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Le regole della casa del drink

Dal mondo –

Il Milk & Honey di Londra vince il titolo di bar dell’anno. Ed è solo l’ultima medaglia. Dietro il successo c’è un lavoro di fino eseguito su ingredienti, tecniche, servizio. Un cocktail bar per cultori della materia

Prima regola. Se sei un vero gentleman, levati il cappello. Seconda regola. Non strillare, non fare versi e, in generale, mantieni un comportamento educato. Terzo. Non attaccare briga. Quarto. Non portare con te un ospite che non inviteresti a casa tua. Quinto, non fare il provolone. A meno che non siano le stesse signore a rivolgerti la parola, tieni mani e lingua a posto. Sesta e ultima regola. Anche se sei una star o un raccomandato, non siamo obbligati a farti entrare.
Locali (quasi) gemelli
Piaccia o no, queste sono le regole della casa al Milk & Honey, cocktail bar pluripremiato di Soho a Londra e incarnazione britannica del Milk & Honey di Manhattan, il locale guidato dal mixologist Sam Ross. Come il suo gemello americano il locale, al 61 di Poland Street, prende ispirazione dagli speakeasy dell'America del periodo proibizionista. Ripropone le atmosfere in voga negli anni Venti inoltrati, al tempo in cui i bartender per eludere i controlli della polizia richiedevano la parola d'ordine, prima di fare entrare i clienti attraverso passaggi e accessi segreti. A differenza del gemello di Manhattan, che è un club privato, quello di Londra è un cocktail bar aperto ai comuni mortali (previa prenotazione) fino alle undici di sera. Dopo diventa club.
Stile speakeasy
In comune col locale di New York ha gli arredi rétro, la musica swing di sottofondo e la drink list firmata dal re del cocktail Dale DeGroff. Quella del Milk & Honey, è una carta fatta su misura per chi vuole vendere prodotti premium. La si può scaricare dal sito www.mlkhny.com. Intanto nel menu non si menzionano i soliti noti. Ci sono cinque cocktail per sette categorie: hot drinks & flips, low alcohol cocktails, Champagne cocktails, fresh & up, fizzes & swizzles, short & sours, punches, cups & cobblers e pick me up. A un prezzo medio di 8,5 sterline (€10) o 5 sterline (€6) per i cocktail poco alcolici, il Milk & Honey propone vere chicche come London Calling (gin, sherry, limone, zucchero e bitters), Bison Sour (short con vodka, limone, zucchero, albume e cannella) e Knickerbocker Royale con rum, spremuta di lamponi, blue curaçao, limone e zucchero.

Gli ingredienti di prima scelta
«Al Milk & Honey - sostengono - siamo un po' fissati. Puntiamo su ingredienti, tecniche di lavorazione e metodi di servizio molto accurati. Il processo di lavorazione dei cocktail inizia ogni pomeriggio quando tutti insieme spremiamo a mano arance, limoni, lime e mele. Non usiamo succhi o concentrati di frutta, cranberry compreso, che non abbiamo preparato con le nostre stesse mani. È una scelta che implica una perdita di tempo, ma lo facciamo per dare ai nostri cocktail un gusto davvero fresco. E poi un distillato premium richiede un aromatizzante dello stesso livello». La cura dei cocktail al Milk & Honey passa anche dall'estrema attenzione al materiale di servizio. Bicchieri e mixing glass sono conservati nel freezer a una temperatura artica di -40° C. Lo scopo è di mantenere freschi i drink durante tutta la fase di preparazione. Giurano anche di contare il numero di volte che shakerano o girano il cocktail, per evitare l'eccessiva diluizione.
Blocchi di ghiaccio al posto dei cubetti

Nel locale non si sente il rumore della macchina del ghiaccio, perché la macchina non c'è. Il ghiaccio per i drink è ricavato grazie a un paziente lavoro di scalpello su due enormi blocchi di ghiaccio. In questo modo il ghiaccio risulta più compatto, freddo, chiaro e rinfresca i drink senza annacquarli. A fianco ai cocktail il locale vanta anche una ricca cantina. «Abbiamo una collezione di vini di gran valore, oltre a Champagne, whisky e Armagnac. Viaggiamo spesso alla ricerca di prodotti dal sud della Francia al Sud Africa per importare direttamente i prodotti senza passare da altri intermediari. È un sistema che consente di risparmiare». Jonathan Downey e Sasha Petraske, applicano la stessa formula e le stesse regole in tutti loro locali. Ai membri del cocktail bar di Soho garantiscono l'accesso gratuito anche negli altri locali del loro circuito londinese: The East Room a Shoreditch, The Player a Soho, The East Room a Shoreditch, The Starland Social Club a Notting Hill, il Danger of Death a Brick Lane, The Clubhouse a Chamonix e il Milk & Honey di New York. Dicevamo membri, non clienti, perché per essere ammessi negli altri locali del gruppo Rushmore bisogna essere tesserati. Il costo di una membership card? Varia dalle 250 sterline (235€) per il solo accesso nei locali londinesi alle 400 sterline (470€) per il pass internazionale.
Collezionista di trofei
È il prezzo da pagare per un locale che dall'apertura nel 2002, ha fatto collezione di trofei. Nel 2010, e per il terzo anno consecutivo, ha ricevuto il riconoscimento come miglior cocktail bar attribuito dalla rivista specializzata Drinks International. Ed è solo l'ultima medaglia che può aggiungere al suo petto. Class Magazine, rivista britannica dedicata all'arte di fare drink, l'ha premiato nel 2003 e nel 2004 come miglior bar del Regno Unito, l'Australian Bartender Magazine l'ha eletto Best Bar 2008. A queste pubblicazioni si aggiungono i pareri favorevoli della guida Time Out e del quotidiano Observer, che l'hanno definito “uno dei migliori posti per bere un drink”.

