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La pizza dello chef può costare 300 euro

Locali –

La pizzeria torinese Totò & Macario offre un menu di creazioni che abbinano fantasia e tradizione, con tanti ingredienti speciali

Il murales, proprio sopra il forno a legna, rappresenta il principe Antonio De Curtis, in arte Totò, attore e autore che, tra allegria e malinconia, ha incarnato lo spirito partenopeo, insieme ad Erminio Macario, anche lui attore comico, che seppe portare a livello nazionale la scanzonata e ingenua verve subalpina fatta di battute e saggezza ruspante. I due grandi della commedia italiana, sono raffigurati vestiti da pizzaioli mentre cucinano una fumante pizza napoletana, sullo sfondo del golfo più famoso d'Italia.

La pizzeria ristorante Totò & Macario, in corso Moncenisio 12, lo stradone che collega Torino alla montagna, è un'ode golosa alla cucina delle due regioni d'Italia che hanno punti di contatto anche in materia di gusto. La caratteristica più singolare del locale non è solo aver scomodato testimonial così importanti nell'immaginario popolare, ma anche quella di aver chiesto a grandi chef d'interpretare, attraverso la propria lente gastronomica, ricette d'alta cucina alla pizza.

Pizze d'autore
Com'è nata l'idea lo spiega Enrico Coppola, contitolare di Totò e Macario: «Alla base di tutto c'è l'amore per la buona tavola. Spesso, nel tempo libero, visitiamo i ristoranti di grandi cuochi, per ammirazione nei loro confronti e per il piacere di gustare le ricette che preparano. Da qui l'idea di chiedere una reinterpretazione della pizza in chiave d'alta cucina». Molte griffe dei fornelli hanno aderito alla sfida, e i clienti sembrano gradire l'esperimento. Tanto che oggi nel menu della pizzeria torinese, accanto alle consuete pizze, focacce e calzoni, sotto il titolo “Pizza d'autore”, ci sono una decina di ricette che portano firme importanti nella gastronomia italiana tra cui Ugo Alciati e Davide Palluda.

Chef e ricette
In carta, oltre al Piemonte, trovano ampio spazio anche le altre regioni. Così dalla capitale dà il suo contributo Simone Trabalza, del ristorante La Sora Lella. La Campania è rappresentata da Gennaro Esposito, della Torre del Saraceno di Vico Equense; Giuseppe Durazzano, del Zero Contemporaney Food di Milano, è la risposta padana. Non mancano colleghi pizzaioli come Gabriele Bonci del Pizzarium di Roma, considerato tra gli innovatori del mondo della pizza. Alciati ha abbinato una salsa di famiglia a verdure stufate e un mosto di extravergine, Palluda ha proposto un carpaccio di carne condito con limone, miele, fio di latte e pomodoro fresco. Bonci lancia una focaccia a base di sesamo, mortadella Bologna e zucchine, Esposito si affida a spinaci e carciofi fritti.prezzi. Il tutto tra 12 e 40 euro.

Troppo? Sempre meno della pizza elaborata dal milanese Durazzano che costa 300 euro, giustificati da ingredienti pregiatissimi come il caviale del Mar Caspio, foglie d'oro alimentare e salmone affumicato. Forse anche questa ricetta incuriosisce e conquista se, come racconta Coppola, un gruppo di chef di Gstaad in visita a una maison vinicola piemontese ha ordinato otto di queste pizze. Il messaggio del Totò & Macario, in questo senso, è chiarissimo: anche la ricetta più inamovibile e di successo può essere modificata e rinnovata.

Fast food napoletano a taralli e babà

Idee –

Nel capoluogo partenopeo nasce il primo locale della catena Leò, che propone le ricette tradizionali della Campania in chiave take-away

Babà, taralli, pastiere e sfogliatelle: c'è il meglio della gastronomia napoletana, declinata in chiave street food, al centro del take-away Leò. Il primo punto vendita è stato aperto di recente a Napoli, nell'elegante via Chiaia. Aperto dalle 9 del mattino alle 9 di sera, Leò ha una superficie di 45 mq e si propone come il posto giusto per uno spuntino all'insegna della tradizione.
Il lay-out, curato dall'architetto Massimiliano Hallecher, ha enfatizzato la matrice “panettiera” del locale, interpretata in chiave contemporanea. Ogni spazio Leò necessita di tre o quattro “taralline”, le addette che si occupano della cottura e della vendita, mentre i prodotti semilavorati arrivano dalla casamadre.

Le specialità di Leò
A garantire la qualità dei prodotti e l'autenticità delle ricette sono i proprietari del locale, i fratelli Gianni e Patrizio Infante, proprietari del tarallificio e pasticceria Leopoldo (www.leopoldo.it), una “firma” storica delle ghiottonerie napoletane sin dal 1940, che oggi conta 5 negozi in altrettante zone della città. Ora, con l'arrivo della terza generazione, la famiglia Infante si lancia in questo nuovo business, rivolto a un pubblico giovane che ama la formula del fast food, ma apprezza i sapori e le bontà locali.

