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CAMERIERE DI SALA

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Cameriere di sala, referenziato, qualificato settore
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Cell: 3927672589 – 3663009581

Rendi facile e veloce il servizio al banco

Attrezzature –

Cresce la richiesta di proposte alimentari originali. È ora di riattrezzare il proprio bar con una serie di nuove macchine come vetrine gelato, abbattitori, dispenser e raccolta comande

Fenomeno comune a tutti i Paesi occidentali, i consumi alimentari fuori casa continuano a crescere, non solo per volume, ma anche per livello di servizio offerto. Lo conferma la ricerca “Faster food & quicker service” realizzata da Popai Italia per RiminiFiera e presentata il mese scorso in occasione del salone dell'alimentazione Sapore.
«I primi a cogliere il trend - precisa Daniele Tirelli, presidente di Popai Italia - sono state le catene della grande distribuzione e i centri commerciali che sempre più spesso inseriscono i più diversi format di bar-caffetterie e ristoranti, da quelli tradizionali a quelli esotici, puntando su beni ad elevato contenuto di servizio come alimenti preparati sul posto». Tra gli esempi citati alcuni locali ipertecnologici dove i clienti scelgono, ordinano e pagano piatti e snack davanti a un tavolo fornito di schermo interattivo computerizzato come a Norimberga e Londra. Ma l'automazione non investe solo la zona di servizio riservata al pubblico. Sempre più spesso infatti le aziende di attrezzature per la ristorazione propongono macchine e moduli progettati espressamente per bar e snack food, sia da banco come da backoffice.    

Alleati di nuova generazione
Le più recenti novità in tema sono state ospitate nei due recenti saloni di RiminiFiera, Sigep (pasticceria e gelateria) e Sapore (alimentazione e bevande). Un'occasione da non perdere per i gestori di bar che vogliano riattrezzare il proprio esercizio (contando anche sulle facilitazioni fiscali) visto che, sempre per la ricerca Popai-RiminiFiera, circa il 47% dei clienti privilegia la qualità del servizio ai prezzi bassi.
Partiamo dalla raccolta delle comande, resa più semplice dal taccuino elettronico ATZ4 Cei Systems dotato di un luminoso display da 15 cm con tecnologia touch screen, touch & write e touch planner. ATZ4 è dotato anche di una voce guida che ripete le operazioni digitate per evitare errori di battitura.  Sul banco bar non può ora mancare il dispenser Atena di Granarolo-Yomo per latte fresco e yogurt. Alimentato con sacche da 5 kg di prodotto, assicura il controllo della qualità con la velocità di servizio necessaria per la prima colazione.
Affresco è il nome del progetto per la realizzazione di una gelateria d'autore, firmato dall'architetto Beppe Riboli in collaborazione con Naba (Nuova Accademia di Belle Arti, Milano) e Industrie Ifi. Un sistema di arredo completo studiato in dettaglio, ispirato alla tavolozza dei pittori, che vede protagonista la pluripremiata vetrina gelato rotante Tonda. Sempre Industrie Ifi ha presentato Sky Gelato, l'insolita vetrina refrigerata profonda meno di un metro che consente l'uso delle vaschette professionali da 360x165 cm anche in ambienti ristretti.
Restando in tema di vetrine, Bocchini ha chiesto a Pininfarina di “vestire” l'esposizione di gelateria, pasticceria, pralineria, gastronomia fredda, calda e a bagnomaria, battezzandola B45 (B come Bocchini, 45 come gli anni di attività dell'azienda marchigiana). Oltre all'aspetto estetico di grande impatto, la B45 si caratterizza per il sistema d'illuminazione a Led e il meccanismo oleodinamico telecomandato per l'apertura delle ante. Infine, messo a punto da Irinox, Multi Fresh è il  nuovo abbattitore con un  sistema di raffreddamento e surgelazione rapida che non asciuga i prodotti di pasticceria e gelateria.
Grazie alla lunga esperienza, Carpigiani ha presentato Maestro, innovativa macchina in grado di realizzare gelati ma anche prodotti di pasticceria e cioccolateria. Due i modelli: da 1,5-5 kg e da 2,5-7,5 kg di gelato per ogni ciclo. Grazie al display elettronico, dispone di programmi per gelati (creme, frutte, sorbetti), creme di pasticceria (bavarese, zabaione, panna cotta), cioccolateria (tempere, ganache), granite e cremolate. Inoltre, il gestore si può avvalere della consulenza di un docente della Carpigiani Gelato University.

Incollati alla slot: chi li stacca?

