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Il Barolo finisce nei cocktail

Barman –

Il vino piemontese protagonista di nuove miscele proposte da Sante Schena

Il Barolo chinato, ingrediente principe di nuovi cocktail: a confermarlo è Sante Schena, segretario nazionale dell'Aibes e componente della sezione piemontese. «Il Barolo chinato è un grande prodotto dell'enologia e nei cocktail - dichiara Schena - Al posto del vermouth rosso, ci sta benissimo». Proprio Schena, in quel di La Morra, centro dell'Albese nel cuore della zona di produzione del Barolo, è stato protagonista di un “esperimento”, nell'ambito della decima edizione dell'asta del Barolo, organizzata nella sede dell'azienda vinicola Gagliardo.

Cocktail party
All'evento hanno partecipato appassionati di enologia dall'Italia e dal resto del mondo, insieme ad acquirenti collegati in diretta da Singapore e Hong Kong. È stato un successo. La vendita all'incanto di pregiate annate di Barolo, messe a disposizione da varie blasonate aziende del territorio, ha fruttato quasi 80 mila euro.
Tra gli appeal collaterali alla manifestazione, particolarmente gradita è stata la parentesi del cocktail party al Barolo chinato proposta da Schena e dal suo staff. Una provocazione? «Per niente - assicura il barman piemontese - vivo e lavoro in Piemonte e conosco bene il Barolo chinato e le sue proprietà di eccezionale vino aromatizzato. Con gli organizzatori dell'evento di La Morra si è voluto presentarlo in modo inusuale e nuovo, in forma di cocktail, anche per rinnovare l'immagine di un prodotto che troppo spesso non viene considerato abbastanza».

Barolo Tonic e "Cu-Cu"
È nata così l'idea di reinterpretare due ricette conosciute in ambito internazionale, lo Stinger e il Negroni, insieme ad altrettante nuove, create per l'occasione, il Barolo Chinato Tonic, con acqua tonica, e il “Cu-Cu”. Questo è l'acronimo di Cuba-Cuneo, per richiamare le origini geografiche degli elementi base di questo cocktail: rum cubano e Barolo chinato cuneese.
Spiega Schena: «Il Barolo chinato è passato dall'austerità alla mondanità quasi per gioco. E il gioco è l'arte del cocktail così come veniva interpretata nel Rinascimento quando alla corte di Caterina De' Medici si miscelavano decotti di erbe e liquori, scoprendone poi gli effetti medicamentosi. Da allora il concetto di cocktail sì è evoluto, ma è rimasto intatto l'aspetto ludico di combinare ingredienti diversi e colorati». In fondo il Barolo chinato non fa altro che ripercorrere le stesse strade del vermouth, vino liquoroso aromatizzato, che tante soddisfazioni dà e continua a dare ai professionisti della miscelazione.

Dolcificanti, istruzioni per l’uso

Salute –

Qualche consiglio sull’utilizzo dei più comuni sostituti dello zucchero

Sono in tanti, per ragioni dietetiche oppure mediche, a voler tagliare gli zuccheri senza rinunciare a un buon caffè dolce. In loro aiuto arrivano i dolcificanti, ma che differenza c'è in termini di calorie e quali effetti possono avere sulla salute?
Partiamo dal saccarosio, il comune zucchero. Viene estratto dalla barbabietola nei Paesi europei e dalla canna da zucchero nel resto del mondo. Contiene circa 4 calorie per grammo.
Chi segue una dieta ipocalorica può sostituirlo con dolcificanti che forniscono meno calorie o che, avendo un potere dolcificante più elevato, possono essere usati in quantità inferiori. Ce ne sono varie tipologie, molto diverse tra loro. La principale distinzione è tra naturali e sintetici.