Dai forni sempre accesi escono in continuazione le quattro specialità che sono il vanto di Leò: il tarallo “'nzogna e pepe” (sugna e pepe) arricchito con mandorle intere, le profumate sfogliatelle (riccie o frolle), i babà e le classiche pastierine. I prezzi sono 1,50 euro a pezzo per sfogliatelle e babà, mentre i taralli costano 40 centesimi l'uno e sono venduti nei “coppetielli”, tipici cartocci in carta paglia.
Leò è il primo format dedicato in via esclusiva ai must della tradizione gastronomica e pasticcera napoletana. Un progetto che a Napoli sta avendo un buon successo e che i fratelli Infante contano di esportare in Italia e all'estero.

Nuovi locali e franchising
Dopo aver inaugurato il secondo punto vendita all'interno del nuovo centro commerciale Vulcano Buono di Nola, progettato da Renzo Piano, nel corso di quest'anno saranno aperti locali in altre città. La formula scelta per lo sviluppo è quella del franchising. Che il tarallo, principe della gastronomia napoletana di cui esistono varianti gustosissime, sia in futuro capace di eguagliare il successo della pizza? In attesa di verificarne il potenziale, per la prossima estate le energie dei fratelli Infante si concentrano su due aperture importanti, una in via Condotti a Roma e l'altra in via Montenapoleone a Milano.

Un albergo vintage per dj e artisti

Hotel –

L’Ace di Portland si rivolge a una clientela metropolitana e creativa, con il suo lusso minimalista e uno sguardo al passato

Ace Hotel Portland è l'evoluzione e la messa a punto del concept elaborato da Alex Calderwood, Wade Weigel e Doug Herrick nella precedente struttura dallo stesso nome a Seattle.
L'idea era precisa: un posto dove i loro amici e conoscenti avrebbero voluto soggiornare. Un luogo dove dj, artisti, designer, musicisti, creatori di magazine avrebbero potuto assaporare il clima di rinascita culturale della costa del Pacifico settentrionale. Insomma un hotel con tanta anima, dove la pay per view è bandita, ma la connessione internet wi-fi è gratis.

Minimalismo vintage
La struttura di Portland, con le sue 79 camere, ristorante, coffee shop, spazio per eventi, consolida l'esperienza di Seattle e diventa il flagship dell'insegna, intenzionata a estendersi in altre città e anche all'estero (www.acehotel.com).
L'edificio, dalle ampie finestre e dai soffitti alti, risale al 1912 e si trova nel cuore della città. In passato era un hotel e molti dei dettagli originali, come le vasche in ghisa e i capienti lavabi, la boiserie nella lobby e i pavimenti di legno sono stati restaurati e mantenuti. «Abbiamo conservato il più possibile i caratteri originari dell'edificio con l'idea di creare un look di caldo minimalismo», spiega Alex Calderwood. Il lavoro degli artisti, fornitori e artigiani utilizzati per le decorazioni e le forniture ha creato un mix d'elementi moderni e vintage, la cosiddetta “estetica Ace” definita “fusione tra una pensione europea e lusso minimalista”.

Musica per intenditori
Il risultato non è solo una questione di scelte estetiche. Il progetto di Ace si inserisce pienamente nella vita culturale di Portland, mecca dei collezonisti di dischi in vinile, degli stilisti alla ricerca di temi retro, degli architetti a caccia di materiali da recuperare. Così in ciascuna delle 14 suite si trova un giradischi per audiofili prodotto da Music Hall (www.musichallaudio.com) dove poter ascoltare i pezzi trovati nei vari negozi di dischi usati o disponibili in camera. Artisti già affermati o emergenti hanno contribuito con le loro opere a decorare camere e spazi comuni.

Molti sono i fornitori locali cha hanno collaborato alle dotazioni dell'albergo: Pendleton Woolen Mills per le coperte di lana in stile militare personalizzate Ace, Irwin-Hodson Co. per la segnaletica interna in metallo e i portachiavi, Schoolhouse Electric per gli apparecchi illuminanti.
Nulla nel progetto è lasciato al caso. Tutto si integra perfettamente nello stile dell'albergo: dalle camere budget con letti a castello e bagno condiviso (chiamate band rooms per i gruppi di musicisti in tournée) ai generosi divani della lobby ricoperti in tela militare. Senza dimenticare le uniformi dello staff di Nom de Guerre (www.nomdeguerre.net), azienda specializzata in abbigliamento basic: abiti da lavoro e camicia bianca.

Tempo di riscossa per i rossi di Puglia

Vini –

Primitivo, Negroamaro e ora anche Nero di Troia. Piacciono sia le riserve che i rosati

Nero di Troia in purezza, sempre più sbicchierato, stellato, grappolato, coronato. C'è chi ancora lo chiama alla vecchia maniera “uva di Troia”, fatto è che colonizza il Tavoliere e il nord barese ed è il terzo vitigno a bacca rossa per estensione (1.800 ettari) dopo i salentini primitivo e negroamaro. A rafforzare l'appeal di quest'uva anche la recente scoperta del suo patrimonio fenolico assimilabile a quello dei grandi vini da invecchiamento. Per questo sconcerta sapere che, nonostante i suoi tannini vigorosi e una promettente concentrazione, per tutto il secolo scorso sia stato un vitigno concepito solo per la vinificazione da taglio. Da poco meno di un decennio, invece, il nero di Troia in purezza sta segnando l'allungo.