Giochi&scommesse –

Un’indagine sugli esercenti fatta da Eurispes mostra l’ampiezza del fenomeno del gioco compulsivo tra i clienti dei locali pubblici con le macchinette Una questione delicata, su cui le risposte ancora scarseggiano

Lotterie tradizionali, Gratta e Vinci, Lotto, SuperEnalotto, scommesse sportive e ippiche. Ma soprattutto new slot. Sono questi i giochi pubblici che, ormai da diversi anni, sono gestiti dalle reti degli esercizi pubblici. Un esercito di “venditori” competenti per necessità e trasparenti per vocazione, che hanno trovato nel gioco gestito dallo Stato un'importante fonte di reddito aggiuntivo. Eurispes ha recentemente presentato, raccolto in un volume, il rapporto “L'Italia del gioco”: un'istantanea scattata all'intero segmento della cosiddetta industria della fortuna, una delle poche che continua a mostrare segni di grande salute, che non ha mancato di sollevare interrogativi, e qualche polemica. Per la prima volta, in uno studio così articolato, è stato inserito il punto di vista degli esercenti, la categoria che, più rapidamente di altre, ha saputo adattarsi al “nuovo che avanza”, interpretando un ruolo chiave per lo sviluppo della rete delle new slot.

Tanti i giocatori che esagerano
Un questionario somministrato a 300 esercenti tra bar, ricevitorie e agenzie di scommesse di Roma e provincia ha rappresentato il fulcro del capitolo che l'Eurispes ha voluto dedicare al rapporto tra gioco ed esercizio pubblico. Una fotografia che evidenzia come gli esercenti siano “i primi testimoni di atteggiamenti pericolosi nei confronti del gioco”.
L'incontro con i problemi legati alla compulsività non può essere negato, così come non può essere taciuta la reale difficoltà degli esercenti di “essere un ostacolo efficace alla proliferazione” di questo fenomeno. Il 51% degli intervistati dall'Eurispes ha ammesso di aver incontrato persone con un atteggiamento compulsivo nei confronti del gioco. Il tentativo di ricondurre sulla “retta via” i clienti a rischio è tuttavia una prerogativa legata esclusivamente al buon senso di chi offre gioco. E qui gli esercenti coinvolti hanno mostrato una certa sensibilità: il 46% degli intervistati, infatti, ha dichiarato di aver cercato di convincere i propri clienti problematici a limitare il gioco, contro un 37,4% che ha scelto di non intervenire (La risposta è stata: “Non sono intervenuto perché non è una mia competenza”).

Informazioni e tutele da migliorare
Non sempre la normativa vigente (art. 110 del Tulps), che prevede l'esposizione della tabella dei giochi pubblici autorizzati, viene rispettata: il 56% degli intervistati ha ammesso, infatti, di non aver reso visibile tale tabella.
L'azione degli esercenti diventa più incisiva nella comunicazione riguardante le informazioni sul gioco: il 59% degli intervistati ha dichiarato di aver informato i giocatori sul costo massimo di una partita agli apparecchi da intrattenimento. Il 61% ha confermato di aver fatto altrettanto relativamente all'importo massimo della vincita.
Il questionario ha affrontato anche i temi della normativa a tutela dell'esercente e della promozione del gioco lecito e responsabile da parte dello Stato. Per quel che riguarda le norme in difesa degli esercenti, il 33% del campione ha dichiarato di sentirsi “poco” tutelato (con un 18% che ha risposto “per niente” e un 23% “abbastanza”). Sull'azione dello Stato in ordine alla promozione del gioco lecito e responsabile, il 38% degli esercenti intervistati ha dichiarato che lo Stato promuove “poco” questi concetti, mentre il 36% ha risposto “abbastanza”. Chi “boccia” lo Stato imputa lo scarso impegno al fatto che venga data priorità ad altri aspetti (38%) o giudica l'informazione fornita “non esaustiva” (28%). Ma rispetto al divieto di gioco per i minori quelli distratti sembrano proprio gli esercenti: quando hanno un dubbio sull'età del giocatore solo il 37% chiede un documento. Il 23% fa giocare tutti indistintamente, il 22% si fida di quanto dichiarato dal cliente.

La Pasqua sarà magra per i ristoranti italiani

Esercizi –

La Fipe prevede presenze in calo (-2,4) rispetto al 2009. Meno netta la flessione a Pasquetta

Soltanto quattro milioni di italiani sceglieranno di festeggiare la Pasqua nei ristoranti della Penisola: lo sottolinea un sondaggio condotto da Fipe (Federazione italiana dei pubblici esercizi) su 310 imprese rappresentative degli oltre 57.000 ristoranti tradizionali italiani (esclusi catene, hotel, etnici, pizzerie, ecc). I ristoratori si attendono quindi una diminuzione del numero di clienti del 2,4% rispetto all'anno scorso, per una spesa pari a 176 milioni di euro (-3,3% rispetto alla Pasqua del 2009). Il giorno di Pasqua sarà in attività il 96% dei ristoranti, pari a poco più di 55.000 unità; fra questi, soltanto il 3,4% ha registrato un aumento delle prenotazioni e si aspetta di incassare più dello scorso anno. In flessione risultano tutte le tipologie di clientela, in particolare quella non turistica, nonostante i prezzi risultano ribassati dello 0,9% rispetto a quelli dello scorso anno, per un costo medio del menu "tutto compreso" intorno ai 42 euro.

