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Se il prodotto di scarto diventa distillato: l’esempio di Campus Alchemist

Un progetto che unisce un'antica distilleria e l'Università di Salerno per portare l'upcycling degli scarti vegetali in distillazione

Metti insieme un'antica distilleria, un'università e una buona idea: applicare la ricerca al bar. Il risultato è Campus Alchemist è una nuova linea di liquori, cordiali e bitter (sette al momento i prodotti già in linea), con un occhio di riguardo al low alcohol, realizzati applicando un'innovazione di processo nel recupero dei vegetali di scarto. Tutto nasce dal progetto I-Pro Med, a cui partecipano l'azienda liquoristica Distillatori Russo 1899, il Dipartimento di Farmacia dell’Università degli Studi di Salerno di Fisciano e Gelati Alhoa. L'obiettivo e valorizzare in distillazione le risorse del territorio, grazie all'upcycling.
Bucce, foglie e parti secondarie dei frutti, che normalmente vengono esclusivi dai processi produttivi, sono stati quindi studiati, analizzati, estratti e trasformati in sette distillati con profili aromatici ben definiti.

Determinante la sezione delle botaniche, tutte radicate nel territorio salernitano e più in generale campano e scelte per il loro potenziale in miscelazione. «La linea Campus Alchemist è il risultato di un percorso di ricerca che abbiamo scelto di intraprendere con l'Università di Salerno, perché rappresenta perfettamente il nostro modo di progettare i prodotti Russo 1899. Parliamo, quindi, di valorizzazione delle materie prime, innovare e raccontare le storie legate ai territori campani, portando tutto questo in ogni sorso nei nostri liquori», dice Vincenzo Russo, amministratore unico dell’azienda campana, giunta alla terza generazione.

Per ogni singolo ingrediente, non solo il giusto processo di valorizzazione in distilleria, ma anche qualche idea per l'utilizzo in miscelazione. Il carciofo di Auletta, per esempio, restituisce un amaro secco e vegetale, ideale per twist su classici come Americano e Negroni. La melagrana di Paestum introduce una componente fruttata e leggermente tannica, perfetta per cocktail low alcol e Spritz. Meno convenzionale, il rusco, conosciuto anche come pungitopo, che porta nel bicchiere note balsamiche e boschive, adatte a miscele strutturate. Il finocchio di San Valentino Torio, fresco e anisato, lavora bene come elemento in cocktail clear e aperitivi. Il pomodoro San Marzano dell’Agro Nocerino-Sarnese, infine, può essere utilizzato come ingrediente per un Bloody Mary, oppure con cocktail sapidi e pairing con distillati bianchi e vermouth secchi.

Questi prodotti, insomma, si prestano a preparazione trasversali che vanno dalla creazione di grandi classici a signature cocktail. «Sono stati fatti sicuramente altri progetti simili in campo agro-alimentare, ma penso che questo sia il primo che sia stato fatto focalizzandosi su distillati», precisa Russo. Ognuna delle sette bottiglie create racconta una filiera, un recupero, una scelta consapevole, che è stato in grado di coniugare ricerca, territorio e miscelazione a basso impatto ambientale.

I cinque bar che stanno cambiando San Paolo

Alla scoperta della scena mixology della metropoli brasiliana, dai bar di ispirazione giapponese, agli echi italo-americani, fino alla ricerca delle origini

San Paolo, la metropoli più dinamica del Brasile, è da sempre un crocevia culturale. E il suo panorama dei cocktail non fa eccezione. Dai primi pionieri come il Baretto e il Bar Astor, che nei primi anni 2000 hanno posto le basi per una mixology più consapevole, fino all’attuale generazione di speakeasy sperimentali e bar votati alla sostenibilità. La città continua a evolversi seguendo le tendenze globali, pur mantenendo una forte impronta brasiliana. Negli ultimi anni, una nuova generazione di cocktail bar, guidata da indirizzi riconosciuti a livello internazionale come Tan Tan, ha ridefinito l’esperienza del bere attraverso ingredienti creativi, atmosfere coinvolgenti e un forte legame con i distillati locali, in particolare la cachaça. Abbiamo selezionato alcune delle aperture più interessanti di San Paolo: The Liquor Store, Kotchi, Shiro, Picco ed Exímia.

The Liquor Store

Creato nel novembre 2022 da Thiago Bañares, già noto per Tan Tan e Kotori, The Liquor Store è la sua prima avventura interamente dedicata alla cocktail culture. Situato nell’elegante quartiere Jardins, il bar si trova al piano superiore del ristorante Goya Zushi e vi si accede solo previa prenotazione, passando per la sala sushi e salendo accompagnati dallo staff.

Caio Carvalhaes, head bartender The Liquor Store

L’ambiente è raccolto e sofisticato: solo 20 posti, in gran parte disposti attorno al bancone in marmo, per favorire un’interazione diretta tra bartender e ospiti. Il design combina divanetti rossi in velluto, marmo nero, pareti scure e un’illuminazione soffusa, accompagnati da una colonna sonora che spazia dal jazz all’hip hop, sempre a un volume ideale per conversare.
Una parete è interamente dedicata a libri e menu storici raccolti da Bañares, un omaggio alla cultura dei cocktail e alle sue radici globali. Oltre ai grandi classici, la carta propone i signature dell’head bartender Caio Carvalhaes, organizzati in quattro categorie: Spirit Forward, Bitters, Sours e Light. Secondo Carvalhaes, The Liquor Store funge anche da scuola interna per il Tan Tan Group: un luogo dove i bartender apprendono non solo le tecniche dei classici, ma anche i fondamenti dell’ospitalità. Come dice Carvalhaes, «Il nostro lavoro parte sempre da una profonda conoscenza dei classici. Non cerchiamo un semplice twist, ma vogliamo fare un passo in più».

Shiro

San Paolo ospita la più grande comunità giapponese fuori dal Giappone, una presenza che ha influenzato profondamente la ristorazione e la nightlife cittadina e negli ultimi anni si sono moltiplicati i bar di ispirazione giapponese. Tra questi spicca Shiro, cocktail bar nascosto sopra il rinomato ristorante stellato Kuro, a soli cinque minuti a piedi da The Liquor Store. Aperto alla fine del 2023, Shiro è un locale intimo: solo 10 posti, di cui 4 al bancone rivestito in granito. Il design si ispira alla filosofia giapponese del wabi-sabi, che valorizza la bellezza essenziale delle cose semplici - materiali naturali, imperfezioni autentiche e un’estetica sobria capace di creare armonia e quiete. Luci soffuse, superfici materiche e un arredamento minimale creano un ambiente contemplativo e raffinato.

Arthur Ferreira, bar manager Shiro

«Shiro significa bianco in giapponese, in contrasto con kuro, nero. Non è solo un richiamo estetico: rappresenta un principio filosofico, l’equilibrio degli opposti, come spiega il bar manager Arthur Ferreira, alla guida del team mixology, che lavora in stretta collaborazione con lo chef Gerard Barberan di Kuro. Ferreira ha sviluppato una carta di cocktail originali e classici preparati in stile giapponese (wafu). Tra questi, spicca il Nihon Dry, un Martini sorprendentemente vellutato grazie all’aggiunta di umeshu invecchiato tre anni.
Tra i signature del locale, merita una menzione il Suri Goma, una Piña Colada reinterpretata con ingredienti giapponesi: rum cubano “lavato” al cocco, ananas, succo di cetriolo, sciroppo semplice, lime e un tocco di olio di sesamo tostato, che crea un contrasto giocoso tra note fresche e calde. L’infusione al cocco viene ottenuta mescolando 250 g di olio di cocco con un litro di Havana Club 3, lasciando il composto a -10°C per 3 ore, per poi scongelarlo, filtrarlo con un filtro da caffè e imbottigliarlo. Il drink viene shakerato e servito in un tumbler Kimura con un blocco di ghiaccio.

Kotchi

Sempre nei Jardins, tra le novità più interessanti c’è Kotchi, nuovo bar giapponese creato dallo chef Makoto Okuwa e dalla bartender argentina Inés de Los Santos. Makoto, originario del Giappone, ha costruito la sua carriera negli Stati Uniti, dove ha aperto il ristorante Makoto a Miami nel 2011, per poi espandersi a Panama, Città del Messico e ora in Brasile. Inés, invece, è una figura di riferimento per la cocktail culture argentina e la sua Cochinchina è considerata uno dei migliori bar di Buenos Aires. Il nome “Kotchi” è una forma colloquiale di kochira, che  significa “vieni qui”. L’obiettivo del progetto è chiaro: creare un bar più energico rispetto ai classici indirizzi da ristorante, dove si possa bere, mangiare e ballare in un’atmosfera vivace.

