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Cuochi lombardi, l’unione fa la forza

News Netwwork –

Matteo Scibilia, patron de La Buona Condotta di Ornago (buonacondotta@virgilio.it) e neo consigliere per la ristorazione del ministro Bondi è ancora in prima linea. Ora è impegnato con una ventina di colleghi per la tutela della ristorazione lombarda: su suo impulso è stato costituito il Consorzio “Cuochi di Lombardia”, cui hanno aderito ad esempio Andreoni di Via del Borgo (Concorezzo), Mandredi de I Valtellina (Mi), Tonola del Lanterna Verde (Chiavenna). Spiega Scibilia, che del consorzio è pr…

Matteo Scibilia, patron de La Buona Condotta di Ornago (buonacondotta@virgilio.it) e neo consigliere per la ristorazione del ministro Bondi è ancora in prima linea. Ora è impegnato con una ventina di colleghi per la tutela della ristorazione lombarda: su suo impulso è stato costituito il Consorzio “Cuochi di Lombardia”, cui hanno aderito ad esempio Andreoni di Via del Borgo (Concorezzo), Mandredi de I Valtellina (Mi), Tonola del Lanterna Verde (Chiavenna). Spiega Scibilia, che del consorzio è presidente: «La ristorazione è poco considerata dalle istituzioni. Invece siamo noi chef e ristoratori gli ambasciatori delle eccellenze gastronomiche italiane. Artigiani con un forte contatto con l'agricoltura, che preservano il gusto del territorio. Lavoreremo perché la nostra voce sia ascoltata, la nostra funzione sociale sia valorizzata, si rafforzi un legame con il mondo della formazione».
Ma c'era bisogno di una nuova associazione? «In quelle esistenti sono presenti dalla grande catena di ristorazione al bar, alla tavola calda, con esigenze diverse dalle nostre. Vorremmo essere considerati imprenditori di un settore che fa immagine, traina il turismo e l'agroalimentare».

Intolleranze alimentari Ristoranti attenti

Inchiesta Alimentazione –

Ne soffre almeno un adulto su cento. E assecondare le esigenze di chi soffre di una qualche intolleranza è un obbligo a cui sono chiamati i ristoratori

Non siamo i primi, e non saremo certo gli ultimi, a parlare di intolleranze alimentari. Fenomeno che qualcuno ha definito, con non poca irriverenza, diavolerie moderne. Vero è che solo dieci anni fa la sola parola celiachia, l'intolleranza permanente al glutine, era sconosciuta a molti. Tempi andati: il 16 e 17 maggio scorsi si è celebrata la Giornata Internazionale della Celiachia, una sorta di woodstock gluten free. Di più: stime europee indicano che soffre di una qualche intolleranza alimentare almeno una persona su 100 tra gli adulti e 5-7 su 100 tra i bambini.
Un fenomeno in crescita
Nella classifica delle sostanze più spesso responsabili di intolleranza alimentare i primi due posti sono indiscutibilmente occupati da lattosio e dal già citato glutine. L'intolleranza al lattosio, lo zucchero contenuto nel latte, è molto comune: riguarda in media il 25% degli europei. La malattia celiaca è, come accennato, un'intolleranza permanente al glutine, sostanza proteica presente in frumento, farro, kamut, orzo, segale, spelta e triticale. Ha un'incidenza relativamente alta: indagini recenti stimano la presenza di un celiaco ogni 100-150 persone, per un totale di 400.000 - 550.000 celiaci solo in Italia. Di questi 85.000 sono i casi diagnosticati, in aumento del 10% l'anno. Tale fenomeno è da attribuirsi soprattutto a due fattori principali: la maggiore attenzione diagnostica da parte della classe medica e la crescente disponibilità di test semplici e sempre più affidabili per la diagnosi. Come a dire: questo aumento della casistica non indica che la celiachia sia più frequente oggi rispetto al passato, ma solo che riusciamo a fare diagnosi in una percentuale maggiore di casi. Accanto a quest'aumento “fittizio” ve ne è tuttavia anche uno reale, come dimostra un recente studio concluso negli Stati Uniti.
Da esplorare le cause
Dati alla mano la presenza della celiachia nella popolazione generale è passata dallo 0,2% nel 1974 allo 0,4% nel 1989 fino a raggiungere la soglia dell'1% dopo il 2000 con un aumento di circa 5 volte nell'arco di 25 anni. Le ragioni di questo fenomeno le spiega in un saggio Carlo Catassi, membro del Comitato Scientifico nazionale dell'Aic (Associazione Italiana Celiachia, www.celiachia.it): “Poiché non è cambiata la struttura genetica della popolazione in questo “breve” lasso di tempo, è lecito supporre che questo drastico aumento dipenda da fattori ambientali, peraltro ancora poco chiari. Potrebbe trattarsi dell'aumento del consumo di cereali contenenti glutine, di un cambiamento nei processi di lievitazione degli impasti o da altri fattori indipendenti dalla alimentazione, ad esempio mutamenti intervenuti nei microrganismi responsabili delle infezioni intestinali. Sono ipotesi da esplorare in futuro”. Quale che sia la causa occorre prendere atto che la celiachia da malattia rara è diventata malattia sociale. Le implicazioni di questa patologia colpiscono la sfera delle interazioni sociali, molto più di quanto non accada per altre patologie. Oggi più che mai ci si incontra a cena con gli amici e sempre più precocemente, si consumano fuori casa in media il 30% dei pasti, ma l'unico rimedio per quest'intolleranza è eliminare i cibi che contengono il glutine. E qui che entrano in causa le istituzioni, l'industria alimentare e i professionisti della ristorazione: chiamati tutti ad alleviare i disagi del celiaco e fare i conti con le sue esigenze alimentari. Le istituzioni in primis. Segnaliamo a riguardo il nuovo regolamento (Ce) 41/2009 sulla composizione ed etichettatura dei prodotti per celiaci. Dallo scorso febbraio, i prodotti alimentari del libero commercio che sono conformi alle disposizioni del regolamento stesso (glutine < 20 ppm) possono essere già commercializzati con la dicitura senza glutine. Tra le considerazioni poste a premessa della norma, il punto 8 stabilisce che tali menzioni non devono indurre in errore il consumatore suggerendo che il prodotto alimentare possiede caratteristiche particolari, quando tutti i prodotti alimentari analoghi possiedono le stesse caratteristiche. In altre parole non è ammessa la possibilità di indicare come “senza glutine” alimenti che di per sé non presentino alcun rischio di contaminazione.
Le aziende si mobilitano
Da non sottovalutare nemmeno l'impegno delle industrie alimentari. Così dieci prodotti Sammontana sono stati inseriti nel Prontuario 2009 dell'Associazione Italiana Celiachia (www.sammontana.it). Tra le novità dell'estate 2009, Motta propone invece i fortunatissimi coppa e stecco Hello Kitty (www.gelatimotta.it). Non è restata a guardare Dr Schär, azienda storica del mercato del senza glutine, che ha istituito la nuova divisione Schär Food Service, che risponde alle diverse esigenze dell'horeca, con due marchi, Schär e Ds, e con il progetto Ds Pizza Point, network di ristoranti e pizzerie dove poter trovare menu completi senza glutine (www.dspizzapoint.com). «Se fino a ieri inserire nel menu piatti dedicati ai celiaci era un segno distintivo per un ristorante - spiega Luca Cesari, responsabile di Schär Food Service - in futuro diventerà un obbligo, considerato il tasso di crescita del fenomeno. Più che altrove, però, i ristoratori italiani si sono dimostrati sensibili al problema. Solo il nostro network, lanciato nel 2004, oggi conta 270 locali». Aprire un corner Ds non è difficile: l'azienda fornisce le attrezzature in comodato d'uso gratuito e dà visibilità al locale tramite il sito. L'unico obbligo per il ristoratore è quello di mettere a disposizione un secondo forno dedicato, per un investimento complessivo non superiore ai 1.000 euro. Ma le possibilità sono infinite per chi voglia inserire menu per celiaci. Prima fra tutte la quella di aderire al Progetto Alimentazione Fuori Casa dell'Aic. Per entrare a far parte del network è necessaria la frequenza da parte del titolare di ogni struttura e del cuoco/pizzaiolo a un corso base (solitamente di mezza giornata). Successivamente, l'associazione regionale effettua un'attività di verifica e approfondimento da parte di un tutor, che si conclude con la sottoscrizione di un Protocollo d'Intesa. Certo si può obiettare che i prodotti gluten free siano più costosi, ma va valutato l'indotto che un celiaco può generare. «Il consiglio è di non esagerare con il ricarico - suggerisce Cesari -: un celiaco porterà con sé gli amici». La direzione è tracciata.