La potenza dei sintetici
Uno dei dolcificanti naturali più comunemente usati è il fruttosio. Presente nella frutta e nel miele, apporta 4 calorie per grammo come il saccarosio, ma dolcifica di più. Il suo basso indice glicemico lo rende adatto anche ai diabetici.
Il lattosio, estratto dal latte dei mammiferi, è un altro dolcificante naturale. Fornisce 4 calorie per grammo e dolcifica quanto il saccarosio, ma è spesso causa di intolleranze alimentari, cosa che va tenuta presente ed eventualmente segnalata al cliente.
Tra i dolcificanti di sintesi, il più usato è l'aspartame. Dolcifica circa 200 volte più del saccarosio, quindi ne basta pochissimo per sostituire un cucchiaino di zucchero. Un consumo eccessivo di aspartame, però, può creare un accumulo di metanolo nell'organismo provocando emicranie, reazioni allergiche e, in rari casi, epilessia. È ovvio quindi che il suo consumo vada limitato e, per le donne in gravidanza e per i bambini, del tutto escluso.
Anche L'acesulfame-K è 200 volte più dolce dello zucchero e, come l'aspartame, non causa carie ed è adatto ai diabetici.
La saccarina, infine, dolcifica 500 volte più dello zucchero, ma le persone allergiche ai sulfamidici non dovrebbero utilizzarla.
Per i diabetici la scelta non c'è: devono stare assolutamente alla larga dallo zucchero. Perciò è importante poter fornire loro un dolcificante sostitutivo. Quanto a chi è a dieta, il consiglio può essere quello di non eccedere nell'uso dei sostituti, specialmente quelli sintetici. Per far loro contenere l'apporto calorico, si può consigliare di mischiare zucchero e dolcificante.

Il vassoio cambia design

Idee –

Sicura base d’appoggio per stoviglie e bicchieri o, se serve, piatto e portabicchiere, così i designer ripensano un comunissimo oggetto di servizio

C'era una volta il vassoio e le sue elementari ma indispensabili funzioni d'uso: portare in tavola le vivande, trasportare piatti, bicchieri e altro dalla cucina alla sala da pranzo.

Il vassoio nella ristorazione del duemila
Compiti che una superficie piatta (normalmente di forma rettangolare) con due maniglie appese, o al limite anche un piattone formato magnum, dal paleolitico fino all'altro ieri, avevano svolto più che brillantemente. Poi vennero gli aeroplani e i self service, il sushi, l'happy hour e il take-away. Colazioni consumate in ufficio e cene davanti alla televisione. E quindi bacchette, salsine, lattine e contenitori di forma nuova a caccia di modi nuovi e salvaspazio per essere trasportati, e cibi etnici (e non), dalle originalissime fattezze, da consumarsi in differenti maniere e in luoghi leggermente più angusti dei grandi saloni affrescati dei film di Visconti.

In Piemonte un concorso per innovare
Forse anche per questo, e cioè per cercare soluzioni innovative alla molteplicità dei consumi contemporanei, la Monetti di Racconigi (CN), ha celebrato i suoi 50 anni di attività con un concorso internazionale rivolto a giovani progettisti under 35 dove il vassoio, prodotto storico dell'azienda piemontese, fosse indiscusso protagonista. Trecento e più partecipanti hanno aderito al “Monetti International Tray Design Competition” inviando i numerosi progetti declinati nelle tre tipologie richieste dal bando: vassoio di servizio (per agevolare il più possibile il lavoro dei camerieri), vassoio self-service (per rendere più pratico e gradevole il trasporto/consumo), vassoio happy hour (per affrontare gli odierni utilizzi in occasione di aperitivi e party). Dopo un'attenta valutazione la giuria ha consegnato (lo scorso 20 ottobre nel corso di Host 2007- Salone Internazionale dell'Ospitalità) i premi ai primi tre classificati e le quattro menzioni d'onore, ai designer più meritevoli.

I premi
Per la cronaca il primo posto è andato a “Vassoietta”, vassoio self-service ideato da Federica Tosco, Eugenia Elkind e Giselle Gaido. Il progetto si è distinto per l'eleganza e la morbidezza delle forme, che richiamano il tessuto delle tradizionali tovagliette ma che è da realizzare in Pmma termoformato, riciclabile e perfettamente lavabile.
Per funzionalità la nostra menzione d'onore va attribuita a “V.a.Z.”, il progetto che ha meritato l'argento firmato da Lucia Bertolini. Un piatto ovale concepito come vassoio di servizio, che richiama piuttosto i cappelli degli Alpini o i copricapi della goliardia universitaria. Qui i bicchieri e le stoviglie sono alloggiati in posizione comoda e sicura grazie a un rialzo che rende difficoltosa la caduta degli oggetti.