Proposte sempre più di qualità
Il primo a imbottigliarlo sic et simpliciter, con elevazione in barrique per temperarne i tannini, è stata Torrevento con il Vigna Pedale, nel 1998 (enologo Lino Carparelli). Un vino che quest'anno vanta i 3 bicchieri Gambero Rosso e che nasce da un cru di 5 ettari. Da altre vigne di proprietà, questo vino oltre al vetro viene condizionato in fusti alla spina. Un'idea che nasce da un progetto condiviso con la Cippone & Dibitetto beverage di Modugno (Bari). Nero di troia 100%, fermo, rosso, maturato solo in acciaio, più fruttato, per nulla speziato, giudicato più beverino delle altre versioni che fanno legno. Servito fresco è destinato a un pubblico giovane e a ristoranti o osterie che non vogliono stoccare troppe referenze in bottiglia. «Volevamo sfatare l'idea che un vino alla spina non fosse di qualità - spiega Pasquale Cippone -. Questo di Torrevento è un Igt con le stesse caratteristiche di quello in bottiglia». Sulla stessa scia numerose cantine. Nel 2000, ad esempio, dopo alcuni millesimi di sperimentazione, le cantine Rivera hanno imbottigliato il loro Nero di Troia in purezza chiamandolo “Puer Apuliae” (fanciullo di Puglia) uno dei tanti soprannome di Federico II. La barrique rende più austero e moderno il gusto. Di più. «La macerazione a temperature fra i 23 e i 25 gradi - spiega Leonardo Palumbo, enologo - esalta invece i profumi primari dell'uva, il frutto in particolare e rivela la fragranza floreale della viola rendendo il vino più morbido».

Le offerte della cantina Albea
Prugna in confettura, mora e ciliegia matura, tabacco, cuoio, liquirizia, caratterizzano invece il Lui, nero di Troia in purezza, della cantina Albea di Alberobello. Un vino in cui il frutto è esaltato in tutta la sua pienezza da un mix di uve provenienenti da Andria e dal primo sconfinamento a Sud del nero di Troia, nel tarantino, a Grottaglie. Da questo e dalla mano di Riccardo Cotarella (coadiuvato in cantina da Claudio Sisto) nasce questo vino che già alla seconda vendemmia ha ottenuto i 3 bicchieri e le super 3 stelle Veronelli. Sempre Albea affianca ai toni opulenti del Lui quelli più delicati del rosato R'Osé. Disincantato e provocante già nel nome, nato per i giovani, brioso, accattivante anche nel packaging che ricorre a una champagnotta informale.

Il menu pensato per gli under 18

Iniziative –

Non solo piatti a basso impatto ambientale, ma anche pietanze fantasiose, colorate e a calorie controllate

Curiosino, un simpatico alieno verde, è il paladino dei cibi sani, semplici e gustosi che in compagnia di mele, olive, carote, radicchio e asparagi, parte ogni giorno alla ricerca del Pappamondo Perduto e sfida snack, merendine ipercaloriche e grassi “cattivi”. Curiosino è la simpatica mascotte inventata da Marinella Fagaraz e dalle sue collaboratrici del ristorante Casa Coste di Collalto di Susegana (Tv), che ha presentato il primo menu a basso impatto ambientale e a basso contenuto calorico dedicato ai clienti under 18.

La proposta di Casa Coste
Qui, come detta la filosofia del Km 0, i piatti sono ottenuti esclusivamente con ingredienti freschi locali come il radicchio rosso di Treviso, la patata di Moriago, il fagiolo nano di Levada oltre alla pasta Dalla Costa (Castelminio di Resana), ai formaggi tipici come la Casatella Gaion (San Biagio di Callalta), ai salumi De Stefani (Guia di Valdobbiadene) e ai vini dell'azienda agricola Conti Collalto. I giovani clienti sono, dunque, invogliati all'assaggio di pietanze genuine stagionali, dai colori e dalle forme accattivanti, come il carpaccio di barbabietole con insalata di spinaci (4 euro), la crema “Curiosino” a base di zucca con patate di Moriago, pancetta e fagioli (5 euro), il diaframma di manzo arrostito con erbette saltate (6 euro) e la coppetta di yogurt e cachi con salsa di melograno e cioccolato (4 euro). Le salutari specialità, accompagnate da un cestino di pane di frumento e integrale, sono raccolte in una carta che, dall'antipasto al dessert, non totalizza più di 1.200 calorie.

Il problema dell'obesità
Ogni piatto è ideato e realizzato dal giovane chef Domenico Longo, che si avvale della consulenza di un esperto nutrizionista e di un software che calcola le calorie degli alimenti. Un'iniziativa quella di Casa Coste, promossa da Coldiretti e concomitante al recente allarme sull'obesità lanciato lo scorso anno in occasione della Giornata europea del cibo sano e della cucina dalla Commissione Europea: si stima infatti che nell'Unione ben 400mila ragazzi perdano ogni anno la forma fisica e che i giovani soprappeso siano oltre 22 milioni. Un problema che riguarda anche l'Italia: i casi di obesità o soprappeso, dovuti a una non corretta alimentazione, riguardano infatti quasi il 40% dei giovani attorno ai dieci anni.