L’alta cucina sceglie la birra

Bevande Abbinamenti –

Grazie al lavoro di produttori e chef, l’accostamento delle birre con piatti raffinati è ormai consuetudine. Si moltiplicano le raccolte di ricette, anche via internet.

Fino a qualche anno fa sembrava che birra e alta cucina fossero due mondi tra loro non comunicanti o perlomeno un tipo di rapporto circoscritto al mondo germanico. Ma grazie alla costanti iniziative dell’associazione dei produttori italiani di birra (assobirra.it), questa barriera è definitivamente caduta, stimolando una sempre più larga schiera di chef a intraprendere una serie di ricerche sui migliori impieghi della birra in cucina e sugli abbinamenti ideali birra-piatti. I primi ad accettare la sfida sono stati gli chef della sezione italiana dei Jeunes Restaurateurs d’Europe, forse i meno paludati ma certo i più sensibili all’argomento, avendo molti vissuto in prima persona l’ondata birraria che ha attraversato la cultura giovanile degli anni Settanta e Ottanta. Queste iniziative hanno stimolato l’interesse di varie guide gastronomiche come Ristoranti d’Italia de L’Espresso e quella del Gambero Rosso che hanno cominciato a selezionare i migliori ristoranti anche in base a questo aspetto.
Le Tavole della Birra
Il tema della stagione 2009 scelto da Assobirra e dalla Guida L’Espresso è stato il Menu Mediterraneo, con un approccio responsabile al consumo, visto anche le normative di legge sempre più stringenti in materia di alcol. A tale proposito sono stati coinvolti una cinquantina di ristoranti di primo livello della fama di La Credenza di San Maurizio Canavese (To), La Capinera di Taormina (Me) e Antico Forno Roscioli di Roma. Dal 20 aprile al 24 maggio questi cinquanta ristoranti hanno proposto alla propria clientela uno speciale menu degustazione di tre portate mediterranee in abbinamento ad altrettante birre di qualità. Mentre l’anno scorso erano stati semplicemente selezionati 200 ristoranti come Tavole della Birra, quest’anno Assobirra ha lanciato un concorso tra gli chef per trovare un punto d’incontro tra le nuove tendenze della cucina italiana e la birra nelle sue diverse tipologie. Ai sei migliori locali valutati dai commissari della Guida L’Espresso sarà conferito un riconoscimento speciale nel corso della presentazione della prossima edizione 2010. Il migliore in assoluto potrà così fregiarsi del titolo di “Tavola della Birra dell’Anno”.
Informazione via internet
«Attraverso questa iniziativa - precisa Filippo Terzaghi, direttore di Assobirra - sarà possibile individuare un terreno d’incontro tra le birre e la nuova cucina italiana, in particolare per quanto riguarda le rielaborazioni delle ricette del territorio. In un periodo di particolare attenzione verso stili di vita più salutari, i produttori di birra vogliono sollecitare tra gli operatori della ristorazione un’attenzione particolare sul mondo birrario e sulle caratteristiche organolettiche di prodotti che presentano interessanti profili gustativi unitamente a un basso contenuto alcolico». La lista dei ristoranti coinvolti in questa iniziativa, con i relativi menu proposti, si può trovare sul sito wwwbirragustonaturale.it, oltre a una serie di approfondimenti sulla cultura birraria e una ricca scelta di altri locali “amici della birra” segnalati per l’offerta gastronomica birraria (oltre 300). In particolare questo portale offre una carrellata di 70 etichette prodotte e commercializzate in Italia, con dettagliate schede tecniche, norme di servizio, bicchieri più adatti, corretta temperatura di conservazione e di servizio delle birre. Non mancano i consigli degli chef coinvolti e il parere di un nutrizionista, oltre a una serie di link di altri siti in argomento come www.beviresponsabile.it atavolaconlabirra.it, www.birrainforma.it Ricordiamo che per il miglior abbinamento tra birre e piatti si possono seguire i principi fondamentali elaborati per il vino. A ingredienti delicati e condimenti leggeri vanno affiancate per assonanza birre chiare a bassa gradazione alcolica. Aumentando sapidità, grassezza e speziatura del piatto, è necessario invece scegliere per contrasto una birra di più alto contenuto alcolico e di corpo più strutturato come le doppio malto, le birre rosse e quelle d’abbazia.
Ricette illustrate
Firmato da Gambero Rosso, il vademecum “Birra Gourmet” aiuta gli operatori della ristorazione a orientarsi tra le potenzialità del rapporto birra-cibo. In particolare sono riportate una serie di 31 ricette (con corredo fotografico) riguardanti primi piatti, piatti di carne e pesce e piatti crudi, elaborati rispettivamente dagli chef Marco Bistarelli, Karl Baumgartner, Ernesto Iaccarino, Mauro Uliassi. Legato alla sua terra di origine, lo chef Marco Bistarelli (ristorante Il Postale di Città di Castello, Pg) già presidente della sezione italiana dei Jeunes Restaurateurs d’Europe, ha sempre creduto nell’incontro tra l’alta cucina e la birra, redigendo già alcuni anni fa per il proprio locale una ricca carta delle birre. Tra le sue proposte segnaliamo i Tortelli di Parmigiano con ragù di asparagi e uovo crudo, da abbinare a una luppolata pils. Riconosciuto protagonista della cucina altoatesina, lo chef Karl Baumgartner (ristorante Schöneck di Pfalzes, Bz) ha messo a punto una Spalla di maialino arrosto croccante in salsa di birra weizen, con bietole novelle e patate Kipfler della Val Pusteria, da abbinare alla birra di frumento. Lo chef Ernesto Iaccarino ha raccolto il testimone del padre nella gestione del ristorante di