Cibo in mostra come al museo

Progetti –

Contenitori illuminati che espongono il prodotto in modo scenografico, rubinetti di design trasformati in erogatori per il vino: Paninvino mostra come si possa nobilitare l’offerta food&beverage

Allegati

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gennaio 2011 / pdf / di Andrea Mongilardi

Studiare menu a prezzo fisso

Gestione cucina –

Lavorare da buoni artigiani e gestire con logica industriale: questo è un ideale profilo di un ristorante che guadagna. facciamo un esempio

Spesso il menu a prezzo fisso è identificato come una proposta di scarso valore, da battaglia. Ma non è così e molti sono i fattori da tener presenti in questa particolare tecnica di vendita. Partiamo per una volta dal cliente: quali sono in realtà le sue necessità? Un prezzo definito, non necessariamente basso; una qualità gastronomica che gli consenta di poter continuare a lavorare se il pasto è a mezzogiorno, o un tranquillo riposo se è invece alla sera; un servizio che sia celere, grande attenzione da parte del cameriere. Il tutto senza dimenticare che i clienti, quando sono fidelizzati, apprezzano quel contatto umano e quella familiarità che consente loro di sentirsi “a casa”. Ancora. L’ospite ricerca un’adeguata offerta gastronomica, quindi è bene che Studiare menu a prezzo fisso la carta sia almeno al 40% statica, destinata a chi ricerca sempre gli stessi piatti. L’altro 60%, variabile, è destinato a chi, per abitudine personale o per curiosità, ama rinnovarsi tutti i giorni a tavola. Nei “desiderata” del cliente c’è anche un ambiente informale, ma comunque curato e piacevole.Avete presente divise stropicciate se non macchiate, barbe incolte, bagni non curati, stoviglie lise, ecc.? Tutti errori da evitare accuratamente, perché gli aspetti spiacevoli saltano subito all’occhio.
Strutturare la proposta E ora ritorniamo al discorso del prezzo fisso. Cominciamo con il capire - dividendo la giornata lavorativa in due parti - se sotto l’aspetto finanziario possiamo affrontare questo tipo di proposta. Dobbiamo dividere le spese totali energetiche e quelle dei dipendenti in due; calcolare il punto di pareggio e solo a questo punto cominciare a formulare un’offerta completa in grado di attirare la clientela che serve alla nostra attività per crescere. Cominciamo a dividere la nostra proposta per aree: il food, in primo luogo. Si parte dal food cost che ci siamo prefissati di ottenere e in funzione di questo creiamo delle ricette che abbiano caratteristiche definite, tenendo presente gli aspetti che seguono.
Variabili in gioco Il tempo di esecuzione dei piatti a ristorante pieno perfettamente calcolato (lo stesso calcolo effettuato a locale vuoto e con 3 cuochi che provano le ricette dà risultati del tutto diversi). Il carattere tradizionale, anche se rivisitato delle ricette: degustare ogni tanto piatti innovativi è un’esperienza, mangiare piatti tradizionali ben fatti è una necessità quotidiana. Le porzioni adeguate al tipo di clientela (la porzione uguale per tutti non esiste, dipende dal tipo di attività e dall’individuo). La forma delle materie prime: se i clienti sono prevalentemente impiegati, sono da ridurre al minimo le paste lunghe con salsa e tutti i cibi che potrebbero creare antipatici schizzi su abiti e camicie. Lavorare sul concetto di piatto unico, non tanto sotto l’aspetto nutrizionale, quanto sulla porzione. In altri termini: se un piatto è abbondante al punto da consentire di soddisfare il cliente con una sola portata, si riuscirà ad abbattere i costi di produzione, aumentando l’indice di produttività. Inoltre diminuendo i tempi di attesa, aumenterà la produttività della sala, e anche la rotazione dei tavoli sarà più veloce.
Comunicazione chiara Bisogna poi considerare la costruzione del menu, che con il cameriere è lo strumento di vendita per eccellenza. Dovrà contenere non più di 10-15 voci e i nomi dei piatti saranno descrittivi, in modo da potere prendere velocemente la comanda, senza dare ulteriori informazioni. Inoltre accanto al prezzo e alla dicitura completa del piatto sarebbe bene indicare il peso a porzione. Non sapere quanto si ordina crea confusione e insicurezza nel cliente e può perfino generare il rifiuto dei piatti proposti.



