somministrazione di cibi e vivande e la disciplina applicabile è quella dell'appalto di servizi e non quella della somministrazione in quanto manca il carattere della periodicità e continuità.

Per quanto riguarda le prestazioni accessorie che possono consistere nella messa a disposizione di locali e del personale si fa riferimento in particolare alla normativa della locazione e del trasporto.

Londra riscopre il fish and chips

Tendenze –

Il piatto tipico della cucina britannica è tornato di moda, entrando nei ricettari dell’alta ristorazione

La cucina inglese non è certo riassumibile in termini di fish and chips, ma è vero che questo piatto, per molti emblema del cibo britannico, è stato piuttosto maltrattato negli ultimi vent'anni, come se gli inglesi ne fossero profondamente imbarazzati. Il nuovo millennio ha però aiutato a spazzare via i complessi culinari anglosassoni e ora c'è un vero e proprio rinascimento dell'umile pesce fritto con patatine, reinterpretato in tutti i modi possibili, fino a renderlo persino posh, ovvero chic.

L'offerta chic del Geales
Accade così in uno fra i ristoranti più casual chic di Londra, situato nel cuore di Notting Hill, che ha appena riaperto i battenti dopo anni di declino. Si tratta del Geales, bastione dell'anteguerra (aprì nel 1939), che vanta una clientela raffinata, quasi esclusivamente interessata a gustare il suo posh fish and chips (16 euro). A differenza dei bisunti localini in cui il pesce è surgelato e servito in carta di giornale, Geales propone una scelta di merluzzo o sogliola pescati freschi ogni giorno in Cornovaglia e a Devon, accompagnati da patatine tagliate a mano con salsa tartare. Originali anche gli abbinamenti proposti: dalla birra allo zenzero al cream soda (bevanda gasata aromatizzata solitamente alla vaniglia), oltre naturalmente ai vini in carta (una trentina di etichette proposte anche al calice come un Lugana Bianco 2005, Tenuta Roveglia, a £6.95).

Mare e terra al Cape Town Fish Market
Sul fresco scommettono anche al Cape Town Fish Market, catena sudafricana che ha appena aperto un enorme locale nella capitale britannica dietro Oxford Street. Qui la parola d'ordine è freschezza e tutto è preparato davanti agli occhi dei clienti. Il locale è enorme, adatto a gruppi più numerosi, e comprende di tutto, da un kaiten sushi (quelli sul tapis roulant) a tavoli hibachi (quelli per il teppanyaki - dove il cuoco è al centro e prepara il tutto davanti ai clienti), oltre a un wet fish counter, ovvero un bancone dove il pesce fresco fa bella mostra per la vendita e l'asporto. Uno tra i piatti più originali, che fa felici sia quelli che amano il pesce sia quelli che preferiscono la carne, è il surf and turf (una sorta di terra e mare) che prevede seppioline fritte nella loro “salsa segreta Robata” e un filetto di manzo (225 g) per £17.95 (circa 27 euro). Ci sono anche hamburger e piatti di pollo, per chi fosse proprio allergico al pescato.

Il Sea Cow punta sull'ecologia
Passiamo a un tipico chippy, come sono chiamati di consueto i locali di fish and chips. The Sea Cow (che è il nome è di un docile mammifero marino, il lamantino) tuttavia si è voluto dare una ecomission davvero unica. Fondato dai fratelli Paul e Dan Rigby, è ispirato ai fish bar di Sydney, dove i due hanno passato diversi mesi. L'idea è offrire il pesce più fresco possibile, pescato in modo responsabile e preso da fonti sostenibili. Di più: sul sito i Digby spiegano anche la provenienza di ogni singola specie sul menu e il perché hanno evitato specie a rischio o vulnerabili. Non bastasse, l'olio usato per friggere è trasformato in carburante, con il quale i fratelli alimentano i piccoli automezzi che girano per la capitale a vendere fish and chips. Il costo è uguale a quello di Geales (una media di 16 euro a piatto) ma c'è anche una versione per bambini (merluzzo o eglefino con patatine a 6 euro).

La location originale di Fish!
Passiamo a Fish!, un locale dalla location a dir poco sensazionale, attaccata a Borough Market, il mercato alimentare più trendy di Londra, vicino al ponte delle torri. Il ristorante è diviso in due, una sezione dedicata solo al fish & chips e un'altra, più elegante, per piatti più sofisticati. Ambedue sono ricavati in un'atmosferica ex-fabbrica vittoriana in cui si sgusciavano piselli (molto Dickensiana) e presentano volte e mattoni a vista accostati a cristallo e acciaio. Fish! Kitchen (quello dedicato solo al fish & chips) ha una peculiarità: offre un divertente menu che permette di scegliere il tipo di pesce, la cottura e il contorno con un “tic” della propria matita. Il prezzo medio è intorno alle 10 sterline (15 euro) per consumare sul posto o £6.95 (10.5 euro) per il take away. E per finire c'è anche un bancone che vende pesce fresco, da cucinare a casa.

Il gelato costa caro anche ai baristi

Impresa –

Creare un angolo apposito per coni e vaschette nel proprio locale è un investimento oneroso, e nelle piccole città si fatica a rientrare dai costi

Diversificare è la regola d'oro per ridurre i rischi, in Borsa così come nell'imprenditoria. Variare l'offerta, realizzando un angolo del gelato all'interno del bar, può essere, quindi, una strada da prendere in considerazione per aumentare il fatturato. Due le modalità percorribili: rivolgersi alle aziende alimentari che forniscono gelato in vaschetta e arredi, oppure produrre il gelato in maniera artigianale, allestendo un laboratorio.

La soluzione “chiavi in mano"
Tra le aziende produttrici di gelato cui si può far capo c'è ad esempio Sammontana, che propone un servizio a 360°: dal progetto alla realizzazione del corner. Con un investimento di 4-5.000 euro si possono scegliere arredi (elementi componibili da 45 e 90 cm), escluse vetrine e frigo. Quanto ai gelati l'azienda offre le linee “Bella e pronta cinque stelle” (29 specialità pronte nelle vaschette con decorazioni) e “Comoda e pronta” (gamma di gelato, dalle creme alla frutta). Il customer service, con interventi mirati sul punto vendita e seminari con gelatai, fornisce una consulenza su come ad esempio valorizzare il prodotto in vetrina e lavorarlo per mantenere inalterate le caratteristiche e migliorare la resa economica.

