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Spingere all’acquisto, dote da imparare

Gestione –

Conoscere quanto si vende, suggerire al cliente un prodotto in più di quanto ordinato, essere sempre sicuri di quanto si propone. Tecniche di vendita messe a punto per il commercio generico che si adattano benissimo alla vita quotidiana del bar

Può un bravo barista essere anche un bravo venditore, intendendo con questo termine colui che riesce a portare il cliente a un esborso maggiore di quanto il cliente stesso aveva preventivato? Il tutto soddisfacendone i bisogni? Sì, può. Purché conosca alcune tecniche.
Facciamo un esempio. Il cliente entra al bar e chiede un caffè. Il barista prepara un buon espresso e glielo porge. Incasso 0,80 euro. Ma se alla richiesta il barista propone al cliente una “brioche appena sfornata, senta che profumo” oppure “un bicchiere di minerale” ecco che probabilmente il cliente sarà attratto da questa proposta extra, accetterà e l'incasso sarà superiore.

Vendita correlata
Tecnicamente si chiama “vendita correlata” e ha il vantaggio, oltre che di aumentare l'incasso immediato, di dare l'idea che il venditore si “preoccupi” del benessere della persona che gli sta davanti.

Insomma vendere in un bar vuol anche dire proporre un qualcosa che il cliente non aveva inizialmente considerato di acquistare o che vuole acquistare, ma sul quale non sa decidere. Per farlo ci sono alcuni elementi che vanno rispettati e che un interessante libro appena data alle stampe esamina e spiega (“L'abc della vendita” di Elwood N. Chapman, edito da Franco Angeli). Tanto per cominciare chi vende (sia esso il barman, il cameriere, lo stesso gestore) deve conoscere bene quanto sta vendendo. Sembra scontato, ma non è sempre così. Troppe volte, prima di rispondere a una domanda, il cameriere “deve chiedere” cosa ci sia in un certo cocktail, in un panino o nell'insalata del giorno. E questo non è un buon approccio con il cliente.

La regola del tre
Ma ci sono alcune soluzioni pratiche. Per esempio, se nel locale lavora un cameriere alle prime armi, o magari al primo giorno di lavoro, suggeritegli la “regola del tre”. In pratica, illustrategli e spiegategli tre cocktail, tre panini, tre insalate o piatti unici, così che se il cliente chiede un suggerimento il cameriere sappia suggerire una piccola gamma di proposte dando tutte le risposte necessarie per apparire competente e sicuro di sé. Pazienza se per il momento conosce solo quelle. Meglio poche risposte, ma chiare, che nulla no?

Speakeasy, il fascino discreto del clandestino

Revival –

Divenuti famosi in tutto il mondo grazie alle gangster story anni ’30, negli Usa i bar segreti detti speakeasy sono tornati di moda. Governati da bartender di fama, sono affollati di giovani e di appassionati della mixability

L’era del Proibizionismo, che iniziò nel gennaio 1920 e terminò nel dicembre 1933, fu il periodo più terribile per la mixability dell’intera storia americana. Basti pensare che metà dei liquori era fatta in casa o in distillerie clandestine. Realizzati in genere con ingredienti di (molto) dubbia qualità, potevano in certi casi portare direttamente al Creatore. Nel 1926, durante le feste di fine anno, si registrarono ben 47 decessi di persone per cause legate al consumo di liquori o distillati provenienti da distillerie clandestine. Fatto sta che il beverage di qualità se ne andò all’estero, assieme a diversi bartender professionisti, che si trasferirono negli american bar all’Avana, a Parigi e a Londra. Negli Usa, invece, insieme alle distillerie clandestine fiorirono anche i bar clandestini, chiamati “speakeasy”: per gestirne uno bastava “tenersi buono” il poliziotto di quartiere e per entrare c’era sempre bisogno di parole d’ordine o di lasciapassare.