(mark up)


La carta, un contratto con obblighi e insidie

Norme La lista –

Non solo elenco di piatti, la lista è un vero e proprio documento contrattuale con il cliente. Le cose da sapere.

La consegna del menu rappresenta l’inizio delle trattative tra il ristoratore e il cliente. Si tratta giuridicamente di un’offerta al pubblico, divulgata tramite la consegna della lista a uncliente indeterminato; il ristoratore comunica, infatti,attraverso il menu una proposta contrattuale unilaterale diretta alla collettività,sapendo che nel momento in cui viene esternata produce una serie di obbligazioni a suo carico. È scontato, altresì, che tutti i dati riportati all’interno della lista costituiscano la proposta del ristoratore che non può essere modificata unilateralmente o successivamente senza l’accordo di entrambi. Per ipotesi: il cliente dichiara e pattuisce di ordinare degli spaghetti con pomodorini freschi, in realtà sono serviti con della comune salsa di pomodoro;sul menu è riportato il prezzo di 10, sul conto invece risulta per quel piatto il prezzo di 12. In questi casi, il ristoratore non ha rispettato quanto riportato sulla lista: il cliente potrà tranquillamente rifiutare gli spaghetti con la salsa di pomodoro, degustarli e pagarli di meno rispetto a quanto riportato e rifiutarsi di pagare la somma di 12 poiché difforme a quella proposta e riportata all’interno del menu. La carta, un contratto con obblighi e insidie
 ? 1 Il ristoratore è obbligato a consegnare il menu al cliente? Palesemente non è sancito da alcuna legge. Bisogna rifarsi a un vecchio regio decreto del 6 maggio 1944, n. 635, art. 180, che impone al ristoratore di esporre al pubblico i prezzi dei piatti in luogo ben visibile in modo tale che il cliente possa essere cosciente dei prezzi. Sembrerebbe, pertanto, che non sia obbligatorio consegnare il menu al cliente. Nella pratica si fa.
? 2 Cosa bisogna riportare all’interno del menu? Abbiamo detto che il menu è una proposta del ristoratore diretta nei confronti del cliente, che qualora fosse intenzionato ad accettarla, utile per perfezionare il contratto di ristorante, dovrebbe aver conoscenza dell’oggetto contrattuale tramite la denominazione del piatto e soprattutto conoscerne il prezzo. Il nome del piatto per identificarlo e il prezzo non possono mancare all’interno di un menu, ma, per evitare incomprensioni, è meglio indicare: gli ingredienti utilizzati, il metodo di cottura, l’eventuale traduzione in altre lingue, per permettere anche agli stranieri di comprendere le caratteristiche del piatto, e tutto ciò che possa evitare inutili qui pro quo e malumori.
? 3 Se un menu è redatto in maniera non chiara e ingannevole, quali sarebbero le conseguenze legali per il ristoratore? Il menu è la promessa, che il ristoratore formula al cliente, di impegnarsi a realizzare quel piatto in conformità a quanto riportato sulla lista. Un menu redatto non chiaramente e non lealmente, con l’intento di ingannare il cliente potrebbe provocare enormi danni economici e più di ogni altra cosa rovinare l’immagine dell’azienda ristorativa. Ipotizziamo il caso in cui il ristoratore promette, per esempio, un piatto a base di pesce fresco, ma in realtà si tratta di pesce surgelato o si impegna a servire una cotoletta di vitello, ma viene servita una di maiale, in questi casi assistiamo a due rilevanti fatti giuridici. Da un lato si è verificata un’inadempienza contrattuale del ristoratore che non ha rispettato quanto descritto e pattuito tramite il menu, pertanto il cliente può rifiutarsi di pagare, chiedere la risoluzione del contratto e reclamare eventuali risarcimenti dei danni. Dall’altro lato, invece, si è perpetrato il reato di frode in commercio (art. 515 c.p.) poiché è stata consegnata una cosa diversa per qualità rispetto a quella dichiarata e pattuita.
? 4 È legittimo riportare gli asterischi in fondo alla pagina? Certo che è legittimo: è una consuetudine per informare il cliente sulle particolarità di un prodotto, per esempio surgelato invece di fresco. Secondo alcune sentenze della Cassazione l’uso di questo modo di informare il cliente è legittimo, a condizione però che non sia scritto a caratteri piccolissimi e non sia posto all’estremità delle pagine o in senso verticale in modo da sfuggire all’attenzione della clientela.
? 5 È possibile riportare delle inserzioni pubblicitarie di altre aziende all’interno del menu? Sì è possibile. Il problema è se questa forma di pubblicità è sottoposta ad imposizione fiscale. Non esiste una disciplina univoca a livello nazionale. L’unico appiglio normativo è il d.lgs. n. 507 del 15 nov. 1993 che stabilisce la non imposizione fiscale di quei riquadri, bigliettini o volantini inferiori a 300 cm quadrati (un formato di 30x10); pertanto, considerate le dimensioni di un menu, le inserzioni pubblicitarie non sono soggette a tasse. Anche se conviene, pur sempre, informarsi presso gli uffici comunali.