famiglia “Don Alfonso 1890” a Sant’Agata sui Due Golfi (Na). La sua ricetta di pesce più intrigante? La Passata di fagioli cannellini con vongole alla brace, polipetti veraci e semi di finocchietto, da servire con una spumeggiante lager. Marchigiano di origine ma con un debole per la cultura partenopea e brasiliana, lo chef Mauro Uliassi (ristorante Uliassi di Senigallia, An) ha scelto di presentare per la categoria piatti crudi uno dei suoi piatti più intriganti: l’Acqua di pomodoro con alghe, anima di melone, scampi e gelato di ricci di mare, in compagnia di un bicchiere di bière blanche. La sezione finale di Birra Gourmet è dedicata a una scelta di 24 formaggi italiani, freschi e stagionati, tra i più diffusi e famosi, impiegati anche in ricette tradizionali, rivelando insospettabili affinità con le birre. Mozzarella in carrozza: birra lager. Soufflé al Parmigiano Reggiano: chiara pils. Fonduta valdostana: rossa ale.
L’impegno dei produttori
Tra i produttori più attenti alla elaborazione e alla diffusione di ricette birrarie originali, segnaliamo Birra Moretti (gruppo Heineken). In collaborazione con Ipca (Istituto per la promozione della cultura alimentare) sono stati realizzati tre pratici volumi illustrati che riportano le ricette messe a punto dagli chef Fabio Zago e Fabio Asti. I primi due volumi sono intotolati “In cucina con la birra, 25 ricette per ogni stagione” scaricabili anche in versione pdf dal sito www.birramoretti.it. L’ultimo volume è una raccolta di piatti da preparare in poco tempo “Le Ricette del 45° minuto”, nato per le esigenze dei tifosi di calcio. Inoltre Birra Moretti ha chiesto a un protagonista della cucina d’autore come lo chef milanese Claudio Sadler di mettere a punto un menu dedicato ai Sapori d’Autunno, presentandolo nel nuovo ristorante sul Naviglio Pavese (via Ascanio Sforza, 77). «Per le mie ricette - precisa lo chef Claudio Sadler - ho scelto tre specialità Birra Moretti particolarmente originali, proponendole non solo come bevanda di accompagnamento, ma anche come ingredienti speciali ai cui colori e aromi si ispirano le pietanze del menu d’autunno». Ecco alcuni esempi per la loro originalità. Antipasti: Ricci di mare e salmone affumicato con insalata di verza cappuccio marinato e rafano, in abbinamento alla lager di puro malto Moretti Baffo d’Oro; oppure Sfogliatina di cipolle rosse caramellata con bavarese di Moretti Baffo d’Oro e provolone Del Monaco. Primo piatto: Risotto alle erbe aromatiche, ostrica cruda e Moretti Doppio Malto. Piatto di pesce: Tortino di tonno rosso, patatine fritte e salsa di melanzane ai grani di senape insieme a Moretti Doppio Malto. Piatto di carne: Coscia di coniglio farcita alla trentina, salsa di finferli e dragoncello con Moretti La Rossa. Dessert: Gelato di pere con zabaione di Moretti La Rossa, fiori di camomilla e polvere di liquirizia. Segnaliamo infine tre volumi di ricette particolarmente interessanti realizzati da chef di nome: “Birra e... piccoli piatti e grandi abbinamenti” redatto da Federico Coria e Giovanni Rodolfi per Giunti Editore (www.giunti.it). “A tutta birra” di Ernst Knam edito da Bibliotheca Culinaria (www.bibliothecaculinaria.it). “Birra, oltre la schiuma c’è di più” realizzato per Mariotti Publishing di Milano dallo staff dell’Università della Birra di Azzate (Va) coordinato dallo chef Samantha Belli e dal rettore Franco Re (www.universitadellabirra.com), i primi ad organizzare in Italia veri e propri stage residenziali di cucina birraria.

Teatro e ristorante verso il tutto esaurito

NEWS Concept –

C’è un nuovo locale dove l’arte della tavola incontra quella del palcoscenico.

Succede da Opera et Gusto, ristorante, teatro ed open bar inaugurato in aprile a Firenze, nella zona della movida cittadina. Si tratta di un locale polifunzionale, dove la clientela può cenare e contemporaneamente godersi lo spettacolo (operaegusto.com). Le performance teatrali (musica, balletti, commedie, letture di prosa) vanno in scena alle 20.30 e si concludono in genere verso le 23,30, quando terminano cena e spettacolo (obbligatoria la prenotazione); a quel punto si dà il via all'open bar, che dura fino circa alle due del mattino. La sala di Opera et Gusto, il cui progetto è stato curato dallo studio Mdu Architetti, è caratterizzata da uno sviluppo longitudinale accentuato ed è integralmente verniciata di nero, in modo da concentrare l'attenzione e valorizzare al massimo la presenza del sipario in classico velluto rosso, come vuole la tradizione teatrale. È il sipario stesso a delimitare l'area destinata ai tavoli (96 i coperti), organizzati in modo da orientare tutti i commensali verso il palcoscenico. Quattro i protagonisti di Opera et Gusto, soci nell'impresa: Piera Dabizzi e Alberto Orlandi, attori teatrali specializzati nelle “cene con delitto” rappresentate dalla Compagnia del Giallo (che dirigono insieme) e che per Opera et Gusto, si occupano della gestione artistica, dell'organizzazione e realizzazione degli spettacoli. Gennaro Napolitano è invece lo chef, che ha ideato menù a tema con gli spettacoli in programmazione e si occupa della scuola di cucina organizzata periodicamente nel locale. Paolo Becherucci infine, titolare fra l'altro di una delle più importanti collezioni enologiche private della Toscana (wine-show-collection.com) si occupa della gestione. Fare dei bilanci è prematuro, ma i risultati sono incoraggianti e le serate teatrali registrano il tutto esaurito. Complice anche il prezzo: per menu degustazione e spettacolo 45 euro.