Il terzo classificato si chiama invece “Free Hand” (nella foto), un vassoio happy hour ideato da Emiliano Capponi e Daniele Panzetta. Comodissimo da maneggiare, leggero e “amichevole” e da realizzarsi in policarbonato alimentare, consente di avere tutto a portata di mano, grazie al vano portabicchiere (posto al centro di un piatto vagamente giapponese, ideale per gli stuzzichini), che ne diventa il geniale sostegno.
Non meno interessanti le quattro menzioni d'onore andate a: “Dominator” di Stella Ochaa, Irene Ruiu e Riccardo Guglielmo (ispirato al Domino, con i supporti laterali che fungono da porta posate e porta oggetti), “Vassoietto” di Pier Paolo Capestrani (molto comodo e maneggevole, ideale per i pranzi in piedi), “Ginger & Fred” di Francesco Conti (molto capiente grazie ai suoi due livelli) e “Slide” di Mauro Franchi Karol e Balan George (il vassoio “a scomparsa” che si apre e si chiude a seconda del momento).

Aria nuova nella ristorazione milanese

Riaperture –

Il settore, che conta oltre 7.700 esercizi, è vitale: Chef e grandi magazzini fanno a gara per il restyling

La ristorazione milanese è una forte calamita per il turista. All'ombra della Madonnina, dove diporto e affari si legano strettamente, la buona cucina offerta dai locali cittadini è un elemento importante di appeal nei confronti del consumatore e “motore” economico di tutto rispetto.
Lo confermano i dati della Camera di Commercio: i pubblici esercizi vantano una domanda elevata e lo scorso anno sono state inoltrate 874 richieste per aperture di nuovi bar. Un universo che, fra città e provincia, ha raggiunto le 7.711 unità, mentre la ristorazione conta la bellezza di 3.434 esercizi (dati settembre 2007).
Un segnale di vitalità su cui nomi noti della moda hanno scommesso da tempo, puntando al settore come un investimento utile a rinforzare la propria immagine.

Dall'esempio degli stilisti
Ad aprire la strada, Armani con Nobu, Cavalli col Just Cavalli Café, seguito da Trussardi (Trussardi alla Scala) e da Dolce & Gabbana, titolari del Gold. Una cassa di risonanza che contribuisce a portare aria di novità nella ristorazione con nuove aperture, inediti concept e formule pensate per il businessman gourmet.
I casi sono vari. La Rinascente, per cominciare, che ha ripensato la sua area ristorazione. Dopo un radicale lavoro di ristrutturazione, in ottobre è stata inaugurata la Food Hall (nella foto): un'area di 1600 mq, dove si trovano il “mozzarella bar” Obikà, il ristorante Maio, la paninoteca De Santis, il sushi bar My Sushi e un louge bar con terrazza e vista mozzafiato sul Duomo. E ci sono pure un'enoteca (Yn vineria), il Chocolate bar, il Juice Bar e uno shop di Esperya (noto per la vendita on line di prodotti gourmet).

I locali «stellati»
Anche fra i ristoranti top c'è aria di novità. Claudio Sadler, bistellato Michelin, ha inaugurato ai primi di ottobre la nuova sede del suo ristorante (in via Ascanio Sforza). In questa location si è puntato molto sulla privacy: il locale è suddiviso in 4 piccole sale, ciascuna con una capienza massima di 12 persone. Anche qui, come in altri locali gourmet, si punta sulla show kitchen: una delle sale infatti gode della vista sulla cucina, dove 6 cuochi (oltre a Sadler stesso) lavorano con piastre e fuochi di una cucina Molteni ridisegnata dallo chef in base alle proprie esigenze.
Un altro cambiamento, nell'aria da tempo, ha visto protagonista un altro chef a due stelle. Dopo voci di corridoio che davano lo chef in partenza da Milano ha fatto notizia, a luglio, la “separazione consensuale” di Carlo Cracco dai fratelli Stoppani, proprietari di Peck. Lo chef ha rilevato la licenza (ad un prezzo che le parti si sono impegnate a non rivelare) e oggi il locale è diventato “Cracco, ristorante in Milano”.
Prove generali di riapertura, invece, al Savini. Lo storico ristorante è stato riscattato da un poco glorioso passato dalla famiglia Gallo, che ne ha affidato la gestione della cucina allo chef Cristian Magri, uno che si è formato da Aimo e Nadia e si è fatto notare come chef-patron nel suo ristorante Il vicolo (Corsico, Mi). Il locale sarà dotato di un bar-pasticceria al piano terra, mentre il ristorante si troverà al piano superiore.
Aria di novità anche nella ristorazione di Fieramilano a Rho. Fiera Food System (società del gruppo Fiera Milano), dopo l'apertura del ristorante“Sadler cheap & chic” - la cui cucina è diretta dal già citato Sadler - ha rilanciato e in occasione di Mipel (fiera della pelletteria, a settembre) ha aperto 2 nuovi punti di ristoro.
Uno era gestito da “Claudio, la pescheria dei milanesi”, con una proposta di specialità ittiche. Al visitatore che preferiva la carne era invece dedicato il ristorante Controvapore, dove la protagonista era la carne chianina di Dario Cecchini.