Le tappe per il fai da te
Per realizzare un angolo del gelato “in proprio” (attrezzature, laboratorio, vetrine, semilavorati, ecc.) l'investimento va da 15.000 a 30-35.000 euro. Si può risparmiare attingendo al mercato delle macchine usate. Il processo inizia dall'adempimento delle pratiche burocratiche: la licenza delle Asl per produrre e vendere. Il secondo passo è l'accurata scelta dei fornitori: a ingredienti di qualità corrisponde un gelato di prima classe. Dopodiché il barista deve definire la sua offerta - gelato sfuso per asporto o per la consumazione al tavolo - e quanti gusti produrre: 10 è il minimo per cominciare. Ora si hanno tutti gli elementi per decidere quale attrezzatura acquistare per la produzione e gli arredi per l'esposizione. La preparazione può essere a freddo per i gelati a base di frutta e a caldo per quelli a base di latte. Nel primo caso si consiglia un mantecatore da 20-30 kg/ora, da cui si ottengono dalle 200 alle 400 porzioni. Il costo varia (dipende dai vari modelli) da 7.500 a 15.000 euro. Per la produzione a caldo occorre acquistare anche un pastorizzatore (elimina i microrganismi dannosi per la salute e mantiene inalterate le proprietà organolettiche della miscela) da 30 litri (costo circa 10.000 euro).

Attenzione agli spazi
Per la preparazione occorre prevedere anche un adeguato spazio per il laboratorio: la grandezza minima va dai 10 ai 20 metri quadrati. Vanno posizionati un frigorifero per conservare gli ingredienti; un congelatore dove porre il gelato non venduto, un lavello per lavare vaschette e utensili; un tavolo per lavorare e mescolare e le macchine che occupano circa 2 metri quadrati. Per l'esposizione è bene scegliere almeno una vetrina ventilata, di qualità media, 10-12 gusti (costo da 4.000 a 6.000 euro). Quanto al guadagno, i prezzi variano da città a città, dal Nord al Sud. Con una produzione di 30 kg di gelato al giorno si possono ottenere 250 coni (120 g ciascuno). Il costo al chilo può essere di 18 euro. Perché l'investimento si giustifichi il barista-gelataio dovrà vendere almeno per 350-400 euro al giorno, di cui un terzo costituisce il costo delle materie prime, cui bisogna aggiungere quello di manodopera, energia e altri costi fissi. Da non dimenticare un'altra spesa una tantum: un corso per imparare a preparare il gelato, che va da 400 a 3.000 euro.

Una decisione che va ponderata
La decisione di realizzare un angolo del gelato deve essere attentamente ragionata. «Il consumo del gelato aumenta, ma pure il numero delle gelaterie», precisa Loris Molin Pradel, presidente della Federazione italiana artigiani gelatieri di Confartigianato. «Dunque per ogni gelateria il lavoro diminuisce. Consiglio di imbarcarsi in questa impresa solo nel caso in cui si disponga di un locale in una posizione facilmente raggiungibile e in una zona frequentata. Nelle grandi città le possibilità di successo sono maggiori che non in provincia».

Il piacere del distillato non segue le mode

Locali –

Il bar Metrò di Milano conserva nella sua cantina una collezione di circa 20.000 pregiate bottiglie di whisky, brandy e cognac

Giorgio D'Ambrosio è un'istituzione a Milano (e non solo): perché, in un mondo che brucia tutto rapidamente, dal 1966 è l'anima dello stesso bar, che si chiama Metrò ed è posizionato sull'angolo fra piazza De Angeli e via dei Martinitt. Ma D'Ambrosio è un'istituzione soprattutto perché è uno dei più importanti collezionisti di distillati e spirit che ci siano in Italia e forse nel mondo. Addentrarsi nella sua cantina, a parte l'ovvia preoccupazione di fare un movimento maldestro e rompere qualche bottiglia che non potrebbe mai essere rimpiazzata (in quanto pezzo unico), è come entrare in un museo. Che racconta di un uomo e della sua passione, ma anche di prodotti e produttori che hanno scritto la storia del beverage alcolico: acqueviti e cognac, armagnac e brandy, whisky e grappe, spesso rappresentati qui dal primo esemplare immesso sul mercato. Possibile? Sì, perché D'Ambrosio nella sua lunga vita professionale non soltanto è diventato un esperto riconosciuto dovunque, ma ha costruito anche rapporti di amicizia personale con le più importanti famiglie produttrici del mondo: dalle distillerie venete o trentine dove si produce la famosa “sgnapa”, a quelle scozzesi o irlandesi dove nascono i più celebrati e famosi whisky.

Una passione per i distillati
«Naturalmente - racconta - la competenza è arrivata con il tempo. Quando ho iniziato a fare questo lavoro, più che altro per dare una mano a un amico, non avevo particolare interesse per il mondo degli alcolici. A poco a poco ho iniziato ad appassionarmi e, quindi, a studiare, leggere riviste sull'argomento, andare in giro per il mondo a visitare aziende, che è un passaggio indispensabile per capire perché un prodotto ha determinate caratteristiche, perché sviluppa certi profumi, come evolve attraverso l'invecchiamento e via di questo passo. Il grande distillato, infatti, ha ancora oggi una forte componente artigianale, per cui vive ed è influenzato da una serie di fattori climatici e territoriali, oltre che, logicamente, dal talento del mastro distillatore».

Un locale che non segue la moda
L'attività di Giorgio D'Ambrosio si divide, quindi, in due. Da una parte c'è il normale lavoro del bar, che lo vede “in prima linea” dalle 7 alle 21, sempre attento e disponibile verso il cliente e con una grande attenzione alla qualità più che alle tendenze di moda. «Da me il cliente che chiede un Martini o un Negroni sa di bere un Martini e un Negroni fatti come si deve, con ingredienti di qualità e perfetti nell'esecuzione. Già negli anni '60 proponevo il Krug al calice: una follia, dicevano tutti. Ma lo spaghetto o i fritti sul banco io non ce li metto, perché non trovo che abbia senso». Nel suo locale il cliente può trovare una buona offerta di distillati in mescita, fra cui tre o quattro marche di cognac (Martell, Hennessy, Courvoisier, Rémy Martin), altrettante di brandy (Fundador, Carlos I, Cardenal Mendoza), due o tre di armagnac. «Il consumatore di questi distillati è generalmente un adulto, che ha imparato a riconoscere e ad apprezzare questo tipo di profumi e di gusti ed è diventato un intenditore».