A New York lo spioncino è di rigore
Ora tornano di gran moda in tutti gli Usa, anche se nessuno dei nuovi “speakeasy” assomiglia in tutto e per tutto a quelli del passato. Qualche esempio? Il Varnish a Los Angeles, il Bourbon & Branch a San Francisco, lo Speakeasy a Cleveland, il Violet Hour a Chicago o il Manifesto a Kansas City. Ma è a New York che la passione per i bar clandestini è più vivace. Il settimanale New York ha definito Back Room (al 102 di Norfolk Street, nell’East Village) il “miglior bar segreto” della metropoli. All’ingresso il classico spioncino per scrutare i clienti in arrivo e all’interno una libreria mobile nasconde o svela lo spazio bar. Tra gli investitori ci sarebbe anche l’attore Tim Robbins (si dice l’abbiano visto lì a fare il bartender). I drink sono serviti in tazze da tè per “ingannare i tori” (così erano chiamati i poliziotti nel film dei gangster degli anni Trenta). A Williamsburg, quartiere di Brooklyn pieno di giovani, ce ne sono diversi. Il Rye, al 247 South della 1st Street, è un nuovo bar-ristorante senza insegna. La facciata, un insieme di vecchi steccati di legno, gli conferisce un aspetto da casa abbandonata. Il numero civico è disegnato su un pannello di vetro, sopra la porta. Servono un rye old-fashioned con bitter d’arancia, angostura e zucchero di canna Demerara, e un cocktail al tequila, “migliorato” con maraschino, bitter e un tocco di assenzio. Nella stessa zona c’è il bar dell’hotel Delmano, lungo banco di marmo e grandi banquette di pelle. All’Hideout di Fort Greene, ancora a Brooklyn, i clienti devono suonare un campanello alla porta di un garage, e poi aspettare di essere selezionati attraverso uno spioncino anni Venti. La mixologist Charlotte Voisey, consulente del newyorkese Gramercy Park Hotel e del Dorchester di Londra, ha aiutato a creare una carta cocktail di ben sei pagine.
Sasha Petraske, mixologist di Milk&Honey e noto imprenditore del settore, ha aperto il Dutch Kills (dalle 17 alle 2 di notte) a Long Island City, nel Queens. Al Pdt (Please don’t tell), al 113 di St. Marks Place, nell’East Village, a Manhattan, si entra in un negozietto di hot dog, il Crif Dogs, poi si passa in una cabina telefonica e ci si presenta al telefono. Un cicalino apre una porta segreta. C’è una lista di birre e vini e si possono anche ordinare burger e hot dog. Il mixologist Jim Meehan offre creazioni stagionali come un Old Fashioned con bourbon infuso al bacon e sciroppo d’acero oltre ad altre infusioni, come il rum al popcorn. The Raines Law Room, a Chelsea (48 West 17th St., niente telefono) propone un’austera lista cocktail, con classici come Manhattan e Negroni. Il suo nome allude alla legge Raines, approvata dallo Stato di New York nel 1896, che proibiva la vendita di liquori la domenica, eccetto che negli hotel, dove i drink potevano essere serviti durante i pasti. Così accadeva che centinaia di bar sistemavano letti e sedie nelle camere al piano superiore e si definivano alberghi per sfuggire ai controlli.
Allo Speakeasy di Cleveland, l’operazione nostalgia è ancora più accentuata, al punto che i titolari distillano in proprio il loro gin. Un lampadario fa luce su una scala che porta a uno scantinato. «Quando è illuminato - informa il proprietario, Sam McNulty - significa che lo Speakeasy è aperto». Proprio come ai tempi del Proibizionismo.

Primo Chef

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Primo Chef  (con o senza personale di cucina), 58nne,
ottime referenze verificabili, iscritto all’Associazione Cuochi Italiani, vanta
esperienza trentennale.

Esperto in cottura pesce e carni.

Disponibile anche per consulenze e avviamento di Ristoranti

Provenienza Marina Mercantile S.A.U. (Ve) offresi per
ristoranti, alberghi e campeggi.

Si richiede e si assicura serietà.

Cell: 3468004010 –
3386065545 - 3408250395

VENDITA BAR

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In Centro Storico
di Novara
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vendesi bar con attività ventennale.
Apertura dalle 07:00 alle 02:00 con chiusura domenicale. Vicinanza di uffici
che garantiscono ottimo afflusso di clienti anche a pranzo. Fatturati
giornalieri dimostrabili.
Dotato di dehor fruibile anche in inverno e di piccola cantina utilizzata come
magazzino.
Trattativa privata. No agenzie.
Cell: 3342421127

Vendita Bar Ristorante

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Forlì centro storico, bar ristorante, locale multifunzionale (bar,
pub, ristorante, discobar, kebab) in stile orientale, del tutto a norma, in
zona centralissima e di passaggio, ottima posizione vicino a più parcheggi,
situato di fianco ad una discoteca (alti guadagni). Arredamento nuovo in legno.