Quando il bar emigra altrove

Tendenze –

Succede soprattutto nelle grandi città dove lo ritroviamo all’interno di librerie, centri commerciali o ristoranti. Un fenomeno dovuto anche alla progressiva estinzione del bar come crocevia di relazioni sociali

Bargiornale ne ha fatto un po’ una sua battaglia. Stiamo parlando della difesa e della promozione di quei bar che, pur stando al passo dei tempi, non vogliono abdicare al loro ruolo di centri di aggregazione sociale. Il pensiero, avrete già capito, va ai locali di una volta dove gli avventori passavano il loro tempo a giocare, bere, fumare, intrattenere relazioni, guardare la tivù e giocare a biliardo. Una battaglia che non ha nulla di nostalgico, ma che s’inquadra in uno scenario dove il bar-sociale è un “soggetto” ormai in via di estinzione e dove paradossalmente le tipiche situazioni da “Bar Sport” evocate dallo scrittore Stefano Benni sono oggi prerogative di formule alternative, diffuse soprattutto nelle grandi città, che nulla o poco hanno a che fare con il mondo della somministrazione tradizionale. Se il bar ha perso nel corso degli ultimi anni la propria identità di crocevia di relazioni sociali e ludiche, la colpa non è interamente addebitabile a imprenditori e gestori. Oggi i pubblici esercizi si confrontano con un consumatore nomade: non esiste più, come in passato, una cerchia sociale fissa o stanziale, ma la clientela varia di continuo in ragione dei diversi momenti di consumo. E se si vuole competere bisogna giocoforza organizzarsi: caffè e brioche alla mattina, piatti pronti, panini e cucina a mezzogiorno, stuzzichini e aperitivi al pomeriggio e, così, senza quasi soluzione di continuità, fino a notte inoltrata con il bar che si trasforma in discoteca. Questa girandola di attività ha difatto mutato l’anima al bar, facendolo diventare spesso un mero luogo di passaggio e uno spazio di consumo senza identità come tanti altri.
Un “supermercato” che punta a sfrondare il business da quei servizi o da quelle facilities che pongono proprio l’accento sui valori della convivialità e della socialità.

Locali in cerca di un’identità

Valori che, come dicevamo, vengono recuperati da soggetti che, oltre ad essere competitor diretti del bar, si propongono in molti casi proprio come poli di socializzazione. Basti pensare ai punti di ristoro all’interno di megalibrerie o multistore come la Feltrinelli o Fnac che alla domenica, quando la stragrande maggioranza dei bar ha le saracinesche abbassate, registrano il tutto esaurito. Oppure, pensiamo ai “nuovi” ristoranti McDonald’s che recuperano atmosfere tipiche dei lounge americani con tanto di quotidiani, divani e wi fi gratuito (un servizio ancora stranamente snobbato dai bar tradizionali) dove la clientela è invitata a “rimanere” il più a lungo possibile. E se proprio vogliamo dirla tutta anche Starbucks, formula “à la page” incensata da opinionisti ed esterofili sempre pronta secondo le cronache a uno sbarco nella Penisola, non fa altro che applicare nei suoi “spazi newyorchesi” la lezione sociale dei bar italiani. Stante le premesse sarebbe, dunque, ora di un ripensamento. «In effetti - spiega Luisa Aschiero, ricercatrice senior di Future Concept Lab - il bar ha perso negli ultimi tempi i suoi caratteristici valori di spazio emozionale. E, difatti, si assiste a un sorpasso da destra di formule ibride che vanno a coprire una domanda latente di socialità che i bar tradizionali, almeno quelli localizzati nei grandi centri metropolitani, non riescono più a soddisfare. Formule che spesso combinano cibo e cultura e che collocano il bar all’interno di spazi culturali o museali: un fenomeno quest’ultimo particolarmente sviluppato all’estero e che come Future Concept Lab teniamo costantemente sotto osservazione. Si tratta spesso di spazi multifunzionali che, oltre a favorire la condivisione, dialogano attraverso eventi o incontri con il territorio di rifemento».
È chiaro che “ritornare” alle origini richiede da parte del gestore un forte investimento in termini di tempo e di risorse. «Occorre non solo cuore e passione - aggiunge Gabriele Cortopassi, creatore e coordinatore del blog Aprire un bar - ma anche un buon tasso di professionalità. Purtroppo, a causa del’elevatissimo turn over che caratterizza il settore, il bar spesso fatica a radicarsi nel territorio e si assiste a un fenomeno di spersonalizzazione che alla fine svuota il locale da ogni contenuto che non sia la somministrazione pura e semplice. Inoltre, c’è da considerare che il bar, nonostante la crisi, resta ancora un settore rifugio dove si cimentano gestori senza arte né parte». Sul tema dell’improvvisazione insiste anche Bruno Contigiani, presidente dell’associazione “L’arte del vivere con lentezza” e promotore dell’iniziativa “Leggevamo quattro libri al bar”: «In Italia manca fondamentalmente la cultura del bar e i gestori non sono quasi mai “formati” a diventare dei veri imprenditori. Per contro, si avverte una sensibilità nuova: ad esempio, una notevole crescita dei tavolini all’interno e all’esterno dei locali. È una tendenza molto positiva e segna il ritorno a una formula di bar simile a quella del bistrot parigino». Se è vero che il bar, come risulta da una recente ricerca promossa da Sanbittèr, è il social network più amato dagli italiani, basterebbe davvero poco per mettere a frutto questa sua naturale propensione. E dare finalmente al proprio locale una vera identità.