I migliori canali di cucina gratis sul web

Tecnologie –

Un nuovo software consente di scaricare facilmente canali a tema

Si chiama Miro ed è un programma, scaricabile su ogni piattaforma (Windows, Mac Os, Linux), che rende semplicissima la visione delle migliori web tv di internet. Oltre 3.300 canali tematici, di cui circa un centinaio dedicati al food. E tra questi le web tv di Jamie Oliver, il vulcanico chef inglese. O il video podcast di Anthony Caporale, istruttore e bar chef con una certa fama negli States. Si va dai semplici canali di ricette di tutte le cucine del mondo, da quella andalusa a quella vietnamita, ai video per i barman, dove si insegna la realizzazione di ogni tipo di cocktail. Miro consente di accedere a tutti questi canali in men che non si dica.

Un semplice software
Funziona come altri “raccoglitori” di video sul web, come You Tube o Joost, ma con notevoli vantaggi: consente di scaricare i filmati in background, una volta scelto il proprio canale tematico, continuando a lavorare con altri software; inoltre permette la visione a schermo pieno, come se il monitor del pc fosse un televisore vero e proprio. Alcuni canali su Miro sono disponibili in alta definizione e l'effetto scenografico è assicurato. Un altro vantaggio di Miro è la qualità della visione. Il software scarica i programmi sull'hard disk e li tiene parcheggiati lì per 5 giorni prima di cancellarli automaticamente. In questo modo non si assiste allo spettacolo in streaming, con la possibilità di interruzioni o di audio “saltellanti”, ma lo si lancia direttamente dal proprio pc, con una resa incomparabilmente migliore. L'unico problema è la quasi totale assenza di canali in italiano.
 
Canali soprattutto in inglese
Per il momento la maggior parte delle emittenti raggiungibili con Miro sono inglese, poche in spagnolo, tedesco o in francese. Chi sa le lingue trova veramente di tutto: canali di cucina vegetariana, un'emittente sulla scienza del cibo, che racconta le proprietà dei cibi più diffusi. C'è chi insegna a fare la birra, chi si occupa di vino fornendo le regole base per la mescita e chi, come Alberta Straub insegna le sue ricette per cocktail di ogni tipo. Miro si può scaricare gratuitamente da getmiro.com (è stata appena rilasciata una nuova versione potenziata). Dal sito è possibile accedere al link makeinternettv.org, che insegna come realizzare la propria web tv e metterla on line. Un passo che consigliamo a tutti, per promuoversi sul web.

Le vie del turismo s’incontrano a Budapest

Rilanci –

La capitale ungherese è diventata una delle principali mete europee, grazie anche a cospicui investimenti stranieri

È come il bianco e nero con il colore, l'analogico con il digitale, il vecchio con il nuovo. Basterebbe confrontare un'immagine attuale di Budapest con una fotografia del 1989, anno del crollo del sistema socialista, per cogliere i segni della sua rapida trasformazione, dell'evoluzione di questa metropoli con 2 milioni di abitanti, oggi proiettata verso un ruolo di “world city”. Gli esperti delle famose guide Fodor's (fodors.com), hanno incluso Budapest tra le destinazioni top del 2008, scrivendo che la capitale ungherese “non è mai stata così splendente”. Gli ultimi dati parlano chiaro: il numero di turisti stranieri in visita nel paese, secondo l'Ufficio centrale di statistica, è aumentato dell'11% a novembre 2007 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, mentre il numero di turisti ungheresi è cresciuto del 10,4%.

Dal grigiore comunista al lusso occidentale
Ad eccezione dei suoi luoghi simbolo, monumenti cristallizati nella memoria come il Castello, il Ponte delle Catene o lo storico Palazzo del parlamento, il cambiamento si coglie ovunque: dalle luminose insegne dei negozi, alle eleganti facciate delle case in centro ristrutturate a regola d'arte, passando per le nuove aree di periferia dove non si respira più l'opprimente e grigia atmosfera di vent'anni fa.
Non manca davvero nulla: le più importanti griffe della moda occidentale che hanno posizionato i loro atelier in viale Andrássy (gli Champs Elysées di Budapest), i nuovi caffè che si rifanno alla tradizione dei locali di fine Ottocento, aree pedonali, boutique hotel e decine di ristoranti, club e bar di tendenza, che sono lì a testimoniare la velocità con cui la capitale ungherese ha accorciato le distanze dalle principali metropoli europee. Non a caso la Banca Mondiale, il più importante organismo internazionale per la ricostruzione, aveva indicato Budapest come un modello da seguire per i paesi emergenti reduci da regimi totalitari.

La rinascita economica
Oggi la capitale è di fatto il motore dell'economia ungherese. La sua veloce rinascita è iniziata immediatamente dopo la caduta della “cortina di ferro” con le prime elezioni democratiche del 1990, ed è proseguita senza stop. Smantellate le basi militari sovietiche ed eliminate dalle piazze le severe statue del regime, oggi confinate in un originale museo, si è dato il via a ristrutturazioni di quartieri, strade, palazzi, monumenti, grazie ai soldi delle privatizzazioni.
Nel 1996 è stato aperto un fondo per il rinnovamento urbano, per sostenere il recupero di circa 2mila palazzi e condomini. Dal 2001, oltre un decimo del budget municipale è stato investito per ammodernare i trasporti, con il risultato che oggi il 65% degli abitanti di Budapest usa abitualmente i mezzi pubblici.