150 Mq (con possibilità di
ampliamento): cucina, 2 sale, zona bar, 3 bagni, pedana esterna, magazzino,
sgabuzzino/spogliatoio.

Vero affare. Vendo per motivi
personali non inerenti al locale, training gratuito nuova gestione.

Trattativa privata, no
perditempo.

Cell: 338 3848902 – 393 9383310

dj_jans@hotmail.com

CAMERIERE QUALIFICATO

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Cameriere qualificato, 40enne, referenziato cerca lavoro
presso hotels, con possibilità di inserimento in team.
Cell. 3280382739

CAMERIERE DI SALA

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Cameriere di sala, qualificato, referenziato, valuta
proposte per il settore turistico alberghiero, richiesta possibilità di
alloggio.
Cell: 3496717758

Locale sorvegliato? Avvisare i clienti

Regole –

Da aprile è entrata in vigore la nuova normativa che definisce il corretto utilizzo dei dati raccolti con gli impianti video. Tra le novità, l’obbligo di informare i cittadini di trovarsi in presenza di telecamere

Gli apparati di videosorveglianza diventano sempre più sofisticati. Ma attenzione, perché anche le immagini video delle persone rientrano nella disciplina della tutela della privacy. Con importanti novità. Lo scorso aprile, infatti, è entrata in vigore la nuova normativa che definisce il corretto utilizzo dei dati raccolti con gli impianti video. Le regole sono state fissate dal Garante per la Privacy e sono state pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale n. 99 del 29 aprile 2010. Il nuovo provvedimento sostituisce quello approvato nel 2004, fissando alcune importanti novità che, sottolinea il garante, «si sono rese necessarie non solo alla luce dell'aumento massiccio di sistemi di videosorveglianza per diverse finalità, ma anche dei numerosi interventi legislativi adottati in materia: tra questi, quelli più recenti che hanno attribuito ai Sindaci e ai Comuni specifiche competenze in materia di sicurezza urbana, così come le norme che hanno incentivato l'uso di telecamere».
A livello generale, sono fondamentali due concetti. Innanzi tutto i cittadini devono essere informati di trovarsi in un'area sorvegliata, e quindi in presenza di telecamere. Questa informazione deve avvenire attraverso appositi cartelli, che devono essere ben visibili anche quando l'impianto è in funzione di notte. Se le telecamere sono collegate alle forze di polizia va esposto un cartello specifico, che illustri anche questo ulteriore particolare. Questa prescrizione vale in particolar modo per gli esercizi commerciali.

La conservazione delle immagini

Le telecamere installate per la tutela dell'ordine o la sicurezza pubblica non hanno invece bisogno di essere segnalate, anche se il Garante auspica l'esposizione di cartelli.
C'è poi il problema di quanto a lungo debbano essere conservate le immagini. Il Garante sotto questo aspetto indica un tempo massimo di 24 ore, ad eccezione di esigenze particolari legate a indagini. Altre prescrizioni indicano i limiti oltre i quali non ci si può spingere nelle riprese. Per esempio, se si sorveglia l'area esterna di un edificio, come l'ingresso di un locale, l'angolo di visuale si deve limitare all'area da proteggere, evitando la ripresa di luoghi circostanti o di particolari che non siano rilevanti per la sorveglianza.