Palazzo Tornabuoni fa gola

NEWS Idee –

È osteria ed enoteca, con il meglio della produzione enologica toscana, champagne francesi e selezionate birre artigianali.

È osteria ed enoteca, con il meglio della produzione enologica toscana, champagne francesi e selezionate birre artigianali. Ma è anche negozio di gastronomia e alimentari, con bancone ben visibile dalla strada, a cui è deputato il ruolo di accattivante richiamo per i passanti (in vendita specialità toscane e non, salumi, una selezione di salse, formaggi, dolci biscotti). Proprio il binomio ristorazione-gastronomia è la cifra distintiva di Osteria Tornabuoni di Firenze, da poco inaugurata nel cuore della città (osteriatornabuoni.it). Il locale - di cui il patron è Silvio Ursini, fondatore di “Obikà, mozzarella bar” - è situato nello storico palazzo Tornabuoni e ha il tono minimal-chic dell’osteria di nuova generazione (circa 50 i coperti nella sala principale, cui si aggiunge la sala-enoteca al piano inferiore), semplice ma curato. La cucina, diretta dallo chef Giuseppe Ancona, è incentrata sulle specialità tradizionali toscane, con piatti come la terrina di piccione con cipolline o i tortelli di patate al sugo finto (scontrino medio a pranzo 30 €, a cena 50, vini esclusi). Nella carta dei vini sono presenti 200 etichette, toscane, affiancate da una selezione a rotazione di 15 vini al bicchiere.

Cucina povera e ambiente di design rinnovano la malga

Concept News –

Un nuovo concept di locale inaugurato sulle montagne abruzzesi

Marco e Jonny De Matteis sono fratelli ed entrambi chef. E fin qui niente di strano. Quello che invece è nuovo è il concept del locale inaugurato sulle montagne abruzzesi, a Pescocostanzo (Aq), di cui sono soci insieme ai titolari del Relais Ducale Spa (relaisducale.it). Bistrot Relais è una malga che si scosta dal il look tipico delle baite di montagna. Qui il decor strizza l'occhio al design grazie all'architetto Alberta Saladino, che ha saputo accostare il legno d'abete con l'acciaio, il fascino dei materiali naturali con quelli tecno. Se negli arredi vince uno stile attuale, è la tradizione invece a farla da padrona in cucina: i fratelli De Matteis ripropongono le ricette della cucina povera abruzzese come la polenta infornata, la zuppa di cicoria, pan cotto, la pasta con pepe e ricotta, la carne di pecora. Il Bistrot ha circa 40 coperti, più 20 all'aperto, dove è stato collocato un grande barbecue per le grigliate e un'area attrezzata per i bambini. Un forno a legna sforna pizze, per accontentare proprio tutti (scontrino medio 35 euro).

Sul banco tessuti e bijoux

normativa –

Un bar può vendere prodotti non alimentari: a stabilirlo è il primo decreto Bersani del 1998. Non è necessaria una licenza, ma basta una Dia. Per i tabacchi e il Lotto occorre avere invece un’autorizzazione dall’Aams, mentre per ori e argenti serve una licenza dalla Questura

Piccoli gadget legati al consumo di cibi e bevande, oggetti di vestiario. Ma anche libri, gioielli, peluche. Il no food è sempre più presente nei bar come categoria merceologica. La vendita di questi prodotti, da parte dell’esercente, affianca la più tipica somministrazione di cibi e bevande. Soltanto dieci anni fa questo tipo di vendita sarebbe stata quasi impossibile per un pubblico esercizio. L’innovazione si deve invece al primo decreto Bersani, il Decreto legislativo 114/98. La stessa legge che ha abolito la richiesta della licenza e l’iscrizione al Registro per gli esercenti il commercio per molte categorie di attività (fatti salvi alcuni settori, fra i quali i pubblici esercizi), ha infatti anche semplificato la disciplina per le attività di vendita. Se prima esistevano le tabelle merceologiche del Decreto ministeriale 375/88, numerate da una a quattordici, con il decreto Bersani del 1998 l’ampia gamma di distinzioni è stata semplificata alla differenza fra due sole categorie, “alimentare” e “non alimentare”. Di più: l’articolo 7 della legge ha disciplinato l’esistenza dei cosiddetti esercizi di vicinato, soggetti commerciali in grado di iniziare la propria attività trascorsi trenta giorni dalla presentazione di una semplice comunicazione al Comune (in genere la Dia, dichiarazione di inizio attività).
Ebbene, un bar che decide di affiancare a bancone e tavolini (riservati ad alimenti e bevande) un corner per la vendita di oggetti no food, non fa altro che affiancare alla licenza di somministrazione (rilasciata in base al Testo unico per le leggi di pubblica sicurezza) una autorizzazione comunale alla vendita ottenuta consegnando la Dia, specificando nella comunicazione l’intenzione di aprire una vendita di prodotti non alimentari. Per avere il via libera, in alcune regioni (vedi la Lombardia) non occorre neanche aspettare 30 giorni: c’è la cosiddetta Dia immediata. In altre regioni occorre aspettare ancora un mese prima di partire con la vendita, e al momento di iniziare consegnare un documento che si chiama Comunicazione di inizio attività (Cia).
La semplificazione introdotta è però evidente: basta rivolgersi allo Sportello attività produttive del Comune. A differenza della licenza di somministrazione, per ottenere la quale sono richiesti sia requisiti morali sia professionali (in quest’ultima categoria, rientra l’attestazione che certifica la frequenza di corsi di formazione), per avviare un esercizio di vicinato occorrono i soli requisiti morali, vale a dire un certificato penale che certifichi l’assenza di condanne. Occorre soltanto ricordare i limiti di superficie previsti dalla stessa legge per identificare la categoria degli esercizi di vicinato. Nei Comuni al di sotto dei 10mila abitanti, possono essere definite in questo modo solo le attività commerciali che non superano i 150 metri quadrati di superficie. Nei Comuni con più di 10mila abitanti, il numero di metri quadrati può arrivare fino a 250.

Cosa mettere in commercio

Non tutte le categorie di oggetti sono però vendibili al bar sulla base di una semplice dichiarazione di inizio attività. Un primo limite è previsto per la messa in commercio di tabacchi, così come per la gestione di una ricevitoria. In entrambi i casi, il pubblico esercizio deve essere in possesso di un’autorizzazione rilasciata dall’Aams. Previsti vincoli anche per l’apertura nel bar di un piccolo chiosco per la vendita di giornali: in questo caso, la licenza va chiesta e ottenuta dal Comune nel cui territorio si trova il locale. Merita attenzione il caso della vendita di preziosi. Per argenti, ori eccetera occorre infatti rivolgersi alla Questura per ottenere una specifica licenza, non richiesta invece per la messa in commercio di bigiotteria.