Prodotti da gustare lentamente
«Un buon cognac, come un buon brandy o un buon armagnac - spiega D'Ambrosio -, non sono prodotti da consumo veloce, devono essere degustati con calma, prendendosi il tempo per cogliere e godere delle sensazioni olfattive. I giovani, invece, sono più attratti dalle vodke particolari o dagli whisky single malt, che oggi hanno decisamente superato i blended. Quello del distillato d'uva, invece, è un caso ancora diverso: rispetto alla grappa si caratterizza per la maggiore morbidezza, per la digeribilità, per il carattere più raffinato e gentile: non a caso piace anche alle signore».

Bicchieri per amatori
Un bicchierino di distillato al Bar Metrò viene venduto fra i 3 e i 7 euro, in base alla tipologia, alla qualità e all'invecchiamento. Per un brandy invecchiato 25 anni si può arrivare fino ai 12 euro ed è chiaro che diventa già un consumo da amatori. Sul giro d'affari complessivo del locale i distillati influiscono per un 20-25%, sicuramente anche grazie alla capacità di D'Ambrosio di spiegarli e farli apprezzare nel modo giusto. La seconda parte dell'attività del “patron” di Bar Metrò ha, invece, l'epicentro in cantina, grande spazio (ma piccolissimo, se si considera che ospita qualcosa come 20.000 bottiglie) che si trova sotto il bar.

Una cantina computerizzata
Qui, tra scaffali e vetrine che riuniscono il meglio di quanto offre il mercato del beverage alcolico, c'è un altro strumento di lavoro indispensabile: il computer, necessario per catalogare e archiviare le migliaia di bottiglie, almeno 3.000 delle quali sono autentiche rarità. Come il Bas Armagnac della Produit, per fare un esempio, che data 1885, o quelli di Etchart che furono messi in bottiglia nel 1918 e nel 1934. Oppure il cognac Otard Baccarat, in bottiglia da oltre 60 anni, e ancora la sequenza degli armagnac Laberdolive annate 1946, 1954, 1962 e l'intera serie delle bottiglie di The Macallan, attraverso le quali si può leggere anche l'evoluzione del packaging. Non stupisce, quindi, che Giorgio D'Ambrosio abbia contribuito con un'ingente quantità di bottiglie ad alimentare il sito www.collectorsencyclopedia.com, che vuole diventare il punto di riferimento e la “casa comune” dei collezionisti. È qui che scendono i clienti interessati all'acquisto di distillati particolari e, in molti casi, di pezzi rari mancanti alla propria collezione e per i quali si possono spendere cifre che vanno da qualche migliaio di euro in su. 

Un'esperienza di vita
Ma, alla fine, chiediamo a D'Ambrosio, vale la pena di investire tanto tempo, spazio e denaro in un'attività di questo tipo? «Dipende dal punto di vista da cui si guarda la cosa. Volendo ragionare in termini puramente economici è chiaro che, se non mi fossi messo su questa strada, avrei sicuramente più soldi in banca. Ma quando c'è di mezzo una passione, allora tutto assume un significato diverso. Io sono orgoglioso di avere delle bottiglie che pochi altri al mondo hanno e sono felice quando un distillatore, di cui magari sono diventato amico nel corso di decenni, si fa vivo per dirmi che mi ha tenuto da parte un esemplare di una sua produzione limitatissima... Ecco allora penso che, probabilmente, ne è valsa la pena».

Pranzo di salute al fast food vegetariano

Alimentazione –

Si moltiplicano i locali che puntano su frutta e verdura mangia e bevi, come juice bar e frullaterie. L’esempio milanese di Natura 8+

Dissetare ma anche nutrire: su questi due concetti sono nati una serie di locali, juice bar o fruit bar, che lavorano frutta fresca al momento e soddisfano un diffuso desiderio salutistico. Basta miscelare tutto quello che può fornire beneficio al corpo (frutta, verdura, yogurt, vitamine) potenziandolo a propria scelta con integratori o energizzanti, ma sempre naturali e privi di alcol.

Alla tradizionale proposta di succhi e centrifugati, si aggiunge sempre più spesso quella a base di zuppe e brodi vegetali, da consumare non più in un piatto fondo ma in tazze, bicchieri o mug. Anche perché la clientela tipo, giovane e femminile, privilegia questo consumo in ambienti moderni, dai colori allegri, in atmosfere conviviali, spesso in compagnia. La California è la culla riconosciuta di questo trend sorto negli anni Novanta, una formula che ha dato vita alla catena in franchising Jamba Juice.

I locali milanesi
Senza andare tanto lontano, anche in Italia e in particolare nella zona di Milano, si stanno affermando vari format o locali, spesso in franchising: Juice Bar, Jungle Juice, Pasqualino-Oranjuis, Fruteiro, Fragole e Carote. Vogliamo qui ricordare un vero e proprio antesignano del genere, il Frutteto Viel e la sua ultima evoluzione Natura 8+. Originari di Belluno, negli anni Quaranta i fratelli Viel sono i primi a puntare, nella città di Milano, sui prodotti a base di frutta come i gelati, riuscendo a creare una piccola flotta di carretti a pedale.

Nel 1955 Giulio Viel rilancia e inaugura il Frutteto Viel (dietro il Duomo, in via Baracchini), negozio singolare per i tempi dove, oltre che acquistare frutta e verdura, si possono gustare frullati, macedonie e gelati alla frutta. Iniziativa a cui seguirà una rete di locali sparsi per la città.
Nel 2006 è la volta di Paolo Viel che apre in centro (via Unione) Natura 8+, ultima interpretazione della formula Viel, fast food vegetariano a 360 gradi. Dalla colazione all'aperitivo, viene proposta una ricca scelta di piatti a base di frutta e verdure. Un mix di energia e leggerezza che va dalla pasta di farro condita con creme fresche di verdura a zuppe di cereali, dal riso basmati con caponata leggera alle torte salate. Da segnalare il vegetarian menu a 10 euro con una larga scelta tra 5 primi piatti e 6 dessert di frutta (viel8plus.it).