Tutti al sicuro

Tecnologia –

Con le videocamere di ultima generazione si ottengono immagini ad alta definizione in tempo reale. La funzionalità wi-fi abbatte i costi di installazione

Le chiamano videocamere IP e sono l'ultima novità in fatto di sicurezza e di sorveglianza. Sono telecamere molto simili esteriormente a quelle a circuito chiuso che ci siamo abituati a vedere nei luoghi sottoposti a sorveglianza, come le banche, la posta, gli aeroporti. Ma è la loro anima tecnologica che cambia. Il nocciolo della questione sta tutto nella sigla IP, che sta per Internet protocol. In buona sostanza questi apparecchi sono direttamente connessi al web onnipresente e onnisciente. Sono evoluzioni delle cosiddette webcam, quelle con cui tutti gli appassionati della rete comunicano con il prossimo, via social network, skype o diavolerie di questo tipo. Le videocamere IP però hanno di solito una qualità superiore: riprendono immagini ad alta risoluzione ed esistono versioni in grado di raccogliere e registrare immagini anche di notte.
Qual è il loro vantaggio essenziale? Che essendo connesse alla rete consentono a chiunque di vedere a distanza le immagini riprese in tempo reale nel loro locale. Per farlo si può usare un computer con una normale connessione Internet, uno smartphone o qualsiasi altro oggetto che abbia una connessione di rete, anche wireless, come per esempio un iPad. Non solo. La funzionalità wi-fi, residente anche su molti modelli di videocamere IP, semplifica enormemente i problemi di installazione di questi apparecchi, che spesso hanno bisogno soltanto dell'alimentazione elettrica e non richiedono quindi l'installazione di complicati cablaggi con tutti gli annessi lavori in muratura.
Come spiega Andrea Sorri, country manager di Axis Communications (www.axis.com), tra i più importanti produttori di questi dispositivi, il vantaggio è anche nella qualità dell'immagine, che viene ripresa in formato digitale. «Una telecamera di rete utilizza una tecnologia a “scansione progressiva” che consente una raffigurazione più chiara degli oggetti in movimento», scrive l'esperto in un articolo tecnico per il magazine della software house Ice Group.
Non che con una vecchia videocamera analogica non si possa attivare un sistema di rete: basta infatti collegarla a un video-server che converta le immagini in digitale. Ma la definizione in megapixel delle videocamere IP è decisamente superiore Del resto la qualità dell'immagine non è un aspetto secondario, perché consente di individuare con precisione senz'altro superiore dettagli importanti, anche per il riconoscimento delle persone. Non è tutto. Questi apparecchi altamente tecnologici sono dotati di dispositivi un tempo impensabili negli impianti a circuito chiuso. Esistono per esempio videocamere IP dotate di sensori, che si attivano e seguono il soggetto rilevando il movimento e sono persino in grado di zoomare.


I sistemi audio

Denominate Ptz (pan/tilt/zoom) sono capaci di movimenti di rotazione, inclinazione e ingrandimento e possono essere perfino guidate a distanza, da un osservatore nascosto, che intenda osservare con maggiore attenzione un particolare. Per lavorare in piena funzionalità, le videocamere Ptz hanno bisogno di un cablaggio separato da quello del segnale, e quindi richiedono qualche lavoro in più per l'installazione, ma assicurano un controllo capillare dei locali videosorvegliati.
Altri dispositivi sono anche in grado di captare e registrare il sonoro, con il vantaggio che la traccia audio è già automaticamente sincronizzata con il video. Un altro aspetto sottolineato da Sorri è la sicurezza: «Con una telecamera analogica il segnale video viene trasmesso mediante un cavo coassiale, senza alcuna codifica o autenticazione. In questo modo chiunque può intercettare un video, o peggio, sostituire il segnale proveniente da una telecamera con un altro». Le soluzioni di rete eliminano completamente questo rischio e garantiscono quindi una comunicazione più sicura. I costi sono ancora moderatamente elevati, nel senso che una di queste telecamere costa più di una normale con tecnologia analogica. Si va da un minimo di 80 euro per una telecamera da interni a 500 euro e più per una professionale da esterni. Ma occhio a voler risparmiare a tutti i costi, ne va della sicurezza del locale.