Futuro roseo con il web

tecnologia –

Altro che Internet Cafè. Oggi le applicazioni vanno ben oltre la semplice connessione. Dai tavoli hi-tech che consentono ordinazioni on line, a sistemi intelligenti per la gestione del vino. E siamo solo agli inizi

Come potrebbe essere il bar del futuro? Le possibilità sono infinite e ognuno potrebbe avere una propria visione. Una cosa però è certa. Non potrà essere scollegato da Internet. E se i vari esperimenti di Internet bar o locali dove chattare e navigare in libertà finora si sono dimostrati di scarso successo, c’è comunque chi sta pensando di “agganciarsi” alla rete in modo innovativo. E cioè non sfruttandone le connessioni ma la nuova mentalità e la nuova cultura che con Internet stanno nascendo. Il web, infatti, sta profondamente trasformando il nostro modo di comunicare, introducendo un linguaggio sempre più basato sulle immagini e i suoni. Lo attesta il successo di Facebook, con ormai più di 200 milioni di iscritti in tutto il mondo e un trend in continua crescita, che vede l’Italia tra i Paesi più appassionati di questo social network. Ebbene, è stato verificato che la maggior parte del tempo passato dagli utenti su Facebook è dedicato al caricamento di foto e video. Questo nuovo linguaggio per immagini, in cui la parola parlata o scritta ha un’importanza sempre più marginale rispetto al video, ha anche portato alla nascita di nuovi strumenti informatici. Un esempio è Microsoft Surface, computer a forma di tavolino che è stato trasformato anche in un arredo da locale pubblico, dotato di software appositi per ordinare drink o cibi o per intrattenersi giocando o navigando su internet. Il Surface è appena arrivato in Italia, al costo non proprio popolare di 16mila euro, ma chi l’ha provato giura che si tratta davvero di una rivoluzione, che cambierà il nostro modo di usare il computer. All’estero, soprattutto negli Usa e in Gran Bretagna, esistono già lounge bar che lo impiegano. Un esempio è lo straordinario Inamo, ristorante e bar di Londra, dove si può sperimentare l’emozione dell’ordinazione interattiva.
Ma il sistema consente anche di esplorare il quartiere in cui si trova il locale, alla ricerca di eventi per proseguire la serata. Oppure di chiamare un taxi per farsi riportare a casa. Lo stesso concetto, di interattività per immagini, è sfruttato dal cellulare del momento, l’iPhone, che in pochi mesi dall’uscita sul mercato è divenuto un oggetto cult. Non tanto per il suo utilizzo come telefono, quanto per i “widget”, programmini acquistabili online a prezzi bassi, nell’ordine di uno o due euro, che aggiungono allo strumento funzionalità insospettabili. Tra queste cominciano a figurare, per ora soprattutto all’estero, le guide ai locali cittadini, che consentono di individuare su Google Maps il luogo dove trascorrere la serata e poi di integrare le informazioni con recensioni e commenti. Un’altra delle grandi sfide di Internet è quella del “tutto gratis”, altrimenti detto “open source”.

Le applicazioni in "open source"
È così possibile scaricare centinaia di programmi gratis e perfino schemi per realizzare schede madri da usare per applicazioni hi-tech. La scheda open source più famosa del mondo si chiama Arduino ed è un’idea italiana, sviluppata da tre geni informatici: Gianluca Martino, Massimo Banzi e David Cuartielles. Il bello è che con la scheda Arduino si possono fare cose incredibili. Ne è un esempio la rastrelliera per bottiglie WineM, progettata dallo studio creativo ThingM. Dotando le bottiglie di un tag, WineM consente, attraverso un’illuminazione a Led degli scomparti, di distinguere le bottiglie in base al colore della luce. Si possono per esempio raggruppare i Chianti in rosso, i Neri d’Avola in arancio, e così via. Ma cominciano a nascere locali che incarnano in toto lo spirito dell’open source. Il Bao;Bar di Roma, per esempio, è stato realizzato esclusivamente con software libero, a partire dall’architettura del sito web ai programmi fatti girare sui pc a disposizione dei clienti.

Come avviare un’attività di cucina al bar

professione –

Primo passo: notificare al Comune la tipologia di alimenti che si vuole somministrare. Successivamente i tecnici dell’Asl effettuano un’ispezione verificando quanto dichiarato. Le procedure possono cambiare da Regione a Regione, da Comune a Comune.

È possibile cucinare in un bar? Quali tipi di pietanze? Con quali accorgimenti? La normativa in materia, in grado di fornire una risposta a queste domande, negli ultimi anni ha subito notevoli cambiamenti. Due i principali. Da una parte la scomparsa in quasi tutte le regioni italiane (con l’eccezione di Umbria, Puglia, Campania, Calabria, Sicilia e Basilicata) della distinzione tra licenza di tipo “A”, riservata alla ristorazione, e a quella di tipo “B”, per la somministrazione di bevande. Dall’altra l’entrata in vigore in tutto il territorio dell’Unione Europea del regolamento CE n.852/04. Il risultato di queste norme è stata l’abolizione della vecchia autorizzazione igienico-sanitaria e l’introduzione della registrazione sanitaria. Da ultimo, va ricordato il trasferimento di competenze legislative in materia di commercio e servizi dallo Stato alle Regioni, che ha reso il quadro normativo ancora più differenziato.
In linea generale, un bar, alla pari di qualsiasi altra impresa alimentare, deve ottenere una propria registrazione sanitaria dall’Azienda sanitaria locale, che sarà autorizzata a intervenire per controlli determinando l’applicazione di sanzioni in caso di violazione delle norme sanitarie. Le procedure per ottenere questa registrazione variano, però, da regione a regione. In Lombardia, per esempio, il numero di registrazione sanitaria si ottiene automaticamente presentando una Diap (dichiarazione di inizio di attività produttiva) allo Sportello per le Attività produttive del Comune. Nella Diap, l’esercente che si appresta a somministrare anche alimenti deve dichiarare, sotto la propria responsabilità, il tipo di attività che intende svolgere (quindi anche quali tipologie di alimenti intende somministrare). Nella comunicazione si sottintende che l’esercente che avvia l’attività di cucina sia in possesso dell’attrezzatura e delle strutture idonee per lo svolgimento di tale attività. Il Comune comunica quindi queste informazioni all’Asl (notifica prevista dal regolamento Ce) e l’azienda sanitaria provvede a registrare l’esercizio fornendo al titolare un proprio codice. Non esiste più, quindi, la verifica preliminare: soltanto successivamente i tecnici dell’Asl effettueranno la propria ispezione, verificando quando dichiarato dall’esercente. Questa la procedura, che in altre regioni, sulla base delle norme regionali, può presentare alcune differenze.