Se la musica non è tollerata dal vicino

Norme&fisco –

Il limite indicato dalla legge non ha valore assoluto, ma varia secondo le caratteristiche della zona e le abitudini di vita dei residenti. Tocca al giudice vietare l’attività rumorosa o trovare le soluzioni per riportarla entro limiti accettabili

Musica, schiamazzi, il rumore prodotto da condizionatori, cappe ecc. disturba i vicini? L’ultima parola spetta sempre al giudice di merito. È lui che deve valutare caso per caso se questo rumore è tollerabile, perché il limite indicato dalla legge non ha un valore assoluto, ma varia da luogo a luogo secondo le caratteristiche della zona e le abitudini degli abitanti. Tocca poi allo stesso giudice, come ha ricordato di recente la Cassazione (con sentenza 3438/2010), vietare l’attività rumorosa o trovare le soluzioni per riportarla entro limiti accettabili.
Beninteso: la norma di riferimento rimane l’articolo 844 del codice civile, che stabilisce che il proprietario di un fondo non può impedire le immissioni di fumo o calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni derivanti dal fondo del vicino, se non superano la normale tollerabilità. Bisogna però considerare la condizione dei luoghi, le peculiarità dei rapporti condominiali e la destinazione assegnata all’edificio dalle disposizioni urbanistiche o dal proprietario.
Il giudice, quindi, guarda al contesto concreto. Nel caso degli esercizi pubblici confinanti con appartamenti, deve trovare un accordo tra le esigenze della produzione e le ragioni della proprietà. Ma può valutare più importante la priorità di un determinato uso: il criterio dell’utilità sociale, ad esempio, impone di privilegiare le esigenze personali connesse all’abitazione, rispetto alle utilità economiche dell’attività commerciale (Cassazione 3090/1993). Senza contare che, secondo un orientamento giurisprudenziale, l’intollerabilità può anche riscontrarsi quando le emissioni non superano i limiti fissati dalle norme (Tribunale di Venezia, 4-10-2004).

Videojukebox, istruzioni per l’uso

Attrezzature –

Ricordano i vecchi Wurlitzer, ma vantano una tecnologia sofisticata che facilita non poco la vita del gestore. Richiedono però un investimento iniziale di 4.200 euro cui si aggiungono costi di aggiornamento, tasse ecc. Ma esistono anche soluzioni più economiche

A guardarli distrattamente i videojukebox sono simili ai vecchi Wurlitzer. Il cuore tecnologico invece è quello di un computer touchscreen. Solo l’approccio resta lo stesso: si sceglie la canzone preferita, si paga (via sms o con moneta) e la musica parte.
Se nel nostro Paese di videojukebox con pagamento via sms per ora non ce ne sono (li produce l’israeliana Ycd Multimedia, che ne gestisce circa 200), quelli “tradizionali” sono in ascesa. Come a dire: il fascino un po’ rétro del gesto di infilare una monetina (oggi da 50 cent) è fondamentale. «In Italia siamo partiti senza una campagna di lancio, ma oggi sono 30 i videojukebox del nostro partner SoundLeisure cui forniamo musica», spiega Rossella Rambaldi, referente italiano di Soundnet, azienda che oggi “riempie” di musica circa 15.000 jukebox in Europa. Ognuno è messo in opera con un hard disk pieno di musica (2.500 video e 10.000 canzoni), il che facilita non poco la vita ai gestori. Inoltre, i contenuti sono aggiornati una volta al mese tramite dvd criptati (120 nuovi titoli circa tra audio e video). Proprio per la vastità dell’archivio a disposizione (ben 5 giorni filati di video), l’investimento iniziale di circa 4.200 euro più Iva per l’acquisto della macchina non è proibitivo. «Il canone di 70 euro mensili serve poi a coprire i costi di aggiornamento e a pagare alle case discografiche l’utilizzo dei brani», spiega Rambaldi.
SoundLeisure e Soundnet forniscono altre due soluzioni di “arredamento musicale”. Background Music System offre gli stessi contenuti di un videojukebox, ma può interagire solo con i gestori: la playlist è selezionata secondo diversi criteri (ad es. per artista, anno ecc.), con la possibilità di escludere video non graditi. Mix Mash, invece, è una video-compilation destinata alla pubblica esecuzione, comprensiva di 30 titoli su doppio dvd con bollino Siae. Ciascun volume è dedicato a un genere musicale, e costa 55 euro Iva compresa.
Mondo Giochi, che in Italia si occupa di assistenza e distribuzione dei prodotti, offre invece la possibilità di noleggiare un jukebox con 200 euro al mese più Iva. In questo caso gli aggiornamenti mensili sono compresi.
Sempre per quel che riguarda i costi, i gestori devono pagare, oltre alla Siae ed Scf, l’imposta Isi dovuta ai Monopoli di Stato (43 euro circa per ogni apparecchio). C’è però una buona notizia: un jukebox che funziona a pieno ritmo incassa 10 euro l’ora.