Pranzo sano al bar, la Toscana ci crede

Attività –

Al via un progetto regionale di educazione alimentare dedicato ai pubblici esercizi. Dai consigli sulla corretta farcitura dei panini all’uso di minestre di verdura già pronte. Indicazioni pratiche, valide per tutti i locali

Mangiare fuori casa per molti italiani è praticamente un obbligo, almeno in pausa pranzo. Sono 8,7 milioni i nostri connazionali che ogni giorno spendono una media di 8 euro per consumare un piatto veloce o un panino, per un giro d'affari da circa 18,5 miliardi, almeno secondo quanto segnala una recente indagine di Fiepet Confesercenti sulle abitudini del fuori casa. Ma quando la pausa pranzo al bar è praticamente un obbligo, c'è la possibilità per il consumatore di nutrirsi in modo sano ed equilibrato? Negli ultimi tempi sono nate scuole di pensiero preoccupate per gli effetti sulla salute di un'alimentazione frettolosa e non equilibrata. Tra tutte, citiamo il progetto della Regione Toscana che riguarda da vicino i bar, con e senza piccola cucina, entrato da poco nella sua fase operativa. Si chiama “Pranzo sano fuori casa” e fa parte di un programma regionale, intitolato “Guadagnare salute in Toscana”, che punta a un duplice obiettivo: favorire il consumo di prodotti tipici nei locali pubblici e garantire un'alta qualità del servizio per soddisfare le esigenze dei consumatori.

Un esempio da seguire
L'idea parte dagli assessorati regionali alla Sanità, al Commercio e alla Tutela di consumatori e utenti e vede la partecipazione “bipartisan” di Fipe Confcommercio e Fiepet Confesercenti della Toscana. Partendo dal dato che quasi un quarto dei cittadini toscani adulti pranza in mensa, in ristoranti, trattorie o tavole calde o al bar, il progetto si preoccupa di fornire una serie di indicazioni per creare una rete di esercizi in grado di proporre un'alimentazione sana, che assicuri un apporto calorico medio di 500-600 chilocalorie e una composizione di nutrienti equilibrata fra lipidi, proteine, carboidrati, sali minerali, vitamine e fibre. Per ottenere questo risultato è stato elaborato una sorta di disciplinare, che si abbina a un sistema di verifiche e di controlli per garantire che tutti i locali che intendono aderire rispettino le modalità di preparazione. Le indicazioni sono davvero molto semplici e individuano due tipi di locale: quello per sola vendita e somministrazione e quello di somministrazione con piccola preparazione, che quindi è in grado di proporre primi piatti, piatti crudi, pizza e così via. Il progetto entra anche nel dettaglio degli ingredienti da utilizzare, con schemi e tabelle che in realtà si possono rivelare utilissimi per tutti gli esercizi che puntano a un servizio di alimentazione equilibrata, anche al di fuori della Toscana. Anche per questo motivo il progetto “Pranzo sano fuori casa” si rivela un interessante esempio da seguire.

«Il progetto è appena partito - sottolinea Francesca Caciolli di Confcommercio - e prevediamo che entri in fase operativa da settembre in avanti, quando dovrebbero farsi più fitte le affiliazioni dei locali. In sostanza gli esercizi che intendono aderire all'iniziativa devono richiederlo attraverso un modulo (scaricabile da www.regione.toscana.it/pranzosanofuoricasa). Verranno forniti di vetrofania, locandina, tutti contrassegnati dal marchio dell'iniziativa. Contestualmente partirà una campagna d'informazione regionale». La proposta ai consumatori comunque partirà già da settembre 2010. Sarà naturalmente attivato anche un sistema di controlli che sarà condotto dal Centro tecnico per il consumo, un'associazione che raggruppa i principali organismi attivi in Toscana per la difesa dei consumatori.

Racconta chi sei con la tua tovaglietta

Attrezzature –

Trasformare un semplice pezzo di carta in un oggetto di promozione o di comunicazione, personalizzandolo con testi, immagini e colori. È il suggerimento che arriva dai produttori che moltiplicano la gamma, proponendo un’ampia scelta anche di materiali e dimensioni

Al bar, al pub, al wine bar, la tovaglietta monouso è sempre più protagonista del servizio e della mise en place. Chi sceglie di utilizzare il classico foglio di carta bianco non si limita a presentare un accessorio anonimo e di nessun interesse ma, soprattutto, perde un'occasione per comunicare e, perché no, per divertire il cliente o anche fare business. La tovaglietta, infatti, è l'oggetto sul quale, seduti a tavola, l'occhio cade con maggior frequenza: il cliente se la trova davanti per tutto il tempo, breve o meno, dell'attesa. Leggere cosa c'è scritto diventa quasi inevitabile.