Inés de Los Santo e Makoto Okuwa, fondatori di Kotchi

«Kotchi è stato pensato come un concept completamente originale, quasi come un club: un luogo dove rilassarsi alla fine della giornata con buon cibo, ottimi drink e musica», spiega la cofondatrice Inés de Los Santos. La colonna sonora, curata da Marcos Campos, volto noto della nightlife paulistana, è un mix di jazz giapponese e Arabic house. L’estetica del locale combina elementi industriali, influenze urbane e un carattere fortemente cosmopolita. Il design, firmato dall’architetto Victor Penha (Belezas Imperfeitas), unisce superfici in cemento e grafiche in stile poster art.
I cocktail di Kotchi fondono ingredienti giapponesi e tecniche contemporanee. Tra le proposte più apprezzate c’è il Martini de Tomate e Caju, un Martini sapido e vegetale a base di gin, vermouth dry e acqua di pomodoro e anacardi. L’acqua di caju e pomodoro viene preparata pestando separatamente pomodori (30%) e anacardi (70%), filtrando i succhi e poi unendoli prima del servizio.

Picco

San Paolo ospita una delle più grandi comunità italiane del mondo. Le ondate migratorie di fine Ottocento e inizio Novecento hanno lasciato un’impronta profonda sulla cucina locale, ancora oggi molto viva. Tra i locali più rappresentativi di questa eredità c’è Picco, che dal 2016 conquista i suoi ospiti con pizza napoletana, cocktail ben fatti e musica dal vivo. Situato in Rua Lisboa, a circa venti minuti a piedi da Kotchi, Picco è un locale conviviale e sempre animato: spesso gli ospiti occupano il marciapiede o si ritrovano nel cortile decorato dagli street artist di San Paolo. La musica è parte fondamentale dell’identità del locale, con live quotidiani e format ricorrenti come Primavera Jazz, Picco à Brasileira, Picco Session e Hora de Picco, spesso in collaborazione con istituzioni culturali.

Lula Mascella, proprietario di Picco

«Picco è un posto semplice, autentico e unico: niente fronzoli e nessuna ricerca del lusso. Quello che offriamo sono cocktail di qualità in un’atmosfera vivace, divertente e accogliente. E se amate la musica, qui siete nel posto giusto: ogni giorno abbiamo concerti, dal jazz ai ritmi brasiliani», commenta il proprietario ed head bartender, Lula Mascella, che ha firmato una drink list che parte da una base classica, ma mantiene uno spirito giocoso e accessibile.
Tra i cocktail più popolari c’è il Figo Giuseppe, una reinterpretazione del Bitter Giuseppe (modern classic di Stephen Cole). In questa versione, Cynar 70, verjuice d’uva verde, fico, Oloroso Sherry e un tocco di aceto balsamico vengono combinati per creare un aperitivo amaro con un profilo quasi vinoso.
La preparazione prevede un prebatch per circa otto cocktail: 470 ml di Cynar 70, 235 g di fico, 160 ml di Oloroso Sherry, 120 g di verjuice d’uva verde, 40 g di aceto balsamico e 0,8 g di pectinex vengono lavorati insieme in un Thermomix per tre minuti (velocità 8), refrigerati per 24 ore e filtrati con carta.

Exímia

Exímia Bar ha aperto nel 2024 nell’energetico quartiere Itaim Bibi di San Paolo. Il nome “Exímia”, dal latino, significa “eccellenza”, un presupposto che rispecchia appieno la filosofia del locale nato dalla collaborazione tra il rinomato bartender Márcio Silva, la chef pluripremiata Manu Buffara e gli imprenditori del Locale Group, Gabriel e Nicholas Fullen. Exímia celebra la cultura brasiliana attraverso l’incontro tra mixology di livello internazionale e una proposta gastronomica d’autore, tuttavia ha subito una battuta d’arresto in seguito a una crisi di salute pubblica, riguardante bottiglie di liquori contaminati nelle aree periferiche di San Paolo, che ha spinto il Ministro della Salute a mettere in guardia i residenti contro il consumo di alcol. Per questo i bar di San Paolo hanno registrato un forte calo delle entrate, costringendo molti a ridimensionarsi. Fra questi, Exìmia. Come ha spiegato Marcio Silva: «Date le circostanze, abbiamo rivalutato il nostro modello di business. Mantenere il bar nella location originale avrebbe richiesto un impegno finanziario importante. Il locale era diventato troppo grande per la nostra realtà attuale. Per sopravvivere, stiamo passando a una nuova location più piccola che aprirà a marzo».

Marcio Silva, co-fondatore e bar manager Exìmia

La drink list creata da Silva per Exìmia ha l’obiettivo di reinventare ingredienti brasiliani in cocktail contemporanei e sofisticati. Al suo fianco, Manu Buffara - Latin America’s Best Female Chef 2022 - firma un menu pensato per dialogare in modo naturale con i drink, trasformando la visita in un’esperienza multisensoriale. Il locale si sviluppa su due piani, due ambienti complementari che celebrano la storia vibrante del Brasile, attraverso un design accogliente e ricercato. L’atmosfera è impreziosita da una colonna sonora a influenze brasiliane, con Dj set curati anche dal cofondatore Nicholas Fullen al piano superiore. Entrambi i livelli ospitano lunghi banconi da 9 metri, concepiti per favorire l’interazione tra bartender e ospiti. A guidare il team dietro al bancone c’è un gruppo di professionisti tra i migliori della città, tra cui il bar manager Saulo Souto, la head bartender Grace Kyoko, e bartender Victor Venegas. Nella costruzione del menu, Silva ha condotto un’approfondita ricerca antropologica sui cocktail classici e vintage, reinterpretati attraverso ingredienti nativi del Brasile. «Ho studiato l’antropologia alimentare del Brasile - spiega Silva -, analizzando gli ingredienti dall’uso indigeno precoloniale fino a oggi. L’obiettivo era identificare quali alimenti sono realmente nativi e quali sono stati introdotti in seguito. Sulla base di questa ricerca, abbiamo reinterpretato cocktail classici con sapori autenticamente brasiliani, applicando tecniche culinarie e di filtrazione a freddo, per preservare gli aromi e migliorare le texture durante la produzione. La nostra visione è creare un bar capace di avere un impatto non solo sulla città, ma anche sullo Stato, sul Paese e sulla scena latinoamericana». La materia prima viene selezionata da piccoli produttori locali provenienti da biomi diversi e situati entro 50 km da San Paolo, scelti per i loro valori e per l’eccellente qualità dei loro prodotti: «utilizziamo - chiarisce Silva - una varietà di frutti nativi della Foresta Atlantica vicino a San Paolo, apprezzati per i loro aromi intensi e la ricchezza sensoriale. Ad esempio, il cambuci, che offre note verdi e acidule con sentori di mela verde, limone e erbe fresche; mentre l’araçá, sia giallo che rosso, è dolce e agrumato, molto profumato e ricorda una guava più leggera e fresca». Un esempio emblematico in cocktail list è l’Ameríndio, un drink fresco e aromatico a base di rum brasiliano infuso con masala, Hennessy VS, tintura di Amburana (legno del Nordest brasiliano che dona a cachaça, rum e bitter un profilo dolce, aromatico e caldo), lime chiarificato, spezie, bitter aromatici e sciroppo di zucchero biologico maturato in legno brasiliano, poi carbonato e servito in highball con foglie di menta.

Diageo sceglie ancora Rinaldi 1957 per la distribuzione di Don Papa in Italia

Rinaldi 1957
Si rinnova e rafforza la partnership tra le due realtà: l’azienda bolognese mantiene l’esclusiva sul rum premium filippino e nel prossimo futuro vedrà l'ingresso in portafoglio di altri marchi Diageo

Rinaldi 1957 continuerà a distribuire in esclusiva il marchio Don Papa in Italia. Diageo, proprietaria del brand, ha rinnovato la collaborazione con l’azienda italiana: un’intesa che premia il lavoro fatto da Rinaldi 1957 per far conoscere e crescere sul nostro mercato il rum premium delle Filippine, presente nel suo portafoglio di esclusive dal 2013, portandolo ai vertici della categoria sia tra i consumatori sia tra bartender e professionisti del fuori casa.