Effetto beatles e la disco rivive

One night –

L’epopea del quartetto di Liverpool rivive all’interno di un evento di matrice spagnola che coinvolge giovani e adulti. Il suo segreto? Essere controcorrente

La discoteca del futuro? Quella dove il pubblico, piuttosto che muoversi freneticamente assecondando i ritmi della techno e della house, si incontra sulla pista da ballo e intona “Give Peace a Chance”, il famoso inno pacifista di John Lennon, magari tenendosi per mano. Il tutto in un clima da kermesse teatrale dove su un enorme letto che sovrasta gli spettatori un chitarrista dai capelli lunghi ripropone la celebre performance dello stesso Lennon con Yoko Ono nella camera numero 1902 (oggi 702) dell’Hilton Hotel di Amsterdam: la coppia, che stava trascorrendo la luna di miele, rimase a letto un’intera settimana, dal 25 al 31 marzo 1969, per protestare contro la guerra in Vietnam. Non è uno scherzo, ma una delle immagini che, con maggiore frequenza, si materializzano nei club, in ogni angolo del mondo, dove vanno in scena le serate “Flower Power”. Si tratta di un “format” inventato negli anni ‘70 da Piti Urguell, che, col fratello Ricardo, è stato l’imprenditore catalano che ha fatto nascere il Pacha di Ibiza, il club delle due ciliege rosse. Forse la discoteca più famosa di tutti i tempi e, comunque, quella che meglio di tutte ha interpretato nell’universo della notte il concetto di “franchising”, con la capacità di replicare in giro per il mondo format, locali e “one night” entrate ormai nella storia dell’intrattenimento notturno. E, oggi, dopo aver invaso il pianeta con realtà gemelle del club “madre” di Ibiza, da New York a Casablanca, gli Urguell ripropongono la famosa “one night” nata una quarantina d’anni fa soddisfando un bisogno diffuso: quello di un ritorno a un’età dell’oro, quella appunto degli anni ‘70, dove tutto, anche l’ utopia più radicale, sembrava possibile.

Una “one night” fuori dalle mode

Difatti “Flower Power” non è altro che una perfetta operazione di “modernariato” culturale applicato alla discoteca. A iniziare dal logo, che è quello del movimento pacifista, per proseguire dal look consigliato, rigorosamente in linea con l’abbigliamento di ispirazione hippy, agli allestimenti, che sembrano usciti da fotogrammi del film su Woodstock, sino, naturalmente, all’elemento centrale, la musica. Niente disco, niente ritmi elettronici minimali, diventati ormai uno standard. Il suono di Flower Power è rigorosamente rock con ballate d’epoca caratterizzate da chitarre elettriche e tastiere “progressive” e con in scaletta i nomi più blasonati del sound Seventies: dai Led Zeppelin ai Pink Floyd e ai Beatles, dalla Allman Brothers Band ai Grateful Dead di Jerry Garcia. Dunque, nessuna concessione alla modernità e soprattutto nessun ammiccamento a mode o a stili di vita contemporanei. Ed è questa la chiave del successo di Flower Power. Essere una festa unica, controcorrente e che arriva al cuore di un pubblico che ha già raggiunto, in larga parte, l’età adulta. È accaduto con le “premiere” spagnole lo scorso ottobre a Barcellona e a Madrid, e avviene, regolarmente, in ogni città dove la “one night” sbarca. È successo anche in Italia, sempre lo scorso ottobre, in occasione della prima al Peter di Riccione. Il locale “storico” della Romagna sembrava diventato il set del film “Blow Up” che Michelangelo Antonioni dedicò alla Swinging London. Un esperimento riuscito che ha riportato nelle notti italiane i colori e il clima di una festa in casa tra vecchi amici. Che è forse quello che in Italia nel mondo della notte manca.

Come cambia la notte italiana

Tendenze –

Il popolo notturno si trasforma: vuole socializzare di più, esce meno in gruppo, spende meno, rientra a casa prima. E cerca locali adatti ai suoi nuovi gusti

Mutano nel tipo di offerta e destinazione: così i locali della notte cercano di adattarsi alle abitudini di consumo in continua evoluzione degli italiani. Si confermano in rapida ascesa l'aperitivo e quei luoghi di ritrovo e socializzazione che sanno conciliare proposte diverse: l'happy hour, la cena, la musica, la serata culturale. A indagare i gusti del “popolo della notte” e il modo in cui i gestori dei locali li interpretano è una ricerca Gfk-Eurisko commissionata da Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) e Silb (Associazione italiana imprese di intrattenimento e ballo). Lo studio si è basato sui dati raccolti da un'altra indagine dello scorso luglio, condotta su un campione di 1.250 persone in tutta Italia, con un'età compresa tra i 18 e i 64 anni, da cui è emerso che il 43% degli italiani in quella fascia d'età frequenta un locale per l'aperitivo, la cena o la serata almeno una volta la settimana. Soprattutto si è visto che la percentuale sale al 54% se si considera la fascia d'età tra 18 e 44 anni. E proprio da qui sono partiti gli esperti di Gfk Eurisko per la nuova ricerca su “Il mondo della notte”, delimitata a un campione di 800 persone tra 18 e 44 anni che frequentano un locale serale almeno due volte la settimana. Lo studio annuale, coordinato dalla ricercatrice Rosanna Savoldelli, è stato presentato a Roma lo scorso 25 novembre e mette a confronto dati a partire dal 2006. Oltre alle interviste online, si è articolato su focus group e indagini qualitative condotte a luglio a Milano e Bari. I dati verranno nuovamente raccolti il prossimo febbraio, per essere poi confrontati.