Raccontare o intrattenere

La scelta più comune è quella di personalizzarle con il logo della catena o del locale, seguito da indirizzo e numero di telefono. C'è poi chi ci stampa sopra il menu, un'immagine o una frase simpatica, un buon appetito. «È importante non dimenticare che è un articolo che permette di dare sfogo alla creatività - dice Maurizio Bonini, direttore qualità di Cap -. Al semplice richiamo del nome dell'esercizio ultimamente si affiancano sempre più spesso passatempi come cruciverba, sudoku e altri, che intrattengono prima, durante e dopo il pasto. Numerosi gestori si presentano con un preciso progetto grafico da realizzare o si rivolgono a tipografie locali, che elaborano e realizzano le loro idee. Noi, accanto al prodotto standard 30x40 cm, ne offriamo di più piccoli: 28x35 e 20x35 e personalizziamo i formati in base alle specifiche esigenze del committente». Considerato il momento di grande interesse nei confronti degli esercizi per allenare la mente, c'è chi sta pensando di stampare brain games.
Sul sito di Fato Professional-Lucart Group, lo stesso acquirente può personalizzare tovagliette, tovaglioli, sottopiatti e buste portaposate con il logo e il decoro del locale, scegliendo tra più colori. «Nei prodotti in tinta unita - spiega Stefano Camilotti, sales manager - ai classici giallo, rosso, blu e verde si affiancano colori più alla moda, quest'anno cioccolato e fucsia. Nei nuovi locali l'accostamento cromatico della tovaglietta e del tovagliolo è molto curato, in linea con l'immagine coordinata generale; per ambienti più ricercati abbiamo messo a punto tovagliette eleganti con una carta di dimensioni (35x50 cm) e peso (80 gr) superiori alla media, piacevoli al tatto e resistenti».
L'azienda toscana Paperlynen Pal Caps le realizza con stampe standard in quadricromia: «Con l'headline “Porta in tavola l'allegria e la sicurezza alimentare” - afferma Simone Moscardini, responsabile marketing - proponiamo le nuove tovagliette impermeabili nei colori tinta unita rosso, giallo, champagne, verde, bordeaux, blu. Uniscono carta e film per alimenti, un accoppiamento che rende la superficie impermeabile igienica: il colore non migra nell'alimento».
La personalizzazione è il core business di Fercom, azienda di Reggio che commercializza i prodotti Velincart e Paperline. «La nostra offerta - spiega il titolare Egidio Reggiani, che sottolinea l'importanza del giusto formato per il bar - comprende misure standard (20x30, 25x35, 30x40), ma soprattutto tovagliette sagomate in base alle specifiche esigenze del locale. Prendiamo per esempio un esercizio che ha il classico bancone lungo sul quale si affacciano sedute alte. Se utilizzando un formato classico come un 30x40 potrà far sedere tre persone, usando un formato ridotto nello stesso spazio ne potrà ospitare cinque. Stesso discorso per il tavolino rotondo, sia in piedi sia seduti».
Sono molto richieste, spesso con tanto di personalizzazione, anche le buste portaposate, un accessorio sicuro e igienico. Fercom le realizza con stampe flessografiche nominative e a marchio da uno a sei colori con utilizzo di inchiostri all'acqua.
Le tovagliette personalizzate sono richieste anche da aziende del food&beverage, che spesso le regalano o le danno in abbinamento vendita e per iniziative di comunicazione e promozione di località turistiche, parchi divertimento, grandi eventi attraverso i pubblici esercizi.

La strada della sponsorizzazione
Ma la tovaglietta è anche un buon mezzo per fare business. «I locali hanno la possibilità di contattare direttamente gli imprenditori della zona - spiega Massimo Spreafico, titolare di Comunicazione Globale - che a volte sono gli stessi clienti del bar e concordare una pubblicità singola o di un insieme di aziende. Il lavoro di coordinamento dei lavori di grafica e stampa è impegnativo, ma il gestore ha un notevole vantaggio perché ha i coperti gratuiti, può girare parte del risparmio al cliente finale e godrà della pubblicità indiretta di questa operazione. Ci sono poi agenzie come la nostra che scelgono alcuni esercizi con cui stipulano contratti di esclusiva, vendono gli spazi pubblicitari e consegnano la quantità di tovagliette pattuita da consumare in uno, 6 o 12 mesi in funzione degli accordi presi con entrambe le parti: locale e sponsor».