L'appuntamento fieristico
A celebrare Milano come capitale della cucina sarà poi anche il congresso Identità golose (27-30 gennaio, www.identitagolose.it). Quattro giorni che vedranno riunito il gotha della cucina italiana e internazionale e attireranno nel capoluogo lombardo un gran numero di professionisti, giornalisti e appassionati gourmet. Un palcoscenico di novità, tendenze, volti noti e nuovi della cucina d'autore, che traccerà le linee guida per il futuro della ristorazione.

Anche i locali scelgono il riciclo

Ecologia –

In Italia la raccolta differenziata riguarda 8 milioni di tonnellate di spazzatura. Occorre ridurre gli sprechi

Una volta bastava gettare tutto in un sacco nero e il problema rifiuti era risolto. Oggi non è più così. La maggior parte dei comuni italiani (tranne qualche deprecabile eccezione) pratica la raccolta differenziata, che obbliga a separare le varie frazioni dei nostri scarti quotidiani. Le discipline cambiano di città in città, ma in linea di massima le frazioni riguardano il rifiuto umido (scarti organici), il vetro, l'alluminio, carta e cartone puliti (cioè non unti o sporchi di alimenti) e il rifiuto secco, tutto quanto non rientra nelle categorie precedenti.

La raccolta differenziata in Italia
In Italia nel 2006 sono state recuperate 8 milioni di tonnellate di rifiuti, il 66% di tutti quelli prodotti, secondo le stime del Conai. Il Conai, Consorzio nazionale imballaggi, è l'organismo che coordina la raccolta differenziata in Italia: raggruppa sei diversi consorzi, ciascuno specializzato in uno specifico materiale. Si tratta del Cial (alluminio), del Consorzio nazionale acciaio, del Comieco (carta e cartone), di Rilegno (scarti legnosi), del Corepla (materie plastiche) e del Coreve (vetro). Ma che fine fanno i rifiuti raccolti con la differenziata? Il loro destino cambia in base al materiale, ma grosso modo si basa sullo stesso processo. Gli scarti vengono portati a centri di raccolta autorizzati, distribuiti su tutto il territorio nazionale, dove sono trattati e selezionati. Dopodiché, la “materia prima” viene avviata ad aziende private di trasformazione, che la utilizzano per dar vita a nuovi prodotti ecologici.

Una catena importante anche per i locali
Riciclare i rifiuti non è soltanto una buona azione. È una prassi indispensabile per evitare che quanto buttiamo via finisca per sommergerci. Il primo passo sarebbe ridurre al minimo gli scarti, selezionando per esempio prodotti che utilizzano imballaggi “light”, ridotti al minimo. Molte aziende alimentari stanno imboccando questa strada. Anche i comuni stanno studiando soluzioni per agevolare i locali pubblici. A Milano, per esempio, l'Amsa ha avviato un programma di raccolta domiciliare degli oli e dei grassi vegetali e animali esausti, quelli usati per le fritture per intenderci. Chi aderisce viene esentato dal tenere il registro di carico e scarico per questo tipo di rifiuti. Sempre a Milano, nel 2006, è stato distribuito gratuitamente Cenerino, un portacenere ecologico per i locali pubblici, da tenere in strada. In molte città, come ha fatto per esempio l'Ama (Azienda Municipale Ambiente di Roma), per i commercianti sono stati predisposti servizi di raccolta porta a porta, specialmente per quanto riguarda i cartoni. I rifiuti di questo tipo vanno lasciati fuori dal locale, ben piegati, dopo la chiusura.