Un’abile strategia di marketing e distributiva che ha convinto il colosso britannico del beverage non solo a proseguire, ma a rafforzare la collaborazione con l’azienda bolognese, con l’affidamento nel prossimo futuro, secondo quanto previsto dall’accordo, della distribuzione di altri marchi del gruppo, al momento non stati rivelati quali.

La gamma Don Papa

La gamma del rum premium filippino, ispirato alla figura di Papa Isio, eroe rivoluzionario e sciamano dell’isola di Negros, distribuita da Rinaldi 1957 comprende quattro referenze, prodotte sempre a Negros, con canna da zucchero locale, e invecchiate sulle pendici del vulcano Monte Kanlaon. Don Papa Single Island, invecchiato sette anni in botti ex-Bourbon ed ex-Rioja, è l’espressione più iconica del marchio, dallo stile morbido e rotondo, con note di frutta matura, vaniglia e agrumi, chiuse da sfumature di rovere tostato. Don Papa Baroko, espressione del lato più ricco ed esotico di Sugarlandia, come viene chiamata l’isola di Nigros: prodotto con melassa “Black Gold” e maturato in rovere americano, il suo tono aromatico è tutto giocato su note di vaniglia, zucchero muscovado e frutta tropicale e al palato è ampio, caldo e persistente. Don Papa Masskara, ispirato all’omonima festa in maschera tradizionale che si tiene annualmente sull’isola, dopo l’invecchiamento in rovere americano viene arricchito con un’infusione di ingredienti tropicali locali, che donano un profilo aromatico vivace tra miele, agrumi e spezie. Don Papa Gayuma, un rum ambrato scuro che affina in botti ex-Bourbon e successivamente in botti ex-whisky di Islay, sviluppando note affumicate e speziate che si intrecciano a vaniglia, cacao e scorza d’arancia.

Struttura e presenza sul territorio

Il rinnovo dell’accordo dà una ulteriore spinta alla crescita di Rinaldi 1957, forte di un portafoglio di oltre 500 marchi italiani e internazionali, una rete di più di 200 agenti supportati da 4 capi area, e oltre 9.000 clienti, con una forte penetrazione nel canale horeca, e con un fatturato che supera i 22 milioni di euro. Azienda che negli ultimi anni ha rafforzato gli investimenti in marketing e struttura commerciale (leggi Rinaldi 1957, Valentina Ursic è la nuova direttrice marketing), affiancando alla crescita quantitativa un lavoro di posizionamento e identità, culminato in un recente restyling dell’immagine incentrato sulla contemporaneità.

In Belgio trionfo bis per Birra Baladin Nöel Orange & Cacao

Birra Baladin Nöel Orange & Cacao, Gold Medal Brussels Beer Challenge 2025 e Best Italian Beer
Pioggia di riconoscimenti al Brussels Beer Challenge 2025 a tredici birre artigianali italiane, protagonista con doppio riconoscimento Birra Baladin Orange & Cacao con Medaglia d'Oro nella categoria Speciality Beer - Winter Ales e Best Italian Beer. Grande soddisfazione di Unionbirrai, associazione dei piccoli birrifici artigianali indipendenti.

Tra i concorsi internazionali più importanti, BBC Brussels Beer Challenge ha visto salire per la seconda volta sul podio più alto la specialità natalizia di Birra Baladin: Nöel Orange & Cacao.

Nella categoria Speciality Beer - Winter Ales infatti il prodotto del birrificio agricolo di Piozzo (Cuneo), fondato da Teo Musso nel 1986, ha ricevuto la Medaglia d'Oro, subito seguita dal titolo Best Italian Beer del concorso promosso dal sito Cronache di Birra e assegnato da una giuria internazionale di esperti. Un risultato unico che ha visto la specialità piemontese realizzata prevalentemente con ingredienti del territorio a confronto con le migliori e più  iconiche proposte birrarie del momento.
Per la sua produzione vengono utilizzati tre malti: d'orzo, di grano e di avena, oltre a bucce di fave di cacao e scorze di arancia dolce.

Birra Baladin Nöel Orange & Cacao con i malti di orzo, grano e avena, fave di cacao e scorze di arancia dolce.

Nöel Orange & Cacao è stata realizzata la prima volta per le festività natalizie e si caratterizza per un profilo aromatico dove l'agrumato delle scorze d'arancia si sposa con l'intensità e la morbidezza del cacao, titolando un grado amaro medio (20-24 Ibu), colore marrone scuro tonaca di frate (50-55 Ebc) e grado alcolico medio (8,5%).
Proposta in bottiglie da 75 e 150 cl e in fusto da 24 litri, la birra natalizia di Baladin va servita a una temperatura "cantina" sui 12-14 °C nell'iconico calice Teku da 33 cl.
Abbinamenti consigliati i tipici dolci natalizi come il Panettone Glassato al Beermouth Baladin, torroni, panforti, torte e biscotti al cioccolato, frutta candita.

Birra Baladin Nöel Orange & Cacao con il Panettone glassato al Beermouth Baladin

«E' sempre un'emozione vincere un premio che esalta la qualità del lavoro fatto in birrificio - ha commentato Teo Musso, fondatore e mastro birraio di Baladin - ma vincere in Belgio in uno stile così tipico e competitivo ed essere eletti come Miglior Birra Italiana al severo concorso di Brussels è veramente un sogno!».

Alle birre italiane altre 12 Medaglie d'Oro

Birra Baladin Nöel & Cacao non è stata il solo birrificio artigianale a ricevere una Medaglia d'Oro nella propria categoria (Speciality Beer - Winter Ales). Altre 12 categorie (su 35) hanno visto prevalere le specialità italiane, oltre a 11 Medaglie d'Argento e 10 Medaglie di Bronzo, tra oltre 1.700 birre provenienti da 50 Paesi del mondo.

Spécial Belge: Belgian Ale del Birrificio Agricolo Pagus (Darfo Boario Terme, Brescia)
American Ipa: Feed Your Mind del Birrificio Sabino (Misericordia, Rieti)
Session Ipa: Session Ipa del Birrificio Bandiga (Campogalliano, Modena)
Gluten Free: Sunray di The Wall Beer (Venegono Inferiore, Varese)
American PilsneBr: Pizzapils di Crak Brewery & Taproom (Campodarsego, Padova)
Dunkel Bock: Los Padres Bock di Birrificio Estense (Este, Padova)
Märzen: Bosio Caratsch Marzen di Birrificio Soralamà (Vaie, Torino)
Cold Ipa: Black Out #5 di Birrificio Ventitrè (Grottaminarda, Avellino)
Abbey Dubbel: Granata di Birrificio Diciottozerouno (Oleggio Castello, Novara)
Brown Ale: Mais Nero del Birrificio Agricolo Pagus (Darfo Boario Terme, Brescia)
Oatmeal Stout: Urania del Birrificio Ventitrè (Grottaminarda, Avellino)
American Stout: Rye Stout di Birrificio La Collina (Pescaglia, Lucca).

«Siamo orgogliosi di vedere ancora una volta le birre artigianali italiane eccellere in una competizione internazionale di altissimo livello - ha commentato Simone Moretti, segretario generale dell'associazione dei piccoli birrifici artigianali indipendenti Unionbirrai - dimostrazione concreta che il nostro comparto non ha nulla da invidiare alle grandi tradizionibrassicole europee e mondiali per creatività, qualità delle materie prime, e visione imprenditoriale che stanno pirtando la birra artigianale italiana a ritagliarsi uno spazio sempre più importante nel panorama globale».

Si avvicina l’appuntamento con Slow Wine Fair. A BolognaFiere, dal 22 al 24 febbraio

Slow Wine Fair 2026
La quinta edizione della fiera del vino buono, pulito e giusto ospiterà oltre mille aziende vitivinicole da tutte le regioni italiane e da più di 30 Paesi. Oltre al vino, gli specialty coffee, il sidro, gli amari e le proposte di SANA Food

Dal 22 al 24 febbraio, la Slow Wine Fair, l'unica fiera internazionale del vino buono, pulito e giusto, attende a BolognaFiere gli operatori dell’Horeca, i distributori e gli importatori interessati alle etichette di alta qualità e provenienti da metodi produttivi virtuosi.

Organizzata da BolognaFiere e Slow Food, la Slow Wine Fair ospiterà oltre mille aziende vitivinicole da tutte le regioni italiane e da più di 30 Paesi nel mondo. Le cantine, per oltre il 60% certificate biologiche o biodinamiche o in conversione, racconteranno e faranno degustare al pubblico i propri vini, frutto di una rigorosa selezione.