I clienti aumentano con le spa in hotel

Turismo –

Ospitalità, cosmetica, medicina: l’industria del benessere si è incontrata a Montecarlo per delineare tendenze e prospettive del settore

Il mercato del benessere è tra i pochi col vento in poppa in tutto il mondo. In Italia esistono circa 30mila imprese che a vario titolo si prendono cura della persona: siamo all'inizio di un business mentre l'estero offre modelli maturi in fatto di wellness. Proprio questo scenario più evoluto pone nuove domande agli attori in campo, hotel e catene, contract, progettisti, medici, cosmetica e terapisti. Quali modelli funzioneranno nell'industria delle spa, e come attrarre finanziatori? Che influenza hanno architettura e design? Che ruolo avranno le terapie olistiche?

Monaco Spa e le tendenze del settore
Non è un caso il successo del Monaco Spa Event, al Grimaldi Forum di Montecarlo a fine gennaio, frequentato da 3800 tra visitatori e congressisti. Un simposio di tre giorni per fare il punto attraverso i contributi delle catene (Tschuggen Group, Mandarin Oriental, Relais et Chateaux, Jumeirah Emirati Arabi, International Health Resort, Tailandia), i protagonisti del mondo del progetto (Simone Micheli, Atelier Landauer, Axor, Atmosphere Diffusion), e dei manager della formazione e consulenza (Scuola hotelliera di Losanna, Tirolo).

Che cosa emerge dalla manifestazione monegasca? La realtà del benessere è molto segementata, con un catalogo sterminato tra Spa urbane e di resort, termali, thalasso terapia, bellezza, ringiovanimento, botaniche, medicali. Il mercato si deve confrontare con il consumatore, spinto da varie pulsioni, come ha detto il direttore della rivista americana Luxury Spa Finder. Un hotel che attiva un centro spa, nel segmento alto dell'alberghiero, aumenta il giro d'affari del 20-30%. I capitali occorrenti sono impegnativi: gli esperti valutano da 2000 a 2500 euro al metro quadro, piscina inclusa, per le zone dedicate, e da 1500 a 2000 per le camere dei trattamenti. Contando che l'Austria (la cui industria spa-alberghiera è riconosciuta come benchmark), esprime una superficie media di 17 mq per la camera dei trattamenti, si fa presto a veder lievitare le cifre.

Progetti e nuove terapie
Il quadro finanziario sta generando due fenomeni: l'aumentata importanza dei consulenti specializzati per avviare progetti di spa coordinati all'hotel, e magari capaci di fare marchio, perché gli ingenti investimenti esigono start up studiati. Inoltre, la visione della spa come centro di profitto. Del resto, i dati raccolti dicono che la parte negozio, con la vendita dei cosmetici costituisce il 40% dei ricavi. Stefan Fraenkel, della Scuola Hotelliera di Losanna, ha riassunto i cambiamenti in atto nella cultura dell'ospitalità: il servizio deve apparire come un evento, il soggiorno deve diventare memorabile; soddisfare le esigenze del cliente, significa sapersi sintonizzare con lui.

Un'interessante fotografia mondiale (fonte: Smith Travel Research, 2007) mette in rapporto gli hotel spa per capacità: il 49% della torta è delle unità con 500 o più camere, il 20% ne ha 300-500, il 19% 150-300, il 7% 75-150 e il 4% ha meno di 75 camere. Il potenziale di crescita è enorme, per tutti i segmenti. Le spa medicali stanno spostando l'accento dalla riabilitazione alla prevenzione e all'attività fisica. Analogo il discorso delle spa termali, meno ospedaliere nel look e più propense ad aggiungere al menu discipline e trattamenti olistici. Un esempio su tutti è il Montecarlo Thalasso Spa (Societè des Bains du Mer), che oltre a essere un centro diagostico e terapeutico per gli atleti, ha un intero piano dedicato ai trattamenti dolci, e un ristorante con cucina nutrizionale e di mercato.

Sul fronte della diagnostica e delle terapie alternative, sta acquistando consensi la medicina energetica, con terapie basate su calore, luce, suono, pressione, vibrazione, elettricità e magnetismo. D'avanguardia sono anche gli studi sugli atomi dell'acqua, testimoniati da Rasmus Gaupp-Berghausen (scuola di Masaru Emoto). Ingrandimenti al microscopio svelano le forme tridimensionali a stella o fiore, se l'acqua è in salute o di massa indistinta o trattata. Un risultato che si scontra col valore quantitativo con cui si valuta l'acqua (contenuto di sali), per proporre un modello qualitativo basato sull'energia e la bellezza.

Finanziaria 2008: incentivi e detrazioni per i pubblici esercizi

Ristrutturazioni immobiliari, lotta agli sprechi energetici e sicurezza

Il testo della legge 24 dicembre 2007, n. 244 - comunemente nota come legge Finanziaria 2008 - prevede numerose disposizioni che - direttamente o indirettamente - presentano aspetti di interesse per bar, ristoranti e pubblici esercizi in genere.

Tra le norme degne di attenzione vi sono quelle in materia di tutela dell'ambiente, lotta agli sprechi energetici e sicurezza.

A questo proposito, la legge Finanziaria 2008 prevede, sulla falsariga della legge Finanziaria dell'anno scorso (legge n. 296/2006), importanti agevolazioni in materia di immobili e consumi energetici, volte a favorire la riqualificazione energetica degli edifici esistenti.

Contrariamente al passato, dette misure non sono a favore solo dei privati, ma anche delle imprese. Ne possono pertanto beneficiare anche i pubblici esercizi.

Rottamazione frigoriferi e congelatori

L'art. 1, commi 20-24, della Finanziaria 2008 ha esteso per 3 anni, fino al 31 dicembre 2010, la detrazione fiscale per la sostituzione di frigoriferi, congelatori e loro combinazioni con analoghi apparecchi a basso consumo (ossia, di classe energetica non inferiore ad A+).

La detrazione è riconosciuta per una quota pari al 20 per cento del prezzo d'acquisto, fino alla soglia massima di detrazione pari a 200 euro per ciascun apparecchio.

Ristrutturazioni immobiliari

Con l'art. 1, commi 20-24, della Finanziaria 2008 vengono anche confermate le detrazioni previste dalla Finanziaria 2007 per ristrutturazioni di immobili e installazione di pannelli solari, infissi e caldaie.

In questi casi è prevista la detrazione dall'imposta lorda per una quota pari al 55% delle spese sostenute entro il 31 dicembre 2010.