Pasquetta più positiva
Aspettative meno pessimistiche, invece, per il lunedì di Pasquetta, che dovrebbe portare sulle tavole dei 47.000 ristoranti aperti circa 2,6 milioni di clienti (-0,2% sul 2009) per un incasso stimato in poco più di 104 milioni di euro (-1,5% rispetto alla Pasquetta dell'anno scorso). Il 62,5% dei ristoratori si aspetta risultati sugli stessi livelli dell'anno scorso, il 12,5% crede in un miglioramento, ma non manca chi si attende risultati negativi (25%). L'offerta di menu “tutto compreso” riguarda il 71% dei ristoranti, con un prezzo medio lievemente inferiore a quello dell'anno scorso (39,90 euro contro i 40,30 euro del 2009, pari a -1,1%). «Nonostante il periodo di difficoltà economica - fa notare il presidente Fipe, Lino Enrico Stoppani - la Pasqua rimane un momento da dedicare al piacere dello stare assieme, della buona tavola e delle ricette tradizionali».

Biocatene ai nastri di partenza

Il biologico regge ai colpi della crisi. E sebbene resti un mercato di nicchia offre anche ai bar opportunità di espansione. Un terreno quasi vergine dove il franchising può giocare il ruolo di locomotiva

A Colonia, in Renania, il biologico è riuscito addirittura a far sposare distribuzione moderna e somministrazione tradizionale, due mondi che almeno in Italia sono sempre di più in aperta concorrenza. All'interno del nuovissimo punto vendita cittadino denominato Temma (Gruppo Rewe) convivono su un'area di 800 mq circa 5mila prodotti bio a libero servizio insieme a bar caffetteria e pasticceria con servizio al tavolo. Tutto ovviamente all'insegna dell'alimentazione naturale e certificata. Siamo in Germania, dove i consumi di prodotti bio per alcune tipologie di prodotti sfiorano il 20% della spesa alimentare delle famiglie. In Italia, nonostante il primato europeo in termini di superficie coltivabile, numero di aziende agricole specializzate, produzioni (siamo, ad esempio, i primi produttori, anche a livello mondiale, di ortaggi, cereali, agrumi ecc.), i consumi si collocano intorno al 3% della spesa alimentare nazionale. Un mercato stimato tra i 2,8 e i 3 miliardi di euro (in Germania, il valore è quasi doppio) che, nonostante la crisi, regge.
Mercato di nicchia, ma in crescita

Ad esempio, sul fronte del grocery nei primi sei mesi del 2009 gli acquisti di prodotti bio confezionati hanno fatto registrare un incremento del 7,4% in valore e dell'8,5% in quantità (Ismea/Nielsen). D'altronde che il biologico non fosse un fenomeno effimero Bargiornale l'ha scritto più volte. Certo è che, a differenza di quello che è successo in Germania e in nord Europa, non c'è stato quel boom di consumi che alcuni analisti avevano previsto. Resta, poi, da considerare che la diffusione di questa “filosofia” è stata molto più lenta nel settore dei pubblici esercizi rispetto al libero servizio o alla vendita al dettaglio. Una crescita tuttavia costante. Se prendiamo, ad esempio, gli ultimi numeri sfornati dall'edizione 2010 di “Tutto Bio - Annuario del Biologico” sono 224 gli operatori della ristorazione (macro categoria che comprende non solo ristoranti, ma anche bar, caffetterie, gelaterie, pizzerie, self service ecc.). Un piccolo ma vivace settore che è cresciuto del 31% rispetto al 2007. La ristorazione insieme ai gruppi d'acquisto solidali (i cosiddetti “gas”) e alla vendita diretta è, tra l'altro, il canale che per numero di operatori è aumentato di più nel biennio 2007-2009. «E continuerà a cresce anche in futuro - spiega Maria Rosa Bertino, giornalista e curatrice insieme ad Achille Mingozzi dell'annuario -. Certo, non si tratta di uno sviluppo esponenziale ma di un trend di crescita perfettamente in linea con lo sviluppo di una domanda che ha imparato ormai a distinguere le peculiarità della proposta biologica e che è amante della cosiddetta cucina del benessere caratterizzata da leggerezza e alta digeribilità. È chiaro comunque ormai a tutti che il biologico non è un business semplice, ma un settore dove occorre un tasso “culturale” più elevato rispetto a un'attività di matrice tradizionale: qui l'improvvisazione è veramente bandita. Semmai, in uno scenario quale l'attuale, possono giocare un ruolo di orientamento e, allo stesso tempo, di formazione di nuovi operatori le catene in franchising». L'affiliazione sta in effetti facendo i primi timidi passi nel settore. Non solo nella ristorazione in senso stretto, ma anche nel canale bar/caffetteria.