Novità 2026, la Banca del Vino di Pollenzo, che racchiude 50mila bottiglie delle migliori realtà vitivinicole nazionali. Per tre giorni, a custodire questo tesoro non saranno solo le Langhe, ma anche l’area “Vecchie Annate” della Slow Wine Fair, con bottiglie rare e millesimi introvabili da centellinare e di cui scoprire la storia e il percorso produttivo.

Professionisti e buyer potranno partecipare a masterclass e conferenze in cui approfondire la conoscenza di terroir e produttori e dei temi legati al vino come motore di inclusione e sviluppo sociale, e usufruire di un servizio esclusivo e gratuito di matchmaking, per filtrare gli espositori da incontrare.

Anche spirits e caffè

Oltre al vino, la tre giorni in fiera valorizzerà altre proposte per l’Horeca: dagli spirits agli amari della Fiera dell’Amaro d’Italia, per chi cerca le migliori espressioni di questo prodotto di fine pasto tipicamente italiano, tornato popolare – anche tra i giovani – e sempre più protagonista della carta dei ristoranti. Con spirits e amari, i bartender creeranno inediti cocktail per il pubblico. E poi il sidro e i caffè di alcuni roaster della Slow Food Coffee Coalition, che unisce coltivatori di altissimo livello e i più eccellenti selezionatori e artigiani al mondo.

QUI IL PROGRAMMA COMPLETO

Fino alle proposte di SANA Food (leggi qui). Con un unico biglietto d’ingresso, gli operatori Horeca potranno accedere anche all’evento b2b di BolognaFiere sull’alimentazione buona, sana e di qualità per il fuori casa, che si terrà in contemporanea, e in un padiglione adiacente, alla Slow Wine Fair.

Spazio al cibo sano e di qualità

Elemento di raccordo tra Slow Wine Fair e SANA Food sarà il nuovo punto di ristorazione promosso in collaborazione con “Da Amerigo 1934”: l’osteria offrirà menù rappresentativi dell’identità delle due manifestazioni, con piatti a base di prodotti genuini, provenienti dai Presìdi Slow Food e a chilometro zero, e con una carta dei vini coerente coi principi fissati nel Manifesto del vino buono, pulito e giusto di Slow Food.

Confermata, inoltre, la selezione dei food truck.

Il Premio Carta Vini Terroir e Spirito Slow

Fino al 7 febbraio, sul sito della Slow Wine Fair, votazioni aperte per il Premio Carta Vini Terroir e Spirito Slow, riservato a ristoratori, osti, enotecari e titolari di wine bar che propongono etichette buone, pulite e giuste; premiazioni in fiera lunedì 23 febbraio.

E per lo stesso target c’è il ‘Wine Bus’, per raggiungere Bologna in pullman a condizioni agevolate, con partenze da diverse città d’Italia.

La Slow Wine Fair è un evento b2b, ma domenica 22 porte aperte ai wine lover.

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Julius Meinl partnership con DaVinci Gourmet per innovare la caffetteria

Julius Meinl Tazzina JM Black Matteo Thun
La collaborazione con il brand specializzato in sciroppi per la caffetteria ha già dato vita a quattro nuove referenze, che saranno commercializzate a marchio Julius Meinl, e a ricette creative, pensate per ampliare l’offerta dei baristi e rispondere alle nuove tendenze del mercato

Unire l’autentica tradizione del caffè all’innovazione dei sapori. È con questo obiettivo che nasce la collaborazione tra Julius Meinl e DaVinci Gourmet, brand parte del gruppo Kerry Group, tra le principali realtà mondiali per le soluzioni di gusto e nutrizione per il settore food & beverage.

Una partnership pensata per aprire nuove opportunità alla caffetteria moderna, attraverso una proposta condivisa di bevande premium, stagionali e in linea con le tendenze del mercato europeo, capace di coniugare creatività, efficienza operativa e marginalità per gli operatori del fuori casa.

DaVinci Gourmet, nato nel 1989 a Seattle, città culla della cultura del caffè specialty, è uno dei pochi marchi di sciroppi interamente focalizzati sul mondo del caffè, con una gamma sviluppata per aiutare caffetterie e professionisti a realizzare bevande di qualità elevata e di impatto sensoriale.

In arrivo gli sciroppi a marchio Julius Meinl e ricette innovative

La collaborazione ha già portato allo sviluppo di nuove proposte. Le due realtà hanno infatti lavorato insieme alla creazione di quattro nuove referenze di sciroppi, che verranno commercializzate a marchio Julius Meinl: Orange Syrup (arancia), Honeycomb Syrup (caramello), Toffeenut Syrup (toffee e nocciole tostate) e Vanilla Syrup (vaniglia).

Ma non solo, perché dalla partnership sono inoltre nate nuove ricette di bevande, pensate per offrire ai consumatori proposte innovative e di tendenza, tra le quali referenze come il Royal Cortado e opzioni di cold brew. Preparazioni che nascono dall’incontro tra le miscele Julius Meinl e le soluzioni aromatiche DaVinci Gourmet, e che consentono ai baristi di ampliare l’offerta di caffetteria per la clientela, garantendo al tempo stesso margini di profitto ottimizzati ed efficienza operativa.

Cultura del caffè e impegno responsabile

Con il nuovo progetto, Julius Meinl continua a raccontare la cultura del caffè viennese in chiave contemporanea, con un racconto fondato sulla massima attenzione alla qualità e sull’impegno verso la sostenibilità. Emblematica di questa visione è la linea The Originals Bio Fairtrade, che si articola in tre referenze dal profilo aromatico distintivo: Gloriette Gold, elegante e vellutata, con note dolci di cacao e frutta secca; Belvedere Blend – 100% Arabica, morbida e armoniosa, con sentori di caramello e nocciola; Danube Delight, intensa e strutturata, caratterizzata da note di cioccolato fondente e spezie. Tutti i caffè provengono da piantagioni certificate in Nicaragua, Honduras, Perù e Messico, dove l’azienda sostiene pratiche agricole responsabili e condizioni di lavoro eque.

Drink Team 2026-2027: aperte le candidature

Drink Team _logo_2026
Partita la caccia ai 12 talenti che formeranno la nuova squadra di miscelazione di Bargiornale. C'è tempo fino al 27 marzo per candidarsi alle selezioni. I bartender interpreteranno i 10 trend che stanno ridefinendo la mixology contemporanea

Cercasi 12 campioni dello shaker: i nuovi bartender che entreranno a far parte del Drink Team, la squadra speciale di miscelazione di Bargiornale. Dal 2012 sono stati 175 gli artisti della mixology – i nostri magnifici senatori – che hanno preso parte al progetto che, da allora, esplora i confini del bere miscelato attraverso ricette, idee e prodotti scelti in totale autonomia. Nessun vincolo, nessuna imposizione: ogni bartender è libero di lavorare come farebbe dietro il proprio bancone, con coerenza, stile e visione personale.

Nel tempo, il Drink Team ha attraversato mari diversi della mixology: dai grandi classici ai modern classics, dalle ricette dimenticate ai drink più sperimentali, dai pionieri della miscelazione alle figure femminili che ne hanno scritto la storia. Ogni anno una nuova squadra di 12 campioni, ogni edizione un nuovo tema su cui confrontarsi.

Ora si parte con la selezione dei talenti per la nuova squadra. Per provare a entrare nel team non devi fare altro che iscriverti qui sotto. Hai tempo fino al 27 marzo. A selezionarti saranno i senatori del Drink Team e il voto popolare. I 24 che otterranno il punteggio più alto passeranno alla fase finale e al voto on line. Arriveremo così ai nostri nuovi 12 super bartender, che quest’anno hanno il compito di esplorare i dieci trend chiave che definiranno la mixology del 2026.

I dieci trend protagonisti di questa edizione 

  • Ultra cocktail: drink essenziali, sostenibili e replicabili, dove il valore risiede nella precisione più che nell’eccesso.
  • Fermentazioni vive: uno strumento per costruire acidità naturali e complessità autentiche, senza scorciatoie.
  • Chimica gentile: guiderà estrazioni, chiarificazioni e bilanciamenti, con una tecnica presente ma invisibile al servizio.
  • Localismo autentico: metterà in evidenza la scelta degli ingredienti, privilegiando stagionalità, prossimità e identità territoriale.
  • Profili dry: drink con meno zucchero e maggiore definizione e carattere.
  • Amari e bitter: assumeranno un ruolo strutturale nella costruzione del drink.
  • Componenti sapide e umami: capaci di dare profondità e carattere.
  • Low ABV: accompagnerà un approccio al bere più consapevole e misurato.
  • Classici riscritti: terreno di ricerca continua tra rispetto dell’archetipo e visione contemporanea.
  • Gamification e colore: non semplici elementi estetici, ma nuovi strumenti narrativi, linguaggi di racconto e coinvolgimento, parte integrante dell’esperienza al bancone.