Hotel e ristorazione (anche made in Italy)
Attraverso un piano di marketing territoriale si è creato un ambiente sicuro e favorevole per attirare capitali stranieri: dal 2004, anno in cui l'Ungheria è diventata membro dell'Unione Europea, si sono riversati in particolare nel commercio e nel turismo.
Questi capitali hanno generato un boom d'iniziative. È il caso dell'attivissimo Gruppo Boscolo, che dopo una lunga operazione di restauro ha riaperto nel 2006 il New York Palace (boscolohotels.com), un luxury hotel di 107 camere che ospita lo storico Cafè New York, aperto nel 1894 e costruito in stile eclettico e neorinascimentale. È italiano anche l'Uhu Villa (www.uhuvilla.hu), elegante albergo sulle colline di Buda, la parte medievale della città.

La ristorazione è un altro ambito in cui il gusto e l'esperienza tricolore si stanno facendo valere. Il fiore all'occhiello è rappresentato dal lussuoso Pava, ristorante art decò, con chef bergamasco e manager veneto, al pianterreno del Gresham Palace, lussuoso hotel riaperto nel 2004 dal gruppo alberghiero Four Seasons dopo un accurato restauro (fourseasons.com): ogni mese c'è una cena tematica, con una cantina italiana che presenta i suoi vini. «Una quota significativa di investimenti stranieri sono stati indirizzati nel settore dell'ospitalità, dando vita a nuovi alberghi di lusso, ristoranti, distretti del divertimento, centri culturali, programmi e servizi turistici», spiega László Fekete, direttore del Bto, l'ufficio del turismo di Budapest. «L'entrata di questi attori esteri ha contribuito ad elevare l'offerta turistica della capitale, portandola a un livello senza precedenti». Nel 2006, su un totale nazionale di 9,8 milioni di pernottamenti, solo Budapest ne ha totalizzati oltre la metà. Senza contare che la capitale è entrata, grazie a una moderna dotazione di spazi per la convegnistica e oltre 35mila posti letto, nelle prime 10 destinazioni europee per eventi congressuali.

Locali trendy e turismo termale
Questo insieme di fattori, saldati alla ricerca del nuovo e del moderno, ha portato all'apertura di locali che dettano tendenza anche all'estero. Ne sono esempio il poliedrico TG Tom&George (www.tomgeorge.hu), ristorante di cucina internazionale, indiana, thai, italiana, francese con angolo sushi bar, o il Mokka Cafè Restaurant (mokkarestaurant.hu ) in stile etnico e menu fusion. O, ancora, il White Heaven, dagli interni bianco latte e un bancone luminoso che muta continuamente colore (whiteheaven.hu), lo Spoon Lounge (spooncafe.hu) su un barcone di 75 m sul Danubio e il Menza (www.menza.co.hu), bar ristorante con elementi in stile anni '70, affacciato sulla vivacissima Listz Ferenc, la zona preferita di chi ama fare tardi.

Budapest ha infine una particolarità: è l'unica metropoli al mondo ricca anche di sorgenti termali. L'acqua termale varia dai 21 ai 78 gradi e fuoriesce da 118 sorgenti naturali e pozzi. Nella capitale si può scegliere tra oltre 30 stabilimenti di acque curative, tra cui anche bagni turchi. Una risorsa strategica che consente alla capitale ungherese un vantaggio competitivo rispetto ad altre destinazioni urbane. Dunque non solo cultura (il 2008 è l'anno del Rinascimento in Ungheria), gastronomia e movida. Ma anche benessere e wellness, proprio in linea con gli utimi trend del turismo internazionale.

Il benessere sta nel raggio di 10 miglia

Idee –

Il villaggio di Chew Magna, in Cornovaglia, consuma prodotti locali per aumentare gli affari e ridurre l’impatto ambientale

A Chew Magna, una piccola comunità alle porte di Bristol, nel sud ovest dell'Inghilterra, un gruppo di ambientalisti ha deciso di fare sul serio e dimostrare al mondo che la filosofia delle “food miles” è applicabile alla realtà. Qui, tre anni fa, dodici attivisti hanno dato vita a Go Zero, un'iniziativa che vuole promuovere comportamenti socialmente responsabili tra gli abitanti di questo tipico villaggio di campagna (www.gozero.org.uk).

Divisi in gruppi, gli attivisti di Go Zero, insieme a 400 simpatizzanti, si sono messi al lavoro sensibilizzando scuole, uffici pubblici, aziende agricole, negozi, pub e ristoranti di Chew Magna. Ad esempio, promuovendo la raccolta differenziata dei rifiuti, un uso più intelligente d'acqua, energia, trasporti e, soprattutto, il consumo di alimenti locali, prodotti nel raggio delle dieci miglia. Per incrementare l'offerta del territorio, hanno messo in rete una quarantina di piccoli e grandi produttori e stampato una guida, la “Go Zero Local Food”, che elenca i fornitori locali che hanno aderito all'iniziativa.