Biologico e prodotti per intolleranti
Un modello interessante è la formula biologicafè (www.biologicafe.it). «L'idea di aprire un bio cafè - spiega Barbara Deandrea che insieme a Gabriele Pacini è titolare del marchio biologicafè - è nata dalla nostra esperienza familiare, di mio figlio prima e di tutta la famiglia in seguito. Scoprire di avere una intolleranza alimentare ci è sembrato inizialmente un problema, ma poi abbiamo capito che era un'opportunità per migliorare la qualità del nostro stile di vita a partire dal cibo». Inizia così, da questo sforzo di rovesciare un problema trasformandolo in opportunità, l'avventura di questo “caffè alternativo” che saggiamente incrocia il biologico con prodotti gluten free o anti-intolleranze come croissant senza frumento, latte di riso ecc. (biologicafè fa parte del network “colazione al bar” sostenuto e controllato dell'Associazione Italiana Celiachia). Nel 2004 dunque è partito il progetto imprenditoriale, nato fin da subito con l'ambizione del franchising e con un format che si è perfezionato nel tempo: oggi biologicafè, che ha ottenuto la certificazione di “locale biologico” controllato da Icea, comprende caffetteria, tavola calda, pasticceria, gelateria, wine bar, sala da tè, ma anche servizio catering, take away e organizzazione di eventi. Entro l'anno a Milano dovrebbe sorgere il primo pdv in franchising e un'altra decina sono in scaletta. L'investimento richiesto è variabile: si può partire, ad esempio, da 800 euro (per la sola fornitura di caffè bio e di materiali di servizio) o da 30mila euro per un locale di 20mq. Non sono previste fee o royalties. La formazione iniziale comprende una parte medica relativa alle intolleranze alimentari e a principi di dietetica e una parte pratica svolta presso il punto pilota di Alessandria.
Formule, location e specializzazioni

Un altro modello che si sta affacciando al franchising è il Bio's Cafè di Rimini (www.bioscafe.it) «Siamo nati nel 2002 - spiega Renzo Agostini, creatore della formula - e, sulla scorta di un'esperienza quasi decennale, possiamo tranquillamente dire che il nostro modello funziona tanto che abbiamo messo a punto una proposta di franchising. Abbiamo previsto 3 diverse tipologie di format a seconda della localizzazione del bar o della proposta: area direzionale, area centrale o piccolo snack bar concentrato sulle prime colazioni. Mediamente l'investimento si aggira intorno ai 150mila euro». Nessuna royalties, ma è prevista una fee d'ingresso di 15.000 euro per le attività di supporto all'affiliato che vanno dalla progettazione all'avviamento del locale, compresa la formazione dello staff. L'approvigionamento ai franchisee è assicurato da un laboratorio di 1.000 mq localizzato a Cervia. Quest'anno, dovrebbero aprire almeno 5 punti in franchising Bio's Cafè. Infine, una leva competitiva non trascurabile offerta dal bio è rappresentata dalla possibilità di differenziare la propria offerta. «In termini di mercato - spiega Gianluca Mondardini, artefice della formula Dolce Bio (www.dolcebio.it) - la biospecializzazione paga. Però occorre essere credibili e autentici, evitando al massimo ogni “contaminazione” con l'offerta tradizionale». In sintesi, le biocatene possono rappresentare la porta d'ingresso ideale per un neoimprenditore. Ma, attenzione, il bio è tutto meno che un settore rifugio.

«Il gusto pieno di prodotti che sanno emozionare»

Top Management –

di acquisizioni, è diventato una realtà industriale multispecializzata e di calibro internazionale. Ne parliamo con l’ad, Francesco Rosario Averna

Averna è un prodotto che simbolizza una felice storia imprenditoriale che affonda le radici in Sicilia e si sviluppa nell'arco ormai di oltre un secolo e mezzo. Storia che comincia nel 1859 quando a Caltanissetta il commerciante di tessuti Salvatore Averna riceve in dono la ricetta di un elisir a base di decine di erbe, radici e agrumi provenienti da tutto il mondo. Oggi siamo alla quarta generazione degli Averna (quella che ha le redini dell'azienda e, gradualmente, allena la quinta a entrare in campo) e il mitico amaro non solo è diventato un protagonista del dopopasto italiano, ma è sinonimo di un gruppo che fattura circa 200 milioni di euro, occupa 320 dipendenti, esporta il 20% della produzione ed è a capo di una fitta rete di società: Frattina (grappe e spumanti), Pernigotti (cioccolato, torrone e semilavorati per gelateria), Casoni (liquori), più una partecipazione in Sicilia Acquavite. Inoltre, il gruppo è distributore di prestigiosi brand stranieri. Un “piccolo impero” guidato da quattro azionisti della famiglia, tra i quali Francesco Rosario Averna, a cui si deve il merito di una gestione illuminata tesa alla diversificazione di prodotti e di mercati e all'espansione internazionale. Il tutto senza mai rinnegare le proprie origini di impresa artigianale legata a doppio filo con la comunità nissena e con la Sicilia. «Nel tempo - esordisce Franceso Rosario Averna, ad del gruppo - abbiamo costruito un'immagine coerente con i valori della nostra impresa e quelli dei nostri prodotti. Il fortunato claim “Il gusto pieno della vita” sintetizza questa filosofia. In un certo senso siamo come un'impresa giapponese con un fortissimo legame di amicizia e solidarietà tra manager, collaboratori e fornitori. Un clima positivo che trasmettiamo anche in prodotti capaci di emozionare i consumatori».