Viene, inoltre, prevista la possibilità della detrazione suddetta nel caso di spese sostenute entro il 31 dicembre 2009 per la sostituzione intera o parziale di impianti di climatizzazione invernale non a condensazione.

Pubblici esercizi e sicurezza

Alle piccole e medie imprese commerciali di vendita al dettaglio e all'ingrosso, e a quelle di somministrazione di alimenti e bevande, l'art. 1, commi 228 e seguenti, della Finanziaria 2008 riconosce un credito di imposta pari all'80% delle spese sostenute per l'acquisto di sistemi di sicurezza, compresa l'installazione di sistemi di video-sorveglianza.

L'importo detraibile non può tuttavia essere superiore a euro 3.000 per ciascun anno del triennio 2008-2010.

La vodka diventa extralusso

Tendenze –

I big del settore propongono sempre di più speciali edizioni del distillato, e nei bar si diffondono anche speciali ricette

La Millionaire Fair di Mosca è da tre anni una delle kermesse di riferimento per il mondo del lusso. Partecipano oltre 200 grandi marchi del settore e 12.000 visitatori dal dollaro facile. Puoi trovare di tutto: design, moda, televisori che manco Star Trek, yacht così belli che è quasi un peccato metterli in acqua e jet privati da fare invidia all'Air Force One. All'ultima edizione, circondata da guardie del corpo, ha sfilato anche la Trump. Non parliamo di Melania, ultima sposa del magnate americano Donald Trump, ma della sua vodka custodita in una bottiglia d'oro a 24 carati: Trump Vodka, appunto. Mister Trump non è l'unico manager dalle vodka d'oro. L'azienda francese Shawross Importers ha lanciato Gold Flakes Supreme, vodka americana arricchita con fiocchi d'oro alimentare.

Il boom della vodka chic
Anche la svedese Absolut si è buttata nel mondo dorato con
“Bling, Bling”, un packaging dorato per la sua vodka ispirato al mondo patinato e un po' kitsch degli artisti rap. Absolut ha proseguito con un'edizione firmata dallo stilista Ennio Capasa, C'n'C Costume National, dedicata ai “fashion animals”. Se il talentuoso Capasa ha disegnato una confezione a quattro stelle, un maestro della moda ha fatto anche di più. Parliamo di Roberto Cavalli che tre anni fa è stato il primo stilista a entrare nel mondo degli spirits. Oggi la maison vende oltre 100.000 bottiglie di Roberto Cavalli Vodka. Dorata o firmata che sia, un fatto salta immediatamente agli occhi: la vodka ha preso una piega chic. Si producono bottiglie in edizione limitatissima come la Diamond Belvedere Jéroboam (3 litri), che brilla grazie a 413 diamanti taglio brillante e si chiamano in causa divi come Puff Daddy, testimonial dello spot americano di Ciroc. E poi le location. Per presentare una signora vodka sono scelte passerelle come il Nikki Beach di Saint Tropez, il Saint Barth di Porto Cervo, il Gold di Milano, il Supperclub di New York.

La storia del distillato
 
Insomma le vodka premium e ultrapremium sono dive a tutti gli effetti. E pensare che molto più modestamente “vodka” deriva dall'antico termine russo voda, acquetta. Gli storici ne parlano come un distillato con profonde radici contadine, nato nel tardo Medioevo che, a secondo delle scuole, si ottiene partendo da ingredienti diversi, ma sempre molto zuccherini: grano, segale, orzo, ma anche patate, melassa, barbabietole. Originaria dei Paesi dell'Est (alcuni parlano di Russia altri della Polonia, ma entrambi hanno ragione) dove era prodotta già dal Medioevo, oggi è il distillato più global che ci sia: si distilla vodka in circa 40 stati del mondo, dalle Barbados (Jaguar Vodka) alla Nuova Zelanda (42 Below), dal Kazakhstan (Snow Queen Vodka) all'Australia (Cooranbong vodka). Gran parte della produzione e dei consumi mondiali è appannaggio degli Stati Uniti dove dagli anni '40 la vodka è il “white spirit” più amato. Una passione condivisa anche nel nostro Paese dove dominano grandi player come Keglevich, Wiborowa, Absolut, Moskovskaya, Smirnoff, Artic, Skyy, con vendite complessive in valore vicino ai 20 milioni di euro, senza contare la produzione di vodka aromatizzate: altri 15 milioni di euro circa (fonte AcNielsen).

Una moda che ha contagiato la Russia
Un mondo comunque molto distante da quello delle luxury vodka, un mercato relativamente nuovo, esploso in parallelo, tra Stati Uniti e Russia, nei primi anni Novanta all'epoca del disgelo tra i due colossi. «Ho lavorato quattro anni a Mosca agli inizi dei '90 - racconta Luca Coslovich, passaporto italiano e membro della Barman Association of Russia- La prima volta al Gloria Hotel, sede della Fondazione Gorbaciov, poi al club italiano Cenerentola. Il Paese era in fermento, la gente voleva solo uscire e divertirsi. Per accontentarli noi europei insieme ai barman americani abbiamo iniziato a proporre i cocktail, la maggior parte a base di vodka. Abbiamo portato il Cosmopolitan, i vodkatini, la caipiroska». Da quel momento il mercato cresce e i grandi produttori russi iniziano a puntare sulla produzione di vodka di alta qualità. E in poco tempo li seguono altri distillatori, europei e non. Così in Francia si inizia a distillare vodka Ciroc utilizzando per la prima volta l'uva, con una tecnica speciale che prevede ben cinque distillazioni. La gara entusiasmante diventa così, non solo quella sugli ingredienti, ma anche sulle tecniche di produzione.