La mossa di marketing ha funzionato. Gli affari della comunità sono cresciuti e alcune aziende hanno raddoppiato le vendite dirette. Sono anche mutati stile e abitudini: molti consumatori limitano ormai i loro acquisti nei supermercati solo per prodotti che non trovano localmente. Il circuito include ristoranti con scuola di cucina, come il Quartier Vert e il nuovo Bordeaux Quay di Bristol, ma anche strutture più spartane come il Walled Garden di proprietà della Better Food Company, azienda biologica. Il progetto si finanzia attraverso la donazione di privati, il fund raising e i fondi che la National Lottery devolve alle iniziative socialmente utili.

La birra incalza il vino nella Gdo

Consumi –

Secondo un Rapporto Coop le vendite nella distribuzione hanno registrato nell’ultimo anno una crescita del 6,7%

La birra incontra il favore crescente degli italiani e guadagna terreno persino sul classico vino, grazie soprattutto dell'aumento delle vendite nel canale della grande distribuzione. La tendenza è segnalata da una serie di indagini presentate da Assobirra, l'associazione degli industriali della birra e del malto. L'analisi dei consumi casalinghi (su dati Istat), rivela dei numeri di tutto rispetto: sui circa 470 euro medi mensili destinati dalle famiglie all'acquisto di cibo e bevande, la quota riservata alle bevande, in particolare, è dell'8,9%, cioè 42 euro. Di questi 42 euro, 4,5 sono spesi per la birra, circa 13 per il vino, il resto per acqua minerale e altre bevande, alcoliche e non. L'importo speso per la bevanda al malto registra un “picco” di 5 euro per le famiglie del Sud e delle Isole e una certa trasversalità nei gruppi e nelle categorie di consumo: le famiglie di operai la apprezzano maggiormente (spendendo circa 6,3 euro al mese), ma anche quelle dei liberi professionisti/imprenditori (6 euro). A conti fatti, dunque, ogni nucleo familiare porta in tavola, nell'arco di un mese, circa 5 bottiglie da 66cc di birra. Considerato che la famiglia media in Italia è composta da 2,5 persone, si tratta di circa 2 bottiglie da 66cc a testa mensili.

La birra al supermercato guadagna posizioni sul vino
I consumi degli italiani sono spinti dalla buona crescita delle vendite di birra nella grande distribuzione: lo conferma il Rapporto Coop 2007 su consumi e distribuzione, secondo cui le vendite presso la GDO di birra e vino (considerati insieme), sono aumentate, negli ultimi anni (2003-2006), a un ritmo costante del +2-3% annuo, un tasso decisamente superiore a quello delle bevande analcoliche e superalcoliche. Ma il vero boom riguarda proprio la birra: tra giugno 2006 e giugno 2007 le “bionde” hanno fatto registrare un importante +6,7%, collocandosi all'ottavo posto nella classifica dei prodotti più venduti nei supermercati italiani. Nello stesso intervallo temporale, spiega il Rapporto Coop 2007, si è invece osservato un calo significativo (-6,4%) nelle vendite di vino comune italiano (in vetro, plastica, brick e bag-in-box, in pratica quello deputato al consumo per tutti i giorni).




Cresce il peso della distribuzione
Il dato 2007, comunque, non fa che confermare una tendenza già in atto da diversi anni: il ruolo della GDO negli acquisti di birra da parte degli italiani è cresciuto infatti di quasi il 30% nell'ultimo decennio. Oggi oltre il 50% della birra si vende nei supermercati e negli ipermercati (contro il 42% del 1996), mentre il peso dei piccoli negozi è crollato dal 16% a meno del 5% e quello dei canali horeca (bar, ristoranti, pizzerie) è rimasto stabile, con valori attorno al 45%. Dati sostanzialmente in linea con quelli diffusi dal dossier “Mercati birra” SIMEI 2007, secondo cui i consumi domestici rappresentano in volume il 55% del totale, mentre quelli fuori casa il 45%. La Gdo non è certo rimasta indifferente a questo cambiamento, aumentando la varietà del prodotto: oggi la gamma a disposizione del cliente nei supermercati nazionali è di circa 200 marchi, 10 anni fa se ne contavano meno della metà, 86 in tutto.

La moda delle Long Neck
Per quanto riguarda i modelli di consumo, la lattina rappresenta circa l'8% dei formati acquistati, di poco inferiore alla percentuale di birra consumata alla spina (13,4%), mentre si attesta al 78,7% la quota delle birre in bottiglia. Curiosamente, oggi va più del passato la bottiglia da 33 cc “long neck” (a collo lungo) e si vede con maggiore frequenza la bottiglietta da 20 cc, che alcuni consumatori ritengono più adatta al consumo da single. D'altro canto alcune aziende cominciano a proporre, per occasioni speciali, le magnum da 2 litri di birra, che una volta erano riservate solo a vino e spumante.