Partiamo da Amaro Averna. Un prodotto che si è rinnovato non solo nel pack, ma che punta a conquistare nuovi target tra i giovani.
Esattamente. Ad esempio, i personaggi della nostra nuova campagna pubblicitaria sono tutti giovani e abbiamo utilizzato un nuovo jingle cantato da Enrico Ruggeri. Poi Amaro Averna è entrato ufficialmente nel mondo della mixability come ingrediente di cocktail e long drink che sono diventati icone di un bere contemporaneo che privilegia mix beverini a moderato tenore alcolico. Uno su tutti “Rosso Siciliano” con una parte di Amaro Averna e 2 parti di succo di arance rosse e ghiaccio. Un mix straordinario che ha trovato larghi consensi nel mondo del bar.

Superata la crisi del 2009, come vede l'attuale congiuntura?

Lo scorso anno è stato difficile per tutti. A dir la verità il bar ha “tenuto” rispetto ad altri canali come il largo consumo o la ristorazione. Il momento di consumo che ha sofferto di più è stato quello del dopopasto: qui, evidentemente, hanno pesato non solo gli effetti della recessione economica, ma anche le ripercussioni di un bombardamento mediatico sull'abuso dell'alcol che ha generato nuovi comportamenti di consumo soprattutto al ristorante. Detto questo, guardiamo all'anno in corso con ottimismo: stiamo lavorando bene con Amaro Averna, Sambuca Averna e le grappe di Frattina. In più, con l'acquisizione di Casoni, il nostro portafoglio offre prodotti straordinari come Amaro Braulio o Limoncetta di Sorrento, liquore completamente naturale realizzato unicamente con limoni di Sorrento a Indicazione Geografica Protetta.

Come sta procedendo l'integrazione con Casoni di cui detenete il 98,5% del capitale?

Stiamo integrando le rispettive reti distributive e sviluppando sinergie in tutte le aree possibili, dalla logistica all'export. A questo proposito a seguito della notizia totalmente infondata uscita qualche mese fa sulla chiusura del nostro stabilimento di Caltanissetta, vorrei precisare che tutto il processo produttivo dell'Amaro Averna continuerà a svolgersi nella sede di Caltanissetta, mentre la sola fase di imbottigliamento verrà concentrata nel modernissimo impianto di Finale Emilia (Mo). Si tratta sostanzialmente di un'operazione intesa a ottimizzare e a razionalizzare le fasi aziendali per ridurre i costi e migliorare l'efficienza. Un'altra faccia del rapporto sinergico con Casoni è lo sviluppo dei mercati dell'est europeo attraverso una consociata slovacca per la produzione e commercializzazione di prodotti italiani e locali. L'estero è, infatti, uno degli sbocchi strategici per il gruppo: basti pensare che il 50% della produzione di Amaro Averna va oltreconfine. Siamo presenti in 60 Paesi dove abbiamo strutture che si occupano non solo di distribuzione, ma anche di promozione e marketing.
Riguardo Pernigotti, altra vostra controllata, avete in lancio prodotti specifici per il bar?

Dopo aver messo a punto il piano di rilancio di un brand prestigioso che vanta un vissuto eccezionale, oggi ci proponiamo con due linee dedicate: Oro Gianduia e Nero Gianduia. Si tratta di classici prodotti d'impulso, ma di straordinaria qualità, che credo avranno molto successo all'interno dei pubblici esercizi. Inoltre, vorrei aggiungere, con un pizzico di orgoglio, che quest'anno Pernigotti celebra i suoi 150 anni di attività e che abbiamo realizzato una ricetta anniversario per il lancio di una linea di prodotti dedicati all'evento.
Altre iniziative sempre sul fronte del bar?

Per noi il bar è un canale strategico e continueremo a supportare i gestori con materiali di comunicazione e di servizio che servono soprattutto a valorizzare i loro locali. È un canale che monitoriamo costantemente perché sappiamo

Semplificare, anche con procedure on line

I costi per il disbrigo degli obblighi amministrativi in relazione ad autorizzazioni, fisco ecc. sono in continuo aumento e arrivano ad incidere fino al 7% del fatturato. Bassa la soddisfazione delle imprese nei confronti della Pubblica Amministrazione, alla quale si chiedono iter più snelli

La difficoltà ad accedere al credito non è la sola spina nel fianco delle piccole e medie imprese: anche la burocrazia incide pesantemente, mandando in fumo ogni anno circa 13,7 miliardi. Si calcola che senza eccessivi oneri burocratici la produttività delle microimprese aumenterebbe del 5,8%. Insomma, un bel fardello. A questo proposito, l'ultimo rapporto di Promo P.A. sul livello di soddisfazione delle piccole e micro imprese nei confronti della Pubblica Amministrazione parla chiaro: l'anno scorso l'incidenza dei costi occulti legati alla burocrazia sul fatturato è aumentata ancora, passando dal 5,39% del 2008 al 6,90% del 2009. Un'aggravio misurato anche in giornate-uomo investite nell'adempimento di pratiche amministrative che è arrivato nel 2009 a “saturare” 30,9 giornate lavorative. Pesano sempre più in forma maggiore anche gli oneri relativi alle consulenze esterne (commercialisti, fiscalisti ecc.) passati dai 5.862 euro nel 2006 ai 6.469 nel 2009. Tra costi interni (giornate/uomo allo sportello) ed esterni (consulenze, commercialista) gli oneri complessivi risultano aumentati nel 2009 del 15,97%.