Le moderne miscele
Ne è scorsa infatti di acqua (e di vodka) sotto i ponti da quando il chimico russo Mandeleyev, inventore della tavola periodica degli elementi, fissò la formula della vodka: 60% acqua, 40% alcol. Nel tempo si sono aggiunte tecniche sempre più sofisticate che prevedono filtraggi e multidistillazioni. Akvinta, per dirne una, la vodka croata appena lanciata in Italia da Spirits International, dopo la distillazione fa un bagno da regina. Viene passata in un sistema dotato di un filtro speciale che contiene carbone, marmo, argento, oro e platino. Al termine ne esce linda, perfetta, pronta per una soirée. Non basta ovviamente avere un grande prodotto tra le mani. Bisogna saperlo valorizzare sia nel servizio, sia nella miscelazione. «Una tecnica di servizio semplice, ma d'effetto, che usiamo al Purple Bar è di riempire un tumbler basso con un blocchetto intero di ghiaccio. Lasciamo solo 10 millimetri tra il bordo del bicchiere e il ghiaccio per versare 5 cl di vodka. In questo modo esaltiamo il prodotto in purezza e con poco offriamo un drink che fa scena». A parlare è Giuseppe Gallo, bar manager al Sanderson Hotel di Londra. «Qui si dice che la vodka di lusso è quella con il migliore Dna. Deve avere un carattere ben preciso e noi dobbiamo saperlo valorizzare». Una volta dietro al banco Gallo propone due esempi. «Belvedere, di carattere robusto, è perfetta per il Gibson perché compensa il sapore forte delle cipolline, mentre la morbida Smirnoff Penka è più adatta per confezionare il Vodkatini: riesce a equilibrare molto bene l'acidulo della scorzetta di limone».

I clienti cercano le marche
Come dire, a ognuno il suo. E il fatto più incoraggiante è che un certo spirito critico sta maturando non solo tra i bartender, ma anche tra i clienti. A dimostrarlo una recente ricerca (TradeLab 2007) che ha evidenziato come un numero sempre maggiore di clienti non richiede solo un cocktail ma anche la marca con cui confezionarlo, in particolare in locali come lounge e cocktail bar, dove oggi 2 clienti su 5 richiedono un brand specifico.

La gelateria funziona anche d’inverno

Locali –

Il Pellicano di Rimini ha trovato la ricetta giusta per fare affari durante la stagione fredda

Una gelateria a Rimini che lavora d'inverno e non conta sui turisti: detta così, sembra una presa in giro. Invece è la verità. Certo, è solo un pezzo della verità. Perché, naturalmente, è l'estate la stagione in cui clienti e fatturati lievitano. È così per qualunque gelateria esistente alle nostre latitudini. Ma quello che è comunque interessante è che il Pellicano, pur essendo in una città a prevalente vocazione turistica, riesce a lavorare 12 mesi all'anno, contando soprattutto sui riminesi. Il negozio, un bar gelateria, è nel centro storico, in zona pedonale, a due passi dalla cattedrale malatestiana. D'inverno è aperto 6 giorni su 7, dalle 9,30 di mattina fino a mezzanotte, ma nel weekend si tira avanti tranquillamente.



Un ex pasticcere alla guida

A rilevarlo, oltre 20 anni fa, fu Stefano Bernardi. Per disperazione: era pasticcere, ma dovette mollare tutto perché diventato allergico alla farina. A Stefano 10 anni dopo si affianca Gianluca Mosconi. Gli anni 2000 sono quelli della crescita, con l'apertura di un corner-gelateria estivo davanti alla spiaggia, il Pellicano Beach, e di una gelateria a Riccione. È di quest'anno, invece, la scelta di attrezzare un laboratorio centralizzato di 180 metri quadri in periferia di Rimini (con punto vendita annesso) e di aprire un'altra “minigelateria” sempre a Rimini, in un'area di negozi, aperta anch'essa tutto l'anno.



Un inverno ricco di clienti

«Credo che la ragione del nostro successo - racconta Gianluca Mosconi - sia non fare compromessi sulla qualità del gelato. Lo facciamo fresco tutti i giorni, possibilmente in quantità tali da essere consumate interamente entro l'arco della giornata. E comunque al massimo lo mettiamo in vendita il giorno dopo. Poi basta. D'inverno facciamo 150-180 scontrini durante la settimana e 500 nel weekend; d'estate più del doppio. Ma quando il tempo è brutto non arriviamo a 30-40. Per questo la nostra responsabile del laboratorio la mattina come prima cosa guarda il meteo: perché è in base alle previsioni del tempo che si decide quanto gelato fare». La vetrina del Pellicano propone 42 gusti: «D'inverno vanno soprattutto le creme, d'estate più i gusti frutta. I più venduti nella stagione fredda sono il mandorlato, il nostro cavallo di battaglia, nutella, panna cotta e pistacchio». Ai gusti classici il Pellicano abbina sempre proprie creazioni: ne sono un esempio il Fellini (crema con fragole sciroppate), il Michelangelo (meringhe e caffè), il Raffaello (cioccolato bianco, coco e wafer) e il Tornado (fiordilatte e mou).



Un target diversificato

Giovani, giovanissimi e pensionati sono il grosso della clientela invernale: «Negli ultimi anni abbiamo notato un certo incremento dei consumi invernali - continua Mosconi -. La nostra giornata tipo, durante la settimana, prevede una mattina molto tranquilla. Nella pausa pranzo il locale si anima un po': abbiamo diverse persone che lavorano qui intorno che vengono a mangiarsi una coppa di gelato come pranzo (il locale ha circa 40 posti a sedere, ndr). Poi il pomeriggio con la fine delle lezioni a scuola il locale si anima un po'. A fine pomeriggio lavoriamo un po' con l'asporto. Ma il clou è la sera: tra le dieci e mezzanotte il locale si anima. I giorni in cui si lavora meglio però sono quelli del weekend: la mattina con il passaggio ma soprattutto con tanto asporto, il pomeriggio con chi viene a fare una passeggiata in centro e magari decide di prendersi un bel cono».



Le specialità

Dall'inverno all'estate i prezzi non cambiano, visto che il Pellicano lavora prevalentemente con una clientela locale. I coni sono di gran lunga i più venduti, e sono proposti in 4 versioni, da 1,70 a 3 euro. Il gelato da asporto costa 12 euro al chilo. Le coppe vanno da 4,50 a 7,50-8 euro. Poi ci sono le torte gelato, molto richieste nel fine settimana, con prezzi che oscillano tra i 10 e i 20 euro. L'ultima novità sono i gelati monoporzione: «Li abbiamo lanciati un paio di anni fa e funzionano bene. Offriamo diversi gusti: mascarpone, nutella, tiramisù, nocciola, pannacotta, Fellini e alabama. Abbiamo i bicchierini tondi, più piccoli, che vendiamo a 1,50 e quelli quadrati, leggermente più grandi, proposti a 2 euro». Nella gelateria c'è anche la macchina per la panna e quella per le crêpe: «D'inverno vendiamo moltissime crêpe, sia con la nutella sia con anche il gelato».