Il sondaggio: gli italiani chiedono più informazione
Nonostante i numeri positivi illustrati in precedenza, la “cultura della birra” incontra ancora qualche resistenza nel nostro paese: secondo l'indagine Makno-Assobirra 2007, nei pranzi e nelle cene casalinghi, infatti, la birra è ancora a livelli molto bassi di preferenza (4,4%) tra le bevande portate in tavola con maggiore frequenza dagli italiani, distante tanto dall'acqua minerale naturale (68,7%) quanto dal vino (31,7%). Eppure il 44,8% del campione la ritiene in linea (molto o abbastanza) con la dieta mediterranea e cresce anche la percentuale di quanti la considerano adatta a una sana alimentazione (6,3 in una scala da 1 a 10), e a tutti gli ambienti e a tutte le occasioni (6,2). Lo spazio per un ulteriore incremento dei consumi, insomma, esiste: lo conferma il fatto che il 25,3% degli italiani userebbe più spesso la birra a tavola se avesse maggiori informazione sui criteri che guidano gli abbinamenti.

Gli hotel pensano ai distributori automatici

Vending –

Sinora poco diffuse in Italia, le macchinette possono diventare uno strumento utile per ampliare l’offerta di food&beverage fuori orario

Ore 23.30, l'ospite arriva in albergo, reduce da un lungo meeting di lavoro, e vorrebbe fare un piccolo spuntino, ma il bar ha chiuso i battenti da circa un'ora e anche la brigata del ristorante ha ormai spento forni e fornelli. La salvezza sarebbe il servizio ai piani offerto da distributori automatici in funzione 24 ore su 24, dove l'affaticato uomo d'affari potrebbe trovare finalmente ristoro. In realtà, questa formula di servizio integrato è in Italia ancora una rarità.

I risultati dell'indagine TradeLab
Una recente indagine realizzata da TradeLab su un campione di 528 alberghi (di cui 429 a tre stelle e i restanti 153 a quattro e cinque stelle) rivela che solo il 9,1% è dotato di distributori automatici free standing. E ben l'88,4% dei gestori di hotel privi di distributori automatici non pensa di installarli, almeno nel breve termine. Eppure se si guarda alle varie esperienze all'estero il vending alberghiero è molto diffuso anche se riguarda principalmente le formule più “cheap”. «La mission in questo caso è quella di integrare l'offerta per servire meglio l'ospite. Ciò è soprattutto valido all'interno di strutture che si posizionano nelle fasce “economy” e “mid-market”, corrispondenti ai nostri 2 e 3 stelle, e che preferibilmente hanno una clientela internazionale già abituata a fare acquisti con i distributori automatici - spiega Mauro Santinato, presidente di Teamwork di Rimini -. Grazie al vending il gestore può infatti garantire all'ospite un servizio 24 su 24 ore e migliorare la propria performance in termini di ricavi. È prevedibile una sempre maggiore diffusione in futuro di questo tipo di postazioni, ma sempre in una logica di complementarietà con i servizi tradizionali».

Le formula integrata dell'Hilton
Ci sono poi alcune formule che hanno adottato una strategia di avvicinamento al vending che non prevede, almeno in prima battuta, l'adozione di distributori automatici. È il caso degli Hilton Garden Inn, pluripremiato marchio della famiglia Hilton specializzato nel canale “mid-market”, presente in Italia con location a Roma, Firenze e Matera (prossime aperture a Bari, Bologna e, nel 2009, a Lecce), che contempla un'area ristoro contigua alla zona ricevimento dove l'ospite può trovare, come in un drugstore, snack dolci e salati, articoli di prima necessità per la cura della persona, prodotti “last minute” (es. batterie), bevande e piatti precotti surgelati da far rigenerare nel forno a microonde a disposizione dei clienti. Un'area aperta 24 ore su 24 dove l'ospite si serve da solo e paga quanto consumato alla vicina reception. «Ovviamente il gestore è libero di calibrare il mix d'offerta in base alla tipologia di clientela del suo albergo e ha la facoltà di integrare questo servizio con distributori automatici ai piani», spiega Alan Mantin, direttore sviluppo per Hilton di sud Europa e Africa.

Un vending anche di fascia alta
È ipotizzabile che tali formule self service possano, almeno per la realtà italiana, costituire un test per l'adozione in una seconda fase di distributori automatici in grado di soddisfare le esigenze più disparate (non solo food&beverage) con applicazioni nei campi più diversi: minibar alternativo, servizio ai piani, ristorazione per il personale notturno ecc. D'altronde, il vending sta diventando sempre di più un'opzione anche per alberghi di fascia alta o, boutique hotel: in questi casi, in termini estetici i distributori automatici sono sintonizzati sulla “corporate identity”.

Il turismo è sempre più slow

Trend –

In Europa i viaggi saranno sempre più all’insegna del relax a contatto con la natura, con la riscoperta dei piccoli centri e dei villaggi di campagna

Il movimento dello slow travelling, con i suoi attributi di autenticità e benessere, si diffonde sempre più in Europa e anima in modo nuovo il turismo. È questo il segnale evidenziato da Euromonitor International nel rapporto sui trend globali presentato nel novembre scorso al World Travel Market di Londra. Secondo l'Istituto di ricerca, il “viaggio rilassato” continuerà ad aumentare di popolarità proponendosi come alternativa ai tradizionali soggiorni balneari e culturali.