CANDIDATI QUI

Le regole d'ingaggio: come candidarsi per il Drink Team

Tutti i bartender professionisti potranno candidarsi compilando il form, entro il 27 marzo 2026. Non possono essere candidati né autocandidarsi coloro che hanno già fatto parte del Drink Team. Possono essere candidati o candidarsi coloro che, pur essendo stati candidati negli anni passati, non sono entrati a far parte del Drink Team.

CANDIDATI QUI

Selezione a cura dei senatori

Ciascun “senatore” (ex componente delle precedenti edizioni) potrà indicare, dalla lista dei candidati, fino a 10 preferenze, cui attribuirà un punteggio decrescente da 10 a 1. I 24 che avranno ottenuto i punteggi più alti saranno i candidati ufficiali.

Votazione on line

Sarà successivamente pubblicata su tutti i nostri media la shortlist dei 24 candidati. Dal 4 al 19 maggio 2026 si aprirà il voto on line. Gli addetti ai lavori potranno scegliere fino a tre tra i 24 candidati selezionati nella short list dai senatori del Drink Team (il voto dei senatori del Drink Team peserà per l’80%, il voto on line il 20%).

Presentazione del nuovo team

I 12 in cima alla classifica finale entreranno a far parte del nuovo Drink Team. Il nuovo Drink Team sarà presentato nel numero di giugno 2026 di Bargiornale e debutterà con le proprie ricette sul numero di luglio-agosto 2026.


Se la masterclass sul gin diventa spettacolo teatrale: l’idea di Max Morandi torna in scena

Spettacolo teatrale “Esco a farmi un Gin tonic”
"Esco a farmi un Gin Tonic", il titolo dello spettacolo teatrale che il fondatore di Accademia del Barman ha dedicato al distillato più bevuto

Dopo anni a tenere masterclass, all'improvviso l'idea: trasformarle in uno spettacolo teatrale. Novanta minuti in cui il formatore e consulente Max Morandi, fondatore di Accademia del Barman, trasforma la sua passione per il gin in testo teatrale pensato per un pubblico eterogeneo. Lo spettacolo si chiama "Esco a farmi un Gin Tonic: il gin va a Teatro!" e torna sulle scene il prossimo 13 marzo a Piove di Sacco (Pd). A settembre sarà, inoltre, a Castelfranco Veneto (Tv), ma non c'è ancora una data precisa, anticipa Morandi.

Spettacolo teatrale “Esco a farmi un Gin tonic”

«Con questo format - racconta - vogliamo portare il gin fuori dai soliti contesti, trasformando una semplice degustazione in un vero e proprio spettacolo. Il nostro obiettivo è far vivere al pubblico un'esperienza coinvolgente, che unisca storia, intrattenimento e convivialità, offrendo al tempo stesso un momento di socialità unico e autentico che offra al pubblico una maggiore consapevolezza sul bere responsabile, tema sempre più imprescindibile nel concetto di divertimento che noi abbracciamo».
Un format fresco e coinvolgente, che cambia di volta in volta, facendo anche tesoro dei feedback della sala, fra incursioni di figuranti in sala, musica in vinile e una cocktail station sul palco, a metà tra una lezione di storia non convenzionale e uno show dal ritmo vivace, che trasforma l’amato distillato in un pretesto per raccontare la società, le sue evoluzioni e il nostro modo di stare insieme. La formula, poi, si sposta dal palco al dopoteatro: «A tutti gli spettatori con il biglietto viene dato un token da spendere in uno dei locali selezionati nella città, partner dell'evento, per un Gin Tonic ben fatto, premium, oppure anche in versione zero». Un gesto concreto che riporta le persone nei bar e nei locali, tra le vie dei paesi e città, restituendo vita ai centri storici che fanno parte dei vissuti e della storia della nostra cultura.
Ma come scegliere il giusto gin in una bottigliera? Per la risposta, arriva sul palco la Strega Alchimista: «Un personaggio dello spettacolo - spiega Morandi -, un'attrice, ma anche una persona che nella vita reale legge i tarocchi e che mi ha dato lo spunto per collegare la scelta di uno stile di gin al temperamento delle persone. Un gioco che facciamo live e che cambia di volta in volta». In altre parole, dimmi chi sei e ti dirò che stile di gin va bene per te.

Touras, illycaffè: «La formazione ridà al bar il ruolo che merita»

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foto: Gaia Menchicchi
Formazione, strumenti innovativi e vicinanza operativa: così illicaffè vuole restare vicino al suo network di professionisti del bar, per affrontare le sfide di mercato che si prospettano nel 2026

Capacità di offrire un'esperienza curata e coerente, personalizzata e accompagnata da perfezione nella somministrazione: il bar italiano secondo illycaffè deve rilanciare, tornare punto di aggregazione sociale; per farlo, deve essere guidato da un professionista formato e preparato. Come ogni anno Sigep World segna il momento ideale per fare il punto sul mercato e guardare ai piani e alle sfide dell'anno che inizia. Lo abbiamo fatto con Evangelos Touras, Chief Marketing Officer di illycaffè.

Evangelo Touras Chief Marketing Officer at illycaffè
Evangelo Touras, Chief Marketing Officer illycaffè

In un contesto di mercato come quello dell’ultimo anno - con clienti prudenti e molto sensibili al tema del carovita, con visite nell’out of home in leggera flessione - come valutate lo scenario per i bar italiani nel prossimo anno?

Il contesto resta impegnativo: aumenti di listino, carenza di forza lavoro e, purtroppo, mancanza di professionalità. E sarà proprio la professionalità a rappresentare il vero elemento distintivo per il successo dei bar: dalla qualità della somministrazione alla capacità di offrire un’esperienza curata e coerente. A questo si aggiunge una crescente richiesta di domanda di qualità premium e di esperienze personalizzate, con un consumatore più consapevole e attento all’origine dei prodotti, alla sostenibilità e alla trasparenza. Il fuori casa diventa così un luogo di connessione, dove l’esperienza è omnicanale e integra relazione, servizio e contenuto. Il bar deve quindi tornare a essere un punto di aggregazione, non solo una sosta per un caffè. Anche la gestione del locale sarà decisiva, un ambito in cui supportiamo gli operatori da anni attraverso la formazione dell’Università del Caffè, che affianca alla somministrazione anche competenze di business e gestione del locale.

In che modo illycaffè ha risposto al significativo incremento dei costi delle materie prime registrato nell’ultimo anno?

illycaffè ha cercato di assorbire il più possibile gli aumenti dei costi che, nell’ultimo anno, hanno riguardato non solo le materie prime, ma anche logistica, energia e trasporti. Ci siamo concentrati su efficienza interna, ottimizzazione dei processi e razionalizzazione dei costi per limitare l’impatto sul consumatore finale, mantenendo invariata la qualità del prodotto. Questa strategia riflette l’impegno di illycaffè nel garantire una qualità sostenibile anche in un contesto di forte pressione sui costi.

La professionalità del barista oggi è una chiave fondamentale. In che modo illycaffè intende rimanere vicina e supportare la propria rete di baristi?

Il nostro supporto si fonda su tre pilastri fondamentali: la formazione continua, perché la qualità nasce dalle persone; l’innovazione, per offrire strumenti e prodotti che rendono il lavoro più semplice ed efficace; e la vicinanza operativa, fatta di consulenza, materiali dedicati e un dialogo costante. Un vero e proprio ecosistema di persone, strumenti e tecnologie che aiutano il professionista a distinguersi, migliorando efficienza, identità e qualità del servizio.

Leonardo Leuci: «La notte non deve più farci paura»

leonardo leuci

C’è una linea di demarcazione piuttosto netta nella storia contemporanea dell’ospitalità italiana: è quella tracciata dal Jerry Thomas Speakeasy di Roma e dai suoi alfieri, che contribuirono ormai tre lustri fa a riaccendere la scintilla della miscelazione. Leonardo Leuci è uno dei quattro cavalieri (con Alessandro Procoli, Antonio Parlapiano e Roberto Artusio, ndr): bartender, giramondo, imprenditore, cultore dell’ospitalità a tutto tondo. È lui l’ospite della nuova puntata di Off the Record.