L'importanza del confronto con i clienti

Mosconi punta molto sul dialogo con i colleghi: «Qui a Rimini il confronto con i titolari delle altre 4-5 gelaterie grandi è continuo e frequente. E per me è un grosso stimolo, oltre che un prezioso aiuto». Poi c'è il confronto con i clienti, come da manuale di marketing dei servizi: nei punti vendita del Pellicano, cosa davvero rara per un bar, sono esposti in bella evidenza dei miniquestionari - sotto forma di volantino da compilare e imbucare in un'apposita scatola - in cui il cliente è chiamato a esprimere il proprio giudizio su una serie di elementi, dalla gentilezza del personale alla pulizia, dalla qualità del gelato alla rapidità del servizio. Quando l'affluenza non è particolarmente elevata, sono gli stessi addetti al punto vendita a suggerire ai clienti di compilarli. «Ne ho sperimentato l'utilità quando ho aperto il punto vendita vicino alla spiaggia, Pellicano Beach. Era incentrato sull'offerta di yogurt - racconta Mosconi -: avevo costruito un'isola self service con 10 tipi di frutta, altrettanti cereali e topping con cui guarnirlo. Avevo studiato l'esposizione in modo da renderla più bella e accattivante possibile. All'inizio, però, con mia grande sorpresa la formula non funzionava: facendo intervistare i clienti, ho scoperto che il fatto che fosse tutto all'aria aperta dava loro una sensazione di scarsa igiene. Così ho rivoluzionato l'esposizione, mettendo un coperchio sopra ogni cosa. Mi è costato un bel po' di soldi, ma è stato un successo immediato. Da solo probabilmente non ci sarei mai arrivato».

Hotel più vuoti nelle vacanze natalizie

Turismo –

L’Istat registra, per il periodo compreso tra Natale e l’Epifania, un calo del 5,4% negli arrivi. Caute le previsioni per l’inizo del 2008

Le ultime vacanze natalizie non hanno portato aria buona per l'industria alberghiera italiana. Secondo le rilevazioni sul movimento alberghiero effettuate dall'Istat, nel periodo compreso tra Natale e l'Epifania (dal 23 dicembre 2007 al 6 gennaio 2008) negli alberghi italiani si è verificata rispetto all'analogo periodo dell'anno precedente una diminuzione del 5,4% negli arrivi e dell'1,3% nelle giornate di presenza.
Il dato è più negativo se si considera solo il movimento degli italiani: in questo caso gli arrivi sono calati del 7,8% e le presenze del 3,1%, numeri solo in parte compensati dall'aumento degli stranieri (+1,2% per gli arrivi e +3,3 per le presenze).
Gli italiani hanno preferito di gran lunga (73,3%) le località con turismo stagionale come montagna e mare, mentre gli stranieri si sono divisi quasi equamente tra questi luoghi (49,2%) e le città d'arte e altri capoluoghi (50,8%). Per quanto riguarda le nazionalità di provenienza, in prima fila vi sono i tedeschi (seppur con un calo delle segnalazioni rispetto allo scorso anno), seguiti da francesi e svizzeri.

La geografia degli arrivi
Rispetto ai dati nazionali sugli arrivi, risulta assai diversificato l'andamento nelle varie zone del Belpaese. Nel Nord Ovest, per esempio, a fronte di un calo del 3,6% registrato negli arrivi di italiani, si è verificato un piccolo boom di ingressi stranieri (+14%), che ha determinano il soddisfacente saldo positivo degli stranieri anche a livello nazionale.
Situazione negativa su entrambi i fronti, invece, nel Nord Est, dove al pesante calo di arrivi nostrani (-11,9%) si somma quello degli stranieri (-3,5%), per un saldo totale con segno meno di poco inferiore al 10%. Comportamento analogo nel Centro Italia per quanto riguarda gli arrivi italiani (-11,8%), ma qui gli stranieri sono aumentati dell'1% rispetto alle vacanze invernali 2006/2007. Al Sud infine la dinamica degli arrivi è in un certo senso speculare rispetto al Nord Ovest: gli ingressi stranieri sono infatti bruscamente calati con un -8,6%, mentre in lievissimo calo (-0,5%) è risultato il flusso di italiani. In questo caso la contrazione degli ingressi stranieri è facilmente collegabile con l'immagine negativa trasmessa all'estero dall'emergenza rifiuti.
Le aspettative del settore alberghiero sull'andamento del turismo in questo avvio d'anno sono caute. Secondo il 58,5% degli albergatori, infatti, la situazione rimarrà stazionaria rispetto allo scorso anno. Pessimista è, invece, il 29,6% del settore, mentre secondo il 10,2% l'andamento delle presenze turistiche nel primo trimestre del 2008 potrebbe aumentare.

Il franchising ancora non decolla

Ristorazione –

Il business resta difficile, ma accanto ai grandi marchi si stanno affermando modelli che interpretano i più recenti trend alimentari

Anche per il franchising applicato alla ristorazione è forse arrivato il tempo di un salto di qualità. Da un lato, aumentano i franchisor in grado di offrire formule di ristorazione attrattive, performanti e alternative ai soliti grandi marchi dalla reputazione ormai consolidata. Dall'altro, l'improvvisazione ha lasciato il posto alla professionalità.

Le catene, anche le più piccole, sono in grado di offrire ai potenziali affiliati accurati servizi di formazione del personale presso punti pilota, assistenza pre e post apertura, accordi quadro con i fornitori, fornitura di attrezzature e di software gestionali, consegna locali chiavi in mano, location strategiche presso importanti centri commerciali e multisale cinematografiche.

Le novità nel settore
Nella ristorazione sta un po' avvenendo quello che è già capitato una decina di anni fa in settori più avanzati dal punto di vista distributivo - pensiamo all'abbigliamento intimo o ai servizi - con il progressivo affermarsi di formule sempre più specializzate, distinguibili e con un'identità precisa. Dunque non solo fast food, free flow o locali tematici, oggi si fanno strada concept sempre meno standardizzati che, oltre a misurarsi ad armi pari con la ristorazione indipendente su un mercato ipercompetitivo quale è quello del mezzogiorno, sono frutto di ricerche e studi di mercato sugli ultimi trend in campo alimentare che ruotano intorno ai principi di freschezza, genuinità e salutismo.