Bisogno di convivialità

Nonostante la flessione economica e dei consumi 11 milioni di italiani continuano a uscire la sera. In particolare, sono i giovanissimi, tra i 18 e i 24 anni a vivere la notte, con una frequenza media di uscite di 3,6 volte a settimana. Sono loro a frequentare di più discoteche e locali notturni. I 25-34enni, invece, preferiscono una cena o un aperitivo.
Savoldelli fa notare che aumenta trasversalmente il bisogno di socializzazione e convivialità. Nonostante la diffusione dei social network, specialmente tra i giovanissimi, il desiderio di ritrovarsi fra amici e conoscenti aumenta, anzi è ancora più forte. Tale dato è confermato dal successo in ascesa dell'aperitivo.
Il 44% lo sceglievano nel 2006 e quest'estate la percentuale è salita al 60%, con un aumento di 10 punti rispetto al 2009. Anche coloro che optano per una serata scatenata (gruppo “excitement”) apprezzano sempre di più locali “dove si può parlare con calma”.
Dall'84% si sale al 93%.
In città come Milano “l'apericena” è una soluzione affermata dove l'ambiente è sempre più curato e dove la qualità del cibo e delle bevande aumenta. Infatti, fra i trend individuati c'è una maggior attenzione alla qualità dell'offerta, al servizio e al design del locale. Sempre più importante diventa il rapporto qualità-prezzo. È una tendenza trasversale che interessa tutti i gruppi d'età e in particolare i giovani- adulti, dai 25 ai 34. Per loro il divertimento è soprattutto relax e decompressione: privilegiano oltre ai bar, anche enoteche e pub e sono attratti da locali con proposte innovative, come esposizioni d'arte. I giovanissimi optano invece per le discoteche dove scatenarsi, e sono più ossessionati dalla ricerca del locale-novità all'ultima moda, che frequentano in gruppi numerosi. La loro serata finisce più tardi e spendono di più, una media di 34 euro a sera.
La spesa media per serata continua a diminuire. Era 27,2 euro nell'estate 2006, oggi è 24,5 euro. Questa minore disponibilità di spesa è responsabile di un nuovo trend che caratterizza in particolare i locali metropolitani: diverse esperienze nello stesso posto. Così i bar si trasformano in disco bar, nelle discoteche si cena ma ci si può trovare per parlare perché si moltiplicano le aree relax, i divanetti, così come i punti bar. Ma in una scala di importanza quali sono i criteri di scelta? Vince l'accessibilità del posto (36% di coloro che scelgono l'aperitivo e il 47% per coloro che escono nel dopocena).
I gusti poi si differenziano: chi fa l'aperitivo apprezza di più la possibilità di socializzare, una musica non troppo alta (31%) e la qualità di ciò che consuma (29%). Mentre chi fa tardi, ricerca un locale curato nell'arredamento e nei servizi (34%) e con una clientela selezionata (32%). Il prezzo è tra le ultime preoccupazioni dei macro-gruppi, così come la presenza di aree per fumatori.

I gruppi si restringono

È anche vero però che mediamente la notte si accorcia. Quattro anni fa si andava a casa in media all'1,45 di notte, oggi siamo fermi a mezzanotte e mezza e tra i compagni prediletti di bevute si sceglie sempre di più il proprio partner (per il 18% degli intervistati) invece del gruppo oceanico di amici disposto a tirare tardi a oltranza. I motivi si possono ricercare sia nella minore disponibilità economica sia nei più rigidi controlli sull'alcolemia. Come contrappunto le fasce più giovani apprezzano gli eventi “estremi”, organizzati in location fuori mano e lontane dai centri cittadini.
Questi cambiamenti di abitudini stanno modificando sempre di più anche le discoteche, che hanno ormai abbandonato il classico layout con un solo grande bancone bar e unico dance-floor centrale. In ossequio alla sempre più richiesta multifunzionalità le disco privilegiano format più adeguati al bisogno di socializzazione, con privé e zone meno disturbate, con un maggior numero di tavolini e una moltiplicazione di piccole piste in luogo di una sola.
Una nuova tendenza che incuriosisce, ma che è anche una minaccia per i locali “tradizionali”, sono gli eventi “one night” in location inconsuete, come hotel o chiringuitos che, per esempio a Milano, sono sempre più di moda. Spesso questi spazi “trasformisti” e provvisori sfuggono alle rigide regole cui devono invece sottostare i luoghi della notte ufficiali, ingenerando un senso di malcontento tra i professionisti del settore. «Questa ricerca conferma - ha sottolineato Renato Giacchetto, presidente Silb - che esistono delle asimmetrie amministrative e regolamentari tra l'offerta di intrattenimento ufficiale e quella parallela». Asimmetrie ovviamente da correggere.