Le attrezzature devono essere quelle giuste
Ma quali alimenti è possibile preparare al bar? Soltanto surgelati? Dipende dal tipo di attrezzature e di locali di cui il bar dispone. O, per dirla al contrario: il titolare di un locale che vuole somministrare ai propri clienti alcuni cibi deve dotarsi delle strumentazioni adeguate. Quali? Anche qui il vademecum è la sintesi di prescrizioni contenute nel regolamento Ue, leggi nazionali, regionali e da ultimo del regolamento locale di igiene adottato dal Comune.
In linea di massima, però, a ciascuna categoria di prodotto alimentare è assegnato un codice e determinate prescrizioni. La semplice preparazione di brioche calde a partire da impasti surgelati, per esempio, prevede la presenza di un forno tradizionale o a microonde e l’esistenza di una zona del locale protetta e non accessibile al pubblico riservata per la preparazione.
Salendo di complessità, la dotazione necessaria aumenta: per la preparazione di panini sono necessari anche affettatrice e taglieri, nonché una vetrina per la conservazione se i panini non vengono fatti al momento di servirli.
Se il bar avvia la somministrazione di piatti pronti attraverso l’impiego di monoporzioni da scaldare senza altra manipolazione, occorrono forno e frigoriferi adeguati. E questo soltanto in zona bancone.
Per la zona o locale di preparazione (quest’ultimo deve per forza esserci, distinto da quello della somministrazione, quando è prevista la cottura di cibi a vapore, griglia e piastra e la preparazione di pasta e pizze) occorrono pareti piastrellate e superfici facilmente pulibili, lavelli con acqua corrente e la presenza di una lavastoviglie se si prevede l’impiego di posate non a perdere.
Gli strumenti di cottura devono avere una cappa di aspirazione collegata a una canna di esalazione indipendente e ci deve essere una presa d’aria nel locale. Il deposito per le materie prime dovrà essere con accesso precluso al pubblico e areato ma con superfici apribili dotate di zanzariere.
Quanto infine ai servizi igienici, distinti tra quelli aperti al pubblico e quelli per il personale, dovranno essere di numero idoneo a partire dal numero di addetti che lavorano nel bar e dalla superficie destinata al pubblico.

San Daniele superstar irripetibile armonia

Tipicità - Prosciutto –

Coscia di suino pesante, sale marino e aria di San Daniele del Friuli da sedici secoli perpetuano la magia del prosciutto Dop, icona dell’agroalimentare italiano d’eccellenza. Che in cucina sta vivendo una nuova vita.

C'è “Aria di Festa” a fine giugno (dal 26 al 29) a San Daniele del Friuli. Un evento, giunto alla sua 25esima edizione, tutto dedicato alla star indiscussa della gastronomia locale: il prosciutto Dop. Quattro giorni di incontri e spettacoli, corsi di cucina e degustazioni guidate, ma anche di visite ai prosciuttifici orgogliosi di mostrare l'antica tecnica di produzione di quest'eccellenza della salumeria italiana. La storia del prosciutto in Friuli risale circa al 400 a.c., in epoca pre-romana, quando questa regione era abitata dai Gallo-Carni che avevano un'alimentazione prevalente a base di carne suina e che per primi avevano capito che il sale ne impediva il deterioramento, mentre la buona ventilazione ne favoriva la conservazione migliorandone il gusto. Gli abitanti di San Daniele hanno perpetuato quest'arte continuando a metterci di proprio sapienza, cura e tradizione. Gli ingredienti? Sempre i soliti, da secoli: coscia di suino italiano, sale marino e l'aria speciale di San Daniele del Friuli, che si deve al suo genius loci. Questo paese si trova su una collina di origine morenica lambita dal fiume Tagliamento dove l'aria fresca e balsamica proveniente dalle Alpi si sposa con quella più mite e frizzante proveniente dall'Adriatico, che si trova a soli 35 km in linea d'aria. Il risultato di questo mix è un microclima scarsamente umido e ben arieggiato, perfetto per quel processo di stagionatura naturale che rende unico il San Daniele e che dura almeno 8 mesi.
Punta di diamante e atout per l'economia del territorio Ma l'intero ciclo produttivo richiede al minimo 13 mesi, di cui almeno 8 di stagionatura naturale, e avviene tutta nel comune di San Daniele come prevede il disciplinare della Dop. I produttori associati al Consorzio di tutela devono seguire scrupolosamente le regole che si applicano lunga tutta la filiera, dalla nascita del suino fino alla marchiatura del prosciutto stagionato. Le fasi di lavorazione sono nove: raffreddamento, rifilatura, salagione, pressatura (è caratteristica della lavorazione del San Daniele), riposo, lavaggio, asciugamento, sugnatura e stagionatura. Tutto il processo viene controllato e tracciato, per garantirne la sicurezza e assicurare ai consumatori un eccellente livello qualitativo. I controlli vengono fatti dall'INEQ (Istituto Nord Est Qualità) su incarico del ministero delle Politiche Agricole e Forestali. Nel 2007 la produzione totale è stata di 2,67 milioni di pezzi, frutto di una filiera che coinvolge 4.984 allevamenti, 128 stabilimenti di macellazione e 30 produttori. Ma per l'economia del territorio questo prosciutto rappresenta la punta di diamante della produzione alimentare del Friuli, una regione che negli ultimi anni sta vivendo una nuova stagione sul fronte gastronomico e sta facendo della cucina un importante atout sul fronte turistico, come dimostra l'esperienza di 20 ristoranti top della regione, che hanno dato vita al Consorzio Friuli Venezia Giulia Via dei Sapori (friuliviadeisapori.it) e che propongono il meglio di questa terra dove si incontrano tre grandi tradizioni culinarie: mitteleuropea, slava e veneta. Così il successo mondiale del San Daniele (il 18% della produzione va all'estero) fa da traino all'intero sistema agroalimentare friulano,“ raccontandone“ i valori di tradizione, tipicità e savoir-faire. Del resto se il San Daniele è così unico con quel gusto dolce, la morbidezza al taglio delle fette, il profumo che si sprigiona appena si affetta, lo si deve sì al microclima in cui nasce ma anche ad altri due imprescindibili fattori: il tipo di carne usata e la forma del prosciutto.
Forma allungata e zampino mantengono la morbidezza Per il San Daniele si usano solo suini pesanti, che hanno carni mature, quindi con un basso contenuto d'acqua, e marezzate, ossia con grasso intramuscolare: quest'ultima è una caratteristica basilare per ottenere un prosciutto dal sapore particolarmente intenso, morbido e rotondo. Un'altra caratteristica peculiare del San Daniele è la forma allungata della coscia, che si deve a una scelta produttiva precisa. Quella di mantenere lo zampino, sia in omaggio alla tradizione sia per ragioni tecniche: infatti in questo modo si favorisce il drenaggio dell'umidità mantenendo tuttavia la giusta morbidezza delle fette. Proprio per queste sue caratteristiche il San Daniele è “sprecato” se usato in cottura: per apprezzarlo al meglio è bene gustarlo a crudo, magari insieme a un grissino, o in carpaccio con scaglie di grana e olive taggiasche, insieme a un buon bicchiere di bianco secco, meglio se friulano come un Pinot bianco Doc, un ribolla gialla Doc o uno Chardonnay Doc. Sconsigliati invece gli abbinamenti a vini troppo forti o acidi che potrebbero prevalere sul suo sapore dolce.
Potenzialità gastronomiche e tradizione reinterpretata
In estate il San Daniele diventa fresco e delizioso se accompagnato con la frutta, anche in piccoli spiedini alternando palline di melone e di kiwi con fette di prosciutto piegate a ventaglio. Proprio questo stile di consumo easy, gustoso e informale detta il successo delle prosciutterie, che stanno conquistando l'Italia ed esportano anche all'estero un nuovo modello di cucina italiana. È il caso di “Pane vino e San Daniele”, che ha una trentina di locali in tutta Italia, e di Dok, con una dozzina di ristoranti tra Italia ed Europa. In questi locali il prosciutto di San Daniele viene esplorato nelle sue potenzialità gastronomiche, diventando un ingrediente d'eccellenza per una cucina che guarda alla tradizione reinterpretandola alla luce dei gusti di oggi. In cucina il San Daniele può essere usato per dare un tocco di sapore e di raffinatezza a molte ricette tradizionali, a patto di aggiungerlo a fine cottura. Ad esempio il risotto alla parmigiana diventa più gustoso con del san Daniele tagliato a julienne nel piatto di portata, mentre tagliato a striscioline sottili rende più intenso il condimento dei garganelli con le zucchine o i tortelli di patate. Con le verdure si consiglia un'insalata di piselli, lattuga, cipolline, erbe fine e San Daniele a fette, mentre con i formaggi sono gustosi gli abbinamenti con caprini freschi e mozzarella di bufala. Nei secondi può essere utilizzato, affettato sottile, per avvolgere carne e verdure, da passare in forno o cuocere in padella, magari sfumando il tutto con un goccio di vino, mentre frullato nel mixer con la ricotta diventa una spuma spalmabile ottima per crostini. Il San Daniele si stende crudo sul controfiletto, si usa per farcire la tasca di carne bianca o anche in ricette più strutturate: ad esempio adagiando su fette sottili di San Daniele le animelle ripassate nel burro e champignon arrotolando il tutto, servire con una salsa ai funghi e una spolverata di prezzemolo.