Quest’anno il Jerry Thomas compie 16 anni: quando apriste, per dirne una, la serranda saliva alle due di notte e chiudeva alle sette del mattino, perché tutti voi lavoravate presso altri bar. Sarebbe possibile una cosa del genere oggi?
Sarebbe fondamentale, più che possibile; oggi più che mai servono spazi di socialità notturna. C’è stata una demonizzazione della vita notturna in generale, una guerra culturale e istituzionale che va avanti da trent’anni e oggi raggiunge il suo culmine. Una mentalità che ha generato tantissimi danni anche dal punto di vista sociale.

In che modo?
Le notti che finiscono troppo presto in maniera forzata lasciano un senso di insoddisfazione che poi da qualche parte deve sfogarsi; si è favorita l’illegalità, si è lasciato spazio all’abusivismo. Imporre a tutti i locali di chiudere alla stessa ora e più è pericoloso che utile, riversi tutti in strada alla stessa ora dopo ore di permanenza nei locali, è assurdo. È abbastanza palese, invece, che una persona eventualmente problematica può essere gestita meglio all’interno di un locale, piuttosto che in strada, e che i bar dovrebbero svuotarsi in maniera organica e soprattutto essere liberi di gestire i propri orari.

«Altrove nel mondo le notti non sono silenti, anzi: hanno un valore sociale e di libertà»

Esistono ancora consumatori che vogliono fare tardi?
Ci sono tanto motivi per cui i consumatori non fanno tardi, ma nessuno di questi è legato al “non volerlo”. Ci sono meno soldi, si preferisce non prendere l’auto, ci si sente meno sicuri. La gente si incontra meno in generale, ci si conosce o ci si corteggia online, ormai, e fa orrore, ma non vuole dire non esista un mercato o, meglio ancora, un mercato potenziale: se ci fossero più posti per vivere la notte in modo pulito, il bacino interessato crescerebbe. Altrove nel mondo le notti non sono silenti e anzi hanno un valore sociale e di libertà: perché deve essere un pianificatore a decidere quando un cittadino deve rientrare in casa?

Si può vivere la notte in modo pulito, quindi.
Certo, ed è la dimensione con cui il Jerry Thomas è nato, di fatto: un luogo di scambio fondamentale. Oggi in qualche modo quasi si rifiuta il concetto che il bar sia un mondo notturno, quando in realtà è addirittura l’aspetto prevalente: la notte ha ispirato generazioni di artisti, filosofi, intellettuali, rivoluzionari proprio per quell’idea di libertà che ti prende quando sai godere della sua bellezza.

Anche i bartender non vogliono più lavorare tardi?
Non ne hanno più la predisposizione, perché è sbagliata la nuova interpretazione di cosa significhi fare il bartender. La condizione sine qua non è sempre stata lavorare di notte, non c’erano molte alternative, anche socialmente era accettato da tutti. Oggi si è persa una consapevolezza molto semplice, ovvero che il bar è fatto di edonismi che vanno appagati. I cocktail bar stanno lì per quello; non per fare da bere, ma per rappresentare qualcosa di diverso rispetto alla routine quotidiana nel contesto sociale. Certe cose funzionano perché si fanno di notte, specialmente in Italia dove la miscelazione è legata a quella specifica fascia oraria; non siamo come nel mondo anglosassone che invece accetta serenamente la bevuta pomeridiana.

Quindi può essere un problema culturale?
La predisposizione al lavoro notturno è mancata perché ci sono tanti discorsi correlati. Su tutti, l’idea che esista una vita normale o non normale: nelle grandi città la normalità è stare imbottigliati nelle metro o nel traffico la mattina, buttarsi sul divano dopo il lavoro con il telecomando in mano e andare a dormire presto? È questa la normalità? I bartender di oggi, anche statisticamente, abbandonano il lavoro dopo qualche anno, spesso impauriti dalla notte perché non l’hanno mai vissuta in maniera corretta, forse non si sono divertiti nel senso più genuino del termine come hanno fatto molti della mia generazione e questo ha portato a una degenerazione. Certo, esistono anche altri problemi, ma lo strato di fondo è questo.

«Sono da sempre un promotore del lavoro 5 giorni su 7 con due giorni di riposo attaccati»

È anche vero che lavorare al bar impone dei ritmi che non sono proprio canonici.
Certo, ma dipende molto anche da come si vive questa dimensione. Mettiamo che un bartender vada a dormire alle 5 del mattino dopo il lavoro e un po' di svago, dorma le sue 7/8 ore, e si svegli riposato con la prospettiva di andare al lavoro per le 17.30; ha tutta la possibilità di dedicare un pomeriggio a quello che ritiene più utile per sé, che sia la palestra o i propri interessi. Può uscire di casa quando tutte le attività sono aperte, fare una spesa senza fretta, insomma sfruttare il proprio tempo al massimo delle possibilità. Io poi sono un grandissimo promotore, da sempre, del lavoro 5 giorni su 7 con due giorni di riposo attaccati: se fosse uno standard credo ci sarebbero molti meno problemi per la categoria e i ragazzi si godrebbero di più questo lavoro e le sue opportunità.

Non credi che però da un punto di vista sociale, considerando che una ipotetica cerchia di amici avrà dei ritmi completamente opposti a quelli di un bartender, possa diventare una routine alienante, senza possibilità di frequentare nessuno che non sia un bartender a sua volta?
Se ci si aliena è perché le persone si sono alienate in generale. È vero che molti miei amici appartenevano al mondo della notte, ma la differenza è che, quando si smetteva di lavorare, negli anni Novanta e fino a metà dei Duemila c’era poi qualcosa da fare fino al mattino e non necessariamente di controverso o eccessivo: era un mondo appagante, adesso non lo è più, perché sono cambiate le dinamiche e gli interessi. Sia chiaro, il discorso non è soltanto italiano, anche se all’estero le scene underground sono molto più interessanti.

A proposito, l’Italia del bar è in un buono stato di forma?
Magari per numero di cocktail bar, sì, anche se forse solo nelle grandi città. Il gigantesco problema italiano è quello dei contenuti: siamo in un declino da qualche anno e dopo il Covid la situazione è peggiorata ulteriormente.

«Troppe copie e cloni, pochi contenuti originali: il cocktail bar italiano in crisi di identità»

Cosa intendi?
Non siamo riusciti ancora a stabilire uno standard qualitativo medio soddisfacente, perché manca la volontà di affermare che questo standard da cui partire esista. Stiamo prendendo la pericolosa piega che è ormai padrona della caffetteria, che in Italia è un mondo disastrato; eppure, non se ne parla perché “si è sempre fatto così”. E poi c’è una gran crisi di identità, si vedono quasi esclusivamente copie e cloni, pochi contenuti originali. È paradossale, considerando i nostri valori e il potenziale.

Una grande opportunità di slancio può essere rappresentata dal Roma Bar Show, che hai contribuito a fondare e oggi è passato in altre mani: pensi la fiera abbia raggiunto il suo potenziale? E cosa manca eventualmente per un ulteriore miglioramento?
Se guardo ai primi tre anni, da un punto di vista dell’offerta della formazione nessuno al mondo aveva proposto una qualità come la nostra: una Academy vera e propri con ospiti globali del peso di David Wondrich, Jeff Berry, Dave Arnold e i migliori professionisti da tutto il mondo invitati a presentare il loro lavoro.

Eppure in un auditorium da 800 posti se ne riempivano la metà, al massimo.
Il problema è che il pubblico non risponde, a prescindere dall’avere a disposizione personaggi così illuminati. Ci siamo resi conto che paradossalmente è difficile portare contenuti così alti a un pubblico così ampio. Serve concentrarsi su palchi più piccoli dedicati a chi è davvero interessato.

C’è anche chi ha sottolineato come il Roma Bar Show degli ultimi due anni sia stato più simile a una grande festa, che a un’occasione di formazione.
Se metti trecento espositori nello stesso luogo, con la possibilità di dare da bere, è anche nella natura delle cose che l’atmosfera tenda a farsi più allegra. È vero, però, che la voglia di imparare veramente è sempre meno, e molto va imputato alla disponibilità di materiale online: ci si illude che informazioni semplici da reperire siano anche sempre informazioni di qualità. La formazione in presenza è incomparabile e si dovrebbe tornare a massificarla.