L’aceto conquista gli chef

Sapori –

Da mosto d’uva, riso, birra o mele, i condimenti balsamici possono arricchire ogni ricetta: ecco le novità nostrane e straniere

È un gioiello della gastronomia tradizionale italiana, uno dei più antichi e preziosi. Eppure, a dispetto della lunga storia, ancora oggi l'aceto deve combattere in Italia e nel mondo per difendere identità e valore. Per un italiano (e figuriamoci per un americano) non è ancora facile cogliere la differenza tra l'aceto balsamico tradizionale di Modena Dop e uno di Reggio Emilia Dop, oppure capire le caratteristiche di un balsamico di Modena in attesa di Igp (e le baruffe tra produttori e consorzi non migliorano certo la situazione).

L'aceto Dop contro la "salsa balsamica"
Il genius loci, il know-how secolare, la materia prima pregiata, sono tutti fattori che impallidiscono di fronte alla “salsa balsamica” che l'attore dagli occhi di ghiaccio Paul Newman vende in quantità negli States. Grazie anche alla storiella descritta in etichetta dell'invenzione di questo condimento da parte di una mitica signora Vinegar, che mai (aggiungiamo noi) ha sentito parlare di Emilia e dintorni. Una salsa che ha ben poco a che spartire con l'aceto balsamico dal sapore agrodolce che si sposa bene con ogni piatto, dalla carne ai formaggi, dal pesce alle verdure, dalla frutta ai dolci e ai gelati.

Produzione artigianale e industriale
Curiosamente sembra esserci per chef e gourmet ancora molto spazio per sperimentare nuovi abbinamenti con i tre aceti balsamici riconosciuti.
Quelli di Modena Dop e di Reggio Emilia Dop restano i più pregiati grazie a una lavorazione ancora artigianale del mosto d'uva cotto, che richiede un processo di fermentazione, ossidazione e invecchiamento di almeno 12 anni. Ma la maggior parte del mercato spetta all'aceto balsamico di produzione industriale, decisamente meno costoso e prodotto in quantità maggiori.
L'universo dei condimenti balsamici e agrodolci è ancora più ricco e comprende aceti provenienti da materie prime diverse dal mosto d'uva, come riso, birra, orzo, mele.

Tutte le novità in Italia e all'estero
Non è un caso che la prima edizione di Gusto Balsamico, che si è svolta a Modena in ottobre, sia stata concepita come rassegna biennale degli aceti e dell'agrodolce e che, accanto ai produttori emiliani, ci fossero una quarantina di espositori di tutto il mondo.
Fra le curiosità, l'aceto cinese di riso, quello ottenuto dal siero del latte vaccino, ma anche gli aceti di birra o di sherry. Una novità è il balsamico bianco prodotto dall'Acetaia Bernardoni. È ottenuto con il vino cotto e passato in botti di frassino per 12-18 mesi. Per il giusto equilibrio di dolce e aspro si addice al pesce crudo e cotto, di cui non altera il colore, in particolare al sushi.
Più aspri, ma altrettanto accattivanti su carne, pesce e verdure, sono gli aceti di vino aromatizzati con la frutta come fragole, lamponi, limone, arancia, mele, pompelmo, che, allungati con acqua, possono diventare bevande dissetanti. Oppure, trattati con l'apposito vaporizzatore, danno un tocco aromatico ai piatti più diversi.

L'aceto balsamico in cucina non trionfa solo tout court, ma anche come base per elaborazioni più raffinate. Ad esempio, l'Acetaia Paltrinieri produce la crema balsamica con aceti giovani (2-4 anni) e una piccola percentuale di farina di carrube: è ideale per decorare le pietanze, accompagnare salumi o versare sul gelato. Poi ci sono le composte di frutta biologica, zucchero e balsamico bio di Modena prodotte dall'acetaia Villa Bisini Gambetti: fragolaceto è stata inventata cinque anni fa e poi, dato il successo riscosso, sono state create la fichiaceto e la pereaceto e infine, su suggerimento di un cliente di Tokyo, la ciliegiaceto utilizzando le celebri ciliegie di Vignola.

Pesce e birra, un’accoppiata che funziona

Nuovi gusti –

Molti chef italiani hanno deciso di affrontare questo insolito abbinamento, con ottimi risultati.

