
Ai nastri di partenza della Venice Cocktail Week, Paola Mencarelli, col suo iconico caschetto blu sempre pieno di buone idee, ha fischiato l'inizio della gara. E di una gara si è trattato. Cinque giorni, dal 21 al 25 ottobre, per tentare di stare dietro a un calendario che avrebbe messo alla prova anche un maratoneta professionista. Iscritti alla corsa giornalisti, influencer, bartender e personaggi della hospitality arrivati da ogni parte del mondo. Tutti con un obiettivo: tagliare il traguardo senza perdersi il meglio. In città, del resto, succedeva di tutto. La Biennale, la Venice Marathon, quella vera della domenica, e appunto la quinta edizione della Venice Cocktail Week. Tre manifestazioni apparentemente lontane, ma con un punto in comune: Venezia come palcoscenico e una discreta quantità di chilometri da mettere nelle gambe.
Per la Cocktail Week il percorso prevedeva 31 bar, di cui 21 all'interno di hotel, 98 eventi e 63 guest shift. E poi masterclass, degustazioni, cene, mostre, spettacoli, incontri e navigazioni lagunari. Il tutto distribuito tra calli, campielli, ponti e qualche vaporetto preso al volo. La crème de la crème della miscelazione internazionale si dava appuntamento tra Aman Venice, Hilton Molino Stucky, The St. Regis, Ca' di Dio, Orient Express, Nolinski, Metropole e gli altri protagonisti di una scena veneziana sempre più interessante.
Il mio contapassi non mente: 11 chilometri e 610 metri il primo giorno, 17 chilometri tondi tondi il terzo. E non si trattava di podistica spicciola. Era un cocktail safari, con ristori decisamente migliori di quelli delle gare di endurance.
La prima tappa porta all'Hotel Nani Mocenigo Palace, dove Bonollo 1908 ha organizzato Taste OF Beauty, un incontro tra alta distilleria, pasticceria e cioccolato. A fare gli onori di casa Elvio Bonollo, quarta generazione della famiglia, impegnato a raccontare il mondo OF tra aromi, profumi e tecniche di distillazione. A completare il percorso le gelée del pastry chef Raffaele Santoro e i cioccolati monorigine Domori. Ma la staffetta non finisce qui. Dietro al banco del The "G" Lounge & Garden Bar entra in scena Gennaro Florio, protagonista di Barkeeper, l'iniziativa della Cocktail Week che valorizza i bartender residenti, dando loro la possibilità di raccontare il proprio lavoro proprio dove nasce: dietro il bancone. Florio interpreta OF Dorange attraverso i suoi signature cocktail, accompagnati dai cicchetti dello chef Raffaele Iasevoli del ristorante La Bauta. Distillazione, cucina e miscelazione si passano il testimone. E la gara continua.
Secondo ristoro: Hilton Molino Stucky. Qui la Skyline Rooftop Bar ha una vista che potrebbe distrarre anche il più concentrato degli atleti. Valentina Mircea, la Sky Queen, insieme al food & drinks manager Xhuljano Nukaj, presenta Shades of Venice, un menu che racconta la città attraverso colori, sensazioni e percorsi digitali. Valentina parla un italiano velocissimo. In inglese è praticamente imprendibile. A rendere ancora più piacevole la tappa contribuiscono Giulia e Giulian, padroni di casa squisiti. Tra proposte no alcohol, che naturalmente ho preso in seria considerazione (disse Pinocchio), spuntano Martini affidati al lancio di un dado. Ogni faccia una diversa interpretazione del cocktail. Una roulette del Martini nella quale, comunque vada, si vince sempre qualcosa. D'altra parte, come ricorda Paola Mencarelli, «VCW è un progetto indipendente nato come spazio di confronto sulle tendenze della miscelazione, rivolto a neofiti, appassionati e addetti ai lavori». Una formula che negli anni ha permesso di valorizzare i professionisti veneziani e, contemporaneamente, di trasformare la città in un punto d'incontro per la community internazionale.
Una maratona con molte deviazioni
La vera novità di questa quinta edizione è che la corsa non si limita ai banconi. Si può partire da un Martini e finire davanti a un'opera d'arte. Oppure in una vetreria, in un atelier, persino a teatro. «Per questa edizione abbiamo rafforzato la collaborazione con altri ambiti, facendo dialogare la cultura del cocktail con altri linguaggi, come arte, artigianato e danza», spiega Mencarelli.