Significa quindi adattarsi alle richieste?
Anche questo è un mercato, un bar show deve fare i conti con tutto: con i nomi più famosi del mondo sul palco l’auditorium era vuoto, ma agli awards per il miglior video social c’era la fila fuori…

È una fotografia piuttosto netta di questo momento storico. Cos’altro comporta?
Quando ho iniziato io, i cocktail bar erano di meno e c’erano più bartender formati egregiamente sullo standard del tempo: un datore di lavoro poteva scegliere, quindi chi non veniva scelto doveva formarsi meglio. Oggi l’offerta è molta di più, i bartender molti di meno: non c’è più selezione, quindi c’è meno stimolo a formarti in maniera adeguata, e i risultati si vedono. C’è tantissima approssimazione.

Così la qualità va a picco…
Sono tornati problemi che pensavo fossero risolti. Ti faccio l’esempio del mojito: a differenza di trent’anni fa, oggi in pochi secondi puoi vedere in diretta il miglior mojito del mondo, miscelato nel bar più famoso al mondo per il mojito. E nonostante questo, c’è ancora chi non sa fare mojito: vuol dire che non c’è proprio la voglia, la spinta per migliorare. Mi sento un boomer a parlare così, ma è la realtà.

La tua generazione forse è un’eccezione?
Certo, eravamo forse fin troppo ossessionati, ma serviva, perché è stato per quello che in dieci anni abbiamo elevato il livello medio in maniera mostruosa. Si deve tornare alla base, e per questo alcuni contenuti faticano di più nel bar show: una lezione su come fare il mojito come a Cuba o una cocktail session di un bar famoso sui social avrà la stanza piena di giovani; se porto a parlare un genio che racconta la storia della miscelazione o che parla dei problemi legati alla professione, risponderanno in pochissimi.

Si stava meglio quando si stava peggio?
Forse. La proposta di formazione di Roma Bar Show è stata molto ambiziosa, ma manca la massa per seguire cose di questo livello. Quando con Jerry Thomas Project nel 2011/12 portammo Wondrich e Berry a Roma, riempivamo il Teatro Garbatella da mille posti; oggi puoi vedere tutto online, contenuti modulati in un certo modo per un lasso di attenzione minimo.

Anche la rete di professionisti ne risente?
Quando iniziammo con il Jerry Thomas, il network era molto piccolo: la gente ci invitava nelle loro città e nei loro bar non per il ritorno di un post Instagram, ma perché facevamo bene e volevano farci vedere quanto bene facessero anche loro. Il mercato è cambiato, sono i brand che pagano per i viaggi e tutto il resto: vuol dire che saranno invitati tutti prima o poi, a prescindere dalla qualità del loro lavoro.

«Non vedo più la voglia di sollevare il dubbio»

A fine 2025, alla Palermo Cocktail Week, nel tuo intervento parlavi della differenza che c’è tra Old Fashioned e Whiskey Cocktail: “Nessuno la chiederà mai, ma un bartender la deve sapere”.
La chiave di lettura, per qualsiasi cosa, è la comprensione di una determinata cosa. Mi rendo conto di come oggi manchi la volontà di capire il perché, in generale, perché si da per scontato che una cosa vista in un certo locale o fatta da una certa persona sia giusta. La formazione che metteva in dubbio, che ti spronava a conoscere sempre di più, era la vera forza della mia generazione e non la vedo più.

Tornando al Jerry Thomas, nel 2025 è rientrato nel giro dei World’s 50 Best Bars, senza averne di certo bisogno. Cosa ne hai pensato?
Ne sono fiero, a prescindere dalla posizione (n.98, ndr), perché non abbiamo mai lavorato con l’obiettivo di voler tornare in lista. Non facciamo guest, non assecondiamo nessuna richiesta di nessuno sponsor che vada in questa direzione, quindi se qualcuno ci ha votato è sintomo di un movimento organico. Quando entrammo in classifica per la prima volta fu un bello sfizio da toglierci, lo facemmo senza investire una lira. anche perché all’epoca certe dinamiche non esistevano.

È sano porsi la classifica come obiettivo?
Auguro a tutti di entrarci, ma mai di rincorrerla: l’importante è che il bar sia pieno, a me interessa che tra altri quindici anni parleremo ancora del Jerry Thomas.

Peraltro, voi e la 50Best non vi eravate lasciati granché…
Entrammo in lista in una posizione già altissima, forse la più alta new entry di sempre, all’epoca, e ci rimanemmo per sei anni. A un certo punto iniziò ad essere necessario un certo tipo di comunicazione social, allineare le immagini che postavamo a un certo standard. E a noi non andava, o forse non eravamo capaci.

Vi fecero pressione?
Nessuno ci ha mai fatto pressione o un’offerta, ma quando ci venne fatto notare che il nostro modo di comunicare avrebbe potuto essere più coerente con quello che il networking e la comunicazione sul mondo del bar stava diventando, decidemmo di essere noi stessi. Alcune figure di spicco del mondo della miscelazione mondiale che votavano furono sostituite da cocktail blogger o influencer, e noi parlavamo una lingua diversa.

Pensi una rinuncia del genere sia qualcosa che altri farebbero, in Italia, oggi?
Ho letto Alex Frezza, qualche tempo fa, rispondere qui che essere in lista non è solo un onore, è piuttosto un onere perché ti confronti con ospiti e professionisti che frequentano locali di un certo tipo e che quindi non è semplice, e sono d’accordo. Noi, però, ce ne siamo sempre un po’ fregati, siamo stati consapevoli delle nostre fisse e dei nostri estremismi a tratti, ma abbiamo sempre creduto nel nostro modo di intendere la professione e l’ospitalità, spesso sbagliando. Conosco moltissimi professionisti che se ne fregano altrettanto, osti di luoghi dove io sto cento volte meglio che in bar che sono in lista; penso, però, che in pochi oggi farebbero quella scelta o sarebbero in grado di dire no a certe dinamiche. Per alcuni è un ossessione, vedo che chi esce dalla classifica poi quasi subito si adopera in ogni modo per tornarci. A noi non frega nulla, anche perché economicamente non ci ha mai cambiato la vita: il Jerry Thomas è sempre stato pieno.

«Pochi lavori ti riempiono l'anima di umanità come fare il bartender»

In una tua intervista alla Diffords’ Guide sostieni come ci sia “un che di romantico nel vedere un tramonto o un’alba con un cocktail in mano”.
Io ho avuto una grande fortuna nella vita: ho iniziato a viaggiare da bambino, e per lavoro a 18 anni facendo le stagioni, la prima da bartender in un paesino della costa calabrese. Finivo di lavorare alle 6, nelle estati dei primi anni Novanta: l’unico drink che potevo bere durante la giornata era allora, guardando l’alba. In qualche modo, quella è una palestra di sensibilità, che oggi manca del tutto: il mondo si è abbrutito, si ascolta musica orrenda, non si legge più granché, manca l’amore diffuso per la bellezza e le emozioni che non sono instagrammabili.

In che modo tutto questo è legato con il bartending?
Anche se si fa fatica a crederci, certe esperienze puoi farle solo lavorando come bartender di notte. Chi altro può vedere, senza fretta, con la tranquillità nel cuore di aver lavorato 8 o 10 ore per far star bene delle persone, i Fori Imperiali con il primo sole che li bacia mentre torni a casa, le coste di un’isola greca dal tetto del locale, con la birretta in mano e i colleghi stanchi ma felici, quando il sole sorge, con l’adrenalina di un turno di lavoro che va scemando e puoi finalmente rilassarti? Pochi lavori ti riempiono l’anima di umanità come fare il bartender.

C’è spazio perché le cose cambino in meglio?
Se i bartender oggi hanno bisogno di postare tutto quello che fanno, minuto per minuto, lavoro o tempo libero che sia, vuol dire che non vivono emozioni per sé. Non c’è più spazio per il romanticismo. E l’alba non vuole più vederla nessuno.

 

Fuori casa, promo e marketing per tentare il rimbalzo nel 2026

Foto di protowink da Pixabay
Cauto ottimismo per le visite in bar e ristoranti nel 2026, dopo un anno di stallo del fuori casa per via del colpo al potere d'acquisto degli italiani. La fotografia del mercato e le strategie da adottare

Il 2026 si presenta con una previsione di ragionevole ottimismo: i numeri del fuori casa italiano - secondo quanto spiegato da Circana durante l'ultima edizione di Sigep a Rimini, con l'intervento di Matteo Figura - dovrebbero migliorare, con un segnale positivo atteso specie riguardo alle visite. Un piccolo rimbalzo dopo un periodo più difficile, un ultimo anno durante il quale sono venuti al pettine i nodi dell'economia italiana quasi ferma e del potere d'acquisto dei consumatori molto ridotto.