Il modello di Cégusto
Un modello in questo senso è Cégusto: ristorante-pizzeria dove il glutine non esiste e dove tutto il processo di creazione dei piatti è assicurato contro ogni tipo di contaminazione. Cégusto, che vanta una convenzione speciale con l'Associazione italiana celiachia, non è però un ristorante per celiaci ma è una formula aperta a tutti che si distingue per un'accurata selezione delle materie prime e menu accattivanti.

Stessa voglia di andare fuori schema anche per Juice Up dove frullati e drink sono declinati in base a ricette che aiutano il corpo a mantenere il giusto apporto di fibre e antiossidanti. Ma molte volte un posizionamento originale non basta. «Quello della ristorazione è un business complesso - spiega Stefano Greco, direttore generale di Wr Consulting - dove molti marchi faticano a superare la fase di lancio e ottenere quella modularità indispensabile per diventare un network. Molte nuove iniziative restano a livello locale e sono rare le catene che arrivano a comprendere oltre una ventina di affiliati». Un mercato, dunque, ancora lontano dalla maturità, dove le barriere all'entrata sono più alte rispetto a quello di un semplice franchising di prodotto. D'altronde, quella di ristoratore è una professione che non s'improvvisa.

Il caro-prezzi penalizza la birra alla spina

Beverage –

La forte riduzione del consumo è stata in parte recuperata incrementando le specialità d’importazione e premium

Anche nel 2007 i consumi di birra hanno segnato un interessante aumento (+2,5%, stima provvisoria AcNielsen), lasciandosi così alle spalle la storica soglia dei 30 litri pro capite, già superata di poco nel 2006. Un trend positivo che continua, nonostante il quadro economico sfavorevole per la diminuita capacità di spesa dei consumatori, il costo in aumento delle materie prime, dell'energia e dei trasporti, l'aumento delle accise, una severa legislazione antifumo e antialcol. Purtroppo l'aumento dei consumi birrari è andato tutto a vantaggio del canale della grande distribuzione organizzata. Un segnale confermato dai dati diffusi dal Cda (Consorzio distributori indipendenti) che serve 19mila locali pubblici (11% circa del mercato delle bevande).


La crisi del consumo nei pub
«Nei primi dieci mesi del 2007 - precisa Lucio Roncoroni, direttore Cda - la distribuzione di birra ha registrato nel canale fuoricasa una contrazione di ben -6,10%, su una discesa del totale bevande del -4,22%». «D'altra parte molti esercenti hanno creduto di poter ricaricare in maniera eccessiva i prodotti birrari - precisa Filippo Terzaghi, direttore Assobirra - una bottiglia 33 cl non costa al bar meno di 2 o 3 euro, una media alla spina non meno di 5 euro, spingendo i consumatori a ridurre il numero delle uscite serali o delle consumazioni». Risultato? Una diminuzione del fatturato (e degli utili) dei locali, l'acquisto di lattine o bottiglie di primo prezzo al supermercato, l'aumento dei consumi in casa o in strada con gli amici, magari proprio davanti ai locali ridotti a semplici luogo di ritrovo. Questa situazione sta modificando la stessa struttura dei consumi. Sempre secondo i dati Cda, è aumentata (+11%) la vendita delle birre in bottiglia, premium e specialità d'importazione, mentre arretra la birra alla spina (-7,97%). In particolare il settore delle birre premium e delle specialità rappresenta ormai il 35% dei volumi di vendita, con quasi il 50% in valore. I clienti di bar e pub stanno dimostrando una maggiore conoscenza dei prodotti e la capacità di sceglierli a secondo dell'occasione di consumo (gastronomica o da conversazione). Un trend che vede crescere l'importanza del pubblico femminile e giovane, protagonista di un bere curioso, ma attento e responsabile, esigente negli abbinamenti.

Il successo delle specialità d'importazione
Nel settore delle birre importate stanno conquistando una fetta di mercato sempre più importante le specialità latinoamericane, leggere e beverine, trainate dal successo dei relativi locali da ballo. Da segnalare in particolare alcuni “movimenti” come il cambio di distributore di Corona Extra (da Biscaldi a Carlsberg), l'affidamento della brasiliana Brahma (Inbev) al distributore specializzato Plaza Latina, il ritorno della birra messicana Sol (importata da Ceres). Mentre negli Stati Uniti, grazie al trend salutistico e all'attenzione alle calorie di troppo, il consumo di birre analcoliche, light e aromatizzate ha superato decisamente quello delle birre standard, in Italia il loro sviluppo è contenuto in termini assoluti (anche se il trend di vendita è a due cifre), rilanciato da prodotti di “gusto” come Moretti Zero. Alcune multinazionali, inoltre, puntano forte sull'immagine trendy del food & beverage made in Italy, e hanno così riscoperto alcuni storici marchi italiani. Carlsberg ha rinnovato tutta la gamma Angelo Poretti (130 anni di storia), aggiungendo la specialità Chiara Originale con note aromatiche fruttate. Con una massiccia campagna internazionale, Sab-Miller ha rilanciato un tradizionale prodotto dall'amaro contenuto come Nastro Azzurro Peroni. Heineken ha aperto a New York la Moretti Culinary School, come luogo d'incontro e sperimentazione per la cucina italiana con gli chef d'oltreoceano.

Il boom delle birre non pastorizzate

Anche la proposta delle living beer (birre vive non pastorizzate) delle microbirrerie italiane non conosce ostacoli, arrivando anche sugli scaffali della gdo. Aumentano i produttori (oltre 170, quota mercato 1% circa, dati Unionbirrai) e si moltiplicano le tipologie prodotte, spesso legate all'impiego di materie prime locali (orzo, frumento) e ad aromatizzazioni intriganti come cioccolato, miele, spezie, frutta, spesso in occasione di anniversari o ricorrenze. Tra le più recenti contiamo: Chestnutbock, doppio malto chiara prodotta con il 40% di castagne (7,5° alc) del Birrificio Spluga (Gordona, So); Christmas Duck, bruna ad alta fermentazione di 8,5° alc con miele di olmo (Birrificio Olmaia, Chianciano Terme, Si); BB-10, birra scura lavorata con mosto d'uva cotta cannonau di 10° alc (Birrificio Barley, Maracalagonis, Ca).

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