La scelta della carta

La tovaglietta può essere realizzata con diversi i tipi di carta. La più utilizzata è quella da 50 grammi, bianca e goffrata, ovvero con un disegno decorativo in rilievo che rende più gradevole il prodotto e ne agevola la presa. Può essere di pura cellulosa, la più indicata per realizzazioni grafiche personalizzate, oppure rigenerata, ovvero prodotta con fibre di cellulosa di secondo impiego, ma che danno comunque un prodotto di qualità.
Nei bar si trova spesso la carta gialla simil paglia, dall'aspetto rustico e accattivante: per lo più non è goffrata e viene prodotta con materie prime di riciclo. Nonostante sia un mercato ancora di nicchia, cresce la richiesta di carta polietilenata, particolarmente resistente ai liquidi grazie a un processo di spalmatura in superficie di un sottile estruso di polietilene. Infine c'è la carta a secco (air laid), un materiale di ultima generazione naturale sostituto del tessuto, di impatto estetico e qualitativo superiore alla carta, richiesto da locali ricercati. Una suddivisione delle vendite in base alle materie prime vede prevalere la pura cellulosa (50% circa), seguita da carte rigenerate (30%) e riciclate (15%).

Delivery a regola d’arte

Bar University –

Valutazioni, scelte da fare e accorgimenti da adottare per organizzare un servizio che funzioni e produca business: indicazioni e suggerimenti tratti da casi internazionali di successo

Mettere a punto un'offerta food distintiva ma che non impegni troppo dal punto di vista organizzativo, confezionarla bene e promuoverla con intelligenza: sono i caposaldi di un buon servizio di delivery. Lo afferma Oscar Cavallera, direttore di Bar University, che ha studiato i migliori casi di successo in giro per il mondo.
«Un buon menu per il servizio delivery - spiega Cavallera - dovrebbe contenere 5 sandwich, un paio di primi, magari con diversi condimenti e 4-5 secondi, più varie insalate. L'ideale è cercare di proporre abbinamenti innovativi, ricette un po' intriganti. Avendo però l'accortezza di lavorare con materie prime non eccessivamente costose e di normale utilizzo nel bar. Un modo intelligente per proporre un'offerta ampia senza troppi problemi di preparazione e di gestione del magazzino è quella di offrire più varianti di una stessa base, come si fa con le insalate. E, soprattutto per i secondi, si possono usare come basi l'ampia varietà di prodotti offerti dalle industrie. Quanto al beverage, suggerirei la proposta di drink salutistici: centrifugati, frullati ecc. che hanno il vantaggio di poterli preparare prima, pur con le dovute accortezze».

Organizzare gli ordini

«I locali più evoluti - afferma Cavallera - raccolgono buona parte degli ordini via mail o sms, attraverso siti che permettono al cliente di flaggare le scelte e mandare l'ordine, che una volta stampato diventa direttamente il conto. È importante stabilire l'orario massimo entro cui fare la prenotazione per garantire la consegna nell'orario di punta, dalle 13 alle 14. E magari offrire la consegna oltre un certo valore della prenotazione».

CHECK LIST
Prerequisiti
Il servizio di delivery può essere interessante per
i bar attivi in città medio grandi (dai 100mila abitanti in su) situati in centro o in zone ad alta concentrazione di uffici.
Offerta
È importante dar vita a un'offerta food originale, usando prodotti stagionali e lavorando su poche ricette base offerte
in molteplici varianti.

Assemblaggio
Attenzione a proporre piatti che “sopportino”
i probabili sballottamenti dovuti al trasporto
(le salse, per esempio, fornitele a parte).
Packaging
Usare materiale distintivo aiuta a sviluppare la propria immagine. Prendete in considerazione l'uso di materiali
compostabili, eco-friendly.

Comunicazione
Per far conoscere
il servizio, parlatene
con i vostri clienti, fate volantinaggio, fissate appuntamenti con
i rappresentanti delle aziende della zona.
Negli Stati Uniti usa molto distribuire biglietti da visita del locale con stampato sul retro il menu.

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