Caro vita: aumentano i pessimisti, sale il risparmio (per cautela)

Il caro vita ha segnato particolarmente i consumatori italiani nell'ultimo anno, e l'effetto, nel 2025, si è visto bene. Il 2025 si è chiuso con una leggera flessione proprio nelle visite, 15,1 miliardi, in calo dello 0,6% rispetto al 2024 (e -4,2% rispetto all'ultima rilevazione pre pandemia, il 2019).

71,4 miliardi di euro, tanto vale la spesa complessiva degli italiani nel fuori casa, con una spesa media individuale di 4,74 euro, cresciuta dell'1,7% (sul 2024) e del 17% (sul 2019), per effetto dell'aumento dei prezzi.

 

71,4 miliardi di euro (+1,1% sul 2024)

la spesa degli italiani nel fuori casa, AT set 2025

 

15,1 miliardi (-0,6% sul 2024)

le visite degli italiani nel fuori casa, AT set 2025

 

Le preoccupazioni degli italiani frenano il fuori casa

Le prospettive di bassa crescita economica (il 2025 potrebbe chiudere con un +0,5% del Pil e il 2026 vede un +0,7%, con grande incertezza legata a dazi e scenario internazionale tormentato) e l'aumento dei prezzi in un Paese come l'Italia - dove i salari restano cronicamente bassi -, costo della vita e potere d'acquisto rimangono le preoccupazioni principali. Seguono le tensioni geopolitiche e le azioni del presidente degli Stati Uniti (su questa voce in particolare la preoccupazione dei consumatori italiani è cresciuta moltissimo). Come si reagisce? Aumentando la propensione al risparmio, ma non per un'inedita volontà di costruire il proprio benessere futuro, quanto, piuttosto, per tenersi in tasca qualche euro in più nella massima cautela.

Italiani un poco più pessimisti rispetto alla loro situazione finanziaria futura

Gli italiani sono più pessimisti sulla loro situazione finanziaria futura. Le rilevazioni delle aspettative a 6 mesi circa la propria disponibilità economica mostrano un incremento dei pessimisti, una sostanziale stabilità degli ottimisti e un calo leggero dei neutrali. L'aumento dei prezzi ha spaventato e spaventa quasi tutti: il 65% ritiene che siano aumentati troppo. E così, si corre ai ripari.

Consumi fuori casa: caccia alle promozioni e meno occasioni per uscire

Come impatta tutto questo sulle uscite al bar o al ristorante? Secondo Circana, se l'11% dei clienti non cambia le proprie abitudini al bar o al ristorante, ma il 47% opera il trading down. Significa che cambia le proprie abitudini al ribasso, per esempio cambiando ristorante alla riceca di un locale più conveniente o che proponga promozioni; oppure chiedendole proprio nel suo locale di fiducia, o, ancora, ordinando semplicemente qualcosa in meno a tavola o al banco.

Si attesta attorno al 36%, invece, la percentuale di clienti che fa trading out. Significa che esce dal mercato, andando nei locali meno spesso. In altre parole, più di 1/3 dei consumatori è disposto a ridurre le visite per fronteggiare i rincari.

La mappa dei comportamenti: più di 1/3 esce meno, quasi il 50% cambia abitudini e adotta strategie per risparmiare

I frequentatori assidui in difficoltà

Il risultato è una minore frequenza delle visite, come testimoniato dal dato generale già esposto all'inizio. L'impatto più significativo si nota sui consumatori assidui di bar e ristoranti, quelli classificati come heavy users. In un solo anno, i clienti da "più di una volta alla settimana" sono scesi dal 28% al 20%. Quelli da uscita "una volta la settimana" sono calati, dal 28% al 24%, mentre (sempre nell'indagine Circana) sono salite le frequentazioni "una volta al mese", da 9% a 14%, e "mai", da 2% a 5%.

Che strategie adotta chi vuole tenere lo scontrino sotto controllo? Promozioni, menu combo, rinuncia alle proposte più costose e tagli alla testa e alla coda del pasto: antipasti e dessert, ma soprattutto consumazioni alcoliche. Il dettaglio è nel grafico qui sotto.

A caccia di promo e menu combo. Penalizzati i consumi alcolici

Gli esercenti, insomma, dovranno aggiornarsi e acquisire competenze gestionali. Lavorare su promozioni e strategie di marketing ben pensate per cogliere le opportunità in un contesto di grande cautela. Nel quale, però, il valore dell'esperienza fuori casa come risposta alle esigenze di convivialità e di socialità non viene certo a mancare.

Formazione di eccellenza a SANA Food, anche con masterclass firmate Associazione Italiana Cuochi e World IAC

SANA Food 2026
Dal 22 al 24 febbraio a BolognaFiere la nuova edizione della fiera b2b dedicata al cibo sano e sostenibile. Tra le novità, la partnership con l’Associazione Italiana Cuochi e World IAC, che sarà protagonista di un ciclo di masterclass guidate dai propri chef

Torna a BolognaFiere, dal 22 al 24 febbraio, l’appuntamento con SANA Food, la manifestazione b2b per i professionisti che vogliono diversificare la propria offerta di cibo sano e sostenibile per l’Horeca, il canale specializzato tradizionale, il risto-retail e le gastronomie. L’edizione 2026 si presenta con una novità di rilievo: la collaborazione ufficiale con l’Associazione Italiana Cuochi (AIC) e World IAC, realtà da sempre impegnata nella tutela, nella formazione e nella valorizzazione della cucina italiana.

Nove appuntamenti tra conoscenza e tecniche

Cuore esperienziale della manifestazione sarà l’area OoH Lab!, dove AIC proporrà un ricco programma di masterclass condotte dai propri chef. Nove gli appuntamenti, pensati per valorizzare il patrimonio gastronomico italiano e per rispondere a una duplice esigenza dei professionisti del fuori casa. Da una parte, approfondire la conoscenza di alcuni piatti tradizionali, per esempio il tortellino, il pesto di Prà e la pasta ripiena rivisitata in versione contemporanea, per poterli inserire all’interno dei propri menù. Dall’altra, affinare le tecniche di preparazione, grazie al confronto diretto con chef altamente qualificati.

L’incontro tra cucina e vino sostenibile

Le preparazioni protagoniste delle sessioni saranno abbinate ai vini selezionati da Slow Wine, grazie alla sinergia tra SANA Food e Slow Wine Fair, la fiera internazionale dedicata al vino buono, pulito e giusto (leggi qui). Le due manifestazioni si svolgeranno, infatti, in contemporanea, in padiglioni adiacenti, e gli operatori Horeca potranno accedere, con un unico biglietto, a un percorso completo nel food & beverage sostenibile e di qualità.

QUI IL PROGRAMMA COMPLETO

Cucina sana tra tradizione e innovazione

Le masterclass metteranno al centro i temi della cucina sana e dell’innovazione, senza perdere il legame con la tradizione: autenticità, piatti semplici, mai banali, capaci di raccontare il territorio attraverso tecnica, ricerca e rispetto della materia prima.

Ampio spazio sarà dedicato all’impiego di prodotti di alta qualità, inclusa una selezione di proposte provenienti dagli espositori di SANA Food: eccellenze DOP e IGP, prodotti biologici e altre specialità riconosciute dalle guide Slow Food.

Il tema dell’alimentazione sana sarà declinato in un approfondimento a cura di AIC specificamente dedicato alla cucina gluten free.

Al termine di ciascuna masterclass, oltre a un attestato di partecipazione, gli iscritti riceveranno il ricettario relativo alla loro sessione.

La formazione per i buyer

Il calendario di SANA Food prevede, inoltre, appuntamenti rivolti a oltre 300 buyer internazionali e a una selezione di buyer italiani. Tra questi, l’incontro Il miele italiano tra qualità, valore e riconoscibilità, organizzato con l’Osservatorio Nazionale Miele e in collaborazione con Ambasciatori dei Mieli. La degustazione professionale, guidata da Maria Lucia Piana, tra le massime esperte italiane di analisi sensoriale del miele, offrirà strumenti per conoscere e valutare il miele italiano di qualità.

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