Barman da laboratorio

case history –

Il Nottingham Forest di Milano è una fabbrica creativa del cocktail. Ospita da poco il banco del Knickerbocker Hotel di New York, una reliquia per i bartender. Sul suo top sfilano Igiene Orale, Infuso Molecolare e altre creature di Dario Comini

Se si cambia l’immagine di un locale, uno di quelli che ha visto decenni di storie, di brindisi e di bevute, si deve andare con mano leggera. Il rischio è che il pubblico, se si esagera col trucco, non lo senta più suo. Il Nottingham Forest di Milano, 50 metri quadrati dedicati a Igiene Orale (sotto), Infuso Molecolare e ad altri drink d’avanguardia, è cambiato ma con garbo. Tutto è cominciato a New York qualche mese fa. Dario Comini, mago del cocktail e mago per davvero, passa davanti a un piccolo antiquario di Broadway.
Il patron del Nottingham Forest vuole acquistare il ritratto con autografo del grande illusionista Houdini che è esposto in vetrina. La cornice è appoggiata su un’asse di legno segnata dal tempo. L’asse è ciò che rimane del banco Liberty del bar del Knickerbocker Hotel di New York. Sette metri di vecchia quercia del Mississipi, una reliquia per chi è appassionato di storia dei cocktail. È su quel banco che appare per la prima volta il Martini Cocktail. Era il 1910 e a miscelarlo per il magnate Rockfeller c’era un certo signor Martini di Arma di Taggia. Sul top del banco del Knickerbocker hanno appoggiato coppette (e gomiti) stelle del cinema muto come Charlie Chaplin e Mary Pickford, oltre alla superstar dell’Opera, Enrico Caruso.
Comini non si fa scappare l’occasione e dopo una breve contrattazione si aggiudica il bancone per 2.000 dollari. Segato, piallato, levigato, inchiodato e lucidato, è stato riportato in vita al Nottingham Forest dall’architetto Paolo Salehi, che è intervenuto in punta di piedi.
Bisognava preservare il look esotico del locale, l’amato effetto “casa nella giungla”. «Quando sono iniziati i lavori - dice Comini - c’è stata una piccola processione di clienti che volevano un pezzo del vecchio banco come souvenir». C’è da capirli. Fatte le dovute proporzioni, si tratta di un piccolo Muro di Berlino del bar. «La preoccupazione principale è stata quella di dare visibilità alle 1.800 bottiglie in mescita. Pezzi preziosi, che avremmo potuto vendere con facilità, se solo fossero stati in vista, ma che per esigenze di spazio custodivamo nei cassetti. Perciò è stato creato un bottigliere a vista, extra strong, che ricorda una libreria, in grado di reggere quasi 2 tonnellate di bottiglie. Tante nicchie, tanti spirit da consultare, distribuiti per tipologia. Per il sopra-banco, per i top dei tavolini e per il fronte è stato usato il Cor-ten, una lega d’acciaio dai toni color ruggine che porta il segno artistico di Bau Design, con effetti simili a saette ottenuti usando acidi al posto dei pennelli.
Il fronte banco all’aspetto estetico unisce quello funzionale: non si graffia, non si scalfisce e resiste agli urti della vita da bar. «All’interno del banco -racconta - mi sono fatto installare il meglio della tecnologia: celle a bassa temperatura per la conservazione dei gas (azoto, Co2 ecc) e cassetti farmaceutici per la conservazione di bagni chimici e polveri di reazione».