In vari Paesi del mondo l'abbinamento birra & pesce può vantare un rapporto diffuso e di lunga data: ostriche con stout (Irlanda), zuppa di cozze con red ale (Belgio), sushi con lager (Giappone). In Italia invece il rapporto è sempre stato occasionale.
A scatenare un vero e proprio fuoco d'artificio di proposte ha provveduto Assobirra (www.assobirra.it) con un apposito invito rivolto agli operatori della ristorazione di qualità. I primi a rispondere all'appello sono stati gli chef Jre (Jeunes Restaurateurs d'Europe) che ogni venerdì, dal 14 settembre al 5 ottobre scorso, hanno servito le rispettive proposte in 84 ristoranti di tutta Italia. Una schiera di giovani chef, alcuni con nomi già famosi come Moreno Cedroni, Pietro Leeman, Mauro Uliassi, Ciccio Sultano. Una risposta concreta a quel 40% di consumatori italiani di birra (14 milioni) che, secondo una recente indagine Assobirra-Makno, è interessata a questo tipo di abbinamento.

Le regole per un buon abbinamento
Cerchiamo ora di definire alcune regole per gli abbinamenti ideali birra & pesce. Per sapore e grado alcolico, la forza della birra deve essere proporzionata al sapore del piatto. A maggior ragione per il pesce la cui delicatezza di gusto è proverbiale. Molto dipende anche dal tipo e tempo di cottura e dagli ingredienti impiegati. Discorso a parte per i molluschi come le ostriche, contraddistinti per un forte “sapore di mare”, per i quali sono più indicate birre decise come stout e trappiste. Con antipasti leggeri come le insalate di mare si può puntare a una delicata birra di frumento tipo blanche belga, mentre con tartine a base di salmone o trota affumicata, dal gusto più deciso, bisogna salire di sapore con una weizen tedesca. Per pesci in carpione come le sarde veneziane in saor è consigliabile una birra doppio malto d'abbazia per “ammorbidire” la cipolla. Con antipasti di pesce bollito con salse (salmone e maionese, gamberetti in salsa rosa) sono preferibili le doppio malto chiare dal contenuto alcolico più alto. attenzioni.

Primi e secondi: il pomodoro ha la sua importanza
Per primi e secondi piatti, bisogna sempre tener conto della presenza o meno del pomodoro, per la sua inconfondibile componente acidula. In caso di zuppe “in rosso” è inevitabile ricorrere a birre dalle spalle larghe come le ambrate tipo belgian strong ale. Attenzione all'eccesso di prezzemolo, anche per i piatti in bianco, perché con la sua componente amarognola rende necessaria una birra forte. I fritti di pesce sono probabilmente il compagno di piatto più facile. La birra ideale deve bilanciare l'oleosità del fritto con una nota di freschezza acida e un'effervescenza leggermente marcata. Nel fritto misto di paranza è così più indicata una bionda lager; con gusti più decisi come il fritto di calamari è da preferire una chiara pils.

A Bordeaux il primo albergo in Corian

Progetti –

La facciata dell’hotel Seeko’o è stata interamente realizzata con il materiale composito

E' il primo hotel al mondo con la facciata in Corian, materiale composito inventato dagli scienziati di DuPont. Apre a settembre nel centro di Bordeaux, in Francia, sulla riva sinistra della Garonna. Si chiama “Seeko'o” (www. seekoo-hotel.com ) e sta per iceberg nella lingua Inuit, parlata nell'Artide nordamericana e nel Labrador. Il costo totale è di 4,2 milioni di euro. E' su cinque piani con 45 stanze fra i 27 e i 55 metri quadrati (di cui cinque all'ultimo piano, dotate di terrazza con vista panoramica sulla Garonna); hammam, sauna, business center e sala riunioni per 35 persone. Il progetto architettonico è stato studiato dall'Atelier d'architecture King Kong. L'albergo innovativo è nato dall'obiettivo di creare un progetto di rottura, ma compatibile con i luoghi circostanti a ridosso del fiume Garonna, il cui recupero richiede la massima attenzione. Col risultato di valorizzare la città stessa.

Il nuovo materiale
Corian è un materiale composito ad alte prestazioni funzionali ed estetiche, utilizzabile per realizzare superfici piane e curve per applicazioni d'arredamento e design destinate ad ambienti residenziali e pubblici. È omogeneo in tutto lo spessore, non-poroso; non richiede finiture aggiuntive perché nasce prefinito; si pulisce e ripristina facilmente; è riciclabile; è dotato di grande robustezza e formabilità; è traslucente in alcuni colori. Scelto per le caratteristiche di robustezza, resistenza alle intemperie e buon comportamento al fuoco del Corian, il rivestimento della facciata comporta l'adozione di un sistema di fissaggio invisibile su una struttura portante costituita da binari orizzontali e verticali.