Il peso degli oneri fiscali
La fiscalità (intesa come corretta tenuta delle scritture contabili e l'assolvimento degli obblighi necessari per poter regolarmente pagare le tasse) è l'elemento che continua ad assorbire le maggiori energie da parte delle aziende. Rispetto anche agli oneri di gestione del personale e agli obblighi connessi alla tutela ambientale. Rispetto al 2008 il livello di soddisfazione complessivo verso l'operato della Pubblica Amministrazione rimane stabile, benché sempre molto basso: solo 4,4 su una scala da 0 a 10. A livello di enti e istituzioni sono le Camere di Commercio a ottenere il livello di gradimento più elevato, staccando nettamente gli altri interlocutori come Agenzia delle Entrate, Inps, Asl ecc. Interessante il capitolo del rapporto di Promo P.A. dedicato alle proposte delle imprese per ridurre il “carico” degli obblighi amministrativi: intervento prioritario è considerato lo sviluppo di procedure on line e in generale dell'e-government. Un intervento ritenuto ancora più importante della riduzione delle frequenza delle dichiarazioni o dell'eliminazione delle duplicazioni nella richiesta di documentazione. Obbiettivo finale è quello di arrivare a una sensibile semplificazione amministrativa. Un tema quest'ultimo fortemente sentito dalle pmi e dalle microimprese italiane tanto da essere ritenuto più importante dei tradizionali interventi di politica economica come i sostegni agli investimenti o l'accesso al credito. Un intervento richiesto soprattutto non solo per recuperare efficienza, ma anche per uscire dalla crisi. Non è infine un caso, come segnala il rapporto, che l'“efficiency gap” (divario di efficienza) della Pubblica Amministrazione sia proprio concentrato nella semplicità dell'iter burocratico insieme all'organizzazione e sinergie degli uffici e i tempi di attesa per l'erogazione degli stessi.

Detergenti pronti all’uso per un’igiene professionale

Igiene –

Piccole e grandi pulizie senza problemi grazie ai detergenti Amuchina Professional. Pratici e ideali anche per le attrezzature

L'igiene prima di tutto. Non è una frase fatta, ma la realtà. Soprattutto, se parliamo di bar e ristoranti dove la pulizia è un requisito imprescindibile per poter operare ed essere in regola con le norme di autocontrollo stabilite dal protocollo Haccp. E, dunque, occorre saper scegliere i prodotti giusti che garantiscono per ogni ambiente, attrezzatura o area di lavoro un'igiene a 360°. Su questo fronte, Amuchina Professional, divisione del Gruppo Angelini, ha messo a punto una gamma completa di prodotti professionali per il settore alimentare e la ristorazione. Tra questi spicca la linea dei detergenti professionali “pronti all'uso” che possono essere impiegati facilmente grazie anche a pratici flaconi con trigger. È il caso, ad esempio, del detergente multiuso Haccp igienizzante ambientale per la pulizie delle superfici che può essere utilizzato in tutte le aree di produzione e di confezionamento nell'industria alimentare e della ristorazione (trigger da 750 ml e taniche da 5l). È a rapida asciugatura ed è particolarmente indicato per forni a microonde, affettatrici e superfici in acciaio.

Prodotti ad alta efficacia pulente

Il detergente si applica direttamente sulla superficie da trattare con un panno o carta monouso strofinando sullo sporco più ostinato. Non contiene sostanze abrasive e non esiste il rischio di graffi e/o striature. Non produce schiuma e non necessita di risciacquo. Altro prodotto strategico è il detergente igienizzante a base alcolica per superfici lucidabili (trigger da 750 ml) come vetri, specchi, metalli, cristalli ecc. Da utilizzare anche tutti i giorni per le normali e piccole pulizie. Non lascia aloni ed è a rapidissima volatilità. Previene la formazione delle impronte digitali e ridona brillantezza alle superfici trattate. Tra i prodotti più utillizzati occorre ricordare anche Amuchina Professional 100% presidio medico chirurgico che è il clorossidante elettrolitico leader per la disinfezione di frutta e verdura. La divisione opera in una logica di partnership nei confronti degli operatori professionali, sviluppando un concetto totalmente nuovo nel mondo professionale che prevede, oltre a piani di sanificazione specifici per locali, anche corsi tecnici mirati per il corretto utilizzo dei detergenti.

Cibi e cocktail vanno a braccetto

Dal mondo –

Si chiama The Tar Pit il nuovo locale di Mark Peel a Los Angeles: unisce la proposta di cibi d’ispirazione italiana a drink ricercati. Un equilibrio quasi perfetto

Si chiama The Tar Pit il nuovo ristorante-bar di Los Angeles (609 North La Brea Avenue) aperto dallo chef Mark Peel, già proprietario da più di 20 anni di Campanile, per molti il miglior ristorante della città. La particolarità risiede nell'insolito risalto dato al bar in un locale aperto da un cuoco famoso. Ma, spiega Peel, c'è un motivo: «Non volevo rifare un altro Campanile, perché è unico. Il concetto è di non mettere in competizione cibo e cocktail, ma di avvicinarli, grazie all'apporto creativo della mixologist Audrey Saunders. L'ho scoperta a New York, nel suo Pegu Club, dove mi ha folgorato con la sua semplicità e modestia». Il look degli ambienti è Art Déco, in stile vecchia Hollywood, ed è scaturito dalla creatività della designer Tracy Beckmann.