Un concertino rock, risorsa anticrisi

Musica live –

Gli introiti Siae e Scf provenienti da pubblici esercizi e attività commerciali, per anni trascurati, stanno diventanto sempre più rilevanti. Segno che è migliorata la raccolta e che la musica è ormai entrata di diritto nei “menu” dei bar. Le ultime tendenze

Lo scorso ottobre è stato presentato il Rapporto 2010 sull’Economia della Musica in Italia realizzato dalla Fondazione Università Iulm e promosso da Dismamusica, Fem, Siae ed Scf. Il fatturato dell’industria musicale - secondo il Rapporto - fa registrare, nel 2009, un calo del 9% rispetto all’anno precedente, per un volume d’affari complessivo di 3,7 miliardi di euro. Il settore in maggiore crescita è quello del digitale (+13%), seguito dalla raccolta dei diritti per la musica d’ambiente nei pubblici esercizi (+9%). Cresce anche il volume d’affari della musica dal vivo (+3%) nonostante una lieve riduzione delle presenze, mentre cala ancora il fatturato delle vendite di supporti fisici, cd e dvd (-25%). Un solo settore cresce davvero ed è quello dei diritti che Siae ed Scf incassano grazie alla musica diffusa nei locali pubblici e nelle attività commerciali (solo 44 milioni di euro il fatturato del digitale che, sebbene in sviluppo, è attaccato dal download illegale e rappresenta solo il 2% del fatturato della filiera). Nel 2009 gli esercizi hanno versato ben 71 milioni di euro in diritti musicali (+8,6% rispetto al 2008). In particolare, la quantità di concerti organizzati in bar e ristoranti è cresciuta del 37% come numero di spettacoli e del 27% come spettatori, nonostante un lieve calo del volume d’affari (da 276 a 264 milioni di euro). Particolarmente sfruttata sembra essere la formula dei “concertini”: esecuzioni musicali che si tengono contemporaneamente alla somministrazione di cibi e bevande. La Siae divide i locali che li organizzano in diverse fasce per determinare il compenso per il diritto d’autore (i minimi variano tra i 30 e i 70 euro e sono previste riduzioni per gli iscritti a Fipe), ma non fornisce dati sui generi musicali più utilizzati. Tuttavia, secondo gli addetti ai lavori, le tendenze sono due. L’indie rock non è più musica di nicchia, ma sta trovando ampi consensi tra studenti e teenager. I cachet degli artisti variano (dai 200 a diverse migliaia di euro), ma il livello delle performance è quasi sempre soddisfacente. Il settore in cui la crescita è maggiore è però quello del rock italiano e internazionale. «Non esistono band “perfette” per ogni situazione - spiega Federico Grazioli, responsabile logistica di Jam For Live, agenzia che fornisce gruppi musicali specializzati in cover ai locali di mezza Europa -. È sempre la sensibilità del gestore, l’unico che conosce davvero il proprio locale, ad essere essenziale. Noi cerchiamo di facilitare la scelta col nostro sito, dove la scheda di ogni gruppo è accompagnata da un video. In generale, comunque, le cover band sono stabili, mentre crescono i gruppi in cui suonano come special guest i musicisti che accompagnano le star». Ascoltare le hit di Vasco Rossi è sempre piacevole, ma quando sul palco c’è Claudio Golinelli al basso o dietro alle tastiere c’è Alberto Rocchetti (tutti musicisti che hanno militato nel gruppo del Blasco), il suono è proprio lo stesso dei grandi concerti. In questo caso, il cachet tradizionale della cover band (800-1.300 euro) sale, ma aumenta anche l’appeal dell’evento.

Metti sul palco una tribute band

«Altra novità sono le tribute band, gruppi specializzati nel riproporre in ogni dettaglio look, musica e performance dei propri beniamini. Gli Achtung Babies, ad esempio, suonano le canzoni degli U2 così bene che Bono e compagni qualche anno fa li hanno scelti per suonare al loro posto in alcune presentazioni - continua Grazioli -. I cachet sono analoghi a quelli delle cover band, ma spesso i cantanti si esibiscono da soli in set acustici, adatti a locali di piccole dimensioni (in questo caso il compenso scende a 350- 400 euro)». Se l’hard rock dei Ballbreaker, band sosia degli Ac/Dc, è perfetto per un sabato sera in un bar pieno di motociclisti, i Tra Liga e Realtà, fan scatenati di Ligabue, sono ideali per un locale che punta a un pubblico pmultitarget. Anche in questo caso, il gestore ha solo l’imbarazzo della scelta. L’importante è comunque lavorare sulla struttura del locale, allestendo un vero palco, e fare una buona promozione: non solo blog o social network, ma anche i tradizionali manifesti.

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