Ed ecco allora Café Joséphine. Parigi - New York - Venezia. Il sogno cosmopolita, lo spettacolo di danza contemporanea ideato e coreografato da Francesca Lettieri della Compagnia Adarte, che ha trasformato per una sera gli ambienti dell'Orient Express Venezia in un café-chantant. Protagonista ideale Joséphine Baker, evocata attraverso danza, musica, costumi e una cocktail list firmata da Francesco Adragna, bar manager del Wagon Bar, con Velier. Altrove la contaminazione ha preso strade ancora diverse. Da Rivoire si è passati dalla pittura alla ceramica, con Bonollo 1908 e Frantoio di Sant'Agata d'Oneglia; al Santa Cocktail Club si è sperimentata l'incisione sul vetro insieme alla storica fornace Salviati di Murano; da Lunardelli Venezia l'artigianato ha incontrato i bartender grazie a Memo bartools, Radar Venezia e ai drink di Matteo Gambaro.
I percorsi di Tell me a Story Venice hanno intrecciato caffè storici, bacari e cocktail bar. Sull'isola di San Servolo la Galleria di Pieces of Venice ha aperto le porte ai visitatori, mentre il Padiglione delle Navi del Museo Storico Navale ha ospitato una visita straordinaria alla mostra fotografica dedicata ad Alfred Eisenstaedt, accompagnata dal cocktail Frame. E chi cercava un cambio di scenario poteva spingersi fino a Sant'Erasmo, tra orti, botaniche e paesaggi lagunari, con Sospiri Botaniche Veneziane, Atlantidee e My Experientia. Non è mancata neppure una deviazione decisamente contemporanea sul fronte analcolico. A Ca' di Dio è stata presentata Dolce Vita 0.0, la guida bilingue italiano-arabo dedicata alle esperienze alcohol-free italiane, curata da Federico S. Bellanca, Antonio Galdi e Giacomo Iacobellis, con la partecipazione di Giulia Caffiero del Geranium di Copenaghen. La stessa Caffiero è stata protagonista al Glam di Palazzo Venart di un'esperienza interamente analcolica, con il juice pairing abbinato alla cucina dello chef Donato Ascani. Un segnale da tenere in considerazione: la cultura del bar oggi può raccontarsi anche con poche (o senza) gocce di alcol.
Il Martini come disciplina olimpica
Ma è arrivato il momento di tornare alla competizione principale. Venerdì 23 ottobre, terzo giorno di gara, il cronometro segna già numeri preoccupanti. La sera, però, all'Aman Venice c'è un appuntamento che non si può saltare: Bar Leone & The Italian Martini. Da Hong Kong è arrivato Lorenzo Antinori, l'uomo di Bar Leone, per una serata dedicata a uno dei più grandi classici della miscelazione. A firmare l'incontro tra Oriente e Occidente è Quattro Gatti Gin. L'Aman si trasforma così in un concentrato di ospitalità italiana, popolato di volti noti, bartender e appassionati. Un'apologia del Martini. Una maratona nella maratona per il bar cha ha vinto per la seconda volta consecutiva i 50 Best Bars.
Nel frattempo, tra un appuntamento e l'altro, la Sardegna parte alla conquista della Laguna. E lo fa via mare, naturalmente. Teatro dell'impresa il Bragozzo Rosa dei Venti, trasformato per l'occasione in un avamposto galleggiante della Sardinia Cocktail Week. A guidare la spedizione i due ammiragli Marco Crobu e Michele Filip di Educazione Italiana, arrivati da Cagliari con il sostegno delle Antiche Distillerie Poscia. A fare gli onori di casa, il capitano della miscelazione veneziana Giovanni D'Este. Si narra di una navigazione epica, tra cocktail preziosi e altrettanto preziose moeche, in un felice incontro tra due grandi tradizioni dell'ospitalità. Più che un pop-up bar, un'incursione sarda in acque veneziane. Con tanto di ristoro galleggiante che avrebbe meritato una categoria a parte. E una medaglia per l'equipaggio.