Una bella offerta di vini del Bel Paese
La cantina è piccola e selezionata: soltanto 27 vini, di cui 12 bianchi, 13 rossi, e due mousseux francesi, tutti a 38 dollari. Tra le etichette italiane, sette in tutto, spiccano i bianchi Costa Del Molino Cococciola 2007, Cantina Frentana, «fenomenale per le ostriche» spiega Peel; Roero Arneis 2008, Fratelli Brovia e Cariola 2007, Erbaluce di Caluso Doc, di Ferrando Vini. Quattro i rossi: St. Magdalener Rondell 2007 di Franz Gojer; Cesanese di Olevano Romano 2007, Corte Alla Luna Proietti; Teroldego Rotaliano 2006, Roberto Zeni; Primitivo Salento Arkè Mastri Vinai, famiglia Papadopoli. L'offerta di birre ne conta 11, tutte in bottiglia. Ma il fiore all'occhiello sono i 14 cocktail in carta, divisi in “neoclassici”, “tributi allo Champagne” e “opportunities” (opportunità), tutti proposti a 12 dollari tranne quelli a base di Champagne, a 16 dollari.
«Quello che secondo me rappresenta il punto di forza - dice Peel - è il Trident», una specie di Negroni, ma con il Cynar al posto del Campari, l'acquavite a sostituire il gin e dry Sherry. Si miscelano tutti in parti uguali (2,95 cl) con l'aggiunta di due gocce di bitter di pesca. Si shakera con ghiaccio e si serve in doppia coppetta da cocktail guarnita con un twist di limone.
Tra le curiosità del menu leggiamo ostriche, tartara di tonno, vitello tonnato, insalata di polpo e insalata di fagioli bianchi e pecorino, tutti a 9 dollari; carciofi Trastevere (8 dollari); gnocchi con escargot (13 dollari); coq au vin blanc (15 dollari); aragosta e capesante Newberg (17 dollari). Come si vede, l'ispirazione italiana non manca e i prezzi sono ragionevoli

Bastano pochi euro e il locale diventa wi-fi

Gestione –

Sottoposti a una rigida normativa prorogata per tutto il 2010, i punti di accesso pubblico a Internet sono sempre più richiesti dal numeroso popolo della rete globale. Per i locali pubblici esistono numerose soluzioni, a costi ragionevoli e di facile gestione, per far navigare liberamente i clienti

Nell'epoca del cosiddetto “nomadismo tecnologico” si moltiplicano gli utenti di internet, possessori di computer laptop o altri dispositivi come il tanto atteso iPad, sempre alla ricerca di connessioni internet pratiche, veloci e, soprattutto, ubiquitarie. La tendenza, in altre parole, è cercare luoghi dove basta sedersi, estrarre il pc dalla borsa e accenderlo per collegarsi alla rete.

Controllo della rete
Gli ostacoli tecnici a una soluzione del genere sono ormai tutti superati: ognuno può a casa propria installare un router di rete wireless per diffondere il segnale e usare liberamente il computer senza connessioni. La stessa cosa ovviamente si può fare in un locale pubblico, ma con differenze sostanziali rispetto alle abitazioni private. Il problema sta nella normativa (vedi il riquadro in basso), che impone ai gestori dei locali pubblici di registrare tutti i clienti che utilizzano la connessione wireless di proprietà dell'esercizio. Se, quindi, l'installazione è semplicissima, il gestore di un locale deve organizzarsi in modo da tenere un registro delle connessioni.

Alla portata di tutti
Questo può avvenire soltanto attraverso sistemi hardware e software, disponibili in quantità sul mercato e a prezzi diversi, che configurino la rete nel modo migliore. In particolare i computer che la utilizzano devono poter accedere facilmente alla rete, senza settaggi particolarmente difficoltosi. Devono poi “vedere” soltanto il web e non essere in grado di “entrare” negli altri computer connessi simultaneamente. Inoltre devono essere soggetti a un sistema “pay per use”, in grado di contabilizzare i minuti di connessione ai fini di fatturazione o, più semplicemente, di controllo.
Le soluzioni sul mercato non mancano e a prezzi decisamente vantaggiosi. Fino a non molto tempo fa la scarsa chiarezza della normativa rendeva macchinosa la creazione di hot-spot (o punti caldi) per l'accesso wi-fi. Ora che la norma è stata collaudata e che la tecnologia ha consentito di sviluppare sistemi di controllo della rete più efficienti, si può realizzare un punto di connettività wireless anche con poche decine di euro, o con canoni mensili ridotti, che non superano i 30 euro.