L’arte che si gusta bevendo un caffè

Tendenze –

Pittura, fotografia, opere multimediali lasciano le gallerie per mostrarsi al grande pubblico. L’esempio di Alex Turco

Vorremmo denunciare un furto seriale. Le vittime sono le gallerie d'arte, i “ladri” sono i bar che stanno rubando opere e artisti. Il furto è alla Robin Hood: ha scopo benefico.
Pittura, fotografia, opere multimediali lasciano gli spazi stretti delle gallerie - frequentati dai soliti noti - per farsi conoscere dal grande pubblico. Dal 2000 abbiamo visto decollare il fenomeno art café in tutta Italia. Tra i nomi di spicco l'Ab+ Club di Torino, Linux Club e Extrobar di Roma, Mammut di Catania, Plasma di Firenze e Le Trottoir di Milano.

Luoghi reinventati
Questi spazi mettono in piedi performance artistiche per tutti i gusti, dai vernissage ai reading di poesia, dalle serate di cortometraggi alla video art. Il fenomeno ha assunto un tale peso che Sottocornonove, galleria d'arte e di design milanese, ha preso le contromisure e ha inserito nel suo spazio un coreografico wine bar aperto dalle 10 a mezzanotte.
Se le cose stanno così, allora anche gli artisti si adeguano. Alex Turco è uno di questi. Lui le gallerie, quelle classiche, non le frequenta per scelta. Mette in mostra le sue opere solo in discoteche, art hotel, lounge bar e ristoranti.
Quella di Alex Turco (alexturco.com) è un'arte seriale, fatta di riproduzioni, di repliche fotografiche, poi rielaborate in mille modi, fino a farle diventare opere uniche.

La collezione
L'artista è un cultore della moda, per questo le sue esposizioni le chiama collezioni, anzi Collections. Esce in primavera-estate e in autunno-inverno come fanno le griffe. L'ultima è la collezione numero 3, battezzata Dreamers, di scena fino al 4 gennaio al Nhow Art Hotel di Milano (nell'immagine, la tela Gold Show).
Si tratta di sei opere realizzate su pannelli e pelli pregiate che hanno come protagonista la sensualità femminile. «Puoi toccarla se vuoi!», dice l'artista al ragazzo che goffamente si sta avvicinando a uno dei suoi pannelli, 100x100 cm, dal titolo “Dream on”. Pensiamo a una provocazione. E invece l'art designer, come lo definisce il catalogo, ama pensare alle sue opere come a oggetti che possono essere «toccati, manipolati e perfino urtati». Per questo molte delle sue tele sono lavabili e a prova d'urto. «Sono creazioni pensate per ambienti come i lounge o le discoteche. Fatte per essere vissute intensamente. Elementi d'arredo più che opere da contemplare».

La tecnica
Per realizzarle, Alex Turco usa una tecnica che è un mix delle sue conoscenze professionali: arte, design e moda. Si serve della fotografia («perché permette la rappresentazione di qualsiasi soggetto»), della grafica multimediale («così posso riprodurre immagini in ogni dimensione») e di materiali insoliti per decorare: resine scaldate, glitter, Swarowski, cellophane, vernici colate, foglie d'oro e d'argento. Le creazioni delle sue Collections sono numerate con una tiratura di 200 esemplari. Ogni singola opera è composta dallo stesso layout fotografico e grafico, ma è resa unica dalle applicazioni manuali di Turco.

I cocktail leggeri vincono il mondiale

Drink –

La finale internazionale di Kuala Lumpur ha visto in gara 570 barman, di cui 47 italiani

Li abbiamo lasciati felici e contenti all'ultima edizione di Barfestival. I 47 vincitori della Cocktail Competition di Bargiornale avevano almeno due buoni motivi per sorridere. Il primo, l'avevano spuntata tra 570 bartender. L'altro, hanno potuto staccare il biglietto per la finale di Kuala Lumpur in Malesia. Li abbiamo seguiti in questo viaggio durato cinque giorni (dal 30 settembre al 5 ottobre) in questa ex cittadina mineraria, immersa nella giungla, che in 15 anni si è trasformata in una metropoli moderna e multiculturale dove convivono grattacieli da record come le Petronas Towers, templi cinesi e maestose moschee come la Masjid Jamek. 