Un fenomeno in fase di sviluppo in tutta Europa
Il movimento è abbastanza diffuso in tutta Europa, e prende spesso la forma di una vacanza in ambiente rurale e in una dimora affittata per l'occasione. Anche se con motivazioni diverse. Per i nordeuropei quelle ambientali ed ecologiche giocano un ruolo preminente, mentre sui viaggiatori dei paesi mediterranei fa premio il desiderio di un contatto diretto con la natura. Ma il viaggiatore slow si fa carico anche di un impegno etico, considerando l'impatto delle sue vacanze sulla comunità che visita. Lo testimoniano la crescita dell'agriturismo in Italia (10 milioni di notti nel 2006) e delle gîtes ruraux in Francia. Ma il fenomeno della sistemazione rurale è in fase di sviluppo in tutto il continente, incluse Germania e Spagna, Regno Unito, Polonia e Paesi Baltici. Nella sola Lituania, per esempio, si stima che il turismo rurale rappresenti dal 30 al 40% dell'introito totale delle aree non urbane. Ed è un fenomeno che si estende anche oltreoceano: i turisti americani amano trascorrere una settimana nei piccoli centri e nei villaggi di Francia e Italia. Nei prossimi cinque anni, è la stima di Euromonitor International, il turismo slow aumenterà a un tasso del 10% sostituendo la formula “sole e mare” e quella culturale. Attori principali di questo trend sono i baby boomers cresciuti e quella fetta di popolazione che riconosce i temi della salute e della consapevolezza sociale.
 
Un futuro per gli hotel slow
Quali saranno gli impatti sull'industria del turismo e dei viaggi? Beneficeranno soprattutto le case in affitto, gli apart-hotel, i bed& breakfast, le residenze rurali. Il viaggio, per questi turisti, è parte integrante della vacanza e per questo motivo il treno riprenderà un certo sopravvento sui voli, anche per via del suo minore impatto ambientale. Anche l'auto a noleggio sarà un mezzo per scoprire il territorio. E le destinazioni favorite per i viaggiatori slow continueranno a essere la Francia e l'Italia. Quanto al settore alberghiero, secondo Euromonitor, vi sono grandi opportunità di sviluppo per gli slow hotel che sappiano rispondere al desiderio di relax e di scoperta del territorio. E non sarà sorprendente se catene come Starwood o Intercontinental svilupperanno dei nuovi concept di slow hotel così come negli ultimi cinque anni hanno dato vita ai boutique hotel.

I piatti pronti conquistano i bar

Ristorazione –

Sempre più locali offrono primi, secondi e contorni da far rinvenire al microonde e servire al tavolo in tempi rapidi

Rapidi, pratici e facili. I piatti pronti hanno preso piede al bar come una buona alternativa ai classici panini, toast e insalate. Si tratta di primi, secondi o contorni già precotti, che sono surgelati o confezionati in atmosfera protettiva e vengono “riportati in vita” grazie al microonde. Nel caso dei surgelati è necessario avere un congelatore, ideale quello a pozzo che è più capiente. Anche se il freddo è il miglior metodo di conservazione, l'approvvigionamento va fatto in base al reale consumo, tenendo conto della shelf life di questi prodotti. Finiti i tempi della mattonella, quando il cibo surgelato si presentava come un blocco, che solo la cottura era in grado di sciogliere, oggi esistono tecniche più avanzate, come la Iqf (Individually quick frozen), per surgelare in maniera rapida ogni singolo componente del piatto pronto (per esempio, la pasta maccherone per maccherone), completo di condimento. L'aspetto è così più naturale e il riscaldamento rende la pietanza uguale a un piatto preparato sul momento. I prodotti di marca garantiscono un ottimo livello qualitativo, grazie a una buona selezione degli ingredienti di partenza. Un modo per sincerarsene è controllare in etichetta gli ingredienti: ad esempio l'uso dell'olio d'oliva al posto di grassi di altra natura, meno pregiati. Meglio diffidare dei prodotti con molti aromatizzanti, usati per coprire difetti di sapore. E comunque è sempre consigliabile testare il prodotto prima di rifornirsene, per assicurarsi che incontri il vostro favore.

L'atmosfera che protegge
L'alternativa alla surgelazione è il confezionamento in atmosfera protettiva (Modified Atmosphere Packaging, MAP): a partire da prodotti freschi e senza conservanti, si realizzano le pietanze, poi portate, con abbattitori di temperatura, a 2 °C e sottoposte a un trattamento battericida con raggi Uva. Una volta che il prodotto è stato raffreddato, ogni piatto viene termosigillato con un macchinario che, togliendo l'ossigeno e aggiungendo anidride carbonica e azoto alimentari, crea un'atmosfera protettiva che previene l'ossidazione e l'irrancidimento del cibo. Il piatto così ottenuto può essere conservato in frigo a 2-4 °C per 30-40 giorni. Per prepararlo e servirlo al cliente basta forare con la punta di una forchetta la pellicola trasparente che ricopre il piatto, senza romperla del tutto, e scaldare nel microonde a 800 Watt per un paio di minuti (il tempo necessario è di norma indicato sulla confezione). Toccando il fondo del piatto si verifica il corretto riscaldamento della pietanza: se scotta è da servire, altrimenti sono necessari altri 10-20 secondi nel microonde.

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