Sempre più necessari
Le reti wireless ormai sono stabili e sicure e danno pochi problemi di manutenzione. I gestori devono piuttosto preoccuparsi di ridurre i rischi che qualcuno si inserisca dall'esterno nella rete e la usi gratuitamente, saltando i dispositivi di controllo. Basta fare una breve ricerca su Google per individuare decine di installatori e di servizi. L'arrivo di dispositivi di nuova generazione, come smartphone, video o audio player in grado di sfruttare le connessioni wireless renderanno questo servizio sempre più necessario. E sempre più richiesto da un folto pubblico di appassionati.

Il gusto in punta di dita

Ricettario –

Come dar vita a bocconi unici e golosi? Lo si è visto al campionato italiano dedicato ai finger food. E uno dei giurati ci racconta qualche segreto

Hanno addirittura una data di nascita precisa, cosa che nel mondo della cucina accade davvero di rado. «Il termine Finger Food - spiega Marco Valletta, chef, docente di corsi di cucina - nacque formalmente tra il 12 ed il 17 febbraio 2002 nel contesto di Expo-Gast di Salisburgo dove, durante la competizione triennale, il regolamento della manifestazione prevedeva per le squadre nazionali di chef di cucina che partecipavano, un programma tematizzato, appunto, sui finger food. Nei parametri, del resto molto generalizzati, si indicavano i finger come un'idea gastronomica collocabile ad inizio pasto, articolata, che poteva essere mangiata in punta di dita».

Un piacere trasversale
Il successo che ha toccato queste proposte è ormai noto ed è trasversale al mondo del fuori casa. Da tempo, infatti, i finger sono usciti dalla porta dalla ristorazione più classica per varcarne un'altra: quella dei bar, all'interno dei quali sono ormai una realtà consolidata quando si parla di aperitivo e happy hour.
Evento fondamentale in Italia, quando si parla di finger, è quello che si tiene presso Tecnobar & Food (l'ultima edizione a Padova dal 7 al 10 febbraio scorso). All'interno del Salone biennale dedicato al fuori casa si è appena conclusa la seconda edizione di Chef in Punta di Dita ovvero il Campionato Italiano dedicato ai finger food quest'anno tematizzato attorno ai prodotti del mare. Due le prove che i partecipanti hanno sostenuto. Quella relativa ai finger food caldi (dove ha vinto Pietro Arezzi di Catania che ha presentato: Seppioline ripiene ai sapori mediterranei e telline scoppiate su cestinetto di patate novelle) e quella per i finger freddi (dove ha vinto Fabio Mancuso di Palermo che ha presentato: Sgombro in agro dolce di anice stellato; Delizia di mare con astice e profumo di alga nori e mantello di cozze e chiodini in intingolo di maionese allo yogurt; Metamorfosi di orata e gamberi rossi di Sicilia su cialda croccante e mousse di mare alle erbe fini).
Tra i membri della giuria, capitanata proprio da Marco Valletta, anche Roberto Carcangiu, noto professionista, consulente e chef, che a Bargiornale racconta i plus emersi durante il concorso, ma anche le peculiarità che dovrebbero caratterizzare i finger normalmente serviti nei locali italiani.

Occhio al costo di produzione
«Oltre all'aspetto puramente gustativo - dice Carcangiu -, anche il finger food ha precise regole da rispettare durante la sua creazione e quindi la preparazione. Al concorso padovano di quest'anno sono emersi appieno tre concetti fondamentali del corretto finger. Ovvero semplicità, territorialità e soprattutto fattibilità. Tre aspetti che alla fine devono riassumersi in un gusto piacevole e accattante, ma soprattutto nella possibilità per il cliente di acquistare quanto gli viene offerto in un locale». Insomma se è facile stupire partendo, per esempio, da un medaglione di aragosta, diventa poi difficile mettere in carta un finger dal prezzo necessariamente alto perché alto è il costo delle materie prime che lo compongono.
«Il costo di produzione è fondamentale - sottolinea Carcangiu - e anche su questo aspetto abbiamo insisitito nel regolamento del concorso e nella valutazione dei lavori degli chef. Non ha senso far diventare un finger food un espressione d'arte culinaria. Il finger food, per sua natura, deve essere facilmente preparabile ed economicamente sostenibile, sia per il professionista che lo prepara sia per il cliente che lo acquista». Un consiglio per chi sta pensando di offrire una piccola (o anche vasta, perché no?) offerta di finger food nel proprio bar? «Quello - dice Carcangiu - di non far diventare il finger food una proposta di élite, una moda che come tale è destinata a passare in fretta. Fondamentale l'equilibrio tra qualità e prezzo di vendita. Il finger food deve saper soddisfare la voglia del cliente di degustare uno o più sapori, ma anche di mangiare se lo desidera, e abbinare tali gusti al giusto calice di vino o aperitivo, cocktail o long drink. Insomma il finger food deve essere un motivo di attrazione per il cliente, quindi abbastanza importante da attirare l'attenzione, ma non troppo importante da spaventarlo per la difficoltà negli accostamenti proposti o per il costo del singolo finger. Se ogni boccone costa due euro, per esempio, diventa difficile per il cliente medio potersi permettere un aperitivo come si deve, soprattutto se consideriamo il costo della parte beverage e il fatto che durante l'aperitivo il finger acquistato non può e non deve essere soltanto uno».

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