La sfida
A “shakerare” la città ci hanno pensato i nostri campioni del drink, che si sono sfidati sulla pedana della Grand Ballroom, la sala convegni del cinque stelle The Westin Kuala Lumpur. Divisi in 16 batterie, per prodotto sponsor, più una dedicata alla gara speciale Metamorfosi del Mojito hanno preparato 188 drink, usando oltre 300 chili di ghiaccio e 50 di frutta e verdura per preparare e decorare le ricette. Tra i 47 concorrenti alcuni pluricampioni come Angelo Carpentieri, Stefano Conti, Gino Benvegnù, Alfonso Miniero. E molte lady del drink. Un concorrente su cinque è donna. Tutte, affermate o outsider, hanno dimostrato di non avere complessi d'inferiorità verso i colleghi maschi. Parliamo di barmaid come Cristina Bini, Karin Engele, Cristina Parente, Donatella Ramazzotti che hanno portato in scena drink equilibrati, armonici e di buon gusto estetico. Le barlady e gli altri sfidanti, divisi in batterie da tre, si sono battuti con le stesse ricette premiate a Rimini dalla giuria dell'Associazione italiana sommelier.

I criteri di giudizio
A fare da giurati a Kuala Lumpur sono stati invece i rappresentanti delle aziende partner della Cocktail Competition di Bargiornale. Parliamo di grande realtà nel mondo degli spirits e della miscelazione: Biscaldi, Campari, Diageo, Luxardo, Ilar Pallini, Martini & Rossi, Maxxium, Stock e Toschi. I punteggi sono stati assegnati in modo da premiare più il gusto che l'apparenza. Le schede voto contenevano le voci “originalità” (punteggio da 1 a 10), “estetica” (da 1 a 5), “gusto” (da 1 a 10) e “aroma” da uno a dieci. Ne sono usciti vincenti i cocktail poco robusti e dall'insieme equilibrato, quelli dolci (molte le “creme” in gara), ma soprattutto quelli dal tocco fresco, esotici o mediterranei, comunque ricchi di frutta.

Le soluzioni Hi-tech del futuro per sommelier

Tecnologie –

Espositori intelligenti, lettori di etichette con collegamento bluetooth, cavatappi al titanio e vestine in neoprene. I prodotti che rendono la vita facile e fanno risparmiare

«Uso il lettore RFid per leggere i tag delle bottiglie e tramite collegamento bluetooth scarico le informazioni sul Pc». «Bravo! Ma ce l'hai lo stabilizzatore termico o il caddie in neoprene per conservare in temperatura i tuoi vini? ». Sarà questo il linguaggio che sommelier o semplici appassionati useranno nel prossimo futuro. Ma nessun dorma! Le innovazioni tecnologiche sono all'ordine del giorno. Chi avrebbe mai pensato di poter usare un cellulare per leggere i codici a barre dei prodotti e, collegandosi ad Internet con lo stesso apparecchio, acquisire informazioni utili e quindi orientare le proprie scelte? Eppure la Toshiba ne ha appena annunciato il lancio (toshiba.it).

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Di più: con i nuovi codici a radio frequenza (tag), si può usare un semplice lettore Rfid per venire in possesso di informazioni riguardo alle caratteristiche organolettiche di un vino, la sua storia, gli abbinamenti consigliati. Il progetto “Etichetta intelligente”, lanciato dalla camera di Commercio di Torino e dalla Fondazione Torino Wireless (torinowireless.it), si basa appunto su questo tipo di tecnologia, che ha anche ispirato il designer Cristian Riccardi per il suo portachiavi e “lettore di vini”, presentato all'ultima edizione di Vindesign. Cambia dunque il modo di vendere il vino. E, contemporaneamente, si modifica anche il modo di servirlo. Con i nuovi stabilizzatori termici si potrà mantenere costante per ore la temperatura del vino, senza usare un solo cubetto di ghiaccio. Per le degustazioni cieche sono invece d'obbligo le vestine in neoprene, una gomma sintetica, la cui massa è costituita da cellule gassose uniformemente distribuite. Ne risulta un materiale elastico, resistente al taglio e allo schiacciamento, all'invecchiamento atmosferico e soprattutto al calore. E una volta stappata la bottiglia basterà insufflarci all'interno un po' di gas aragon o dell'azoto e i vostri rossi si manterranno a lungo senza ossidarsi. Insomma, nella “Matrix” del vino ci sarà di che divertirsi.

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