La sera successiva si riparte da dove ci si era lasciati. Ancora Aman, questa volta con Abi El Attaoui di Ceresio 7 Milano, protagonista della guest shift firmata Presobene London Dry Gin. Due drink per raccontare il suo stile: il Negroncello, interpretazione del Negroni con vermouth al caffè, dragoncello messicano e Marsala, e Josephine, una rilettura del Gimlet con limone bruciato, banana, Sauvignon Blanc e sherry fino. Anche in questo caso la tradizione è soltanto il punto di partenza. È lì che Walter Bolzonella mi piomba alle spalle. «Cucù, chi sono?». Non serve voltarsi: certe pacche sulla schiena hanno una firma, e la sua è inconfondibile. Provo a spiegargli che il chilometraggio comincia a pesare. Lui, gran Mogol dell’hospitality veneziana, mi guarda sorridendo: «Sei a Venezia! Il minimo che puoi fare è camminare». Mi torna in mente un certo passato universitario, quando la città si misurava in bacari, non in chilometri. Annuisco, mi aggiusto il bavero e riparto. In fondo, ha ragione lui. E poi, a Venezia, chi si ferma è perduto. O ha trovato un altro bar.
Altra tappa, altro Martini. All'Alchemia Bar di Ca' di Dio si celebra James Bond. Il titolo dell'appuntamento, Siamo un pochino tutti James Bond, è già un programma. Lucio D'Orsi del Dry Martini Sorrento, atteso protagonista, è costretto a dare forfait per un brutto raffreddamento. Ma la sua squadra, impeccabile in giacca bianca, non manca all'appello. E nemmeno i Martini. A sostenere la missione quattro complici d'eccezione: Baldoria Vermouth, Frantoio di Sant'Agata d'Oneglia, Presobene London Dry Gin e Yurt Vodka.
Padrone di casa all'Alchemia Bar con la “e” è l'inappuntabile Marco Vecchiato, che insieme al suo team ha sviluppato Cinematology_Lab, uno dei menu più interessanti incontrati durante il safari che, ricordiamo ai più distratti, in lingua swahili significa "viaggio". Dodici film, dodici cocktail, dodici esperienze da vivere attraverso gusto, estetica e memoria cinematografica. Il menu è costruito come un blocchetto di biglietti del cinema. Scegli il film, strappi il ticket e comincia lo spettacolo. Dietro il progetto c'è un lavoro di ricerca che coinvolge anche la scelta dei bicchieri, delle epoche e delle atmosfere, con il contributo del food & beverage manager Andrea Salerno. Più che una lista cocktail, una piccola cineteca da bere. Il cinema, del resto, è di casa a Venezia. E qui ha trovato un altro modo per entrare nel bicchiere.
L'ultimo sprint
A questo punto le gambe cominciano a chiedere spiegazioni. Ma in lontananza suona un gong, o forse è soltanto il richiamo di un altro Martini. Parte con uno sprint lungo Riva degli Schiavoni e l'ingresso all'Arts Bar del The St. Regis Venice avviene praticamente in spaccata. Qui è in corso l’epilogo della guest shift di Mattia Capezzuoli, dello Stravinskij Bar dell'Hotel de Russie di Roma, con Michter's. Ad accogliere gli ospiti Ludwig Negri e tutta la squadra dell'Arts Bar. Una grande festa, un carosello di personaggi, incontri e saluti che sembrano non finire mai. Tra gli altri, Alfonso Califano ed Emanuele Primavera di Cinquanta Spirito Italiano, Peppe Doria di Bar Volare, reduci insieme a Orlando Marzo di Loro Melbourne e Daniel J. Selby del 10_11 di Portrait Milano dall'evento La Grande Bellezza - A Venetian Celebration at Ca' Giustinian, firmato Quattro Gatti Gin. E poi ancora volti, strette di mano, brindisi, racconti. L’unico rimpianto? Non aver scattato una foto con questo gruppo di audaci avventurieri della miscelazione. Ma la perfezione non è tutto. A meno che non si tratti di un Perfect Martini.
La medaglia della Sky Queen
Per la cronaca, a portarsi a casa una medaglia vera è stata Valentina Mircea, alias Sky Queen, bar manager dell'Hilton Molino Stucky. Domenica ha corso la 10 km di Venezia, prima di tornare in pista, stavolta dietro al bancone, per il grande party conclusivo della Venice Cocktail Week. E siccome una maratona tira l'altra, dalla conversazione del dopo gara è nata un'idea: organizzare una corsa di bartender per beneficenza. Perché, sostiene Valentina, i bartender che si tengono in forma sono la nuova tendenza. Con tanto di shot di magnesio al posto del Fernet. Il nome è già pronto: Rum Runners, come i contrabbandieri del Proibizionismo. Same spirit, less booze, more cardio. Stesso spirito, alcol il giusto, più cardio. Perché nell'hospitality, a quanto pare, il prossimo giro si farà di corsa.