Niente shaker e altri oggetti comuni
Di shaker e altri oggetti “normali” da bar non se ne parla. Per le fotografie di questo servizio gli chiediamo di prendere un boston. Per trovarlo rovista in fondo all’ultimo cassetto. «Non guardatemi in modo strano, non uso tecniche e strumenti classici da anni. Al posto di shaker e blender uso pentole per il ghiaccio secco, cannelli per caramellare i cocktail, sifoni per le spume. E ancora fondine, pentolini, porta spazzolini, vasi di vetro. Uso mini alambicchi, contagocce e il Coso, un “bicchiere” rubato ai laboratori di chimica che permette, in pratica, di creare due cocktail nello stesso bicchiere». Con i contenitori da cocktail di Comini potremmo aprire un bazar. In bella vista sul palco ci sono le sue capsule. Quelle che potreste trovare in farmacia, riempite con una riduzione di Mojito o di un altro drink (vedi riquadro sopra). L’effetto che fa in bocca è simile a quello del Mon Chéri. Si scioglie lentamente in bocca finché arriva in modo quasi inaspettato il liquore. «In un istante - descrive Comini - si attiva nel cervello un elevato numero di recettori che amplificano il segnale. Si sente in un attimo tutto il profumo, l’aroma e l’alcolicità, anche se l’alcol contenuto nel cocktail è pochissimo, solo un millilitro». Il drink ideale per chi desidera un cocktail gustoso, ma leggero. La capsula di Dario Comini è diventata popolare come il “cocktail per astronauti”, dopo la sua messa in onda al Tg1 delle 20. Un video che è stato seguito e preceduto da altri tributi dei magazine internazionali da Class al Financial Times. La fama dell’autore di “Barchef & Molecular Mixologist” e del suo cocktail bar ha varcato i confini nazionali. Per lui è successo qualcosa di unico. Il traffico dei barman in cerca di novità si è invertito. Da Londra in direzione di Milano. Tutti nella tana del lupo di Dario Comini, che dal suo locale non esce mai, tranne quando viaggia, dall’Asia all’America, alla ricerca di nuove idee per realizzare i suoi cocktail. Un grande studio legato soprattutto alla “sue” tecniche di mixologia molecolare, che hanno affascinato le nuove generazioni di bartender.

Solo buoni ingredienti molecolari

«Lavoro solo con gli ingredienti più comuni e innocui della gastronomia molecolare: l’alginato (ricavato dall’essicazione e macinazione delle alghe brune) o il lecin, che altro non è che lecitina di soia, consigliata in tutte le diete per l’apporto di colesterolo buono all’organismo. Uso più di rado ingredienti di derivazione chimici, ma sempre salubri, garantiti dalle norme vigenti e impiegati in modo massiccio nell’industria alimentare e pasticcera da molti anni. Per esempio l’Isomalt, un dolcificante che è usato per creare sculture in zucchero dall’aspetto vetrificato. Si potrebbe obbiettare che se usato in quantità massicce può dare effetti lassativi, ma lo stesso può succedere se si esagera con certe bibite dietetiche. Stesso discorso vale per la metilcellulosa, che in cucina si utilizza per creare film commestibili e in farmacia per rivestire i medicinali: può essere lassativa, ma solo se presa in dosi abbondanti». A tanti giovani barman che vogliono emulare il mixologist italiano, suggeriamo di apprendere prima le basi del mestiere, di approfondire la conoscenza merceologica e la tecnica classica. Le scuole non mancano. Continuate a studiare, a viaggiare (davvero o sul web), come Dario Comini fa ogni giorno. E testa sulle spalle!

L’aperitivo all’italiana piace da Milano a Roma

zoom –

Un’indagine svolta per conto di Attems, gruppo Frescobaldi, svela i retroscena dell’happy hour nelle due città. Ecco i gusti e le preferenze degli italiani in fatto di bevande e appetizer

Aperitivi e happy hour per molti locali italiani rappresentano una delle prime voci di bilancio. Al loro buon funzionamento concorrono ovviamente molti fattori. Da cocktail, long drink e vini alla qualità di snack e appetizer proposti in accompagnamento, dal design del locale al prezzo di una serata di happy hour. Ottenere il giusto mix tra queste diverse componenti significa raggiungere il successo, ovvero vendere e guadagnare bene.
Sondare questo momento è lo scopo di una recente ricerca condotta dall'Istituto Piepoli per conto dell'azienda vinicola Attems (Gruppo Frescobaldi) che, grazie a un campione di intervistati rappresentativo della popolazione compresa tra i 18 e i 49 anni di Milano e Roma (le due città dove più forte è il fenomeno dell'happy hour), ha delineato un quadro complesso e interessante dell'ora dell'aperitivo.

Un popolo numeroso
Tanto per cominciare sì è quantificato il popolo degli aficionados di cocktail, long drink e vino al momento dell'happy hour. Un popolo composto da circa 301mila persone a Milano (il 54% dei cittadini nella fascia d'età tra i 18 e i 49 anni) e ben 687mila persone a Roma (il 58% del totale). Da sottolineare anche che, complessivamente, sono più gli uomini a frequentare i locali da aperitivo (62% degli intervistati) che le donne (ferme al 51%). Interessante anche notare che, suddividendo gli intervistati in fasce d'eta più precise, sono soprattutto i più giovani ad amare il pre cena fuori casa: il 77% dei 18-29enni ha consumato un aperitivo nell'ultimo mese, contro il 58% dei 30-39enni e il 39% dei 40-49enni.

Piace per socializzare e rilassarsi
L'happy hour piace perché, così hanno risposto gli intervistati durante la ricerca, “rappresenta un occasione di socialità” (per il 60% del campione), “è un momento di relax” (39%), “rappresenta l'inizio della serata” (10%). Solo il 7% afferma di usare l'aperitivo per “sostituire la cena”, sfatando così il mito dell'abbuffata a buon mercato. Ma attenzione, perché se anche l'accompagnamento gastronomico non deve sostituire la cena, ben il 20% degli italiani sostiene di scegliere il locale dove consumare il proprio happy hour soprattutto in base alla qualità del cibo. Insomma, non è un fattore da sottovalutare. Naturalmente, il primo motivo di scelta è la qualità dell'aperitivo stesso (lo afferma un cliente su due), mentre il fascino del locale è fondamentale per il 31% degli inervistati. Il prezzo? Solo il 5% dei clienti basa la propria scelta su questo fattore. D'altra parte, sembrano pensare gli italiani, l'aperitivo non è un obbligo e non vale proprio la pena spendere poco e trattarsi male.
Tre le tipologie di bevande che prevalgono su tutte le altre al momento dell'ordine: cocktail, vini bianchi mossi e soft drink, come si nota nel grafico qui sopra. Interessante però notare anche che ben il 79% degli intervistati ha risposto che la qualità e l'italianità dei prodotti consumati durante gli aperitivi è per lui molto o abbastanza importante. Un'indicazione da tenere presente quando ci si appresta a pensare all'offerta del proprio happy hour.

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